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mercoledì 12 luglio 2023

Educazione civica - Meno male che Argo c'è

Penelope lavora con pazienza alla tela che tosto disferà.
Allo stesso modo, e con risultati assai simili, l'insegnante delle medie di St. Mary Mead compila il registro Argo.
Sono ormai passati tre anni dall'introduzione di quella  materia che, ormai da un ventennio, il Ministero decide periodicamente di reintrodurre  dopo un piccolo restyling e che attualmente porta il nome, non nuovissimo in verità, di Educazione Civica.
La legge era stata fatta un po' con i piedi ma alla prova dei fatti si è dimostrata piuttosto praticabile; perciò a St. Mary Mead ci siamo organizzati, abbiamo fatto il nostro bravo curriculum e abbiamo continuato a svolgere il nostro onesto lavoro su ecologia, informatica e istituzioni e regolamenti vari. 
Dopo attenta riflessione posso dire che l'insieme presenta anche degli aspetti positivi: per esempio quando ho voglia di occuparmi un po' dei massimi sistemi invece che della solita routine lo faccio senza alcun tipo di rimorso, con la scusa che "comunque dobbiamo fare le nostre trentatrè ore di Civica, giusto?". Per Geografia i temi ambientali e sociali non mancano di certo, per storia c'è lo studio dei vari sistemi di governo e legislativi con annessi e connessi, i flussi migratori, il colonialismo, lo sviluppo dei vari diritti eccetera. Per Italiano, ci sono autentiche valanghe di testi, anche ad altissimo valore letterario, che trattano temi sociali di vario tipo.  Ma tutte le materie hanno infinite possibilità: i regolamenti sportivi per Fisica, le statistiche per Matematica, la sostenibilità per Tecnologia... Insomma, il problema è soprattutto quello di darci un taglio a un certo punto e andare avanti col programma, non certo quello di trovare argomenti per riempire le trentatré ore che la legge ci richiede..
Di fatto ne facciamo parecchie di più, e alla fine dell'anno vengono fuori dei numeri che vanno dalle 50 alle 90 ore per classe.
Tutto bene dunque?
Ebbene no, non proprio tutto bene. La colpa però non è del Ministero o della legge; o almeno, non del tutto.
Le ore esclusivamente di Educazione Civica infatti sono rarissime: se, poniamo, Spagnolo decide di dedicarsi alla famiglia reale con relativa parte istituzionale (lezioni piuttosto utili perché, oltre a un po' di cronaca e di storia includono anche i nomi delle parentele e qualche termine legale e istituzionale, ovvero lingua spagnola) la lezione è di Spagnolo, il programma è di Spagnolo e nel registro elettronico...
I primi due anni abbiamo chiesto invano ad Argo di fornirci della materia di Edicazione Civica, e in mancanza di quello ci arrangiavamo tenendo una tabellina con gli argomenti e le date delle lezioni che allegavamo poi alla relazione finale.
Quest'anno, finalmente, il nostro amato registro Argo si è degnato di aggiungere Educazione Civica alle materie.
La procedura però non è delle più pratiche: l'insegnante di Spagnolo segna la lezione di Spagnolo, poi segna in contemporanea anche l'ora di Educazione Civica, e riscrive l'argomento della lezione, e se poi fa una verifica sull'argomento deve segnare la prova per Educazione Civica e anche i voti inserendoli per Spagnolo e per Civica - insomma, lavoro doppio. Che è una colossale scocciatura e porta via il suo tempo. Diciamoci la verità, con il registro su carta sarebbe stato più comodo.
Succede così che spesso l'insegnante segni le ore e voti per la sua materia e poi dica tra sé "Oggi non ho tempo, la duplicherò in un altro momento". E succede assai spesso che "l'altro momento" non arrivi mai e anzi che l'insegnante si dimentichi completamente che deve rifarlo. E davvero la cosa è più che scusabile perché Argo è assai lento e farraginoso da compilare, e se poi le ore le devi segnare due volte e due volte i compiti scritti con relativi voti, e due volte pure le interrogazioni, il rimpianto per le ore sprecate ad aprire e chiudere e rientrare e ri-rientrare si trasforma facilmente nel classico lamento "Ma queste ore che spreco a fare e disfare la tela, chi me le restituirà mai?". Ahimé, nessuno, perché è cosa nota che il tempo sprecato non torna più indietro.
Consapevole di questo, ho aperto la solita tabella degli anni precedenti sulla piattaforma dicendo ai colleghi "Compilatela lo stesso, così a fine anno saprete già quando avete fatto le ore, e per me quando faccio la relazione di fine anno sarà più semplice scrivere la parte su Civica". Mi è venuto in mente di dare sì strampalato consiglio, all'apparenza farraginoso, perché c'erano stati diversi problemi anche negli anni precedenti.
Risultato quasi inevitabile: la tabellina l'ho compilata solo io e un altro collega.
Arrivata dunque a fine anno ho fatto sì come prevedeva la trafila: ho chiesto le ore di Civica al registro... e ne sono arrivate quaranta. 
"Che strano" mi sono detta "Avrei giurato che ne avessimo fatte di più". Chiacchierando, infatti, era venuto fuori che era stato fatto questo, quest'altro e quest'altro ancora; ma lì invece risultavano soltanto le mie ore e quelle di Fisica, più  un paio di cosucce sparse qua e là - guarda caso, proprio le ore che risultavano anche dalla tabella della piattaforma.
Così ho scritto una letterina garbata ai colleghi dicendo "Ma non è che per caso qualcuno di voi, qualche volta, si è dimenticato di?".
Gran parte dei colleghi si è cosparso il capo di cenere e ha promesso di rimediare al più presto, ma alla fine dell'anno gli impegni sono tanti e qualcuno più distratto non ricordava nemmeno quando le aveva fatte, queste ore, e non era così sicuro delle verifiche. Già che ci siamo aggiungo che, se trascrivere due volte le lezioni è una gran palla, trascriverle dopo essersi scorsi il registro di tutto l'anno è una palla inenarrabile - e siccome alla fine dell'anno scolastico le cose da sistemare a livello di scartoffie sono veramente parecchie, sospetto che qualcuno abbia fatto un lavoro decisamente incompleto soprattutto a livello dei voti. In particolare Arte, che di ore di Civica so che ne ha fatte una valanga, trovandosi con nove classi da riguardare ha rimandato fino all'ultimo e nella mia classe risulta non aver fatto quasi niente. Anche così comunque è risultato un carnet di 68 ore, per quanto incompleto. Il fatto però che su 68 ore ci siano solo quattro voti di Civica per quadrimestre per alunno è, ammettiamolo, un tantino sospetto.
Ultimo ma non del tutto insignificante: da sempre da noi circola la stravagante teoria che il voto di Civica dovrebbe essere compatibile con la valutazione di condotta, e regolarmente agli scrutini qualcuno cerca di abbassare o alzare i voti in tal senso.
Ora, finché si tratta di alzare posso anche far finta di niente, ma abbassare un voto di materia per una motivazione così campata in aria e che non trova nessun riscontro in nessun punto della legge mi ha sempre molto contrariato - tanto più che quegli eventuali voti alti non sono piovuti dal cielo, ma glieli abbiamo dati noi, e se glieli abbiamo dati vuol dire che corrispondono a una prova positiva. Pòle un alunno indisciplinato, scortese o scorretto verso i compagni avere dei voti alti in questo o in quello? E se non pòle, dove sta scritto che non pòle? Per quale motivo un ragazzo indisciplinato, scortese o scorretto con i compagni non potrebbe avere una buona conoscenza delle istituzioni o una raffinata coscienza ecologica? Chi ci dice che non sarà proprio l'alunno indisciplinato e scortese che un giorno inventerà qualche meraviglioso sistema di ricavare energia pulitissima a costo infimo o, sviluppando la sua personalità, non condurrà mirabili battaglie per i diritti umani, animali e vegetali proprio in virtù di un grande interesse che ha sentito insorgere alle medie davanti alle nostre mirabili lezioni?
A questo nessuno mi fornisce mai una risposta; ma soprattutto nessuno mi indica mai il punto della legge che ci obbligherebbe a far coincidere civica con la valutazione della condotta.
Un caso interessante di autovincolo imposto da pregiudizi e stereotipi, mi sembra.

domenica 15 gennaio 2023

La Gran Questione della scrittura in Corsivo - 2 - Il parere degli Scriventi (se il Parlante fa la lingua, lo Scrivente farà la scrittura, giusto?)

Mentre scrivevo il recente post sulle scelte di alunni e insegnanti in merito ai cosiddetti quattro caratteri*, la settimana scorsa, mi è venuto in mente che magari, al limite, avrei perfino potuto prendere in considerazione l'idea di fare esprimere in proposito gli scriventi oggetto del contendere, ovvero gli alunni. E subito mi sono accorta di una cosa piuttosto curiosa: in una scuola che ha sempre mostrato di fare grandissimo conto dell'Inclusività, dell'Ascolto e financo dell'Empatia, e dove la questione del carattere di scrittura era oggetto di tante discussioni, a nessuna di noi (me compresa) era mai passata per l'anticamera del cervello l'idea di interrogare gli alunni su una questione dove in teoria avrebbero pur dovuto avere qualcosa da dire.
Ripensandoci ancor di più non è poi così strano perché, per quanto la scuola moderna ami straparlare di stesure di regole condivise e di coltivare il dibattito e la specificità individuale e tutto questo genere di bellissime cose, la tendenza a considerare i ragazzi come contenitori da riempire di fatti** è ancora molto forte: e dunque ci preoccupiamo assai di insegnargli le nozioni giuste, il metodo di studio giusto, la giusta scala di valori e il giusto modo di pensare, valutare e classificare nonché il giusto modo di intrattenere rapporti umani. Senza perdermi troppo in complesse questioni etiche e filosofiche, questo genera principalmente due problemi: il primo è che il nostro sistema di valori non sempre è perfetto (per quanto noi possiamo trovarlo perfettissimo e adatto a tutti) e magari nemmeno adeguato al singolo alunno, il secondo è che il mondo cambia e dunque i ragazzi crescono in una società diversa dalla nostra, e saranno loro a plasmare quella futura - e dunque il rischio di risultare portatori di un messaggio fuori dal tempo c'è sempre.
Tornando giù dai massimi sistemi, proviamo a riprendere la questione della scrittura.
Dalla mia piccola inchiesta, in cui ho domandato di raccontare la loro storia scrittoria, sono emersi alcuni fatti interessanti.
Primo: no, non è vero che alle elementari non insegnano a scrivere in corsivo. Tutti, come un sol alunno, hanno scritto che alle elementari gli è stato insegnato il corsivo. Alcuni anzi han detto che il corsivo gli piaceva ma a un certo punto lo hanno abbandonato.
Secondo punto: perché lo hanno abbandonato?
Qualcuno ha scritto serenamente che arrivato alle medie ha cominciato a scrivere in corsivo. Niente di strano per i miei alunni, perché sin dai primissimi giorni ho proclamato senza infingimenti che ognuno scrivesse pure come gli pareva, l'importante era che la scrittura fosse corretta sul piano ortografico: accenti, H e tutto questo genere di cose.
Aggiungo anche che la prof. Bipolar di inglese ha detto subito, anche lei senza infingimenti, che voleva solo il corsivo e niente storie - e qualcuno si è anche lamentato per questo, o comunque ha segnalato la cosa.
Tuttavia le colleghe che si lamentano che i ragazzi scrivono in stampatello perché non sanno scrivere in corsivo non hanno certo risposto come me (altrimenti non si lamenterebbero del fatto che i loro alunni non scrivono in corsivo). E' dunque possibile che qualcuno abbia giocato sporco e gniaulato che lui/lei non sapeva, non riusciva eccetera. Può darsi quindi che le mie colleghe non abbiano saputo mantenere con fermezza la loro richiesta. Ma teniamo conto che, certo, ognuno ha la sua storia, ma le nostre classi vengono tutte dallo stesso bacino delle elementari di St. Mary Mead e quindi tutti hanno avuto più o meno lo stesso addestramento, anche se i mesi del lockdown hanno certamente lasciato una traccia perché per un certo periodo i ragazzi hanno usato soltanto la tastiera e dunque solo lo stampatello.
Punto terzo: a un certo punto sono state proprio le maestre a dire a qualcuno di scrivere in stampatello. Non a suggerire garbatamente che, magari; no, c'è stato proprio un momento in cui ad alcuni è stato detto di passare allo stampatello.
Quindi: tutti hanno cominciato con il classico corsivo inglese ma qualcuno è stato incoraggiato a usare lo stampatello.
Alcuni stranieri, per esempio? Se hai un passato a base di ideogrammi cinesi o di scrittura in arabo è ovvio che qualsiasi insegnante di buon senso stabilirà che le 24 lettere della scrittura capitale bastano e avanzano, almeno all'inizio. Tuttavia i nostri "stranieri" sono quasi tutti cresciuti in Italia e con l'alfabeto hanno avuto un approccio molto simile ai nostri giovani concittadini. L'unico straniero arrivato in tempi molto recenti è un cubano che l'anno scorso scriveva in una desolante fusione primordiale di sillabe e parole variamente affastellate in corsivo e che con l'andare dei mesi ha sviluppato un corsivo molto normale ingentilito assai da una ragionevole separazione  delle parole.
Poi ci sono i dislessici. Per legge i dislessici sono esentati dall'obbligo del corsivo ma di fatto scrivere in corsivo non gli è vietato, in teoria (e infatti alcuni, anche occasionalmente, scrivono in corsivo e non è che necessariamente venga fuori un disastro, anzi).
Alcuni di questi dislessici mi hanno raccontato storie insolite, del tipo a un certo punto la maestra mi ha detto di scrivere in stampatello perché in corsivo scrivevo male. Al momento la ragazza esibisce un grazioso stampato minuscolo molto aggraziato e decisamente di facile lettura.
Tutto ciò mi ha portato a immergermi in profonde riflessioni.
Da bambina ero molto disordinata, anche nella scrittura. Più esattamente non esito a dire che scrivevo come un cane arruffato (ammesso che ai cani arruffati sia mai venuto in mente di scrivere). Magari ci avevo un po' di disgrafia, chissà - del resto tuttora ho un rapporto decisamente complicato con la destra e la sinistra. Col tempo e con l'esercizio comunque mi placai e adesso posso esibire un corsivo che di sicuro  non sembra un merletto, ma che è comunque di grande leggibilità anche se un po' scialbo. Fu un processo lungo e complesso, ma già in quarta elementare la mia scrittura non aveva niente di illeggibile. Del resto, ai miei tempi non c'era scelta e soprattutto il mio stampatello faceva pure quello abbastanza pena e a nessuno sarebbe venuto in mente di propormelo come rimedio per le mie difficoltà scrittorie.
Dunque può darsi che le maestre, pur avendo fatto coscienziosamente il loro dovere, abbiano difettato nella pazienza, oppure abbiano cercato di curare il prima possibile un male che magari aveva già in sé la sua cura.
Ultimo particolare sulle maestre: è possibile che, pur insegnando coscienziosamente il corsivo inglese, essendo figlie del nostro tempo si siano abituati a scrivere in quella specie di carolina (littera antiqua, per noi allievi del prof. Casamassima) un po' imbastardita da legature che già ai tempi della mia infanzia era il corsivo preferito dalle ragazze in crescita. Tra l'altro, mentre il corsivo per quel che si sa nacque spontaneamente, la scrittura carolina fu inventata in provetta appunto per fornire ai copisti dei monasteri un modello di scrittura chiara e facile da imparare e da usare. 

Infine una piccola collezione di curiosità: qualcuno ha detto che per gli appunti preferiva il corsivo perché era più veloce, ma che per i testi da presentare preferiva lo stampatello perché aveva l'impressione di fare un lavoro meglio confezionato.
Un altro ha detto che sa benissimo che il suo corsivo è disordinato ma lui preferisce scrivere così, e per consolarsi ogni tanto si ricorda che esiste anche il corsivo cirillico (nel suo testo mi ha omaggiato di una vera rarità, ovvero una autentica H maiuscola con tutti gli svolazzi del caso - come questa, insomma:
anche se la sua era un po' più pasticciata).
Una ragazza ha spiegato che lei scrive rigorosamente in stampatello minuscolo ma con delle legature*** che le piace molto metterci.
Altri, appunto, hanno detto che gli piacerebbe scrivere ancora in corsivo ma preferiscono lo stampatello perché altrimenti si sentono troppo disordinati.
Altri ancora che hanno abbandonato il corsivo con grande sollievo quando sono arrivati alle medie.
E qualcuno infine ha detto che gli piacerebbe scrivere in corsivo ma ha dimenticato come si fa.
Al termine della mia piccola inchiesta ho imparato che la questione era molto più complessa di quel che credevo e mi ha assalito perfino la tentazione di dedicare qualche ora a una specie di laboratorio del tipo "Inventa anche tu il tuo corsivo" o roba del genere, magari accordandomi con Arte. Dopotutto, il mio lassismo nasce principalmente dal desiderio di rimuovere ogni ostacolo meccanico alla scrittura intesa come momento espressivo, ma forse una corda di scorta per l'arco fa sempre comodo. Chissà?

* che a quanto ho capito sarebbero stampatello maiuscolo, stampatello minuscolo, corsivo maiuscolo e corsivo minuscolo.
** come teorizzato da Mr. Gradgrind in Tempi difficili di Dickens
** "Sì, io sono rigorosamente vegetariana. Certo, un pasto al giorno con la carne lo faccio sempre, si capisce"

domenica 8 gennaio 2023

La Gran Questione della scrittura in corsivo

Le lettere di Natale si scrivono in corsivo o in stampatello?
Ah, saperlo, saperlo...

"Prof, che cosa ne pensa del corsivo?" si informa un giorno una candida fanciulla.
E' chiaramente una domanda-trappola, di quelle fatte per perdere il tempo, testare un insegnante o anche ridere un po' alle sue spalle. 
Modestamente, con le domande-trappola sono piuttosto brava. Sul corsivo poi...
"Oh, è un tipo di scrittura che è nata tra il II e il III secolo d. c, Immagino vada bene come qualsiasi altra scrittura" rispondo svagata mentre apro il registro elettronico.
Mi guardano un po' spiazzati (la mia risposta, per quanto storicamente inappuntabile, tendeva appunto a spiazzarli) poi la fanciulletta prova a spiegarmi che si riferiva al parlato corsivo.
"Ah, quello" rispondo sempre più svagata "Immagino che uno parlerà come gli pare. Se posso darvi un consiglio, però, forse è meglio che non lo usiate quando fate le interrogazioni. Qualcuno di voi deve giustificare?".
Ai miei occhi la vera incertezza che nutro sul corsivo è "perché diamine usare un aggettivo tradizionalmente legato alla scrittura per indicare un particolare tipo di pronuncia che allunga le vocali?". Ma, di nuovo, sono scelte individuali e magari andrebbe chiesto all'inventrice di cotale idioma.

Veniamo invece al corsivo propriamente detto, ovvero quella tipologia di scrittura nata tra II e III secolo d. C. in cui il calamo si stacca dalla carta (o pergamena o papiro) solo in poche occasioni e non ad ogni lettera.
Sulla Gran Questione legata al corsivo avevo già esposto il mio pensiero in uno dei primi post di questo blog, nel lontano 2008. Da allora la mia opinione non si è spostata di mezzo millimetro e continuo a lasciare assoluta libertà ai miei alunni nella scelta del carattere con cui desiderano esprimersi, consapevole tra l'altro che quel che oggi accettiamo come corsivo è una specie di carolina dove le legature scarseggiano assai.
A St. Mary Mead comunque la questione al momento è oggetto di gran diatriba e coinvolge anche le Perfide Maestre delle elementari, ree tra l'altro di non insegnare il corsivo ai nostri ragazzi.
In sintesi: ormai da qualche anno alcune insegnanti di Lettere si lamentano non tanto del fatto che i ragazzi che ci arrivano non scrivano in corsivo, quanto del fatto che il corsivo proprio non lo conoscono e non lo sanno quindi usare. Di ciò si sono lamentati più volte con le insegnanti delle elementari nelle riunioni della Commissione della Continuità. A quanto pare però le insegnanti delle elementari non hanno mai preso atto della richiesta di insegnare il corsivo agli alunni. La cosa è vissuta come una grandissima carenza da parte loro ed è occasione di grandissime lamentele nella nostra Sala Insegnanti. Quando una volta ho provato a chiedere timidamente che differenza faceva mi è stato ululato in risposta che ciò era una gravissima mancanza di manualità e perdita del patrimonio culturale - il che mi sembra una sciocchezza ma in fondo che ne so? Se voglio scrivere in corsivo sono stata messa in grado di farlo, e in effetti è con quel corsivo imbastardito di stampato che usa adesso che scrivo il diario, le liste della spesa, le correzioni sui compiti e i biglietti di auguri per Natale e i compleanni e anche le annotazioni sui libri.
Conosco il corsivo, dunque posso scegliere di (non) usarlo, mentre non posso scrivere in giapponese perché il giapponese non lo conosco, nonostante il nom de blog che mi sono scelta.
Tuttavia secondo me non è esatto dire che alle elementari di St. Mary Mead non insegnano a scrivere in corsivo, perché tutti gli anni le prime medie possono vantarsi di includere nelle loro file un gruppetto che scrive in corsivo (in prevalenza femminile, direi) ma ammetto di non avere mai fatto caso se poi continuavano ad usarlo.
Inoltre abbiamo avuto due anni di pandemia, in cui spesso erano diffidati dal mandare compiti non scritti al computer, e dove si sono alquanto domesticati con la tastiera. Sta di fatto che ormai a mano scrivono sempre meno, e qualcuno, credo, col passare degli anni si posiziona sullo stampato (più spesso in capitale, ma a volte anche in minuscolo. E lì sarebbe da capire dove finisce il corsivo è comincia invece lo stampatello, perché la cosa non è sempre così chiara. I dislessici, ma anche gli stranieri più altri casi particolari spesso sono esentati in partenza dal corsivo. E, ripensandoci: perché tutti mi chiedono sempre all'inizio della nostra conoscenza, se possono scrivere in stampatello? E  perché qualcuno non me lo chiede? 
Pòle essere che in questi anni il rapporto con la scrittura sia cambiato?
Forse sarebbe il caso di chiederglielo.

lunedì 31 maggio 2021

Di aggiornamenti delle nomenclature non sempre apprezzatissimi (post di singolare inutilità)

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemos

Cambiare nome alle cose sostituendo parole usate da gran tempo non sempre sorte effetti felicissimi. D'altra parte le lingue vivono di cambiamenti e una lingua non cambia più solo quando è morta.
In molti han rumoreggiato quando gli handicappati sono diventati prima portatori di handicap e poi disabili, e i negri sono diventati neri, ma ormai gli handicappati non ci sono più e i negri esistono solo nelle vecchie traduzioni della Capanna dello zio Tom e nei discorsi di qualche estremista di destra particolarmente arretrato.
E in tanti hanno sbuffato davanti alle prime ministre e sindache e assessore dicendo che mai e poi mai sì barbare parole avrebbero attecchito nella nostra lingua - ma ormai abbastanza comunemente si parla appunto di sindache e ministre e financo avvocate, e pure le architette han smesso di suscitare reazioni scomposte e risate sguaiate.
Tuttavia certi cambiamenti devono percorrere una strada piuttosto lunga. Ricordo che mio padre ha continuato per diversi anni ad andare alla Valdarno al lavoro quando già da tempo la Valdarno era stata assorbita dall'Ente Nazionale per l'Energia Elettrica - credo anzi che il vero cambiamento sia stato quando cambiò sede di lavoro per andare in una palazzina che non era stata mai della Valdarno ed era stata costruita dall'ENEL e dove tutti si erano sentiti lavoratori dell'ENEL sin dall'inizio. Tuttavia anche la Valdarno rimase nei discorsi di famiglia per anni, ma non per decenni.

In un qualche momento dei miei primissimi anni di insegnamento qualcuno decise di cambiare nomi agli ordini di scuola. La scuola materna diventò "dell'infanzia", la scuola elementare diventò "primaria" e la scuola media diventò "secondaria di primo grado", mentre le superiori diventarono "secondarie di secondo grado".
All'inizio, come sempre davanti a una qualsivoglia novità, rimasi piuttosto schifata. Passato il primo choc culturale feci appello alla mia autodisciplina e cercai coscienziosamente di adattarmi, aiutata in parte dai continui moduli che compilavo in quel periodo per il rinnovo graduatorie e dalle molte segreterie che frequentavo ai tempi delle supplenze brevi. La mia autodisciplina tuttavia subì una certa ridimensionata quando mi accorsi che intorno a me gli addetti ai lavori parlavano sempre solo e soltanto di medie e giammai si sporcavano la bocca evocando le scuole superiori. 
E  così, mentre gli africani e gli afroamericani dotati di pigmentazione scura venivano ormai quasi universalmente chiamati "neri" e gli handicappati sparivano senza lasciar traccia di sé insieme ai portatori di handicap, gli insegnanti delle elementari parlavano di primarie in gran scioltezza nemmeno fossero tutti cittadini americani in tempo di elezioni, la scuola dell'infanzia viveva un percorso più complesso, dovendo smanicarsi anche dal vecchio "asilo" oltre che dal desueto appellativo di "materna" ma insomma conosceva una sua evoluzione e la scuola "secondaria" si stava faticosamente smarcando dalle "superiori"ma la strada sembrava ancora lunga.
In tutti questi anni però le medie sono rimaste "medie", non solo per i giornalisti e i dibattiti televisivi, ma anche tra gli addetti ai lavori. Perfino i libri di scuola, che un tempo scrivevano fieramente in copertina "Manuale di storia per le scuole medie" oggi sorvolano pudicamente sull'ordine di scuola cui sono destinati.
A tutt'oggi, sono docente della scuola secondaria di primo grado solo quando compilo qualche modulo del MIUR e nessun genitore, custode o alunno sembra avere la minima propensione a parlare di "secondarie". 
E c'è il suo motivo.
Tre anni fa, mentre compilavo un modulo dove mi dichiaravo Murasaki Shikibu, insegnante della Scuola Secondaria di Secondo Grado di St. Mary Mead, fui presa da un dubbio. 
Col mio modulo in mano, uscii dalla scuola e guardai la targa di marmo dell'ingresso. C'era scritto "SCUOLA MEDIA XY".
Va bene, mi dissi, è una targa vecchia e non l'hanno cambiata.
Poi guardai meglio.
In alto, sopra la targa, c'era una targa in metallo. Portava scritto "Scuola Media XY". Era molto nuova e molto lucida.
E c'erano sopra la bandierina dell'Unione Europea e la targhetta del PON. E il PON è una roba senz'altro successiva all'arrivo delle scuolesecondariediprimogrado.
In tutti i casi, la mia scuola si dichiarava MEDIA in entrambe le targhe. Era lo Stato che la definiva così. Se andava bene per la targa d'ingresso, doveva andar bene anche per il MIUR, e meno storie.
Così rientrai, presi un nuovo modulo e scrissi risolutamente che ero Murasaki Shilibu ed insegnavo nella scuola media XY di St. Mary Mead, insieme a tutte le altre informazioni che mi erano richieste, e lo portai in Segreteria - dove lo presero senza batter ciglio. E da allora nei moduli scrivo sempre che insegno nella scuola media XY di St. Mary Mead che fa parte dell'Istituto Comprensivo di St. Mary Mead.

E poi venne il giorno in cui la Toscana aprì il portale dove gli insegnanti si segnavano per vaccinarsi. E mentre lo compilavo per l'ennesima volta nella vana speranza di trovare un angoletto disponibile per me, mi accorsi che stavo barrando la casella "docente scuola media".
Un portale per vaccinazioni della Regione Toscana è una roba piuttosto ufficiale, mi sembra, e serve a distribuire vaccini per conto delle ASL della Toscana - tutta roba molto statale, e siamo pure una regione a statuto ordinario. Ma non vogliono sentir parlare di scuole superiori di primo grado.

Ricapitolando: insegno in una Scuola Media, con tanto di targa all'ingresso che la definisce tale. L'Unione Europea ci elargisce fondi perché siamo una Scuola Media, la regione Toscana ci dichiara scuola media, la nostra carta intestata parla di Scuola Media XY di St. Mary Mead. I docenti intorno a me si autodefiniscono "insegnanti delle medie", ai Collegi Docenti le Scuole Secondarie di Primo Grado vengono nominate solo quando viene letta qualche circolare del Ministero - che è l'unico ente che si incaponisce a sostenere che siamo una Scuola Secondaria di Primo Grado e non una scuola media, anche se tollera che nella nostra targa sia scritto tutt'altro.
Siamo un caso isolato? La Toscana scolastica parla una lingua tutta sua? In tal caso, perché il Ministero lo tollera?
Oppure l'Italia brulica di scuole medie che solo due o tre volte all'anno vengono chiamate "Scuole Secondarie di Primo Grado"?
Che senso ha avuto svegliarsi una mattina e stabilire che le scuole d'Italia dovevano cambiare denominazione ufficiale e poi lasciargli quella vecchia?
Perché, almeno al MIUR, non si impegnano per chiamarci Istituti di Scuola Superiore di Primo Grado?
Oppure perché al MIUR non lasciano cadere questa farraginosa denominazione e non tornano a chiamarci, come tutti, Scuole Medie?

In questi infiniti dubbi s'annega il pensier mio. E può pur essere che al mondo esistano entità più inutili di questo post, ma al momento non me ne viene in mente nessuna.


*la data precisa non sono riuscita a trovarla, ma mi sembra di capire che sia stato il 2003, con la Riforma Moratti. Forse.