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domenica 31 dicembre 2023

Il divario generazionale (post confuso e inconcludente ma scritto con tanto sentimento)

I ragazzi di oggi non sono strani, sono solo un po' imprevedibili

Ho cominciato a insegnare quando avevo trentotto anni. Tra me e i miei alunni c'era una generazione abbondante* ma all'epoca ero più giovane di buona parte dei genitori con cui parlavo. 
Conoscevo molte delle loro letture, abbiamo vissuto insieme la seconda parte, quella più drammatica, della saga di Harry Potter e con loro ho parlato dei film del Signore degli Anelli. Ho condiviso anche una parte dei manga che leggevano; guardavano Inuyasha, Ranma e Gundam che era finalmente ritornato sugli schermi dopo una lunga serie di diatribe legali; ci scambiavamo battute sui Super Sayian. Conoscevo le canzoni che ascoltavano.
Non ero una di loro, naturalmente, e non ho mai cercato di esserlo, ma eravamo relativamente vicini. In tanti non avevamo il cellulare. Gli davo consigli su come navigare in rete - questo, in effetti, lo faccio ancora. Il canone della letteratura era ancora quello con cui ero cresciuta io.
Gli anni sono passati. Le canzoni che girano oggi non le capisco più - credo sia un fatto genetico, la musica si evolve e le frequenze cambiano, anche i miei facevano fatica a capire perché certe musiche mi piacevano, e non per partito preso. I classici per ragazzi dell'Ottocento non fanno più parte delle letture quasi obbligatorie i bambini, i mangaka hanno cambiato tratto e solo di recente mi ci sto riconciliando (in compenso è diventata estremamente di moda la favola dello Schiaccianoci, tanto che l'immane quantità di principi Schiaccianoci che ho trovato in giro questo Natale mi ha quasi dato il rigetto). Il cambiamento è arrivato gradualmente ma me lo sono trovato davanti con più evidenza dopo quel gruppo di anni che per me comprende prima la mia malattia e poi il tempo della pandemia.
In mezzo a questo gruppo di anni ci sono state anche altri fattori: la guerra in Ucraina, che ha cambiato il modo di vedere il mondo, le alleanze e perfino gli eserciti, ma anche il tema dell'ecologia - che siamo d'accordo che circolava già quando facevo le elementari, ma che adesso ha una presa molto diversa - per esempio un gruppo non minimale nella Terza Sfigata è vegano e i ragazzi sanno una infinità di cose sulle tematiche ambientali e sulla transizione energetica.
Questo influisce anche sui programmi: è diverso l'approccio alla geografia ma anche il modo di interpretare la storia, e non solo quella dell'ultimo secolo; il canone letterario sta scivolando in direzioni imprevedibili - e non parliamo della mitica questione dell'LGBT+, dove sono ben più istrutti di me, laddove fino a pochi anni fa mi ritrovavo a spiegare pazientemente a taluni che essere gay non era una malattia né una criticità. Inoltre la disastrosa esperienza del lockdawn ci ha assai più informatizzati, accelerando molto un processo che era già in atto da diversi anni.
Concludendo questa colossale vasca di acqua calda, dopo vent'anni passati a dire che in sostanza non vedevo tutta questa differenza tra le nuove generazioni e quella in cui ero cresciuta io, adesso la differenza la vedo eccome. Probabilmente è stato un progressivo scivolare che i due anni della malattia, in cui ho avuto una strabordante quantità di tempo per pensare ai massimi sistemi, mi hanno aiutato a mettere a fuoco, ma ci sono stati anche dei discreti scossoni dal mondo esterno.
E poi ci sono stati anche gli anni che passavano: quando sono salita in cattedra per la prima volta avevo smesso di studiare da pochi anni (mi sono laureata con comodo, ma poi ho anche fatto due anni di scuola archivistica). Adesso sono quasi venticinque anni che insegno e più di quindici che ragiono sul fatto di fare l'insegnante da questo blog; quando ricordo i tempi andati in cui ero alunna di solito esordisco con un "quando facevo questo e questo, cinquant'anni fa, era tutto diverso" per poi partire con i racconti accanto al fuoco e un nemmeno tanto vago tono da "tanto tempo fa, in una galassia molto lontana".

In mezzo a tutto questo, com'è cambiato il rapporto con i ragazzi?
Sostanzialmente in meglio - anche perché quando gli anni passano, si portano dietro anche quella santa cosa che è l'esperienza, che è sempre un grande aiuto per chi insegna, e quindi se una situazione si presenta all'apparenza nuova, ho comunque un archivio ormai abbastanza ricco da consultare. Nessuno si bagna due volte nello stesso fiume, ma con l'andare del tempo ogni fiume presenta qualche tratto di somiglianza con altri fiumi conosciuti e anche se sei cambiato, da ognuno di quei fiumi hai imparato qualcosa - almeno, si spera. Dopo la malattia sono diventata molto più scivolosa e ho imparato molto sull'arte di ammorbidire il terreno prima di intervenire. Inoltre il fatto di avvertire i ragazzi come ormai tanto diversi da me mi ha reso molto più prudente ma anche più pronta a cogliere le atmosfere. 
Come si gestisce una classe di cui potresti essere la nonna? Molto semplicemente si fa la nonna. Le nonne, è noto, sono diverse da te ma sono indulgenti e comprensive e sanno tante cose (non tutte, certo. Ma nessuno sa tutto, giovane, vecchio o mezzano che sia). Inoltre i nonni hanno una loro autorità tutta particolare, un po' diversa da quella dei generici adulti
Per loro sono diventata una figura fuori dal tempo. La loro vita non sarà con me, sarà con i loro compagni o con chi ha l'età dei loro genitori. Io sono una specie di terra franca con cui possono essere sé stessi senza preoccupazioni. I nostri mondi sono diversi, ma possiamo sempre incontrarci in molti punti, e io so raccontare un sacco di storie che loro non conoscono.

In sintesi, come si gestisce il divario generazionale?
Non si gestisce, si vive. Si prende atto che le cose sono diventate diverse ma senza cercare di cancellarle, queste differenze, e senza cercare di forzare nessuno in un canone che non funziona più.
Poi ci sono i pronomi, certo. Le nuove generazioni devono, anche loro, soprattutto loro, saperli usare bene. C'è l'ortografia, che un po' sta cambiando ma non quanto credono loro - per lo meno, non ancora. E ci sono anche gli inevitabili cambiamenti lessicali e pure grammaticali che ci ricordano che magari l'Italia è un paese in decadenza (ma chissà, lo siamo già stati tante e tante volte...) però evidentemente è vivo e lotta insieme a noi, visto che la lingua cambia.**
E poi, da chi è diverso da noi, c'è sempre tanto da imparare. Vale per me e vale per loro.
Buon anno a tutti, e possano gli inevitabili e spesso auspicati cambiamenti essere positivi per tutti.
"Little Balls of Purr" by Dragarta.
(sì, mi identifico molto con la Nonna Draga)

* o forse due, adesso le calcolano in modo diverso, dieci anni invece di venti, mi sembra.
** fermo restando che, cambiamento linguistico o no, i pronomi s'hanno a usare bene per riuscire a farsi capire.

sabato 14 ottobre 2023

Sulla grande importanza di leggere (o almeno ascoltare) le istruzioni per l'uso

Uno scolaro della prof. Murasaki esprime senza infingimenti la sua personale opinione sull'importanza da attribuire alle istruzioni che gli/le vengono impartite.
Con l'andare degli anni le mie verifiche di storia sono diventate sempre più lasche. Taluni preparano complessi compiti a crocette con edizioni speciali per i DSA e i DVA*, altri fanno compiti con domande graduate per difficoltà, ma io ho sviluppato uno stile molto particolare, dettato anche dal desiderio di risparmiare carta: infilo una serie di domande (di solito da 10 a 20), alcune dettagliate, altre generiche, spesso chiedo opinioni su questo e su quello, e infilo sempre un gruppetto molto facile alla portata dei DVA, che comunque fanno il compito assistiti, o meglio sostenuti dall'insegnante di ciò incaricato.
Le istruzioni sono semplici: rispondete alle domande che volete, nell'ordine che volete, potete rispondere anche a più domande insieme in una unica risposta. Non do nemmeno i tempi: chi finisce consegna, e quando l'ultimo ha consegnato il tempo scade, salvo che suoni la campana dell'uscita o dell'intervallo e allora ritiro tutto. Per i DSA e i più inquieti aggiungo la possibilità di uscire a farsi un paio di vasche in corridoio prima di rientrare, rileggere e consegnare. Se qualcuno vuol mangiare lo può fare al banco o uscendo in corridoio. Chi vuole andare in bagno ci va quando gli pare. Chi ha dei dubbi si alza e viene alla cattedra a chiedere, e se qualcuno si trova meglio a scrivere su carta a quadretti, bene, scriverà su carta a quadretti.
Questa volta ho anche abolito i numeri delle domande, perché l'ultima volta che ho corretto un compito di storia mi sono accorta che non le controllavo mai: la risposta mi richiamava automaticamente alla domanda - e a ben guardare, se uno si mette pazientemente a inanellare le possibili cause della prima guerra mondiale è possibile, pensa un po', che la domanda sia qualcosa del tipo "Perché è scoppiata la prima guerra mondiale?", mentre se mi racconta delle 95 tesi di Wittenberg è probabile che la domanda riguardasse la nascita della riforma protestante o Lutero.
Di fatto non mi interessa molto che conoscano la piccola risposta a una piccola domanda (qualche volta faccio anche consultare il libro, o ne tengo uno aperto sulla cattedra) ma che mi impostino un racconto - e a volte perfino una mappa concettuale - decente con cause, effetti e cose del genere.
Questo tipo di compiti permette a chi ha studiato con cura di farsi valere, ma consente anche a chi non si è consumato gli occhi sul libro di utilizzare quello che comunque sa, oltre a lasciare regolarmente in mutande chi non ha letto né ascoltato alcunché.
Il voto è una generica media tra le conoscenze dimostrate e come han saputo infilarle in un discorso di senso compiuto, e valgono anche gli errori di ortografia e i nomi scritti a cazzo di cane, anche perché all'occorrenza e su richiesta quelli più complicati li scrivo alla lavagna o a chi viene a chiederli - e mi permette anche di non annoiarmi soverchiamente mentre correggo.
Stavolta il compito presentava anche una richiesta un po' diversa dal solito: le dieci principali date per Napoleone, disposte in ordine cronologico.
Non c'erano arrivati del tutto impreparati: per quel giorno avevo ordinato che si preparassero una cronologia di Napoleone con tutte le date indicate nel libro, che potevano consultare durante il compito. Non era una domanda facile: gli anni mi hanno dimostrato che, anche se per me ripassare storia voleva dire principalmente mettere in fila un po' di date importanti, che poi a metterci il tessuto connettivo ci pensavo sul momento e mi riusciva facile, non tutti ragionano come me - e d'altra parte, nonostante di fondo disapprovi il nozionismo, secondo me la conseguenza degli avvenimenti un certo peso a Storia ce l'ha, per stranio che possa sembrare.
Non era il loro primo incontro con la cronologia, ma ben tre di loro mi hanno chiesto se andava bene scrivere le date e gli avvenimenti tutti di fila.
"NO! Ogni riga una data. Non abbiate paura di sprecare carta, l'Amazzonia non si estinguerà solo perché andate a capo per ogni data!" ho risposto invariabilmente.

Quest'anno la Terza Sfigata si è arricchita di un nuovo elemento: Morgana, una fanciulla piuttosto introversa e con qualche problema con i congiuntivi, ma che sembra comunque un buon elemento e ha la penna facile e una prosa piuttosto scorrevole. In effetti, sto ancora cercando di capire che pesce è.
Sta di fatto che, quando ha consegnato un fluviale compito, mi ha mostrato una lunga cronologia dove non è andata a capo.
"Questo sta a significare che non solo non hai ascoltato le istruzioni che ho dato all'inizio, ma nemmeno la risposta che ho dato ai tuoi compagni, che me l'hanno chiesto ben tre volte" ho commentato di malumore.
Lo ha ammesso, un po' contrita (ma non quanto avrebbe dovuto, a mio avviso).
E' seguita perciò una tirata sull'importanza di stare ad ascoltare le istruzioni, quando vengono date.
"Dovete ascoltare le istruzioni, sempre! Io non voglio nemmeno immaginare cosa combinerete alle lezioni di scuola guida, o quando dovrete fare un intervento chirurgico. E se fate i terroristi, se non ascoltate le istruzioni del fabbricante di esplosivi non solo non riuscirete mai a far saltare il ponte, ma salterete in aria molto prima voi!!!".
Il problema di far saltare correttamente un ponte ritorna spesso nelle mie esortazioni, non so perché. In effetti a St. Mary Mead abbiamo un ponte, anche piuttosto bello, e in effetti è stato fatto saltare durante la seconda guerra mondiale (ma i tedeschi, quando si occuparono della cosa, non pasticciarono affatto con le istruzioni, come è ben testimoniato dalle foto dell'epoca). Non ho mai avuto alcun desiderio di farlo saltare né mi risulta che alcuno ci abbia mai provato, dopo che è stato ricostruito a guerra finita. E tuttavia più volte ho rimproverato i miei alunni perché non avrebbero mai saputo come farlo saltare se non imparavano ad ascoltare le istruzioni che gli venivano date. Vai a capire perché ci insisto tanto.

In questi anni c'è un gran rifrullo di discussioni sul Grave Problema che i giovani d'oggi hanno con la comprensione del testo, e circolano gran copia di complesse istruzioni su come i ragazzi vadano guidati passo passo nella complessa arte di capire un testo. Di solito le ignoro (applicando a tal scopo la stessa identica tecnica di molti alunni: annoiata già alla terza riga, lascio perdere il tutto).
La mia personale teoria è che, laddove non sussistano gravi problemi legati a ritardo mentale o simili, la vera difficoltà per ottenere delle risposte valide alle domande di comprensione del testo è convincerli a sopportare la noia delle domande e leggerle con attenzione, invece di scavalcarle. Ognuno di loro nella vita di tutti i giorni affronta questioni molto più complicate del rispondere a un po' di domande di comprensione di un testo, e mi rendo conto che spesso sono domande noiose e di cui sfugge il senso (a prima vista: se guardi bene un certo senso di solito ce l'hanno ed è appunto di controllare se l'alunn* è in grado di estrarre le informazioni da un testo, importanti o meno che siano tali informazioni. E' importante che sappiano farlo, all'occorrenza? Oso dire di sì, e non solo per prendere un buon voto alla prova Invalsi).
Naturalmente capisco il loro punto di vista; e del resto, quanti adulti leggono con cura tutte le istruzioni prima di accendere un elettrodomestico nuovo? Non proprio tutti tutti tutti, per quel che mi risulta.
Tuttavia, per quanto infiliamo la spina e partiamo sia di solito il mio motto, quando mi mandano un questionario da compilare leggo le domande con molta attenzione appunto per evitare di rispondere cose che non c'entrano niente con la domanda, e se chiedo una informazione di solito sto anche ad ascoltare la risposta. Mi rendo conto che ai loro occhi ascoltare quel che si dice a scuola non è importante, di solito. Ma secondo me devono entrare nell'ordine di idee che anche a scuola le istruzioni vadano ascoltate, per quanto noiose possano sembrare.

* che sono poi gli alunni con l'insegnante di Sostegno

venerdì 25 agosto 2023

Il club dei perdenti - Andrew Clements

Da quando ho imparato a leggere, a cinque anni e senza che nessuno abbia capito come ho fatto visto che non era stato tentato in alcun modo di insegnarmi prima del tempo, ho sempre sofferto di una certa dipendenza dalla lettura. Se per qualche motivo passo due o tre giorni senza immergermi in qualche libro avverto una sorta di fastidio di fondo che provvedo a curare al più presto con una seduta di lettura di parecchie ore. E' una cosa che ho ereditato da mia madre e che caratterizzava anche mia zia, ed entrambe l'avevano ereditata da mia nonna. Alla lettura ho sacrificato un buon numero di ore di sonno, qualche fettina della mia (non ricchissima) vita sociale e un bel po' di ore che avrebbero dovuto essere dedicate allo studio e alle faccende di casa. Anch'io, come Pennac, sono convinta che se si vuol leggere il tempo si trova - basta toglierlo a qualche altra attività, certo.
La piacevolissima sensazione che si prova quando si alza il ponte levatoio, si riesce a non avere intorno nessuno che ti disturba e ci si tuffa in un libro è, di fatto, quella che caratterizza qualsiasi altra forma di dipendenza; al contrario di molte altre dipendenze,  questa di solito non è vista come qualcosa di negativo e talvolta è perfino incoraggiata o lodata - ma di dipendenza si tratta.
Quando arriva il momento in cui la nobile attività della lettura comincia a sconfinare con una fuga dal cosiddetto mondo reale? 
Dipende. Il punto è che, godendo l'amore per la lettura di una certa approvazione sociale, la questione viene di solito ignorata e quelli che la conoscono meglio sono, di solito, proprio le persone che gestiscono la cultura, e che si guardano dallo svelare certi retroscena a chi non fa parte della loro confraternita. Tra l'altro il lettore compulsivo ha la grande caratteristica positiva di non rompere le scatole a nessuno, e questo ne fa un elemento prezioso in una società sovraffollata come la nostra.
Ci sono molti genitori che si preoccupano se i figli passano troppo tempo alla televisione o al computer, e qualcuno si impensierisce perfino se si esercitano troppo al violino, alla chitarra o alla batteria (soprattutto per i problemi che questo può creare con il vicinato). Se però il figlio in questione legge, quasi mai la cosa è considerata un problema.
Quasi mai.
Alec, il protagonista di questo bel romanzo, è per l'appunto un ragazzo di dodici anni che si è lasciato un po' prendere la mano da un passatempo generalmente ritenuto almeno innocuo, se non addirittura proficuo e degno di lode. Legge, gli piace leggere, passa tutto il suo tempo libero a leggere... anche durante le lezioni a scuola. Quando arriva al secondo gradi di istruzione (le nostre medie) il corpo insegnanti, avvisato dai colleghi delle elementari, stabilisce che la cosa va in qualche modo arginata prima di sfociare in un danno per il percorso di apprendimento del ragazzo.
I genitori di Alec sono persone di una certa cultura e di notevole intelligenza e apertura mentale, ma alla fine ammettono il problema e si accordano con il preside e gli insegnanti per una particolare sorveglianza che obblighi il ragazzo a concentrarsi su quel che avviene a scuola, e lo vincolano a raggiungere un certo livello di profitto scolastico se non vuole vedersi togliere i pochi altri divertimenti che ama oltre alla lettura.
L'arrivo di tutti questi paletti e sanzioni che lo distoglieranno (orrore!) da parecchio del tempo che il Nostro è uso dedicare alla lettura si sommano ad una particolare circostanza: per motivi di lavoro i genitori l'hanno iscritto al tempo prolungato, che prevede che nel pomeriggio i ragazzi si dedichino alle attività del loro club. 
Quale club?
Vengono offerte diverse possibilità, ma gli alunni possono comunque fondare dei club a loro scelta che riguardi qualcosa che li interessa; l'unica regola per fondare un nuovo club è che abbia almeno due soci - che, va detto, è una pretesa più che ragionevole.
C'è un club che si dedica a fare i compiti per casa, un non ben definito club che si occupa della Cina, un club sportivo (molto gettonato), club di robotica, scacchi, Lego, disegno...
Famiglia e insegnanti premono perché Alec si segni per passare quelle tre ore preparando i compiti per casa. Alec invece - sorpresa! - è molto attratto dall'idea di fondare un club di lettura: ma non un classico club del libro dove si analizzano e commentano i libri letti, bensì un club dove ognuno legge quello che gli pare per tre ore di fila e non viene nessuno a rompergli le scatole.
Per funzionare bene quel club non deve avere troppa gente; minimo due, dice la regola. Per trovare la seconda firma Alec si guarda intorno e, dopo attenta osservazione, tampina una ragazza che è molto assorta nel suo libro. 
Ovviamente la prima risposta che ottiene è qualcosa del tipo "Lasciami in pace e non disturbarmi", il che dimostra che ha scelto la persona giusta. Gli ci vuole un po' per farsi ascoltare ma infine i due si accordano e nasce il club. Per evitare che altri si iscrivano, Alec ha l'eccellente idea di chiamarlo Il club dei perdenti. Il nome non viene accolto con entusiasmo dagli educatori che gestiscono tutto l'insieme, ma alla fine passa. E così sia Alec che la sua compagna hanno tre ore da dedicare in silenzio alla loro attività preferita: leggere.
Naturalmente questo stato di beata solitudine e farsicazzipropritudine non durerà a lungo e sorgeranno varie questioni legate alla inderogabile necessità di avere a che fare comunque con degli esseri umani. Il club ben presto si allarga, inizialmente con persone desiderose di leggere in solitudine, poi con persone stufe del club sportivo dove c'è una gerarchia troppo precisa, poi da un gruppo di ragazze che desiderano leggere, ma che leggendo chiacchierano molto (per loro verrà istituito un tavolo a parte), da persone stufe del loro club che desiderano prendersi un po' di pausa (il meccanismo dei club è elastico e consente piccole digressioni e anche cambi di club) eccetera. La trama è molto gradevole e interessante, e devo dire che è un libro dove ci si tuffa con gioia alzando il ponte levatoio e sbattendo fuori a calci chiunque si azzardi ad interromperti.
Pian piano la dipendenza di Alec si smorza dalle punte più esasperate e il ragazzo si ritrova di buon grado a interagire con altri esseri umani e perfino a parlare con loro delle varie letture, e il giorno dell'Open Day, dove i club presentano le loro attività alle famiglie, finisce assai in gloria, come del resto avviene anche con la pagella di Alec.
Il romanzo ha un ottimo ritmo, non è molto lungo e soprattutto presenta una splendida caratteristica: non ha punti morti. Funziona bene sia che venga letto in poltrona e senza rompiscatole intorno, sia che venga letto sotto l'ombrellone con torme di ragazzini urlanti che giocano a pallone tampinati da genitori ansiosi.
Come lettrice un tantino compulsiva ho trovato diversi spunti di interesse, ma come insegnante mi sono trovata a pensare che il sistema scelto da quella scuola per il tempo prolungato presenta diversi aspetti positivi, e da questo romanzo anche gli insegnanti che leggono ogni tanto, ma senza farne una malattia se non gli succede di farlo tutti i giorni, possono trovare abbondante materia di riflessione.
Non so che effetto possa avere sui ragazzi - buono, credo; in ogni modo è uno dei libri che ho comprato alla Mostra del Libro per la biblioteca, e forse durante l'anno avrò qualche riscontro.

lunedì 1 maggio 2023

Di climi e biomi e di lavori edilizi fatti male

Parlando di stagioni, un bel gatto primaverile è di rigore
L'anno scolastico volge ormai alla fine e non ho ancora parlato delle mie nuove classi - che tanto nuove ormai non sono più.
Sono due prime. Piccole. Non tanto perché il numero di alunni è piuttosto ridotto, ma proprio perché sono interiormente piccoli - in pratica, sono ancora molto vicini all'infanzia.
E no, non rientro nella categoria degli insegnanti che si lamentano perché ci arrivano sempre più piccoli, ogni anno di più. Fino a due anni fa non ho mai notato differenze degne di nota tra le varie annate. Ma queste sono le mandate figlie del Covid e la loro crescita è un po' rallentata, o almeno io la vedo così.
Dirò di più: ci sono arrivati ancora più piccoli della mandata dell'anno scorso. Voglio dire: siamo a fine Aprile e ancora ci disegnano i cuori sulla lavagna quando arriviamo. Tutte e tre le sezioni. Le rarissime volte in cui l'ho visto accadere nei tempi pre-Covid, i cuori e le scritte "We love prof. TalDeiTali" sparivano ben prima della fine di Ottobre.
Mi sono capitate in sorte una Prima Molto Problematica e una Prima Seria*. La Prima Seria contiene un bel gruppo di appassionati di Storia ma la Geografia non gli dispiace per niente, mentre  la Prima Molto Problematica non stravede per la Storia (anche se la regge abbastanza bene) ma in compenso va pazza per la Geografia, e quando si fa Geografia anche gli elementi più spinosi si appassionano molto. Siccome appunto Storia e Geografia gli faccio, mi ci trovo piuttosto bene. 
Aggiungo anche che li ho trovati molto ben preparati nelle mie materie, fermo restando che scrivono davvero da cani.
Così ho piacevolmente navigato tra monti, fiumi, laghi, depressioni e tante altre belle cose, con i ragazzi che sgomitavano per andare a leggere la grande carta alla parete, laddove normalmente ce li devo mandare col mitra spianato; finché non siamo arrivata ai climi, che spesso si rivelano un po' ostici e ci vuole un po' a fargli capire che ci sono pochi elementi di base da incrociare con una specie di sistema matematico, del tipo che se l'estate è lunga e torrida l'inverno sarà breve e mite, e se siamo in zona artica le precipitazioni saranno prevalentemente a carattere nevoso, per non parlare della fatica che fanno a volte per entrare nell'ordine di idee che il clima atlantico si trova (rullo di tamburi e grido di stupore) guarda un po' tu, sulle coste atlantiche, l'avreste mai detto? 
Stavolta no, niente problemi, e sapevano tutti benissimo quali erano i paesi sulla costa atlantica, purché avessero una carta dell'Europa sotto gli occhi, anche fisica, e talvolta persino senza guardare la carta.
Ma poi, illustrando la solita tabellina con gli schemi, mi è venuta un'idea, di una originalità ai limiti dell'eresia: facciamo dei cartelloni con i climi! E che nessuno osi dire che non mi do allo sperimentalismo più sfrenato!
Ebbene sì, io e i cartelloni non siamo andati mai molto d'accordo, o per meglio dire riconosco che sono cose simpatiche, ma non mi viene mai in mente di farli. Stavolta sì, mi è venuto in mente, così, dal nulla. Evidentemente in qualche modo me l'hanno chiesto loro. Come credo di avere già scritto qualche volta, io non ho un metodo particolare: navigo a vista e in qualche modo percepisco i messaggi impliciti o inconsci che la classe mi manda. Evidentemente, la Prima Molto Problematica mi ha inviato il desiderio di fare un lavoretto manuale con il gioco a incastro. E mi sono convinta, a torto o a ragione, che me l'abbiano mandato appunto perché sono ancora piccoli, e non hanno ancora raggiunto la fase del "Siamo grandi per questo genere di cose".
Comunque abbiamo proceduto: li ho messi a ritagliare triangoli di cartoncino colorato, con colori separati per precipitazioni, estati, inverni, flora, alberi, colture, poi insieme abbiamo deciso cosa scrivere (io facevo la domanda del tipo "Come sono le precipitazioni nel clima atlantico?" loro rispondevano "Abbondanti!" e dopo che avevo approvato la risposta appositi scrivani la scrivevano con pennarelli colorati sull'apposito triangolo. Naturalmente i triangoli non erano sempre gli stessi per ogni cartellone: nel clima polare non c'erano colture, il clima mediterraneo aveva un triangolo dedicato solo agli alberi da frutto, per il clima artico c'erano sia la tundra che la taiga eccetera. Però è venuto fuori un lavoro molto colorato e piuttosto carino, e naturalmente la classe ha fatto un tal casino mentre ritagliava e scriveva i titoli che a un certo punto mi sono spaventata e, per calmare le acque, ho fermato tutto e ho mandato due di loro a prendere ramazza e pattumiera per ripulire la classe, che sembrava ormai un gigantesco cestino della carta straccia - e dopo questa pausa tutti han ripreso il lavoro con molta maggiore calma.
Alla lezione successiva han colorato i titoli dei vari climi sui cartelloni, anch'essi colorati, un colore diverso per ogni clima, e insieme abbiamo discusso su cosa mettere per il clima mediterraneo soprattutto a livello di flora: un triangolo per la macchia mediterranea, uno per le colture, uno per gli alberi da frutto, uno per i boschi, rettili, anfibi e serpenti nella fauna eccetera. Infine, quando la prima mezz'ora era ormai passata, ho mandato a prendere martello e chiodini per attaccare i cartelloni alla parete - perché, per uno stranissimo caso, le due ore di Geografia con la Prima Molto Problematica le faccio proprio nell'aula che teoricamente secondo il progetto DADA è di Geografia, e anzi quelle due ore sono le uniche della settimana che passo in quell'aula. Dunque, i cartelloni col clima ci sarebbero stati benissimo.
Discutiamo dove appenderli, poi lascio il gruppetto dei più scalmanati e indocili e rissosi e permalosi a gestire la faccenda - cosa che fanno mostrando eccellenti capacità organizzative e pratiche e producendo un volume di rumore davvero ridotto. Chiaramente, martellano, ma anche quello lo fanno con singolare garbo e precisione - del resto i chiodi sono lunghi e sottili e a martellarli troppo forte si piegherebbero, cosa che han capito senza che nemmeno dovessi scomodarmi a dirglielo.
Mentre martellano con pazienza il resto della classe chiacchiera, tra loro o con me, e fa finta di fare un paio di esercizietti sui climi che ho assegnato giusto per salvare la faccia. E sto giusto rallegrandomi con il Sostegno per l'eccellente lavoro che i quattro rissaioli stan facendo quando, a due terzi abbondanti del lavoro di appendimento arriva una gentilissima collega di compresenza spiegando che nell'aula di sotto, che è quella di Spagnolo, stan facendo una verifica, che sentono molto rumore e se potremmo smettere? 
Spiego che il lavoro è quasi completato e che presto tutto tornerà silenzioso.
Sì, d'accordo, avrei dovuto fermare tutto. Ma i lavori procedevano talmente bene, e mancava così poco...
Nel giro di una decina di minuti l'ultimo cartellone è appeso; mi congratulo con loro, prometto una gratifica sotto forma di voto e intanto il gruppetto rimette a posto le sedie dove sono saliti per appendere i cartelloni, imbustano i chiodini rimasti, vanno a riportare il tutto ai custodi eccetera, tutto in modo piuttosto ordinato.
Una volta che tutti sono tornati e si sono rimessi a sedere mi metto a spiegare come si svolgeranno le prossime lezioni (ho in mente una ricerca collettiva per l'Italia) e mentre stiamo paciosamente a parlare arriva l'insegnate di Spagnolo in versione Tigre Ircana e ci tratta malissimo: che avevamo fatto un rumore orribile, che giù la Terza che stava facendo la verifica si è molto lamentata, che aveva anche mandato due colleghe a chiedere di fare meno rumore, che avevamo spostato banchi per tutta l'ora e non so che altro.
I ragazzi la guardano perplessi: non era stato spostato alcun banco, solo tre sedie per salirci sopra, ma una volta spostate le avevano lasciate ferme...
Sono abbastanza perplessa anch'io. Tra l'altro è un anno che facciamo lezione là dentro a quell'ora, e la Prima Molto Problematica non è quel che si dice una classe silenziosa, di cui ci si domanda se sono in classe o meno quando ci si accosta alla porta dal corridoio. No, decisamente essa non lo è. Davvero.
Azzardo un po' di scuse ma Spagnolo è veramente imbufalita e dopo avermi vieppiù cenciata se ne va avvolta in una nera nube di collera e di indignazione.
Così il quarto d'ora seguente se ne va a cercare di calmare i ragazzi, che sono a loro volta molto indignati e addirittura mi assicurano "Comunque, prof, noi saremo sempre con lei". 
Li ringrazio ma spiego che non è necessario, che dopo tutto non è successo niente di grave, e alla fine arriva misericordiosa la campana dei pullmini a portarmi via mezza classe.
Scendo in Sala Insegnanti un po' preoccupata: non ho problemi ad accapigliarmi con i colleghi, ma stavolta mi sento abbastanza dalla parte del torto e immagino che lo strappo andrà ricucito, anche perché con quella collega sono usa a rapporti assai amichevoli. 
Cioccolatini propiziatori? Un bel discorsetto di scuse? Ma mi sono scusata già due volte in classe, ottenendo solo di imbufalire vieppiù la collega. Magari riprendere l'argomento Lunedì mattina, sperando di trovarla meno furibonda? Mandarle una mail molto garbata durante il fine settimana?
In Sala Professori Spagnolo non c'è. Ma mi raggiunge in bagno mentre mi lavo le mani, e il discorsetto di scuse lo fa lei. Mi assicura però che nell'aula sotto quella di Geografia si sentiva un tal rumore che aveva pensato che fossero arrivati i muratori, e il rimbombo, e il rumore...
Proviamo a esaminare il caso. Le garantisco che sono in quella scuola da più di dieci anni e non era mai successo che il rumore del piano di sopra se attaccavano qualche chiodo avesse mai creato gran fastidio. Alla fine, a torto o a ragione, stabiliamo che la colpa è degli ultimi lavori fatti tre anni fa, nel secondo anno di pandemia. Probabilmente la parete di cartongesso che è stata messa in fondo ai piani ha creato un qualche tipo di effetto sonoro che si ripercuote al piano di sotto. Altra spiegazione non sembra possibile.
Così lo scisma è rientrato e sono stata perdonata, ma credo che passerà davvero molto, molto tempo prima che mi venga in mente di fare di nuovo dei cartelloni.
Quanto alla gratifica: otto politico per tutti, e mezzo punto in più per il team degli inchiodatori: han lavorato tutti con molto impegno, e le loro medie se ne avvantaggeranno.

* seria, non seriosa. Sono allegri e coccolosi ma si impegnano con molta serietà per fare un buon lavoro, da bambini diligenti quali sono.

domenica 16 aprile 2023

Perché i nostri alunni non rispettano le consegne?

Gattini che ascoltano con estremo interesse le istruzioni da seguire

E' cosa nota e assodata che al giorno d'oggi i giovani non rispettano le consegne e i comandi. Con questi roboanti termini assai militareschi, nel mondo della scuola ormai da almeno un paio di decenni si intendono non già istruzioni su come e quando puntare fucili o tirare bombe o uscire dalla trincea per partire all'attacco ma, molto più banalmente, le istruzioni da seguire per svolgere un esercizio o una prova scritta di un qualche tipo.
Che i comandi non vengono rispettati lo dicono gli insegnanti, ce lo dicono i risultati degli scritti e delle prove Invalsi - dove capita spesso di chiedere arance e vedersi rispondere ravanelli - e lo proclamano in tono assai straziato gli insegnanti delle superiori che ricevono in carico i nostri alunni. Non lo dico io, invece, che continuo a usare la parola istruzioni perché l'idea di dare dei comandi mi suona alquanto ridicola, ma posso testimoniare che anche le mie istruzioni vengono seguite in modo assai blando. In pratica funziona così: l'alunno non legge la riga in corsivo che gli spiega cosa deve fare e fa non già l'esercizio che gli viene chiesto, ma quello che lui ha deciso che gli viene chiesto. 
Tutto ciò si traduce inevitabilmente in consistenti abbassamenti del voto e, nel mio caso, nel fornire istruzioni volutamente non troppo prevedibili onde incitarli a leggerle con attenzione (che è poi il sistema usato dall'Invalsi); seguo questo metodo con molto scrupolo e determinazione, ma non mi sento di dire che finora abbia conseguito risultati degni di nota: i miei alunni continuano imperterriti a non leggere le istruzioni, esattamente come tutti gli altri, e nel corso degli anni non si sono riscontrati miglioramenti visibili.
Col tempo ho sviluppato una personalissima teoria: i ragazzi non ascoltano noi esattamente come non ascoltano i loro genitori perché ci considerano alla stregua di un rumore di fondo che ripete sempre le stesse cose, e non leggono le istruzioni degli esercizi perché tanto sono sempre le stesse. Il che non è affatto vero.
Facevamo così anche quando andavo a scuola? Sospetto di sì, ma all'epoca, in effetti, gli esercizi erano più prevedibili. Ad ogni modo, non mi sembra un atteggiamento salutare.
Tuttavia comincio a sospettare che il problema sia più vasto di quanto pensavamo.

Quest'anno la ditta che si occupa di fornirci i pullman per le gite ci ha sparato dei preventivi assai salati. E siamo d'accordo che siamo in tempo di inflazione e che i combustibili sono (un po') aumentati, ma lo stesso i prezzi ci sembrano davvero troppo alti - senza contare il piccolo dettaglio che, tra pandemia e inflazione, dopo l'ultimo triennio ben poche tra le famiglie di St. Mary Mead si ritrovano più ricche di quanto solevano essere.
Siamo così addivenuti all'idea di preparare un primo preventivo per le spese secondarie (biglietti d'ingresso, guide, eventuali pernottamenti eccetera) e chiedere prima in via preliminare quali famiglie ci manderanno i ragazzi, onde avere un numero attendibile di partecipanti per cui chiedere il pullman.
Detto fatto, è stato compilato apposito modulo di sondaggio preventivo con richiesta ai ragazzi di riportarcelo firmato dai genitori il prima possibile.
Ottenere la restituzione di quei moduli è stato affare lungo e complicato, anche tralasciando il caso di Pisola che, dieci giorni dopo, mi ha candidamente confessato che i suoi genitori il modulo non l'avevano mai visto, e lei si era limitata a dirgli che il tal giorno sarebbero andati in gita al tal posto al che loro avevano risposto "OK". 
Una volta entrati in possesso dei moduli compilati comunque ci siamo accorti di un interessante dettaglio: in sintesi, oltre a firmare i genitori dovevano scegliere tra le due opzioni acconsento / non acconsento e un buon 40% aveva serenamente firmato, ma senza preoccuparsi di specificare se, appunto, acconsentiva o non acconsentiva. 
Insomma, non aveva letto il modulo che appunto quello gli chiedeva: acconsentite o non acconsentite?

Come mai i nostri alunni non leggono le istruzioni prima di fare un esercizio?
Un sospetto sulla risposta comincia a venirci.

giovedì 23 febbraio 2023

Gli incappucciati

La Seconda Sfigata si avvia verso la scuola, insieme agli altri fanciulli del paese di St. Mary Mead

C'è stato un tempo per taluni alunni, e forse c'è ancora, l'uso di ornarsi il capo con berretti più o meno sportivi,  di varia e spesso vivace coloritura, indossati con una certa varietà nella disposizione della visiera. Taluni alunni usavano (e probabilmente usano ancora) portarli anche in classe, cosa che causava grandissima offesa a taluni docenti e grandissima indifferenza a me, che di solito non li notavo nemmeno. Del resto è mia ferma opinione che il cosiddetto outfit (=abbigliamento, accessori&decorazioni) è una forma espressiva e che dunque, in una età con cui con gran difficoltà i ragazzi cercano di cistruirsi una immagine, sia buona norma intervenire il meno possibile. "Il cliente ha sempre ragione, soprattutto se ha fatto i compiti di storia" è uno dei miei principi cardine
In questo sono aiutata da una mia personale e profonda indifferenza verso l'abbigliamento dell'universo mondo, e l'unico per cui mi capita di provare un certo interesse è il mio.

Tuttavia, almeno in tempi recenti, almeno a St. Mary Mead i berretti sono spariti. In compenso è arrivata una nuova e più inquietante moda: i cappucci.
Gli alunni tendono a indossare felpe, con cappucci. E i cappucci restano bel alzati anche in classe, e tenuti ben tirati sul viso  in modo da coprirne la maggior porzione possibile.
Tutto ciò mi perplime assai, anche se mantengo uno scrupoloso silenzio sull'argomento.
Volete tenere il cappuccio? Tenetelo, e che il cielo sua con voi.
Tuttavia sono perplessa.
Altro dettaglio: la moda dei berretti era, per quanto ricordo, rigorosamente maschile. Magari può esserci stata qualche fanciulla che girava imberrettata, ma personalmente non ne ho memoria e ritengo che, se anche c'è stata, si sia trattato di un fenomeno assolutamente marginale. In compenso, fanciulle incappucciate ne vedo a iosa.
E mi domando in cuor mio: perché?
Il cuore mi suggerisce che il cappuccio abbassato abbia una funzione protettiva.
Protezione? In classe? Nella Seconda Sfigata, classe quanto mai giocosa e ospitale?
Chissà.
E tuttavia, in un periodo in cui in certi paesi tante donne rischiano la pelle, e talvolta pure la perdono, in nome dell' elementare diritto di girare a volto scoperto, in Italia, almeno a St. Mary Mead, le fanciulle su incappucciano almeno quanto i ragazzi.
Le guardo e cerco di capire. Alla loro età, mi sarebbe piaciuto rifugiarmi nei lembi di un anichevole cappuccio che mi isolasse dal mondo esterno?

...forse sì?

domenica 15 gennaio 2023

La Gran Questione della scrittura in Corsivo - 2 - Il parere degli Scriventi (se il Parlante fa la lingua, lo Scrivente farà la scrittura, giusto?)

Mentre scrivevo il recente post sulle scelte di alunni e insegnanti in merito ai cosiddetti quattro caratteri*, la settimana scorsa, mi è venuto in mente che magari, al limite, avrei perfino potuto prendere in considerazione l'idea di fare esprimere in proposito gli scriventi oggetto del contendere, ovvero gli alunni. E subito mi sono accorta di una cosa piuttosto curiosa: in una scuola che ha sempre mostrato di fare grandissimo conto dell'Inclusività, dell'Ascolto e financo dell'Empatia, e dove la questione del carattere di scrittura era oggetto di tante discussioni, a nessuna di noi (me compresa) era mai passata per l'anticamera del cervello l'idea di interrogare gli alunni su una questione dove in teoria avrebbero pur dovuto avere qualcosa da dire.
Ripensandoci ancor di più non è poi così strano perché, per quanto la scuola moderna ami straparlare di stesure di regole condivise e di coltivare il dibattito e la specificità individuale e tutto questo genere di bellissime cose, la tendenza a considerare i ragazzi come contenitori da riempire di fatti** è ancora molto forte: e dunque ci preoccupiamo assai di insegnargli le nozioni giuste, il metodo di studio giusto, la giusta scala di valori e il giusto modo di pensare, valutare e classificare nonché il giusto modo di intrattenere rapporti umani. Senza perdermi troppo in complesse questioni etiche e filosofiche, questo genera principalmente due problemi: il primo è che il nostro sistema di valori non sempre è perfetto (per quanto noi possiamo trovarlo perfettissimo e adatto a tutti) e magari nemmeno adeguato al singolo alunno, il secondo è che il mondo cambia e dunque i ragazzi crescono in una società diversa dalla nostra, e saranno loro a plasmare quella futura - e dunque il rischio di risultare portatori di un messaggio fuori dal tempo c'è sempre.
Tornando giù dai massimi sistemi, proviamo a riprendere la questione della scrittura.
Dalla mia piccola inchiesta, in cui ho domandato di raccontare la loro storia scrittoria, sono emersi alcuni fatti interessanti.
Primo: no, non è vero che alle elementari non insegnano a scrivere in corsivo. Tutti, come un sol alunno, hanno scritto che alle elementari gli è stato insegnato il corsivo. Alcuni anzi han detto che il corsivo gli piaceva ma a un certo punto lo hanno abbandonato.
Secondo punto: perché lo hanno abbandonato?
Qualcuno ha scritto serenamente che arrivato alle medie ha cominciato a scrivere in corsivo. Niente di strano per i miei alunni, perché sin dai primissimi giorni ho proclamato senza infingimenti che ognuno scrivesse pure come gli pareva, l'importante era che la scrittura fosse corretta sul piano ortografico: accenti, H e tutto questo genere di cose.
Aggiungo anche che la prof. Bipolar di inglese ha detto subito, anche lei senza infingimenti, che voleva solo il corsivo e niente storie - e qualcuno si è anche lamentato per questo, o comunque ha segnalato la cosa.
Tuttavia le colleghe che si lamentano che i ragazzi scrivono in stampatello perché non sanno scrivere in corsivo non hanno certo risposto come me (altrimenti non si lamenterebbero del fatto che i loro alunni non scrivono in corsivo). E' dunque possibile che qualcuno abbia giocato sporco e gniaulato che lui/lei non sapeva, non riusciva eccetera. Può darsi quindi che le mie colleghe non abbiano saputo mantenere con fermezza la loro richiesta. Ma teniamo conto che, certo, ognuno ha la sua storia, ma le nostre classi vengono tutte dallo stesso bacino delle elementari di St. Mary Mead e quindi tutti hanno avuto più o meno lo stesso addestramento, anche se i mesi del lockdown hanno certamente lasciato una traccia perché per un certo periodo i ragazzi hanno usato soltanto la tastiera e dunque solo lo stampatello.
Punto terzo: a un certo punto sono state proprio le maestre a dire a qualcuno di scrivere in stampatello. Non a suggerire garbatamente che, magari; no, c'è stato proprio un momento in cui ad alcuni è stato detto di passare allo stampatello.
Quindi: tutti hanno cominciato con il classico corsivo inglese ma qualcuno è stato incoraggiato a usare lo stampatello.
Alcuni stranieri, per esempio? Se hai un passato a base di ideogrammi cinesi o di scrittura in arabo è ovvio che qualsiasi insegnante di buon senso stabilirà che le 24 lettere della scrittura capitale bastano e avanzano, almeno all'inizio. Tuttavia i nostri "stranieri" sono quasi tutti cresciuti in Italia e con l'alfabeto hanno avuto un approccio molto simile ai nostri giovani concittadini. L'unico straniero arrivato in tempi molto recenti è un cubano che l'anno scorso scriveva in una desolante fusione primordiale di sillabe e parole variamente affastellate in corsivo e che con l'andare dei mesi ha sviluppato un corsivo molto normale ingentilito assai da una ragionevole separazione  delle parole.
Poi ci sono i dislessici. Per legge i dislessici sono esentati dall'obbligo del corsivo ma di fatto scrivere in corsivo non gli è vietato, in teoria (e infatti alcuni, anche occasionalmente, scrivono in corsivo e non è che necessariamente venga fuori un disastro, anzi).
Alcuni di questi dislessici mi hanno raccontato storie insolite, del tipo a un certo punto la maestra mi ha detto di scrivere in stampatello perché in corsivo scrivevo male. Al momento la ragazza esibisce un grazioso stampato minuscolo molto aggraziato e decisamente di facile lettura.
Tutto ciò mi ha portato a immergermi in profonde riflessioni.
Da bambina ero molto disordinata, anche nella scrittura. Più esattamente non esito a dire che scrivevo come un cane arruffato (ammesso che ai cani arruffati sia mai venuto in mente di scrivere). Magari ci avevo un po' di disgrafia, chissà - del resto tuttora ho un rapporto decisamente complicato con la destra e la sinistra. Col tempo e con l'esercizio comunque mi placai e adesso posso esibire un corsivo che di sicuro  non sembra un merletto, ma che è comunque di grande leggibilità anche se un po' scialbo. Fu un processo lungo e complesso, ma già in quarta elementare la mia scrittura non aveva niente di illeggibile. Del resto, ai miei tempi non c'era scelta e soprattutto il mio stampatello faceva pure quello abbastanza pena e a nessuno sarebbe venuto in mente di propormelo come rimedio per le mie difficoltà scrittorie.
Dunque può darsi che le maestre, pur avendo fatto coscienziosamente il loro dovere, abbiano difettato nella pazienza, oppure abbiano cercato di curare il prima possibile un male che magari aveva già in sé la sua cura.
Ultimo particolare sulle maestre: è possibile che, pur insegnando coscienziosamente il corsivo inglese, essendo figlie del nostro tempo si siano abituati a scrivere in quella specie di carolina (littera antiqua, per noi allievi del prof. Casamassima) un po' imbastardita da legature che già ai tempi della mia infanzia era il corsivo preferito dalle ragazze in crescita. Tra l'altro, mentre il corsivo per quel che si sa nacque spontaneamente, la scrittura carolina fu inventata in provetta appunto per fornire ai copisti dei monasteri un modello di scrittura chiara e facile da imparare e da usare. 

Infine una piccola collezione di curiosità: qualcuno ha detto che per gli appunti preferiva il corsivo perché era più veloce, ma che per i testi da presentare preferiva lo stampatello perché aveva l'impressione di fare un lavoro meglio confezionato.
Un altro ha detto che sa benissimo che il suo corsivo è disordinato ma lui preferisce scrivere così, e per consolarsi ogni tanto si ricorda che esiste anche il corsivo cirillico (nel suo testo mi ha omaggiato di una vera rarità, ovvero una autentica H maiuscola con tutti gli svolazzi del caso - come questa, insomma:
anche se la sua era un po' più pasticciata).
Una ragazza ha spiegato che lei scrive rigorosamente in stampatello minuscolo ma con delle legature*** che le piace molto metterci.
Altri, appunto, hanno detto che gli piacerebbe scrivere ancora in corsivo ma preferiscono lo stampatello perché altrimenti si sentono troppo disordinati.
Altri ancora che hanno abbandonato il corsivo con grande sollievo quando sono arrivati alle medie.
E qualcuno infine ha detto che gli piacerebbe scrivere in corsivo ma ha dimenticato come si fa.
Al termine della mia piccola inchiesta ho imparato che la questione era molto più complessa di quel che credevo e mi ha assalito perfino la tentazione di dedicare qualche ora a una specie di laboratorio del tipo "Inventa anche tu il tuo corsivo" o roba del genere, magari accordandomi con Arte. Dopotutto, il mio lassismo nasce principalmente dal desiderio di rimuovere ogni ostacolo meccanico alla scrittura intesa come momento espressivo, ma forse una corda di scorta per l'arco fa sempre comodo. Chissà?

* che a quanto ho capito sarebbero stampatello maiuscolo, stampatello minuscolo, corsivo maiuscolo e corsivo minuscolo.
** come teorizzato da Mr. Gradgrind in Tempi difficili di Dickens
** "Sì, io sono rigorosamente vegetariana. Certo, un pasto al giorno con la carne lo faccio sempre, si capisce"

martedì 27 dicembre 2022

Gioca Jouer con i Longobardi, ovvero la Pesca Miracolosa


All'inizio del 1981 Claudio Cecchetto, da tempo dj di gran rinomanza ma ancora agli inizi di quella che è una brillante carriera tuttora in corso, si ritrovò a presentare il suo secondo festival di Sanremo e decise di occuparsi anche della sigla di apertura con un brano intitolato Gioca jouer.
Si trattava di una di quelle canzoni che alle mie orecchie non aveva alcun senso: non certo perché disapprovassi la musica disco, che anzi ne ascoltavo a carrettate e talvolta pure ne compravo; e nemmeno avevo niente contro le canzoni frivole, ché anzi più di una mi spinse ad aprire il mio scarno portafogli dove tuttavia qualche soldino per un disco c'era  sempre. Ma insomma Gioca jouer era una canzone che non mi capacitavo potesse minimamente interessare qualcuno. A quei tempi però l'offerta musicale via radio era talmente ampia che riuscii senza fatica a scansarla. Altri comunque la apprezzarono e fu un discreto successo, ma non di quelli che bucano gli anni - o almeno così credevo, ma è noto che ci sono anche successi che maturano lentamente, quasi sottotrama.

Quarant'anni dopo mi sono trovata una sera a cercare qualche piccolo video sui longobardi per alleggerire la lezione del giorno dopo, e come sempre per la storia medievale, prima di tutto ho bussato alla porta del prof. Barbero che alla rete risulta assai gradito. Chiaramente mi servivano dei riadattamenti più che una di quelle ottime conferenze di un'ora e passa che alle mie due prime di quest'anno sarebbero improponibili.
Prima di tutto ho tirato su con la rete un video mignon di introduzione che qualche benefattore sembra avermi tagliato su misura:
Breve ma ricco di spunti: il tema delle raffigurazioni del Medioevo, Teodolinda e Monza (con la corona ferrea che piace sempre e di mio ci posso aggiungere un piccolo excursus sulle forme delle corone) e infine le parole longobarde, che alla fine restano l'eredità più duratura che quel popolo ci ha lasciato insieme al suo nome.
Sempre sul tema delle parole ripesco poi due video già usati in precedenza e che fanno appunto parte del Barbero rifatto, ovvero pezzetti di conferenze cui sono stati applicati effetti speciali - e il primo riguarda specificamente le parole di guerra, sulle quali non è irragionevole insistere considerando che quasi tutte le abbiamo prese da loro:
è un video che si occupa più di parole longobarde in generale e che usa appunto come base Gioca Jouer, con un montaggio davvero brillante:

Mentre carico, una volta di più mi domando distrattamente chi sarà mai quell'oscuro benefattore che ha pensato di ripescare dalla naftalina l'ormai dimenticata pur se benemerita Gioca jouer quand' ecco che mi salta agli occhi un nuovo suggerimento: Gioca Jouer con Alessandro BarberoIncuriosita clicco e...


Ebbene sì, ci abbiamo pure le varianti, e vedere il buon Cecchetto che dalla sua postazione direttiva fornisce un quadro essenziale dell'argomento per poi passare all'elenco delle parole longobarde mi ha fatto molto ridere, così per non sbagliare metto anche quello sulla Classroom, iniziando a nutrire in cuor mio il sospetto che forse il successo di Gioca jouer è stato più duraturo di quanto non mi fosse sembrato a suo tempo.
La mattina dopo la conferma arriva: la classe guarda il video introduttivo, ascolta con paziente attenzione i miei tramezzi, guarda divertita i video...
"Prof, ce lo rimette e ce lo lascia ballare?".
"Volentieri" Barbero e Cecchetto ripartono con la loro lezioncina, i ragazzi ballano con impegno, poi suona la campana e apro la porta della classe.
"Prof, ci mette la versione originale, così balliamo anche quella?".
Li guardo assai sorpresa "Conoscete la versione originale?".
"Sì, certo!".
Naturalmente carico la versione originale, perché il cliente ha sempre ragione.
Un successo più duraturo di quanto mi fossi resa conto, in effetti.

* sì, mi rendo conto che parlare nella stessa frase di "carriera ancora agli inizi" e di "presentare Sanremo" sembra una contraddizione in termini, ma in quegli anni Sanremo era decisamente in fase di magra, e proprio nel triennio 1980-82 in cui lo presentò Cecchetto le sue quotazioni ripresero vistosamente a salire. Non ho idea se ci sia un collegamento tra le due cose ma il sospetto viene spontaneo, considerando la caratteristica costante di Cecchetto di trasformare in oro qualsiasi cosa toccasse

sabato 30 luglio 2022

La generazione Alpha e le tematiche LGBT+ (cronache di classe)


A quel che sembra, la legge sulle unioni civili del 2016, per quanto all'epoca giudicata slavata, scialba e priva di nerbo sulla questione del matrimonio, ha innestato una specie di circolo virtuoso (anche perché nella normale conversazione le suddette unioni civili vengono classificate come "matrimoni", scavalcando così la pavidità dei legislatori).
Il fatto che lo zio Ermenegildo non si limitasse più a far coppia fissa col suo amico Egdeberto e che la cugina Marfisa si fosse civilmente unita davanti a tutto il parentame e agli amici con la sua ex compagna di banco Teodolinda ha reso tutto l'insieme molto più normale, e la generazione Alpha, ovvero i fanciulli nati dal 2010 in poi, han visto considerate legittime queste unioni sin da piccolissimi, oltre ad essere cresciuti da generazioni che tutto sommato nel fatto che  Teodolinda e Marfisa si volessero bene non trovava niente di strano. 
E insomma, quando la Prima Sfigata è entrata nella mia vita mi sono accorta che, mentre io languivo all'ospedale o impazzivo tra lockdown e quarantene varie, il mondo era abbastanza cambiato.
Il primo sospetto è arrivato quando, scrivendo i desideri legati all'Agenda 2030 per l'albero di Natale, Violetta dichiara che vuole scriverne uno contro l'omofobia perché è una cosa che la irrita molto.
"Cos'è l'omofobia?" chiede qualcuno.
"Quando tratti male o prendi in giro qualcuno perché ama persone del suo sesso" provo a sintetizzare.
"Tipo uomini che gli piacciono gli uomini?".
"Per esempio".
"Ah no, certo, non va bene trattare male gli altri per questo".
Fine della lezione sull'omofobia.
Passano le settimane e in una mattina del breve squarcio di primavera che abbiamo avuto a Marzo, durante l'intervallo, mentre alcuni primini si arrampicavano sull'albero in cortile arrivano Rachele e Teodora.
"Prof, le volevamo chiedere una cosa".
Chiedo di che si tratta.
"Ecco, noi volevamo sposarci. Lo farebbe lei?".
In cuor mio sgrano gli occhioni.
"Volentieri, ma dovete portarmi due testimoni, altrimenti la cerimonia non è valida" rispondo compunta (mi piaccio molto, quando faccio questi discorsi assurdi).
I testimoni arrivano pochi minuti e un litigio dopo.
Arrivano anche un gruppetto di ragazze come pubblico, e una reca in mano un mazzolino di fiori spontanei raccolti nel similpraticello e lo porge a una delle spose.
Faccio sistemare le spose davanti a me, e le testimoni a destra e a sinistra della coppia. Perché di matrimoni io me ne intendo; e infatti so che ci vuole anche un discorso.
"Prima di cominciare: vi ho visto discutere, prima. Voi state per fare un passo molto importante, anche se non irreversibile. Perché il vostro matrimonio sia valido è essenziale che entrambe siate convinte di quel che fate e disposte a condividere un progetto di vita insieme".
Mi assicurano che sì, sono convinte.
Così faccio la domanda formale "Vuoi tu Rachele prendere la qui presente" eccetera, colleziono i due sì di prammatica e le dichiaro moglie e moglie, mentre con la coda dell'occhio continuo a sorvegliare il gruppo degli arrampicati sull'albero, che stan tranquilli a fare merenda. Poi chiedo ai testimoni se hanno sentito, e anche loro rispondono di sì.
Le due spose ringraziano e se ne vanno.
Del seguito del matrimonio non ho saputo più nulla, e nemmeno del perché gli è venuta sì balzana idea.
Ad ogni modo la classe è piuttosto informata, perché il giorno della nostra unica gita, quando si sono comprati le bandierine LGBT, mi han spiegato che, appunto, erano bandierine LGBT e non della pace, perché quelle della pace avevano un colore in più (o in meno? Non ricordo).

Il che non toglie che durante l'anno nella Terza Asserpentata i maschi si siano ripetutamente insultati con insulti apertamente omofobi, e pure piuttosto scortesi, improvvisando anche alcune piccole risse a seguito di ciò. Loro però non sono generazione Alpha, bensì generazione Z, o almeno così mi sembra di aver capito.