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lunedì 26 ottobre 2026

Ed eccoci al primo giorno di scuola...


Danza rituale degli insegnanti nel primo giorno dell'anno scolastico

Come direbbe Tolstoj, tutti gli anni scolastici partono incasinati ma ogni scuola li incasina a modo suo.

Per esempio, alla scuola di St. Mary Mead ci sono i lavori.
Mi piacerebbe tanto capire come mai il comune di St. Mary Mead non riesce a concludere un lavoro che sia uno durante l'estate; dopotutto, alle medie le lezioni terminano il 10 Giugno, gli esami di fine ciclo occupano solo un po' di giornate, a Settembre non ci sono esami di riparazione, solo un po' di riunioni che si possono fare anche a costo di qualche modesto disagio, insomma c'è stato un ragionevole lasso di tempo per lavorare su un edificio che, per quanto spazioso e su tre livelli più un sottotetto, alla fine non è Buckingham Palace.
Sta di fatto che quando arriva il 15 settembre sono passati più di tre mesi ma gli operai son lì che verniciano, allacciano cavi e soprattutto continuano a togliere e rimettere la luce ogni due per tre. Cosa facciano esattamente non ci è molto chiaro, probabilmente perché ci siamo ben guardati dal chiederlo.
In compenso, quest'anno fanno grandi lavori anche alle elementari, che sono chiuse, e anche lì non sappiamo di che si tratta, ma han dovuto smistare le classi negli altri edifici della scuola e al momento stiamo ospitando le due quinte, una nell'aula di Musica e una nel laboratorio linguistico, ovvero due aule del sotterraneo, così restano fuori dalla vista - praticamente dei separati in casa, ma con strani custodi che aleggiano e volteggiano qua e là e di cui i nostri custodi si lamentano furiosamente mentre noi insegnanti ci sforziamo eroicamente di non sentirli perché l'ultima cosa al mondo che ci serve al momento è un ulteriore motivo di attrito interno.

Tutto ciò porta in sé talune lievi problematiche, che non escludo vengano accentuate dalla notevole tendenza che abbiamo tutti noi della media di St. Mary Meada perderci anche dentro una singola goccia d'acqua.
Entrate e uscite, per esempio. 
L'entrata principale sarebbe sulla via altrettanto principale del paese, ma in condizioni normali la usano solo gli adulti e gli alunni con problemi di mobilità - ed è una buona cosa perché non c'è uno slargo o una corte. 
In compenso dietro la scuola c'é un sontuoso parcheggio con un'area ben protetta dal traffico e pullmini, ragazzi e perfino le occasionali frotte di genitori hanno ampio agio per gestirsi in buone condizioni di sicurezza fino al suono della campana d'ingresso. L'idea però sarebbe di lasciare quella parte a disposizione delle sole classi delle elementari; e insomma quando arrivo, pochi minuti prima del suono della campana, mi trovo davanti un colossale impasto di genitori, alunni e pulmini che debordano allegramente in mezzo alla strada - che per fortuna non è troppo frequentata, ma insomma ci passa un sacco di gente e per giunta siamo proprio davanti alla Gran Pasticceria del paese che attira sempre grandi folle di gente che con la scuola non ha niente a che vedere ma che avrebbe tutto il diritto di fare in pace la sua colazione.
Vogliamo definirla una situazione di potenziale criticità?
È sicuramente giusto e comprensibile che molti genitori abbiano accompagnato la prole al sacro rito del Primo Giorno delle Scuole Medie, prima tappa del loro ingresso nella vita adulta e autonoma, e che desiderino immortalare il mirabile evento con gran copia di foto, ma anche al più distratto dei passanti non sfugge il concreto rischio che il sacro rito si risolva, con l'occasionale complicità inovolontaria di qualche auto di passaggio, nell'ingresso in una fase ben più definitiva e misteriosa della giovane esistenza dei fanciulli - o nella prematura conclusione di una vita appena avviata al suo sbocciare, se vogliamo escludere una eventuale vita ultraterrena - insomma la possibilità che qualche ragazzino venga falciato dal traffico sembra assai concreta.

Fendo la folla assai compatta, esortando i genitori a non deprivarci dei nostri cari alunni e insieme della nostra principale fonte di reddito, e riesco finalmente a entrare dentro la scuola dove un folto drappello di insegnanti cerca di capire da dove entreranno e soprattutto da dove usciranno sotto la nostra speranzosa supervisione gli alunni nei prossimi giorni - perché farli uscire dalla porta principale dopo che già han sfidato la sorte di prima mattina ci sembra invero uno sfidare inutilmente la sorte.
Alcuni colleghi stanno poi dando la caccia al loro computer di classe. No, non io: io sono ormai la decana ufficiale della scuola e qualcosa in tutti questi anni l'ho pure imparato, e così nei giorni scorsi ho effettuato una ricerca accurata fino a mettere le mani esattamente sul PC n.8, che mi tiene compagnia ormai da tre anni, l'ho ripreso zitta zitta e l'ho posizionato sulla cattedra, scegliendo anche un bel salvaschermo estivo con un bel micio bianco e rosso in mezzo ai girasoli (perché in effetti fa un gran caldo). D'altra parte io ho preso servizio il 1 Settembre e per quanto i computer spariscano nel nulla ogni estate per la revisione ormai so dove cercarli, mentre per gli ultimi arrivati la questione si presenta più complessa.

La prima ora del primo giorno di scuola dell'anno scolastico 2026/2027 mi offre il piacere di incontrare la mia nuova Prima, che per me é sempre un momento assai critico: i nuovi arrivi mi stressano, le nuove facce anche e delle classi sconosciute ho un sacro terrore che ho sempre avuto gran cura di dissimulare con tutte le mie forze ma che 27 anni di onorato servizio non hanno in alcun modo attutito. Per fortuna a soccorrermi c'è da parte loro la Sindrome del Serpente Incantatore, ovvero quella purtroppo breve ma molto preziosa fase di inizio anno in cui le Prime (o in generale le classi nuove) ti valutano per cercare di capire se mordi, quanto mordi, come possono aggirarti ma soprattutto a quale specie ittica appartieni e, nell'attesa di capirlo, si mostrano cortesi, sfuggenti, molto attenti e perfino, talvolta, piuttosto silenziosi. 
Normalmente, dopo il primo appello e qualche chiacchiera di presentazione porto la nuova Prima a fare un giro della scuola, ma quest'anno, anche se la torrida temperatura interna renderebbe la cosa assai opportuna, i corridoi pullulano di zelanti operai intenti a fare le più strane  operazioni, al piano di sotto ci sono gli ospiti, il giardino è interdetto e insomma trovo piú pratico spiegargli nel dettaglio come funzionano la Raccolta dei Cellulari di Inizio Mattina e l'Uso del Nuovo Diario. Entrambi gli argomenti si portano dietro parecchie domande cui non lesino risposte e così l'ora passa in un lampo, lasciandomi spiaggiata sulla cattedra (e già un po' disidratata) ma soccorsa da una provvidenziale ora buca.
Bevo, spalanco le finestre (senza peraltro riuscire a rinfrescare l'aula) mi organizzo per le due ore successive, quando rivedrò la Terza Rigenerata, aggiorno il registro e rispondo a qualche mail cercando senza successo di capire da dove dovrebbero uscire i ragazzi (dal portone principale, sembra di capire) leggo un paio di circolari e di nuovo l'ora passa in un lampo, lasciandomi però molto rilassata, per quanto accaldata.
La Terza Rigenerata sembra molto contenta di rivedermi: scopro infatti che le prime due ore le han passate divisi fra le varie classi perché mancava l'insegnante, e di conseguenza nessuno gli aveva ritirato i telefoni e nemmeno dettato l'orario settimanale. Esauriti i convenevoli e tutti i mirallegri doverosi in cotal circostanza, vengono dame intavolati diversi argomenti: i compiti per l'estate, l'ormai mitico Concorso Fotografico, il gran caldo, il cartellone con la mongolfiera simbolica che descrive punti di forza e di debolezza della classe, eseguito alla fine dello scorso anno ma al momento piuttosto pericolante, l'entrata in scena di Napoleone e del Romanticismo e tante altre cose. Un po' di chiacchiere, una restauratina-con-integrazioni al cartellone, qualche commento sul riscaldamento climatico ed ecco già passate le due ore. Li saluto festosa e resto un attimo a godermi il piacevole silenzio che avvolge la mia torrida aula.
Avrei anche una sesta ora, ma per la prima settimana viaggiamo a scartamento ridotto e facciamo solo cinque ore. Insomma, sarei libera. E dopotutto, domani è un altro giorno.

L'anno scolastico è iniziato, evviva l'anno scolastico.

domenica 16 agosto 2026

E c'è chi dice che faranno il ponte sullo Stretto...

Per tutta una serie di motivi è abbastanza difficile trovare in rete 
una foto del ponte sullo Stretto di Messina.
Questa è del ponte dell' 
Øresund  che ho sempre trovato molto bello.

Quest'anno ho pensato di far fare agli alunni della Seconda Rigenerata anche un po' di infrastrutture europee, per esempio il ponte dell' Øresund, il Canale sotto la Manica eccetera. E tutti gli alunni han fatto belle esposizioni; ultima tappa di questo fascinoso itinerario è stato il leggendario Ponte sullo Stretto di cui negli ultimi tempi si è parlato parecchio.
La coppia a ciò prescelta ha presentato allo schermo gigante il suo lavoro, molto ben fatto, e ha esordito raccontandoci che del mitico Ponte sullo Stretto di Messina si era parlato per la prima volta nel 1870, cosa che non sapevo.
Ci han parlato poi dell'ultimo progetto, dei problemi che comportava, delle discussioni che c'erano state a causa delle varie questioni geologiche e sismiche (per esempio il piccolo dettaglio che sotto c'è una faglia e Sicilia e Calabria continuano ad allontanarsi di un centimetro e qualcosa ogni decennio). Alla fine ci hanno presentato le immagini: il progetto comprende un passaggio per i treni e due o tre corsie per le macchine e non so che altro, comunque una roba molto sciccosa.
Dopo averli elogiati per il buon lavoro, le slide assai chiare eccetera e averli retribuiti con un bel voto sono passata a dare il mio contributo che era autobiografico - nel senso che io di questo ponte sento parlare da prima che i loro nonni si conoscessero, e gli ho raccontato un po' di passaggi: per esempio una Prima Pietra che Berlusconi pose più di venti anni fa con una lussuosa cerimonia e gran dispiego di telecamere, e che credo sia ancora lì a prendere aria in dignitosa solitudine, il gran parlare che se ne faceva quando ero bambina eccetera. E poi gli ho fatto ascoltare una canzone del 1979 che a suo tempo ebbe un discreto successo e che parlava (anche) del ponte sullo stretto con un distico che mi ha sempre fatto molto riflettere: E c'è chi dice che faranno il ponte sullo stretto / se la mafia approverà il progetto.
 
Nel 1979 dunque si parlava del ponte, e l'accenno era quasi casuale - né alcun ascoltatore credo abbia mai avuto problemi a capire di cosa si trattasse - perché l'argomento era, non tanto discusso, quanto comune e citato spesso in ogni dove. Alla boutade della mafia che sovrintendeva ai lavori ho riflettuto soltanto dopo, nel corso degli anni. Il ponte, certamente, è un buon boccone e la mafia aveva tutto l'interesse ad infiltrarsi nei vari appalti e infatti anni fa si parlò anche di questo rischio - che, a occhio, non mi sembra maggiore di quello che può correre qualsivoglia altra opera costruita in quelle zone e anche altrove. Ma se invece la mafia si fosse opposta? Perché l'opera la contrariava per un qualche motivo, magari legato a qualche interesse che aveva sui trasporti, oppure perché dubitava che l'opera potesse andare a buon fine viste appunto le problematiche geologiche?
Chissà.
Sta di fatto che, dopo l'ultima fiammata, di questo ponte al momento si è smesso di parlare - mi pare perché la Corte dei Conti non ha capito bene da dove avrebbero preso i soldi, che in effetti non è un dettaglio poi così irrilevante, ma non so se poi al governo hanno intenzione di provare a metterci una pezza in qualche modo o se han deciso di lasciar perdere, magari per altri motivi.
Ultimo dettaglio: mentre il cantante proclamava a gran voce l'importanza di non rompere le palle (che mi sembra di per sé un ottimo principio) la porta si è aperta e si è affacciato Urano, restando piuttosto perplesso dal testo che ascoltava. In realtà era venuto per chiedere non so cosa a non so chi, e avuta la sua risposta se n'è andato, e probabilmente aveva anche bussato ma non l'abbiamo sentito - voglio dire, tutto può essere. Sembrava comunque dispiaciuto di averci trovati allegri e ciarlieri invece che intenti a fare qualcosa di sommamente barboso.
D'altra parte, se non è più nella nostra classe, ha solo e soltanto sé stesso medesimo da ringraziare (grunt!).

venerdì 14 agosto 2026

Il signor Lecoq - Emile Gaboriau (si spera senza spoiler)

 

In realtà, anche se l'ho classificato con l'etichetta "libri introvabili" (e su carta lo è) lo si trova facilmente sul nobile sito LiberLiber, dove è scaricabile in modo del tutto gratuito e legale perché il romanzo conta più di 150 anni e i diritti d'autore sono scaduti ormai da tempo e quelli di traduzione pure. Su carta però è davvero difficile da trovare, anche in biblioteca.
Fino a una cinquantina di anni fa però era assai più facile da reperire: c'era la vecchia versione della BUR grigia con il titolo Il signor Lecoq, e la versione dell'editore Casini col titolo L'onore del nome e ci sono anche delle versioni dove si intitola Il dramma d'Orcival (quella  più recente è stampata dal Club degli Editori nel 1974). Quando ero ragazzina insomma si trovava con relativa facilità, e infatti proprio nei primi anni 70 mi comprai in una libreria Remainder la versione della BUR grigia, che tra tanti pregi non ha mai incluso una gran solidità - e infatti dopo questa rilettura mi sa che lo dovrò far rilegare.

Si tratta di uno dei primi gialli. Com'è noto tra noi appassionati la narrativa poliziesca è nata in un qualche momento dell'Ottocento e conta diversi padri. Per quanto ho capito, i primi racconti del filone li ha scritti nientemeno che Edgar Allan Poe, e per l'occasione ha creato anche la figura del primo investigatore, tale Auguste Dupin che non lo faceva per lavoro ma per curiosità e risolveva attraverso deduzioni gli enigmi che la polizia gli portava quando non sapeva più che pesci pigliare.
Negli anni 60 dell'Ottocento abbiamo poi una fioritura di romanzi di qua e di là dalla Manica: Wilkie Collins pubblicò la Pietra di luna nel 1868 (qualcuno mette tra i precursori anche La donna in bianco del 1859), Dickens nel 1870 iniziò a pubblicare Il mistero di Edwin Drood, che con grande rimpianto dei lettori rimase incompleto per cause di forza maggiore e senza che l'autore avesse lasciato appunti sulla soluzione. Nel 1887 arrivò poi Uno studio in rosso che per protagonista aveva nientemeno che Sherlock Holmes e a quel punto si smise di parlare di precursori e il filone prese il via con tutte le caratteristiche ormai ben definite. Monsieur Lecoq comunque entra in scena con un gruppo di romanzi pubblicati tra il 1866 e il 1869, prima dei precursori inglesi.
Lecoq non è un consulente della polizia o simili, è proprio un poliziotto - di tendenza i giallisti francesi più che abili investigatori privati che passano il loro tempo a perculare la polizia rivedendogli in continuazione le bucce mettono a investigare poliziotti di mestiere. Tuttavia, essendo giovane e brillante, Lecoq si ritrova oggetto di invidie e macchinazioni di colleghi che lo vedono un po' troppo brillante per i loro gusti, e quindi qualche poliziotto da perculare si trova anche nei suoi libri.
A questo punto dovrei parlare del romanzo ma non è per niente facile. Prima però devo dare una nota strutturale.
Il romanzo si divide in due parti, almeno nella versione BUR (in quella di LiberLiber le parti sono quattro e hanno ognuna un titolo, come tutti i capitoli). La prima parte si intitola "L'inchiesta" e racconta le complesse peripezie di Lecoq, giovinetto di belle speranze e un po' inviso ai colleghi che cerca di venire a capo di una trama invero assai aggrovigliata. E ci è quasi riuscito quando...
...quando Gaborieu avvia un fluviale flashback che si intitola appunto "L'onore del nome" che è lungo più del doppio della parte sull'inchiesta e spiega cosa è avvenuto in passato perché si arrivi alla complessa e assai violenta scena che Lecoq cercherà... cerca... ha cercato... insomma, su cui Lecoq e il giudice che lo appoggia indagano nella prima parte.
Qualcuno ha osservato che tanto valeva mettere il flashback come prima parte. E magari si poteva fare, ma a questo punto nella seconda non potevi certo limitarti a raccontare l'inchiesta, che sarebbe stata di una noia mortale, col lettore che alla quindicesima pagina di un fluviale interrogatorio si affaccia dalla pagina per dare qualche dritta a chi interroga affinché la storia riesca finalmente ad andare avanti.
Invece così il lettore comincia a frugare indietro per capire se A è lo stesso A che compare al terzo capitolo dell'inchiesta, o è suo figlio oppure suo padre e finisce per lasciar perdere e seguire la storia - che in effetti non è delle più semplici e lineari. Per cui eccovi un riassunto molto fedele e chiaro della vicenda: nella prima parte la polizia francese si ingegna a cercar di capire un caso piuttosto complicato dove anche il bravo investigatore Lecoq, che pure inanella una gran serie di scoperte molto importanti che portano ogni volta le indagini molto avanti, non cava un ragno dal buco fin quando non va a consultare una specie di Oracolo dei poliziotti che gli fornisce due dritte assolutamente basilari al termine delle quali il lettore ci capisce meno di prima: abbiamo poi  una complicata vicenda avvenuta venti anni prima che, fino agli ultimi tre capitoli, non si capisce cosa c'entri con le indagini. Alla fine però Lecoq chiarisce tutto e mi pare che rimedi anche una promozione, mentre i colleghi gelosi rosicano com'è giusto che sia.
Di meglio come riassunto non posso proprio fare perché la vicenda è complessa e anche raccontandola a grandi linee dovrei dire tutto l'intreccio con relative indagini, e non mi sembra il caso anche se di tendenza non sono affatto contraria agli spoiler. Al massimo mi attento a dire che l'azione si avvia nel 1816, in quella che in Francia chiamano "la seconda restaurazione" (la prima si svolge dopo la prima resa di Napoleone e prima della sua fuga dall'Elba) e le indagini sono ambientate all'incirca una ventina di anni dopo, ma a dirla tutta l'unica data che ci viene fornita è, appunto, il 1816, per il resto è tutto piuttosto vago. 
Abbiamo comunque molte storie d'amore, un gruppo di personaggi uno più pazzo dell'altro e una serie di raffinatissime questioni etiche - insomma, un perfetto esempio di quello che ancora quando ero ragazzina si chiamava polpettone: grandi passioni, personaggi dalle mostruose capacità e una forte richiesta al lettore della sospensione dell'incredulità.
La tecnica del "prima le indagini, poi l'antefatto e infine la chiusura delle indagini" non mi risulta tra le più comuni ma Conan Doyle la utilizza in tre dei quattro romanzi di Sherlock Holmes, e anche se Holmes all'inizio dello Studio in rosso cencia abbastanza il signor Lecoq, Conan Doyle riprende un buon  numero di quelle scene che nei romanzi polizieschi fino agli anni 50 del secolo scorso sono quasi obbligatorie: accurate analisi di impronte di piedi da cui si deducono le cose più strane, piccolissimi indizi che imperverseranno per decine di pagine diventando sempre più grandi, minuziosi interrogatori di locandieri e albergatori, poliziotti e criminali che si travestono, vetturini e portieri dotati di una memoria prodigiosa, gente che si volatilizza nel nulla eccetera.
Troviamo anche il tema, molto caro a Holmes, di chi guarda senza vedere.
Molte indagini, insomma, ma anche una storia di antefatto piuttosto avvincente e di sicuro molto complessa.
Un romanzo perfetto per una convalescenza, dunque, o per un gruppo di giorni in cui si sa che avremo molto tempo a disposizione - per esempio, una lunga ondata di caldo dove leggere sembra una delle poche attività proponibili. Sconsigliato leggerlo a piccole tappe di una trentina di pagine al giorno.

sabato 8 agosto 2026

8 Agosto - Giornata Internazionale del Gatto

Questo bel micio tigrato è stato disegnato da 
Piotr Pietruszewski

Oggi si festeggia una delle tantissime giornate del gatto (quella internazionale, mi sembra) e ho pensato di approfittarne per presentare la mia nuova gatta - che poi tanto nuova ormai non è.
A metà Novembre in casa è arrivata una nuova gattina. Non proprio tigrata come quella del disegno, che è una tigrata vera. Lei, scoprii guardando le varie classificazioni, è una tabby ma del tipo spotted: non è tigrata bensì a macchie, e infatti quando era piccola sembrava molto leopardata. Crescendo le macchie si sono dilatate e insomma adesso sembra una tigrata anche lei, tranne quando scopre la sua bella pancia - perché è una gatta che adora farsi accarezzare sulla pancia.
Abituata come sono a gatti che dopo un quarto d'ora che stanno in casa mia mi si spalmano sopra manco fossi una fetta di pane, lei mi ha fatto molto penare. 
Prima di tutto, per la prima volta ho fatto un preaffido in piena regola: la volontaria che me l'ha portata ha fatto prima una visita preliminare per ispezionare la casa. Avevo fatto molto conto sulle varie decorazioni a gatti, sulla rastrelliera piena di bustine e crocchi di varie tipologie e di fascia medio-alta, sui cuscini a gatti,  sulle varie postazioni per il cibo e la lettiera e soprattutto sull'aria generalmente soddisfatta della vita che hanno i gatti di casa mia (all'epoca due) ma la signora sembrava preoccupata soprattutto delle varie possibilità di uscita - che ai miei occhi sono un titolo di vanto ma che al giorno d'oggi sono considerate alla guisa di pericolose insidie, e insomma pareva proprio che  non fossi all'altezza. Il té con pasticcini e focaccine che avevo allestito non era bastata a scioglierla e temevo proprio di non aver passato l'esame. Invece il Gran Consiglio delle Gattare di Lungacque aveva dato peso alla mia esperienza e alla fine si era deciso al Grande Passo; così la micetta mi venne alfine consegnata, con tanto di Fiori di Bach per facilitarne l'adattamento. 
La gattina però è risultata davvero diffidente. D'accordo, era di origine un po' selvatica ma insomma ha passato intere settimane rintanata negli angoli più nascosti. Usciva solo per mangiare - ma molto di soppiatto, e giocava solo di notte rincorrendo i vari topolini di pezza e i nastri che spuntavano qua e là. Però giocava, e ha legato quasi subito con le gatte adulte. In particolare Miele l'ha praticamente adottata e le due han cominciato a giocare e a rincorrersi già dal secondo giorno, leccandosi con molto impegno.
Lentamente ha cominciato a mangiare anche in mia presenza, e con mio gran piacere ha mostrato anche una certa predilezione per quello che io chiamo "cibo vero", ovvero pollo, manzo e pesce. Cibo vero sì ma non crudo, così ho imparato a scottare tutto. O meglio ho re-imparato, perché anche la prima gatta non ha mai toccato il pesce crudo.
Nel frattempo le avevo finalmente trovato il nome: Henrietta, da un romanzo di Georgette Heyer. Ho poi scoperto con una certa sorpresa che la protagonista del romanzo si chiamava Horry (da Horatia) e che in effetti non c'è nessuna protagonista di Georgette Heyer che si chiamasse Henrietta. Pensa che ti ripensa, mi sono ricordata che la seconda protagonista di Emma di Jane Austen si chiama Harriet - che comunque non è Henrietta. Ma non c'è nessunissimo dubbio che, indipendentemente da qualsiasi ascendenza letteraria, Henrietta è il nome perfetto per lei né potrei dargliene un altro.
A Febbraio ha cominciato a venire ogni tanto sul letto, e perfino a farsi accarezzare - talvolta. Infine arrivarono le prime, preziosissime fusa. Poi ho scoperto perché si era fatta più affettuosa: era in calore.
Coltivavo in cuor mio l'idea di farle fare una cucciolata prima di sterilizzarla, ma certo cinque mesi erano davvero pochi, così c'è stata una sterilizzazione prematura che però ha incassato senza batter ciglio: è tornata a casa dopo l'intervento facendo le fusa ed è diventata una gattina gentile e affettuosa, ma anche molto avventurosa. Un inverno un po' più lungo del solito però mi ha aiutato e quando è arrivata la calda primavera ormai era felicemente sterilizzata, vaccinata e pure richiamata e ha cominciato a prendere confidenza col territorio.
Il tutto è avvenuto per gradi: le ho lasciato la porta aperta e mi sono seduta sul muretto davanti a leggere.
Il primo pomeriggio si è affacciata sulla porta diverse volte, ma poi scappava a rifugiarsi in casa. Il secondo pomeriggio è stata un po' sullo stuoino, poi è venuta avanti fino al cancellino (che è sempre aperto). Il cancellino sembrava inviolabile, fin quando un giorno è uscita e si è messa ad esplorare.
Nel giro di tre giorni ha imparato a uscire dalla finestra, dalla terrazza e naturalmente anche dalla porta (che però adesso le apro solo su richiesta). Miele spesso la accompagnava. Qualche giorno dopo ha passato la sua prima notte fuori per rientrare la mattina con le occhiaie. Ne ho concluso che avesse passato la notte a ballare in discoteca (senza Miele).
All'arrivo dell'estate si è instaurata una tranquilla routine e in questo periodo ritorna solo la mattina e un paio di volte al giorno a mangiare, però viene sempre con Miele a farmi compagnia sul sasso quando vado a scrivere il diario.
Soprattutto, sembra molto soddisfatta della vita:
Le Temibili Gattare non sono più passate a controllare, ma ho mandato loro molti reportage fotografici, anche se ho evitato di insistere sul fatto che Henrietta passa le notti fuori a bagordare.

Auguri a tutti i gatti e ai bravi umani che si prendono cura di loro; e anche ai diversamente gatti. E naturalmente nemmeno l'ombra di un augurio a chi i gatti li maltratta.

domenica 5 luglio 2026

Rigoletto, ovvero sui genitori troppo apprensivi

Questa mamma gatta è estremamente protettiva. Forse troppo? Non necessariamente.

Dopo il perfido lockdown le abitudini delle famiglie di St. Mary Mead si sono fatte molto più casalinghe: laddove era consueto fare periodiche spedizioni di shopping e spedire in terza media i pargoletti ai cinema nel centro storico di Firenze, grazie anche ad un eccellente collegamento ferroviario, ormai il raggio d'azione e la frequenza delle spedizioni si sono molto ridotte, e poi si sa che per le compere c'è Amazon - insomma l'esperienza del teatro, che già era decisamente sporadica, sembra quasi sparita dai radar, e anche se la scuola ogni anno produce un simpatico spettacolino in coda al laboratorio teatrale (quest'anno addirittura in un vero teatro di paese con un vero palcoscenico) non mi sembra esattamente lo stesso che sperimentare uno spettacolo teatrale con tutti i crismi vissuto nella comoda parte di spettatore.
Così, mossa da nobile spirito missionario e da una simpatica serie di offerte di matinée a prezzi stracciati, ho cominciato a portare le mie classi al teatro del Maggio Musicale Fiorentino, vuoi perché con gli spettacoli musicali mi oriento meglio, vuoi soprattutto perché per noi provinciali raggiungere i più moderni teatri di periferia, che pure offrivano opportunità molto allettanti, è assai complicato senza pullmini*, mentre il Teatro del Maggio si raggiunge in pochi minuti dalla stazione centrale di Firenze. 
Quest'anno ho potuto contare su uno Schiaccianoci per la Prima, ma per la Seconda mi sono trovata davanti a due possibilità in un certo senso  equivalenti, ovvero due spettacoli tratti dal Rigoletto e dal Ballo in maschera. E qui provo a spiegarmi, anche se ai miei occhi di melomane è un discorso talmente chiaro che spiegarlo mi sembra quasi offensivo - ma magari chi passa di qui non si è necessariamente consumato gli occhi a studiare i delicati collegamenti tra musica lirica dell'Ottocento e politica del tempo.
Sul piano musicale e narrativo le due opere sono abbastanza diverse, ma hanno in comune un tratto: entrambe finiscono col tentativo, perfettamente riuscito nel Ballo e miseramente fallito nel Rigoletto, di uccidere un re che nel frattempo era diventato qualcosa di molto diverso da un re, per effetto della censura austriaca -che, come tutte le censure di ogni tempo e luogo, non ha mai avuto alcuna remora a coprirsi di ridicolo.
Il soggetto di Rigoletto è tratto da un dramma di Hugo intitolato Il re si diverte**. Il re in questione è Francesco I di Francia, che nel dramma riesce a complicare non poco la vita del suo buffone di corte tanto che il poveretto, esasperato oltre ogni dire, arriverà al punto di cercare di ucciderlo riuscendo invece a fare ammazzare la sua figlia, che voleva proteggere. 
La censura trovò il dramma immorale e soprattutto deprecava  l'idea di uccidere un re, perché davvero non era il caso di mettere in testa al pubblico strane idee in un periodo in cui ogni due per tre scattava qualche insurrezione, senza contare che in tempi ancora recenti un re di Francia era stato appunto ucciso e...
Verdi si seccò abbastanza: non gli pareva che il soggetto fosse per niente immorale e gli sembrava che la storia funzionasse benissimo proprio come se l'era immaginata Hugo, ma finì per accettare di trasformare il re di Francia in un Duca di Mantova ed evitò con cura di indagare sul perché l'assassinio di un duca italiano fosse meno improponibile di quello di un re di Francia.
Qualche anno dopo si cimentò poi con un libretto tratto da un dramma di Scribe che raccontava una versione piuttosto romanzata dell'assassinio (storico, avvenuto appunto durante un ballo in maschera) di Gustavo III di Svezia. Anche stavolta l'assassinio durante il ballo diventò accettabile solo dopo che il re era stato trasformato... nel governatore di Boston, che a quanto pare poteva essere ucciso senza troppi problemi. Già che c'era la censura trovò anche da ridire su un paggetto en travesti*** e cercò di trasformarlo in un armigero con voce di basso (probabilmente anche all'epoca stavano già in fissa per la grave questione del gender) ma su questo Verdi tenne duro e, vivaddio, Oscar rimase un soprano leggero.
Entrambe le opere si prestavano dunque a un approfondimento sull'importanza politica della musica durante il Risorgimento****, con tanto di ascolto di Va' pensiero e riflessione sul fatto che i re non si potevano uccidere mentre i governatori e i duchi magari sì; tuttavia, considerati attentamente gli intrecci e la brochure introduttiva della compagnia che aveva organizzato lo spettacolo, trovai che nel caso di Rigoletto si puntava abbastanza sul tema della reclusione di Gilda e della protettività piuttosto esasperata di suo padre Rigoletto - un tema decisamente attuale in un'epoca in cui bambini e adolescenti sono stressati da un forte eccesso di sorveglianza che si ingegnano in ogni modo per aggirare, non di rado con considerevole successo*****.

Questi spettacoli richiedono spesso un lavoro preparatorio in classe. Nel caso del Rigoletto  però si trattava solo di raccontare la trama ai ragazzi e di fargli fare un po' di ascolti di brani celebri - in questo caso di quattro dei moltissimi brani celebri dell'opera. La selezione puntava più sul duca di Mantova che su Rigoletto, e la versione richiesta era una delle moltissime dove il duca era Pavarotti, ovvero probabilmente il miglior duca di Mantova di tutti i tempi, assolutamente mirabile per la disinvoltura con cui maneggia l'altissima tessitura di un personaggio che della disinvoltura fa il suo punto di forza: dopo le prime note di Questa o quella anche il più sprovveduto studentello delle medie è perfettamente in grado di inquadrare il duca - uomo di sentimento e uso a impegnarsi con grande leggerezza, molto fiducioso sia nell'inevitabile effetto del suo fascino che nella sua gran fortuna - entrambe caratteristiche che non mancheranno di assisterlo facendolo uscire del tutto illeso da una trama assai ricca di sventure per tutti gli altri protagonisti. 
Benissimo per gli ascolti, dunque... ma la trama?
Raccontare un'opera lirica è sempre piuttosto complicato, specie se l'opera è di Verdi. Raccontarla a un gruppo di fanciulletti quasi del tutto ignari delle perversioni degli intrecci ottocenteschi, peggio che mai. Dopo averci pensato su decido di fare come gli organizzatori dello spettacolo e di puntare sul Duca di Mantova, che è una sorta di motore immobile della vicenda circondato da un nugolo di vespe impazzite che ronzano senza sosta per tre atti.
Così ho trasformato l'opera in una costellazione che ho disegnato alla lavagna: al centro Lui, poi gli altri.
Prima caratteristica: tutte le protagoniste lo amano, perfino Maddalena che si suppone abbia sviluppato un certo pelo sullo stomaco a forza di attirare uomini a casa perché il fratello Sparafucile abbia modo di ammazzarli a suo agio: anche con lei bastano due paroline dolci e ben cantate e già prega il fratello perché questa volta ammazzi il committente, invece della vittima designata******.
E già mentre disegnavo alla lavagna la costellazione mi accorgo di una cosa che non avevo mai notato: il Duca viene perfettamente descritto già nei primi dieci minuti dell'opera. Inizia chiacchierando con un cortigiano di una bella ragazza che sta cercando di farsi (ed è Gilda, la figlia di Rigoletto), subito dopo va a corteggiare la contessa di Ceprano sotto lo sguardo piuttosto risentito del marito, spiega poi a piena voce che questa o quella per lui pari sono e definisce la costanza come un tiranna del cuore e morbo crudele predicando invece le gioie del libero amore. Subito dopo veniamo a sapere che ha anche un'amante più o meno ufficiale lì a corte. 
Nel secondo atto apprendiamo che ci ha pure una una legittima consorte che, molto saggiamente, quando gli vuol parlare manda prima un paggio ad avvisarlo, e infine nel terzo atto scopriamo che nei pochi giorni coperti dalla vicenda ha anche messo gli occhi su Maddalena. A tutte (tranne che alla moglie, che del resto non compare mai in scena) canta bellissime canzoni d'amore appassionate e tutte abboccano come carpe - compresa Maddalena che, a giudicare da quel che sappiamo di lei, un po' di mondo l'ha pur visto.
In più, durante le due ore e qualcosa che dura l'opera, lo vediamo sempre maravigliosamente involto in pasticci sentimentali ma mai, nemmeno per un minuto, intento ad occuparsi di alcunché che riguardi la gestione del suo ducato*******.

Più variegati i sentimenti che nutrono i personaggi maschili nei suoi confronti:  Rigoletto in parte lo ammira, in parte lo invidia e un po' lo detesta (insomma in un certo senso lo ama anche lui), i cortigiani notte e giorno sembrano ossessionati dalle sue tresche e mai cessano di leccarlo e di raccontargli pettegolezzi e di reggergli il candeliere, poi c'è Sparafucile che, vivaddio, di lui se ne frega e vuole soltanto contentarlo... ma comunque accetta per una volta di deviare dalla (sua) retta via e di risparmiarlo, e infine il duca di Monterone, padre molto contrariato dell'amante ufficiale, che non lo ama affatto ma si rassegna al fatto che, alla faccia della maledizione che gli ha lanciato, il Duca sia destinato a vita lunga e felice. 
E il Duca, si ama? Parrebbe proprio di sì: sembra assai convinto di essere molto, molto ganzo e niente di quanto succede nell'opera gli fa cambiare minimamente idea. Nel suo caso, l'arco narrativo proprio non esiste, e alla fine dell'opera è esattamente come quando lo abbiamo incontrato all'inizio del primo atto: lo sentiamo cantare il ritornello de la donna è mobile mentre ritorna a palazzo, beatamente ignaro di essere scampato alla morte - e non resta che concludere che Monterone ha ragione e che il Duca ha una fortuna sfacciata. 
Gilda non si fa problemi e ama tutti: suo padre, il Duca... nemmeno porta rancore a Maddalena, anzi stabilisce che, se perfino Maddalena, che è una donnaccia, prega per la vita del Duca, tanto più lei, Gilda, è tenuta ad aiutarlo. E lo aiuta. Con risultati che magari possono non sembrare pienamente positivi allo spettatore, ma lei ragiona in modo diverso e alla fine riesce a rimanere fedele al suo sogno - e a realizzare il sogno di quasi qualunque personaggio di Verdi, ovvero morire.
La classe esamina il campo di forze alla lavagna e discute. Naturalmente ben presto viene fuori la Grande Domanda che prima di loro si sono fatti intere generazioni di melomani: ma non è che Rigoletto si è messo nei pasticci da solo? 
"Se invece di tenere Gilda reclusa l'avesse lasciata libera di fare una vita normale, probabilmente lei e il Duca non si sarebbero incontrati mai".
"Possibile" convengo io "Ma avrebbe comunque incontrato qualcuno che le sarebbe stato dietro, magari il garzone di un calzolaio o un apprendista o roba del genere".
"E allora? Chiunque sarebbe stato meglio del Duca. Magari col garzone del macellaio sarebbe stata benissimo e avrebbe avuto una vita felice".
L'obiezione è molto valida, ma non so come spiegargli che Rigoletto non voleva solo evitare che Gilda si innamorasse del Duca di Mantova, voleva evitare che si innamorasse di chiunque. Non doveva contaminarsi (ma Gilda non è comunque tipo da farsi contaminare, muore innocente così come innocente è nata e vissuta).
Son cose difficili da spiegare a dei ragazzi di dodici anni, che comunque anche così hanno colto il centro della questione: in quelle condizioni, Gilda diventata una preda predestinata del Duca, e Rigoletto cercando di evitarlo ha manovrato in modo da rendere un incontro col Duca quasi inevitabile. 
Così, dopo aver convenuto con tutti loro che cercare a tutti i costi di evitare qualcosa è un ottimo modo per sbatterci contro le corna, passo agli ascolti, non senza avergli ricordato che parlare con i genitori è sempre importante******** che è poi la chiave dell'interpretazione dello spettacolo che vedranno di lì a un paio di giorni.

* che da qualche anno chiedono cifre abominevoli, e anche il comune di St. Mary Mead si è fatto assai più tirchio
** il quale dramma in verità aveva avuto a sua volta notevoli guai, tanto che era stato direttamente vietato. Hugo non la prese benissimo, e ci scrisse su una dissertazione lunga e fitta di argomenti secondo me più che validi.
*** chiamansi così i ruoli di giovani maschi cantati da contralti o soprani - per esempio Cherubino nelle Nozze di Figaro.
**** ma del resto, quando mai la musica non ha avuto una forte rilevanza politica? Davvero non c'era motivo che proprio il Risorgimento italiano facesse eccezione.
***** e qui si potrebbe discutere a lungo sul diritto del prigioniero a tentare la fuga e sulla singolare incapacità degli adulti di organizzare una sorveglianza ragionevole ma non troppo appariscente, che del resto è un tema tuttora molto attuale.
****** proposta cui Sparafucile ribatte indignato "Che diavol dicesti? Un ladro son forse? Son forse un bandito?" e se è pur vero che Sparafucile non è un ladro, purtuttavia per un uomo che uccide su commissione "bandito" non è una definizione del tutto fuori luogo.
******* al contrario del governatore di Boston del Ballo in maschera che, per quanto indubbiamente innamorato, è sempre occupatissimo con questioni politiche e amministrative.
******** e per la verità Gilda ci prova in diverse occasioni, ma Rigoletto è il classico personaggio che, almeno con sua figlia, non risponde mai alle domande che la poverina gli fa.

martedì 30 giugno 2026

Lucchetti dotati di un forte senso di autonomia

"Locket" in inglese, sta sia per "medaglione" che per "lucchetto".
Questo creò qualche problema ai tempi delle traduzioni di quinto e sesto volume
della saga di Harry Potter, anche se lo Slytherin's locket di Salazar
(poi arrivato fino a Regulus Black e infine a Harry)
è sempre stato solo e soltanto un medaglione.

La didattica DADA, che alla scuola di St. Mary Mead applichiamo in una versione particolarmente diluita, consiste in pratica nel permettere alle classi di spostarsi tra le varie aule in autonomia e nell'assegnargli un totem chiamato armadietto che a conti fatti si è rivelato di assai modesta funzionalità.

Ogni armadietto è munito di un lucchetto e di una chiave. Col tempo si è scoperto che, per una specifica perversione del modello degli armadietti scelti dal nostro Comune, non tutti i lucchetti andavano bene;  più avanti è risultato che trovare un lucchetto adeguato per quei cazzo di armadietti era impresa al limite dell'impossibile: perché alcuni lucchetti erano troppo grandi e altri troppo piccoli (alla fine una collega ha postato una foto con tanto di dimensioni adatte) e soprattutto perché al mondo esistono tantissimi tipi di lucchetti, ma solo un piccolo gruppo di essi riesce a svolgere per i nostri ineffabili armadietti la funzione per cui di solito si compra un lucchetto, ovvero chiudere qualcosa.
Infatti i lucchetti troppo grandi non permettono la chiusura dell'armadietto e quelli troppo piccoli lo lasciano in pratica aperto, e il problema si estende anche a una parte di quelli di media taglia; e se quando l'armadietto non si chiude perché il lucchetto è troppo grande se non altro ti rendi conto del problema, con quelli troppo piccoli ti sembra di aver chiuso a perfezione lo sportello, solo che chiunque passi di lì può aprirlo semplicemente girando la maniglietta.
Non abbiamo dato pubblicità alla cosa, ma la notizia si è comunque diffusa come fuoco nell'erba secca e un forse nemmeno troppo esiguo gruppo di alunni ha deciso di essere molto interessato al contenuto degli armadietti altrui non chiusi e quindi ben presto sono state segnalate sparizioni di soldi e oggetti vari - astucci, in particolare.
Alla media di St. Mary Mead*  l'astuccio altrui è una preda ritenuta assai ghiotta, non tanto per onesto desiderio di impossessarsi di ciò che contiene, quanto per il sottile e perverso piacere di spostarlo, riporlo in armadietti diversi da quelli del legittimo proprietario, nasconderlo, giocarci ad Astuccio Rilanciato o a AstuccioBall, piazzarlo in luoghi del tutto inopportuni eccetera; e davvero non mi spiego cosa ci sia di divertente a fare ciò mentre al contrario comprendo senza difficoltà l'estremo disappunto dei legittimi proprietari dell'astuccio che si vedono obbligati ad organizzare battute di caccia, questue e a frugare nei cestini della carta straccia e dei rifiuti indifferenziati alla ricerca del perduto bene.
Talvolta poi la perversione si spinge al punto di far sparire o spostare in altri armadietti anche quaderni e libri, mettendo in difficoltà anche i più integerrimi alunni che si ritrovavano improvvisamente privi dei compiti da mostrare all'insegnante. Anzi, proprio gli alunni notoriamente integerrimi erano le prede più succose e ambite, in un clima che definire morboso sarebbe termine davvero troppo leggero.
Dunque la scuola sembrava invasa da una orda di ragazzini sadici il cui scopo primario era quello di mettere in difficoltà o a disagio i compagni. Il fenomeno non è del tutto insolito (beh, alla media di St. Mary Mead un po' insolito era, per la verità) ma si è rivelato assai difficile da gestire. 
Se in tanti avevamo forti sospetti su chi fossero i pervertiti autori di cotali deplorevoli gesti, costoro mostravano una notevole capacità di sgusciare via senza farsi notare e solo occasionalmente qualche alunno riusciva se non altro a intravederli nella Zona Armadietti e qualche insegnante notava che taluno di questi sospetti stava più spesso al piano degli armadietti oggetto dei malestri di quanto comportasse il suo orario, che non di rado li avrebbe voluti a un piano diverso o in una diversa zona della scuola.
Che si fa in questi casi? Non esiste un Manuale Applicativo Per Quando la Nuova, Innovatissima Didattica Dada Crea Guai, così ci siamo arrangiati con circolari, avvisi vari, una sorveglianza più capillare (con la collaborazione dei custodi) e una certa pressione sui Presunti Colpevoli, con una generosa distribuzione di note a pioggia con i più vari pretesti. Gli episodi si sono ridotti ma non scomparsi, se non verso la fine dell'anno - probabilmente perché a causa delle infinite uscite didattiche, laboratori speciali, camminate ecologiche, gare sportive e via dicendo che investono come gramigna le ultime settimane di scuola, la presenza di tutte le classi all'interno dell'edificio era diventata assai rara, e soprattutto perché molte famiglie hanno chiesto e ottenuto che i ragazzi oggetto di tante attenzioni smettessero di usare gli armadietti e si cammellassero gli zaini su e giù per la scuola; che, ammettiamolo, oltre ad una discreta scocciatura per alunni e insegnanti che si ritrovavano la classe infestata dagli zaini esattamente come nella più tradizionale delle didattiche, mandava a ramengo quel po' di DADA che effettivamente veniva fatta.
In tutto ciò, in quel di Febbraio, si è verificato un nuovo e vieppiù misteroso fenomeno detto "del lucchetto vagante".
Detto fenomeno consisteva nella sparizione (più probabilmente sottrazione) del lucchetto che alla fine della mattinata era spesso lasciato aperto. Tali lucchetti spesso sparivano per un giorno o due per poi ricomparire a qualche altro armadietto, dopo aver svolto coscienziosamente la loro funzione di creare disturbo e disagio al legittimo proprietario, talvolta non ricomparivano affatto e abbiamo perfino avuto il caso di un lucchetto che è ricomparso, chiuso, in una classe. La mia, guarda caso. Attaccato alla griglia sotto il piano del banco ove l'alunno ripone solitamente quaderni e libri che non usa sul momento.
E' comparso una mattina, né alcuno è stato in grado di identificarlo come suo. 
La notizia del Lucchetto Misterioso ha fatto il giro della scuola e ogni tanto arrivava qualche alunno che chiedeva di vederlo, ma dopo averlo esaminato con cura inevitabilmente andava via scuotendo la testa e dichiarando che no, non era il suo. 
E non è mai stato possibile attribuirgli un proprietario - che pure un tempo deve ben aver avuto, perché i lucchetti non sono usi abbandonare di loro iniziativa i negozi di ferramenta e bricolage per scegliersi una nuova dimora, autochiudendosi dopo averne trovata una di suo gusto e facendo scomparire la chiave in qualche dimensione parallela.
Di solito, almeno, non funziona così.
Di solito. Ma vai a sapere?

* e magari anche in molte altre scuole medie, solo che io da vent'anni quasi ininterrotti sono lì e quella sola ormai conosco



domenica 21 giugno 2026

L'estate è arrivata


 Il solstizio d'estate è di tendenza una di quelle feste pagane sopravvissute all'arrivo del cristianesimo, anche se è estremamente vicina alla festa di san Giovanni con cui finisce per confondersi per il tipo di festeggiamento.

Fuochi all'aperto, molti fiori, festose danze fino all'alba ed è  una delle notti più magiche dell'anno.  
Non so se è proprio vero che i gatti la onorano bevendo tisane calde e ignoravo che anche i fantasmi la festeggiassero indossando coroncine di fiori, ma spero che sia comunque una gran bella notte per chiunque passi da qua 
(e anche per chi non ci passa, perché questo è un blog molto inclusivo).

sabato 20 giugno 2026

La sindrome del piatto d'argento

Il gatto, com'è noto, è un animale che ama essere servito di tutto punto

Quel giorno di fine Ottobre stavo cerca di di fare una verifica, ovvero di convincere la ex-Prima Esasperante, ormai diventata a tutti gli effetti una Seconda, a produrre adeguate risposte alle domande invero piuttosto semplici che gli avevo scodellato per una modesta verifica di Storia. 
Alla quindicesima domanda del tipo "Prof, cosa devo scrivere alla domanda 6?" e "Prof, cosa significa 'Racconta in breve la vicenda?'", dopo avergli ricordato per l'ennesima volta che il compito dovevano farlo loro e non io, ebbi una illuminazione.
"Signori" annunciai solennemente "Credo di avere finalmente capito quel è il vostro problema principale: soffrite di una acuta Sindrome del Piatto d'Argento".
Sguardi perplessi.
"Prof, cosa sarebbe la sindrome del piatto d'argento?".
La domanda era più che legittima, ma io dovevo riflettere bene sulla questione, e soprattutto trovare al più presto un rimedio. Per farlo però necessitavo di un po' di pace.
"Dopo vi spiego, intanto fate il compito. Senza tormentarmi con domande cui non posso rispondere, se possibile".
Fui molto efficiente, e quando anche l'ultimo Esasperante ebbe consegnato il suo foglio  avevo già elaborato un complesso compito per casa.
"La Sindrome del Piatto d'Argento" spiegai compunta "è una irresistibile tendenza a far fare le cose agli altri per non affaticarsi, aspettando che ci venga servito tutto su un piatto d'argento. Per esempio, perché continuate a chiedermi sempre che ora è quando proprio sulla parete davanti a voi c'è un orologio perfettamente funzionante?".
Brusìo "E' che noi l'orologio non lo sappiamo leggere" confessa alla fine Ortensia.
"E' vero, siamo abituati a leggere le cifre" conferma Rododendro.
"Si tratta di un arte alla portata dei più" ribatto implacabile "Abbiamo un sistema su scala dodici, la giornata è di ventiquattro ore a coppie di dodici, e ogni ora è composta da sessanta minuti. Che ore sono adesso? Vi do un aiutino: il numero indicato dalla lancetta corta dice l'ora, la lancetta più lunga è per i minuti".
L'avventuroso Oleandro si slancia "Sono le undici e..." conta "Tredici minuti".
"Quando la lancetta lunga arriva alle 3 si aggiungono quindici minuti ed è il quarto, quando è sul sei sono trenta minuti, che fanno mezz'ora. Adesso Oleandro prova: come sarebbero le lancette se fossero le tre e venti minuti?".
"La lancetta corta sarebbe sul 3, quella lunga sul 4".
Faccio un po' di esercizi sulla Complessa arte della Lettura dell'Orologio, con risultati soddisfacenti (ne farò altri nei giorni seguenti, poi smetterò visto che tutti leggono correttamente l'ora e adesso che ci penso sono ormai diversi mesi che nessuno chiede più l'ora).
"L'orologio è solo un esempio. Leggere l'orologio è alla portata di molti e non richiede grossi sforzi, ma per voi è normale chiedere che qualcuno lo faccia al posto vostro. Allo stesso modo domandate sempre come si deve svolgere un esercizio perché vi sta fatica leggere le istruzioni, e ancor più fatica seguirle. Questa è la Sindrome del Piatto d'Argento, quando vi aspettate che l'insegnante svolga i compiti per voi perché vi sta fatica farli. Il punto è che quando siete a scuola di tendenza ci si aspetta che impegniate un pochino le vostre stimate cellule cerebrali. Non dovete aver paura di sovraccaricarle, sono state fatte appunto per pensare, collegare, dedurre e raramente vi vengono chieste deduzioni molto complesse, anche se a volte fate anche quelle".
Mi guardano sempre più perplessi.
"E' anche per questo che continuate a dimenticare le cose negli armadietti. Voglio dire, se c'è Italiano dovreste prendere il quaderno di Italiano e magari anche la grammatica, nei giorni in cui c'è grammatica. Ma voi spesso vi dimenticate perfino di prendere la merenda!".
Mi guardano con una sfumatura di colpevolezza negli occhi.
Ricamo un po' sul concetto del piatto d'argento, su cui vengono disposte in modo armonioso le vivande, oppure la posta o magari le tazze da tè, per esempio per gli ospiti. Poi assegno una serie di esercizi: devono trovare una definizione per l'espressione "servire su un piatto d'argento" ma anche per la Sindrome, e scriverle insieme a cinque esempi.
Due giorni dopo tutti, come avevo promesso, leggono ad alta voce definizioni ed esempi, e invero alcune definizioni sono davvero molto accurate e gli esempi piuttosto spassosi.

Ha funzionato?
Ebbene sì, ha funzionato, altrimenti non ci avrei scritto su un post. Ha funzionato talmente bene che mi ero completamente dimenticata la questione, tanto che, al momento di consegnare il registro con le trenta ore di Orientamento* quando ho visto che avevo segnato ben due ore dedicate alla Sindrome del Piatto d'Argento (una per la discussione in classe, e una per la correzione degli esercizi) mi sono domandata "Ma che diavolo è la Sindrome del Piatto d'Argento?" e ci ho messo un po' a ricordarmi tutta la faccenda.
I non più Esaperanti, ormai Rigenerati, non chiedono più l'ora, han cominciato a portare i quaderni giusti e hanno smesso di chiedere speranzosi "Prof, cosa devo scrivere adesso?". Una volta che han preso atto di soffrire di Sindrome del Piatto d'Argento, la sindrome è sparita in gran fretta.
La Rigenerazione è un processo piuttosto articolato e non ci si rigenera in un giorno, immagino.

* alla questione dell'Orientamento verrà dedicato un post a parte, credo. Se mi ricorderò di farlo, perché è un tema che tendo a rimuovere.

martedì 7 aprile 2026

Compito di realtà, ovvero le armi dell'Ottocento (a scuola)

La Seconda Rigenerata ascolta la lezione sulle armi

L'anno scorso, in piena età comunale, Long John si offrì di portare a scuola la sua balestra.
Accettai più che volentieri e così una bella mattina la balestra (una perfetta riproduzione) entrò in classe. Long John spiegò nei dettagli come funzionava, la fece girare, tutti ammirarono e insomma passammo un'ora molto piacevole a parlare di balestre e tecniche di combattimento bassomedievale; poi Long John riprese la sua balestra, la rimise nella custodia e la riportò a casa. Gli misi un bel voto (di cui in verità non si era parlato, ma visto che aveva passato un'ora a chiacchierare al posto mio, e per giunta su cose che non avrei saputo raccontare, mi sembrava giusto retribuirlo in qualche modo) spiegando nel dettaglio come se lo era meritato e dimenticai l'accadimento già queil pomeriggio, non so perché.
Quest'anno, a Febbraio, quando ormai eravamo arrivati alla Guerra dei Trent'anni, Long John si è offerto di portare archibugio e baionetta. Sembrava un'idea interessante, ma mi sorse in cuore un filo di sospetto: armi da fuoco? In classe? Si poteva?
Così mi consultai con la VicePreside e la Responsabile di Plesso, e le vidi parimenti perplesse. Sulla faccia avevano scritto a chiare lettere "Per l'amor di Dio, ci mancano altro che le armi da fuoco in classe!" ma cercarono di moderarsi. Non uscì però dalle loro bocche alcuna parola che valesse a rendere appena appena domestica la mia richiesta.
Già mentre parlavo stavo misurando in cuor mio la vastità della mia scempiaggine:  nessuna creatura vivente, salvo forse la madre di un bambino di due settimane, è più apprensiva e tremebonda e timorosa di un insegnante. Certamente potevo scavalcarle e chiedere il permesso al Preside, ma niente mi lasciava pensare che avrei avuto altra risposta che un bel NO. Quando accennai l'episodio della balestra, che all'epoca avevo trovato del tutto innocente, sgranarono assai gli occhi.
A onor del vero, nonostante gli occhioni sgranati non uscì un vero "NO!", ma certo non vedevo speranza che arrivasse un "sì", almeno sul momento. Di fatto, ci separammo senza una risposta precisa.
Riferii tutto ciò senza alcun infingimento a Long John, che non capiva il motivo di tante smanie e tante smorfie, ma è un ragazzo riflessivo, e la settimana dopo mi spiegò che aveva elaborato un piano: un Giovedì, quando c'erano sia Storia che Musica, sarebbe venuto come sempre con la sua enorme custodia che però, invece della consueta, enorme tastiera, avrebbe contenuto l'archibugio.
L'idea era senza dubbio buona. Fissammo così un giorno e quando provai ad accennare la cosa a Musica, la prof. Trovatelli mi rassicurò subito che sapeva tutto e aveva già assicurato a Long John la sua completa disponibilità e il più totale appoggio, anche perché tutta la faccenda la divertiva non poco - e insomma fa piacere scoprire che perfino dentro una scuola è possibile trovare qualcuno con un po' di sangue nelle vene.
Così quel Giovedì nella scuola media di Saint Mary Mead entrò una enorme custodia che navigò come tutti i Giovedì dal Laboratorio di Scienze all'Aula di Inglese per poi approdare prima al Laboratorio di Musica (dove si sapeva però che non avrebbe suonato nota alcuna) e infine alla specifica Aula di Lettere che era feudo quasi esclusivo della prof. Murasaki.
Lì venne aperta svelando una lunga scatola foderata di velluto bordeaux che a sua volta conteneva una specie di fucile, con struttura in legno e lunga canna di...ferro?  no, immagino che fosse acciaio, poi una roba più corta con impugnatura piuttosto decorata e una baionetta (non affilata ormai da tempo immemorabile).
È partita così la lezione che, con qualche intermezzo di carattere piuttosto ludico, si è mangiata le ultime due ore. Parlare di evoluzione delle armi da fuoco fino alla metà dell'Ottocento, raccontare come venivano schierati gli uomini che le usavano, descrivere il complesso rituale della Ricarica e l'evoluzione dei proiettili, far girare i vari pezzi di mano in mano, rispondere alle decine di domande lascando garbatamente che, per amor di bandiera, la prof cercasse di dire ogni tanto qualcosa (mai specifica sulle armi, giuro che non ci ho nemmeno provato - perché siamo d'accordo che il Vero Insegnante non Teme il Ridicolo, ma nemmeno se lo va a cercare col lanternino se proprio non è del tutto indispensabile) ha fatto sì che le due ore volassero via e Long John ha anche lasciato cadere qualche dettaglio da cui si evinceva che nella sua famiglia collezionare armi antiche e moderne era assai consueto.
Lui comunque ci ha portato sì le armi, ma con la debita prudenza: niente proiettili, e i grilletti delle due armi erano limati e quindi non adoperabili. Allo stesso modo, l'anno prima, balestra sì ma senza dardi.
Naturalmente anche stavolta Long John è stato debitamente remunerato con un bel voto, anche se la descrizione del motivo è stata un po' più generica di quella dell'anno scorso.

domenica 5 aprile 2026

Buona Pasqua

 ...e Pasquetta e vacanze finché durano

...ma soprattutto sperando che al mondo risorga anche un cenno di buon senso (basta un cenno, qua ci si contenta con poco) ma che sia un buon senso con tanta, tanta cioccolata.
E magari anche un po' di scaglie di mandorle, se non è troppo chiedere.

mercoledì 1 aprile 2026

Una pesca abbondante

Due bei pesci / si dondolavano
Lungo il filo di un'altalena...

Certi anni Pasqua ti arriva addosso come una valanga, lasciando tutto a mezzo. Appena il tempo di accorgerti che sei in vacanza ed ecco che le vacanze sono finite: emergi faticosamente dalla valanga arrampicandoti malamente sui mucchi di ghiaia e ti rituffi stancamente nel vortice che ti risputerà solo alla fine dell'anno scolastico.  Quest'anno è stato diverso. Prima di tutto la Seconda Rigenerata ha collezionato nel mese di Marzo una serie di impegni extrascolastici a base di gite nei boschetti, gite a Roma, uno spettacolo teatrale fatto in un vero teatro dopo cena dove i ragazzi hanno provato il vero brivido del palcoscenico, una specie di seminario sulla prevenzione degli incendi boschivi, la cosiddetta gita di fine anno e altre varie amenità. Il ritmo delle lezioni, che in Marzo di solito è piuttosto implacabile si è allentato per forza di cose e in più, nei ritagli di tempo, è partito anche il progetto di Leggere, forte! dove alla fine gli si chiedeva soltanto di starsene buoni ad ascoltare l'insegnante di turno che leggeva Blackbird introducendoli nel misterioso mondo dell'URSS e delle centrali nucleari.
Così, una volta tanto, sono riuscita a chiudere argomenti per tutte le materie e a non dare compiti per le vacanze a nessuna classe, archiviando una pratica dopo l'altra. E loro non lo sanno, ma ho in mente di ripartire in modo soft, con dei film.
Stamani era l'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Pasqua e io facevo le ultime due ore, così ho deciso di concedergli una seconda seduta di lettura (il romanzo infatti sta riscuotendo un certo successo). Tuttavia, nonostante un discreto livello di attenzione, alcuni dei ragazzi sembravano molto affaccendati col disegno. Ma non c'è nulla di male se disegnano qualcosa mentre ascolto e così non ho fatto caso né alla inconsueta richiesta di un paio di forbici né a quella ancora più inconsueta del rotolo di scotch trasparente né a un certo lavorìo.
Finita la lettura ci siamo dedicati alla rotta artica, alla restituzione di qualche scampolo di compiti, a un po' di presentazione di certe attività che ci aspettavano... Poi le due ore erano quasi trascorse e ho chiuso cinque minuti prima per portarli fuori, cosa che hanno chiesto e supplicato nonostante il freddo quasi polare che imperversava e il vento da allarme giallo che spazzava il paese intorno a noi. 
E ho notato una grande attività a capannelli e infine ho sentito come una pressione tra le spalle...
Ah giusto, è il Primo Aprile. Pesci. In effetti io stessa avevo aperto la lezione proiettando sulla LIM la coppia di pesci in altalena che apre questo post.
E mi sono guardata intorno con più attenzione, mentre tutti giravano come invasati per la classe incollando con piccoli pezzetti di scotch trasparente tanti tanti piccoli pesciolini. Il pannello davanti alla cattedra era praticamente tappezzato, la lavagna bianca era piena di pesciolini disegnati e un grosso pesce sorrideva, con un sorriso fatto con le piccole calamite usate per attaccare fogli e foglietti. Un pesciolino sul computer, uno sull'armadietto, uno sulla mia agenda, un paio sulla carta geografica d'Europa... la classe era diventata una specie di pescheria.
Pesci di qua, pesci di là, pesci sui miei alunni e una strana sensazione sulla schiena, come di un grande foglio che svolazzava...
Così, nonostante il freddo, sono uscita senza piumino ad accompagnare la classe all'uscita, carica di pesci come un albero di Natale è carico di palline e stelle argentate e mentre i miei alunni saltellavano qua e là coprendo tutti di pesci e venendo da tutti coperti di pesci e ogni tanto qualche alunno non delle mie classi si avvicinava timidamente per dirmi "Prof, ha dei pesci sulla casacca".
"Sì, caro, non preoccuparti. Oggi gira così" gli rispondevo garbatamente.
Ammettiamolo, è stato un fine mattinata più divertente del solito. A casa ho contato ben sei pesci, uno dei quali sulla gonna e uno molto grande con il nome della donatrice.
E buon Primo Aprile, anche se ormai si è fatto tardi - tanto è il pensiero che conta.