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martedì 30 giugno 2026

Lucchetti dotati di un forte senso di autonomia

"Locket" in inglese, sta sia per "medaglione" che per "lucchetto".
Questo creò qualche problema ai tempi delle traduzioni di quinto e sesto volume
della saga di Harry Potter, anche se lo Slytherin's locket di Salazar
(poi arrivato fino a Regulus Black e infine a Harry)
è sempre stato solo e soltanto un medaglione.

La didattica DADA, che alla scuola di St. Mary Mead applichiamo in una versione particolarmente diluita, consiste in pratica nel permettere alle classi di spostarsi tra le varie aule in autonomia e nell'assegnargli un totem chiamato armadietto che a conti fatti si è rivelato di assai modesta funzionalità.

Ogni armadietto è munito di un lucchetto e di una chiave. Col tempo si è scoperto che, per una specifica perversione del modello degli armadietti scelti dal nostro Comune, non tutti i lucchetti andavano bene;  più avanti è risultato che trovare un lucchetto adeguato per quei cazzo di armadietti era impresa al limite dell'impossibile: perché alcuni lucchetti erano troppo grandi e altri troppo piccoli (alla fine una collega ha postato una foto con tanto di dimensioni adatte) e soprattutto perché al mondo esistono tantissimi tipi di lucchetti, ma solo un piccolo gruppo di essi riesce a svolgere per i nostri ineffabili armadietti la funzione per cui di solito si compra un lucchetto, ovvero chiudere qualcosa.
Infatti i lucchetti troppo grandi non permettono la chiusura dell'armadietto e quelli troppo piccoli lo lasciano in pratica aperto, e il problema si estende anche a una parte di quelli di media taglia; e se quando l'armadietto non si chiude perché il lucchetto è troppo grande se non altro ti rendi conto del problema, con quelli troppo piccoli ti sembra di aver chiuso a perfezione lo sportello, solo che chiunque passi di lì può aprirlo semplicemente girando la maniglietta.
Non abbiamo dato pubblicità alla cosa, ma la notizia si è comunque diffusa come fuoco nell'erba secca e un forse nemmeno troppo esiguo gruppo di alunni ha deciso di essere molto interessato al contenuto degli armadietti altrui non chiusi e quindi ben presto sono state segnalate sparizioni di soldi e oggetti vari - astucci, in particolare.
Alla media di St. Mary Mead*  l'astuccio altrui è una preda ritenuta assai ghiotta, non tanto per onesto desiderio di impossessarsi di ciò che contiene, quanto per il sottile e perverso piacere di spostarlo, riporlo in armadietti diversi da quelli del legittimo proprietario, nasconderlo, giocarci ad Astuccio Rilanciato o a AstuccioBall, piazzarlo in luoghi del tutto inopportuni eccetera; e davvero non mi spiego cosa ci sia di divertente a fare ciò mentre al contrario comprendo senza difficoltà l'estremo disappunto dei legittimi proprietari dell'astuccio che si vedono obbligati ad organizzare battute di caccia, questue e a frugare nei cestini della carta straccia e dei rifiuti indifferenziati alla ricerca del perduto bene.
Talvolta poi la perversione si spinge al punto di far sparire o spostare in altri armadietti anche quaderni e libri, mettendo in difficoltà anche i più integerrimi alunni che si ritrovavano improvvisamente privi dei compiti da mostrare all'insegnante. Anzi, proprio gli alunni notoriamente integerrimi erano le prede più succose e ambite, in un clima che definire morboso sarebbe termine davvero troppo leggero.
Dunque la scuola sembrava invasa da una orda di ragazzini sadici il cui scopo primario era quello di mettere in difficoltà o a disagio i compagni. Il fenomeno non è del tutto insolito (beh, alla media di St. Mary Mead un po' insolito era, per la verità) ma si è rivelato assai difficile da gestire. 
Se in tanti avevamo forti sospetti su chi fossero i pervertiti autori di cotali deplorevoli gesti, costoro mostravano una notevole capacità di sgusciare via senza farsi notare e solo occasionalmente qualche alunno riusciva se non altro a intravederli nella Zona Armadietti e qualche insegnante notava che taluno di questi sospetti stava più spesso al piano degli armadietti oggetto dei malestri di quanto comportasse il suo orario, che non di rado li avrebbe voluti a un piano diverso o in una diversa zona della scuola.
Che si fa in questi casi? Non esiste un Manuale Applicativo Per Quando la Nuova, Innovatissima Didattica Dada Crea Guai, così ci siamo arrangiati con circolari, avvisi vari, una sorveglianza più capillare (con la collaborazione dei custodi) e una certa pressione sui Presunti Colpevoli, con una generosa distribuzione di note a pioggia con i più vari pretesti. Gli episodi si sono ridotti ma non scomparsi, se non verso la fine dell'anno - probabilmente perché a causa delle infinite uscite didattiche, laboratori speciali, camminate ecologiche, gare sportive e via dicendo che investono come gramigna le ultime settimane di scuola, la presenza di tutte le classi all'interno dell'edificio era diventata assai rara, e soprattutto perché molte famiglie hanno chiesto e ottenuto che i ragazzi oggetto di tante attenzioni smettessero di usare gli armadietti e si cammellassero gli zaini su e giù per la scuola; che, ammettiamolo, oltre ad una discreta scocciatura per alunni e insegnanti che si ritrovavano la classe infestata dagli zaini esattamente come nella più tradizionale delle didattiche, mandava a ramengo quel po' di DADA che effettivamente veniva fatta.
In tutto ciò, in quel di Febbraio, si è verificato un nuovo e vieppiù misteroso fenomeno detto "del lucchetto vagante".
Detto fenomeno consisteva nella sparizione (più probabilmente sottrazione) del lucchetto che alla fine della mattinata era spesso lasciato aperto. Tali lucchetti spesso sparivano per un giorno o due per poi ricomparire a qualche altro armadietto, dopo aver svolto coscienziosamente la loro funzione di creare disturbo e disagio al legittimo proprietario, talvolta non ricomparivano affatto e abbiamo perfino avuto il caso di un lucchetto che è ricomparso, chiuso, in una classe. La mia, guarda caso. Attaccato alla griglia sotto il piano del banco ove l'alunno ripone solitamente quaderni e libri che non usa sul momento.
E' comparso una mattina, né alcuno è stato in grado di identificarlo come suo. 
La notizia del Lucchetto Misterioso ha fatto il giro della scuola e ogni tanto arrivava qualche alunno che chiedeva di vederlo, ma dopo averlo esaminato con cura inevitabilmente andava via scuotendo la testa e dichiarando che no, non era il suo. 
E non è mai stato possibile attribuirgli un proprietario - che pure un tempo deve ben aver avuto, perché i lucchetti non sono usi abbandonare di loro iniziativa i negozi di ferramenta e bricolage per scegliersi una nuova dimora, autochiudendosi dopo averne trovata una di suo gusto e facendo scomparire la chiave in qualche dimensione parallela.
Di solito, almeno, non funziona così.
Di solito. Ma vai a sapere?

e magari anche in molte altre scuole medie, solo che io da vent'anni quasi ininterrotti sono lì e quella sola ormai conosco



venerdì 31 ottobre 2025

Il pozzo nero (un racconto per Hallloween)

Non sono riuscita a trovare un meme carino sui pozzi neri - eppure il tema secondo me offriva diverse possibilità. Rimedio con dei gattini neri, non molto pertinenti ma carini

Quando arrivo, di prima mattina, la scuola è invasa da strani individui con strane attrezzature che vagamo con aria incerta.
"Sono gli operai del Comune" mi spiega la prof. Therral, anche quest'anno Responsabile di Plesso "Sono venuti per vuotare i pozzi neri".
"Oh?" casco dalle nuvole.
"Sì, i water hanno cominciato a traboccare, al piano di sotto. Sono quasi due mesi che avvisiamo il comune che la situazione è ormai piuttosto piena, ma hanno continuato a rimandare. Ci hanno detto che per qualche giorno potremo usare solo i bagni dei piani alti".
"Perché per qualche giorno?" chiedo interdetta: per quel minimo di esperienza concreta che ne ho avuto, le ditte di autospurgo mi risultano formate da persone laboriose ed efficienti che sanno benissimo quanto i clienti apprezzino in loro la velocità con cui riescono a limitare i tempi della loro presenza e le tracce olfattive che il loro lavoro inevitabilmente reca seco "Siamo una scuoletta da duecento alunni, quanto ci vorrà a svuotarci i pozzi neri?".
"Il problema è che devono cercarli, perché non sanno dove sono".
"Basterà guardare sul progetto, immagino".
"Dice che non riescono a trovarlo. Non sanno più dov'è".
Perché  il lettore possa seguire appieno la totale follia della questione, fornisco qualche elemento storico sulla scuola media di St. Mary Mead.
Quando la legge del 1963 rese la scuola media obbligatoria per tutti, molti paesi decisero di dotarsi di apposita scuola media da far frequentare ai fanciulli del luogo. In qualche caso vennero riadattati edifici destinati ad altri usi*. 
Non fu questo il caso di St. Mary Mead che, preso un pezzo di terreno confinante con quello della scuola elementare, gettò le fondamenta per una scuola media progettata proprio per essere una scuola media e la costruì in base alle leggi che all'epoca regolavano gli edifici delle scuole medie. Dal giorno della sua inaugurazione fino ad oggi detto edificio e è sempre stato usato  solo e soltanto in funzione di scuola media, con tanto di cucine per la mensa interna, ampio laboratorio di arte e di musica, piccolo teatro per le recite, palestra e altre amenità. 
In seguito la legislazione  cambiò più volte, soprattutto per quel che riguardava le norme di sicurezza, e piú volte vennero cambiati caldaia e bagni, fu smantellata la cucina, vennero avviati laboratori di lingue e di scienze, rifatti alcuni pavimenti, messi in opera pannelli solari e insomma l'edificio non rimase lì immobile mentre la storia gli scorreva accanto, ma anzi il Comune provvide più volte a cambiarlo, rinfrescarlo, adattarlo eccetera, tutto alla luce del sole e in modo assai onesto per quanto ne sappiamo. Inoltre cotale edificio è dotato di un largo ingresso su una delle vie principali del paese che testimonia che a St. Mary Mead c'è una scuola media - e insomma niente fa pensare che mai, in alcun momento della sua edificante esistenza, la scuola media di St. Mary Mead abbia recato in sé qualcosa di clandestino - e d'altra parte chiunque abbia passato una settimana della sua vita in un paesello del genere di St. Mary Mead sa benissimo che ivi niente può essere fatto, vuoi di lecito o vuoi di illecito, che non sia notissimo ad ogni abitante compresi i piccolissimi che ancora non sanno parlare. Per quale motivo dunque i piani di un edificio non esattamente illegale come una scuola media debbano essere rimpiattati non si riesce a capire se non sospettando una grandissima incapacità da parte di chi gestisce la documentazione del comune in questione.
E mentre tutto noi meditiamo sull'infinità vastità dell'imbecillità umana gli operai del Comune se ne vanno via a coda bassa e con aria infelice e a noi non resta che salire in classe per spiegare la situazione (invero assai fluida) in cui ci troviamo.

In realtà la storia è a lieto fine, perché verso la metà della seconda ora, mentre con la Seconda ci stiamo dilettando nella contemplazione delle  varie danze macabre e trionfi della morte che dopo il passaggio della prima ondata della peste del Trecento** diventarono un tema assai ricorrente per la pittura arriva la custode ad annunciare che la situazione dei bagni è tornata normale. A quanto sembra, qualcuno deve essere riuscito a trovare il nascondiglio segreto ove erano occultati i segretissimi progetti della scuola - probabilmente un normalissimo faldone, e neanche escludo che sopra ci fosse scritto qualcosa di assolutamente esplicito sul suo contenuto, del tipo "planimetrie della scuola media".

* per esempio io frequentai a Firenze una scuola che aveva sede in un ex-Istituto per Ciechi che non era stato fatto oggetto di particolari controlli e che,mentre facevo la terza media, fu oggetto per qualche mese di lavori di ristrutturazione piuttosto emergenziali onde evitare che ci cascasse in testa.
** la più famosa è la prima, ma ne seguirono diverse altre, per quanto più contenute

giovedì 2 gennaio 2025

Haeretica - La tortuosissima saga dell'attorcigliata burocrazia scolastica - 1 - La via più breve tra due punti è l'arabesco

Richiesti di un parere sul proprio lavoro, se si interrogheranno cento insegnanti si avranno almeno ottanta risposte diverse*: chi loderà il gran piacere che gli viene dal rapporto con le giovani e fresche energie del futuro, chi deprecherà la mancanza di principi dei giovani d'oggi, chi lamenterà il problema delle strutture fatiscenti, chi deprecherà l'eccesso di uso delle cosiddette nuove tecnologie e chi criticherà la difficoltà di uso delle medesime, qualcuno si dispiacerà delle criticità dei rapporti con le famiglie, altri piangeranno sulla mancanza di fondi e così via; quasi tutti però alzeranno un gran lamento sull'eccesso di burocratizzazione della scuola.
È, questa, una lamentela fondata? 
Ritengo di poter affermare senza tema di smentita che lo è.
Ci sono dei colpevoli?
Ovviamente sì, ci sono: la scartoffia non esiste in natura. In natura abbiamo coppie monogame, unioni plurisessuali, partenogenesi, genitori che sopprimono la prole, partner che si sopprimono, animali metamorfici e tanti altri fenomeni strani e meravigliosi, ma non risulta attestato in alcun modo il caso di un modulo che si autogeneri o si autoproduca dal niente. La scartoffia esiste solo e soltanto qualora qualcuno la fabbrichi e ne imponga l'uso ad altri esseri. È una perversione prettamente umana, e per forza di cose nasce solo dopo l'invenzione della scrittura e della burocrazia, ovvero un ceto appositamente addestrato a gestire documentazione su carta, pergamena o argilla.
La scartoffia esiste perché gli esseri umani l'hanno inventata, e nemmeno il modulo più insignificante è nato di sua spontanea volontà senza intervento umano. Dietro ogni richiesta, presentazione, attestazione ci sono sempre uno o più esseri umani che si sono seduti da qualche parte a riflettere scervellandosi sul Gran Problema "Come posso complicare ancora un po' questa procedura?" - e quasi sempre trovano ispirazione grazie al benevolo intervento di una Forza Superiore che lo pervade o a un/una collega che premuros* lo soccorre.
E dunque passo alle scartoffie legate all'insegnamento - che a ben guardare sono tante, e che un tempo non c'erano. Non parlo di ieri o dell'anno scorso, ma di quando ero bambina. Ai genitori arrivava un voto, più o meno preventivato, un qualche tipo di giudizio a fine ciclo e una sobria comunicazione che attestava se l'alunno era stato promosso o bocciato. 
Bei tempi? 
Non ne sono molto sicura. Come ho già raccontato sono una figlia d'arte e a quanto mi è sembrato di capire non è che quando lei ha cominciato a insegnare si condividesse molto, né con i genitori né con i colleghi, tantomeno con gli alunni, e il Preside era un'entità piuttosto intrusiva. Il singolo insegnante poteva in cuor suo riflettere sull'essere umano X o Y che gli era stato dato in balìa, e magari anche parlarne con qualche collega con cui era particolarmente in armonia confrontandosi e cercando magari di sgusciare l'ostrica per cavarne fuori la saporita polpa, ma era un procedimento affidato soprattutto alla buona volontà del singolo - che non avendo molte occasioni per confrontarsi magari prendeva delle belle cantonate. Sì, vale anche per le elementari. E non è che siccome insegni tu sia automaticamente un genio della psicologia.
La cosiddetta burocrazia scolastica è nata negli anni 70 del secolo scorso, quando  i Decreti Delegati applicarono un principio non esplicitamente scritto ma tuttavia implicito nella Costituzione: la scuola  è libera, e libero è l'insegnamento ma gli alunni sono liberi cittadini e come tali vanno trattati. E dunque sia loro sia chi ne è responsabile (ovvero  i genitori) vanno tenuti al corrente del processo di apprendimento e domesticazione in corso. 
Ai docenti vengono dunque richieste poche ma essenziali cose:
- una programmazione che spieghi cosa l'insegnante si propone di fare nel corso dell'anno riguardo alla sua materia
- una relazione che illustri poi il cazzo che è effettivamente riuscit* a fare**
- un giudizio cumulativo compilato secondo una griglia che vale per tutta la scuola e che sintetizzi come procede il percorso di apprendimento e domesticazione di cui sopra, compilato a metà anno e a fine anno per ogni alunno dal Consiglio riunito al gran completo***; poi un voto per ogni alunno in ogni materia a metà e a fine anno più un voto per Educazione Civica, che è una materia trasversale. In caso di profitto non sufficiente si tratta di indicare cosa c'è che non va e cosa l'alunn* dovrebbe fare, e in caso di bocciatura c'è una formula un po' complessa da scrivere sul verbale dello scrutinio dove in sintesi viene precisato che il Consiglio ha provato a evitare l'increscioso passo ma non ci è riuscito.
Tutto qui?
No, non proprio: per l'eventuale alunno certificato ci sono un paio di riunioni supplementari alll'anno dove sono coinvolti anche i genitori e lo staff esterno che si occupa dell'alunno, più un piano individualizzato (di cui talvolta ma non sempre  si occupa soprattutto l'insegnante di Sostegno); e infine ci sono i PDP per gli alunni DSA, stranieri o che abbiano altro tipo di problemi, e detti PDP sono di numero e soprattutto di complessità di compilazione variabile.
In teoria si tratta quindi di una mole non eccessiva di documentazione che racchiude in sé sempre e comunque una certa dose di utilità. Non è insomma come scrivere 500 volte "non devo più raccontare bugie" scrivendolo col (proprio) sangue****.
E tuttavia queste scartoffie sono spesso e volentieri un vero inno all'assurdo e una perfetta esemplificazione del rendere il facile assai difficile attraverso l'inutile.
Tutto ciò tuttavia è da imputare non tanto alla cattiva sorte o alla perversità del Ministero dell'Istruzione (non sempre almeno) ma principalmente all'italico genio. Non scordiamoci che siamo l'unico paese (almeno spero) del globo che, invece di timbrare il biglietto prima di salire sul treno o quando è sul tram preferisce obliterare il titolo di viaggio
Che titolo e che viaggio? 
Mistero insondabile. 
Addirittura, siccome qualsiasi turista davanti alla richiesta di obliterare eccetera esplicitata nella sua lingua manderebbe, giustamente, tutti quanti a Fanculo, gli avvisi in lingua straniera (inglese sempre, talvolta anche francese, tedesco e spagnolo) invitano con grande sobrietà gli stranieri a timbrare il biglietto.
Ma noi siamo fatti così, dobbiamo obliterare il titolo di viaggio. E' una cosa che ci viene spontanea perché siamo un popolo dalla grande cultura e dall'eloquio raffinato, e riteniamo nostro preciso dovere quando affrontiamo un tema di una qualche serietà, complicare il facile rendendolo difficile attraverso l'inutile. Vidimiamo la scheda elettorale (invece di votare) obliteriamo il titolo di viaggio (invece di timbrare il biglietto) ed evinciamo questo e quello dal testo di una circolare; meglio ancora, pretendiamo che i genitori dei nostri alunni evincano*****; anche gli stranieri, anche i genitori che si sono fermati alla licenza elementare.
Tutto ciò presenta alcuni inconvenienti, e conto di illustrarli nei prossimi post della serie.

* è una statistica generale: qualora si interrogassero cento insegnanti di lettere i pareri si alzerebbero di numero, secondo una forbice che va dai 130 ai 150 pareri tutti diversissimi tra loro. Se invece si provassero a sondare cento insegnanti di Matematica otterremmo un numero di opinioni che oscilla tra le cinquanta e le sessanta.
** entrambi i documenti sono stati mirabilmente sintetizzati da una amica e collega, il primo nella formula "si farà icché si póle" e il secondo in "e s'é fatto icché s'è potuto", entrambe formule assai mirabili per sobrietà, senso della misura e sincerità.
*** Durante il quale Consiglio quasi inevitabilmente salta fuori che l'alunn* è una specie di Giano bifronte: angelico, pestifero, dolce, razionale, ragionevole, capriccioso, lamentoso, brillante o disperatamente stupido a seconda del momento, della materia e della compagnia che si ritrova intorno, per tacere degli sbalzi di umore tipici della crescita.
**** Cfr. Harry Potter e l'Ordine della Fenice.
***** ed essi devono evincere, mai eperdere; questo perché siamo una scuola positiva ed evitiamo di sottolineare sconfitte o perdite.

lunedì 23 dicembre 2024

Per quale misterioso motivo non scrivo più sul mio amato blog?

Questo bel micio natalizio è di Onur Arslan, credo

Prima di tutto una doverosa rassicurazione: no, non sono vittima di oscure e perfide malattie: al contrario la mia salute mantiene un livello piuttosto decoroso e l'unico permesso che ho preso dall'inizio dell'anno scolastico sono state due ore per farmi infilzare con l'ennesima dose di vaccino antiCovid; addirittura, se fosse stato possibile, mi sarei vaccinata di pomeriggio evitando di incomodare la scuola con quelle sue ore di sostituzione, ma gli strani protocolli medici non mi hanno permesso cotal sfoggio di zelo.
E dunque sto bene. Ma allora, per quale accidente di motivo ho completamente smesso di scrivere sul blog?

È una bella domanda, che non ho mancato di pormi a scadenze regolari in questi ultimi quattro mesi.
La scusa ufficiale è che "non ho tempo", che è una di quelle risposte che si adattò maravigliosamente a tutto. Di fatto, io sono fra quelli che il tempo per quel che gli interessa davvero lo trova sempre, in qualche modo, e comunque scrivere due post a settimana non dovrebbe richiedere poi questo dispendio incredibile di tempo. D'accordo, ci sono post che vanno ponderati, interiorizzati e tenuti a sobbollire a lungo come una pentola di stufato - resta il fatto che lo stufato prima o poi lo levi dal fuoco e lo servi in tavola.
O forse è la scuola che, annegata in una grigia routine non riesce più a fornirmi spunti e idee su cui scrivere?
Sì, d'accordo, la sola remota possibilità di associare la parola "routinette "a una classe di belvette nel fiore degli anni, prima ancora che ridicola è del tutto assurda.
Ma forse mi mancano gli argomenti di cui scrivere? Dopo tanti anni,e cose tendono a farsi ripetitive, tutto è già stato detto e fatto e i soliti programmi...
Per l'appunto il programma lo fa l'insegnante. Non c'è nessun motivo di impuntarsi a fare sempre le solite cose, e infatti io cambio spesso - con risultati alterni, ma cambio. È una cosa che mi viene spontanea perché ogni classe funziona a modo suo e chiama e cerca cose diverse.
Ah, ma c'è stata la morte delle mie due gatte. Ho sofferto molto, per la morte delle mie due amate gatte, e il mondo è diventato grigio e cupo e...
D'accordo, quattordici mesi fa le mie due amate gatte han varcato il ponte dell'arcobaleno. Ciò mi ha causato gran sofferenza ma da allora due nuovi gatti allietano la mia casa, riempiendola di vibrazioni positive. Certo, sintonizzarmi su due nuovi gatti ha richiesto gran dispendio di energie ma insomma il resto della mia vita continua, e forse ci sarebbe lo stesso lo spazio per scrivere ogni tanto un post, credo.
In nuovo orario è più pesante, e i pomeriggi quando esco da scuola alle due sono sempre così corti...
Sì, le mattine sono più lunghe e i pomeriggi sono più corti. D'altra parte i fine settimana sono più lunghi, e questo va pur riconosciuto. Tra l'altro il cambio di orario è avvenuto sette anni fa, e anche se in mezzo c'è stato il lockdown e pure la malattia, in qualche modo il blog ogni tanto lo aggiornavo.
Allora forse è cambiato qualcosa nell'atmosfera della scuola, e nell'alchimia che legava tutti noi e...
Vabbé, si spera bene che qualcosa cambi ogni tanto nella sottile alchimia di un gruppo di lavoro che non resta mai uguale. Gravidanze, pensionamenti, trasferimenti... perfino in una scuoletta di provincia come St.Mary Mead il cocktail umano cambia con una certa regolarità - per fortuna di tutti, tra l'altro.
Ma, in conclusione?
Probabilmente sono cambiata io. Capita, di cambiare. Tutto cambia, su questa terra, che cambi anch'io non dovrebbe avere nulla di insolito.E se è vero che io i cambiamenti li detesto, sempre e comunque, forse potrei rassegnarmi al fatto che qualche mutamento può sovvenire anche nella mia statica personcina.
Stabilito tutto questo e dopo aver elencato tutte le scuse più balorde che mi venivano in mente, è davvero tempo che il blog riapra i battenti in modo stabile.
Quale momento migliore di Natale, che è la festa di rinascita per eccellenza?
E poi, almeno i post di Natale e di Capodanno non posso bucarli: mi piace troppo farli.
Il solstizio d'inverno è arrivato, evviva il solstizio.

domenica 14 luglio 2024

Manuale della perfetta coordinatrice - L'arte involontaria della moral suasion

Il consiglio di Classe della Terza Sfigata.
Kimono Cats on Cups
è una deliziosa pagina su Facebook che ho scoperto di recente.
Credo che la userò spesso per il blog.
Ho amato follemente la Terza Sfigata sin dal nostro primo giorno di scuola. 

All’inizio era più sindrome di Stoccolma che reale affetto: nonostante la presentazione disastrosa che ci avevano fatto gli insegnanti delle elementari, il ragazzo che ci era stato presentato come assai violento NON mi tirava addosso banchi né sedie gridando frasi inconsulte, il gruppo dei presunti cerebrolesi non sembrava del tutto incapace di una qualche attività cerebrale, la gran mole di dislessici leggeva maluccio (ma non malissimo) e con esitazione e scriveva così-così ma comunque scriveva, e pure volentieri, anzi sembrava molto desiderosa di migliorare; l’atmosfera in classe era nel complesso buona e ascoltavano volentieri  una buona storia - cosa, questa, che ci permise di sbarcare abbastanza onorevolmente la prima quarantena con l’aiuto dei racconti di Kipling.

Di fatto, il presunto Tiratore di Sedie non solo non ha mai tirato addosso proprio niente né a me né ad alcuno dei colleghi, ma nemmeno ha mai usato una sia pur minima violenza verso alcuno dei suoi compagni, nemmeno quando era arrabbiato con loro o con l’universo mondo (il che avveniva abbastanza spesso).  Era talvolta polemico e ombroso, spesso suscettibile e anche permaloso in sommo grado, ma niente che non si potesse risolvere con un po' di pazienza.

Stabilito dunque che in classe non sarebbe scorso il sangue, il mio affetto prese una tinta più spontanea: erano 21 ragazzi casinisti e turbolenti, non particolarmente amanti dello studio, dotati di una certa vena narrativa, piuttosto fisici - non a caso quasi tutti avevano sogni sportivi nel cassetto - ma non privi di una certa vena intellettuale. Insomma in quella classe c’era dentro di tutto e davvero non si rischiava di annoiarsi.


Sul piano didattico tuttavia non ci hanno dato molte soddisfazioni. Sì, c’era un bel gruppetto di bravi e anche un quartetto di molto, molto bravi - ma si trattava di quel tipo di ragazzi che riusciranno sempre ad essere molto bravi, indipendentemente dagli insegnanti che si ritrovano: studiosi e coscienziosi ma all’occorrenza anche creativi, disponibili a far tesoro di qualsiasi spunto o approfondimento, pronti ad appassionarsi a qualsiasi ramo dello scibile universale presente, passato e futuro e anche attenti all'attualità.

C’era poi un gruppetto di quelli a cui abbiamo Aperto Le Porte e che grazie ai nostri accorti interventi han migliorato l’autostima e sviluppato capacità che non sospettavano nemmeno lontanamente di avere - e sono quelli più gratificanti per noi insegnanti. Poi sì, c’era anche un bel gruppo della specie Alunnus Ordinarius, di quelli insomma che navigano a vista, ti stanno talvolta a sentire un po’ per cortesia e un po’ perché quel giorno non han di meglio da fare e tirano a campare come meglio possono puntando strenuamente ad un cinque che la bontà degli insegnanti, unita a un gran desiderio di non avere grane, porta regolarmente a sei.

Avevamo così il Ragazzo Che Non Tirava Le Sedie Addosso Alla Gente che non sapeva l'inglese, e che nonostante gli strenui tentativi della prof. Bipolar, che pure non è di quelle che si arrendono al primo insuccesso continuava imperterrito a non sapere un accidente di inglese, anche se verso la fine dell'anno pare che si fosse notato qualche accenno di vita su Marte; e il Monaco di Monza, che da sempre aveva stabilito che Matematica non faceva per lui e dunque della Matematica se ne era sempre fregato alla grande nonostante avessimo più volte tentato di sensibilizzare i genitori sulla questione suggerendo garbatamente qualche lezione privata o che almeno cominciasse ad ascoltare quel che si diceva a lezione; e la Madrelingua Inglese che parlava e scriveva un inglese ricco e raffinato ma se ne fregava alla grande di Spagnolo e infine Pisola, un caso molto particolare che all'occorrenza, quando il disastro sembrava davvero imminente, si dimostrava in grado di recuperare qualsiasi materia, ma che in generale soffriva di noia acuta per quasi tutto quel che facevamo a scuola - si era anche parlato di fermarla in Seconda, o meglio ne avevano parlato alcuni; io comunque avevo applicato un silenzioso ostruzionismo, nel senso che non avevo mai portato l'argomento in primo piano ai Consigli contando che nessun altro lo avrebbe fatto al posto mio (di fatto nelle mie materie andava abbastanza bene ma soprattutto secondo me quella classe era un organismo complicato, e toglierle un pezzo non mi sembrava una manovra vincente).

D'altra parte non avevo niente in contrario che qualcuno, se al Consiglio pareva il caso, ripetesse la Terza. Ho sempre disapprovato la scuola di pensiero del "Lo bocceranno alle superiori, lì non vanno tanto per il sottile": secondo me, fermo restando che chiunque ha il diritto di bocciare quante volte vuole, quando escono dalle medie i ragazzi dovrebbero essere in grado di raccattare una onesta sufficienza alle superiori senza stressarsi troppo. Ma sono opinioni personali.


Siamo così arrivati al Prescrutinio, dove vengono letti e discussi i giudizi finali. In apertura di consiglio dissi che prima di tutto era il caso di discutere se ammettere tutti all'esame e, laddove ci fossero delle insufficienze (e sapevo che c'erano, perché per tutto l'anno c'erano state grandissime lamentele soprattutto per Matematica, Inglese e Spagnolo dove lo spettro del Quattro era stato evocato più volte aggiungendo che c'erano dei Quattro che avrebbero dovuto essere direttamente degli Zero) era il caso di discutere se lasciarle per l'ammissione, e regolare i giudizi in modo che gli alunni fossero ben consapevoli che almeno all'esame dovevano seriamente impegnarsi.

Mi era sembrato un discorsino equilibrato da scodellare, che immaginavo degna apertura di un franco e aperto confronto sulle singole situazioni; e non sospettavo nemmeno minimamente lo sbalordimento che avrebbe provocato.

Insufficienze? Ma come facevano a dire se c'erano delle insufficienze, a tre settimane dalla fine dell'anno scolastico? Non era una cosa che si potesse ancora valutare, e non pensavano, e non credevano, e non si capacitavano...

Lettere? Lettere per comunicare alle famiglie che c'erano delle insufficienze? Ma, chissà, magari non, magari se, ma forse non era il caso... E poi, via, l'ammissione, per non ammettere un alunno all'esame ci volevano almeno cinque o sei insufficienze gravi...

Ho evocato in cuor mio la famosa Preghiera dell'Insegnante* e ho iniziato a lavorare pazientemente ai fianchi il Consiglio ricordando che la legge autorizza la bocciatura anche con una sola insufficienza. Ellamiseria, da tre anni vi lamentate di metà della classe, e nemmeno a torto, possibile che improvvisamente siano diventati tutti almeno sul cinque e mezzo e chissà che improvvisamente anche quei pochi cinque e mezzo diventino sei? C'erano dei quattro nelle schede del primo quadrimestre, e da Febbraio è stata tutta una lamentela sul fatto che non studiavano e non si impegnavano e non facevano e non dicevano e nemmeno scrivevano lettera o testamento... vogliamo prendere un po' di misure preventive per assicurarci che almeno si impegnino a prepararci un orale decente?

Dopo lunga e paziente opera di scardassamento riesco ad ottenere ben mezza dozzina di insufficienze, con relativa lettera di avviso alle famiglie. Sono uscita però dal Consiglio con una strana sensazione.

L'idea era di far arrivare le lettere alle famiglie prima del ricevimento generale ove si sperava che gli insegnanti delle varie materie chiarissero bene la questione. Misteriosamente però le lettere sono partite solo diversi giorni dopo il ricevimento in questione - dove peraltro le famiglie dei Casi Critici si sono mostrate assai latitanti. Unica eccezione, la madre del Mancato Lanciatore di Sedie, che con me ha sempre parlato più volentieri che con gli altri insegnanti (probabilmente perché nonostante gli abbia dispensato generosamente quattro e cinque ove se ne presentasse necessità, insufficienze sulla scheda per le mie materie non ce n'erano mai state né vi sarebbe stato motivo per metterne); a lei riuscii a fare un discorsetto assai esplicito che in qualche modo deve essere stato recepito quel tanto che bastava per produrre qualche risultato.

Due giorni prima degli scrutini ho esaminato con cura i voti di ammissione, e le sorprese davvero non sono mancate: magicamente i cinque e financo i quattro si erano trasformati quasi tutti in sei e la Terza Sfigata è stata ammessa con solo tre magre insufficienze, di quelle che in tutta onestà non potevano nemmeno lontanamente mettere in discussione l'ammissione visto il quadro complessivo. A quanto pareva, il mio franco e aperto discorsetto ha avuto come unico effetto quello di far manovrare accortamente i miei colleghi in modo da poter alzare i voti.

Ho così scoperto che, contrariamente a quanto ho sempre pensato, sono in realtà una abile diplomatica, soprattutto quando non cerco di esserlo.

E insomma è proprio vero che questo è un lavoro dove non si finisce mai di imparare.


* "Signore, dammi la pazienza. Ti chiedo la pazienza e non la forza perché se mi dai la forza faccio una strage"


mercoledì 21 febbraio 2024

Sulle evidenti carenze nell'orientamento scolastico

Sono sempre stata una grande ammiratrice della defunta regina d'Inghilterra
Nemmeno io so bene perché, ma qualche mattina fa mi è venuto in mente di parlare dell'ascensore sociale alla mia Prima, dove faccio Storia e Geografia - immagino che il mio scopo sia di fargli vedere come in Italia viaggi poco, ma senza essere tuttavia completamente fermo. Da lì si potrà magari passare a spiegare che nei periodi dove arrivano grossi cambiamenti è più veloce che nei periodi di stasi, che il suo funzionamento è legato al dinamismo dell'economia e tanti e tanti altri ragionamenti sui Massimi Sistemi.
Quando mi vengono questo tipo di mattane di solito le metto prontamente in atto in base al principio che "se non mi è mai venuto in mente prima e adesso sì vuol dire che la classe me l'ha chiesto e il cliente va sempre accontentato".
Naturalmente fargli una bella lezione frontale ricca di schemi e diagrammi e statistiche sull'argomento mi sembrava del tutto fuori luogo, visto che è una Prima piuttosto disponibile e attenta ma ancora da spulcinare; così ho pensato di prenderla alla larga e, dopo aver spiegato che cos'è l'ascensore sociale in circa trenta parole, gli ho chiesto di prendere un po' di dati in famiglia: volevo i genitori e i nonni, il loro percorso di studi, i lavori che avevano fatto e che facevano e che spostamenti avevano fatto - per esempio se dal paese erano passati alla città, avevano cambiato regione o simili. Naturalmente ho diversi ragazzi di origine non italiana in classe, e quindi alcuni dei loro genitori avevano fatto almeno uno spostamento di una certa consistenza. Su questi dati ci sarà modo di chiacchierare di tante e tante cose, tra cui il lavoro verso cui pensano di sentirsi orientati - e infatti questa bella statistica familiare mi permetterà di riempire qualcuna delle 30 ore di Orientamento che il Ministero ha deciso quest'anno di rifilarci, dio solo sa perché.
Poi sono passata a dare un po' di istruzioni: "Naturalmente potrebbe capitare che ci siano cose che non gradite raccontarmi. Se per esempio vostra madre ha passato dieci anni in carcere perché gestiva una organizzazione terroristica potrete ignorare con eleganza la questione. Lo stesso vale se vostro nonno di mestiere svaligiava banche".
Non so bene perché, qualcuno ha immaginato di avere un genitore che faceva di mestiere la spia. E qui è arrivata la sorprendente domanda "Che cos'è una spia?".
Come seconda sorpresa ho scoperto di non riuscire a spiegargli bene che cos'è una spia, o comunque qualcuno che lavora nei servizi segreti. Mi sono un po' arrabattata, qualcuno un po' più navigato ha dato una mano e alla fine abbiamo stabilito che la spia è qualcuno che lavora, sotto falso nome e copertura, per un paese straniero allo scopo di raccattare informazioni che il paese straniero in questione si industria a tenere nascoste.
"In effetti in questi casi c'è sempre un altro lavoro di copertura. Nessuno, che io sappia, nella propria carta di identità alla voce PROFESSIONE porta scritto SPIA".
E' arrivata così la seconda sorprendente domanda "Che studi si devono fare per poter diventare una spia?".
Nuovo attimo di panico. Ho ammesso di non averne la più pallida idea. Nella mia mente frullavano immagini piuttosto surreali, del genere annunci "Cercasi spia per indagare sull'effettiva consistenza degli armamenti posseduti dal paese X. Il candidato deve avere già una comprovata esperienza e presentare referenze" oppure solerti giovinetti in cerca di impiego che compilavano coscienziosamente il loro curriculum da spedire ai servizi segreti del paese richiedente.
"L'unica cosa che mi viene in mente è che se volete fare le spie, o meglio lavorare nell'intelligence, dovete studiare molto bene le lingue" ho ammesso candidamente "Però, ragazzi, mettetevi bene in testa una cosa: se volete fare gli agenti segreti assolutamente nessuno dei servizi di orientamento che offre la scuola potrà esservi di alcun aiuto".
Era l'ultima ora, e devo dire che la mattinata si è conclusa con grande allegria.
Comunque è evidente che ci sono in cielo e in terra più lavori di quanto il nostro sistema di orientamento possa prevedere.

domenica 31 dicembre 2023

Il divario generazionale (post confuso e inconcludente ma scritto con tanto sentimento)

I ragazzi di oggi non sono strani, sono solo un po' imprevedibili

Ho cominciato a insegnare quando avevo trentotto anni. Tra me e i miei alunni c'era una generazione abbondante* ma all'epoca ero più giovane di buona parte dei genitori con cui parlavo. 
Conoscevo molte delle loro letture, abbiamo vissuto insieme la seconda parte, quella più drammatica, della saga di Harry Potter e con loro ho parlato dei film del Signore degli Anelli. Ho condiviso anche una parte dei manga che leggevano; guardavano Inuyasha, Ranma e Gundam che era finalmente ritornato sugli schermi dopo una lunga serie di diatribe legali; ci scambiavamo battute sui Super Sayian. Conoscevo le canzoni che ascoltavano.
Non ero una di loro, naturalmente, e non ho mai cercato di esserlo, ma eravamo relativamente vicini. In tanti non avevamo il cellulare. Gli davo consigli su come navigare in rete - questo, in effetti, lo faccio ancora. Il canone della letteratura era ancora quello con cui ero cresciuta io.
Gli anni sono passati. Le canzoni che girano oggi non le capisco più - credo sia un fatto genetico, la musica si evolve e le frequenze cambiano, anche i miei facevano fatica a capire perché certe musiche mi piacevano, e non per partito preso. I classici per ragazzi dell'Ottocento non fanno più parte delle letture quasi obbligatorie i bambini, i mangaka hanno cambiato tratto e solo di recente mi ci sto riconciliando (in compenso è diventata estremamente di moda la favola dello Schiaccianoci, tanto che l'immane quantità di principi Schiaccianoci che ho trovato in giro questo Natale mi ha quasi dato il rigetto). Il cambiamento è arrivato gradualmente ma me lo sono trovato davanti con più evidenza dopo quel gruppo di anni che per me comprende prima la mia malattia e poi il tempo della pandemia.
In mezzo a questo gruppo di anni ci sono state anche altri fattori: la guerra in Ucraina, che ha cambiato il modo di vedere il mondo, le alleanze e perfino gli eserciti, ma anche il tema dell'ecologia - che siamo d'accordo che circolava già quando facevo le elementari, ma che adesso ha una presa molto diversa - per esempio un gruppo non minimale nella Terza Sfigata è vegano e i ragazzi sanno una infinità di cose sulle tematiche ambientali e sulla transizione energetica.
Questo influisce anche sui programmi: è diverso l'approccio alla geografia ma anche il modo di interpretare la storia, e non solo quella dell'ultimo secolo; il canone letterario sta scivolando in direzioni imprevedibili - e non parliamo della mitica questione dell'LGBT+, dove sono ben più istrutti di me, laddove fino a pochi anni fa mi ritrovavo a spiegare pazientemente a taluni che essere gay non era una malattia né una criticità. Inoltre la disastrosa esperienza del lockdawn ci ha assai più informatizzati, accelerando molto un processo che era già in atto da diversi anni.
Concludendo questa colossale vasca di acqua calda, dopo vent'anni passati a dire che in sostanza non vedevo tutta questa differenza tra le nuove generazioni e quella in cui ero cresciuta io, adesso la differenza la vedo eccome. Probabilmente è stato un progressivo scivolare che i due anni della malattia, in cui ho avuto una strabordante quantità di tempo per pensare ai massimi sistemi, mi hanno aiutato a mettere a fuoco, ma ci sono stati anche dei discreti scossoni dal mondo esterno.
E poi ci sono stati anche gli anni che passavano: quando sono salita in cattedra per la prima volta avevo smesso di studiare da pochi anni (mi sono laureata con comodo, ma poi ho anche fatto due anni di scuola archivistica). Adesso sono quasi venticinque anni che insegno e più di quindici che ragiono sul fatto di fare l'insegnante da questo blog; quando ricordo i tempi andati in cui ero alunna di solito esordisco con un "quando facevo questo e questo, cinquant'anni fa, era tutto diverso" per poi partire con i racconti accanto al fuoco e un nemmeno tanto vago tono da "tanto tempo fa, in una galassia molto lontana".

In mezzo a tutto questo, com'è cambiato il rapporto con i ragazzi?
Sostanzialmente in meglio - anche perché quando gli anni passano, si portano dietro anche quella santa cosa che è l'esperienza, che è sempre un grande aiuto per chi insegna, e quindi se una situazione si presenta all'apparenza nuova, ho comunque un archivio ormai abbastanza ricco da consultare. Nessuno si bagna due volte nello stesso fiume, ma con l'andare del tempo ogni fiume presenta qualche tratto di somiglianza con altri fiumi conosciuti e anche se sei cambiato, da ognuno di quei fiumi hai imparato qualcosa - almeno, si spera. Dopo la malattia sono diventata molto più scivolosa e ho imparato molto sull'arte di ammorbidire il terreno prima di intervenire. Inoltre il fatto di avvertire i ragazzi come ormai tanto diversi da me mi ha reso molto più prudente ma anche più pronta a cogliere le atmosfere. 
Come si gestisce una classe di cui potresti essere la nonna? Molto semplicemente si fa la nonna. Le nonne, è noto, sono diverse da te ma sono indulgenti e comprensive e sanno tante cose (non tutte, certo. Ma nessuno sa tutto, giovane, vecchio o mezzano che sia). Inoltre i nonni hanno una loro autorità tutta particolare, un po' diversa da quella dei generici adulti
Per loro sono diventata una figura fuori dal tempo. La loro vita non sarà con me, sarà con i loro compagni o con chi ha l'età dei loro genitori. Io sono una specie di terra franca con cui possono essere sé stessi senza preoccupazioni. I nostri mondi sono diversi, ma possiamo sempre incontrarci in molti punti, e io so raccontare un sacco di storie che loro non conoscono.

In sintesi, come si gestisce il divario generazionale?
Non si gestisce, si vive. Si prende atto che le cose sono diventate diverse ma senza cercare di cancellarle, queste differenze, e senza cercare di forzare nessuno in un canone che non funziona più.
Poi ci sono i pronomi, certo. Le nuove generazioni devono, anche loro, soprattutto loro, saperli usare bene. C'è l'ortografia, che un po' sta cambiando ma non quanto credono loro - per lo meno, non ancora. E ci sono anche gli inevitabili cambiamenti lessicali e pure grammaticali che ci ricordano che magari l'Italia è un paese in decadenza (ma chissà, lo siamo già stati tante e tante volte...) però evidentemente è vivo e lotta insieme a noi, visto che la lingua cambia.**
E poi, da chi è diverso da noi, c'è sempre tanto da imparare. Vale per me e vale per loro.
Buon anno a tutti, e possano gli inevitabili e spesso auspicati cambiamenti essere positivi per tutti.
"Little Balls of Purr" by Dragarta.
(sì, mi identifico molto con la Nonna Draga)

* o forse due, adesso le calcolano in modo diverso, dieci anni invece di venti, mi sembra.
** fermo restando che, cambiamento linguistico o no, i pronomi s'hanno a usare bene per riuscire a farsi capire.

martedì 26 dicembre 2023

Il Natale si addice ai re (e agli imperatori, anche)

In questo autenticissimo & assai filologico dipinto dell'epoca si illustra una festa 
molto importante per re Artù: il Natale.
Da notare come all'epoca non vigesse la sfida tra pandoro e panettone perché i cavalieri della Tavola Rotonda prediligevano già allora il tipico dolce di Natale inglese.

Il 25 Dicembre è la data in cui ogni buon medievista festeggia gioioso l'anniversario dell'incoronazione di Carlo Magno a imperatore, avvenuta in quel di Roma e che ha dato il via alle incoronazioni imperiali come siamo abituati a immaginarle.
Se pure è teoricamente possibile che in quella cerimonia ci fosse una parte di improvvisazione - ed è noto che Eginardo, biografo di Carlo e a lui contemporaneo, racconta che il suddetto Carlo non ne sapeva niente e anzi rimase piuttosto contrariato - tutto fa pensare che dietro all'avvenimento ci fosse una certa organizzazione.
Prima di tutto la data: si sa che la data di Natale è stata scelta a tavolino perché niente nei racconti evangelici stabilisce un mese e un giorno precisi per la nascita di Gesù. Ai tempi di Carlo però già da molto tempo vigeva la consuetudine di commemorare la Nascita per eccellenza della chiesa cattolica appunto il 25 Dicembre. Ma cosa c'entrava con l'incoronazione a imperatore?
Si potrebbe rispondere che era una data importante e una festa fissa, che tutti gli anni cadeva lo stesso giorno; e poi che Gesù è sempre stato il Re per eccellenza per i cristiani - in fondo glielo scrissero anche sulla croce, che era un re: INRI, Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum. Esiste anche una festa, per Cristo Re - il 25 Novembre, ed è una festa che chiude l'anno liturgico, ma è una roba decisamente posteriore.
Quindi, una data facile da ricordare e che non creava problemi.
"Lo sapete? Adesso abbiamo di nuovo un imperatore, come ai tempi dei romani".
"No, non ne sapevo nulla. Quando l'hanno incoronato?"
"Il 7 Febbraio... o era il 9? Era una domenica, immagino. Oppure è stato il 15 di Marzo?".
Molto meglio il 25 Dicembre, in effetti.
Il 25 Dicembre, che è Natale, si ricorda bene: e infatti non manco mai di spiegare ai miei alunni che Carlo Magno era una persona gentile di animo perché scelse una data tonda e un giorno molto facile da tenere a mente per qualsiasi studente. Evviva Carlo Magno.
Casualmente, in quei giorni Carlo re dei Franchi si trovava a Roma. D'accordo, era una persona che viaggiava volentieri, ma guarda caso in quei giorni era proprio a Roma, ovvero una città che poteva facilmente fornire un papa per le cerimonie importanti, e per tutta una serie di interessanti circostanze storiche quel papa era molto disponibile a fare un favore al sovrano franco.
E, tu guarda i casi della vita, mentre recitava la messa questo papa si trovò una corona a portata di mano. Da lì a farsi venire l'idea di incoronare Carlo imperatore mentre era inginocchiato a pregare il passo fu breve.
Insomma, d'accordo le coincidenze, ma secondo me la scena fu un pochino preparata.
Ad ogni modo Carlo Magno è personaggio storico di notevole rinomanza e l'incoronazione di Carlo Magno a imperatore è un fatto storico e nessuno dubita che sia stato incoronato imperatore, per caso o a sommo studio. E' un argomento molto studiato, e rientra senz'altro tra gli avvenimenti storici.
Abbiamo però un altro re, molto medievale e con tratti storici molto meno definiti di Carlo Magno (che pure ci ha le sue belle zone d'ombra) e che mostra anche lui un legame  molto forte con il Natale: re Artù.
So che molti storici ritengono possibile che Artù abbia un fondo storico e lo hanno infilato tra la fine del V e l'inizio del VI secolo. Non ho la minima opinione in merito** ma è certo che a partire dall'XI secolo re Artù venne sottoposto ad un notevole lifting e fece una trionfale entrata nella letteratura medievale. Guarda caso nello stesso periodo anche un Carlo Magno pure lui assai liftato entra nella letteratura, con un ciclo di chanson de geste legato alle crociate. La mia personale teoria, che vale quel che vale esattamente come quella degli altri studiosi perché in questi casi si scrive parecchio sull'acqua, è che qualche inglese si lesse qualcuna di queste chanson e si disse "Perché non facciamo lo stesso anche noi con uno dei nostri re?".
La moda, si sa, spesso parte dalla Francia per tradizione molto antica e non di rado l'Inghilterra si accodava; tanto per fare un esempio, quando i Franchi cominciarono a raccontare che anche loro, come i romani, discendevano dai Troiani, i Britanni stabilirono che anche loro discendevano da un troiano, tal Brutus. Allo stesso modo, sospetto, decisero che anche loro dovevano avere un re ganzo come Carlo Magno - con la differenza che re Artù ha sempre potuto contare su leggende molto più suggestive. A queste leggende sospetto che i francesi abbiano a volte attinto. C'è per esempio la storia dell'incesto con la sorella: Artù ebbe una breve liason con una fanciulla che poi risultò sua sorella, e che partorì un bambino di cui l'onnipresente Merlino annunciò che una volta cresciuto avrebbe ucciso suo padre. Sembra anzi che Artù abbia cercato di sopprimerlo organizzando una specie di strage degli innocenti nel corso della quale morirono diversi bambini ma naturalmente non il bambino destinato un giorno ad uccidere suo padre (finisce sempre così, quando spari nel mucchio invece di lavorare con criterio.
A sorpresa, si diffuse anche l'improbabile storia di un amore incestuoso di Carlo Magno con sua sorella Berta, che avrebbe prodotto Rolando (che peraltro ad ammazzare suo padre non pensò mai nemmeno per sbaglio). Di fatto però non abbiamo notizie di sorelle di Carlo Magno, e tanto meno di incesti del medesimo, fino appunto al ciclo delle chanson de geste. Intendiamoci, magari qualche sorella c'era e nessuno può escludere che il re dei franchi abbia avuto una storia con una di loro - semplicemente, gli storici contemporanei di questa Berta non dicono niente di niente, nemmeno per sbaglio.

Carlo Magno può contare su una traccia storica molto più attendibile di Artù - in pratica, sul fatto che sia esistito non ci sono dubbi - ed è nato, molto banalmente, da un rispettabile matrimonio in cui la madre, per quanto ne sappiamo, lo concepì in legittimo amplesso con il suo legittimo consorte. E fu incoronato a Roma da un papa.
Artù nacque, con l'aiuto di Merlino, da un amore extraconiugale dove però la sposa era del tutto ignara di star tradendo il marito, e il suo concepimento richiese un discreto lavoro a base di incantesimi. Ma quello fu solo l'inizio di una serie di storie dichiaratamente basate sulla magia. Alla corte di re Artù non succede mai niente di normale.
E dunque il legame di Artù con Natale è decisamente più leggendario di quello di Carlo Magno, che alla fine si limitò a scegliere quella data per farsi incoronare imperatore.
Artù invece, cresciuto in incognito per ordine di Merlino (non fosse mai che si sapesse in giro che c'era un erede legittimo al trono e la successione era assicurata) si ritrova la mattina di Capodanno a cercare una spada per portarla al suo fratello adottivo, che senza spada non può partecipare al torneo organizzato per quel giorno. E la trova: una spada infissa in una roccia (oppure in una incudine, secondo altre versioni) e apparsa nel cortile di una delle più importanti chiese di Londra la mattina di Natale. Com'è noto, una scritta sulla spada avvisava che chi fosse riuscito ad estrarla sarebbe diventato di diritto re d'Inghilterra.
E fu così che Artù diventò re d'Inghilterra, anche se non è affatto chiaro in che periodo sia successa quella storia - certo non all'inizio del VI secolo, quando i baroni di corte scarseggiavano e anche i cavalieri in armatura non davano grande mostra di sé.
Il legame tra Artù e Natale comunque continua anche in altre storie, quando la corte di Camelot si riunisce e compare qualche essere magico che avvia regolarmente qualche avventura. Succede più spesso a Pentecoste, ma capita anche a Natale.
E dunque Natale è la festa regale per eccellenza, soprattutto nel medio evo.

Ci sono molte teorie su come nasce l'epica. Quando ero bambina andava di moda spiegare che la letteratura epica era la voce collettiva dei popoli che romanzavano fatti realmente avvenuti. In cuor mio ho sempre pensato che nascesse a tavolino, quando per motivi di propaganda si decideva di costruire qualche storia che desse lustro a un popolo e soprattutto a qualche re, e a questo scopo si spulciava talvolta nelle antiche carte o si inventava di sana pianta qualche vicenda atta allo scopo, e l'inventore o il narratore non erano un generico popolo ma persone con nome e cognome che di solito avevano cura di restare nell'ombra.
Ma vai a sapere.

si tratta comunque di una roba recente, istituita da Pio XI nel 1922
** quando avrò letto i quattro volumi che i Millenni di Einaudi ha dedicato alla letteratura arturiana ne saprò di sicuro molto di più, ed è assai probabile che darò fuoco al presente post o quanto meno che lo ritoccherò pesantemente. In attesa di quel giorno faccio con il niente che so sull'Artù storico, sulla cui esistenza al momento nutro caterve di dubbi.

sabato 14 ottobre 2023

Sulla grande importanza di leggere (o almeno ascoltare) le istruzioni per l'uso

Uno scolaro della prof. Murasaki esprime senza infingimenti la sua personale opinione sull'importanza da attribuire alle istruzioni che gli/le vengono impartite.
Con l'andare degli anni le mie verifiche di storia sono diventate sempre più lasche. Taluni preparano complessi compiti a crocette con edizioni speciali per i DSA e i DVA*, altri fanno compiti con domande graduate per difficoltà, ma io ho sviluppato uno stile molto particolare, dettato anche dal desiderio di risparmiare carta: infilo una serie di domande (di solito da 10 a 20), alcune dettagliate, altre generiche, spesso chiedo opinioni su questo e su quello, e infilo sempre un gruppetto molto facile alla portata dei DVA, che comunque fanno il compito assistiti, o meglio sostenuti dall'insegnante di ciò incaricato.
Le istruzioni sono semplici: rispondete alle domande che volete, nell'ordine che volete, potete rispondere anche a più domande insieme in una unica risposta. Non do nemmeno i tempi: chi finisce consegna, e quando l'ultimo ha consegnato il tempo scade, salvo che suoni la campana dell'uscita o dell'intervallo e allora ritiro tutto. Per i DSA e i più inquieti aggiungo la possibilità di uscire a farsi un paio di vasche in corridoio prima di rientrare, rileggere e consegnare. Se qualcuno vuol mangiare lo può fare al banco o uscendo in corridoio. Chi vuole andare in bagno ci va quando gli pare. Chi ha dei dubbi si alza e viene alla cattedra a chiedere, e se qualcuno si trova meglio a scrivere su carta a quadretti, bene, scriverà su carta a quadretti.
Questa volta ho anche abolito i numeri delle domande, perché l'ultima volta che ho corretto un compito di storia mi sono accorta che non le controllavo mai: la risposta mi richiamava automaticamente alla domanda - e a ben guardare, se uno si mette pazientemente a inanellare le possibili cause della prima guerra mondiale è possibile, pensa un po', che la domanda sia qualcosa del tipo "Perché è scoppiata la prima guerra mondiale?", mentre se mi racconta delle 95 tesi di Wittenberg è probabile che la domanda riguardasse la nascita della riforma protestante o Lutero.
Di fatto non mi interessa molto che conoscano la piccola risposta a una piccola domanda (qualche volta faccio anche consultare il libro, o ne tengo uno aperto sulla cattedra) ma che mi impostino un racconto - e a volte perfino una mappa concettuale - decente con cause, effetti e cose del genere.
Questo tipo di compiti permette a chi ha studiato con cura di farsi valere, ma consente anche a chi non si è consumato gli occhi sul libro di utilizzare quello che comunque sa, oltre a lasciare regolarmente in mutande chi non ha letto né ascoltato alcunché.
Il voto è una generica media tra le conoscenze dimostrate e come han saputo infilarle in un discorso di senso compiuto, e valgono anche gli errori di ortografia e i nomi scritti a cazzo di cane, anche perché all'occorrenza e su richiesta quelli più complicati li scrivo alla lavagna o a chi viene a chiederli - e mi permette anche di non annoiarmi soverchiamente mentre correggo.
Stavolta il compito presentava anche una richiesta un po' diversa dal solito: le dieci principali date per Napoleone, disposte in ordine cronologico.
Non c'erano arrivati del tutto impreparati: per quel giorno avevo ordinato che si preparassero una cronologia di Napoleone con tutte le date indicate nel libro, che potevano consultare durante il compito. Non era una domanda facile: gli anni mi hanno dimostrato che, anche se per me ripassare storia voleva dire principalmente mettere in fila un po' di date importanti, che poi a metterci il tessuto connettivo ci pensavo sul momento e mi riusciva facile, non tutti ragionano come me - e d'altra parte, nonostante di fondo disapprovi il nozionismo, secondo me la conseguenza degli avvenimenti un certo peso a Storia ce l'ha, per stranio che possa sembrare.
Non era il loro primo incontro con la cronologia, ma ben tre di loro mi hanno chiesto se andava bene scrivere le date e gli avvenimenti tutti di fila.
"NO! Ogni riga una data. Non abbiate paura di sprecare carta, l'Amazzonia non si estinguerà solo perché andate a capo per ogni data!" ho risposto invariabilmente.

Quest'anno la Terza Sfigata si è arricchita di un nuovo elemento: Morgana, una fanciulla piuttosto introversa e con qualche problema con i congiuntivi, ma che sembra comunque un buon elemento e ha la penna facile e una prosa piuttosto scorrevole. In effetti, sto ancora cercando di capire che pesce è.
Sta di fatto che, quando ha consegnato un fluviale compito, mi ha mostrato una lunga cronologia dove non è andata a capo.
"Questo sta a significare che non solo non hai ascoltato le istruzioni che ho dato all'inizio, ma nemmeno la risposta che ho dato ai tuoi compagni, che me l'hanno chiesto ben tre volte" ho commentato di malumore.
Lo ha ammesso, un po' contrita (ma non quanto avrebbe dovuto, a mio avviso).
E' seguita perciò una tirata sull'importanza di stare ad ascoltare le istruzioni, quando vengono date.
"Dovete ascoltare le istruzioni, sempre! Io non voglio nemmeno immaginare cosa combinerete alle lezioni di scuola guida, o quando dovrete fare un intervento chirurgico. E se fate i terroristi, se non ascoltate le istruzioni del fabbricante di esplosivi non solo non riuscirete mai a far saltare il ponte, ma salterete in aria molto prima voi!!!".
Il problema di far saltare correttamente un ponte ritorna spesso nelle mie esortazioni, non so perché. In effetti a St. Mary Mead abbiamo un ponte, anche piuttosto bello, e in effetti è stato fatto saltare durante la seconda guerra mondiale (ma i tedeschi, quando si occuparono della cosa, non pasticciarono affatto con le istruzioni, come è ben testimoniato dalle foto dell'epoca). Non ho mai avuto alcun desiderio di farlo saltare né mi risulta che alcuno ci abbia mai provato, dopo che è stato ricostruito a guerra finita. E tuttavia più volte ho rimproverato i miei alunni perché non avrebbero mai saputo come farlo saltare se non imparavano ad ascoltare le istruzioni che gli venivano date. Vai a capire perché ci insisto tanto.

In questi anni c'è un gran rifrullo di discussioni sul Grave Problema che i giovani d'oggi hanno con la comprensione del testo, e circolano gran copia di complesse istruzioni su come i ragazzi vadano guidati passo passo nella complessa arte di capire un testo. Di solito le ignoro (applicando a tal scopo la stessa identica tecnica di molti alunni: annoiata già alla terza riga, lascio perdere il tutto).
La mia personale teoria è che, laddove non sussistano gravi problemi legati a ritardo mentale o simili, la vera difficoltà per ottenere delle risposte valide alle domande di comprensione del testo è convincerli a sopportare la noia delle domande e leggerle con attenzione, invece di scavalcarle. Ognuno di loro nella vita di tutti i giorni affronta questioni molto più complicate del rispondere a un po' di domande di comprensione di un testo, e mi rendo conto che spesso sono domande noiose e di cui sfugge il senso (a prima vista: se guardi bene un certo senso di solito ce l'hanno ed è appunto di controllare se l'alunn* è in grado di estrarre le informazioni da un testo, importanti o meno che siano tali informazioni. E' importante che sappiano farlo, all'occorrenza? Oso dire di sì, e non solo per prendere un buon voto alla prova Invalsi).
Naturalmente capisco il loro punto di vista; e del resto, quanti adulti leggono con cura tutte le istruzioni prima di accendere un elettrodomestico nuovo? Non proprio tutti tutti tutti, per quel che mi risulta.
Tuttavia, per quanto infiliamo la spina e partiamo sia di solito il mio motto, quando mi mandano un questionario da compilare leggo le domande con molta attenzione appunto per evitare di rispondere cose che non c'entrano niente con la domanda, e se chiedo una informazione di solito sto anche ad ascoltare la risposta. Mi rendo conto che ai loro occhi ascoltare quel che si dice a scuola non è importante, di solito. Ma secondo me devono entrare nell'ordine di idee che anche a scuola le istruzioni vadano ascoltate, per quanto noiose possano sembrare.

* che sono poi gli alunni con l'insegnante di Sostegno