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domenica 24 maggio 2020

Il complesso ma affascinante mondo dei compiti a casa - Guida per l'aspirante Bravo Insegnante

I gentili lettori sono avvisati: questo non sarà un post molto divertente, anzi è soporifero in sommo grado
(nessuno comunque vi obbliga a leggerlo, a meno che non soffriate di insonnia.
Nel qual caso sì, direi che almeno  un tentativo lo merita)
"Affascinante 'na sega" sbufferebbero tutti gli alunni del mondo a una voce se per avventura passassero di qua (il che, per loro fortuna, è più che improbabile)
"Affascinante 'sto par de cojoni" ringhieranno alcuni genitori approdati per caso su queste rive. Non tutti però, solo i più malaccorti. Perché la prima regola dei compiti a casa è che il genitore non dovrebbe impicciarsene né tanto né poco: i compiti a casa degli alunni infatti sono, per definizione, degli alunni. 
Se tuttavia gli alunni non riescono a farli il genitore può utilmente collaborare in due modi:
1) suggerire alla sua prole di parlarne con l'insegnante
e se il problema persiste, dopo qualche settimana
2) parlare con l'insegnante per chiedergli francamente se la creatura non ha per caso a suo avviso qualche disturbo di apprendimento e regolarsi in base alla risposta. Magari l'insegnante è idiota o ha le traveggole, certo, può essere - nel qual caso una visita andata buca da un medico del settore andrà aggiunta alle tante seccature che il mestiere di genitore include; ma è il classico caso in cui è meglio essere troppo apprensivi che fregarsene perché se il problema esiste non passerà da solo.
Una cauta opera di sorveglianza da lontano mentre la creatura di cui sopra compiteggia può essere rassicurante per lei (e per il genitore); una amichevole risposta a un dubbio può essere un modo come tanti di comunicare; una paziente opera di ascolto della lezione su richiesta della prole può essere uno dei tanti balzelli che la vita ti impone di pagare per goderti le gioie della genitorialità. Fine.
I compiti a casa riguardano solo due categorie di persone: gli insegnanti e gli allievi. Qualche volta anche i pasticceri, se i figli sono creature socievoli e amano ritrovarsi tra amici per svolgerli insieme (nel qual caso una merenda si impone) e se il genitore ospite non sa fare le torte o gli sta fatica imburrare tramezzini, è giusto che si rivolga agli addetti del settore senza inutili sensi di colpa: un genitore è un genitore, non una macchina da cucina.

Spostiamo l'obbiettivo sui compiti, lasciando in pace le famiglie e le loro abilità culinarie.
I compiti nascono con il più o meno lodevole scopo di permettere agli alunni di assimilare quanto gli è stato rifilato a scuola - che magari a volte sono sciocchezze o cose inutili, ma questi son argomenti da discutere altrove e tra specialisti. Come tutti, anch'io ho un bel po' di teorie in merito (e per "tutti" intendo proprio tutti, anche quelli che con la scuola hanno cura di averci a che fare il meno possibile. E anche loro hanno diritto alle loro libere opinioni in proposito). Quindi lascio da parte tutte le opinioni sull'effettiva utilità dell'apprendimento mnemonico delle tabelline, dello studio della storia romana o della genetica e via dicendo - ripeto, tutte opinioni lecite e rispettabili ma non è di questo che stiamo parlando.

I contenuti si assimilano nei più vari modi. Ci sono compiti più noiosi dei giorni di pioggia, ci sono compiti divertenti e gradevoli. Puntare su una categoria o sull'altra a a che fare soprattutto con il rapporto che il singolo insegnante ha con il piacere, che a sua volta si lega al rapporto che il suddetto insegnante ha con la vita e con il sapere. Chi ritiene che solo una grandiosa ipertrofia testicolare conduca ad un giusto apprendimento non esiterà a dare compiti noiosi noiosi, convinto con ciò di fare il bene dell'alunno onde instillargli senso del dovere, disciplina e instradarlo all'esercizio di quell'utilissima virtù che è la pazienza. Altri, più goderecci e portati ad associare all'apprendimento emozioni piacevoli come il gusto della scoperta e il divertimento, cercheranno di darne di vari e di divertenti. 
A questo proposito occorre comunque ricordare che, se è vero che le emozioni piacevoli sono un fissante di grande rilievo per la memoria, questo vale anche per le emozioni negative quali la noia, l'esasperazione e il dispetto - e infatti anche gli insegnanti più goderecci assegnano talvolta compiti noiosissimi e interminabili, e anche gli insegnanti più puritani scodellano a sorpresa compiti variegati e divertenti: il Sapere, invero, è un grandissimo Mistero, e come tutti i veri Misteri ci sono molte strade che vi conducono, e molte porte per entrarvi e nemmeno i saggi conoscono tutte le risposte - per fortuna, vien da dire. Inoltre non tutte le classi reagiscono nello stesso modo: un gruppo di alunni dotati di ambizione, apertura mentale e salda autostima non avrà paura di divertirsi facendo qualcosa per la scuola e un compito insolito non li spaventerà - mentre alunni di mentalità più convenzionale e meno interessati alle scoperte affronteranno con diffidenza e leggerezza un compito dall'apparenza meno seriosa, e se ne faranno sfuggire l'utilità svolgendolo in modo trascurato e assai cialtronesco. In teoria è proprio ai secondi che dovresti dare i gadget più divertenti e riservare le idee più brillanti - ma andranno prima convinti e rassicurati che anche tu sai essere un insegnante noioso come tutti gli altri, prima che si azzardino a prendere sul serio un compito non troppo pedante.

La prima e indispensabile regola perché i compiti vengano presi sul serio è correggerli con grande accuratezza e pazienza e soprattutto controllare sempre che siano stati fatti, almeno nei primi tempi. Se la classe tende allo scioperato andante, conviene partire da dosi leggere, quasi omeopatiche, elargire votacci con grande liberalità una volta appurato   che non sono stati fatti, sopportare con infinita pazienza e dolcezza la torma di genitori che verranno in processione a lamentarsi di tutto ciò (perché una classe scioperata ha spesso alle spalle famiglie iperprotettive), persistere nei votacci e aspettare; e quando i compiti minimali cominciano ad essere svolti (il che a volte comincerà ad avvenire solo dopo il primo giro di colloqui con le famiglie o addirittura dopo la prima scheda di valutazione, ma solo se il voto è estremamente basso - insomma, quattro) alzare gradualmente il carico fino ad arrivare a dosi normali: in sintesi, la buona vecchia regola della bollitura della rana. Nel frattempo, può essere utile assegnare in classe esercitazioni molto facili, dove tutti possano ottenere in un modo o nell'altro valutazioni decorose: dopo qualche quattro un sei può talvolta sortire effetti miracolosi e perfino innescare una perfetta sindrome di Stoccolma. Capisco che possa sembrare una procedura a tinte sadiche ma, come si dice in questi casi, è per il loro bene.
Tutto questo può essere molto complicato quando si tratta di insegnare quelle che io chiamo "materie a trama" (come Matematica o le lingue straniere, dove senza certe basi non si va avanti; mentre alla fine Italiano è una lingua che l'alunno recupera quando vuole e decide di occuparsene, come Storia e Geografia).

La seconda regola consiste nel dare compiti impossibili da copiare, o che anche se "copiati" sortano comunque il loro effetto.
Poniamo di fare una poesia come A Zacinto. Si può assegnare una parafrasi scritta, e a quel punto parecchi rimedieranno con facilità perché una ricerca in rete può fornire in circa mezzo secondo ad andare lenti una buona decina di ottime parafrasi e qualche ventina di parafrasi scadenti - e sotto quest'ultimo aspetto alcuni siti di soccorso per gli alunni sono una vera iattura (ricordo che una volta diffidai apertamente una classe dal ricorrere a non so quale sito e finii con l'indirizzarli verso uno molto più affidabile - perché ce ne sono anche di molto buoni. Diciamo che provai a vincerli di cortesia. Una operazione di questo tipo può col tempo convincerli che sei una persona seria e che non conviene cercare di prenderti in giro. Succede solo con classi sprovvedute, certo. Ma una classe non troppo sprovveduta di solito fa la parafrasi, salvo magari controllarla in rete per sicurezza).
Oppure si può aggirare la questione della parafrasi - per esempio facendo leggere la poesia ai casi sospetti, e una volta avuta la prova con la lettura che chi legge non ha idea di cosa sta leggendo, partire con le domande: perché le sponde sono sacre, che significa inclito e chi è che scrive l'inclito verso eccetera. Dopo un paio di pubbliche figure di palta (e di relativi quattro) l'alunno, piuttosto seccato, finirà per cercare almeno di appiccicare la parafrasi con un po' di criterio, e a quel punto lo scopo del compito è conseguito.
Oppure si può far leggere la parafrasi ad alta voce, chiedendo a quali versi si riferisca, a quali espressioni corrisponda questo quel verso eccetera. Se il malcapitato si è limitato a copiare passivamente dalla rete non saprà rispondere, altrimenti vuol dire che in qualche modo alla fine la parafrasi l'ha fatta - senza usare la vostra, ma pazienza.
(Tutto ciò non è particolarmente gentile verso Foscolo, che quando scrisse A Zacinto aveva ben altri scopi in mente che quello di tormentare poveri ragazzi nei secoli a venire, e può darsi che dopo questa disastrosa esperienza di lacrime e sangue molti dei ragazzi non ne serberanno un gran ricordo. Se volete puntare solo sul piacere che può dare questa bellissima poesia, conviene limitarsi a leggerla e spiegarla, non dare compito alcuno e chiudere lì la questione: ha comunque un bel suono e delle parole molto suggestive*).

Oppure avete fatto la Rivoluzione Francese. Sapete che in quella determinata classe solo quattro o cinque alunni sono in grado di rifilarvi una bella interrogazione distesa sulla Rivoluzione Francese, che è argomento complesso e irto di date e di avvenimenti, e ognuno di questi candidi cigni ha già tre voti. Tuttavia, com'è comprensibile, desiderate che in qualche modo la Rivoluzione Francese resti impressa e sia conosciuta e compresa almeno a grandi linee.
Se volete puntare sulla memorizzazione potete fare una serie di interrogazioni programmate, una pagina per alunno. Ognuno studierò bene solo la sua, ma sentirla ripetere nel complesso sarà un utile esercizio di esposizione.
Oppure potete dare delle domande scritte da fare a casa. Qualche amante delle scorciatoie cercherò un riassunto a sintesi della Rivoluzione Francese (magari quello che c'è a fine capitolo del libro, oppure qualcosa in rete) ma alla fine sempre sulla Rivoluzione Francese lavorerà, volente o nolente. Oppure potete chiedere una cronologia, e per farla dovranno sfogliare e risfogliare quelle maledette pagine; o un riassunto: "La Rivoluzione Francese in 10 tappe, lunghezza massima quaranta righe", ed eccogli servito su un piatto d'argento un utile esercizio di sintesi. Se poi lo fate leggere in classe i poveretti ne ascolteranno una ventina di versioni diverse, e alla fine, stante che le gocce scavano le pietre, i concetti di base li avranno pur assorbiti, anche se per un malefico caso avessero trovato in rete proprio una sintesi in dieci punti della lunghezza richiesta (cosa pur sempre possibile) - e in quel caso avranno anche conseguito il bonus supplementare di  essersi dovuti leggere con cura la sintesi da copiare per controllare che rispondesse in tutto e per tutto ai requisiti richiesti e di essersi cimentati in una ricerca più particolareggiata. D'altra parte, anche quella che trovano sul libro di testo è una sintesi, ben lungi dall'essere perfetta, e per loro si tratta pur sempre di lavorare su materiale premasticato.
Ma potete anche scovare un breve video sulla Rivoluzione Francese e chiedergli di riassumerlo in cinque, sette o quale altro numero vogliate di punti. Se vorranno copiarlo da un compagno, dovranno ritoccare il testo per impedire che scopriate l'inghippo (se non si preoccupano di farlo c'è sempre il buon vecchio quattro a soccorrere l'insegnante in ambasce, e magari una interrogazioncina supplementare di recupero).
Oppure potete fargli fare una scheda individualizzata da leggere in classe dedicata a un singolo personaggio - con la Rivoluzione Francese si può fare tranquillamente anche con le classi più numerose. Lì si parte già dal presupposto che copieranno, o meglio dovranno cercarsi delle fonti; in rete, in questi barbari tempi, ma anche alla biblioteca comunale o dello zio Rodolfo in tempi più gentili.

Terza e ultima regola: i compiti si danno tenendo conto di quel che serve alla classe. Sono un po' incolti e devono sgrezzarsi? Conviene puntare spesso su compiti di ricerca, che gli apriranno nuovi mondi.
Espongono da cani? In quel caso anche le interrogazioni programmate hanno un loro perché.
Ripetono meccanicamente imparando a memoria? Conviene chiedergli l'argomento partendo da una prospettiva particolare.
Scrivono da far pena? Si danno soprattutto compiti scritti, attingendo da qualcosa che ben difficilmente può essere fatta da altri che da loro - magari lezioni preparate a tal scopo che dovranno riferire.
La punteggiatura questa sconosciuta? Si chiede un testo formato da un numero x di frasi che contenga anche almeno una domanda e due esclamazioni, legato a qualche argomento fatto in classe - in questo caso si possono agevolmente acchiappare due materie con una fava, e in più dare anche una mano all'insegnante di italiano.

Domanda: "ma tutta questa gran mole di compiti non sarà troppo lunga e faticosa da gestire?"
Caaaalma, nessuno ha parlato di una gran mole di compiti. Mica gli vanno dati tutti i giorni.
Non c'è da temere: nessuna classe a memoria d'uomo è mai morta di inedia per eccessiva scarsità di compiti. Essi compiti non devono essere troppo frequenti né troppo assidui, anzi il sovraccarico va evitato con cura - anche perché finisce per danneggiare soprattutto i più bravi e coscienziosi, ovvero quelli che i compiti li fanno sempre e comunque, crollasse il mondo. Inoltre non è sempre necessario correggere quelli che vengono letti in classe.

Altra possibile domanda: "non so perché, da qualche tempo avverto l'irresistibile tentazione di fargli fare qualcosa di assai monotono, tipo scrivere tutto il paradigma del verbo essere. Cosa vorrà dire?".
Risposta scontata: è noto che non fa mai bene resistere troppo alle tentazioni; inoltre, se una pensata così pallificante per tutti si è fatta strada, probabilmente c'è il suo bel motivo. Un po' di noia non ha mai ucciso nessuno - e magari tanto si annoieranno che impareranno a usare quel povero verbo in modo adeguato e corretto, non fosse che per la paura di dover rifare di nuovo un sì palloso compito. Dopotutto la vita non è solo un giardino di rose eccetera eccetera.

* E comunque mai dire mai: ricordo di una classe che si arrabattò malamente con In morte del fratello Giovanni tanto che alla fine chiesi scusa pubblicamente dicendo che avevo mancato verso di loro e verso Foscolo e che mai più avrei fatto una cattiveria tale a dei poveri ragazzi e a un sì bravo poeta. Mi guardarono stupiti e molti dissero che no, in realtà la poesia gli era molto piaciuta anche se era effettivamente risultata difficile. Vai a sapere.

giovedì 26 marzo 2020

À la guerre comme à la guerre (Primi passi nellaTerra Oscura delle Videolezioni)

Come molti insegnanti, anch'io sono rimasta piuttosto scossa dopo le prime lezioni in videoconferenza
D'accordo, giocare con la piattaforma era divertente. 
Facevo le domande e i ragazzi rispondevano.
"Chi ha detto che la rivoluzione non era un pranzo di gala?".
E tutti a spiegarmi che era stato Mao Zedong (che ai miei tempi si chiamava Mao Tse Tung) e che l'aveva scritto nel Libretto Rosso.
Avevo controllato con cura, prima di pubblicare la domanda, e avevo visto che Google forniva subito la risposta.
Un modo come un altro per introdurre la Cina.
Bene, c'è qualcuno che sa cercare le risposte su Google. Non è poi così scontato.
E hanno risposto solo i ragazzi che controllano tutti i giorni la piattaforma.
Ma era pur sempre un modo di cominciare.
E poi ho chiesto tante altre cose.
Ho pubblicato i simboli dell'Irlanda il giorno di san Patrizio, la foto dell'attentato di Sarajevo, le acque del mar Baltico che si incontrano con il mare del Nord, un'immagine di Lady Oscar e così via.
Ho pubblicato nella piattaforma video su Tienanmen e la Nuova Via della Seta e li hanno guardati.
Ho assegnato compiti a base di ricerche varie e sono stati perfino fatti (quasi da tutti).
MA c'erano ancora le lezioni da fare in diretta.
Mi sono fatta fare un po' di tutoraggio da una collega e poi da una cara amica, ho imparato come proiettare una immagine per fargliela vedere - sono cose che fanno comodo a Geografia, specie se quello che vuoi proiettare è una carta geografica.
Ho bucato ben due appuntamenti perché avevo scritto l'ora sbagliata sul registro Argo, e una è stata recuperata all'ultimo momento perché tanto ero comunque in casa - e tutto ciò servirà per rimpinguare il mio già cospicuo Album delle Figurine. Mi sono scusata col capo cosparso di cenere.
E alla fine ho ho fatto le mie lezioni, interrompendo per aprire alla gatta di turno (due volte), facendogli vedere la gatta che camminava sulla tastiera (una volta, e ha riscosso un certo successo di pubblico), scoprendo che il collegamento andava e veniva e che c'era gente che usciva e rientrava cinque o sei volte nel vano tentativo di avere una linea migliore e alla fine si rassegnava ad avere soltanto l'audio e gente che vedeva la figura che proiettavo sempre con due minuti buoni di ritardo - il che mi ha portato a decidere che, se volevo proiettare una presentazione sarebbe stato meglio farlo in una lezione registrata.
La Prima Asserpentata ha fatto un gran casino ma siamo riusciti lo stesso a mettere insieme una buona descrizione del settore primario.
La Seconda Invasata ha retto singolarmente bene la lezione in cui gli ho raccontato la storia dell'assemblaggio e poi della dissoluzione della Iugoslavia (che ai miei tempi si chiamava Jugoslavia) e alla fine hanno assicurato che non gli sembrava poi così difficile. Mi fa piacere perché io, per fare quella lezione, ci ho messo circa quattro ore (ma nel frattempo ho anche imparato a fare i documenti su Drive, con o senza immaginette).
La Seconda Industriosa ha svolto diligentemente i suoi compiti preparatori e ha ascoltato tranquilla la prima parte della rivoluzione francese facendo domande pertinenti e sennate.
La Terza Soddisfatta ha seguito con la consueta, educata e apparente attenzione una lezione (da me preparata con gran cura) sulla Cina e le sue trasformazioni negli ultimi cinquant'anni, e immagino che la dimenticherà... no, che l'abbia già dimenticata da un pezzo, perché ormai sono passate quasi dodici ore.
Insomma, se proprio, col coltello puntato alla gola,  dovessi fare un bilancio complessivo dopo questa prima e turbinosa settimana, la mia impressione è che ogni classe abbia mantenuta intatta la sua identità nonostante in questo momento i suoi componenti vivano vite separate - un fenomeno interessante, visto che sono stati separati ormai da più di tre settimane, che a quell'età sono un tempo lungo.
Qualcuno non segue? D'accordo, qualcuno non segue. Ma non è che quando siamo in classe seguano tutti, in verità.
C'è però una categoria che rischia di restare tagliata fuori: i ragazzi più silenziosi, quelli che anche in classe intervengono raramente ma che seguono sempre tutto con attenzione. In classe alzano la mano e in quel caso vengono subito fatti parlare, anche solo per rendere onore alla eccezionalità dell'avvenimento. Qui però non si azzardano ad accendere il microfono e intervenire, mentre i più estroversi non mostrano alcun problema. Sarebbe bello che potessero avere un pulsante da accendere quando vogliono parlare o qualcosa del genere, e allora l'insegnante sceglie se sciropparsi la 823sima osservazione di Cicerone o ascoltare il commento di Terenzio, che di tendenza ne fa mezzo al mese.

Non ho ancora fatto lezioni registrate. Non mi ci immagino, non mi ci vedo, non so figurarmici... del resto, a ben pensarmi, non sono io che devo vedermici ma loro.

domenica 27 ottobre 2019

A cosa serve il registro elettronico? - 3 - Ma anche What's Up, se per questo

La prof. Murasaki e i suoi alunni durante una lezione
Prima ora nella Seconda Invasata. Soliti saluti, buongiorno, come va eccetera. Poi comincio a risentire gli esercizi dati a casa, tra cui un gruppo di domande con risposta scritta.
"Prof, io questi non li ho fatti, non ce li aveva dati" spiega Atalarico, che era stato il primo fortunato chiamato a leggere le sue risposte.
"Sì che ve li ho dati. Ho detto che avrei finito di scrivere i compiti nel pomeriggio, e sono passati cinque giorni".
"Ma io non leggo il registro elettronico".
"Potevi chiedere ai compagni. So che questa classe ha un gruppo su What's Up e che lo usa anche per passare i compiti agli assenti e cose del genere".
"L'ho chiesto, ma nessuno mi ha risposto".
Vabbeh, poniamo che sia vero.
"In quel caso i tuoi compagni sono stati scorretti. È vero che è andata così?" chiedo alla classe con fare assai accigliato.
Qualcuno spiega che non c'era, che non ha letto la notifica, che non aveva il contatto, che era impegnato a salvare il mondo eccetera; e qualcuno aggiunge che lui il registro non lo può leggere. La classe si trasforma in una schiera di analfabeti digitali.
"Io però questi compiti li ho scritti cinque giorni fa. Come mai non hai cercati di leggerli prima, invece di metterti a farli ieri sera dopo cena?".
"Non sapevo che c'erano, l'ho saputo dopo. Io il registro non lo apro".
Va bene, Atalarico è in torto. D'altra parte è in torto anche la scuola che continua a distribuire password farlocche o che scadono improvvisamente durante l'estate. Fino a quel momento non mi ero preoccupata della cosa perché pensavo che il gruppo su What's Up avrebbe supplito alle carenze di Argo (o forse dovrei dire della segreteria che mal gestisce Argo?). 
Ma, in effetti, quanto è prescritto che un alunno debba sbattersi per avere i suoi legittimi compiti o per farli avere ai compagni distratti?
Così lascio momentaneamente da parte le istituzioni dell'Unione Europea e decido di informarmi meglio sul misterioso rapporto che la classe ha col tanto sbandierato Registro Elettronico.
Qualcuno spenge il cellulare dopo cena, o glielo fanno spengere i genitori. Di per sé non mi sembra una cosa sbagliata, e comunque delle regole di famiglia per principio non mi impiccio mai. Io stabilisco le regole in classe, la famiglia le stabilisce a casa.
Qualcuno apre il registro ma non vede i voti.
Qualcuno apre il registro ma non vede i compiti. 
Qualcuno non ha il permesso dei genitori di guardare il registro elettronico. Sgrano gli occhioni, ma sì, mi conferma che. Dice che non vogliono che veda i voti perché se no il voto risulta già visto e ai genitori non arriva la notifica e così i genitori non vengono informati se costui ha peso un votaccio.
La storia mi sembra troppo idiota per escludere che possa essere vera. Fossi il genitore di un ragazzo che ha trovato il modo di occultarmi i voti negativi in quel modo credo che mi limiterei a controllarli ogni giorno invece di impalettarlo in un divieto assurdo, e sarei pure rassegnata in partenza al fatto che se tuo figlio vuol fregarti un modo lo troverà di sicuro, esattamente come succede a noi insegnanti con gli alunni. Ma io non sono un genitore di adolescenti e non vivo immersa nella perenne tempesta emotiva che un figlio adolescente porta in famiglia anche solo per il semplice fatto di esistere e crescere: finite le mie lezioni li saluto e torno a casa dove un benefico silenzio e tre gatte fusaiole placano i miei nervi scossi - e a volte è difficile anche così.
Qualcuno non ce l'ha proprio, il registro elettronico, perché è arrivata la nuova app e in casa non sono riusciti ad installarla perché i cellulari sono del tipo più vecchio. In effetti la faccenda delle app che funzionano solo sulla versione dello smartphone più aggiornata in commercio mi è sempre parsa piuttosto sporca.
Qualcuno è convinto  che esista un registro versione ragazzi (con i voti ma senza i compiti oppure con i compiti ma senza i voti) e uno versione genitori.
Qualcuno vede solo una selezione scelta dei suoi voti, e questa l'avevo già sentita tre anni fa - senza sapere che dire perché io continuavo a vedere tutto quel che avevo messo e quindi sapevo una sega del perché Argo avesse deciso così.
E via e via, peggio dell'infinita serie del Qualcuno era comunista della buonanima di Giorgio Gaber
D'accordo, ricomincerò a dettare i compiti alla fine della lezione proprio come se non avessi il registro elettronico, e se mi viene in mente di aggiungerci qualcosa dopo la fine della lezione me la farò passare e aspetterò la lezione seguente; quanto al gruppo di What's Up si farà conto che i ragazzi lo usino solo per i cazzi loro - e, del resto, per cos'altro lo dovrebbero usare?
Ma forse la domanda del titolo andrebbe leggermente modificata in un più pertinente A cosa serve un registro elettronico che funziona poco e male?
A complicarci la vita, ovviamente. E, a quel che sembra, anche a complicare quella delle famiglie.

martedì 15 gennaio 2019

Sull'annosa e controversa querelle dei compiti da fare a casa (post noioso come un giorno di pioggia)

Questa non è in alcun modo una scritta polemica.
Oh no, essa non lo è. 

L'attuale ministro dell'istruzione Marco Bussetti non si è distinto finora per soverchio interventismo nonostante le accorate richieste di Ernesto Galli Della Loggia, anche se dietro le quinte, con alcune accorte circolari, è intervenuto in alcune questioni mostrando di possedere una certa dose di buon senso. Del resto il comparto della scuola in questo momento non va particolarmente di moda se non per operarci qualche moderato taglio e nessuna persona che lavora al suo interno desidera richiamare su di esso l'attenzione di questo governo - pur essendo indubbio che detto comparto richiederebbe diversi interventi  (ad esempio una seria riforma dei tecnici e soprattutto dei professionali, che andrebbero infine visti come qualcosa di più di un refugium peccatorum o un cassonetto della raccolta differenziata).

Ad ogni modo, in uno dei suoi rarissimi guizzi di interventismo detto ministro, partecipando a una  trasmissione radiofonica, aveva vagamente accennato all'opportunità che gli insegnanti non dovessero  dare troppi compiti durante le vacanze di Natale permettendo così ai ragazzi di farsi un po' di vita loro, e sembra che si fosse perfino spinto a promettere una circolare in tal senso. La promessa, se c'era stata, era stata comunque ben presto ridimensionata: evidentemente il ministro, al contrario di certi suoi colleghi di partito, ha dato una scorsa a qualche Bignami dedicato a "Diritti e Competenze di un Ministro" e dunque sa che un ministro non può impicciarsi di questioni  didattiche in base ad un preciso articolo della Costituzione; il tutto si era infine risolto con un vago invito alla riflessione sul tema "compiti a casa" inserito nel tradizionale biglietto di auguri che come ogni anno il Ministro ha mandato ai docenti che  sono in servizio - e che dunque io non ho avuto, ahimé, alcuna possibilità di vedere.
Per quel che ho potuto vedere in rete, la questione non ha sollevato alcuna polemica tra gli insegnanti; in compenso è stata titolatissima sui giornali ed è stato molto interessante (e divertente) leggermi i  commenti che fioccavano in coda ai vari articoli dove gli infiniti tuttologi sulla scuola di cui il nostro bel paese pullula si dividevano in due schieramenti assai nettamente contrapposti: da una parte chi, oltre ad appoggiare il pensiero  ministeriale, ne approfittava per proclamare l'assoluta inutilità di qualsivoglia compito da assegnare per casa, dall'altra chi invocava un totale de profundis  sulla scuola dato che l'assenza di una grossa mole di compiti da svolgere durante le vacanze di Natale avrebbe inevitabilmente condotto alla più assoluta decadenza e alla più totale ignoranza delle giovani generazioni. Vie di mezzo, non pervenute.

Per quanto mi riguarda, incontrerei senz'altro la più totale approvazione da parte dell'attuale ministro:  non solo non do mai compiti durante l'estate se non c'è un consistente debito di grammatica da recuperare - e in quel caso naturalmente lo do al singolo, e ben personalizzato, non certo all'intera classe - ma addirittura spingo il mio virtuosismo fino a non dare l'ombra di un compito a  nessuno per le vacanze di Natale, di Pasqua ed eventuali ponti lunghi, e anzi mi regolo in base a quello che chiamo il Principio del finale della Sinfonia degli Addii di Haydn
dove tutti gli strumenti si azzittiscono, uno dopo l'altro, avendo cura di concludere tutti gli argomenti avviati senza lasciare l'ombra di qualcosa in sospeso (tanto, casomai restasse   del tempo in più posso sempre piazzarci dentro qualche lettura o qualche prova scritta) - il tutto in base a una teoria sull'importanza delle pause cui mia madre, che è stata insegnante alle elementari, mi accennò distrattamente in un tempo remoto in cui non solo non insegnavo, ma nemmeno lontanamente pensavo che l'avrei mai fatto un giorno.
Questa teoria (che in realtà più che una teoria credo sia un dato di fatto, probabilmente comprovato da qualche tonnellata di letteratura scientifica e didattica) sostiene che oltre all'apprendimento attivo  all'individuo servono dei tempi di pausa per assimilare a livello profondo quel che ha appreso. Queste apparenti pause insomma fanno parte a tutti gli effetti del percorso didattico e permettono all'alunno di apprendere principi, concetti e nozioni ad un livello più profondo della lezioncina studiata a memoria per il giorno dopo.

Per quanto riguarda i compiti delle vacanze intermedie comunque per me giocano anche considerazioni più pratiche: perché, se le esaminiamo nel dettaglio, queste vacanze lunghe  non sono affatto lunghe come potrebbero sembrare dall'esterno. Tralasciando i ponti di primavera, dove di solito i ragazzi arrivano completamente cotti, peggio perfino degli insegnanti, e quindi si può solo ragionevolmente sperare  che li usino per ricaricarsi un minimo le batterie, le vacanze di Pasqua praticamente non esistono: il Giovedì se ne va in festeggiamenti per l'inizio delle vacanze, dopo di che rimangono Venerdí, Sabato e Martedì, perché Pasqua e Pasquetta annegano rapidamente nel nulla tra parenti e gite di fuori porta. Per giunta molte famiglie si attentano in quei giorni ad andare al mare o in gita turistica, e non vedo proprio perché dovremmo fargliene una colpa.
Le vacanze di Natale non risultano molto più lunghe, in realtà. Tanto per cominciare, assolutamente tutti ci arriviamo con le batterie completamente scariche (qualcuno pure con un filo o un cordone di depressione latente) per precise questioni medico-astronomiche. I giorni che precedono Natale sono, sempre e comunque, un delirio per tutti. Poi arrivano Natale e Santo Stefano col loro carico di parenti e di eventuali trasferte fuori città dai parenti e tirate mostruose per preparare la tavolata per Natale o arrivare adeguatamente carichi di regali di Natale per tutta la tavolata e/o preparare il proprio contributo per la tavolata in questione -  per tacere dei celebri conflitti di Natale che appesantiscono vieppiù quelle giornate e che tanti mirabili romanzi hanno ispirato  a tanti abili scrittori di polizieschi. Capodanno si porta dietro anche lui il suo bel pacco di preparativi, perché ormai sin da giovanissimi i ragazzi se lo gestiscono in proprio, a volte anche con una organizzazione piuttosto complessa, e così anche il 31 e il 1 se ne vanno, spesso con un discreto strascico di mal di testa e di intontimento che non è detto non si prolunghi fino al 2 Gennaio compreso. In mezzo ci sono spesso anche due Sabati e due Domeniche dove la vita si illanguidisce e rallenta piacevolmente. La Dodicesima Notte, detta anche Epifania, in buona parte d'Italia continua ad avere un suo peso nonostante lo strapotere di Babbo Natale, e in più abbiamo una vera infinità di visite per lo zio Evaristo, la zia Crodeganga e il nonno Narciso, che magari ne ha approfittato per finire all'ospedale onde meglio complicare la vita di tutti, senza contare che qualche famiglia desidera pure farsi un viaggetto, andare a trovare parenti o amici, fare una puntatina sulla neve, godersi un po' i regali di Natale, esibirli con gli amici e magari provarli con loro (i videogame, per fare un esempio a caso) - e c'è anche una bella fetta di famiglie che già il 22 Dicembre impacchettano la famiglia al gran completo e se ne vanno nella terra di origine per l'intero arco delle vacanze.
In mezzo a tutto questo, quanta voglia può avere una povera creatura in piena crescita di dedicarsi alle somme algebriche, ai diagrammi cartesiani, al predicato nominale o al genitivo sassone? Soprattutto quando l'alternativa a sì pallificanti attività è una bella pista da sci, i cugini che non vedi da tre mesi o una pizza con gli amici?

E infatti la cruda verità è che i compiti assegnati per Natale, Pasqua o i ponti primaverili sono quasi sempre fatti male, in modo frettoloso e trascurato, in mezzo a liti familiari, oppure direttamente non fatti. Gli unici che si impegnano per farli bene sono quelli che, lavorando regolarmente con grande  impegno ed eccellenti risultati, più di tutti avrebbero diritto a godersi una bella pausa - e tuttavia anche da loro possono venire amare sorprese e curiose defaillance.
Insomma  anche tralasciando la teoria delle pause, assegnare compiti per le vacanze di Natale e Pasqua e per i ponti primaverili è per lo più una grande perdita di tempo e implica un discreto spreco di risorse e spesso anche alcune arrabbiature non programmate e del tutto superflue.

Ed eccoci al secondo corno della questione: i compiti a casa durante l'anno scolastico. Perché esiste un movimento di pensiero, non so quanto consistente, e l'inevitabile gruppo su Facebook (oltre, immagino, a una miriade di gruppi su Whatsupp) che sostiene l'assoluta inutilità dei compiti a casa vedendoli solo come una forma di accanimento da parte dei docenti contro i ragazzi, tanto inutile quanto crudele, e ne vorrebbero la totale abolizione per legge (il che è del tutto impossibile in base al già citato articolo della Costituzione che tutela il principio della libertà didattica).
Partiamo da alcune considerazioni, tanto banali quanto noiose ma necessarie.
Punto primo: a parte qualche rarissimo caso di manifesta insania mentale che si risolve in smania punitiva verso gli alunni colpevoli di esistere, nessun insegnante dà troppi compiti a casa: ognuno di noi, in scienza e coscienza, è convinto di dare esattamente i compiti necessari e non una sola goccia di più o di meno di quel che è suo preciso dovere.
Punto secondo: sarebbe vano negarlo, il problema principale sono i compiti delle materie umanistiche e scientifiche - in pratica i docenti di lettere, matematica e lingue straniere, soprattutto alle medie.
Punto terzo: i genitori nei compiti a casa non dovrebbero impicciarsi né tanto né poco: non ne dovrebbe essere dato per scontato l'intervento, non dovrebbero avviare gare a chi fa meglio i compiti dei figli, non dovrebbero insistere e litigare perché i compiti vengano fatti, solo sfoggiare un atteggiamento mediamente severo e coerente qualora qualche nota li informi che la loro prole non svolge incompiti assegnati con la dovuta regolarità.
(E se non li fa? Se la vedrà con l'insegnante, con i quattro che fioccano, con i compiti estivi, con l'eventuale bocciatura che potrebbe fargli un mondo di bene. Oppure, molto più probabilmente, si adatterà a fare i compiti dopo qualche iniziale resistenza e qualche settimana senza cellulare).
Al netto di questa raccolta di banalità di cui mi scuso, rimane una considerazione ancora più banale:
Per come è impostata attualmente la scuola italiana, un certo ammonto di compiti da svolgere al di fuori delle lezioni è ritenuto indispensabile da quasi tutti i docenti di quasi tutte le materie. I pochi che fanno eccezione seguono per lo più tecniche di didattica sperimentale o si adattano come possono a situazioni particolarissime. 
C'è infatti una parte di lavoro che è indispensabile che l'alunno faccia da solo o con pochissimi compagni ed è la parte che riguarda l'elaborazione autonoma (detta anche rimasticazione digestione) di quanto in classe è stato detto, spiegato, elaborato, insomma fatto tutti insieme. Lì ci si rende conto se quel che in classe sembrava tanto chiaro lo è davvero, oppure se quel che era sembrato tanto astruso lo è ancora, una volta   affrontato a mente fredda; lì si manda  a memoria quel che va mandato a memoria di regole e formule, lì si completano in autonomia i disegni impostati in classe eccetera. Si tratta insomma di una forma di fissaggio del lavoro dove si rimette quanto detto e fatto nel caos della lezione collettiva.
Il peso di questo lavoro varia a seconda del grado di concentrazione con cui viene svolto, dell'attenzione prestata in classe ma soprattutto dell'allenamento: l'abitudine a fare regolarmente i compiti li rende più facili, come succede con tutti i tipi di lavoro. 
Fatti con la dovuta concentrazione e  l'impegno adeguato, senza il peso emotivo di litigi in famiglia, sostentati da una buona merenda e con una certa atmosfera rilassata intorno (che può includere anche una buona colonna sonora ma dove un cellulare acceso puntato su un social risulta del tutto deleterio) i compiti a casa sono utilissimi e di solito anche piuttosto rapidi da svolgere. 
Fatti distrattamente, messaggiando in lungo e in largo, con genitori-avvoltoi che ti spronano e puntellano in continuazione (o che sbroccano perché in metà pomeriggio sono state fatte tre espressioni su sei e solo a prezzo di ore di martellamento), senza riguardare le istruzioni e la lezione cui si riferiscono, sono del tutto inutili e possono anzi accrescere la confusione del fanciullo o della fanciulla di turno.
Naturalmente il genitore sensato, che vede e conosce il quadro completo della situazione, può decidere in circostanze particolari (non solo se è crollato il tetto di casa o se la creatura  ha avuto un attacco di peritonite: va bene anche una uscita di famiglia decisa sull'ispirazione del momento o i festeggiamenti di un compleanno che si sono prolungati più del previsto) di giustificare la prole: se fatta con criterio e parsimonia, l'uso delle giustificazioni familiari può alleggerire una situazione che rischia di avvitarsi su sé stessa e in presenza di un impegno costante qualche occasionale giustificazioni non lascia danni né tracce.
Infine: siccome il sovraccarico di compiti si verifica in presenza di più insegnanti convinti che esista una sola materia, ovvero la loro (il singolo docente di solito non riesce a fare danni più di tanto) in certi casi è opportuno che i genitori, laddove la questione non riguardi solo due o tre singoli alunni, superata  la fase della mormorazione tra di loro, affrontino apertamente la questione ai Consigli di Classe con dolce fermezza e senza troppi proclami. Gli insegnanti naturalmente non gradiranno e borbotteranno assai peggio di pentole ricolme di stracotto, per poi lamentarsi moltissimo tra loro su questi ragazzini viziati e questi genitori che si allargano troppo, ma quasi sempre ne terranno conto, non fosse che per scansare grane future. Del tutto sconsigliabile invece scavalcare il Consiglio e andarsi direttamente a lamentarsi dal Preside, che più di tanto non può intervenire (e se lo fa se la prende solo con l'ultimo supplente arrivato, quello con la posizione contrattuale in apparenza più fragile) e di solito se la cava con un vago richiamo in Collegio Docenti dove evita con cura di spiegare quale classe si è lamentata e di quali insegnanti si sta parlando,
con grande irritazione del corpo docente e soprattutto di chi non è colpevole ma  sarebbe anche disponibile a farsi un esame di coscienza, però prima di avviare il doloroso processo vorrebbe la certezza che la questione lo riguarda.

Personalmente in classe applico molto la tecnica della contrattazione sindacale: dall'apposita colonna del registro, manuale o elettronico che sia, è facile vedere se qualche collega è, diciamo, molto assiduo nell'assegnazione dei compiti a casa e avendo di solito molte ore in una classe imparo a concentrare i compiti in certi giorni più che in altri. Soprattutto chiedo: "Come siete messi per Giovedì? VI va bene se il tema ve lo do per la settimana prossima? Ci sono problemi per Martedì, visto che avete la verifica di inglese?". Qualche moderata concessione ha spesso un effetto molto positivo sulla disponibilità degli alunni.
Va detto anche che ho un sistema di controllo piuttosto accurato e quando non mi consegnano i compiti divento una belva, ma questa è altra storia.

martedì 11 ottobre 2016

Piccolo vademecum per i genitori sui compiti a casa (ma questa volta il post è di Galatea)

Così innocenti, e così ingannevoli...

Così parlò Galatea con encomiabile saggezza in Piccolo vademecum per i genitori sui compiti a casa:


Visto che l’argomento compiti a casa suscita vespai di polemiche, e pare che noi insegnanti siamo insensibili al grido di dolore dei genitori, ecco a loro uso e consumo un piccolo elenco di consigli per affrontare i compiti a casa aiutando i figli a farli e non sostituendosi a loro.
  1. Vostro figlio è intelligente. Piantatela di trattarlo come se fosse ancora un lattante con il pannolino. Se il compito è stato assegnato dall’insegnante, vuol dire che è pensato per un ragazzino di intelligenza normale della stessa età del vostro. Se è preso da un libro di testo, vuol dire che è stato scritto da un team di esperti che si occupano di editoria scolastica da decenni. Se è un compito pensato dall’insegnante, vuol dire che è stato pensato da un tizio che conosce la classe di vostro figlio, vostro figlio e sa cosa ha spiegato in classe. Quindi è altamente probabile che il ragazzino lo sappia e lo possa fare senza aiuto. Fidatevi.
  2. «Non ho capito l’esercizio, non ci riesco!.» Prima di correre in aiuto al povero bimbo vessato da insegnanti crudeli fate qualche domanda più precisa. Lo so, sono le otto di sera, voi siete stressati e il bimbo vi guarda con occhioni da cucciolo come Bambi guardava la mamma prima di vederla morire. Lo fanno sempre. Anche con noi in classe. E sanno benissimo che funziona. Sono abituati che con questa tecnica un adulto pietoso si sente in dovere di fare l’esercizio al posto loro. No. Prima di tutto, circoscrivere il problema con alcune domande: «Cosa non hai capito?» Se risponde, come capita nel 90% dei casi, «Niente!» campanello di allarme che suona nella testa. Quasi sempre non ha letto la consegna o l’ha letta di corsa e di malavoglia. Rileggetela con lui e domandando cosa esattamente non ha capito, chiedendogli di spiegare la consegna con parole sue. Se non sa il significato di una o due parole si guarda sul vocabolario. Nella stragrande maggioranza dei casi, magicamente questo risolve tutto. Quando il ragazzino capisce che non ve la fa, si rassegna a fare l’esercizio. Se invece attacca con: «Ci ho provato, ma non ci riesco!» con un gran sorriso dite: «Ok, fammi vedere come hai provato e vediamo assieme qual è il problema.» Anche qua, nel 90% dei casi scoprirete che non ha mai nemmeno provato a risolvere la cosa, certo che l’avreste fatto voi.
  3. «Ci ha dato gli esercizi su cose che non ha spiegato!» Improbabile. Anche qua gran sorriso e domandare: «Ma hai degli appunti presi in classe? degli schemi? » Se comincia a bofonchiare, probabilmente la spiegazione da qualche parte c’è, ma è stata ingoiata da qual mare nero che è lo zaino, o giace scribacchiata su foglietti volanti persi chissà dove. Se invece l’argomento è spiegato sul libro, anche qua prima di fare gli esercizi gli si dice di leggere bene le pagine del libro e ripeterle usando parole sue. Nel 90% dei casi, magicamente, questo risolve i problemi. Non è che l’insegnante non spiega, è che il ragazzino cerca di fare i compiti senza aver prima studiato o ripassato quanto era stato detto in classe. Ci abbiamo provato tutti, da ragazzini.
  4. «Non ho i compiti/ ero assente/non l’ho scritto sul diario/non ho capito cosa si deve fare!» E subito i genitori si lanciano nella chat di classe su Whatsapp per tormentare tutti gli altri genitori ed avere consegne. No. Caspita, segnarsi i compiti è una cosa che deve fare il ragazzino. Se è stato assente, è lui e non voi che dovete arrabattarvi per scoprire cosa c’è da fare. Quindi lui chiama il compagno e si fa dare i compiti, gli appunti, le fotocopie. Non voi. Se era assente, telefona ad un compagno. Se era a scuola e non li ha segnati, si arrangia a recuperarli da solo. Se non ha capito cosa deve fare, si ricade nel caso sopra: si chiede di preciso qual è il problema, non si rompono le scatole a tutti gli altri genitori per tutto il pomeriggio.
  5. «Non so fare l’esercizio.» Se nonostante tutto il ragazzino non ce la fa comunque a farlo da solo, bene, l’esercizio non si fa. Il ragazzino la mattina seguente andrà immediatamente dall’insegnante appena entra in classe e gli dirà che non ha proprio capito come andava fatto. Gli insegnanti servono a questo ed è importante per loro avere questi riscontri, perché aiuta anche a calibrare in futuro gli esercizi da dare al ragazzino o all’intera classe. Quindi se non capisce, chiede. Deve abituarsi ad affrontare questa situazione, perché è chiedendo spiegazioni che si impara. E deve farlo lui, non voi. Non scrivete sul libretto all’insegnante giustificazioni. Se per caso l’insegnante dovesse dare una nota, allora e solo allora scrivete due righe sul libretto spiegando che aveva provato a risolvere l’esercizio e non era riuscito. Ma prima verificate che il ragazzo sia andato subito dall’insegnante a spiegare che non aveva fatto l’esercizio, e non abbia cercato invece di fare il furbo stando zitto, perché nel qual caso la nota è più che giustificata.
  6. Se poi vi rendete conto che proprio il ragazzino non ce la fa, non riesce a capire le consegne più semplici, non segna i compiti sul diario, è disorganizzato, i compiti sono una vera e propria agonia e non ha nessuna autonomia nel farli da solo ma abbisogna della vostra costante presenza per risolverli, eh allora c’è davvero qualcosa che non va. Ma non nella quantità di compiti. Potrebbe essere un disagio del bambino. Parlatene con gli insegnanti e considerate a quel punto di concerto con loro di rivolgervi ad uno specialista. Ma, credetemi, sono casi rari. Quasi sempre le grandi difficoltà dei ragazzini si risolvono immediatamente appena si rendono conto che non possono delegare a voi le cose e devono fare da soli. Imparano ad organizzarsi e a studiare. Diventano grandi. Il che vuol dire che voi siete un po’ meno necessari, e questo può far male, perché finché dipendono da noi noi ci sentiamo utili e giovani. Ma anche questo è essere genitori: stare un po’ male perché loro stiano meglio.