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mercoledì 27 gennaio 2021

God bless the rains down in Africa - Geography On Demand

 

Versione live molto suggestiva e piovosa del celebre brano dei Toto

Africa: continente complicato, sottovalutato ma soprattutto sconosciuto, nei libri di testo di Geografia: un po' di colore locale, un po' di deprecazioni sulla fame e lo sfruttamento dei bambini, con box sulla desertificazione (a volte) e le guerre dell'acqua (che stan passando di moda nel geografichese d'ordinanza), e nemmeno mezza riga sul tanto criticato olio di palma, (responsabile da qualche anno di tutti i mali ma anche colonna portante nell'economia di parecchi paesi malridotti).
Per carità, non si pretende di capire a fondo i problemi di un continente nel giro di due-tre mesi, ma magari non addormentarcisi su potrebbe essere già qualcosa - magari approfondendo un minimo la parte di geografia fisica, che è davvero spettacolare.
Anni fa, con una Terza un po' andante, tentati la carta della ricerca: uno stato per uno, da riferire, per cercare di formare un quadro più completo.
Funzionò così-così: certi stati erano e sono davvero complicati, a cominciare dalla Libia che colleziona governi in contemporanea e dal Corno d'Africa che colleziona guerre civili, e gli alunni non erano di quelli che ci perdono il sonno se non fanno un lavoro eccellente. E poi, insomma, ascoltare una carrellata di stati è un po' una palla.
Quest'anno ho tentato una strada diversa. 
Secondo me in Africa gli stati non contano molto, anche perché vanno e vengono - d i quelli che ho studiato alle medie ne saranno rimasti una decina, e parecchi han cambiato nome due volte, oltre che confini. Mi sono fatta l'idea che invece per l'Africa contino soprattutto le aree geografiche: bacini dei fiumi, foreste, punti di sfruttamento delle risorse. Magari si poteva partire da quelle.
Di solito, quando arriva un continente nuovo, faccio una bella lezione di geografia generale e interrogo diversi alunni alla carta del continente appesa alla parete.
Ma quest'anno è complicato farlo: le classi sono piccole, la bacchetta va sanificata ogni volta, anche per me andare alla carta in fondo alla classe per spiegare è un azzardo perché stare lontana due metri dai banchi diventa impossibile, senza contare il rischio da un giorno all'altro di tornare a lavorare a distanza.
Così ho deciso di prendere tempo.
"Da quale stato volete cominciare?".
La risposta è stata unanime: il Sud-Africa.
Bene, niente problemi: c'era sul libro, poi c'è la storia dell'apartheid - che comincia ad essere un po' datata ormai, visto che l'apartheid è finita quasi trent'anni fa. Ad ogni modo qualsiasi insegnante di Lettere che abbia almeno sei mesi di esperienza alle spalle sa improvvisare senza problemi una lezioncina sulla Repubblica del Sud Africa: ci sono i Monti dei Draghi e il deserto Kalahari e il fiume Orange e il Vaal e le tre capitali e Nelson Mandela...
Lezioncina, le canoniche tre interrogazioni ed ecco fatto.
Però la parte fisica dell'Africa è davvero splendida, ed era un peccato sacrificarla.
Così ho assegnato a ognuno un fiume, una catena montuosa, un lago, la Rift Valley, un deserto... Ognuno avrebbe fatto la sua ricerchina e l'avrebbe esposta a modo suo: a immagini, a presentazione, a gesti, insomma come gli pareva. Poniamo di riuscire a fare l'esame nel solito modo, e poi era sempre un esercizio utile.
Giusto il giorno dopo la prima lussuosa esposizione sulla Rift Valley siamo entrati in quarantena.
Io nella Didattica a Distanza non interrogo. 
Cioè, non interrogavo.
A questo punto però, con le ricerche già fatte, non potevo fare altro.
E così ci siamo sciroppati tutte le ricerche sull'Africa fisica in remoto, col collegamento che perdeva colpi eccetera.
Ci siamo arrangiati, il collegamento ci ha abbastanza assistito e tutto sommato non è andata male. Ma, certo, erano nate come prove di esposizione e sono diventate spesso delle prove di lettura. Pazienza, la vita a volte va così, però vedere le cascate Vittoria o il Kilimangiaro proiettato in un francobollino sul computer non è proprio la stessa cosa che vederli sul grande schermo della LIM, tesssoro, proprio no.
"Bene, avete fatto le vostre ricerche, adesso tocca a me. Che stati  volete?".
Hanno scelto Congo, Malawi (perché gli era piaciuto il lago) e Burundi (gli piaceva il nome. Lo capisco, perché è sempre piaciuto molto anche a me. E ricordo che quando ero ragazzina c'era l'ancor più fascinoso Ruanda-Burundi, che adesso si è separato, il Ruanda da una parte e il Burundi dall'altra, e non è stata una separazione indolore).
"Ci vuole anche uno stato mediterraneo" ho detto "Almeno uno dobbiamo farlo, è previsto nel contratto".
Hanno scelto il Marocco.
Non uno di questi quattro stati era sul libro, e in seguito ho capito perché (a parte il Marocco, che a volte c'è e onestamente non morde, ma è spesso soppiantato dall'Egitto che in questo periodo mi sta mortalmente antipatico).

E partiamo col Congo.
Primo problema che ho trovato del Congo:  ce ne sono due - la Repubblica del Congo e la Repubblica Democratica del Congo, uno da una parte e l'altro dall'altra parte... del fiume Congo. E non era per niente facile capire di quale parlassero i vari siti geografici che spulciavo. Ho comunque scoperto che il primo era l'ex Congo Francese, e il secondo l'ex Congo Belga.
Ma dopo tre pomeriggi passati a impazzire sui due Conghi ho stabilito che un Congo bastava e avanzava per tutti, e ho optato per l'ex Congo Belga, che era più grande.
Mi sono resa conto ben presto di aver trovato una specie di gallina dalle uova d'oro.
C'era davvero di tutto:  il crudelissimo Leopoldo II del Belgio, tanto per cominciare, che se l'era preso come possedimento personale avendo pure il coraggio di chiamarlo Stato Libero del Congo (e figurarsi se fosse stato prigioniero!).
Leopoldo II era quel discutibile re di cui quest'estate, durante i tumulti del Black Lives Matter, i belgi avevano imbrattato e distrutto le statue (e han fatto benissimo). Mi sono studiata la storia, che è davvero orripilante, e ho scoperto che i suoi crimini erano stati denunciati tra l'altro da Conrad e da Conan Doyle, e ci aveva partecipato l'integerrimo eroe vittoriano Livingstone.
Poi c'era la dittatura di Mobotu, grande appassionato di diamanti, che gli aveva cambiato nome in Zaire (antico nome del fiume Congo, ho scoperto).
Bene, io dello Zaire sapevo solo una cosa: esisteva quando studiavo alle medie e ci avevano fatto una bella canzone che mi piaceva molto e che con mia grande sorpresa ho scoperto essere cantata da un bianco (statunitense); ero convinta che fosse un qualsiasi inno al nuovo stato cantato da un musicista almeno di origini africane. Invece no, è dedicata al Rumble in the Jungle.


Il quale Rumble in the Jungle era qualcosa che in realtà conoscevo benissimo, e cioè il leggendario incontro tra Classius Clay e Foreman per il titolo mondiale dei pesi massimi. Perfino in casa nostra, dove del pugilato ce ne fregava assai meno che zero, avevamo seguito la vicenda della lotta di Cassius Clay, depredato dal titolo perché non aveva voluto fare la guerra in VietNam, contro il perfido bianco Foreman, ovviamente parteggiando per Clay (anche se Foreman si limitava a fare il suo mestiere e non era poi così perfido).
Poi c'erano le guerre civili, di cui ho detto solo che c'erano perché, per pietà, c'è un limite anche per la Terza Brillante.
I dati economici, che erano davvero agghiaccievoli.
La storia dei bellissimi parchi naturali, usati dagli abitanti come riserva di caccia perché i dipendenti, stufi di non essere pagati, avevano lasciato il lavoro.
La foresta pluviale che è la seconda più grande del mondo dopo l'Amazzonia.
I leoni, che fanno sempre un bell'effetto.
Le miniere di coltan e cobalto (due utilissimi minerali per fare i cellulari, che si estraggono con procedure decisamente pericolose), con al seguito il tema dello sfruttamento del lavoro minorile. E che sfruttamento! Abbondavano i video di denuncia delle associazioni umanitarie.
Frugando bene ho trovato anche un pallido articoletto piuttosto recente che suggeriva agli imprenditori italiani di investire nella Repubblica Democratica del Congo, che prometteva di riavviarsi benino.
A tutt'oggi comunque le agenzie turistiche suggeriscono di evitarlo per i viaggi di piacere perché l'assistenza medica è molto bassa anche per gli standard africani. Che è un vero peccato, perché è un posto davvero splendido.
Ho montato il tutto in una graziosa presentazione senza effetti speciali - che non riesco a fare, anche se, ripensandoci, qualche dissolvenza almeno avrei potuto provare a mettercela - con poche scritte e immagini efficaci, giusto per predicare con l'esempio che in una presentazione il testo deve essere ridotto al minimo ma se scegli bene cosa scrivere poi puoi chiacchierare quanto vuoi.
E' venuta bene e mi sarei data un voto discreto, devo dire.
Poi gli ho assegnato un po' di argomenti su cui fare un testo, servendosi della mia presentazione, del materiale caricato sulla piattaforma - e niente gli impediva di cercare qualcosa in proprio, e qualcuno l'ha pure fatto.

Sfinita da tanto lavoro, ho deciso che gli altri tre stati li avrebbero fatti loro: li ho spezzati in tanti piccoli argomenti e li ho assegnati per una ulteriore prova di esposizione, stavolta fatta in classe.
Il Marocco è un bello stato molto pittoresco, mentre Malawi e Burundi si segnalano per essere di una povertà sbalorditiva. Così nessuno può dire che ci siamo fatti mancare qualcosa.
Qualcuno ci ha preso gusto e ha fatto delle mini-presentazioni con effetti speciali di dissolvenza e musiche in sottofondo.
Qualcuno ci ha preso troppo gusto e, richiesto di parlare dei monti del Marocco ha fatto una conferenza di un quarto d'ora.
E qualcuno ha fatto quel che mi aspettavo, cioè un intervento di tre-quattro minuti.
Alla fine abbiamo lasciato la bellissima Africa, senza troppi rimpianti ma tutti più acculturati e più saggi (tranne Fantomas che in quel periodo è praticamente sparito, tanto che lo stiamo abbiamo segnalato a Chi l'ha visto?).

Il mio sogno nel cassetto, che prevedo nel cassetto resterà, è convincerli a non portare per forza uno stato: climi, fiumi, foreste e deserti vanno benissimo e qualsiasi commissione li preferisce a dieci Giapponi e dieci Stati Uniti di fila.
Tutto ciò comunque è stato possibile solo grazie alla nostra bella piattaforma, su cui mai e poi mai avremmo messo le mani se non ci fossimo stati costretti dal lockdown.

(di nuovo Africa, stavolta nella versione ufficiale dei Toto che l'hanno scritta)

giovedì 15 novembre 2018

All'armi, siam razzisti?

Un pesce gustoso, economico e che si può facilmente cucinare: niente di strano che anche le razze siano a rischio di estinzione e vadano protette, ad esempio pescandole solo in certi periodi dell'anno.

Quando arriviamo alla questione delle leggi razziali, esordisco sempre spiegando ai miei alunni che, qualsiasi cosa possano dirne i genetisti, le razze esistono eccome, e sono anche molto buone. Poi gliene faccio vedere qualcuna, cruda, cotta o in libertà, sulla Lim.
Dopo si passa al resto, che è molto meno ricreativo.

Non è detto che gli italiani al momento siano (ancora, o di nuovo) fascisti, ma mi sembra più che certo e acclarato che siano razzisti. Al momento il fenomeno è in espansione, ma succede spesso nei momenti di grande stagnazione intellettuale: visto che non ci riesce di occuparci di argomenti seri (imprenditoria, collegamenti scuola-formazione-lavoro, gestione dei servizi pubblici, gestione della spazzatura, asili nido, tutela dell'ambiente) troviamo molto più comodo concentrarci su una questione davvero vitale: la razza italiana è in pericolo di estinzione?
Di sicuro non lo è la razza umana, visto che abbiamo gloriosamente passato i sette miliardi e ci stiamo allegramente avviando verso gli otto; ma anche gli italiani sembrano ben lungi dal rischio di estinzione: un po' di contrazione demografica, d'accordo, ma non siamo un gruppetto di trecento sopravvissuti da rinchiudere in apposite riserve e parchi nazionali per evitare la nostra scomparsa. Restiamo abbondantemente sopra i 50 milioni di individui, qualsiasi cosa voglia dire "razza italiana", che è un po' come definire di "razza europea" il gatto di casa che a suo tempo abbiamo trovato in giardino o per la strada: incroci di incroci di incroci - il che non toglie che sia un bellissimo gatto, naturalmente, e chi se ne frega del suo pedigree? Certamente è di razza europea, visto che non siamo andati a prendercelo in Bangladesh o in Australia, ma anzi è stato lui a venirci a cercare nella nostra casa in territorio europeo.

Gli italiani abitano una penisola che sporge in uno dei mari più popolati del mondo, per giunta provvista di un bel clima e di terre fertili. Tutti hanno sempre detto che era un bel posto e tutti hanno cercato di venirci a trovare, di solito con ottimi risultati. Dall'Italia sono passate un po' tutte le popolazioni europee e parecchie nordafricane e mediorientali. Ebrei, anche. Un sacco di ebrei, uno dei quali si chiamava Pietro e ha lasciato un segno piuttosto profondo nella nostra storia, nel I secolo dopo Cristo. Incrociarsi un po' con questo e un po' con quello non è cosa che in Italia dovrebbe sconvolgere nessuno, mi sembra.
Sta di fatto che quando il governo fascista decise di fare delle leggi a tutela della razza, quasi a nessuno venne in mente di farlo oggetto di un lancio ben mirato di uova e pomodori di scarsa freschezza, anzi fior di scienziati firmarono manifesti e proclami per preservare la nostra razza dalla contaminazione con quella ebraica (???) e proclamare la superiorità della nostra razza su quella negra - ma quest'ultimo tratto all'epoca era molto comune e quasi implicito: Bianc era megl che Néger, si sapeva, lo avevano stabilito già da gran tempo inglesi, francesi, olandesi e belgi quando avevano cominciato a venderli, i negri, e quando avevano messo su colonie in Africa. Fino al 1936 per noi non era stato un problema perché non avevamo colonie, o almeno non ce ne facevamo granché. Mussolini organizzò la cosa più seriamente e decise di far ribadire il concetto, che comunque non sembra aver incontrato grosse resistenze. Ma sì, certo, i banchi erano superiori ai neri, certo che sì. E ci mancherebbe altro, non lo vedete che quelli sono selvaggi? Razza inferiore, e incapace di evolversi.

Finito l'impero italiano e perse le colonie i negri sparirono dall'Italia, salvo che nelle barzellette sui cannibali, dove erano sempre vestiti con gonnellini di paglia e ornati da ossicini che gli attraversavano il naso. Siccome erano quasi assenti anche da film e telefilm americani, gli italiani smisero di pensarci, salvo i cattolici missionari che andavano a convertirli. Col tempo arrivò qualche musicista di disco music, ma erano tutta gente molto ricca e stravagante.

Poi i negri cominciarono ad arrivare, sotto forma di emigranti che venivano dall'Africa. Era la fine degli anni 80 e i primi vendevano accendini e collanine per strada e sulle spiagge.
Gli italiani si ricordarono così di essere stati razzisti. Per fortuna però alcuni erano stati anche marxisti e quindi accolsero i venditori senegalesi di accendini come proletari oppressi venuti da terre lontane. Altri comunque ricordarono di essere stati fascisti e razzisti e nacquero così simpatiche attività come i pestaggi in strada senza un perché, i secchi di vernice bianca rovesciati sull'africano addormentato sulla panchina e simili. E qualche volta il pestaggio si trasformava in accoltellamento.
Erano fenomeni marginali, ma lo erano principalmente perché una buona parte dell'opinione pubblica criticava il razzismo. 
Col tempo i numeri cambiarono: non solo tra gli immigrati, quanto tra gli elettori italiani. I proletari oppressi passarono di moda, rimasero i negri con l'ossicino al naso e il gonnellino di paglia, e in sottofondo la sorda paura (maschile) che fossero tutti iperdotati e che le donne bianche, dopo averli provati, avrebbero schifato i loro compagni bianchi che ce l'avevano più piccolo.
Occorreva dunque impedir loro di accostare la donna bianca. Oddio, ormai era un po' tardi perché i matrimoni misti andavano diffondendosi, anche se non certo a velocità vertiginosa. Comunque dai primi anni del nuovo millennio siamo perseguitati da appelli angosciati degli uomini bianchi perché gli uomini bianchi salvino le donne bianche dallo stupro da parte degli uomini neri, e tutto ciò è molto noioso, specie per le donne bianche violentate da uomini bianchi cui viene detto regolarmente che se la sono cercata ed è successo perché son state loro, le donne bianche, a provocare.
Nel frattempo sono arrivate torme di donne nere che fanno sesso a pagamento con gli uomini bianchi, spesso in condizioni di estremo sfruttamento, ma anche quelle nessuno se le fila e non fanno parte in alcun modo dell'Angoscioso Problema dell'Immigrazione. Niente, come se fossero trasparenti. Di loro si occupano talvolta sparuti gruppi di sacerdoti e volontari cui molto raramente viene dato il plauso che meriterebbero. In fondo, quale sorte più luminosa può desiderare una inferiorissima donna negra se non quella di venire in Italia a fare sesso a pagamento con bianchi di pura razza italiana senza nemmeno intascarsi i soldi? Tra un po' i clienti chiederanno anche di essere ringraziati, immagino.In compenso i maschi bianchi si preoccupano moltissimo per l'arrivo dei neri musulmani perché si tratta di popolazioni che non hanno considerazione né stima per le donne, e quindi non dovrebbero stare da noi perché in Italia le donne sono riverite e amate quanto nessun altro mai e mai a nessun bianco passerebbe per l'anticamera del cervello di trattarle altro che col massimo rispetto.
Ma mi accorgo che sto divagando, e d'altra parte l'argomento è vasto, ricco di sfumature e incredibilmente noioso - come tutti gli argomenti dove ci si deve far largo col machete in una selva di luoghi comuni, frasi fatte e sciocchezze di livello quasi sovrannaturale. Perciò vado a concludere:
Sì, gli italiani sono razzisti; e siccome non esiste un modo intelligente di essere razzisti, lo sono in modo stupido. Del resto il razzismo, quando non è dettato da ragioni di interesse allo sfruttamento, è solo un comodo rifugio che evita la fatica di ragionare su questioni un po' più importanti - un caldo nido di piume dove qualsiasi cosa che non vada è colpa dei migranti neri (ma mai delle migrantesse nere, ritenute evidentemente indispensabili al benessere dell'indigeno bianco) - oppure, a scelta, della burocrazia dell'Unione Europea.

venerdì 20 luglio 2018

Precious Ramotswe, detective - Alexander McCall Smith

Quel che vado oggi a presentare non è certo una novità per il Venerdì del Libro; o meglio, in un certo senso probabilmente lo è perché in diversi, tra cui la padrona di casa, ma anche Cara Lilli... e Hovogliadichiacchiere (che se non sbaglio è stata la prima a parlarne) hanno presentato Le lacrime della giraffa, che è il secondo volume della serie, mentre questo è il primo e forse, ma solo forse, non l'ha ancora presentato nessuno. In tutti i casi, lo presento io oggi.
Le premesse sono note: Alexander McCall Smith è un bianco di origini scozzesi nato e cresciuto nello Zimbabwe che ha studiato in Scozia e lavorato in Botswana per poi tornare in Scozia. Nel 1998 gli venne anche l'idea di scrivere, e il presente libro è il risultato di questo suo tentativo, che ottenne il suo bravo successo. Da allora ha scritto una caterva di romanzi articolati in diverse serie, ambientati in Botswana ma anche in Scozia - e da quel che ho visto quelli dedicati a Precious Ramotswe sono decisamente migliori degli altri. O almeno, l'unico romanzo a sfondo scozzese che ho letto mi sembrò che lasciasse decisamente il tempo che trovava e non mi spinse affatto a cercare altro di lui (comunque di una di queste serie si è occupata anche MammaAvvocato, in tempi ormai lontani, per chi cerca un parere alternativo).
Quando mi prese il trip africano però decisi di tentare la sorte anche con la serie di Precious, di cui avevo sentito dire un gran bene anche qui sul Venerdì del libro.
Come risultato del primo, diffidente tentativo, adesso mi sto spolpando l'intera serie con grande soddisfazione, con l'unico inconveniente che purtroppo ormai li ho letti quasi tutti - che è un problema perché mi hanno istillato una dipendenza micidiale ed essendo piuttosto brevi ed estremamente scorrevoli vanno via davvero in fretta.
Questo, che è il primo, va via un po' meno in fretta degli altri, anche perché è più denso. Infatti non racconta solo "il primo caso della detective n°1 del Botswana", come recita la copertina, ma, oltre a presentare una vasta selezione dei primi casi della Ladies' Detective Agency n. 1 (un nome che gioca sul fatto che di agenzie investigative in  città c'è solo quella e che è gestita solo da donne, anche se non lavora solo per clienti donne) fondata da Precious, racconta la storia della sua vita fino appunto alla fondazione dell'agenzia, e prima ancora quella del suo amato padre e il passaggio all'indipendenza del Botswana avvenuto nel 1966 (prima era stato la colonia inglese del Bechuanaland).
Il Botswana è uno stato molto particolare dell'Africa: grazie alle miniere di diamanti e a una classe dirigente più sennata di quelle degli stati circostanti è uno stato tranquillo, non eccessivamente povero, in via di costante arricchimento e che non è stato funestato da drammatiche guerre civili o carestie; anche la convivenza tra bianchi e neri risulta piuttosto pacifica e il processo di modernizzazione del paese sta avvenendo senza troppi traumi e senza fratture laceranti con le vecchie tradizioni. Viene insomma presentato un mondo in via di trasformazione ma anche piuttosto tranquillo, dove i casi su cui Precious Ramotswe è chiamata a indagare richiedono spesso molto buon senso e tecniche di indagine piuttosto particolari nonché una notevole capacità di osservazione e di ascolto (senza la quale del resto nessun investigatore ha speranza di concludere un granché) ma dove la violenza scarseggia, le sparatorie e i drammatici inseguimenti mancano del tutto - in compenso abbondano serpenti, scorpioni e strade piuttosto azzardose da percorrere - e solo occasionalmente le indagini riguardano casi di omicidio. Abbondano invece le tazze di tè ma soprattutto le chiacchiere e le indiscrezioni, indispensabili ad ogni buon investigatore da che il mondo è mondo, mentre i moventi e le dinamiche di certi reati possono talvolta lasciare perplesso il lettore europeo - perplesso, ma non incredulo, perché si rende conto di essere in un mondo profondamente diverso da quello cui è abituato.
Con l'andare dei romanzi Precious si fidanza e si sposa, come la sua assistente e poi socia, e il mondo intorno a lei si popola di apprendisti, figli adottivi, amici e parenti e amici di parenti e parenti di amici (perché nel Botswana tutti si conoscono e sono imparentati tra loro, perfino peggio che a Firenze) di cui vengono seguite le vicende nel corso del tempo. Ogni libro presenta quindi una struttura piuttosto composita che comprende almeno due-tre casi di diverso genere per l'agenzia investigativa e almeno un paio di vicende personali dei protagonisti fissi del gruppo. Il tutto è affrontato con un certo fatalismo, molta comprensione umana e una certa fiducia nell'ordinamento cosmico del mondo che conforta il lettore occidentale ed evita di sottoporlo a gravi stress. 
Una lettura rilassante, dunque, che rende molto bene il senso dello scorrere della vita ma dove i drammi non mancano, anche se sono affrontati senza isterismi; una lettura, aggiungo, che funziona per tutte le stagioni e per tutti gli stati d'animo purché non si cerchi uno svolgimento frenetico e una azione senza respiro. 
Consigliabile accompagnarlo con tazze di tè (anche rosso, che è quello preferito da Precious) o, in estate, con spremute di frutta ben ghiacciate.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, felice di aver abbandonato i pregiudizi verso un autore che avevo all'inizio ingiustamente scartato nonostante i molti buoni consigli ricevuti in proposito.

venerdì 4 agosto 2017

L'ibisco viola - Chimamanda Ngozi Adichie

Quel che vado oggi a presentare è il primo romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie, scritto quando questa eccellente autrice - dal nome per me assolutamente irricordabile nonostante la grande ammirazione che sento per lei - aveva 26 anni, nel 2003 e tradotto nel 2006 per le edizioni Fusi Orari. Adesso l'autrice è in carico a Einaudi, che dovrebbe ormai aver pubblicato tutti i suoi romanzi  - ma ignoro se per questo ha approntato o meno una nuova traduzione. 
Nel frattempo sono passati gli anni e l'autrice è diventata molto famosa, almeno negli USA. Io comunque l'ho scoperta solo l'anno scorso, con Americanah, per la qual scoperta devo grande riconoscenza al blog de I dolori della giovane libraia - e ripensandoci, sospetto che il trip africano me l'abbia innestato proprio lei perché fino all'anno scorso per me l'Africa era solo un continente pieno di stati che si ostinavano ad essere poveri, giusto per autocitarmi, e la Nigeria un paese dove tutti gli stati più ricchi andavano a prendere petrolio senza lasciarne nemmeno un barattolino ai legittimi possessori e dove ogni tanto rapivano un ingegnere proprio per questioni legate allo sfruttamento del petrolio - mentre adesso è il paese dove abitano i protagonisti dei romanzi di Adichie e dove tutti mangiano grandi quantità di platano fritto e igname lesso oltre a tanti altri piatti dal nome incomprensibile (e che mi piacerebbe provare, ma a Firenze non ci sono ristoranti nigeriani, anche se ne ho scovato uno eritreo che prima o poi proverò quando il mio stomaco avrà smesso di fare i capricci).

Ma veniamo all'Ibisco viola. Nonostante platano fritto e da friggere e igname da sbucciare e poi lessare e condire nei più vari modi abbondino, nonostante il nonno della protagonista che è ancora legato agli antichi culti, nonostante la penuria di benzina e le continue interruzioni della corrente elettrica che complicano parecchio la vita del frigorifero della zia della protagonista, più che un romanzo nigeriano si tratta di un romanzo ambientato in Nigeria: la storia raccontata potrebbe svolgersi in qualsiasi paese (e certamente in Italia), anche nell'appartamento del piano di sopra o nella casa all'angolo. Per dirla in breve, è una storia di violenza familiare, e certamente non è necessario scomodarsi ad andare in Nigeria per viverla; però è raccontata molto bene. Ne viene fuori una narrazione inquietante e spesso opprimente quando la protagonista vive in famiglia; ma per fortuna l'autrice ha avuto compassione del lettore e buona parte dell'azione si svolge a casa della zia della protagonista - che non sarà la perfezione incarnata, ma è un assai piacevole essere umano, e in casa sua l'atmosfera è molto diversa.
La protagonista, Kambili, ha quindici anni e un fratello di diciassette. La sua famiglia è molto ricca e abita in una bella villa piena di marmo. Niente interruzioni della corrente, per loro, niente problemi con la benzina e molta servitù, tra cui un autista. C'è un padre tanto buono e amorevole, e c'è una madre  che ogni tanto ha tracce violacee intorno agli occhi e strani lividi. Tutto questo viene raccontato nelle prime dieci pagine, dopo le quali il lettore ha capito la situazione e quel che non ha capito comunque lo intuisce, perché appunto la storia è fuori dal tempo e dallo spazio, e molto simile a certe che leggiamo sui giornali o intuiamo vagamente nelle persone che abbiamo intorno a noi.
Kambili e suo fratello condividono un sacco di cose di cui non parlano nemmeno tra loro se non col linguaggio degli sguardi - l'unico consentito ai prigionieri - e vivono in una campana di vetro. Il padre gli fornisce un orario molto preciso con cui scandire la giornata ed evita rigorosamente che i figli abbiano contatti col mondo esterno: per esempio l'autista li accompagna e li va a prendere a scuola avendo cura di non lasciargli tempo per comunicare con i compagni e stringere - orrore! - amicizie, ed è rigorosamente sottinteso che anche i pensieri dei figli (e della moglie) siano regolati secondo la volontà del capofamiglia. 
I due fratelli sono cresciuti sotto il peso della paura e non ricordano nemmeno che ci sia stato un tempo in cui non  e avevano - probabilmente perché non c'è stato, e la paura l'hanno assorbita già quando erano nel ventre materno. 
L'improvvisa entrata in scena della zia spezza questo cerchio malefico e i due ragazzi realizzano molto gradualmente la follia completa e totale della loro situazione. Si tratta quindi della storia di un risveglio, molto ben narrata. Ma è anche la storia, o meglio il ritratto, del padre, un uomo il cui principale problema è la necessità di un controllo assoluto su tutto quel che ha intorno - un uomo che, come riassume mirabilmente la zia, dovrebbe smettere di cercare di fare il lavoro di Dio, perché Dio è ormai abbastanza grande per farlo da solo, anche senza il suo aiuto; e infatti la religione (cattolica, ma un cattolicesimo dove il Concilio Vaticano II non risulta in alcun modo pervenuto, nonostante siamo ormai nel 1995) è uno dei principali nodi della questione.

Non è un libro leggero e spensierato, anche se si lascia leggere molto bene - come tutto quello che esce dalla penna di Adichie; volendo, si lascia leggere bene perfino sotto l'ombrellone, anche se probabilmente facendo così ci si ritrova a guardare con sospetto quei genitori preoccupatissimi che i loro figli si facciano male, attacchino discorso con estranei e stiano troppo nell'acqua; perché si sa, il diavolo si annida nei dettagli.

Con questo post partecipo al primo Venerdì del Libro di Homemademamma di questo torrido Agosto - avendo cura però di precisare che la Nigeria è sì un paese caldo, come succede spesso in Africa, ma qualsiasi immigrato africano sarà lieto di raccontarvi che il caldo che ha patito nelle estati italiane a casa sua non lo ha mai nemmeno intrasentito. Buona bollitura a tutti e che l'estate sia con voi.

venerdì 21 luglio 2017

Il parrucchiere di Harare - Tendai Huchu

Nel mio percorso di cautissimo approccio ai Misteri dell'Africa Nera sono sbarcata su questo romanzo, che è breve ma denso, interessante, fa riflettere su tante cose e soprattutto è proprio bello - che in un romanzo, se vogliamo, ha pure una sua importanza.
Il libro è del 2010. La casa editrice terre di libri l'ha stampato nel 2014 e poscia messo in circolazione, ma visto che si tratta di un editore con un catalogo di cinque libri cinque e dunque non esattamente un colosso della Grande Distribuzione, non so quanto abbia effettivamente circolato. Un po' sì, comunque, visto che alla biblioteca locale l'hanno comprato. Aggiungo che ha un rapporto qualità-prezzo davvero eccellente, mentre di solito questi piccoli editori, per rientrare con le spese, tendono a spennarti alquanto.
L'ho trovato durante una minuziosa opera di spulciatura degli scaffali giusto a caccia di romanzi africani (mi era mancato il fegato di andare a chiedere ai pur disponibilissimi bibliotecari "Vorrei una roba un po' africana, ma scritta da qualcuno che sia africano davvero, non un giornalista e poi deve parlare dell'Africa vera, non di quella mediterranea").
L'autore è africano (anche se adesso vive in Irlanda) e, volendo andare un minimo più sullo specifico, dello Zimbabwe, ovvero in alto a destra proprio sopra la Repubblica del Sud Africa.  Africa seria, insomma, quella con i leoni e la foresta tropicale - e un sacco di diamanti, detto per inciso.
Ex colonia inglese, sulla carta non sembrerebbe nemmeno passarsela tanto male; ad ogni modo una bella fetta della popolazione ha un pingue reddito intorno ai due dollari americani al giorno, mentre una piccola fetta è ricca e straricca. In mezzo c'è il cosiddetto ceto medio che - sorpresa! - di recente si è impoverito.
Come in tutti i paesi del mondo e in particolare in quelli africani il parrucchiere è un centro sociale di grande importanza e la scelta del taglio di capelli e del tipo di pettinatura è un affar serio, soprattutto per le donne delle fasce più ricche (anche perché quelle povere non hanno certo i soldi per pagarsi le cifre folli richieste da certi trattamenti e dal paziente lavoro richiesto da una acconciatura a treccine). Lavorare da un parrucchiere, specie nella capitale, ti mette dunque in contatto con la classe dirigente del paese, e in effetti già il fatto di lavorare, in un paese con un tasso di disoccupazione del 90 per cento 90, ti inserisce in una fascia economica piuttosto privilegiata; anche se una parrucchiera può avere i suoi problemi economici come tutti, specie se è una madre nubile con una bambina a carico e da poco è stata messa al bando dalla famiglia per una questione di eredità.
Vimbai, la protagonista, è la prima parrucchiera in un negozio assai quotato,  per intendersi l'abile maga che con la sua abilità attira le clienti più pregiate, quelle che cercano proprio lei. Gode quindi dei privilegi di Colei di Cui Non Si Può Fare A Meno e in questa posizione privilegiata è abituata a crogiolarsi, nonostante le molte difficoltà economiche dovute alla decisione di mandare la sua bambina in una scuola privata, di quelle che possa garantire un futuro alla piccola, e di vivere in una grande casa (il risultato dell'eredità contesa), ma soprattutto ad un tasso di inflazione degno della repubblica di Weimar, dove i preventivi di un lavoro non si possono fare con troppo anticipo perché i prezzi aumentano di giorno in giorno e dove spesso il baratto sostituisce i normali pagamenti in carta moneta.
E improvvisamente arriva lui, Dumisani, il parrucchiere del titolo. 
Un uomo che fa il parrucchiere?!?
Sì, ed è anche molto bravo. E bello, e simpatico, con un fascino tutto particolare e una grande abilità nel trattare con le clienti, e porta con sé un repertorio di pettinature nuove e aggiornatissime e un talento speciale nel mettere in risalto la bellezza di ogni cliente.
Insomma, non un parrucchiere, ma il parrucchiere dei sogni di ogni donna. Manca solo di scoprire che resuscita i morti e moltiplica pani e pesci.
Risultato: la supremazia di Vimbai viene messa sempre più in pericolo, i suoi privilegi si dissolvono come neve al sole e ben presto perfino la sicurezza del suo amato (e raro!) posto di lavoro comincia a diventare tutt'altro che garantita. La già travagliata vita di Vimbai si trasforma così in un incubo.
Dumisani però la prende quasi subito in simpatia e nonostante sul lavoro le faccia ripetutamente le scarpe, in privato è molto amichevole. I due finiscono presto per vivere insieme per convenienza economica, ma più avanti la convivenza si trasforma in un legame affettivo che sfocia in un fidanzamento. E improvvisamente scopriamo che Dumesani fa parte di quella ristretta fascia di persone che può contare su un reddito praticamente infinito. Famiglia ricchissima, potentissima... e amichevolissima, che accoglie la spiantata parrucchiera quasi fosse l'arcangelo dell'Annunciazione. L'incubo diventa così una bella favola a lieto fine fin quando...

C'è una sorpresa finale, anzi parecchie sorprese finali, di cui in precedenza sono stati seminati indizi a pioggia per tutto il romanzo pur non dando al lettore motivo di credere che ci sia alcunissimo mistero sul quale seminare indizi.
Il libro è ben scritto e ben costruito, ma soprattutto presenta una carrellata di personaggi davvero interessanti - in particolare la protagonista, che conta una invidiabile serie di chiaroscuri. Non è troppo buona, non è troppo simpatica ma si finisce per identificarsi con lei fin nel midollo perché è meravigliosamente umana. In effetti sarei davvero contenta di leggermi qualcos'altro dell'autore, se qualche editore si desse da fare.

Con questa segnalazione (che va benissimo anche se ve ne fregate alla grande sia del Botswana che dell'Africa Nera, ma non se le storie di madri nubili col problema di dare un futuro alla figlia vi lasciano indifferenti, perché in quel caso davvero fareste bene a cercarvi qualcos'altro) partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture al mare, sui monti, sulle colline e sulle rive dei laghi - ma anche sul terrazzo di casa.