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martedì 18 aprile 2023

Gioia, bella scintilla divina figlia dell'Elisio


Di solito le istituzioni dell'Unione Europea si fanno all'inizio della Seconda, prima di cominciare l'infinita serie di stati del nostro continente, e tolto il dente non ci si pensa più; oppure non si fanno per niente perché sono piuttosto complicate, o meglio piuttosto difficili da definire: di fatto la UE è una sorta di ircocervo la cui essenza non è ben chiara a nessuno, nemmeno a chi la sta costruendo: non è una federazione né una confederazione, ha un parlamento ma non una vera magistratura che obblighi a rispettare le sue leggi, ha una presidenza che non può dare ordini, ha una moneta ma non un esercito, non ha una costituzione ma solo dei principi fondanti, e a ben guardare non ha nemmeno una bandiera o un inno perché, come ho letto una volta da qualche parte*, la bandiera blu con le dodici stelline è una bandiera che un gruppo di dodici stati aveva convenuto di usare ma che non era stata consacrata da tutti i partecipanti e lo stesso vale per l'inno - una roba provvisoria, insomma, come il Canto degli italiani che venne messo a far l'inno italiano in via del tutto provvisoria e dopo 70 anni di provvisorietà nel 2017 il Parlamento si decise infine a ratificarlo, così da un giorno all'altro, senza un vero perché.
Tuttavia negli ultimi anni la UE si è data parecchio da fare e la nostra scuola passa la vita a fare PON finanziati dalla UE, quindi quest'anno ho deciso almeno di tentare di spiegare ai poveretti che mi son stati dati in balìa, e ai quali delle tematiche istituzionali e costituzionali non potrebbe fregar di meno, come mai l'Europa si occupa di tutto ma sempre in uno strano limbo da dove quel che fa conta relativamente poco in apparenza, ma che di fatto ha importanza soprattutto perché è una zona piuttosto ricca e vive sotto l'ombrello protettivo degli USA (che non sempre sembrano contenti di quel che fanno a Bruxelles ma questi son dettagli).
Per un curioso concorso di circostanze** in questo momento stiamo facendo l'Illuminismo, e dopo avergli parlato della divisione dei Tre Poteri e del fatto che nella dichiarazione d'indipendenza, che dell'Illuminismo è figlia in tutto e per tutto, si esordisce spiegando con grande nonchalance che è verità universalmente riconosciuta che gli uomini han diritto a perseguire la loro felicità, improvvisamente mi sono accorta che il momento delle istituzioni della UE era alfine arrivato - e sono partita come un carrarmato, convinta che di tutto ciò continuava a fregargliene il giusto, ma che erano comunque in grado di rendersi conto almeno in parte di quel che andavo strologando.
E dunque ho parlato e straparlato di tortura e pena di morte e abolizione dei dazi e zona di Shengen e tutto questo genere di cose; perché, con buona pace di tutti i cattolici che han deprecato di come nella costituzione (poi abortita) della UE non si parlava delle "nostre radici giudaico-cristiane", le radici europee sono decisamente più complesse di così, e oltre alle indiscutibili radici marxiste, musulmane e greco-romane, abbiamo anche un bel po' di radici illuministe (e massoniche), e a ben guardare forse sono quelle più visibili: libertà di circolazione per le merci e per le persone, diritti inalienabili, pene rieducative eccetera eccetera.
Al termine di tanto spiegare e dettar di schemi sono ritornata sulla terra e ho parlato infine della bandiera con le dodici stelline e dell'inno europeo.
Come sempre in questi casi sono partita dal testo dell'Inno alla gioia di Schiller, che ho fatto leggere*, e poi ho fatto ascoltare la musica. Stavolta però ho fatto un esperimento piuttosto ardito e ho messo non soltanto il ritornello tanto caro alle nostre orecchie**** ma tutto il quarto tempo della nona sinfonia con direzione di von Karajan nel celebre ciclo delle nove sinfonie che tanto ha imperversato nelle nostre televisioni. A quel video sono molto legata, non tanto perché con quell'edizione per la prima volta da ragazzina ascoltai la Nona di Beethoven, ma soprattutto perché Karajan, travolto dalla sua stessa direzione, cantava a squarciagola, confidando che il coro dei Berliner al massimo della sua potenza avrebbe completamente coperto la sua voce - senza contare che tiene un ritmo assolutamente dionisiaco che permette di sorvolare sul volume decisamente alto che conferirebbe una nota quasi minacciosa a tanto gioire*****.
Bene, ha funzionato, davvero******: la classe si è lasciata trasportare da quella gigantesca onda sonora e alla fine erano così soddisfatti che si sono persino dimenticati di chiedermi la consueta pausa (ma io li ho portati fuori comunque).
E' un caso che sia Beethoven che Schiller che Franklin che redasse la dichiarazione d'indipendenza che evocava il diritto degli uomini alla felicità fossero massoni?
Non credo proprio.

* non era ByoBlu e nemmeno il Bollettino dell'Associazione Amici del Bicchiere, bensì una raccolta di interventi su un congresso dell'UE e pubblicati dalla medesima.
** ovvero il fatto che a Storia siamo decisamente indietro col programma, come mi succede sempre, sempre e ancora sempre
*** sì, in una rispettabile traduzione italiana. E sospetto fieramente di essere l'unica insegnante italiana che fa tutta questa manfrina. Parto dal concetto che, se stresso tutte le mie sventurate classi con una analisi quasi parola per parola dell'inno d'Italia, tanto vale che gli faccia leggere un po' di Schiller - che come poeta era meglio di Mameli, secondo me.
**** e che l'anno prossimo impareranno a massacrare sul flauto di plastica, sì come usa da sempre fare il prof. Jorge.
***** il rischio dell'inno alla gioia cantato e suonato da una orchestra e da un coro molto più pesanti di quelle di cui disponeva Beethoven, è infatti che il senso generale sembri un "e guai a voi se non vi azzardate a non gioire!"
****** altrimenti non ci farei su un post e mi limiterei a infilare in dignitoso silenzio l'evento nella fitta cartelletta "Esperimenti non riusciti" che ogni insegnante conserva nel suo archivio, e che è sempre assai gonfia.

domenica 16 aprile 2023

Perché i nostri alunni non rispettano le consegne?

Gattini che ascoltano con estremo interesse le istruzioni da seguire

E' cosa nota e assodata che al giorno d'oggi i giovani non rispettano le consegne e i comandi. Con questi roboanti termini assai militareschi, nel mondo della scuola ormai da almeno un paio di decenni si intendono non già istruzioni su come e quando puntare fucili o tirare bombe o uscire dalla trincea per partire all'attacco ma, molto più banalmente, le istruzioni da seguire per svolgere un esercizio o una prova scritta di un qualche tipo.
Che i comandi non vengono rispettati lo dicono gli insegnanti, ce lo dicono i risultati degli scritti e delle prove Invalsi - dove capita spesso di chiedere arance e vedersi rispondere ravanelli - e lo proclamano in tono assai straziato gli insegnanti delle superiori che ricevono in carico i nostri alunni. Non lo dico io, invece, che continuo a usare la parola istruzioni perché l'idea di dare dei comandi mi suona alquanto ridicola, ma posso testimoniare che anche le mie istruzioni vengono seguite in modo assai blando. In pratica funziona così: l'alunno non legge la riga in corsivo che gli spiega cosa deve fare e fa non già l'esercizio che gli viene chiesto, ma quello che lui ha deciso che gli viene chiesto. 
Tutto ciò si traduce inevitabilmente in consistenti abbassamenti del voto e, nel mio caso, nel fornire istruzioni volutamente non troppo prevedibili onde incitarli a leggerle con attenzione (che è poi il sistema usato dall'Invalsi); seguo questo metodo con molto scrupolo e determinazione, ma non mi sento di dire che finora abbia conseguito risultati degni di nota: i miei alunni continuano imperterriti a non leggere le istruzioni, esattamente come tutti gli altri, e nel corso degli anni non si sono riscontrati miglioramenti visibili.
Col tempo ho sviluppato una personalissima teoria: i ragazzi non ascoltano noi esattamente come non ascoltano i loro genitori perché ci considerano alla stregua di un rumore di fondo che ripete sempre le stesse cose, e non leggono le istruzioni degli esercizi perché tanto sono sempre le stesse. Il che non è affatto vero.
Facevamo così anche quando andavo a scuola? Sospetto di sì, ma all'epoca, in effetti, gli esercizi erano più prevedibili. Ad ogni modo, non mi sembra un atteggiamento salutare.
Tuttavia comincio a sospettare che il problema sia più vasto di quanto pensavamo.

Quest'anno la ditta che si occupa di fornirci i pullman per le gite ci ha sparato dei preventivi assai salati. E siamo d'accordo che siamo in tempo di inflazione e che i combustibili sono (un po') aumentati, ma lo stesso i prezzi ci sembrano davvero troppo alti - senza contare il piccolo dettaglio che, tra pandemia e inflazione, dopo l'ultimo triennio ben poche tra le famiglie di St. Mary Mead si ritrovano più ricche di quanto solevano essere.
Siamo così addivenuti all'idea di preparare un primo preventivo per le spese secondarie (biglietti d'ingresso, guide, eventuali pernottamenti eccetera) e chiedere prima in via preliminare quali famiglie ci manderanno i ragazzi, onde avere un numero attendibile di partecipanti per cui chiedere il pullman.
Detto fatto, è stato compilato apposito modulo di sondaggio preventivo con richiesta ai ragazzi di riportarcelo firmato dai genitori il prima possibile.
Ottenere la restituzione di quei moduli è stato affare lungo e complicato, anche tralasciando il caso di Pisola che, dieci giorni dopo, mi ha candidamente confessato che i suoi genitori il modulo non l'avevano mai visto, e lei si era limitata a dirgli che il tal giorno sarebbero andati in gita al tal posto al che loro avevano risposto "OK". 
Una volta entrati in possesso dei moduli compilati comunque ci siamo accorti di un interessante dettaglio: in sintesi, oltre a firmare i genitori dovevano scegliere tra le due opzioni acconsento / non acconsento e un buon 40% aveva serenamente firmato, ma senza preoccuparsi di specificare se, appunto, acconsentiva o non acconsentiva. 
Insomma, non aveva letto il modulo che appunto quello gli chiedeva: acconsentite o non acconsentite?

Come mai i nostri alunni non leggono le istruzioni prima di fare un esercizio?
Un sospetto sulla risposta comincia a venirci.

sabato 1 aprile 2023

Il Gran Torneo Letterario del Comprensivo di St. Mary Mead - Una griglia per votarli?

Ho scelto questa foto perché oggi è il 1 Aprile, ma il contenuto del post  non è un pesce,
anche se sul finale potrebbe sembrarlo
Verso la fine di Febbraio, ecco di nuovo il prof. De Magistris che torna alla carica col suo concorso letterario. Stavolta, il tema da lui scelto è, nientemeno, "Alla ricerca della felicità".
"Sì, d'accordo, ma niente premiazioni in cantina, come se fosse un delitto. Voglio una vera cerimonia e almeno un paio di manifesti in entrambe le scuole" pretendo.
Mi assicura che quest'anno ci sarà una vera premiazione e un annuncio pubblico. Ed è cambiato molto anche il regolamento: tanto per cominciare, nella giuria ci saranno solo insegnanti di Lettere, tre per scuola. Anzi, non sarei magari disposta...
"Volentieri" assicuro senza farmi minimamente pregare.
Poi, sempre nella giuria, ci saranno anche i ragazzi, tre per scuola.
Ma soprattutto, gli elaborati andranno spediti stavolta in una sola Classroom, gestita da lui, e lui personalmente in persona assegnerà i codici - che mi sembra un sistema ben più sensato di quello dell'anno scorso.
Viene spedita apposita circolare a tutti i ragazzi.
Il problema delle circolari spedite a alunni e famiglie, purtroppo, è che a quanto sembra nessuno le legge.
Così ci viene raccomandato di avvisare le classi.
Assai festosa riferisco la lieta novella alla Seconda Sfigata, che l'anno scorso non spedì nemmeno un elaborato, unica classe in tutta la scuola.
Mi guardano con l'entusiasmo di un gatto vegano che si vede proporre un topo morto per colazione - voglio dire, se fosse vivo almeno potrebbero giocarci.
Con ben altro interesse reagiscono quando, qualche giorno dopo, chiedo se qualcuno di loro vorrebbe far parte della giuria. Addirittura si offrono in tre. 
Gli dico di sbrigarsela col pari o dispari, e vince Pisola.

E arriviamo così alla Gran Riunione della Giuria per decidere... già, cosa dobbiamo decidere? Quasi niente, mi pare. E mi collego fiduciosa.
Conosco così cinque dei sei alunni-giurati e la riunione fila via molto liscia: data di scadenza iscrizione, regole di impaginazione, data di scadenza per i giurati per la valutazione dei testi...
E poi un docente di Lettere suggerisce: "Forse, per meglio svolgere il compito di valutazione, sarebbe più comodo avere una griglia come quella che usiamo per correggere i temi. Adesso col registro elettronico non ci fanno più separare le varie voci, ma naturalmente continuiamo a valutare con i vari criteri".
"Continuerai magari TU, io me ne guardo bene" penso arcigna. 
Ma dalle viscere della rete qualcuno assente, soddisfatto "Sì, ne abbiamo tante... quelle per i temi degli esami, per esempio...".
Sono agghiacciata, ma con l'aiuto di quella bellissima invenzione che è il tasto "disattiva microfono" riesco a resistere alla tentazione di proclamare cosa possono farci, con le loro griglie per la correzione dei temi, e di cosa ne farei comunque io,  e ascolto il fluire della conversazione intorno a me cercando di elaborare una formula non troppo scortese per dire che l'uso di una griglia di correzione non mi sembra una buona idea visto che non si tratta di temi da correggere, bensì di testi da valutare. Per quanto la sola idea di una griglia di correzione scolastica per i testi di un concorso letterario mi sembri un delirio allo stato puro, non desidero offendere nessuno.
"Però, visto che non dobbiamo correggere i testi, andrebbero tolte le parti sulla correttezza ortografico-sintattica" osserva qualcuno.
Dopodiché rimangono come criteri di valutazione "l'aderenza alla traccia" e "coerenza del testo"; davvero utilissimi con un tema vasto come quello scelto dal prof. De Magistris e dichiaratamente declinabile un po' come si vuole, com'è specificato nel regolamento. Per tacere del fatto che il testo può essere anche in versi, e nella poesia l'apparente incoerenza risulta un pregio aggiuntivo e non certo un difetto...
Pigio il tasto "alza la mano".
"Correggere temi e valutarli mediante apposite griglie fa parte del nostro lavoro di insegnanti, ma nel momento in cui dovrò giudicare gli elaborati credo che diventerò prima di tutto una lettrice, e da lettrice valuterò i testi che mi verranno proposti" dico, e mi sento davvero molto diplomatica per non aver esordito con "Vorrei sapere che cosa vi siete fumati prima di collegarvi in rete. Per non rischiare di comprarlo anch'io, intendo, perché mi sembra roba davvero tossica".
Per alcuni il concetto di leggere un testo senza tenere in mano la penna delle correzioni risulta chiaramente nuovo, ma De Magistris approva il mio punto di vista e lo appoggia.
Qualcuno propone di chiedere ai ragazzi cosa ne pensano, e davanti alle splendide risposte che costoro ci scodellano, spiegando che sì, la griglia sarebbe un ottimo aiuto ma d'altra parte toglierebbe loro una parte di libertà nel giudicare, mi rendo conto con grande ammirazione di trovarmi davanti ai cinque miglior paraculi dell'Istituto Comprensivo di St. Mary Mead e Crifosso. Pisola, che paracula non lo è e forse nemmeno mai lo diventerà, se la cava bofonchiando qualcosa sul fatto che non ha una vera opinione in materia - che tradotto da me che un po' la conosco, sospetto che voglia dire che, proprio come me, lei la griglia la userebbe solo in caso di emergenza, cioè se la scorta di carta igienica di casa risultasse esaurita.
Così la proposta della carta igie... voglio dire, della griglia, viene accantonata, con mio immenso sollievo. Non che l'avrei comunque usata, si capisce.
E stiamo dunque per concludere quando qualcuno si raccomanda che naturalmente i ragazzi non devono sapere chi è in giuria "Mi raccomando, non dobbiamo dirlo, soprattutto voi ragazzi".
Nel caso di Pisola, mi sembra difficile ormai non dirlo alla sua classe, e comunque dalla nomina dei giurati più giovani sono ormai passate due buone settimane e non mi risulta che nessuno avesse raccomandato di tenere nessun segreto - lasciando pur perdere il fatto che in due paeselli come Crifosso e St. Mary Mead ci sarà pure qualcuno che riesce a tenere un segreto, ma è certo che per riuscirci deve essere davvero molto bravo; senza contare che non sono poi così sicura che tenere segreta una cosa simile sia una buona cosa: nei concorsi letterari di solito la giuria è pubblica, per quel poco che ne so.
Quanto a me, comunque, non credo che rischierò di fare favoritismi: non soltanto per la mia implacabile drittura morale, ma soprattutto perché nel mio caso il conflitto di interessi difficilmente ci sarà.

venerdì 31 marzo 2023

Postille dantesche

Ebbene sì, esiste anche un manga per la Divina Commedia.
L'ha disegnato nientemeno che Go Nagai, e ha il pazzo titolo  di  Mao Dante.

Da quando insegno mi sono abituata a considerare Dante come una marchetta inevitabile. Non so come funzioni altrove, ma in provincia di Firenze gli alunni scalpitano per avere Dante praticamente dal primo giorno della Seconda, e guai a non darglielo subito.
Dopo un po' di solito l'entusiasmo cala, almeno con me: l'inizio piace sempre molto, tutti si entusiasmano alla porta dell'Inferno, tutte le seconde scrivono sulla porta della classe un bel cartello con il celebre Lasciate ogni speranza o voi c'entrate (ogni scuola media ne ha qualcuno).
Passati Paolo e Francesca però l'entusiasmo cala, specie se in cattedra c'è un impiastro che porta brani aggiuntivi che non hanno traduzione e che apprezza soprattutto la parte teologica. Si sopporta Ulisse, e poi in qualche modo lascio sempre perdere. Onestamente, si tratta di un testo difficile per dei ragazzi di tredici anni.
Quest'anno però ho tenuto duro e ho torturato i ragazzi senza ritegno perché la Seconda Sfigata è (ma forse potrei dire era) una classe del tutto sprovvista di flessibilità linguistica, e anche piagnere al posto del più moderno piangere bastava a mandarli in crisi. Io invece volevo che si abituassero a capire che le parole si scrivono in più di un modo, che la lingua cambia e che le radici linguistiche portano frutti anche molto variabili - insomma ho usato Dante come una specie di manuale per la lingua italiana (è possibile, considerando le sue inclinazioni, che la cosa non gli sarebbe nemmeno dispiaciuta). E dunque liste di parole sconosciute, un po' di etimologia e anche la scoperta di parecchie parole che nel dialetto fiorentino sono rimaste tali e quali - e anche gli immigrati dei paesi più lontani alla seconda generazione han cadenza e lessico molto fiorentini).
Ci hanno sputato sangue ma i risultati si sono visti e più di uno, dopo qualche difficoltà iniziale, adesso naviga con una certa facilità in quelle insolite acque - ma d'altra parte anche i bravi han diritto a qualche soddisfazione a scuola, mi sembra.
E siccome quando si insegna si finisce sempre per imparare qualcosa, anche in campi dove ci si ritiene abbastanza ferrati, mi sono ritrovata a guardare la Commedia con occhi diversi - perché dopotutto per me era sempre stata un poema teologico che parlava dell'evoluzione dell'anima e di teologia cattolica, e il fatto che Dante ogni due per tre  si mettesse a chiacchierare con qualcuno mi era sempre parso più che altro un espediente per alleggerire la trattazione, magari mettendola ogni tanto in bocca a qualcun altro.
Però una mattina Orlando, dopo che avevo finito di risentire la storia di Pier delle Vigne, ha alzato la mano e ha fatto una piccola, innocua domanda:
Qual era lo scopo di tutto questo per Dante?
Lo scopo di tutto questo per me era sempre stato "descrivere l'aldilà", e ho cominciato ad abbozzare una risposta in questo senso. Ma mi sono accorta che la domanda andava in una direzione diversa: perché Dante aveva raccontato tutte quelle storie, di Tizio, di Caio e anche di Sempronio? Insomma, di tutti quei contemporanei? Perché ci spiegava che Pier delle Vigne era stato calunniato e ci raccontava le vicende del conte Ugolino, dando per scontato che la sua era la versione giusta (e come poteva non esserlo, se ce la faceva raccontare direttamente dalla defunta voce dei protagonisti?).
Nuova risposta mia personale: perché Dante voleva riscrivere la storia: questo era andato in quel modo, quell'altro aveva torto eccetera. Per ognuna di quelle anime, al centro di vicende che noi decifriamo solo con l'aiuto di ampli commentari i cui autori han dovuto lavorare come certosini, non sempre con risultati troppo sicuri, intrecciando fonti e postille, ma che all'epoca erano storie assai famose, Dante offre nuove possibilità e versioni alternative, ricostruendo qualcosa di diverso e di nuovo per il lettore, e levandosi qua e la soddisfazione di mandare all'inferno papi ancora in vita e posizionando in paradiso teologi condannati dalla Chiesa per eresia; non si limita a organizzare con gran disinvoltura l'aldilà in un raffinato sistema di gironi e cerchie collegandoli ai vari peccati e ai vari pianeti - sistema che ebbe un gran successo e che viene considerato a tutt'oggi la vera mappa dei tre regni post mortem, che fino a quel momento erano una roba piuttosto vaga (in particolar modo per il Purgatorio, che Dante ha strutturato di tutto punto sulla base di qualche possibilità piuttosto vaga) - ma ha anche fatto le pulizie di primavera per un sacco di vicende avvenute nel nostro mondo, intervenendo e normando con forza anche le vicende dell'aldiquà: questo è andato così, quello invece è andato colà, insomma un lavoro a tutto tondo. Adesso vi rifaccio il mondo per diritto e per rovescio, e ve lo rifaccio per bene, tutto tirato a lucido, consequenziale e a modo mio.
In effetti, per quel che ricordo, durante il viaggio l'unico peccato che lo aveva seriamente preoccupato per la salvezza della sua anima era la superbia - sapeva lui perché. 
Va detto comunque che questo suo tentativo di riordino ha riscosso un grande successo: di tutta quella gente con cui Dante parla nel suo viaggio ormai la versione dominante è la sua e solo qualche storico particolarmente piantagrane può azzardare, ad uso di pochi specialisti, qualche dubbio basato su grande spulciamento di polverosissime carte: per tutti i lettori della Commedia la versione di Dante è l'unica che vale la pena di prendere in considerazione - anche perché è raccontata talmente bene...
Per l'appunto io sono una storica, e per giunta molto appassionata di gialli. Così, mentre spiegavo pazientemente parola per parola le tragiche vicende del conte Ugolino per la prima volta, probabilmente ancora sotto l'influsso della malefica domanda del perfido Orlando*, mi sono posta un paio di domande, e le ho poste anche ai ragazzi:
- la storia dei figli che chiedono al conte Ugolino di mangiarli per nutrirsi, se l'è cavata dalla testa o ha qualche fonte?
(risposta: è tutta farina del sacco di Dante: in quel momento erano già murati nella torre, e certo nessuno passava da lì ogni giorno per chiedere se c'erano novità).
- il padre aveva effettivamente mangiato i figli?
Nella mia mente il celebre verso poscia più che 'l dolor poté 'l digiuno stava a indicare che il pover'uomo era infine morto di fame e non di crepacuore, e non mi ero mai capacitata che qualcuno avesse potuto tirar fuori da quelle parole la certificazione di un banchetto a base proteica.
Tuttavia mentre rileggevo il tutto per la prima volta un sospetto si era insinuato nel mio cuore: poteva essere possibile che quando i cadaveri furono ritrovati portassero i segni dei morsi del padre?
Al che era seguito un successivo dubbio: poteva essere che qualcuno avesse deciso di screditare vieppiù Ugolino raccontando che i cadaveri dei figli recassero il segno eccetera eccetera?
Ad ogni modo i ragazzi hanno facilmente individuato che la conversazione tra i figli e il conte era frutto della mente del padre, mentre per la seconda domanda han dato una pluralità di risposte sintetizzabili in 
- No, un genitore non potrebbe mai fare una cosa del genere
e
-Sì, un genitore completamente impazzito avrebbe potuto fare anche quello.
Entrambe valide, certamente. A me però interessava che si preoccupassero delle fonti e tanto li ho tormentati che alla fine, guidati passo per passo, han finito per convenire con le mie due ipotesi e anzi, per motivi più che comprensibili, tendevano ad appoggiare la possibilità di una fake legata alla volontà di screditare ulteriormente il traditore.

* che non è affatto perfido: si tratta, per quanto ne so, di un ragazzo molto solare ma anche molto riflessivo ma soprattutto di carattere assai gentile.

domenica 26 marzo 2023

Finalmente un uso valido per i banchi a rotelle!


Nelle ultime settimane con la Seconda Sfigata abbiamo passato molto tempo nell'Aula Magna, non solo per vedere film: infatti, ora che è arrivata la primavera, anche se nelle prime ore della mattinata la nebbia di St. Mary Mead continua a fare il suo onesto lavoro con grandissima dedizione, già dopo le dieci un bel sole rallegra le nostre aule. 
Questo porta al consueto lamento "Prof, fa caldo, non potremmo spengere i termosifoni?". 
Ma ebbene no, non possiamo. Dopo una lunga lotta col Comune infatti abbiamo finalmente ottenuto di avere dei rubinetti per i nostri radiatori, che però non in tutte le aule funzionano. In teoria spengere i radiatori è semplicissimo: basta ruotare la manopola e fermarla allo zero, oppure meglio ancora al fiocco di neve - e qualche radiatore in effetti si spenge. Ma non quelli delle aule di Lettere, al secondo piano.
Lo ammetto: non avrei creduto possibile che, proprio in questo inverno in cui il Comune ha furiosamente curato il risparmio energetico, mandandoci in classe a tastoni in corridoi senza luce, esortandoci ad accendere dette luci nelle aule il meno possibile e promettendo aule fresche, ci sarebbe stato il problema di spengere i radiatori in primavera, quando i ragazzi bollono e il sole splende sui nostri doppi vetri isolanti, che in base all'effetto-serra fan passare comunque un bel calduccio. 
E tuttavia i radiatori nelle aule di Lettere non si spengono. E tutto ciò non c'entra assolutamente nulla con l'argomento del post ma ho voluto raccontarlo lo stesso perché mi sembra piuttosto perverso e degno di nota.
Ad ogni modo il sole splendente ha un altro effetto nelle classi: le LIM sbiadiscono e proiettano ectoplasmi. In effetti sono ormai vecchiotte, e comunque con le LIM ci vogliono delle tende scure che, vai a capire perché, sono state montate in una sola aula.
Il problema sembra destinato a risolversi in tempi brevi, perché da qualche anno per le scuole hanno cominciato a montare degli splendidi schermi  che permettono di vedere benissimo anche col sole - come normali schermi di computer, insomma - ma misteriosamente questi schermi, che pure han cominciato ad arrivare, per il momento sono stati dati alle aule del piano terra, dove fanno lingue straniere e materie scientifiche, e al piano superiore ne abbiamo solo uno, in Aula Magna.
In Aula Magna abbiamo altresì anche famigerati banchi a rotelle (che si spera emigrino al più presto, ma fino all'anno prossimo temo che non se ne parli). Così, quando andiamo a vedere non soltanto film (e in questo mese ci è capitato di vederne parecchi) ma anche, più semplicemente, immagini e video di vario genere, tutti i ragazzi si precipitano festosi sui banchi per giocare all'autoscontro.
Ora, io non ho nulla contro un po' di autoscontro mentre l'insegnante pasticcia sul computer per avviare il film o il documentario o accedere alla piattaforma dove ha posizionato le varie slide, se non fosse che quei banchi sono una vera iattura e tra i loro numerosi difetti hanno anche quello di essere molto instabili - e non è colpa solo dei ragazzi che si muovono in modo troppo irruento, perché anche noi insegnanti ci ritroviamo a terra all'improvviso anche compiendo movimenti assai moderati - e insomma ho finito per vietare l'autoscontro se non per quei brevissimi istanti in cui non riesco a fermarli.
Ma la Seconda Sfigata è dotata di una notevole inventiva e, un giorno in cui ero particolarmente impegnata a cercare di caricare un film e metterlo a schermo intero - operazione banalissima ma che, probabilmente per effetto della celebre Maledizione di St. Mary Mead quel giorno si rivelava molto complicata - ha escogitato un nuovo e finalmente valido uso per quei banchi,  ovvero il trenino.
Comporlo è molto semplice: i ragazzi formano il trenino attaccandosi con le mani al primo che passa, mentre alla guida c'è qualcuno in piedi che tira e dà la direzione. Il trenino si snoda allegramente per l'Aula Magna, nel gran divertimento generale, tutti ridono e gridano come pazzi e il capotreno si lancia in curve e serpentoni. La cosa notevole è che, condotti in sì strano modo, che mai e poi mai credo che il disegnatore di quegli aggeggi aveva previsto o immaginato, i banchi diventano perfettamente stabili e si muovono in scioltezza - probabilmete  per una qualche questione collegata alla distribuzione dei pesi.
Dunque la classe socializza, tutti si divertono (tranne l'insegnante che non riesce a caricare il film), si crea una piacevolissima atmosfera conviviale e nessuno rischia di farsi male. Unico inconveniente: se entrasse un qualsiasi adulto, di sicuro disapproverebbe; ma speriamo che non succeda e se succede pazienza.
Così ogni seduta in Aula Magna è accolta con entusiasmo nonché preceduta e conclusa da uno splendido trenino.
Tutto ciò dimostra una volta di più che non esiste oggetto, per quanto all'apparenza di scarso valore o mal costruito, che non possa trovare un suo utilizzo e una ragion d'essere, e peccato davvero averla scoperta soltanto ora.

lunedì 6 marzo 2023

Lunedì Film - L'ultima follia di Mel Brooks (Film per le medie)

Quest'anno a St. Mary Mead abbiamo anche avviato un corso di cinematografia, sponsorizzato dalla Regione - il solito tipo di corso dove alla fine le classi produrranno un video divertendosi assai, ma che per l'occasione include anche la visione di un film con relativa analisi del linguaggio cinematografico, la visita al cinema del paese e diversi altri accrocchi, uno più complicato dell'altro.
Il tutto è iniziato con una lezione frontale di storia del cinema nell'Agorà (che è pure un posto un po' scomodo per starci seduti due ore di fila) a gruppi di due classi per volta.
L'utilità di una lezione di storia del cinema che parte dalle ombre cinesi e dalle lanterne magiche per fermarsi ai bei tempi della celluloide mi è un po' sfuggita. Cioè, di per sé ha senz'altro un senso perché è bene che i ragazzi di oggi, cresciuti a effetti speciali e CGI, realizzino quanto lunga e ricca di meraviglie è stata la strada che ci ha portato fin qui, ma quella gliela sappiamo fare anche noi e, detto brutalmente, credo che noi l'avremmo fatta meglio. Ma insomma l'ha fatta l'operatrice e amen.
Comunque, arrivati al fatidico momento in cui è stata fatta circolare una pizza in celluloide nella mia mente è improvvisamente spuntata la deliziosa scena di Silent Movie, che in Italia arrivò come L'ultima follia di Mel Brooks nel 1976, dove Bellocchio per salvare la pellicola se la avvolge intorno al corpo per poi finire in cabina di proiezione girando su sé stesso per consentire la proiezione. 
Così ho deciso sull'istante di far conoscere ai miei alunni questo gioiellino al giorno d'oggi un po' dimenticato rispetto al ben più noto Frankenstein Junior ma che all'epoca dell'uscita ebbe altrettanta notorietà. Un bel film muto, ricostruito a tavolino e molto divertente.
Che cosa avrebbe potuto andare storto?
Quasi niente, in effetti, e per l'occasione anche la celebre maledizione di St. Mary Mead sui film si è un po' placata.

La trama è davvero semplice: un famosissimo regista in cerca di rilancio dopo un lungo periodo di alcolismo decide di  rilanciare la sua carriera e le sorti degli studi per cui lavora con un film muto, quando già da qualche anno (ma non da molto) i film sono sonori. Per assicurarsi un ricco pubblico decide di procurarsi un cast di grandi divi - e tutti gli interpellati accettano con grande entusiasmo tranne il mimo Marcel Marceau che pronuncia un bel No che è l'unica parola del film. Nel frattempo i malvagi finanzieri della società Trangugia e Di Vora cercano in tutti i modi di ostacolare l'iniziativa, temendo (a ragione) di non potere più rilevare gli studi cinematografici per pochi soldi se il film ha successo, ma tutti i loro biechi tentativi falliscono e il film muto risulta un grande successo, senza contare che il regista trova anche il suo Grande Amore con cui si sposerà ben presto.
Nonostante il film rientri a pieno titolo nel genere del metacinema, ovvero quello in cui si fanno film che raccontano di gente che fa un film, peer citare l'eccellente definizione di Pentasilea, lo spettatore segue solo le vicende legate all'organizzazione del film e al reclutamento degli attori e non un solo metro di pellicola è dedicato alle riprese vere e proprie; la pizza però ha un suo ruolo importante nell'ultimo quarto d'ora, perché viene rapita, recuperata all'ultimo momento in modo assai avventuroso e uno dei protagonisti se la avvolge intorno al corpo come ho già raccontato.
Il film è un magnifico pezzo di bravura perché imita la scansione dei film muti ma adattandola ai tempi moderni, è pieno di citazioni di scene famose e raccoglie una incredibile quantità di situazioni topiche. Anche l'uso che viene fatto del gruppo di divi è una specie di parodia di alcune delle situazioni più famose dei loro film più tipici e topici e il risultato è davvero divertente.
Tutto ciò con me era abbastanza sprecato, anche se rivedendolo a distanza di tanti anni qualcosina ho colto, e quanto ai ragazzi gli addentellati culturali gli mancavano quasi tutti - il che non toglie che si siano divertiti come pazzi perché il ritmo è davvero buono. E vorrei anche sottolineare l'uso eccellente dei rumori amplificati e quasi fumettistici, molto diversi dal modo di usare i rumori quando è arrivato il sonoro.

E' un film davvero perfetto per essere guardato alle medie, o in generale a scuola dove i tempi cinematografici non corrispondono quasi mai alla nostra granitica scansione in ore di sessanta minuti, e la semplicità della trama permette di inserirsi facilmente in qualsiasi momento; così ho potuto tranquillamente permettermi di interrompere a un quarto d'ora dalla fine perché  c'era da prepararsi per l'uscita e i tre ragazzi che mancavano il primo giorno si sono goduti serenamente il finale senza dover mai chiedere chi era chi e che accidenti stava succedendo, per favore. 

venerdì 3 marzo 2023

Il piccolo popolo - H. Beam Piper


Questo libro entrò nella mia vita mentre facevo ancora le elementari, alla fine degli anni 60, quando i miei lo pescarono dalla libreria di casa e me lo passarono. Lo divorai in un pomeriggio, piangendo disperatamente in un paio di punti molto commoventi, ma ne serbai un bel ricordo.
Quella riprodotta qui è la copertina della prima edizione di Urania (di cui mio padre, appassionato di fantascienza, faceva gran collezione) pubblicata nel 1962 e tradotta quasi in tempo reale in italiano. La copertina di Karel Thole, una volta tanto, è tutto sommato piuttosto fedele: nel romanzo si parla di piccoli esseri pelosi, che a un certo punto (per un tempo molto breve) si ritrovano sconsolati in detenzione. 
Naturalmente non siamo sulla Terra bensì sul pianeta Zarathustra, colonizzato da poco dalla solita Federazione o Confederazione terrestre che andava per pianeti, anche perché il pianeta di origine era ormai piuttosto malandato - ma non invivibile - dopo, si suppone, qualche guerra atomica o problemi legati all'inquinamento. 
Siamo nel settimo secolo dell'era atomica, ci sono le atronavi e la federazione terrestre ha delle leggi legate all'esplorazione spaziale che dichiarano colonizzabili per lo sfruttamento solo i pianeti che non sono abitati da razze intelligenti, mentre quando la razza intelligente esiste, questa va protetta ed aiutata ad evolversi sotto l'amorevole guida degli umani.
I quali umani, settimo secolo dell'era atomica o meno, vivono esattamente come gli americani di quegli anni. Ovviamente sono tutti bianchi (l'unico di pelle scura è nato su un pianeta che non è la Terra) e ovviamente l'unica donna presente nel libro è giovane, carina, matrimoniabile e lavora come psicologa occupandosi molto del tribunale dei minori, anche se verso la fine del romanzo si scoprirà che ricopre anche un altro ruolo, un po' meno scontato.
Vedere il futuro con gli occhi degli anni Sessanta fa uno strano effetto: i filmati si registrano su supporto e si spediscono dopo averli impacchettati, nessuno manda l'ombra di una mail, addirittura c'è gente che scrive a macchina su carta! E ci sono anche i veridicatori, ovvero congegni che. attraverso l'analisi delle onde cerebrali stabiliscono con assoluta certezza se stai dicendo o no la verità e sono proprio come quelle macchine della verità che negli anni 60 andavano tanto di moda nei romanzi di spionaggio  simili: grossi sedili dove si sedeva il malcapitato di turno e poi gli mettevano l'elmetto di metallo e gli elettrodi alle tempie. Mi sembra di ricordare che venissero usate talvolta durante gli interrogatori (solo col consenso dell'interrogato, credo); in tribunale comunque non sono  mai entrate e da tempo se n'è persa traccia. Invece nel settimo secolo dell'era atomica ci sono, e le loro testimonianze sono considerate al di sopra di ogni sospetto.

Zarathustra ha grandi foreste e grandi miniere ed è di recente colonizzazione. Non risultano razze intelligenti e la fauna non è delle più originali MA già nelle prime pagine del libro Jack Holloway, anziano cercatore di pietre preziose che vive una esistenza piuttosto solitaria di cui è molto soddisfatto accumulando una sua piccola fortuna, trova davanti alla sua porta un piccolo animaletto assai pelliccioso e molto disponibile a fare amicizia con lui.
"Chi sei tu?" si domanda Jack. E subito stabilisce "Sei un Tuttopelo, ecco cosa sei".
Tuttopelo non mostra di avere niente da ridire sul suo nuovo nome e accetta di buon grado il cibo che Jack gli offre, per poi sistemarsi a dormire vicino a lui.
Ben presto Jack scopre che Tuttopelo ha anche un piccolo attrezzo da caccia, che usa per cacciare e uccidere (e spolpare) i grossi e antipatici granchi giganti che circolano sul pianeta e sono in deplorevole aumento negli ultimi anni, poi lo vede adattarsi facilmente agli attrezzi legati alla civiltà. Tuttopelo non parla, se non a suon di yeeek! ma ben presto Jack si accorge  che ragiona, e anche molto bene. Così comincia a filmarlo e prepara una relazione sul suo nuovo amico che invia ai suoi amici scienziati, perché secondo lui Tuttopelo fa parte di una razza intelligente.
La storia si snoda tranquilla per un po': gli scienziati, ma anche i poliziotti di pattuglia, imparano a conoscere e a simpatizzare con Tuttopelo, e ben presto con i Tuttopelo: perché il nuovo amico di Jack sparisce per un giorno per poi tornare con un gruppetto di amici tra cui un piccolo, piccolo Tuttopelo Baby. I tuttopelo tuttopelo Holloway (come verrà in seguito chiamata la specie dal primo biologo accorso a vedere la nuova meraviglia, hanno infatti due caratteristiche base: sono estremamente socievoli e ispirano una irresistibile simpatia a tutti gli umani che incontrano. O quasi.
La questione infatti non è così semplice come sembrerebbe: i funzionari della potente compagnia Zarathustra, che praticamente possiede il pianeta e ne dirige lo sfruttamento,  vengono ben presto informati della possibile esistenza di una razza intelligente sul pianeta, che dal loro punto di vista rappresenterebbe una vera iattura: il pianeta verrebbe cambiato di classe e la Compagnia Zarathustra dovrebbe rivedere tutto il suo contratto di concessione e perderebbe gran parte dei suoi incassi.
Inizia quindi un conflitto tra gli amici dei Tuttopelo (scienziati, poliziotti e quant'altro) e i detrattori dei Tuttopelo, che cercano di screditare la possibilità che si tratti di una razza intelligente anche se nessuno di loro lo crede veramente  perché un breve incontro con un Tuttopelo basta a convincere qualsiasi essere raziocinante che i Tuttopelo sono anche loro una specie assai raziocinante anche se non sanno parlare e, a quanto risulta, nemmeno sanno accendere il fuoco (imparano comunque ben presto a maneggiare l'accendino di Jack e Tuttopelo si mette anche a fumare la pipa, il che ai nostri occhi di cittadini del Terzo Millennio non sembra poi una grandiosa dimostrazione di intelligenza - ma negli anni 60 del secolo scorso il fumo non era minimamente demonizzato, anzi era considerato un indubbio segno di civiltà).
Gli antipaticissimi funzionari della compagnia Zarathustra  cercano dunque di difendere il loro portafoglio commettendo anche molte azioni tutt'altro che encomiabili tra le quali alcuni ignobili rapimenti di Tuttopelo, mentre gli amici dei Tuttopelo li difendono a spada tratta. La cosa finisce alfine in tribunale - il quale tribunale funziona naturalmente secondo le consuetudini anglosassoni.
Abbiamo quindi in un colpo solo un romanzo di amicizia e di avventura che verso la fine diventa anche un romanzo giudiziario, con tutti gli "Obiezione, vostro onore!" del caso. Ebbene sì, il Bene prevale sull'Interesse Commerciale e i Tuttopelo vengono riconosciuti come razza raziocinante, mentre lo status del pianeta cambierà e la Compagnia Zarathustra dovrà attaccarsi al treno (o forse in questo caso sarebbe meglio dire "all'astronave") e farsene una ragione, il tutto grazie a un Giudice Impeccabile e a due abili avvocati, uno dei quali perde non per suo demerito, perché è bravissimo, ma perché costretto a lavorare per una causa persa in partenza.

Il romanzo riscosse a suo tempo un discreto successo, sia negli Stati Uniti - dove venne anche poroposto per il premio Hugo del 1963 - sia in Italia, dove è stato ristampato più volte dalla Mondadori, anche in una collana per ragazzi. Dalla fine degli anni 70 è uscito dal catalogo (che mi sembra un vero peccato) e quindi si trova, con una certa difficoltà, solo in biblioteca e all'usato. Ha lasciato comunque la sua brava impronta perché oltre al seguito ufficiale Torna il piccolo popolo, dedicato soprattutto a una serie di domande sulla biologia e la struttura sociale dei Tuttopelo, conta una serie di seguiti di altri autori e anche una specie di rifacimento di John Scalzi - nessuno dei quali, ahimé, tradotto in italiano.

Piccola nota filologica finale: il titolo originale è Little Fuzzy. Se tradurre fuzzy, graziosa variante di furry (pelliccioso) con Tuttopelo è stata una eccellente trovata, il titolo Il piccolo popolo funziona peggio, specie al giorno d'oggi, quando in Italia sono arrivate decine di libri con un titolo del genere dedicati a fate e folletti (che nella tradizione anglosassone sono, appunto, "il piccolo popolo"). Invece la trilogia di Pratchett de Il piccolo popolo nell'originale si intitola in modo diverso e gli gnomi protagonisti sarebbero truckers (e non hanno alcuna pelliccia, mentre girano con lunghi berretti a punta rossi, o almeno così sembra dalle copertine) oltre a vivere un po' sulla Terra e un po' su Mondo Disco, da cui provengono.
Il romanzo tocca molti temi anche oggi di grande attualità, come i diritti degli indigeni, la colonizzazione, il concetto di razza ragionevole (il vero argomento del processo) ma è anche l'adorabile storia dell'adozione di un piccolo e pelliccioso animaletto che sa come farsi apprezzare, e chiunque abbia un animale da affezione non può che adorarlo e desiderare follemente di potersi prendere anche lui/lei un Tuttopelo. Per questi motivi l'ho preso come libro da leggere in classe per il progetto "Leggere, forte!" - e in effetti, essendo quasi introvabile, era l'unico modo per leggerlo in classe. La Seconda Sfigata l'ha gradito assai.

mercoledì 1 marzo 2023

Quando il Lettore non capisce (o almeno così dice)

Asterione in versione Cavalieri dello Zodiaco

Due sere fa, poco prima di scivolare nel sonno, improvvisamente mi affiorò un pensiero dal fondo della coscienza. "Ma che essere inqualificabile sono! Non gli ho ancora fatto leggere La casa di Asterione*! Devo assolutamente fare ammenda al più presto"
La casa di Asterione entra ed esce dalla mia vita a scadenze del tutto irregolari, e a tutt'oggi è l'unica cosa che ho letto di Borges. Me ne parlò un amico, ai tempi dell'università, nel corso di una telefonata che verteva su argomenti che nulla avevano a che fare con la letteratura né con la mitologia greca. Incuriosita, andai a cercarlo nella biblioteca di casa, lo lessi e lo trovai estremamente fascinoso.
Molti anni dopo, quando già insegnavo, riaffiorò nella mia mente senza un apparente perché. Lo fotocopiai, lo portai in classe e riscosse un discreto successo. Da allora lo propino occasionalmente alle mie classi, che lo hanno sempre apprezzato. Non a tutte le mie classi, in effetti, solo quando mi viene in mente. Per quanto ricordo, l'ho trovato in una sola antologia ma secondo me meriterebbe maggior fortuna perché, di fatto, è la storia di un ragazzo in piena crisi adolescenziale - oltre ad essere anche molte altre cose. Voglio dire, non credo che quando l'ha scritto Borges avesse in mente come lettore ideale un alunno di seconda media, ma il bello dell'arte è appunto che raggiunge bersagli imprevedibili al suo autore.

La mattina dopo sono corsa prontamente ai ripari: una brevissima ricerca mi fornì una versione in PDF che stava comoda comoda in due cartellette in A4. Ne stampai adeguato numero di copie e stamani sono entrata col pacco croccante in mano e l'ho prontamente fatto distribuire dopo essermi accertata che ricordassero la leggenda del Minotauro e di Arianna. La ricordavano, tutti.
Quando ho questo tipo di ispirazioni di solito provo sempre un certo tremore durante la distribuzione: Andrà bene? Sarà il momento giusto? Stamani invece ero molto tranquilla.
Ho fatto fare una prima lettura, durante la quale mi sono accorta che diverse parole suonavano strane. Del resto, la traduzione ha più di sessant'anni, ci può stare. Nessuno ha interrotto, e la classe era avvolta in quello strano silenzio assorto che indica... non saprei dire esattamente cosa indica, stamani secondo me indicava un insieme di fascinazione e stupore, ma anche un certo grado di dolore.
Ho fatto fare una seconda lettura chiedendo di avvisarmi quando non capivano qualche parola. Questo ha complicato abbastanza la faccenda, soprattutto lo stilobate che l'ineffabile nota ci spiegava essere la parte del tempio che si appoggia sul crepidòma. Grazie, adesso sì che abbiamo tutti le idee più chiare!
Qualche sorpresa, anche "Che vuol dire superbo?".
Eh, mica facile. Ma com'è che questi sono arrivati in seconda media senza conoscere LA SUPERBIA? Non le fanno più, le liste dei peccati capitali?
Evidentemente no, e la superbia è un vizio assai stigmatizzato al giorno d'oggi, ma in effetti lo chiamano di solito con altri nomi.
E il redentore? Eccheccazzo, nessuno a catechismo gli ha spiegato cos'è un redentore?***
Evidentemente i catechisti han scelto espressioni più colloquiali, e insomma il redentore è toccato a me.
Ho illustrato le varie parole, poi una terza lettura, stavolta fatta da me**.
E ho chiesto un piccolo esercizietto veloce veloce, da farsi da soli o ion compagnia, a scelta: associare qualche parola ad Asterione, al racconto, alla casa, poi una sintesi del racconto in massimo quindici parole. Avevo elaborato il tutto mentre salivo verso la scuola. 
L'ultima domanda però non era prevista: Pensi di aver capito il significato del racconto? mi sono ritrovata a chiedere senza un perché.
"Non è necessario fare una analisi dei motivi, basta dire Sì o No" ho avvisato.
Gran brulichìo e fervore nei banchi. Qualcuno ha chiesto se tristezza e depressione erano sinonimi. Qualcuno elaborava strani avverbi legati alla solitudine, prontamente redarguito dal vicino. Li covavo con gli occhi, soddisfatta.
Poi sono passati non tanto alla correzione quanto alla semplice lettura delle parole. Abbondano solitudine, tristezza, angoscia, pazzia, incubo ma anche un certo compiacimento e della bontà per Asterione; la casa viene associata alla paura, al vuoto, al pieno, alla bellezza, allo sconforto, all'incantesimo. 
Le sintesi vanno da La casa di Asterione ad un bel Vita quotidiana di Asterione. Il racconto ha trasmesso un po' di tutto, solitudine e tristezza in primis.
E tutti, come un sol alunno, hanno risposto un convintissimo NO all'ultima domanda. No, non hanno capito il significato del racconto. Qualcuno lo sottolinea con cenni della testa assai marcati.
Del resto, sono in buona compagnia: un giretto in rete mi ha mostrato diverse interpretazioni, e nessuna coincide del tutto con la mia. In effetti nemmeno io sono sicura di averlo capito a livello razionale.
Bene così - li rassicuro - L'autore scrive quel che vuole, ma dopo che l'ha scritto l'interpretazione appartiene al lettore, e può cambiare a seconda del tempo e della circostanza, ma comunque è roba sua.
Era davvero necessario dirlo? 
Credo di no, ma l'insegnante tende sempre a voler avere l'ultima parola, e non ho ancora capito se questo rassicura gli alunni o li innervosisce. Forse dipende dalle circostanze.
Ad ogni modo, per essere una classe che ha appena sprecato un'ora e passa della loro preziosa vita a leggere, postillare e commentare un testo che non hanno capito sembrano tutti piuttosto soddisfatti. Praticamente stanno facendo le fusa.
Lezione molto gratificante, ad ogni modo, ed è da stamattina che me la tiro in cuor mio (o, per meglio dire,  ne vado assai superba).

*La casa di Asterione di Jorge Luis Borges è un racconto del 1959 contenuto ne L'Aleph, e si trova con estrema facilità in rete.
**No di solito si fa con una sola lettura e un paio di eventuali interventi miei per qualche parola. E' solo che in questo periodo sono in piena fase di Ampliamento del Lessico, e ho colto l'occasione.
*** Come ho già raccontato in vari post, St. Mary Mead è un paese molto chiesino. E naturalmente no, la domanda sul redentore non l'ha fatta il musulmano, che ha serenamente dedotto il senso di redentore dal contesto della frase.

venerdì 24 febbraio 2023

Siedi sulla sponda e aspetta, vedrai passare di tutto

Come tutti gli ucraini, anche i gatti di laggiù hanno un forte senso patriottico

Alle 4.07 di stamani, 24 Febbraio 2023, la guerra in Ucraina ha compiuto un anno.
E' stata sin dall'inizio una guerra complicata e terribilmente faticosa anche per chi come me la seguiva dalla poltrona, rigorosamente su YouTube perché i consueti notiziari mi sembravano vuoti e scarsamente informati.
L'ho seguita e la seguo con estrema dedizione, sciroppandomi le cartine militari e un sacco di live dei più vari canali, perfino uno filorusso, che rappresenta con estrema fedeltà la narrazione della guerra che il governo russo cerca di portare avanti, e dunque in certi casi può risultare interessante.
Ho evitato con cura di farmi una cultura sulle armi perché mi sembrava una causa senza speranza: di fatto, riesco a malapena a distinguere un carro armato da un paracarri, ma se anche decidessi di approfondire la mia cultura e uscissi dal limbo in cui il Leopard è un bell'animal con la pellicc maculat, cosa cambierebbe? Non è che aspettano me per decidere le strategie di guerra, e davvero fanno benissimo a non farlo. 
Tuttavia perfino una persona della mia totale ignoranza può trovare spunti di interesse, nel seguirne le alterne vicende armamentali (chissà se si dice così; ma ne dubito). 
E' una guerra combattuta tra due stati che un tempo han fatto parte dello stesso esercito e usato le stesse armi. L'Armata Rossa aveva un grandissimo arsenale, e fino a una certa data (inizio anni 80?) si trattava di roba davvero efficiente, tenuta con gran cura perché da un momento all'altro c'era la possibilità di dover combattere contro la NATO. Poi, piano piano, molte cose sono state abbandonate, stoccate, cannibalizzate, abbandonate - ché le armi costano parecchio quando le compri, ma costa anche tenerle in efficienza, e questo lo capisci anche con una laurea in latino medievale. Così abbiamo visto riemergere dai cimiteri dell'Armata armi degli anni 80, poi 70, poi 60... gli esperti di storia militare ci sono andati in sollucchero, come un medievista se trovano la tomba di un re longobardo appena scoperta.
E poi c'è l'altra caratteristica delle armi vecchie: funzionano solo con proiettili di vecchio tipo. E tutti i paesi dell'ex-Patto di Varsavia a frugare in cantina per vedere se trovavano qualche cassa di proiettili da dare all'esercito ucraino che, poverello, era rimasto a corto quasi subito, e a tirare fuori reperti museali e a rimetterli in forza per passarli ai vicini sotto attacco, mentre i soldati ucraini andavano all'estero a imparare a usare le armi nuove promesse dagli occidentali. E i meccanici russi e ucraini che si davano all'archeologia cercando di rendere efficiente questo e quello e a dare la caccia ai pezzi di ricambio. 
Fantasmi, fantasmi ovunque. Una guerra del XXI secolo combattuta con armi del XX più o meno restaurate, con modalità dell'inizio del XX secolo e qua e là spuntavano puntatori elettronici che andavano in qualche modo adattati alle vecchie armi... la Storia ha strani modi di vendicarsi.
Quasi subito si è cominciato a parlare moltissimo di logistica, una strana parola che conoscevo a malapena e che sta a indicare tutto ciò che riguarda l'organizzazione militare, dai rifornimenti all'addestramento degli uomini alla manutenzione e riparazione delle armi. Ho dunque imparato che sul piano logistico i russi funzionano malissimo e nemmeno gli ucraini erano dei fulmini di guerra ma si sono dimostrati disponibilissimi a fare i compiti a casa. Bravi ragazzi.
Naturalmente sono favorevolissima all'invio delle armi e dispostissima ad applaudire financo l'attuale Presidente del Consiglio se le manda*. Brava ragazza.
E di punto in bianco mi sono ritrovata nell'insolita parte di guerrafondaia militarista nonché filoamericana. La cosa non mi ha creato alcun problema sociale perché nel mio piccolo universo la mia posizione è talmente condivisa che nemmeno ne parliamo, e l'attuale presidente russo non è affatto ben visto (e non voglio nemmen provare a ridire come ne parlano gli alunni, con cui per vari motivi storici e geografici mi ritrovo a sfiorare l'argomento non meno di una volta a settimana). 
Lo strano è che ho sempre condiviso l'atteggiamento un po' snobistico del "sì, gli americani sono antipatici e imperialisti" pur possedendo solo strumenti informatici Apple, ascoltando di buon grado musica americana e guardando con gran piacere film e telefilm americani oltre a pascolare volentieri da McDonald. 
E sono sempre stata molto pacifista e contraria alle spese militari. Mettete dei fiori nei vostri cannoni, date alla pace una possibilità eccetera eccetera.
E ho odiato con tutte le mie forze le due guerre del Golfo (sì, anche quella con l'autorizzazione ONU. Davvero, non mi ha affatto convinta). All'epoca della seconda anzi venivo regolarmente insultata - non tanto io singolarmente in qualità di  Murasaki, ma quanto anonima partecipante tra chi deprecava queste guerre di aggressione e veniva definito perciò pacifinto perché sì, è vero che le guerre sono un male ma non quelle dove il governo decide di mandarci. A capo del governo ai tempi della guerra del 2002 c'era un tale (che ci ha pure fatto partecipare alla guerra in Afghanistan anche se, come ho scoperto in seguito, nessuno ce l'aveva chiesto e che in fin dei conti non è poi finita in modo così onorevole né per noi né per nessun altro) che non godeva delle mie simpatie, e sui suoi giornali e nelle sue televisioni veniva spesso esposta la curiosa tesi che sì, la pace, la pace, ma chi era contrario alla seconda guerra in Iraq lo era perché mancava di fibra morale. Io ero molto fiera di mancare di fibra morale, e avrei tanto voluto stare con i francesi e i tedeschi, che quella guerra si limitarono a guardarla da lontano rifiutando decisamente di averci a che fare. Ma sto divagando.
Insomma, sono guerrafondaia e pazienza, ma non riesco a capire perché sia deplorevole aiutare chi è stato attaccato, soprattutto se si trova a un passo dai confini di casa mia, che di fatto è l'Unione Europea.
E anche i polacchi mi sono sempre stati abbastanza sull'anima, ma ho molto apprezzato quella loro decisa tendenza a dar via anche le mutande per mandare soldi (e armi) all'Ucraina e frugare nelle cantine a caccia di residuati bellici.
Al contrario dei polacchi, i russi invece mi sono sempre piaciuti molto: ho un piccolo scaffale di classici russi, ho fatto una bella ricerca sulla rivoluzione russa per l'esame di terza media, tengo Il Maestro e Margherita sull'altarino, adoro l'inno russo (in versione comunista, dove citano Lenin), il mio film preferito è russo e a Natale in casa lo Schiaccianoci imperversa per settimane e settimane, senza contare che adoro il balletto classico. Mi dispiace molto che i russi si siano cacciati in questo pasticcio e vorrei tanto che la loro mattanza finisse - dopotutto, gli ucraini hanno almeno la soddisfazione di morire per difendere casa loro, mentre i poveri ragazzi russi mandati in guerra con l'equivalente delle nostre scarpe di cartone nemmeno quello, e ne muoiono anche di più. Chi attacca muore molto di più, ho scoperto - è proprio una legge matematica, e a ripensarci è anche abbastanza ovvio, però io non lo sapevo.
In questo anno, a forza di spulciare video ho imparato una immane quantità di cose che non sapevo.
Parecchia geografia, per esempio, e non solo io - è una vera sorpresa vedere i ragazzi di prima media alla scoperta della carta geografica d'Europa che si mostrano consapevolissimi dell'importanza del Dnipr/Nepr/Nipro e della Crimea, e chissà che non abbiano sentito nominare perfino la Transnistria. 
Inoltre ho scoperto (cosa ovvia, a pensarci) che eravamo abituati a sentire i nomi geografici dell'Ucraina nella loro versione russa. Bolzano non è Bolzano, è Bozen, Fiume sarebbe in realtà Viums, Caporetto si chiama Kobarid. E Kiev in realtà sarebbe Kijv (oppure Kyiv? In effetti sono entrambe traslitterazioni dal cirillico ucraino), e un sacco di altri posti hanno un nome impronunciabile in russo e un altro nome, a volte molto diverso ma altrettanto impronunciabile, in ucraino. I commentatori ci diventano pazzi.
E adesso so anche che esiste una chiesa ortodossa autocefala** ucraina e perfino - una scoperta fresca di questo Natale, che solo la febbre dell'influenza mi ha permesso di digerire senza conseguenze - che nella chiesa ortodossa ucraina il Natale si festeggia secondo il calendario cattolico/protestante appunto per differenziarsi dai russi che lo festeggiano nei giorni riservati al calendario ortodosso più classico; e qualcuno poi ci ha spiegato pure che in realtà negli anni del comunismo il Natale non si festeggiava affatto, solo un po' di straforo, e che dunque anche il Natale ortodosso era in un certo senso una novità. Alla fine di tutta quella storia mi sono ritrovata a pensare che il cattolicesimo romano ci avrà pure qualche limite, ma che già nel IV secolo aveva scelto come data per il Natale il 25 Dicembre e si è sempre attenuto a quella data per tutti i secoli dei secoli successivi, amen. Un po' di coerenza, vivaddio!
Ho anche imparato po' di storia sulla nascita della Russia, e parecchia storia recente e recentissima dell'Europa dell'Est, di cui i nostri manuali si occupano veramente col contagocce, oltre a parecchie notizie su come è montato il conflitto; volente o nolente mi sono trovata ad ascoltare infinite versioni sulla questione del Dombas (cui, ho scoperto con una certa fierezza, il manuale adottato fresco di pacca l'anno scorso aveva dedicato una paginetta più che dignitosa) e ho avuto un sacco di chiarimenti sulla misteriosa occupazione della Crimea di qualche anno fa, che è stata uno dei molti punti di partenza di questa storia, e che all'epoca avevo seguito con interesse e partecipazione, ma era stata ingoiata nel nulla con una rapidità sbalorditiva, almeno in Italia.
In effetti avvisaglie che Qualcuno, a Mosca, aveva idee strane del giusto spazio vitale che spettava alla Russia ce n'erano state da dare e da serbare. Rispetto agli anni 30 del secolo scorso però diplomatici, politici e militari avevano il grosso vantaggio di aver studiato su manuali di storia che raccontavano come si era arrivati alla seconda guerra mondiale, e alla fine qualche campanello era scattato sicché la situazione non li aveva trovati del tutto impreparati***.
Ho imparato anche un sacco di cose su come funziona un esercito. Nella mente di tanti di noi gli eserciti sono quelle robe che vanno a fare la guerra, con alterne fortune; adesso so qualcosa su come vengono riforniti, sui problemi che dà riparare un carro armato e che gli ufficiali e i sottoufficiali hanno funzioni importantissime che vanno al di là di puntare la baionetta sulle schiene dei soldati in trincea per spedirli all'attacco, tanto che la loro mancanza crea serissimi problemi, e so anche che l'esercito ucraino, che ai tempi dell'occupazione in Crimea era poco più che una raccolta di scalzacani, aveva passato una capillare riforma ad opera della NATO, che lo aveva organizzato all'occidentale (con ottimi risultati, a quel che sembra) mentre quello russo aveva avviato una riforma che aveva però abortito per ritornare all'organizzazione precedente, e questo aveva creato invece un sacco di problemi.
Un anno è passato e io mi sono tanto tanto aggiornata. Nel frattempo la guerra sembra essere svoltata, un passetto per volta. L'attacco russo ha sortito una serie di reazioni alchemiche di portata invero ammirevole: la NATO, che da parecchi anni vivacchiava con una certa aria di disarmo (dopotutto, era nata soprattutto per tenere testa all'URSS ai tempi della guerra fredda, ma ormai da tempo non esisteva più né la guerra fredda né tanto meno l'URSS; almeno, così sembrava) si è improvvisamente rinvigorita mettendo foglie e fiori e ricevendo richieste di annessione da due paesi che  suo tempo si erano fatti un vanto di non allinearsi con nessuno dei due blocchi; l'Unione Europea, che grazie alla pandemia aveva dimostrato una certa vitalità e una qualche consapevolezza di esistere, ha reagito con ammirevole rapidità e una coerenza di cui davvero non si era vista la minima traccia ai tempi delle guerre dell'Iugoslavia. 
Quanto all'Ucraina, paese all'apparenza diviso, del tipo "se metti insieme due ucraini avrai tre opinioni su tutto", ha improvvisamente scoperto una compattezza mai mostrata prima e adesso è piena di russofoni che durante l'anno han deciso che la loro lingua era l'ucraino e soltanto l'ucraino e al diavolo il russo (primo tra tutti il presidente Zelensky, di cui la maggior parte di noi non aveva mai sentito nemmeno parlare e che ormai è diventato un soggetto di conversazione comune quanto i più celebri calciatori). Insomma l'Europa sta cambiando pelle, ed è un processo affascinante ai miei occhi.
Tutto ciò avrebbe magari potuto maturare lo stesso, magari con tempi e forme diverse, ma ormai è andata così. Di sicuro, e questa è l'unico aspetto che trovo positivo di tutta questa vicenda (a parte l'innegabile importanza del mio aggiornamento) non una sola di queste conseguenze era stata minimamente prevista da colui che ha scatenato il conflitto, ed è stata per lui motivo di profonda irritazione.
E meno male, almeno questo.

*Naturalmente approvavo anche Draghi quando l'ha fatto, ma questo non è strano perché io, di tendenza, approvo Draghi anche solo per il modo con cui respira.
** giuro, si chiama proprio così
***anche perché i servizi segreti americani si erano dati ad analizzare la questione con una cura e uno scrupolo ben diverso da quello che, due anni fa, avevano dedicato alla partenza dall'Afghanistan, dove erano sembrati davvero portati dalla piena.