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sabato 24 agosto 2024

Gatti di guerra (24 Agosto, 33° anniversario dell'indipendenza dell'Ucraina)

Questo bel micio si chiama Syrsky, dal nome dell'attuale capo delle forze armate ucraine
Oggi è l'anniversario dell'indipendenza dell'Ucraina. Disgraziatamente è anche il trentesimo complemese dell'invasione russa, sempre in Ucraina - una festa piuttosto agrodolce, quindi.
Essere arrivati al trentesimo mese di questa sciaguratissima guerra è senz'altro deplorevole. Tuttavia, il fatto che dopo trenta mesi i russi non abbiano ancora cavato il tradizionale ragno dal buco in una guerra che all'inizio sembrava destinata a durare solo pochi giorni è a modo suo una buona cosa. La propaganda si è davvero sprecata, in questi trenta mesi, sia da una parte che dall'altra, ma il calendario non fa propaganda e si limita a segnare il tempo che passa, e non c'è dubbio che una invasione che dopo trenta mesi avanza a passo di lumaca, e a volte anche a passo di granchio perdendo i territori malamente acquistati indica che chi l'ha decisa non ha avuto una buona idea.

Appena la guerra scoppiò, uno dei miei primi pensieri fu per i gatti ucraini: i gatti, i gatti, che qualcuno pensi ai gatti!
In realtà, e con mio grande sollievo, parecchi si sono preoccupati dei gatti ucraini (e anche dei cani, naturalmente) e primi tra tutti i loro umani ucraini.
Tuttavia la situazione è stata, ed è tuttora, drammatica: molte famiglie hanno dovuto abbandonare i loro compagni a quattro zampe perché le leggi europee sul trasferimento degli animali d'affezione sono restrittive e prevedono quarantene e controlli sanitari. Qualcuno ha potuto affidarli ad amici, qualcuno li ha dovuti abbandonare agli aereoporti, ed è davvero triste pensare alla sofferenza degli uni e degli altri. Tuttavia alcuni paesi confinanti (Polonia e Ungheria, per esempio) hanno votato leggi che facilitavano il viaggio degli animali al seguito degli umani. Si sono poi mossi enti internazionali che tutelano gli animali, alcuni sono stati adottati all'estero eccetera - e la rete di solidarietà degli animalisti ucraini è stata molto efficiente.
Tuttavia il problema non è di quelli che si risolvono facilmente: umani morti non possono accudire animali vivi, e in certi luoghi la guerra è stata molto devastante. Non sorprenderà sapere che adesso in certe zone dell'Ucraina ci sono quantità immani di randagi che dal giorno alla notte sono passati dal confort di una famiglia che li amava allo squallore di una casa bombardata. Animali traumatizzati, feriti, e spesso anche molto affamati.
Per lungo tempo ho vagato nella rete alla ricerca di qualche società animalista ucraina a cui mandare un po' di soldi. La risposta per me è arrivata l'anno scorso attraverso un demenziale giochino che si chiama Animal's Restaurant, che si trova su parecchi social. Si tratta di allestire un ristorante gestito da gatti e che nutre in vario modo le più varie tipologie di animali, spiritelli e qua e là anche qualche umano. Lì c'era la pubblicità della Rolda, un ente rumeno situato vicino al confine con l'Ucraina che si dedica ormai da più di due anni anche agli animali vittime della guerra e tra l'altro confeziona dei video pubblicitari veramente ben fatti. Ci ne sono anche molte altre associazioni, ma io mi sono fermata lì perché più di tanto non posso fare.

Ho scoperto in seguito però che i gatti stanno avendo un ruolo abbastanza importante in questa guerra: i soldati ucraini hanno infatti adottato molti gatti, che tengono con loro nelle trincee. Gli ucraini sono sempre stati molto consapevoli dei poteri equilibratori dei gatti e del sostegno psicologico che possono arrecare, e insomma soldati e gatti randagi hanno trovato conforto gli uni negli altri, senza contare che le trincee tendono a riempirsi di topi e a questo problema i gatti possono portare un aiuto ben più che simbolico. 


Inoltre i gatti sono degli eccellenti testimonial e la loro presenza aiuta la raccolta fondi. Tutto questo è stato oggetto di vari 
articoli e di reportage fotografici.


Qualche gatto è anche diventato piuttosto famoso: è il caso del gatto Syrsky, che apre il post in una immagine molto patriottica.
E sì, pare che anche le truppe russe abbiano accolto gatti. Mi sembra il minimo, visto che questo pasticcio lo hanno combinato loro.

venerdì 2 giugno 2023

Blackbird. I colori del cielo - Anne Blankman


Il romanzo è stato scritto nel 2020 e tradotto in Italia nel 2021, ovvero prima della guerra in Ucraina; io però ne ho appreso l'esistenza solo quest'anno, alla Mostra del Libro che finalmente a scuola abbiamo rifatto. Mi sono precipitata a comprarlo perché, appunto, la storia parte dall'Ucraina, ma soprattutto perché racconta un avvenimento che mi ha sempre molto interessato, ovvero lo scoppio della centrale atomica di Chernobyl. Inoltre è la storia di un'amicizia al femminile, che è sempre stato uno dei miei generi preferiti.
Prima di presentarlo, una nota filologica: il titolo originale è The Blackbird Girls, ovvero "Le ragazze merlo". Mi rendo conto che tradotto così non aveva molto senso, e sembrava puntare sul fantasy evocando fanciulle mutaforma. Va detto però che il titolo originale non aveva molto senso nemmeno per un lettore americano (l'autrice è una purosangue americana e vive a New York) ma in qualche modo gli americani sembrano essersene fatti una ragione perché l'hanno assai apprezzato. Ad ogni modo il titolo italiano non è filologicamente corretto ma è molto attrattivo, e la copertina mi sembra bellissima - tra l'altro di colori del cielo si parla abbastanza, almeno nelle prime pagine. 
L'autrice è americana, ma una sua cara amica, incontrata a scuola, veniva appunto da Chernobyl e l'idea del romanzo nasce dai racconti suoi e dei suoi nonni.

La storia comincia a Pripyat, ovvero la cittadina nata intorno alla grande centrale di Chernobyl, in Ucraina che all'epoca era in Russia ma soprattutto in Unione Sovietica, e che oggi è diventata una specie di museo deserto a cielo aperto. E' il 1986, mese di aprile, e si parte proprio descrivendo il colore del cielo ddi Pripyat, che in quella mattina non è azzurro bensì con un bagliore rosso a sfumature scarlatte. Dalla zona della centrale vengono nuvole rosse, nell'aria c'è uno strano odore e soprattutto i merli neri, che ogni mattina venivano a fare colazione sul davanzale della prima protagonista che incontriamo, Valentina, quel giorno non ci sono. Nemmeno uno.
Inoltre il padre di Valentina, che quella notte era di turno alla centrale, non è ancora rientrato. Tutto è normale, a parte questi pochi ma non secondari dettagli, e la giornata si snoda tranquillamente nella solita routine scolastica. Nessuno fa domande, e chi le fa non si vede dare risposte. C'è (stato?) un incendio alla centrale, ma si sa che la centrale è sicura...
Il lettore occidentale di una certa età ricorda benissimo come dalla Russia cercarono di negare fin quando fu materialmente possibile farlo, ma si resta dolorosamente sorpresi scoprendo come in Russia furono informati ben dopo rispetto a noi.
Il racconto si snoda alternando la storia delle due protagoniste, Valentina e Oksana, due ragazzine coetanee, compagne di classe e legate da una profonda inimicizia. Valentina è ebrea e dunque abituata da sempre ad essere oggetto di antipatia e diffidenza e a mettersi in mostra il meno possibile. Oksana è di famiglia più ricca e antisemita, abituata da sempre a diffidare degli ebrei, notoriamente infidi e ingannatori. Nel giro di pochi capitoli però le ragazze si ritroveranno ad avere solo loro due su cui contare. 
Pripyat viene evacuata, i pullman trasportano gli sfollati fino a Kiev per poi scodellarli nel centro della città e questo è quanto, alla faccia dell'organizzazione. Su quei pullman comunque sono salite solo le due ragazze e la madre di Valentina: i due padri  e la madre di Oksana, contaminati dalle radiazioni, vengono ricoverati. Certamente è questione di poco, certamente si ricongiungeranno presto con le figlie, sta di fatto che i padri le ragazze non li vedranno mai più e, quanto alla madre di Oksana, riuscirà a tornare da sua figlia solo dopo molti mesi.
E' solo l'inizio di una complessa odissea: il primo rifugio (una parente della madre) durerà ben poco, alla stazione ferroviaria i biglietti del treno sono razionati e infine le due ragazze si ritrovano da sole, dirette a Leningrado, dall'ignara nonna di Valentina, che per buona sorte delle due si rivelerà molto ospitale ma che è estremamente ebrea, molto più della figlia, e ogni settimana continua di soppiatto a celebrare lo Shabbat. 
La permanenza dalla nonna è lunga e felice, nonostante le notizie dall'esterno siano tutt'altro che confortanti; se Valentina ne approfitta per ricostruire un po' di storia di famiglia, e sua madre le raggiungerà relativamente presto, anche se con tristi notizie, Oksana si ritroverà costretta a rivedere tutte le sue convinzioni e i suoi progetti, con un processo piuttosto doloroso. La sua storia è la più complicata, perché la riunione con la madre porterà molti e nuovi problemi e solo un abile colpo di coda della nonna di Valentina le permetterà infine di trovare la sua giusta collocazione.
Cosa c'entrano i merli con tutto questo? E cosa sono le ragazze-merlo? 
Sono le amiche unite da un legame profondo e duraturo, tanto profondo da superare agevolmente anni di separazione. Troveremo nel romanzo due coppie di ragazze-merlo: la prima è quella di Valentina e Oksana, che col tempo e le vicende imparano a superare pregiudizi e antipatie e si legano per tutta la vita in un legame di eterna amicizia. Ma c'è un'altra coppia di ragazze merlo:la nonna di Valentina e una sua amica, che vive all'altro capo dell'URSS e da cui Oksana infine si rifugerà, accolta come una figlia perduta e finalmente ritrovata.
La storia dunque è complicata e molto ben costruita. Per chi ama le storie di resilienza femminile c'è un pascolo nutrito e abbondante, ma il romanzo ha, per noi europei, un valore aggiunto tutto particolare perché ci mette in contatto con la realtà dell'URSS pochi anni prima della sua caduta: abitudini, cibi, problemi economici e abitativi, gerarchia sociale e soprattutto quella sottile (neanche tanto sottile, a volte) paura che in una dittatura ti accompagna dappertutto, e impedisce sia le domande che le risposte. A conti fatti, la vita nell'URSS per noi rimane ancora abbastanza misteriosa perché l'unico arco di tempo in cui c'è stata una certa libertà di narrazione è durata poco, e in quegli anni chi viveva lì era troppo occupato a vivere il presente per rielaborare il passato in una narrativa domestica, mentre dal canto nostro c'era (e per certi versi c'è ancora) una sorta di filtro ideologico che ci rende difficile approfondire certi dettagli.
Dal mio punto di vista dunque i sedici euro di questo libro sono stati spesi molto bene perché, oltre a leggere una bella storia di formazione al femminile (ma anche di violenza domestica) mi sono ritrovata come bonus una specie di romanzo storico che mi ha raccontato qualcosa che si svolgeva molto vicino a me ma che conoscevo solo in modo molto indiretto - sì, certo, il mondo è pieno di reportage giornalistici, ma un bel romanzo è tutta un'altra cosa.
Lettura piacevole, di quelle che sei contenta di ritrovare quando torni a casa; mi ha regalato tre serate molto affascinanti (erano giorni in cui non avevo molto tempo per leggere). Consigliato a chiunque, soprattutto alle donne dagli undici anni in su.

martedì 22 marzo 2022

Il pensiero dominante

Questa splendida gatta a forma di punto interrogativo si chiama Amy ed è  di un amico di rete 

Ormai da un mese ai confini dell'Europa è in corso una "Operazione militare speciale" che nelle intenzioni avrebbe dovuto risolversi in pochi giorni e che ha mandato nel pallone più completo l'Europa in questione.
Come tanti, anch'io sono cascata dall'albero con un fragoroso stump! 
E finché ci casco io, che vivo in un paesello di provincia e passo le mie giornate immersa in questioni complesse del tipo "E se gli facessi tutto il sesto libro dell'Odissea, quello su Nausica, invece di fargli leggere solo un pezzettino come fanno nell'antologia?" oppure "Col congiuntivo ancora non ci siamo, domani provo con un nuovo tipo di esercizi" mal di poco, in fondo non sono io che devo prendere decisioni. Ma dall'albero è cascata anche un sacco di gente che adesso nelle varie tavole rotonde e dibattiti televisivi esordisce dicendo "Anch'io, come tanti, non pensavo che Putin facesse sul serio" per poi spiegare nel dettaglio che in realtà c'erano segnali inquietanti da un bel po' e insomma qualsiasi idiota avrebbe dovuto capire che; tutta gente che di mestiere appunto dovrebbe arrivare ben preparata a queste cose.
Gli autori dell'Operazione Militare Speciale parlano poco, e quando lo fanno dicono cose molto strane: che non hanno invaso l'Ucraina, che non vogliono occupare l'Ucraina (ma solo bombardarla, sembrerebbe) e che comunque è colpa dell'Ucraina se è stata attaccata, per poi aggiungere che davvero non si rendono conto perché tutti stan tanto a strepitare se loro fanno la loro Operazione Militare Speciale e tanto meno perché tutti i giorni studiano qualche nuova sanzione contro di loro, nemmeno avessero fatto chissacché, e che quindi si sentono molto offesi per questo. Ogni tanto, anche, ricordano che hanno degli armamenti atomici e potrebbero anche usarli per farci dispetto - che, considerato che loro sono lì a un passo da dove lancerebbero eventualmente gli armamenti atomici di cui sopra, sembra una pensata quantomeno un pochino autolesionista.
Il fronte dei combattimenti non è poi molto lontano da noi (il che non contribuisce certo a garantirci sonni tranquilli, e se non siamo molto tranquilli noi in Italia mi figuro in Polonia dove per pochi chilometri non si son visti cascare in testa bombe di vario tipo) ma informarsi su quel che succede è davvero difficile; a dirla tutta, certamente da una parte e dall'altra ci mandano parecchia propaganda, ma in cuor mio alberga il forte dubbio che nemmeno loro non sappiano molto bene cosa sta succedendo. Naturalmente chi spara sa benissimo che sta sparando e chi si ritrova le bombe sulla testa ha piena cognizione del fatto che lo stanno bombardando, ma da lì ad avere un quadro completo della situazione c'è una bella differenza, e infatti non è raro vedersi annunciata nel giro di poche ore prima una cosa e poi il suo contrario, e gran parte di queste cose non viene spiegata nel dettaglio. Insomma, andiamo tutti a tastoni.
Quel che mi sembra di aver capito sono due cose:
1) Laggiù in Russia Qualcuno ha stabilito che era giunto il momento di rendere alla Russia i suoi confini naturali.
Questa possibilità suona decisamente inquietante alle orecchie di tutti, ma in particolare alle orecchie che appartengono a chi ha studiato un pochino di storia - perché i confini "naturali" della Russia sono piuttosto elastici e volendo includono una quantità spaventosa di stati attualmente indipendenti: Georgia, Armenia, Estonia, Polonia, Lituania, Ucraina, Bielorussia, Moldovia, Finlandia, Polonia...
E tutti, assolutamente tutti, ricordiamo benissimo che qualche anno fa ci fu un tedesco che parlò di riportare la Germania al suo giusto spazio vitale, e la cosa portò a conseguenze alquanto spiacevoli anche in luoghi che non avevano mai fatto parte dello spazio vitale della Germania.
2) Questo Qualcuno sembra aver dimenticato che, quando gli abitanti dello spazio vitale in questione non collaborano con entusiasmo, la cosa non sempre va a finire benissimo, e per giunta sembra aver organizzato il tutto in modo abbastanza approssimativo. Voci di corridoio sostengono che fosse convinto che gli ucraini li avrebbero accolto festosamente; e se queste voci di corridoio fossero almeno in piccola parte verosimili sarei davvero curiosa di sapere che marca di vodka bevono, in quei palazzi - per non comprarla, perché mi sembra roba dannosa. Se invadi l'Ucraina con la scusa che è russa, allora dovrai ben calcolare il fatto che i russi, da sempre, appena gli entri in casa senza essere invitato reagiscono malissimo e si sono fatti una reputazione formidabile in tal senso sterminando due dei più grandi eserciti della storia d'Europa. 
Ma le voci di corridoio dicono un sacco di cose e non sono mai molto attendibili. Ma quand'anche stavolta lo fossero, resta il fatto che non puoi mandare un esercito a giro per il mondo per poi rimettertelo in un taschino e andare via fischiettando con fare indifferente. Non te lo lasciano fare.

Così anch'io, come tanti, al momento mi sento in guerra - una condizione spiacevole, anche se molto meno che esserci davvero, in guerra - e passo le giornate incollata a notiziari e dibattiti vari, imparando infinite cose sui passi che negli ultimi trent'anni ci han portato a questa deplorevole situazione, sui commerci internazionali, sulle fonti energetiche e sull'importanza strategica del Mar Nero ma senza cavare alcunché di utile, al momento, da tutte queste nuove cognizioni che fanno di me certo una cittadina molto più informata, ma anche molto più ansiosa di com'ero un mese fa.
Anche i ragazzi sono molto ansiosi, e cercano da noi adulti conforto e rassicurazioni, o almeno qualche certezza su cosa sta succedendo. Purtroppo, ho scoperto, è molto difficile dare qualcosa che non si ha, anche quando la si darebbe volentierissimo e anzi si pagherebbe di buon grado per poterla dare.
Arte ha risolto la questione facendo fare alle classi dei bellissimi teli sui simboli della pace. Io non ho la forza morale né la tecnica per fare niente del genere, ma cerco di rispondere alle domande e gli ho dato un testo sulla paura. 
Chissà se qualcuno indovina di quale paura hanno parlato?

domenica 20 marzo 2022

Sulla deplorevole ignoranza riguardo all'Europa orientale di cui la scuola italiana è in parte responsabile (ma non per colpa mia)

Ebbene sì, questa carta descrive la situazione dell'Europa nel 1914

Sin da quando ho cominciato a insegnare sono rimasta colpita da un certo paradosso che riguardava la geografia europea: stati come l'Inghilterra, la Francia e la Spagna, che gli alunni conoscono abbastanza bene e gli insegnanti anche e per giunta sono oggetto di cospicui approfondimenti da parte degli insegnanti di lingue sono oggetto di ampie disgressioni geografiche, culturali, monumentali, storiche eccetera, mentre appena si passa la vecchia cortina di ferro, che un tempo in qualche modo ci divideva anche dalla Jugoslavia, abbiamo solo poche e scialbe descrizioni accompagnate da schede storiche che dir che fanno pena è fargli un complimento.
Tutto ciò aveva magari senso quando avevo l'età dei miei attuali alunni: dall'Est arrivavano poche notizie, di solito di discutibile attendibilità, e con l'Est avevamo poco a che fare, anche se qualche avventuroso andava al mare o a caccia in Jugoslavia.
Poi il tempo è passato ed è arrivato un papa polacco - che all'inizio venne  considerato una sorta di alieno giunto casualmente dall'impero di Vega, nonostante parlasse un italiano migliore di parecchi dei nostri politici e oltre all'italiano se la cavasse bene con molte altre lingue. 
Grazie a lui la Polonia entrò nei giornali e nella nostra vita a colazione, pranzo e cena - per riassumerla nella sconsolata frase apparentemente assurda della mia amica del cuore davanti a una manifestazione di Comunione e Liberazione dedicata al povero popolo polacco oppresso "A dar retta a loro tra poco una ragazza, quando andrà a letto, invece del suo amico si porterà uno di quei cartelloni sui polacchi" (e infatti tutte noi che la ascoltavamo, invece di dire "Ma che cazzo dici?" annuimmo convinte). Erano infatti gli anni di Solidarnosc.
Ci furono poi le guerre di quella che, appunto con quelle guerre, diventò la ex-Iugoslavia (la J, misteriosamente, si cambiò in I anche se il suono rimase lo stesso).  La Iugoslavia ce l'avevamo alle porte di casa, ma di fatto non se ne parlava molto - non per colpa dei telegiornali, che invero ci informavano regolarmente sulla questione, ma l'argomento prendeva poco e ai nostri occhi erano una gabbia di matti che improvvisamente si erano messi a picchiarsi non si capiva bene perché.
Poi cadde il comunismo e arrivarono grandi stormi di migranti dall'Albania e, appunto, dalla Iugoslavia in dissoluzione, seguiti poi da polacchi, bulgari, ungheresi, rumeni e perfino da qualche russo.
Nel frattempo io avevo cominciato a insegnare, anche se questo fatto, pur così importante per me, ebbe per l'opinione pubblica ancor meno rilievo delle guerre della ex-Iugoslavia e si fatica a trovarne tracce nelle rassegne stampa internazionali.

I libri di geografia comunque mantennero  il vecchio schema: quindici pagine per il Regno Unito, sei per la Russia e qualche francobollo per i paesi balcanici, con un cenno distratto sulla Primavera di Praga e niente del tutto sull'invasione dell'Ungheria. In Bulgaria coltivavano le rose, in Polonia erano molto cattolici e ci avevano la Madonna Nera, in Cecoslovacchia (nel frattempo diventata repubblica Ceca + repubblica Slovacca lavoravano il cristallo e allevavano bovini, Budapest era una città doppia formata da Buda e da Pest.
Tuttavia tutto il mondo slavo e non più comunista ormai non era più così estraneo alla nostra vita quotidiana: frotte di italiani andavano in vacanza in Croazia e Slovenia, Andare in vacanza a Praga o a Cracovia era piuttosto consueto, le nostre classi erano popolate di albanesi, polacchi, romeni, bosniaci e montenegrini - e col tempo un bel po' di quella gente entrò anche nell'Unione Europea. Inoltre un sacco di imprenditori italiani misero radici nell'Europa dell'Est e cominciarono a fiorire anche i matrimoni. Insomma, quei paesi non erano più una lontana terra di leggende, e i vari alunni di origine bulgara, croata, bosniaca eccetera secondo me avevano diritto a vedere descritti con un po' di attenzione le terre dove erano nate e vissute le loro famiglie - terre che non mancano certo di bellezze naturali, monumenti di pregio e illustri tradizioni storiche, architettoniche, musicali, artistiche e letterarie.
Ma anche se dalla caduta del comunismo sono ormai passati trent'anni, i manuali di Geografia continuano a mantenere un pudico riserbo sull'Europa occidentale, che continua a presentarsi come una serie di francobolli staccati tra loro (dove comunque si coltivano grandi quantità di barbabietole da zucchero, e in Bulgaria abbondano le rose - anche se a quel che ho capito la Valle delle Rose è usata ormai soprattutto per il turismo.
A peggiorare le cose c'è il fatto che Geografia, essendo un libro occidentale, si legge da sinistra a destra e dunque si parte da Spagna e Portogallo per arrivare solo a tre quarti dell'anno all'Europa dell'Est, che quindi viene fatta nel migliore dei casi in modo piuttosto affrettato, con l'unica eccezione della Germania dove un cospicuo approfondimento sul Muro di Berlino non manca mai; e mentre nei primi anni lo spiegavo con serenità come uno dei tanti casi della vita, negli ultimi tempi gli sguardi delle classi mostravano chiaramente di trovarla una storia di pazzi - e hanno ragione loro, naturalmente, è stata proprio una storia di pazzi e sembra assurdo ripensandoci che a qualcuno sia venuto in mente di fare una cretinata del genere e l'abbia anche fatta. Ma dico, non potevano lasciargli tutta Berlino e amen? Nossignori, un quarto di città con uno schieramento, tre quarti con l'altro schieramento ma circondati da uno stato comunista.

Per una serie di raffinati motivi che originano dal mio fermo convincimento che "a scuola si dovrebbe studiare quel che non si conosce, non quello che già si sa" ma anche da certe mie caratteristiche caratteriali (spirito di contraddizione, pedanteria e masochismo, tanto per citare le tre più appariscenti) mi sono sempre adoperata con grande impegno per rimediare a questo stato di cose che, a quel che so, non turba assolutamente nessuno tranne me.
E già che ci sono, mi è d'obbligo precisare che quando ho cominciato a insegnare, di Geografia non sapevo proprio nulla, e dunque ignoravo tutto (anche) dell'Europa dell'Est. Ma in qualche modo ho sempre considerato un sacro dovere tormentare i miei sventurati alunni soprattutto con l'Europa dell'Est, sulla quale nel frattempo ho imparato diverse cose di vario genere.
E dunque, il primo anno in cui mi sono trovata ad addentare la geografia europea sono partita direttamente dalla Russia, per poi muovermi verso ovest.
Come molte idee all'apparenza brillanti, almeno per chi le concepisce, anche questa dimostrò qualche inconveniente - vuoi perché avviare le interrogazioni sugli stati con la Russia, per quanto in versione semplificata, è una discreta cattiveria, vuoi perché se fai la Russia in Seconda i ragazzi popi non possono portarla in Terza all'esame, dove invece in molti percorsi ci sta comoda come un topo nel formaggio, senza contare che è effettivamente (anche) uno stato extraeuropeo, almeno per i tre quarti del suo territorio. A questo proposito mi sento in dovere di aggiungere che sui tre quarti extraeuropei ho trovato solo un manuale che si attentava a dire qualcosina, eppure geograficamente mi è sempre parsa un territorio piuttosto interessante.
Con gli anni ho comunque elaborato una metodologia che si è rivelata piuttosto valida: si parte dalla Grecia, che è uno stato molto amichevole e per inaugurare le interrogazioni va benissimo; da lì si continua con la regione balcanica - ex-Iugoslavia, poi Albania (su cui cerco di soffermarmi un po' quando ho qualche alunno albanese, cioè sempre) Turchia e Cipro. Da lì si passa al blocco del Patto di Varsavia, poi la Germania e infine repubbliche baltiche, Bielorussia e Ucraina. 
Infine si passa all'occidente, che è più facile e dunque va meglio perché a fine anno i ragazzi sono stanchi e poi ci sono in mezzo le gite... voglio dire, un tempo lontano c'erano le gite e le uscite varie di primavera.
Li tormento senza pietà con la storia del panslavismo e delle guerre iugoslave, ma come gadget c'è anche la parte geografica propriamente detta che, soprattutto nella regione balcanica, è davvero bella e i paesaggi recitano benissimo.
Li tormento molto anche con la storia del Patto di Varsavia e del comunismo. Cioè, del comunismo non parlo più dello stretto indispensabile, tanto lo faranno a Storia in Terza, ma insisto molto sul fatto che per mezzo secolo le due Europe sono state separate e dall'altra parte non erano molto contenti di come li trattavano - che serve se non altro a spiegare perché  laggiù sono tutti europeisti anche se certe direttive sulla tutela dei diritti di gay e lesbiche si entusiasmano ben poco.
L'Unione Europea la infilo dove capita, a seconda delle circostanze. A volte ci insisto molto, a volte poco, dipende da come reagisce l'utenza. Tra l'altro non è molto facile da spiegare: non è una federazione, non è una confederazione, è... boh, è l'Unione Europea, prendetela così.

Quest'anno, purtroppo, questa mia mattana si è rivelata molto più utile del previsto ai fini della didattica.