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sabato 31 dicembre 2022

Qui custodiet ipsos custodes? (una storia di scuola per la fine dell'anno)


Durante l'estate ho fatto un po' di esercizi di scrittura. Uno di questi prevedeva la scrittura di un racconto costruito principalmente con dialoghi. Mentre cercavo spunti per la trama me ne è venuta in mente una del tutto inverosimile e priva di ogni riferimento a fatti e persone realmente esistite, e ho pensato di proporre qui il risultato delle mie fatiche. Naturalmente la qualità della scrittura è quella che è, come ho detto si tratta solo di un esercizio scritto tanto per fare.

Erano le quattro del pomeriggio. Le operazioni di scrutinio di fine anno della 2F procedevano in tutta regolarità.
Durante l'anno la classe aveva lavorato molto bene, tanto che tra le proposte di voto non c'era nemmeno una insufficienza. Anche così, tuttavia...
Con voce cantilenante il coordinatore leggeva i voti proiettati sul grande schermo elettronico. Avevano ormai passato la boa di metà classe ed era il turno di Alessio Muratori.
-Italiano, Storia, Geografia 8, Matematica e Scienze 9, Inglese 8, Spagnolo e Tecnologia 9, Arte 9, Musica 6, Scienze Motorie 8, Educazione Civica 9, Religione distinto, Condotta 8.
-Una bella scheda - commentò il preside.
-Sì, è molto bravo - provò a tagliar corto il coordinatore - Adesso c'è Natalini...
-Però c'è quel 6 a Musica - continuò il preside mielato.
"Eccoci all'acqua" sospirò in cuor suo il coordinatore.
-Non si potrebbe alzare almeno a 7? Per rendere la scheda più omogenea... Professoressa Della Guardia...
La supplente di Musica, arrivata da poche settimane, era sulle spine - Preside, non ho avuto tempo di fare molte prove. Nell'unica verifica fatta in questa classe Muratori non è andato male, ma i voti precedenti non erano granché, c'era anche un quattro e mezzo.
-Sì, ma in una scheda così bella questo sei...
-Questo è uno scrutinio. Noi ci limitiamo a fotografare la situazione, ma non sta scritto da nessuna parte che una scheda debba essere omogenea. Muratori ha diritto come chiunque altro ad avere delle preferenze tra le materie - intervenne Matematica con la consueta acidità.
Il preside ringambò cercando di evitare la tempesta - No, certo, era solo un suggerimento...
-Vogliamo votare per alzare il voto rispetto a quanto proposto dalla collega? - chiese brusco il coordinatore - Quanto a me, io sono contrario.
Nessuno intervenne. Il preside bofonchiò qualcosa di non facilmente interpretabile.
In cuor suo il coordinatore tirò un sospiro di sollievo (con la 3D era andata assai meno liscia).
-Bene, passiamo a Natalini - disse riprendendo il consueto tono cantilenante - Italiano e Storia 7, Geografia 8...
Brav'uomo a modo suo, quel preside, ma quella fissa di alzare i voti a tutti i costi era proprio un peso, a volte. Il risultato era che chiunque arrivasse allo scrutinio con qualche 5 - i 4 erano ormai da tempo diventati impronunciabili - stava sempre a giustificarsi a mezz'ore, e se poi per disgrazia il Qualcuno non era di ruolo le giustificazioni non bastavano mai se il Consiglio non faceva una vera e propria alzata di scudi... una grandissima scocciatura, ammettiamolo.
Quella volta, comunque era andata di lusso, e se la domanda di trasferimento del preaide fosse stava accolta, l'anno seguente ci sarebbero stati di nuovo, finalmente, degli scrutini normali.

Muratori padre guardava compiaciuto la scheda del figlio sullo schermo del telefono  - Proprio bella, ora la stampo e gliela faccio trovare quando torna. Ma, un momento... perché soltanto 6 a Musica?
-Sei? - Muratori madre guardò un po' schifata - A Musica, poi, che non è nemmeno una materia che conta. E quella è una supplente, arrivata proprio alla fine dell'anno, non può abbassargli i voti così, lo ha visto a malapena per qualche settimana. Chi si crede di essere?
-Davvero mi sembra che si sia imposta un po' troppo - convenne Muratori padre - Come dici tu, è l'ultima arrivata. Avrebbe dovuto consultarsi con i colleghi, non fargli abbassare la media così.
-Non si può far nulla?
-Non saprei - Muratori padre rifletteva - Ormai gli scrutini sono stati fatti. Ma forse...
-Il preside può intervenire, secondo me. Potremmo chiamarlo e parlarci. Dopotutto con una scheda così bella mi sembra un vero peccato...
-Assolutamente, non si gioca così con i ragazzi. Lui è bravo, si è impegnato...
-Si è sempre impegnato, anche l'anno scorso aveva quasi la media del 9.
-Sì, dobbiamo fare qualcosa per rimediare a questa ingiustizia - confermò Muratori padre uscendo dal registro e riportando il telefono alla sua funzione primaria.
-Ci parli tu o ci parlo io? - chiese la madre.
-Meglio io, tra uomini ci si intende meglio. Tu passeresti per la solita madre che è sempre dalla parte del figlio, mentre sappiamo benissimo che non è così.

-Il preside mi ha telefono - raccontò la supplente di Musica - per dirmi che il padre di Muratori l'ha chiamato ed era molto seccato per il 6 di Musica. A quanto mi ha fatto capire, era schifato soprattutto perché c'era stato tanto rigore per una materia secondaria come Musica.
Il coordinatore si strinse nelle spalle - Cazzi suoi, che motivo c'era di chiamarti? E poi Musica non è affatto una materia secondaria, e comunque non ci sono materie di primo e di secondo livello, nella scuola media.
Di questo il coordinatore era fermamente convinto. Non tutti la pensavano in quel modo, ma lui sì.
La supplente di Musica si strinse nelle spalle - Sì, buttata giù così ha dato molta noia anche a me. Però il preside sosteneva che la cosa migliore, vista la situazione, era cambiare i voti in maniera da legittimare un 8.
Il coordinatore rischiò seriamente di strozzarsi col caffè.
-Rendere valido?!? Non c'è niente al mondo che possa rendere valido un 8 a Musica a Muratori, salvo una riapertura in piena regola degli scrutini previa convocazione del Consiglio di Classe al gran completo e una votazione  a maggioranza per alzare quel cazzo di voto, dove almeno io di sicuro voterò NO. Come gli è venuto in mente a quell'uomo...
Si interruppe e guardò la collega - Non gli avrai dato retta, spero?
Ma l'espressione un po' confusa e vagamente colpevole della collega non dava adito a speranze.
-Sul momento non... cioè, non sembrava nemmeno a me ma era il preside a chiederlo, e quindi dovevo obbedire anche se non ero convinta. Dopo mi è venuto il dubbio, ma ormai l'avevo fatto. Però ho continuato a pensarci e più ci pensavo più mi sembrava tutto molto strano. Secondo te cosa avrei dovuto fare?
-Dirgli di prendere una corda e andarsi a impiccare senza nemmeno insaponarla! - ruggì il coordinatore.
Adesso Musica era preoccupoata - Vuoi dire che ho fatto male?
Il coordinatore si sforzo di controllarsi, riportandosi alla mente la giovinezza e l'estrema inesperienza della collega, alla sua seconda supplenza.
Il vero problema era un altro, naturalmente. Giovane e inesperta, d'accordo, e il mondo è pieno di insidie. Maccheccazzo, un preside sta dove sta appunto per controllare che tutto avvenga a norma di legge, non per tendere insidie agli insegnanti giovani e sprovveduti approfittando della loro ingenuità.
-Stammi a sentire - le disse con gentilezza - Ti parlo come parlerei a mia figlia - il fatto che non avesse figlie era in quel momento un dettaglio del tutto irrilevante - Non hai fatto bene e hai agito con leggerezza ma hai delle grosse attenuanti, prima fra tutte il fatto che hai obbedito a un superiore di cui ti fidavi. Ma questo ti deve servire da lezione. Non farlo  mai più, chiunque te lo chieda, e se lo fai sii consapevole che quel che fai non solo non è giusto, ma è anche illegale. E adesso guardiamo quel che è successo dopo.
Tirò fuori il telefono e aprì il registro. Votazioni, scrutini, 2F, Muratori...
Fece un leggero fischio - Accidenti, quell'uomo è davvero stordito. Non solo ha alzato il voto da sei a otto, ma facendolo ha pure tolto tutte le assenze di Musica di tutto il quadrimestre a tutta la classe. Pensa come sono strani i ragazzi della 2F: anche quando sono assenti, magari per malattia, vengono comunque a scuola per fare l'ora di Musica! Se casomai a qualcuno venisse in mente di fare un controllo, questi scrutini ormai non sono buoni nemmeno per pulircisi il culo.
Adesso la supplente di Musica era davvero preoccupata - E adesso che succede? 
-Adesso succede che gli scrutini della 2F non sono più validi, ma non ci conviene dirlo a nessuno perché ci andresti di mezzo anche tu.

Tuttavia il coordinatore lo disse a tutti i colleghi del Consiglio, e con orrore scoprì che le cose erano anche peggiori di quel che credeva: Matematica per esempio cascò dal pero e si indignò assai, ma Arte conosceva già tutta la storia.
-Sì, il preside ha chiamato l'Operatore Digitale e le ha fatto alzare il voto. Me l'ha raccontato ieri dicendo che il preside farà ristampare il tabellone dei voti per farcelo nuovamente firmare - spiegò molto tranquilla.
-Ah, per me può chiedere quel che gli pare, io un nuovo tabulato lo firmerò solo dopo che il Consiglio si è di nuovo riunito per riaprire gli scrutini e avrà votato per il cambio di voto, al quale comunque voterò contro.
-Ma se voti contro gli scrutini non saranno più validi - disse Arte apprensiva.
-Quegli scrutini ormai non potranno mai più essere validi, qualsiasi cosa votiamo o firmiamo - ruggì il coordinatore - C'è stato un illecito amministrativo, e anche bello grave!
Arte, che era ormai di ruolo da quasi quindici anni, sgranò gli occhioni - Ma no, se lo dice il preside...
-Sì, e se il preside ci dice di buttarci dalla finestra è nostro preciso dovere farlo, certo. Per quanto, se a buttarsi giù fosse l'Operatore Digitale sarebbe una buona idea, se non altro la smetterebbe una volta per tutte di fare cazzate!
-Ma tu non credi che...
-No!

E dunque, a ben guardare, quel grandissimo stronzo del preside era stato proprio bravino: aveva contentato quella testa di cazzo di Muratori padre, ma dal canto suo era stato molto attento a non sporcarsi le zampette e l'illecito l'aveva fatto fare alla supplente giovane e all'unico capace di entrare negli scrutini già sigillati e cambiare il voto senza lasciare tracce (anche se, in effetti, di tracce ne erano state lasciate fin troppe).
Tirata questa conclusione il coordinatore si fece un severo esame di coscienza e chiese scusa sia agli stronzi che alle teste di cazzo, tutta gente per bene che non si meritava paragoni tanto offensivi.ù
Infine disse una calda e sentita preghiera perché il preside ottenesse il trasferimento; perché, se costui non l'avesse ottenuto, sarebbe stato purtroppo necessario a settembre andare a farci due chiacchiere affinché questa storia di alzare i voti agli scrutini, e perfino dopo gli scrutini non si ripetesse più; e, lasciando stare qualsiasi considerazione sulla sgradevolezza di quel colloquio, la sola idea di rivolgere ancora la parola a quell'individuo gli dava un gran voltastomaco.

-Ma ti rendi conto? Proprio il preside, quello che dovrebbe garantire la correttezza di quel che facciamo, che si mette a manipolare il registro elettronico come un hacker da quattro soldi!
L'amica di vecchia data con cui il coordinatore si stava sfogando sembrava piuttosto divertita da tutta la storia. Ormai da parecchi anni insegnava nel liceo più prestigioso della città e, al contrario del coordinatore, di informatica se ne intendeva abbastanza.
-Qualsiasi hacker da quattro soldi avrebbe saputo evitare la scomparsa delle assenze. Al vostro posto, devo dire, cambierei operatore digitale.
-Io, al mio posto, al momento cambierei anche cittadinanza, continente e pianeta. Davvero non so chi abbia fatto più pena in questa storia, se il genitore del ragazzo, il preside, l'operatore digitale o io che ho tanto strepitato ma non ho alzato un dito. E anche la supplente non ne esce tanto bene, se vogliamo dircela tutta.
L'amica sorrise - Oh, direi che tu puoi andare assolto, dopotutto dal punto di vista ufficiale non hai saputo nulla, e soprattutto non hai fatto nulla. Il genitore è senz'altro criticabile sul piano educativo, e il fatto che il vostro preside lo abbia accontentato non ha fatto certo arrivare un valido messaggio al ragazzo, ma so di genitori che han fatto anche di peggio: da noi un padre ha chiamato un amico che lavora per il  registro elettronico e quello gli ha aperto le schede di tutta la classe.
-Cosa?!? - il coordinatore non credeva alle sue orecchie - Ma non si può! La pricavy, la riservatezza, il divieto di accesso alle informazioni...
-Bah, la privacy ne va come la trippa del gatto, è risaputo. Il padre comunque si è segnato tutto ed è andato a protestare dalla nostra preside perché sua figlia aveva il voto più basso di tutta la classe.
-La preside lo avrà fatto squartare, spero! O almeno denunciato.
-Mo, la preside se lo è blandito per una buona mezz'ora per spiegargli che la valutazione era congrua e coerente con i voti ricevuti dalla ragazza e alla fine il genitore se ne è fatto una ragione.
-Ma almeno la tua preside non ha commesso illeciti amministrativi!
-In questo caso ha avallato illeciti altrui che non escludo rientrino nel penale. Sai, mi sembra un classico caso da Qui custodiet custodes.
Il coordinatore ci pensò su.
-A me sembra soprattutto un classico caso di imbecillità. Cosa fa questa gente quando ha un problema vero? Cerca di rapinare la banca d'Inghilterra?
-Nel caso del tuo preside cerca di mandarci qualcun altro, direi.
-Ah, allora non c'è problema: chiunque sia così stupido da dare ascolto al mio, spero ancora per poco, preside, è del tutto incapace di rapinare financo uno scaffale per il libero scambio di libri, e finirebbe dunque al più presto in galera.
L'amica di vecchia data si disse d'accordo con lui.

venerdì 27 marzo 2015

Il gatto che andò a Compostela - (La Settimana delle Storie)

Tanti anni fa, subito dopo la tesi, qualcuno mi chiese una storia. Siccome la tesi riguardava (tra le altre cose) il pellegrinaggio a Santiago de Compostela e il culto di san Giacomo saltò fuori dal nulla questo racconto. Mi è tornato in mente due sere fa, forse perché in questi giorni con la Prima Effervescente stiamo studiando il pellegrinaggio e un ragazzo ha portato le conchiglie e il bordone dei nonni che sono appunto andati fino a Compostela. 
Non risulta che san Giacomo si sia mai molto interessato ai gatti, ma per i monaci benedettini il gatto era un simbolo di fedeltà - e sulla via per Santiago i benedettini cluniacensi costruirono molte abbazie dove i pellegrini venivano accolti e rifocillati.

Era la Custode della Biblioteca, l'Usbergo dei Manoscritti, la Prediletta dei Copisti e il terrore dei topi e dei ratti. Da anni Bellatrix la Bella, intrepida cacciatrice,  difendeva le pergamene  e i codici del monastero. I monaci riconoscenti non le facevano mancare né il latte né la panna, così com'era stato con sua madre e con la madre di sua madre, e quando partoriva aveva sempre un bel cesto foderato di panni caldi.
Quell'anno aveva partorito più tardi del solito, mentre l'estate già declinava, e i suoi gattini avevano passato l'inverno nello scriptorium. Adesso che la primavera stava spargendo i suoi fiori nell'orto e nel giardino i tre giovani gatti giravano liberamente per il monastero, e come la madre erano già diventati intrepidi cacciatori di topi e di uccellini. 
Erano tre, uno nero, uno bianco e uno rosso, che venne chiamato Rufus Zampe d'Argento perché le sue zampette e la punta della coda avevano un riflesso argentato. 
Rufus non era molto interessato ai manoscritti, e amava soprattutto girare per l'orto e le cucine. Gli piacevano molto i pellegrini, che dormivano nella foresteria del monastero per riposarsi tra una tappe e l'altra. Rallegrava le loro speranze, consolava la loro tristezza e faceva le fusa mentre loro pregavano.
La mattina quando ripartivano era sempre lì a salutarli, sul portone del monastero. Poi tornava alle cucine dove c'era sempre qualche topo da cacciare.
Quel pellegrino però l'aveva colpito in un modo diverso. Era avvolto da una nube nera di disperazione e alle mani e alle caviglie aveva pesanti catene di ferro. Lo vide parlare a lungo con l'abate, che cercava di convincerlo a segare i ceppi e a liberarsi almeno le mani. "Non c'è colpa che il Signore non perdoni, se il pentimento è sincero" gli aveva detto "E l'eccesso nella punizione può essere esso stesso un peccato".
"Se il Signore mi avesse perdonato mi avrebbe mandato un segno e le mie catene si sarebbero infrante da sole" aveva risposto il pellegrino cupamente. Poi era partito, ma Rufus era riuscito a infilarsi nella sua sacca ed era partito con lui, senza che il pellegrino ne sapesse nulla.
Se ne accorse quando si fermò per pregare in mezzo alla radura e il sole brillava alto. "Cosa ci fai, qui, stupido gatto? Torna indietro".
Rufus l'aveva guardato, spalancando al massimo i suoi occhi color dello zaffiro.
"Meow" aveva detto, poi gli aveva messo la zampetta sulla mano per carezzarla.
"Non ti voglio. Non ho niente per te. Torna al monastero, dove ti trattano bene".
Come tutta risposta, Rufus si era messo a fare le fusa.
Allora il pellegrino si ricordò del formaggio che il monaco aveva insistito per dargli, insieme al pane secco.
"Posso darti un po' di formaggio. Io non devo mangiare il formaggio, il pane è anche troppo per me".
Rufus mangiò volentieri il formaggio e fece le fusa ancora più forte. Si accorse che il pellegrino voleva allontanarlo a calci, ma gli bastò guardarlo con i suoi innocenti occhi color zaffiro per fermarlo. 
"Fai come ti pare" disse il pellegrino alzandosi in un gran rumore di ferraglia "Ma io non ti porterò con me".
Si avviò e Rufus lo seguì, rincorrendo le farfalle sull'erba e le lucertole che guizzavano al sole. Quando fu stanco si arrampicò sulla veste del pellegrino e si accoccolò sulla sua spalla.
"E va bene" si disse il pellegrino "Un peso in più lo posso portare, aumenterà la mia penitenza".
Quando venne la sera il pellegrino si sdraiò per dormire sotto gli alberi e gli offrì un altro pezzo di formaggio, ma Rufus non lo prese e corse via tra gli alberi. Tornò poco dopo con un topolino ancora guizzante in bocca e lo sgranocchiò vicino al pellegrino. Poi si infilò sotto la coperta vicino a lui, facendo le fusa.
Quando il formaggio fu finito arrivarono ad un altro monastero. Il pellegrino andò a confessarsi, poi si addormentò piangendo, dopo aver fatto un lunghissimo atto di contrizione.
Un monaco gli portò del pane secco.
"Potete tenere con voi questo gatto?" gli chiese il pellegrino "Non so perché mi abbia seguito dall'ultimo monastero, ma io non lo voglio".
"Fai male a rifiutare la compagnia di un amico" gli disse il monaco "Questo gatto ti è molto affezionato. Ti darò un pezzo di formaggio per lui, se non ne vuoi mangiare tu".
Il pellegrino sospirò, prese il formaggio e ripartì con il gatto. Finì per abituarsi a quella presenza morbida e amichevole e lo portava nella sacca o sulle spalle tutte le volte che Rufus era stanco, così Rufus decise di stancarsi molto più spesso.
Le notti a volte erano molto fredde e la coperta era leggera. Quando il pellegrino non riusciva a dormire piangeva e pregava, e dopo aver pregato piangeva ancora più forte e si batteva il petto, e Rufus vedeva la nuvola della disperazione che lo avvolgeva, ma quando cercava di avvicinarsi il pellegrino lo cacciava in malo modo. Le piaghe che aveva ai polsi e alle caviglie, sotto gli anelli di ferro, spesso sanguinavano e allora il pellegrino poteva camminare solo molto piano. Quando si fermava in un monastero per dormire i monaci gliele ungevano d'olio ma lui non permetteva mai che gliele fasciassero.
Ogni volta chiedeva ai monaci di prendere il gatto, e ogni volta i monaci rifiutavano e gli davano un pezzo di formaggio fresco in aggiunta al pane secco.
Rufus era sempre più bello e più forte nonostante passasse metà del giorno a fare le fusa e l'altra metà camminando: la dieta di topolini freschi e formaggio lo corroborava e gli uccellini dei boschi erano uno squisito dessert. Però era un po' preoccupato perché, anche se la nube di disperazione che avvolgeva il suo amico sembrava attenuarsi un po' ogni giorno, le ferite ai polsi e alle caviglie erano sempre più profonde. 
Una mattina il pellegrino non riuscì ad alzarsi, per quanto ci provasse. Alla fine si prostrò a terra e, fra le lacrime, si pentì per l'ennesima volta di aver osato sperare di poter essere perdonato. Rufus andò a leccargli le lacrime come aveva già fatto altre volte ma stavolta il pellegrino non solo lo allontanò ma, quando Rufus si avvicinò ancora, lo scaraventò con tutte le sue forze contro un albero. 
Rufus lanciò un urlo straziante e crollò a terra, dove rimase perfettamente immobile, scomposto come una bambola di stracci.
Il pellegrino lo guardò inorridito, poi lo chiamò, sempre più spaventato. Tanta era la forza della preoccupazione che strisciò sui gomiti fino al corpo del suo piccolo amico, su cui pianse a calde lacrime.
"Signore, come posso sperare nella Tua grazia se sono così incapace di meritarla? Ecco, questa creatura era venuta da me in amicizia, per un capriccio ma in buona fede e con sincerità. Mi è stato vicino e ha cercato di confortarmi per tutte queste settimane e in cambio io ho spezzato la sua giovane vita!".
A queste parole Rufus aprì prima un occhio, poi due, sorrise al pellegrino e si alzò con mossa agile ed elastica, mostrandosi in perfetta salute.
Il pellegrino tese le braccia e se lo strinse al cuore.
"O meraviglia! Non eri morto, stavi solo scherzando! O splendido amico, che mi hai finalmente fatto capire l'enormità del mio errore! Come posso sperare nel perdono, se non so vedere la Bontà di colui che ha creato me e te, e ti ha mandato da me?".
Rufus fece le fusa e si strusciò al pellegrino, poi leccò le piaghe dei suoi polsi che si risanarono sotto la sua lingua. Alzando gli occhi il pellegrino vide un uomo di meravigliosa bellezza, circondato da un aura dorata. "Tu sei..."
"Io sono l'apostolo Giacomo, morto in Galilea e sepolto a Compostella" rispose il santo con voce dolcissima "Ti ho mandato questo piccolo amico perché tu imparassi attraverso di lui che non eri solo. Troppo tempo hai vissuto nelle tenebre, vedendo soltanto te e il tuo peccato". 
Il santo fece un gesto e i ceppi si spezzarono, lasciando l'uomo libero e risanato.
"Ti ringrazio di aver avuto compassione della mia immensa miseria" disse il pellegrino "Ero nelle tenebre e mi hai riportato alla luce. Mai più disprezzerò i doni della compassione e dell'amicizia, da chiunque provengano".
L'aria intorno al santo tremò e si ricompose, e quando il pellegrino alzò nuovamente gli occhi vicino a lui c'era soltanto Rufus dalle Zampe d'Argento.
Il pellegrino rise di gioia "Vieni, mio piccolo amico, salimi sulla spalla. Abbiamo ancora della strada da fare, ma al prossimo monastero ci fermeremo e chiederò di prendere i voti".
Rufus si avvolse intorno al collo del pellegrino facendo le fusa. 
"Resterai con me per tutto il tempo che vorrai" promise il pellegrino "Un gatto, in un monastero, è sempre ben accetto".
Rufus sapeva che era vero, ma adesso sapeva anche che non esistevano solo i monasteri. Si sarebbe fermato un po' con l'uomo, ma poi sarebbe ripartito.
Perché lui era Rufus dai Baffi d'Argento, e andava dove voleva.

domenica 28 dicembre 2008

Un racconto di Natale


-Ci vorrà pazienza, ma ce la faremo - aveva promesso Angela ai figli. In effetti convincere Shaddie era stata operazione lunga, che aveva richiesto mesi di pazienti offerte e di cauti appostamenti, ma tutta la famiglia si era presa una sbandata per quella gattina lunatica e ombrosa color argento brunito e aveva perseverato; perfino Chablis, la saggia custode tigrata della casa, aveva fatto qualche cauto approccio assicurando la nuova venuta che era disposta ad accoglierla.
E alla fine, in Ottobre, dopo tre mesi di corteggiamento serrato Shadow Dancing aveva permesso a Luca di accarezzarla.
Una volta rotto il ghiaccio le cose si erano mosse in fretta e già a metà Novembre Shaddie spadroneggiava sul letto dei ragazzi anche se continuava a scappare all’arrivo degli estranei, chiunque fossero.
-C’è speranza di vederla, stasera? - chiese Valentina da dietro la barriera di tartine che andava spalmando. In trent’anni di amicizia lei e Angela avevano condiviso un’infinità di gatti trovati e perduti, svezzati e accuditi, seppelliti o collocati presso amici e parenti. Anche dietro l’incontro con Francesco, suo marito ormai da quindici anni, e con suo fratello Max, felicemente sposato ad Angela, c’erano stati dei gatti galeotti.
-Sì che la vedrai, e anche presto - promise Angela - Il branzino può molto, su queste gatte.
Nel forno filetti e tortini di pesce si doravano; ognuno di loro aveva fornito un contributo per riempire la grossa ciotola a due piazze delle micie di casa - che nessuno pensasse che non era vigilia di Natale anche per loro!
-Luca, vai a chiamare Chabbie e Shaddie, c’è la loro cena.
Luca andò alla porta e intonò il richiamo.
-Direi che siamo perfettamente nei tempi - si rallegrò Valentina finendo di disporre l’ultima tartina nell’ultimo vassoio. Le varie portate cuocevano o raffreddavano, dolci e frutta secca erano disposti negli eleganti vassoi rossi e oro decorati ad agrifogli e la cucina poteva quasi dirsi in ordine nonostante gli elaborati preparativi per la cena di Vigilia di dodici persone. Mancava ancora un’ora all’arrivo dei suoceri e del fratello di Max e Francesco (con nuova fidanzata al seguito), e restava solo da apparecchiare la tavola, compito tradizionalmente riservato ai ragazzi.
- Niente gatti - avvisò Luca dalla porta della cucina - Sicura che siano fuori?
-Proprio sicura no, ma è da stamani che non si vedono. Se nemmeno Chabbie si è presentata, con tutto il pesce che abbiamo maneggiato... - in effetti c’era qualcosa di inquietante in quell’assenza, ammise Angela in cuor suo - Preparate la tavola, intanto.
-Tovaglia con le renne? - chiese Luca.
-Tovaglia con le renne e candelieri dorati - confermò Angela. Luca sparì a chiamare fratello e cuginette.
-Tovaglia con le renne? - si informà Valentina.
-Ricamata con le mie manine, un capolavoro. Due renne per commensale, otto stelle comete e agrifoglio dappertutto. E’ stata un’impresa EPICA.
-Ci credo, anche solo le ventiquattro renne... Quanto ci sei stata?
-Quattro mesi, ma vedrai che bella: ricade quasi fino a terra e le stelle comete d’oro sono al centro del tavolo, mentre l’agrifoglio fa da bord...
Luca fece irruzione in cucina - Mamma, mamma, Shaddie ha fatto i gattini!
-Proprio sulla tovaglia con le renne! - aggiunse il fratello con visibile soddisfazione.
-Gattini? - riuscì a balbettare Angela.
-Sono due. Tutti bagnati, sembrano topi - disse una delle bambine.
-Fa un po’ schifo, c’è sangue dappertutto - aggiunse l’altra.
-E’ normale che ci sia il sangue, se ha partorito - spiegò Valentina con dolcezza alla figlia.
-E Chablis li sta leccando!
-Si sono sporcate tutte le tovaglie - informà Luca, concreto come sempre.
-Ma Shaddie non era incinta! - protestò Angela debolmente.
-Se ha fatto i gattini, forse un po’ lo era - osservò Luca sarcastico.
Giusto due mesi prima Shadow Dancing era diventata più trattabile, ricordò Angela.
-Ma non aveva la pancia! - insisté.
Luca non si scomodò a risponderle.
-Come facciamo per la tovaglia? - chiese Valentina preoccupata.
Era un bel problema, ammise Angela frastornata. Invece di dodici coppie di renne, una coppia di gattini...
-Luca, vai dal babbo e digli che prepari una bella cesta nell’angolo più riparato della nostra camera. Da lui Shaddie si lascerà toccare, anche se ha fatto i gattini. E datele da mangiare, avrà fame. Voi tre, venite con me che vi prendo la tovaglia.
-Non ci sono più tovaglie pulite, mamma - ricordò Luca.
-La tovaglia è uno stato d’animo - stabilì Angela - Se prendo un qualunque pezzo di tessuto bianco, posso benissimo chiamarlo tovaglia.
-Per esempio?
-Per esempio un lenzuolo matrimoniale!
-Suoceri e fidanzata nuova a cenare sul lenzuolo? - chiese Valentina, un po’ interdetta.
-Se non gli sta bene, vanno a casa loro e cenano su quello che gli pare - tagliò corto Angela.
-Giusto.
-Zia, come li chiamate i gattini? - domandò Paola.
-C’è tempo, per questo - sorrise Angela - Dar nome a un gatto è una questione complessa.

domenica 26 ottobre 2008

A casa


Degli altri quattro sensi non c'era traccia. Tutto ciò che riuscivo a sentire era uno stucchevole sapore di glassa alla fragola...

...disgustoso. Irritante. Umiliante.
Sempre così con gli sciroppi per la tosse. “Piacevole al gusto”, era scritto  sulla confezione. E garantivano pure che aveva subito effetto, calmava l’irritazione e via dicendo. E finiva sempre nello stesso modo: continuavo a tossire come un disperato, senza requie, e stavo sveglio per tossire, il fuoco nella gola non si estingueva (...beh, se davvero il fuoco nella mia gola si fosse estinto sarebbe stato un problema piuttosto serio) e l’irritazione restava. Anche perché vorrei sapere chi non sarebbe stato irritato dopo aver passato ore e ore a tossire fino a ritrovarsi anche uno spasimo tra le costole doloranti.

D’accordo, andava un po’ meglio. Il sapore di glassa alla fragola mi rendeva quasi idrofobo (ma in fondo io sono  sempre idrofobo, no?) ma la tosse stava calando. Forse, di lì a un paio d’ore, sarei anche riuscito a fare un sonnellino, magari dopo aver mandato giù una buona secchiata di whiskey. Non subito, si era raccomandata l'infermiera, dovevo aspettare almeno un’ora, finché lo sciroppo non avesse fatto completamente effetto.

Mi rigirai, inquieto, e la tosse tornò, forte, spasmodica. Smise presto però, lasciandomi dolorante, esausto, ma con quella sensazione di sollievo che si portano le malattie quando passano lo zenith e iniziano a perdere terreno.
Era stato un errore venire in Inghilterra, considerai dolorosamente, come facevo ad ogni inizio di autunno. Ma quando la draghetta azzurra aveva spiegato le ali per il volo nuziale avevo perso la testa e le ero corso dietro ad ali spiegate. Un intero oceano avevo traversato, incrociando una tempesta e lesionandomi un’ala (guarita quasi subito). E lei, alla fine del volo, aveva scelto un altro. Qualsiasi drago di buon senso a quel punto, dopo una buona notte di sonno, avrebbe fatto dietro front per andare a grattarsi le corna a casa propria, no?
Infatti, io no. Mi ero messo ad esplorare quel nuovo paese. Mi era piaciuto il Northumberland. L’avevo trovato fresco, dopo tutti quegli anni di vita tropicale!

Ah, certo, per fresco era fresco. Proprio fresco, sissignore. E ogni anno quella storia. Ogni anno! E ogni anno giuravo e spergiuravo che, passata la bronchite, sarei tornato in Brasile. Ogni anno con meno convinzione. E poi la bronchite passava, e chi ci pensava più, a tornare? E comunque, un conto era farmi un voletto a casa, ogni tanto, per visitare i vecchi compagni di covata, ma di lì a partire davvero...

Tossii ancora, un po' distrattanente.  Le costole facevano male, ma in un paio di giorni sarebbe passata. Per un anno, non ci sarebbero state altre bronchiti. E quello sciroppo al sedicente sapore di fragola era davvero disgustoso, ma, onestamente dovevo ammettere che... funzionava. Il mio cavaliere aveva girato le streghe alchimiste di tutta la regione, anno dopo anno, finché non aveva trovato lo sciroppo giusto. La strega Lavoisin aveva ideato la ricetta per  me e lo preparava ogni estate, con centoquattro diversi ingredienti e una lavorazione complicatissima che richiedeva più di un mese.
Sorrisi, e una lievissima fiammella mi si fece largo tra le fauci. 
Oh gioia! Il primo esile fil di fumo dopo tre giorni di agonia!

Se non avessi seguito quella draghetta snorfiosa di cui non ricordavo nemmeno il nome non sarei mai giunto al castello dei De Bracy. Non avrei mai incontrato (orrore!) il mio cavaliere Roland, e non avrei mai conosciuto il piacere di dormire su un cumulo di monete d’oro e di smeraldi, né avrei mai avuto l’onore di contribuire a ben due covate della Draghessa Reale - la più bella e focosa di tutte le draghesse, al cui confronto le scialbe draghette che avevano turbato i miei sogni di adolescente erano nulla e men che nulla, come paragonare un fulmine al fuoco di un cerino morente.

Una cauta lappatina al whiskey prima di addormentarmi. Anche la sete stava passando. E avevo quasi smesso di starnutire.
Vabbé, un raffreddore all’anno. Ci poteva anche stare.
In fondo, il bello di perdersi era che potevi anche non ritrovare la strada.
Richiusi le ali e mi assopii serenamente, godendomi il calduccio della febbre che ricominciava a salire nel mio fiammeggiante corpo squamoso.