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venerdì 14 novembre 2025

La leva di Archimede -L. P. Davies


Mi sembra di aver capito che suo tempo lo scrittore inglese L. P. Davies sia stato piuttosto famoso, e magari fuori d'Italia lo è ancora; oso dire però che da noi se n'è perso il ricordo.
I suoi romanzi hanno conosciuto da noi una sola edizione, quella di Urania (vai a sapere quanto precisa), e nemmeno una ristampa o una ripresa in versione completa da qualche editore specializzato. Questo vuol dire che chi vuole leggerli in italiano deve rivolgersi alle biblioteche (ma le biblioteche con la collezione Urania non sono moltissime, anche se ci sono) o all'usato, e visto che Urania aveva un formato editoriale comodo per la lettura e molto economico ma che non si distingueva certo per qualità e resistenza di carta e rilegature, anche il canale dell'usato non è poi fornitissimo.
Casa Shikibu comunque vantava un amante della fantascienza, lo stesso che accantonò Il piccolo popolo, e che per parecchi anni comprò quasi tutto quello che Urania pubblicava, salvo poi sottoporre gli scaffali a periodiche bonifiche. I libri di L.P. Davies sopravvissero a diverse falciature, e credo di poter dire che ciò è stato giusto anche se mi considero una lettrice di fantascienza piuttosto anomala: non mi interessa se ci sono o no le astronavi, o i viaggi nello spazio, o le catastrofi cosmiche o futuri angoscianti o una tecnologia particolare, mi interessa che il libro sia scritto bene e abbia alla base una storia che mi interessa seguire. Naturalmente il mio concetto di scritto bene è assolutamente personale e nemmeno molto coerente, ma dove l'impianto è quello di un romanzo inglese classico, ovvero la più confortevole tra tutte le mie comfort zone, è molto probabile ai miei occhi il romanzo risulterà scritto bene, indipendentemente da quel che ne possano pensare gli altri.
Torniamo a L.P. Davies: provincia inglese contemporanea*, personaggi piuttosto ordinari, una o due coppie giovani da assortire per il finale non di rado piuttosto lieto, un enigma - ma la parola più adatta credo sia mystery - che si dispiega pian sotto gli occhi del lettore, riferimenti  ad altri tempi e altri luoghi... parecchia roba, insomma, ma mescolata bene.
Lessi La leva di Archimede da ragazzina, iniziando a spelluzzicarlo per curiosità e restandoci incollata per tutto il pomeriggio. Mi colpì soprattutto il collegamento con i nazisti, mentre la questione del parto - che oggi mi sembra ai limiti dell'impossibile anche con i mezzi moderni - passò completamente inosservata ai miei occhi (a quei tempi il parto era ancora qualcosa che riguardava gli altri, o meglio le altre, e che in letteratura serviva soprattutto come tappa critica che permetteva a uno o più bambini di restare orfano ed eventualmente abbandonato (e in questo romanzo adempie egregiamente la sua funzione in tal senso). 
Ma andiamo per ordine: il protagonista è un rispettabile insegnante di, credo, lingua e letteratura inglese in un college, sui trent'anni, abbastanza solitario ma non troppo, nel complesso piuttosto rispettato da colleghi, dirigenza e alunni. Durante un intervallo all'aperto uno dei suoi alunni muore, cadendo da un tetto**. E la prima domanda che arriva al lettore (ma di sfuggita, non è ancora così evidente che si tratta di un evento importante ai fini della trama) è "che accidente ci fa un alunno sul tetto del college durante un intervallo di scuola?".
La risposta, si capisce, è che sul tetto l'alunno non avrebbe dovuto farci proprio niente, e certo nessuno lo aveva minimamente autorizzato a salirci, sul quel tetto, per poi inciampare e cascare a testa in giù lasciandoci le penne (o meglio la pelle, perché se avesse avuto penne gli sarebbe bastato usarle per planare dolcemente verso terra ed arrivarci intatto).
Nessuno incolpa minimamente l'insegnante dell'increscioso fatto: all'improvviso l'alunno era scattato via, si era arrampicato sul tetto, da dove si era sporto muovendosi in modo strano, e nel giro di pochi secondi era precipitato a terra come se qualcuno l'avesse spinto. Peccato che su quel tetto l'alunno fosse solo e nessuno avesse avuto alcuna possibilità di spingerlo. Ma quand'anche, oerché spingerlo giù?
Ecco, risulta che l'alunno era un tipino piuttosto scorretto: prepotente con i compagni, piuttosto esigente... insomma, un bulletto. Restava comunque il fatto che, su quel tetto, l'alunno era solo e nessuno poteva averlo spinto di sotto anche se sembrava proprio, da come si era mosso, che fosse stato spinto, anche se davvero non si riusciva a capire come ciò potesse essere avvenuto.
Questo e altri particolari perplimono inizialmente l'insegnante, che comincia a fare qualche domanda, prima a sé stesso, poi in giro e pian piano allarga il cerchio delle indagini, quasi subito affiancato da una giovane e assai graziosa collega che fino a quel momento non aveva mai, non dico notato ma nemmeno visto perchè lei di solito entrava e usciva da una porta diversa dalla sua. L'attenzione dei due si concentra su un allievo dalle origini misteriose che risulta avere un fratello gemello. Entrambi sono stati adottati in modo assai insolito e non si riesce a capire da dove esattamente siano saltati fuori. C'è stato poi un parto misterioso, avvenuto in una casa nei boschi... 
Di mistero in mistero si arriva a un campo di concentramento dove un qualche scienziato pazzo (figura piuttosto comune nella letteratura degli anni Sessanta, soprattutto nei campi di concentramento) aveva architettato un piano particolarmente complesso e all'apparenza molto efficace, ma era poi sopravvenuto un incidente imprevedibile che aveva cambiato le carte in tavola e di cui lo scienziato non aveva mai saputo nulla. Era così morto con la soddisfazione di avere innescato una catastrofe assai definitiva e del tutto ignaro delle complicazioni sopravvenute. 
Il grandioso progetto, in cui la leva di Archimede citata nel titolo italiano*** avrebbe dovuto sollevare il mondo (non a scopi benefici, si capisce) parte quindi zoppo già in partenza e il piccolo anticristo programmato per innescare la distruzione risulta così... un gruppo di quattro gemelli, ognuno dei quali risulta dotato solo di alcune delle doti necessarie a portare avanti il progetto.Da bravi gemelli i quattro ragazzini sono indissolubilmente legati tra loro, ma molto diversi nel carattere, nelle inclinazioni e nei talenti e niente affatto propensi ad agire di comune accordo. Sarà appunto questo, insieme ad alcuni piccoli ma determinanti interventi da parte del professore, della collega diventata nel frattempo la fidanzata del professore e di una simpatica e autorevole figura paterna che accompagna la coppia nell'ultima parte del romanzo ad impedire la fine del mondo e a garantire a una parte dei gemelli un sereno e proficui inserimenti nella società inglese del futuro - perché sì, nonostante l'angoscia che la attraversa la storia risulta a lieto fine.
Con la non piccola incognita del fatto che trovarlo è piuttosto difficile mi sento dunque di consigliarne la lettura, molto adatta a un lungo e grigio pomeriggio d'inverno (ma anche a un lungo e sonnolento giorno d'estate, l'importante è non spezzare troppo la lettura).

* rispetto agli anni in cui scriveva l'autore, naturalmente.
** il soggetto scelto per la copertina  è appunto il momento della caduta, con l'alunno piuttosto inorridito e ormai consapevole che quello è  il suo ultimo istante di vita (da notare che questa caduta non è affatto un punto culminante del libro, ma al massimo l'episodio che determina l'inizio dell'indagine).
*** il titolo originale parla invece di bamboline di carta, di quelle che si usano ritagliare per costruire file di bambini che fanno il girotondo.

venerdì 25 luglio 2025

L'arrivo delle missive - Aliya Whiteley

Si tratta di un cosiddetto racconto lungo, che volendo e a seconda dei gusti potrebbe essere anche definito romanzo breve: 150 pagine, ma sono 150 pagine reali, belle fitte e nemmeno divise in capitoli. Scorre molto bene e si può tranquillamente consumare in un giorno o due serate, nemmeno troppo lunghe; pubblicato in Inghilterra (dove è ambientato) nel 2016 e pubblicato in Italia nel 2018 dalla casa editrice Carbonio, di cui fino a due giorni fa ignoravo financo l'esistenza ma che sembra gestita da persone di buon gusto. La copertina non c'entra alcunché con il contenuto (a parte essere ambientato nella campagna inglese) ma, nonostante quelle strane sagome nere non è sgradevole, che è più di quanto si possa dire delle copertine che normalmente circolano. L'autrice sembra promettere bene ma non hanno tradotto altro di lei, in italiano. Peccato perché mi sembra che meriterebbe, però è giovane e quindi magari col tempo arriveranno altre cose.
Visto che, per vari motivi che proverò dopo a esporre, della trama non posso dire granché proverò a dire a chi potrebbe piacere. A me, prima di tutto, ma non è molto indicativo perché sono abbastanza onnivora. Non ha avuto un gran risalto ma cercando si trovano diverse recensioni, per lo più favorevoli. Insomma, a quei pochi eletti che in qualche modo sono riusciti a metterci le mani è piaciuto abbastanza. Io l'ho pescato in biblioteca, ma credo che lo comprerò - col prossimo bonus, però, perché quello di quest'anno ormai l'ho spolpato tutto.
Viene di solito classificato come "fantascienza", oppure "distopia", che è una di quelle parole onnicomprensive di recente acquisizione che viene usata per indicare la descrizione di una società futura e piuttosto schifida. Questo libro però non descrive una società futura e quella che presenta non solo non ha nulla di schifido, ma è una normale ambientazione inglese agli inizi del secolo scorso. Personalmente, non ci ho trovato nulla di spaventoso e per certe cose sono di viscere piuttosto sensibili.
C'è, effettivamente, qualche elemento fantascientifico, ma proiettato molto avanti nel tempo.
Torniamo alla domanda iniziale: a chi potrebbe piacere? Cosa c'è dentro?
E' un racconto di formazione, a ispirazione femminista - ma, anche se la protagonista è femmina, i temi principali sono l'autodeterminazione, la realizzazione personale e soprattutto il libero arbitrio, ma anche la volontà di non farsi troppo guidare da chi ha già deciso cosa sarebbe bene per te o per tutti - e sono tutti temi che riguardano anche gli uomini, in effetti.
Non esito a definirlo una storia a lieto fine. Certo, il futuro si apre su delle incognite - ma ditemi voi quale futuro non contiene delle incognite. 
L'ho pescato tra i suggerimenti di un blog letterario dove la tenutaria aveva deciso di elencare cinque titoli "disturbanti" che le erano piaciuti molto. Davvero non so perché ho aperto un video che mi prometteva delle letture disturbanti: io non amo affatto essere disturbata e riempita di inquietudini, e non è certo quello il criterio con cui mi sceglierei una lettura. 
Sta di fatto che il primo libro presentato era questo, che mi sembrava rientrare nella categoria interessante; il secondo e il terzo dalla descrizione mi sono sembrati due pugni nello stomaco e gli ultimi due non saprò mai quali sono perché ho chiuso il video stabilito che quella roba aveva buone possibilità di disturbarmi assai.
Dunque non sono molto d'accordo col fatto che sia fantascienza, e volendo potrebbe tranquillamente rientrare nel fantasy, o più esattamente nella letteratura fantastica - non che ci siano streghe o folletti, ma sappiamo tutti che ormai con l'etichetta fantasy circola davvero un po' di tutto, compresa molta roba pubblicata da Urania.
C'è una buona traccia di romance, volendo - ma anche sotto l'etichetta romance circola ormai un po' di tutto.

Ma veniamo alla trama. Anzi, non veniamo alla trama perché non si può raccontare. Non tutta, almeno. Personalmente non ho nulla contro gli spoiler, ma la trama presenta un buon numero di svolte e presentarne solo una o due non mi sembra abbia molto senso.
Così proverò a... ehm... dire qualcosa. Solo qualcosa.
Siamo, e sia chiaro che ci resteremo fino alla fine, in una bella campagna inglese, a primavera avanzata. La storia si snoda nell'arco di due-tre mesi. La prima guerra mondiale è finita da un paio di anni e la gioventù inglese è ancora lì che si lecca le ferite dopo l'abominevole salasso cui è stata sottoposta. Nei flashback avremo anche un piccolo, piccolo pezzettino di una battaglia della guerra in questione. Poca roba, ma molto coinvolgente e realistica.
La protagonista è una fanciulla di diciassette anni, considerata già in età matrimoniabile. Nonostante la fascetta ci informi che Shirley sembra già avere un destino stabilito per lei e che i genitori abbiano già deciso chi deve sposarla la cosa non è affatto così dichiarata e inevitabile, e Shirley ha i suoi bravi progetti. Inoltre è innamorata del suo professore - che ha 24 anni, e quindi non sembra affatto improponibile. Poi, certo, la famiglia ha altri progetti, ma chi non ne ha? E dopotutto, la madre è scappata a suo tempo col suo attuale marito: le ragazze inglesi hanno sempre avuto una certa determinazione nello scegliersi un destino su misura.
Il suo amato professore, all'inizio della storia, per quanto oggetto di ardenti fantasticherie e di ben precisi progetti, al momento è del tutto ignaro della questione. Tuttavia la vita funziona a modo suo, la ragazza ha degli amici, o comunque dei compagni di scuola... insomma, qualche imprevisto si acquatta nell'ombra. Ma non è un imprevisto spaventoso. 
Le missive del titolo sono quattro, credo, e le tre lettere del professore sono consegnate a mano. La quarta invece arriverà per posta e offre a Shirley un colloquio per l'ammissione a una scuola per insegnanti. E poi ce n'è anche una quinta, che comunque influisce ben poco nella trama.
La quale trama si snoda tra passeggiate campagnole in una natura assai piacevole, incontri romantici, preparativi per la gran festa del Calendimaggio, che in paese è molto importante, altri preparativi per... va bene, lasciamo perdere. Niente di disturbante, comunque.
E ci sono anche altre cose, forse, magari, un pochino più disturbanti, ma che Shirley affronta con molto buon senso.
E la storia finisce, affacciata sul futuro.
Potrebbe andare bene d'estate, sotto l'ombrellone o sotto un albero pieno di uccellini cinguettanti?
Sì, potrebbe. In effetti io l'ho letto appunto sotto un albero eccetera -ma anche a casa in poltrona, quando il caldo mi ha suggerito di rientrare. Secondo me però è perfetto anche in autunno, con la tradizionale tisana ai fiori e la fetta di torta sul piattino. E credo che nessuno ne uscirà disturbato.

venerdì 29 settembre 2023

Diario di Hiroshima - Michihiko Hachiya

Da bambina ho letto, minimo sei volte, Il gran sole di Hiroshima e per questo mi sono sempre considerata una grandissima esperta della bomba atomica senza mai approfondire la questione più di così. Quando arrivò il bonus per gli insegnanti però mi balzò tra le mani in qualche modo la segnalazione di questo libro: un autentico diario scritto da un autentico medico di Hiroshima che la bomba l'aveva conosciuta sia da essere umano bombardato e da essa malridotto, sia come medico curando infiniti pazienti pure loro assai malridotti. 
Potevo lasciarmelo sfuggire?
Assolutamente no, e infatti lo comprai già alla prima mandata di acquisti. Lo riposi diligentemente nello scaffale dei libri in attesa di lettura* e lì lo lasciai a riposare al calduccio.
Questa estate però Red Komet, uno dei miei YouTuber preferiti per seguire la guerra in Ucraina che un tempo, nelle intenzioni, teneva un rispettabile canale dedicato alla storia militare e qualche volta ci prova ancora, fece un video dedicato appunto al celebre lancio delle due bombe sul Giappone. In quel video tira fuori dal cassetto la celebre teoria che sostiene che gli USA lanciarono le bombe per costringere alla resa il Giappone, che pur avendo già chiaramente perso la guerra rifiutava con tutte le sue forze di arrendersi e quindi allo scopo di risparmiare molte vite sia giapponesi che, soprattutto, americane.
Nel video Red Komet cita statistiche, rapporti americani eccetera eccetera e ammetto che qualche dubbio in merito è riuscito a farlo scivolare perfino nel mio cuoricino pacifista e antibombarolo, anche perché nel corso dei decenni mi erano arrivati diversi accenni in merito dai vari esperti di Giappone che ogni tanto incrocio e che puntavano parecchio in quella direzione; tuttavia sospettavo, e continuo a sospettare, che quel lancio forse si sarebbe potuto e dovuto evitare.
Ad ogni modo, ormai che ero ritornata in argomento, mi decisi a tirare fuori dallo scaffale il Diario che, dopo un forte sbadiglio, si è aperto e reso disponibile alla lettura.
Il dottor Hachiya scrisse il suo diario nei primi due mesi dopo il bombardamento, partendo da quella mattina in cui stava facendo colazione dopo una notte di turno all'ospedale dove lavorava e dove tutto cambiò in un attimo. Il poverino si ritrovò nudo come un verme e con una serie di schegge nel corpo, sulle rovine della sua casa che poi prese fuoco. Lui e sua moglie riuscirono molto fortunosamente ad arrivare attraversando un inferno di fiamme, fumo e cadaveri più o meno spappolati e scorticati fino all'ospedale, che non se la passava per niente bene ma dove in qualche modo riuscirono ad occuparsi di lui e di svariati altri feriti. Venne operato, ricucito e messo in degenza in una camera senza vetri (come tutte le camere dell'ospedale) e naturalmente fece del suo meglio per rimettersi in piedi il prima possibile per aiutare gli altri medici a curare i feriti. Nel diario si racconta di come progressivamente arrivò la notizia che quella che aveva colpito la città trasformandola in un tappeto di macerie era stata una "bomba atomica", ovvero una roba stranissima mai sentita. Nei primi tempi si pensò che la bomba avesse anche lanciato dei virus, perché gli ammalati spesso annoveravano tra i sintomi una forte diarrea e un altrettanto forte vomito. Solo col passare delle settimane si insinuò il sospetto che non si trattasse di una epidemia ma di sintomi collaterali.
Essendo il diario scritto da un medico, vomito, diarrea, eritemi, problemi di smaltimento delle feci eccetera hanno una parte davvero notevole, e ciò è cosa buona e giusta. I problemi all'ospedale erano infiniti: occorreva procurarsi forniture di medicinali (in quantità industriale), disinfettanti, cibo, attrezzature mediche per sostituire quelle polverizzate dalla bomba. Alleluja, c'è un microscopio! Evviva, sono arrivati tamponi e disinfettanti! Che bello, oggi si mangia pesce e c'è anche della frutta! - insomma, le solite questioni legate a qualsiasi emergenza, per esempio un forte terremoto. 
Molti pazienti morivano, qualcuno si riprendeva, qualcuno che arrivava assai malridotto alla fine si rimetteva in sesto e qualcuno che arrivava magari al seguito di un ferito e stava benissimo improvvisamente crollava nel giro di pochi giorni, e tutto ciò lasciava parecchio perplessi i medici che non si erano mai trovati ad avere a che fare con gli effetti delle radiazioni atomiche. In compenso per le forniture si ricorreva spesso al classico sistema delle cordate di amici perché il comando militare centrale aveva stabilito che a Hiroshima non c'era una vera emergenza.
E poi arrivarono anche i militari americani, che nella mente dei giapponesi erano una via di mezzo tra unni in grande spolvero e animali feroci di malumore, solo che molti non potevano scappare e quindi si ritrovarono costretti a subirne la presenza per poi scoprire che alla fine c'era di peggio e che non sembravano disponibili a violentare e uccidere qualsiasi cosa si muovesse, fosse pure un foglio di carta portato dal vento.
Col passare delle settimane e l'arrivo di qualche microscopio si comincia a capire che c'è un legame tra la bomba, l'aumento dei globuli bianchi e il calo a picco dei globuli rossi - cosa ai nostri giorni del tutto ovvia e nota a chiunque, ma naturalmente a quel tempo nessuno sapeva un accidente sugli effetti delle radiazioni atomiche.
Insomma è il racconto di un uomo coraggioso, forte, molto appassionato del suo lavoro, molto ragionevole, e anche molto affezionato all'imperatore - con una forza che nessuno dei nostri presidenti della repubblica ha mai suscitati nemmeno nei cittadini più attaccati alle istituzioni.
L'imperatore è uno dei personaggi nascosti del Diario; chiaramente non compare mai in scena ma anche le avventure per salvare e mettere al sicuro il suo ritratto nel bel mezzo delle infinite rovine di Hiroshima lasciano assai sorpresa la lettrice occidentale. No, non è il dottore a salvarlo, ma riporta dettagliatamente le peripezie di un funzionario che fece i miracoli per portare in salvo la preziosa imago.
Ma dove i miei occhi sono diventati davvero grandi come tazze da tè e forse anche come ruote da mulino è stato durante il racconto del celebre messaggio dove l'imperatore comunicava la resa alla popolazione - e siccome il celeste imperatore era un uomo saggio, la comunicò in un giapponese assai aulico e quasi incomprensibile, per far filtrare l'odioso contenuto un po' per volta, in modo omeopatico. Tutto il personale e i pazienti che riuscivano a muoversi si riunirono intorno alla radio e ci capirono il giusto, ma non appena il contenuto, evidentemente comunicato a funzionari e dirigenti anche in un giapponese più alla portata di tutti, arrivò dalla bocca del direttore tutti si disperarono. Medici e ammalati, in una città completamente devastata dalla bomba, piangevano a dirotto, minacciavano il suicidio e insorsero, compreso il nostro eroico medico autore del diario. Voglio dire, medici e infermieri non sono di solito categorie particolarmente guerrafondaie, e quanto ai pazienti vien da pensare che anche il più fedele dei sudditi del celeste imperatore della guerra ormai ne avesse fin sopra i capelli (che molti peraltro stavano perdendo per colpa delle radiazioni); e insomma ci si ritrova a pensare che forse la leggenda della determinazione giapponese a combattere comunque fino alla fine era qualcosa di più che una leggenda.
Comunque il pensiero dell'imperatore, che non aveva voluto la guerra ma gli era stata imposta dai generali, che poi avrebbe dovuto trattare con gli americani eccetera accompagna i pensieri dell'autore del Diario in una specie di contrappunto. Il suo caro, amatissimo imperatore che si trovava in quella orribile situazione...
E si capisce dunque perché, a dispetto di tutti, l'imperatore aveva deciso di comunicare la resa in un messaggio radio a tutta la popolazione, ma anche perché Hirohito fu l'unico capo di stato dell'asse che non solo mantenne la sua posizione, ma conservò la devozione dei giapponesi. Si trattava insomma di un uomo consapevole che il ruolo di un sovrano comporta anche una serie di doveri e di rischi - un concetto che non sembra essere stato molto presente nel re d'Italia.

Il libro è scorrevole, ben scritto, offre amplissima gamma di spunti di riflessione e a modo suo è a lieto fine, per quel che un libro su questo argomento possa essere a lieto fine. Lettura consigliatissima per chiunque sia interessato a vedere la guerra dal punto di vista giapponese o ne voglia sapere di più su quel disgraziatissimo lancio.

* ovvero tre palchetti tre regolarmente strapieni

Come bonus chiudo con una delle mie canzoni preferite, dedicata appunto al lancio della prima bomba atomica nel 1982.

venerdì 1 settembre 2023

L'anno in cui imparai a raccontare storie - Lauren Wolk


Anche questo è stato un acquisto della Mostra del Libro, comprato dopo aver dato una scorsa al riassunto della fascetta - ma proprio una scorsa, e molto distratta - ma confidando molto nell'editore Salani, che sceglie sempre con gran cura e di solito anche con ottimo gusto. 
Nella mia mente era un romanzo che raccontava come il personaggio principale avesse scoperto il gusto di raccontare storie ben congegnate - un gruppo di persone che si ritrovano intorno a un caminetto a sbucciare castagne e arriva la solita richiesta "Qualcuno ha una storia da raccontare?". E succede così di improvvisarsi raccontastorie e di scoprire che è una cosa che ti riesce bene.
Il realtà "storie" qui sta nell'accezione di "balle", ma si vede che la Salani ha preferito ingentilire un po' la questione. Il centro della vicenda è, appunto, legato al fatto che talvolta è opportuno mentire, o almeno raccontare solo parti scelte della verità. Non lo fa solo Annabelle, la protagonista; lo fanno anche gli adulti. Quasi tutti. E naturalmente lo fanno anche gli altri ragazzi, talvolta per interesse, talvolta per disinteresse - insomma, come succede spesso.
Il titolo originale è Wolf Hollow, ovvero la buca dei lupi. Ce ne sono parecchie, su una collina intorno al villaggio dove vive la protagonista, e il luogo è indicato con la forma al singolare. Buche scavate per intrappolare i lupi, che a un certo punto erano davvero troppi - si tratta di un villaggio di contadini, ognuno con la sua brava fattoria dove viene tenuto un bestiame abbastanza variato: polli, conigli, mucche, pecore...
Insomma, i lupi restavano intrappolati in quelle buche camuffate e non potevano più uscire. La mattina dopo i contadini passavano col fucile a sparargli, ed è un sistema di cattura che mi ha ricordato vagamente le foibe - dove però chi ci finiva dentro non lo faceva per imprudenza o distrazione, ma perché ci veniva buttato - qualche volta dopo che gli avevano sparato, ma ben di rado usando la cortesia di passare poco dopo a finirti caso mai il primo colpo non fosse bastato a completare l'opera.
Una partenza lugubre, dunque, per un romanzo bello, interessante, coinvolgente ma che certo non si può definire allegro come atmosfera. 
Annabelle è una ragazza di dodici anni di notevole sensibilità, capace di percepire le atmosfere e immedesimarsi in alberi, pietre, animali e quant'altro. In seguito a una determinata serie di avvenimenti si accorge che ci sono cose che vanno dette (o che non vanno dette) e responsabilità che vanno prese. Non se ne accorge in forma teorica, lo scopre un pezzetto per volta mentre un gruppo di eventi si aggroviglia intorno a lei. 
La cosa davvero notevole, e che ne fa un romanzo particolarissimo, è che non viene seguita la tipica trama in cui il giovane protagonista (o la giovane protagonista, quando si tratta di un romanzo di chicken literature) si immerge sempre di più in un groviglio inestricabile di bugie da cui non sa più come uscire finché non arriva una qualche crisi finale in cui si scopre che la cosa più comoda è comunque dire sempre la verità, soprattutto ai genitori. Il romanzo ha in sé molta tensione, ma questa tensione non è dovuta all'ansia messa al lettore dalla protagonista che si complica sempre di più la vita in modo sempre più assurdo, bensì nasce dallo svolgersi degli eventi  e quando Annabelle racconta via via ai genitori quel che ha taciuto (il che non avviene in una singola crisi catartica ma un po' a puntate) la cosa avviene sempre al momento giusto e in modo molto naturale.
Ma per quanto il rapporto della ragazza con la famiglia, con i nonni e con i fratelli sia buono, valido e solido (è il ritratto di una famiglia molto solidale ma, come dire, solidale nel modo giusto) la storia è molto complessa e anche molto triste perché la vita a volte si aggroviglia senza possibilità di uscita, e i genitori non sempre hanno in tasca la possibilità di sistemare tutto anche se lo vorrebbero.
Dunque è un romanzo che finisce male? No, non proprio. Ma non si può onestamente dire che finisce bene, e d'altra parte se finisse bene nel modo più convenzionale suonerebbe falso come suonano spesso falsi molti dei finali dei racconti per ragazzi al giorno d'oggi, preoccupati di essere educativi più che di mostrare, come in questo caso, di come spesso si finisce per educarsi da soli anche se sempre con molto aiuto dagli altri.
Lunghezza media, può riempire un pomeriggio o un paio di serate, e l'unico problema è che una volta partiti è molto difficile interrompersi - che è di per sé un pregio, ma può essere di intralcio al momento in cui intervengono le consuete circostanze che scandiscono le giornate.
Volendo, è anche una critica molto feroce verso la guerra - anzi, in effetti uno dei temi principali è proprio quello.

venerdì 25 agosto 2023

Il club dei perdenti - Andrew Clements

Da quando ho imparato a leggere, a cinque anni e senza che nessuno abbia capito come ho fatto visto che non era stato tentato in alcun modo di insegnarmi prima del tempo, ho sempre sofferto di una certa dipendenza dalla lettura. Se per qualche motivo passo due o tre giorni senza immergermi in qualche libro avverto una sorta di fastidio di fondo che provvedo a curare al più presto con una seduta di lettura di parecchie ore. E' una cosa che ho ereditato da mia madre e che caratterizzava anche mia zia, ed entrambe l'avevano ereditata da mia nonna. Alla lettura ho sacrificato un buon numero di ore di sonno, qualche fettina della mia (non ricchissima) vita sociale e un bel po' di ore che avrebbero dovuto essere dedicate allo studio e alle faccende di casa. Anch'io, come Pennac, sono convinta che se si vuol leggere il tempo si trova - basta toglierlo a qualche altra attività, certo.
La piacevolissima sensazione che si prova quando si alza il ponte levatoio, si riesce a non avere intorno nessuno che ti disturba e ci si tuffa in un libro è, di fatto, quella che caratterizza qualsiasi altra forma di dipendenza; al contrario di molte altre dipendenze,  questa di solito non è vista come qualcosa di negativo e talvolta è perfino incoraggiata o lodata - ma di dipendenza si tratta.
Quando arriva il momento in cui la nobile attività della lettura comincia a sconfinare con una fuga dal cosiddetto mondo reale? 
Dipende. Il punto è che, godendo l'amore per la lettura di una certa approvazione sociale, la questione viene di solito ignorata e quelli che la conoscono meglio sono, di solito, proprio le persone che gestiscono la cultura, e che si guardano dallo svelare certi retroscena a chi non fa parte della loro confraternita. Tra l'altro il lettore compulsivo ha la grande caratteristica positiva di non rompere le scatole a nessuno, e questo ne fa un elemento prezioso in una società sovraffollata come la nostra.
Ci sono molti genitori che si preoccupano se i figli passano troppo tempo alla televisione o al computer, e qualcuno si impensierisce perfino se si esercitano troppo al violino, alla chitarra o alla batteria (soprattutto per i problemi che questo può creare con il vicinato). Se però il figlio in questione legge, quasi mai la cosa è considerata un problema.
Quasi mai.
Alec, il protagonista di questo bel romanzo, è per l'appunto un ragazzo di dodici anni che si è lasciato un po' prendere la mano da un passatempo generalmente ritenuto almeno innocuo, se non addirittura proficuo e degno di lode. Legge, gli piace leggere, passa tutto il suo tempo libero a leggere... anche durante le lezioni a scuola. Quando arriva al secondo gradi di istruzione (le nostre medie) il corpo insegnanti, avvisato dai colleghi delle elementari, stabilisce che la cosa va in qualche modo arginata prima di sfociare in un danno per il percorso di apprendimento del ragazzo.
I genitori di Alec sono persone di una certa cultura e di notevole intelligenza e apertura mentale, ma alla fine ammettono il problema e si accordano con il preside e gli insegnanti per una particolare sorveglianza che obblighi il ragazzo a concentrarsi su quel che avviene a scuola, e lo vincolano a raggiungere un certo livello di profitto scolastico se non vuole vedersi togliere i pochi altri divertimenti che ama oltre alla lettura.
L'arrivo di tutti questi paletti e sanzioni che lo distoglieranno (orrore!) da parecchio del tempo che il Nostro è uso dedicare alla lettura si sommano ad una particolare circostanza: per motivi di lavoro i genitori l'hanno iscritto al tempo prolungato, che prevede che nel pomeriggio i ragazzi si dedichino alle attività del loro club. 
Quale club?
Vengono offerte diverse possibilità, ma gli alunni possono comunque fondare dei club a loro scelta che riguardi qualcosa che li interessa; l'unica regola per fondare un nuovo club è che abbia almeno due soci - che, va detto, è una pretesa più che ragionevole.
C'è un club che si dedica a fare i compiti per casa, un non ben definito club che si occupa della Cina, un club sportivo (molto gettonato), club di robotica, scacchi, Lego, disegno...
Famiglia e insegnanti premono perché Alec si segni per passare quelle tre ore preparando i compiti per casa. Alec invece - sorpresa! - è molto attratto dall'idea di fondare un club di lettura: ma non un classico club del libro dove si analizzano e commentano i libri letti, bensì un club dove ognuno legge quello che gli pare per tre ore di fila e non viene nessuno a rompergli le scatole.
Per funzionare bene quel club non deve avere troppa gente; minimo due, dice la regola. Per trovare la seconda firma Alec si guarda intorno e, dopo attenta osservazione, tampina una ragazza che è molto assorta nel suo libro. 
Ovviamente la prima risposta che ottiene è qualcosa del tipo "Lasciami in pace e non disturbarmi", il che dimostra che ha scelto la persona giusta. Gli ci vuole un po' per farsi ascoltare ma infine i due si accordano e nasce il club. Per evitare che altri si iscrivano, Alec ha l'eccellente idea di chiamarlo Il club dei perdenti. Il nome non viene accolto con entusiasmo dagli educatori che gestiscono tutto l'insieme, ma alla fine passa. E così sia Alec che la sua compagna hanno tre ore da dedicare in silenzio alla loro attività preferita: leggere.
Naturalmente questo stato di beata solitudine e farsicazzipropritudine non durerà a lungo e sorgeranno varie questioni legate alla inderogabile necessità di avere a che fare comunque con degli esseri umani. Il club ben presto si allarga, inizialmente con persone desiderose di leggere in solitudine, poi con persone stufe del club sportivo dove c'è una gerarchia troppo precisa, poi da un gruppo di ragazze che desiderano leggere, ma che leggendo chiacchierano molto (per loro verrà istituito un tavolo a parte), da persone stufe del loro club che desiderano prendersi un po' di pausa (il meccanismo dei club è elastico e consente piccole digressioni e anche cambi di club) eccetera. La trama è molto gradevole e interessante, e devo dire che è un libro dove ci si tuffa con gioia alzando il ponte levatoio e sbattendo fuori a calci chiunque si azzardi ad interromperti.
Pian piano la dipendenza di Alec si smorza dalle punte più esasperate e il ragazzo si ritrova di buon grado a interagire con altri esseri umani e perfino a parlare con loro delle varie letture, e il giorno dell'Open Day, dove i club presentano le loro attività alle famiglie, finisce assai in gloria, come del resto avviene anche con la pagella di Alec.
Il romanzo ha un ottimo ritmo, non è molto lungo e soprattutto presenta una splendida caratteristica: non ha punti morti. Funziona bene sia che venga letto in poltrona e senza rompiscatole intorno, sia che venga letto sotto l'ombrellone con torme di ragazzini urlanti che giocano a pallone tampinati da genitori ansiosi.
Come lettrice un tantino compulsiva ho trovato diversi spunti di interesse, ma come insegnante mi sono trovata a pensare che il sistema scelto da quella scuola per il tempo prolungato presenta diversi aspetti positivi, e da questo romanzo anche gli insegnanti che leggono ogni tanto, ma senza farne una malattia se non gli succede di farlo tutti i giorni, possono trovare abbondante materia di riflessione.
Non so che effetto possa avere sui ragazzi - buono, credo; in ogni modo è uno dei libri che ho comprato alla Mostra del Libro per la biblioteca, e forse durante l'anno avrò qualche riscontro.

venerdì 14 luglio 2023

Le volpi del deserto - Pierdomenico Baccalario

Ho adocchiato questo romanzo alla Mostra del Libro, me lo sono preso tra gli omaggi e me lo sono pure portata a casa per leggerlo con calma. Ho trovato molti motivi per dirne bene, a cominciare dalla copertina.
Ebbene sì, perfino la Mondadori può azzeccare una copertina! E questo dimostra che davvero c'è speranza per tutti. Non solo, ma mi accorgo che è la terza copertina di fila di cui mi ritrovo a dire bene. Che si stia aprendo un nuovo corso nell'editoria, almeno in quella per ragazzi? 
Sarebbe davvero molto bello.
Il titolo è altamente evocativo e pure un po' ingannatore: volpe del deserto è il celebrissimo soprannome dell'ancor più celebre Erwin Rommel, generale del Terzo Reich noto per le sue grandi qualità di stratega ma anche per la sua astuzia. Se si guardano le sue foto si deve ammettere che non era un brutto uomo, ma certo niente a che vedere con la sfolgorante bellezza della volpe del deserto propriamente detta, ovvero il fennec.
Ecco qui una pucciosissima cucciolata di fennec:
Piccolo ma surreale dettaglio: è una cucciolata di allevamento. E capisco che il fennec è carino, capisco anche che possa nascere un legame di amicizia con un fennec se vivi ai bordi del deserto, così come può capitare di fare amicizia da noi con un riccio, uno scoiattolo o un merlo, ma andarselo a comprare... sembra però che si lasci più o meno addomesticare. In molti stati comunque è illegale possederlo, e mi sembra giusto così: chi vuole per amico un animale selvatico secondo me se lo deve guadagnare, con la pazienza, l'amicizia e qualche piccolo dono o aiuti concreti, grandi o piccoli che siano. Fine della tirata.
La copertina presenta comunque non un fennec, ma una vera e propria volpe, di quelle che si trovano con relativa facilità anche nei nostri boschi o in campagna; questa volpe se ne sta nel deserto su una duna a guardare... un sommergibile che vola nel cielo. Normale, no? 
Nel cielo comunque c'è anche un aeroplano, di quelli da seconda guerra mondiale.
Dunque una storia ambientata nella seconda guerra mondiale nel deserto africano con Rommel tra i protagonisti?
Niente affatto: come ho detto la copertina è deliziosamente ingannatrice.
Non c'è l'ombra di un fennec in tutto il romanzo.
Non si parla di sommergibili che volano (e a questo, magari, il lettore arriva abbastanza preparato).
La storia è ambientata nel 1986 in Corsica - che, per quanto goda di un clima caldo di tipo Mediterraneo, col deserto non ha nulla a che vedere.
La volpe di copertina evoca però irresistibilmente una delle volpi più celebri della letteratura: quella del Piccolo principe di Saint-Exupéry, di cui troviamo una citazione proprio prima dell'inizio - il celebrissimo passo dove la volpe spiega al principe i pregi della domesticazione.
Di Rommel e di Saint-Exupéry in effetti si parla molto, e c'è anche un piccolo accenno a Dahl, ben più di un piccolo accenno a Bormann e perfino qualcosa su Hitler.
La storia però  è ambientata in Corsica, nel 1986 e racconta la prima estate passata in Corsica da un ragazzino di dodici anni con la sua famiglia - una famiglia francese abbastanza normale per l'epoca, padre e madre piuttosto simpatici e tre figli: il protagonista, che si chiama Morice, secondogenito, una sorella maggiore che studia lingue e una sorellina più piccola. Della famiglia fa parte anche Fabrice, che è una sorta di fantasma del fratello gemello che Morice si porta dietro - no, non è un vero spoiler, Fabrice entra in scena già alla terza pagina e quasi subito capiamo che i genitori di Morice non vivono con grande entusiasmo la presenza di questa sorta di amico immaginario (Morice comunque se ne frega, giustamente).
La famiglia di Morice viene dal continente, ovvero dalla Francia. Il padre si è abbastanza stufato del suo lavoro e ha deciso di dare una svolta alla sua vita: ha visto un albergo abbandonato (dal non troppo originale nome di Napoléon, che come sanno anche i sassi era appunto di origine corsa), se n'è innamorato e ha deciso di comprarlo, restaurarlo e riavviarlo. La moglie è piuttosto favorevole all'idea, i figli non sono contrari.
Un albergo abbandonato, nemmeno si sa bene perché, vicino a un piccolo e semidisabitato paesino di nome Dautremere, una famiglia di francesi che arriva lì portata dalla piena...
Dautremere è un classico paesino da romanzo giallo o dell'orrore: tutti si conoscono benissimo e tutti (come apparirà ben presto) condividono immani quantità di segreti. A questo punto può arrivare qualche misteriosa morte da indagare o qualche spettro  da esorcizzare o sotto cui soccombere. Ma non succede né l'una né l'altra cosa - oppure, in un certo senso, succedono entrambe, ma il tema portante non è quello; e non si tratta nemmeno, se non in piccola parte, di un vero romanzo di formazione. Naturalmente nel corso della vicenda il protagonista crescerà e imparerà una serie di cose su sé stesso, ma questo succede in qualsiasi romanzo che abbia un protagonista giovanissimo - oppure in qualsiasi romanzo, punto.
Il romanzo afferisce a un genere letterario particolare e relativamente nuovo, anche se ha dei precedenti nella narrativa dell'Ottocento: è un romanzo da Complotto, dove viene ricostruita una vicenda storica con gran pezze di appoggio storiche e ricostruzioni storiche e grandi interventi di personaggi storici (nel frontespizio viene citato Christian Hill che ha svolto appunto le indagini storiche) il tutto per raccontare qualcosa che magari si è svolto in un qualche universo parallelo ma che nella nostra linea storica non risulta. Il genere Codice da Vinci, per intendersi; ed è un genere che, quando è scritto bene, mi piace molto. Vedere la storia in una luce diversa e scoprire misteriose sottotrame...
Per esempio: è cosa piuttosto nota che Roal Dahl ha collaborato con i servizi segreti inglesi durante la guerra come spia e come propagandista. Ma sapevate che anche Saint-Exupéry ha lavorato come spia?
Probabilmente no, visto che non esiste uno straccio di prova a riguardo; tuttavia  per una serie di circostanze si creò questa reputazione. Ma se Il piccolo principe fosse stato un romanzo a chiave, usato per trasmettere informazioni segrete solo a certi lettori? Informazioni, per di più, che riguardavano non tanto attacchi nemici o basi segrete bensì notizie su un grandissimo tesoro che...
Ecco, anche questo probabilmente non lo sapevate. In realtà l'ultima volta che mi sono ritrovata a scorrere Il piccolo principe mi sono convinta che è effettivamente un testo a chiave, di quella razza di racconti genericamente definiti "iniziatici" - come Il serpente verde di Goethe, per intendersi. Niente di legato allo spionaggio, ma una storia che racconta per simboli un'altra storia legata allo sviluppo e al perfezionamento dell'individuo. E con la trama che ha e quei numeri strani piazzati qua e là si presta bene a tanti tipi di interpretazione pur avendo anche una trama, diciamo così, "esterna" che funziona benissimo anche da sola (meglio del Serpente verde in effetti).
L'estate di Morice se ne va così, ricostruendo una storia del passato del tutto sconosciuta agli storici ordinari, un tassello per volta e i tasselli sono veramente tanti. E il sommergibile (che non vola) ha una parte molto importante.

Il complotto è divertente se si scopre pezzo a pezzo, come il cioccolato dentro la stracciatella, e dunque non ne posso parlare. Mi limito a dire che la lettura è molto piacevole e quel che è successo in passato ha dei risvolti piuttosto neri.
C'è un altro aspetto cui non avevo mai pensato, ed è che non puoi sapere una storia, anche molto famosa, se qualcuno non te l'ha raccontata. Non importa un racconto a voce, va bene anche un libro o un film. Morice ha fatto un regolare corso di studi ma del nazismo e della seconda guerra mondiale conosce ancora solo qualche frammento sparso, ricavato da brandelli di conversazione, documentari, cose così. Alle elementari di certi argomenti non si parla troppo nel dettaglio. Sa che Hitler ha fatto delle cose orribili, ma le vicende della guerra non le conosce bene. In effetti è stato così anche per me, e direi per tutti quelli che sono nati dopo il 1950.
Per un insegnante di storia è sempre difficile stabilire se c'è una base su cui si può costruire o se ci si sta impaludando - senza contare il fatto che ogni individuo, ogni generazione e anche ogni gruppo ha i suoi singoli brandelli e scampoli - l'ultima prima sapeva un sacco di cose sul feudalesimo perché ha passato due anni a giocare a "Castelli e cavalieri", quella che hai davanti adesso ha passato quei due anni a giocare a tutt'altro e devi partire dalle basi. E tutto ciò è complicato e ogni volta richiede tecniche diverse, e a volte sbagli approccio.

Comunque il libro si legge molto bene, ha una bella trama e dei personaggi interessanti e sto coltivando una mezza idea di leggerlo in classe l'anno prossimo.
Comunque per ora l'ho letto io, e mi è piaciuto.
Credo si trovi in tutte le biblioteche pubbliche, e l'edizione Oscar te la danno per undici euro.

venerdì 30 giugno 2023

Il mistero del London Eye - Siobhan Dowd

Nella sua purtroppo breve esistenza (1960-2007) la scrittrice inglese Siobhan Dowd ha pubblicato una breve serie di bellissimi libri per ragazzi che in Italia sono stati tutti pubblicati dalla casa editrice uovonero, che prende il nome da una fiaba di Luigi Capuana ed è specializzata in libri per ragazzi che utilizzano strumenti di comunicazione aumentata e alternativa - insomma, una roba stranissima anche se molto rispettabile dove i romanzi di Dowd, che sono proprio romanzi normali che raccontano delle storie con un inizio, una fine e divisi in rispettabili capitoli, spiccano nel catalogo come un quadro di Botticelli in un museo di pittura d'avanguardia russa.

Passiamo a presentare il Mistero: lunghezza intorno alle 250 pagine, copertina non priva di eleganza ma soprattutto pertinente alla storia (ebbene sì, in un romanzo che parla del London Eye la copertina raffigura proprio il London Eye. Ammettiamolo, è abbastanza insolito. Ma non solo: il London Eye è inquadrato con una prospettiva particolare e la chiave del mistero si troverà proprio guardando le cose da una prospettiva diversa da quella consueta). Prezzo accettabile. 
La storia si ascrive al genere mistery, come per altro dichiarato apertamente già nel titolo. La vicenda è raccontata in prima persona dall'investigatore, che rientra nel classico filone degli investigatori inglesi à la Sherlock Holmes. Palatabile dagli undici anni in su, è anche un libro adattissimo per la lettura in classe e anche per essere ascoltato mentre lo legge l'insegnante, sia per la seconda che per la terza media (forse anche per una prima, ma meglio dalla primavera in poi, quando sono un po' cresciuti).
Quale sia il mistero del London Eye viene indicato già dal primo capitolo: dopo una affascinante descrizione sia del London Eye* che del viaggio dentro la capsula, il narratore racconta di come un tal Selim, suo amico, salì sulla cabina ma quando la capsula atterrò nuovamente sulla terraferma il suo amico non c'era più, e passa poi a spiegare che sta per raccontare la storia di come è riuscito a capire cosa è successo, e di esserci riuscito perché la sua testa funziona con un sistema operativo diverso da quello degli altri.

Alla fine delle tre pagine che compongono il primo capitolo sappiamo già diverse cose, dunque: che la storia riguarda la scomparsa di tal Selim, che alla fine del libro il mistero sarà risolto, e che sarà risolto proprio grazie al narratore che è una persona con un cervello che funziona in modo particolare - con un sistema operativo diverso, secondo la splendida definizione che ricorre più e più volte.
Il narratore è Ted, un ragazzo con la sindrome di Asperger, che non viene mai nominata nel libro ma che il lettore riconosce facilmente già dalle prime pagine dal fatto che Ted, nel raccontare la sua colazione, dà un numero ai cheerios che inzuppa nel latte.
Il lettore la riconosce facilmente? E parliamo di un lettore inglese o italiano? Come funzionavano le cose nel 2006, quando il libro venne pubblicato?
C'era già stato nel 2003 Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, dove il protagonista era un ragazzo piuttosto geniale ma strano, che si ritrova a indagare sul caso di un cane (il suo!) trovato ucciso nel giardino, e dalle indagini ricaverà, oltre alla soluzione, un sacco di scoperte, non tutte e non solo spiacevoli, sulla sua famiglia. E' un romanzo crudo e piuttosto angoscioso, e ho faticato abbastanza a leggerlo. Prima ancora, nel 1995 Oliver Sacks aveva descritto molto dettagliatamente l'autismo in Un'antropologa su Marte dove racconta la storia di Temple Grandin.
Il mistero del London Eye però è un libro per ragazzi, ed è stato scritto con l'intenzione di presentare le potenzialità positive che possono esserci nei disturbi dello spettro autistico proprio ai lettori più giovani - una operazione molto intelligente, in effetti, e condotta con grande abilità.
Ted vive in un contesto familiare molto affettuoso e ragionevole: la famiglia non fa nulla per rimuovere la sua, chiamiamola diversità, anche se lo maneggia un po' con i guanti, e d'altra parte Ted segue da tempo un percorso medico per imparare a convivere con la sua sindrome. E' un po' disorientato e abbastanza preoccupato dalle molte cose per lui incomprensibili, ma è un ragazzo intelligente e cerca di limitare i danni. Di fatto viene presentato al lettore come uno dei tanti adolescenti più o meno in difficoltà a trovare il loro posto nel mondo - un problema, questo, che accomuna tutti gli adolescenti indipendentemente da qualsiasi eventuale sindrome si ritrovino in sorte ad avere - e che in qualche modo se la cava, pur con qualche scossone. Sa di essere diverso, ogni tanto (...ogni poco) ha la sensazione di essere circondato da dei perfetti idioti e che nessuno lo capisca - come tutti, insomma, e non soltanto a quell'età.
Alla fine del romanzo, dopo aver risolto il caso e aver impedito che si concludesse in una tragedia, si ritroverà ad aver aumentato in modo cospicuo la sua autostima e questa è senz'altro una buona cosa. Inoltre avrà anche constatato come la sindrome di Aperger non sia certo l'unica problematica in cui un ragazzo può inciampare - solo per dirne due, ci possono essere anche le difficoltà di rapporto con i coetanei e avere dei genitori troppo accentrati su sé stessi per riuscire ad ascoltare i figli.
Il romanzo si snoda come un perfetto racconto giallo assai ben costruito, della tipologia più classica; personalmente ci ho trovato un bel po' di Agatha Christie: il tema della prospettiva diversa da cui guardare le cose, per esempio, e gli elementi apparentemente discordanti che compaiono per caso ma invece non sono affatto delle casualità. Hercule Poirot poi avrebbe senz'altro apprezzato la lista delle otto possibili spiegazioni che Ted stila: Selim non è mai salito sulla capsula del London Eye, è andato in autocombustione, è stato rapito dagli alieni... nessuna possibilità viene eliminata a priori, ma solo dopo attenta verifica e qualsiasi letture che abbia frequentato le storie di Sherlock Holmes** ritorna col pensiero al celebre adagio una volta eliminato tutto l'impossibile ciò che rimane, per quanto improbabile, deve essere per forza la verità; ma cosa è effettivamente impossibile, a parte l'autocombustione, che non avrebbe certo potuto passare inosservata agli altri passeggeri?
Una delle otto possibilità elencate da Ted si rivela in effetti valida, ma non in grado di spiegare tutto, e sarà dunque necessario scovarne una nona che possa completare il quadro.
Come sempre succede nei gialli in questi casi, buona parte dei personaggi rifiuta ostinatamente di ascoltare la lista - dal che il lettore si rende conto che in quella lista qualcosa di buono c'è per forza. La sorella Kat invece la lista la esamina con pazienza e la discute con Ted, in base al principio che, se non si muovono loro, gli adulti ben difficilmente combineranno qualcosa di valido - e questo è invece un principio universalmente valido nei romanzi per ragazzi, e che porta inevitabilmente alla soluzione del problema, qualsiasi esso sia.
Con un lento e paziente carotaggio la soluzione arriva, portando una serie di colpi di scena e un momento decisamente drammatico che comunque si risolverà per il meglio. La catarsi porta un deciso miglioramento della situazione e molti spunti di riflessione.
Agli adulti il romanzo piace perché è molto politically correct oltre ad essere scritto bene. Ma soprattutto, e questo è l'importante, piace molto ai ragazzi.
Caldamente consigliato.

* poniamo che tra i lettori di questo post ci sia qualche povero diavolo che versa nello stesso stato di patetica ignoranza in cui versavo io quando per la prima volta mi han parlato di questo libro: il London Eye è una grande ruota panoramica posta a Londra sulla riva del Tamigi e inaugurata nel 2000. Dietro pagamento di un non risibile biglietto, si fa un giro della ruota in una piccola cabina che può contenere fino a una ventina di persone. Il giro dura più di mezz'ora e permette una bella visualizzazione di Londra. Imperdibile per i turisti, anche gli indigeni lo frequentano molto volentieri.
** che in effetti molti sospettano essere stato un caso non diagnosticato di sindrome di Asperger

venerdì 2 giugno 2023

Blackbird. I colori del cielo - Anne Blankman


Il romanzo è stato scritto nel 2020 e tradotto in Italia nel 2021, ovvero prima della guerra in Ucraina; io però ne ho appreso l'esistenza solo quest'anno, alla Mostra del Libro che finalmente a scuola abbiamo rifatto. Mi sono precipitata a comprarlo perché, appunto, la storia parte dall'Ucraina, ma soprattutto perché racconta un avvenimento che mi ha sempre molto interessato, ovvero lo scoppio della centrale atomica di Chernobyl. Inoltre è la storia di un'amicizia al femminile, che è sempre stato uno dei miei generi preferiti.
Prima di presentarlo, una nota filologica: il titolo originale è The Blackbird Girls, ovvero "Le ragazze merlo". Mi rendo conto che tradotto così non aveva molto senso, e sembrava puntare sul fantasy evocando fanciulle mutaforma. Va detto però che il titolo originale non aveva molto senso nemmeno per un lettore americano (l'autrice è una purosangue americana e vive a New York) ma in qualche modo gli americani sembrano essersene fatti una ragione perché l'hanno assai apprezzato. Ad ogni modo il titolo italiano non è filologicamente corretto ma è molto attrattivo, e la copertina mi sembra bellissima - tra l'altro di colori del cielo si parla abbastanza, almeno nelle prime pagine. 
L'autrice è americana, ma una sua cara amica, incontrata a scuola, veniva appunto da Chernobyl e l'idea del romanzo nasce dai racconti suoi e dei suoi nonni.

La storia comincia a Pripyat, ovvero la cittadina nata intorno alla grande centrale di Chernobyl, in Ucraina che all'epoca era in Russia ma soprattutto in Unione Sovietica, e che oggi è diventata una specie di museo deserto a cielo aperto. E' il 1986, mese di aprile, e si parte proprio descrivendo il colore del cielo ddi Pripyat, che in quella mattina non è azzurro bensì con un bagliore rosso a sfumature scarlatte. Dalla zona della centrale vengono nuvole rosse, nell'aria c'è uno strano odore e soprattutto i merli neri, che ogni mattina venivano a fare colazione sul davanzale della prima protagonista che incontriamo, Valentina, quel giorno non ci sono. Nemmeno uno.
Inoltre il padre di Valentina, che quella notte era di turno alla centrale, non è ancora rientrato. Tutto è normale, a parte questi pochi ma non secondari dettagli, e la giornata si snoda tranquillamente nella solita routine scolastica. Nessuno fa domande, e chi le fa non si vede dare risposte. C'è (stato?) un incendio alla centrale, ma si sa che la centrale è sicura...
Il lettore occidentale di una certa età ricorda benissimo come dalla Russia cercarono di negare fin quando fu materialmente possibile farlo, ma si resta dolorosamente sorpresi scoprendo come in Russia furono informati ben dopo rispetto a noi.
Il racconto si snoda alternando la storia delle due protagoniste, Valentina e Oksana, due ragazzine coetanee, compagne di classe e legate da una profonda inimicizia. Valentina è ebrea e dunque abituata da sempre ad essere oggetto di antipatia e diffidenza e a mettersi in mostra il meno possibile. Oksana è di famiglia più ricca e antisemita, abituata da sempre a diffidare degli ebrei, notoriamente infidi e ingannatori. Nel giro di pochi capitoli però le ragazze si ritroveranno ad avere solo loro due su cui contare. 
Pripyat viene evacuata, i pullman trasportano gli sfollati fino a Kiev per poi scodellarli nel centro della città e questo è quanto, alla faccia dell'organizzazione. Su quei pullman comunque sono salite solo le due ragazze e la madre di Valentina: i due padri  e la madre di Oksana, contaminati dalle radiazioni, vengono ricoverati. Certamente è questione di poco, certamente si ricongiungeranno presto con le figlie, sta di fatto che i padri le ragazze non li vedranno mai più e, quanto alla madre di Oksana, riuscirà a tornare da sua figlia solo dopo molti mesi.
E' solo l'inizio di una complessa odissea: il primo rifugio (una parente della madre) durerà ben poco, alla stazione ferroviaria i biglietti del treno sono razionati e infine le due ragazze si ritrovano da sole, dirette a Leningrado, dall'ignara nonna di Valentina, che per buona sorte delle due si rivelerà molto ospitale ma che è estremamente ebrea, molto più della figlia, e ogni settimana continua di soppiatto a celebrare lo Shabbat. 
La permanenza dalla nonna è lunga e felice, nonostante le notizie dall'esterno siano tutt'altro che confortanti; se Valentina ne approfitta per ricostruire un po' di storia di famiglia, e sua madre le raggiungerà relativamente presto, anche se con tristi notizie, Oksana si ritroverà costretta a rivedere tutte le sue convinzioni e i suoi progetti, con un processo piuttosto doloroso. La sua storia è la più complicata, perché la riunione con la madre porterà molti e nuovi problemi e solo un abile colpo di coda della nonna di Valentina le permetterà infine di trovare la sua giusta collocazione.
Cosa c'entrano i merli con tutto questo? E cosa sono le ragazze-merlo? 
Sono le amiche unite da un legame profondo e duraturo, tanto profondo da superare agevolmente anni di separazione. Troveremo nel romanzo due coppie di ragazze-merlo: la prima è quella di Valentina e Oksana, che col tempo e le vicende imparano a superare pregiudizi e antipatie e si legano per tutta la vita in un legame di eterna amicizia. Ma c'è un'altra coppia di ragazze merlo:la nonna di Valentina e una sua amica, che vive all'altro capo dell'URSS e da cui Oksana infine si rifugerà, accolta come una figlia perduta e finalmente ritrovata.
La storia dunque è complicata e molto ben costruita. Per chi ama le storie di resilienza femminile c'è un pascolo nutrito e abbondante, ma il romanzo ha, per noi europei, un valore aggiunto tutto particolare perché ci mette in contatto con la realtà dell'URSS pochi anni prima della sua caduta: abitudini, cibi, problemi economici e abitativi, gerarchia sociale e soprattutto quella sottile (neanche tanto sottile, a volte) paura che in una dittatura ti accompagna dappertutto, e impedisce sia le domande che le risposte. A conti fatti, la vita nell'URSS per noi rimane ancora abbastanza misteriosa perché l'unico arco di tempo in cui c'è stata una certa libertà di narrazione è durata poco, e in quegli anni chi viveva lì era troppo occupato a vivere il presente per rielaborare il passato in una narrativa domestica, mentre dal canto nostro c'era (e per certi versi c'è ancora) una sorta di filtro ideologico che ci rende difficile approfondire certi dettagli.
Dal mio punto di vista dunque i sedici euro di questo libro sono stati spesi molto bene perché, oltre a leggere una bella storia di formazione al femminile (ma anche di violenza domestica) mi sono ritrovata come bonus una specie di romanzo storico che mi ha raccontato qualcosa che si svolgeva molto vicino a me ma che conoscevo solo in modo molto indiretto - sì, certo, il mondo è pieno di reportage giornalistici, ma un bel romanzo è tutta un'altra cosa.
Lettura piacevole, di quelle che sei contenta di ritrovare quando torni a casa; mi ha regalato tre serate molto affascinanti (erano giorni in cui non avevo molto tempo per leggere). Consigliato a chiunque, soprattutto alle donne dagli undici anni in su.

venerdì 5 maggio 2023

Gli innamorati di Sylvia - Elizabeth Gaskell

                                                 

Il penultimo romanzo di Elizabeth Gaskell, pubblicato nel 1863, da lei definito la storia più triste che abbia mai scritto (e aveva ragione) non riscosse un grande successo. In Italia è rimasto completamente sconosciuto fin quando l'editore Jo March, di cui si sono perse le tracce, si decise a pubblicarlo una decina di anni fa. Io l'ho trovato molto bello.
Cominciamo dallo sfondo: è un romanzo storico, e l'autrice lavorò con molta pazienza per documentarsi. Siamo ai tempi delle guerre napoleoniche, quando ogni due per tre l'Inghilterra si univa alle più varie alleanze nella speranza di fermare il Gran Nemico: Napoleone, appunto. L'esercito inglese si trovava spesso a corto di uomini e ricorreva all'arruolamento forzato: ogni tanto, o meglio ogni poco, sui paesi della costa e non solo arrivava qualche nave della Regia Marina a fare la spesa, prendendo tutti i giovani uomini su cui era materialmente  possibile mettere le mani e arruolandoli, volenti o nolenti (spesso molto, molto nolenti, par di capire).
Naturalmente c'erano delle regole molto precise: gli uomini non dovevano essere sposati, i balenieri erano esentati eccetera. Ma le regole, anche nel paese che ha inventato la monarchia costituzionale, han sempre la strana caratteristica che nei momenti di emergenza vanno a farsi friggere e allora puoi reclamare quanto vuoi, e magari hai tutte le ragioni del mondo per protestare e reclamare, ma non serve a niente perché nessuno ti fila nemmen di striscio. 
Così non di rado capitava che uomini sposati e anche balenieri (compresi i balenieri sposati) venissero presi, caricati di peso su una nave e trasformati in marinai al servizio di Sua Maestà; questo, in particolare, nei paesi sul mare - non perché lì le regole venissero seguite meno che ltrove, quanto perché se ti servono dei marinai li cerchi, appunto, nei paesi dove la gente impara a stare sulle navi sin da piccoli. All'interno invece arruolavano le truppe di terra.
Non sono sicura di aver capito bene perché i balenieri avessero diritto all'esenzione, ma i diritti dei cacciatori di balene non sono mai stati un tema molto trattato in Italia, nemmeno ai tempi in cui le balene non erano considerate una specie da proteggere ma solo comodi astucci ricolmi di grasso e carne e pelle e stecche di balena. In Italia, all'epoca come adesso, si pescavano acciughe, sgombri, grossi tonni e grossi pescespada, ma nel Nord dell'Inghilterra si pescavano balene - anche se non in prossimità della costa inglese, si doveva andare in Groenlandia per trovarle.
La Groenlandia entra dunque a far parte della vita i certi villaggi inglesi: per sei mesi all'anno gli uomini più giovani e più avventurosi andavano verso la Groenlandia a caccia di balene, e la loro vita ruotava intorno alla caccia alle balene sin da piccoli. Dopo aver pescato balene per svariati anni avevano messo su abbastanza soldi da comprarsi della terra, o una nave (per andare a caccia di balene, si capisce) e comandarla. Il tutto, certo, se riuscivi ad evitare l'arruolamento forzato, perché in quel caso sparivi dai radar del villaggio e anche della tua famiglia per anni e anni o addirittura per sempre. Certo, magari alla famiglia potevi scrivere ogni tanto (soprattutto se eri ancora vivo), ma non è che in quel tipo di villaggi fossero in tanti a saper leggere e scrivere.
Per descrivere la vita in questo tipo di villaggi Gaskell quindi si documentò a lungo, studiando anche la vita sulle baleniere e le tecniche della caccia alle balene - tutte cose che le era utile sapere per interpretare l'ambiente; nel romanzo comunque non si vede l'ombra di una balena e quel che accade sulle baleniere si intravede appena - ma per Sylvia, figlia di un ex baleniere e molto disponibile a innamorarsi di un baleniere, va benissimo così.

Il romanzo si apre con una descrizione del paese non troppo immaginario di Monkshaven, con il grazioso quadretto quasi di maniera di due ragazzine che vanno al mercato a vendere burro e uova; Sylvia, la più bella e benestante delle due, col ricavato della vendita comprerà la sua prima mantellina. Lei la vorrebbe rossa, sua madre la preferirebbe grigia (così non si macchia con la pioggia) e le due ragazze chiacchierano allegramente di innamorati (che ancora non hanno) e di mantelline per poi assistere all'arrivo delle baleniere che ritornano dal loro viaggio. E all'inizio, nonostante l'arrivo delle navi sia funestato dalla solita compagnia di militari a caccia di uomini, il tutto si presenta piacevolmente frivolo, almeno per qualche pagina. Vediamo Sylvia tampinata da  un corteggiatore bravo, fedele e squisitamente pedante - so che a lui vanno le simpatie di molti lettori, ma io l'ho trovato antipatico fin dalla sua prima comparsa in scena, e non a caso piace molto alla madre di Sylvia, che è quella che preferisce le mantelline grigie a quelle rosse.
Il secondo corteggiatore, molto bello, molto coraggioso ed estremamente baleniere, all'inizio si intravede appena, quasi un'ombra che va via via prendendo consistenza. Sylvia comunque lo vede benissimo fin dall'inizio e fa la sua scelta senza quasi farla, semplicemente comincia a girare nell'orbita del bel giovane come un satellite intorno al suo pianeta, e per un po' le cose vanno come sembra che debbano andare: i due si corteggiano, poi si scambiano la promessa e infine lui parte - a caccia di balene, si capisce.
Il corteggiatore pedante naturalmente disapprova moltissimo. Per disgrazia di tutti i protagonisti, e in modo del tutto improvviso e inaspettato, viene posto davanti a una scelta - una di quelle scelte che possono cambiare la vita delle persone. Una scelta vera, che in apparenza giocherebbe tutta a suo favore. Segue la voce del cuore (e dei suoi interessi) e di colpo il romanzo diventa la storia più triste che mai Gaskell abbia scritto.
Quando il destino, perfido, cinico e baro, presenterà il conto non ci saranno vincitori, anche se in effetti il baleniere non avrà nulla da rimproverarsi - e, a conti fatti, nemmeno Sylvia, ingannata non soltanto dal suo non voluto corteggiatore ma anche da una serie di circostanze contro cui non era possibile lottare.
Il vero centro del romanzo non sembra essere la vicenda di un amore infelice e di due innamorati che non riescono a giungere a felice conclusione a dispetto di tutto, ma proprio la constatazione che a volte le cose vanno male perché una miriade di circostanze, all'apparenza anche lontanissime dai protagonisti, opera nel più perverso dei modi perché tutto vada male - e non è una conclusione delle più consuete, in un romanzo vittoriano. Il senso dell'ingiustizia pervade tutta la storia, ma non è l'ingiustizia del fato e di una volontà superiore, ma proprio l'ingiustizia delle leggi umane, che sin dall'inizio danno pessima prova di sé intrufolandosi nei più vari modi nella vita di persone che pure, tra una caccia alla balena e l'altra, sembrerebbero avere già circostanze avverse in quantità più che sufficiente a complicare la vita di chiunque.
Guarda caso però l'unico personaggio che fin dai primi capitoli del libro lotterà sempre con molta risolutezza contro le ingiustizie, senza nascondersi, senza provare ad aggirare le circostanze ma con molta fermezza - ovvero il baleniere - alla fine della storia, per quanto abbia passato i suoi guai e ricevuto dalla vita una buona serie di colpi, non tutti metaforici, è quello che troverà comunque il modo di costruirsi un'esistenza soddisfacente.

In teoria non è il mio genere di libro, perché disapprovo le storie che non vanno a finire bene; invece l'ho letto molto volentieri e con grande partecipazione, e dopo averlo finito ho continuato a sentirlo volteggiare nell'aria intorno a me per diversi giorni. In effetti, tra i libri che ho letto di quest'autrice è senz'altro quello che ho preferito.