Il mio blog preferito

lunedì 21 gennaio 2019

Insegnanti New Age - Di fiale portentose e di Dolcezze

Aura Soma è un sistema di terapia olistica che cura la nostra aura con i colori, attraverso boccette di oli essenziali e acque colorate che contengono anche cristalli, erbe e altro.
Prima di essere in boccette era in fialette come quella che Galadriel regala a Frodo
E già che siamo in argomento, il sistema è stato elaborato (anche) da una signora che si chiama proprio Galadriel. 
Ad ogni modo adesso non fanno più né le fiale né l'apposito portafiale per portarle al collo, e lavorano su bottigliette bicolor, molto carine anche loro.
La mia amica New Age è riuscita però a procurarsi un po' di fiale in una svendita di scampoli di fine stagione, e per me ha preso quella color magenta, verso cui ho provato subito una fortissima attrazione: il magenta infatti è l'esatto colore del sangue da trasfusioni, e uno dei miei problemi principali è proprio legato all'anemia per mancato assorbimento del ferro.
Insomma, ho preso volentieri la fiala, ma come avrei fatto a indossarla? 

Con singolare spudoratezza mi sono rivolta a Dolcezze di Mamma, che è sempre a caccia di nuove sfide, e le ho mandato una foto della fiala e le sue dimensioni.
Con gentilezza e velocità davvero impagabili Dolcezze ha risposto, ed ecco il risultato della sua arte, davvero notevole secondo me:

La collana di lana, come insisro a chiamarla, è in lana bordeaux e nero-magenta, la stoffa è bordeaux. E adesso ho ben DUE collane portafiala che si intonano magnificamente alla mia fiala magenta - e una buona scelta del colore immagino sia davvero importante nella CROMOterapia . Al momento però uso solo quella di lana, che è stata universalmente ritenuta più invernale.
Ci credo, alla cromoterapia? Non lo so e non mi interessa, ma astucci e fiale sono il risultato del lavoro di due persone che si sono preoccupate per me quanto bastava per procurarmi tutto ciò. Che cosa posso chiedere di più?

venerdì 18 gennaio 2019

Il problema dei tre corpi - Cixin Liu

Splendida copertina, una volta tanto, e pure pertinente.
Sarà perché è ripresa pari pari dall'edizione americana?   

Fantascienza cinese, nientemeno, ché non si dica che qua si leggono solo romanzetti inglesi.
Fantascienza cinese DOC, scritta da un cinese che tuttora vive e pubblica in Cina, non dal solito transfugo che si è stabilito negli USA o in Inghilterra; prima pubblicata in rivista a puntate, a partire dal 2006, poi raccolta in volume, poi nel 2016 tradotta in inglese e pubblicata negli USA, dove ha vinto il più prestigioso premio del settore, lo Hugo. E a quel punto Mondadori si è mossa e nel 2017 lo ha portato anche in Italia, rispolverando per l'occasione la collana Oscar Fantastica col suo bel fondo argenteo in copertina.
E volendo parlare della copertina, possiamo dire che nella terza e quarta appunto di copertina ci sono due spoiler a cinque stelle, di quelli che sembrano un po' eccessivi perfino a me che notoriamente con gli spoiler sono di manica larga. C'è da dire però che il romanzo è talmente pieno di colpi di scena e bruschi cambi di prospettiva che i due grossi spoiler, situati rispettivamente a un terzo e a due terzi della narrazione, non spiegano poi molto e non anticipano la conclusione - che, e qui spoilero anch'io, si chiude su una inaspettata nota di ottimismo.
Non è un romanzo autoconclusivo, è il primo volume di una trilogia chiamata "Il passato della terra"; il secondo volume intitolato "La materia del cosmo" è già stato pubblicato in Italia, per il terzo non resta che aspettare.
Il fatto che sia il primo volume di una trilogia spiega in parte la struttura piuttosto insolita del romanzo - ma qualcosa deve entrarci anche il fatto che si tratta, appunto, di un romanzo cinese e che quindi viene da una tradizione letteraria diversa dalla nostra. Naturalmente anche le scelte del singolo autore influiscono sulla struttura del libro e così ci ritroviamo un romanzo stranamente denso, quasi vischioso, molto ricco - tanto ricco che a tratti si rischia di ingozzarsi leggendolo - che comprende elementi di quasi tutti i generi (fantascienza, politica, sociologia, satira, storia, teologia, thriller, giallo, avventura, azione, formazione, divulgazione scientifica, fantasy, videogiochi e di sicuro ho dimenticato qualcosa) e riserva un colpo di scena o un capovolgimento di prospettiva serio all'incirca ogni dieci pagine nella sua seconda parte. E quanto alla prima... 

La prima parte ha un avvio apparentemente lento, come certi solenni attacchi d'organo e il lettore letteralmente non capisce dove si sta andando a parare, anche se si lascia volentieri catturare nel vortice della narrazione. Si inizia con la Rivoluzione Culturale cinese, e purtroppo non c'è niente di fantascientifico nella rivoluzione culturale cinese - caso mai, volendo proprio scomodare un genere letterario sarebbe forse possibile tirare in ballo l'horror.  
La rivoluzione culturale cinese fu infatti un momemto terribile  che divise non soltanto popolazini, villaggi e amici, ma che spezzò anche nuclei familiari fino a ridurli in tante particelle evseparando coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle - chiunque insomma possa essere separato.
Tra le tante vittime di questo orrore c'è una dei protagonisti del romanzo, Ye Wenjie (un elenco dei personaggi assai chiaro e completo posto a inizio libro soccorre misericordiosamente il lettore occidentale che in mezzo ai nomi cinesi si perde con facilità), che dopo aver assistito impotente al totale disfacimento, anche fisico, della sua famiglia, rimane anni dopo intrappolata in un gioco di equivoci che la classifica tra i nemici del popolo. Siccome è una brava astrofisica si salverà grazie a una proposta di arruolamento nel misteriosissimo e mitico Progetto Costa Rossa, situato sul monte Radar. Unico inconveniente: se accetta non potrà lasciare mai più il monte Radar data appunto la segretezza del progetto. Ye accetta senza esitare (ma gli anni passano, le circostanze politiche cambiano, il Progetto Costa Rossa verrà smantellato e Ye il monte Radar lo lascerà eccome, e non certo per andare a stare peggio).

Tutto ciò costituisce una specie di prologo. Nella sedonda parte, ambientata nella Cina del terzo millennio 38 anni dopo (dove ancora le ferite della Rivoluzione Culturale emergono qua e là, con grande amarezza di tutti i partecipanti) incontriamo invece il secondo protagonista, Wang Miao, un ricercatore specializzato in nanomateriali afflitto da un misterioso conto alla rovescia che lo perseguita, e che finisce per trovare pace soprattutto seguendo un videogioco particolarmente evoluto, di quelli che richiedono una tuta soeciale per essere giocati e che mostra le complesse avventure e la complessissima lotta per la sopravvivenza del pianeta Trisolaris - i tre corpi, scopriremo circa a due terzi del romanzo, sono i suoi tre soli che lo stesso pianeta per lungo tempo ha ignorato di avere e che lo mettono in una particolare situazione di instabilità che può finire soltanto molto male.
Unica possibilità di salvezza: trovare un pianeta dove la vita sia possibile e trasferirsi lì. E quale potrebbe essere questo pianeta? Sedetevi in un luogo tranquillo, concentratevi a fondo e spremetevi le meningi senza risparmio: ebbene sì, come in un qualsiasi cartone animato giapponese abbiamo gli alieni che, per sopravvivere, sono praticamente costretti a invadere la Terra. Solo che siamo in un universo altamente scientifico (come dimostrano le lunghe spiegazioni di cui è disseminato il libro e che la povera letterata di turno riesce a seguire in maniera molto... ehm... relativa) seppure anche assai quantistico e nessuno ha ancora inventato né la curvatura di Star Trek né il leggendario Salto nell'Iperspazio, e insomma anche agli alieni ci vorrà il suo tempo. Molto, molto tempo. Davvero molto tempo.
Ma nel frattempo hanno inviato Qualcosa sulla Terra che potrebbe.... e i terrestri dal canto loro potrebbero...
Il primo libro si chiude così, con una nota sospesa di catastrofe imminente e una di ottimismo dopo un rutilare di effetti speciali nel finale davvero spettacolare. Ma una volta chiuso e concluso continua a insinuarsi nei pensieri del lettore, lasciandolo curiosamente inquieto, tanto che non trova pace finché non ne parla un po' in giro e medita perfino la folle idea di rileggerso per assimilarlo meglio fin dall'inizio... insomma, è uno di quei libri che dà dipendenza.

Per concludere cito un passo che mi ha molto colpito per certe curiosenrisonanze con la situazione politica attuale italiana, pur venendo dalla penna di un cinese che lo ha scritto dodici anni fa. Quando su Trisolaris discutono su come intenerire la futura resistenza terrestre all'invasione, il Console Scientifico spiega al Principe:
Il piano si concentra sull'enfatizzare gli effetti ambientali negativi dello sviluppo scientifico e suggerire alla popolazione della Terra la presenza di poteri sovrannaturali. Oltre a esacerbare le conseguenze disastrose del progresso, tenteremo anche di far leva su una serie di "miracoli", che useremo per costruire un universo illusorio inspiegabile dalla logica e dalla scienza. Tenendo vive queste illusioni per qualche tempo, è possibile che la nostra civiltà divenga oggetto di adorazione religiosa sulla Terra; a quel punto, il ragionamento non scientifico prevarrà su quello scientifico nelle menti degli eruditi umani, e porterà al collasso dell'intero sistema razionale".

Faccio semplicemente il mio dovere ringraziando di cuore Blog Senza Pretese, senza il quale non avrei mai nemmeno sentito nominare né il libro né l'autore, almeno a tempi brevi.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture che vi tengano piacevolmente compagnia mentre mangiate mandarini comodamente al calduccio sotto il kotatsu.

martedì 15 gennaio 2019

Sull'annosa e controversa querelle dei compiti da fare a casa (post noioso come un giorno di pioggia)

Questa non è in alcun modo una scritta polemica.
Oh no, essa non lo è. 

L'attuale ministro dell'istruzione Marco Bussetti non si è distinto finora per soverchio interventismo, nonostante le accorate richieste di Ernesto Galli Della Loggia, anche se dietro le quinte, con alcune accorte circolari, è intervenuto in alcune questioni mostrando di possedere una certa dose di buon senso. Del resto il comparto della scuola in questo momento non va particolarmente di moda se non  per operarci qualche moderato taglio e nessuna persona che lavori al suo interno desidera richiamarci su l'attenzione di questo governo - pur essendo indubbio che richiederebbe al suo interno diversi provvedimenti, tra cui una seria riforma dei tecnici e soprattutto dei professionali, che andrebbero infine visti come qualcosa di più di un refugium peccatorum o un cassonetto della raccolta differenziata.

Ad ogni modo, in uno dei suoi rarissimi guizzi di interventismo il ministro, partecipando a una  trasmissione radiofonica, aveva vagamente accennato all'opportunità che gli insegnanti non dovessero  dare troppi compiti durante le vacanze di Natale, onde permettere ai ragazzi di farsi un po' di vita loro, e sembra che si fosse perfino spinto a promettere una circolare in tal senso.
Tale circolare si era risolta in una sorta di bigliettino di auguri per gli insegnanti che conteneva anche un pallido accenno alla questione "compiti", ma ovviamente più in là il ministro non si è spinto, forse perché, al contrario di certi suoi colleghi di partito ha dato una scorsa a qualche Bignami dedicato a "Diritti e Competenze di un Ministro" e dunque sa che un ministro non può impicciarsi di questioni  didattiche in base ad un preciso articolo della Costituzione - e in effetti la questione non ha sollevato alcuna polemica tra gli insegnanti, per quel che mi è stato dato vedere in rete; in compenso è stata titolatissima sui giornali, e la parte veramente interessante è stata leggermi i  commenti ai vari articoli dove gli infiniti tuttologi sulla scuola di cui il nostro bel paese pullula si dividevano in due schieramenti assai nettamente contrapposti: da una parte chi, oltre ad appoggiare il pensiero  ministeriale ne approfittava per proclamare l'assoluta inutilità di qualsivoglia compito da assegnare per casa, dall'altra chi invocava un totale de profundis  sulla scuola dato che l'assenza di una grossa mole di compiti da svolgere durante le vacanze di Natale avrebbe inevitabilmente condotto alla più assoluta decadenza e alla più totale ignoranza delle giovani generazioni.
Vie di mezzo, non pervenute - come sempre quando i non addetti ai lavori parlano di scuola e di  insegnamento.

Per quanto mi riguarda, incontrerei senz'altro la più totale approvazione da parte dell'attuale ministro:  non solo non do mai compiti durante l'estate se non c'è un consistente debito di grammatica da recuperare - e in quel caso naturalmente lo do al singolo, e ben personalizzato, non certo all'intera classe - ma addirittura spingo il mio virtuosismo fino a non dare l'ombra di un compito a  nessuno durante le vacanze di Natale, di Pasqua ed eventuali ponti lunghi, e anzi mi regolo in base a quello che chiamo il Principio della Sinfonia degli Addii (quella dove sul finale tutti gli strumenti si   azzittiscono, uno per uno) avendo cura di concludere tutti gli argomenti avviati senza lasciare l'ombra di qualcosa in sospeso, tanto se rimane del tempo in più posso sempre piazzarci dentro qualche verifica; tutto questo in base a una teoria sull'importanza delle pause cui mia madre, che è stata insegnante delle elementari, mi accennò distrattamente in un tempo remoto in cui non solo non insegnavo, ma nemmeno lontanamente pensavo che l'avrei mai fatto un giorno.
Questa teoria (che in realtà più che una teoria credo sia un dato di fatto, probabilmente comprovato da qualche tonnellata di letteratura scientifica e didattica) sostiene che oltre all'apprendimento attivo  all'individuo servono dei tempi di pausa per assimilare a livello profondo quel che ha appreso. Queste apparenti pause insomma fanno parte a tutti gli effetti del percorso didattico e permettono all'alunno di apprendere principi, concetti e nozioni ad un livello più profondo della lezioncina studiata a memoria per il giorno dopo.

Per quanto riguarda i compiti delle vacanze internedie comunque in me intervengono anche considerazioni più pratiche: perché se le esaminiamo nel dettaglio non sono affatto lunghe come sembrano dall'esterno. Tralasciando i ponti di primavera, dove di solito i ragazzi arrivano completamente cotti, peggio perfino degli insegnanti, e quindi si può solo ragionevolmente sperare  che li usino per ricaricarsi un minimo le batterie, le vacanze di Pasqua praticamente non esistono: il  Giovedì se ne va in festeggiamenti per l'inizio delle vacanze, dopo di che rimangono Venerdí, Sabato e Martedì, perché Pasqua e Pasquetta annegano rapidamente nel nulla tra parenti e gite di fuori porta. Per giunta molte famiglie si attentano in quei giorni ad andare al mare o in gita turistica, e non vedo proprio perché dovremmo fargliene una colpa.
Le vacanze di Natale non risultano molto più lunghe, in realtà. Tanto per cominciare, assolutamente tutti ci arriviamo con le batterie completamente scariche (qualcuno pure con un filo o un cordone di depressione latente) per precise questioni medico-astronomiche. I giorni che precedono Natale sono, sempre e comunque, un delirio per tutti. Poi arrivano Natale e Santo Stefano col loro carico di parenti e di eventuali trasferte fuori città dai parenti e tirate mostruose per preparare la tavolata per Natale o arrivare adeguatamente carichi di regali di Natale per tutta la tavolata e/o preparare il proprio contributo per il pranzo di Natale - senza contare i celebri conflitti di Natale che appesantiscono vieppiù quelle giornate. Capodanno si porta dietro anche lui il suo bel pacco di preparativi, perché ormai sin da giovanissimi i ragazzi se lo gestiscono in proprio, a volte anche grazie ad una organizzazione piuttosto complessa, e così anche il 31 e il 1 se ne vanno, con spesso un discreto strascico di mal di testa e di intontimento che non è detto non si prolunghi fino al 2. In mezzo ci sono   spesso anche due Sabati e due Domeniche dove la vita si illanguidisce e rallenta piacevolmente. La Dodicesima Notte, detta anche Epifania, in buona parte d'Italia continua ad avere un suompeso nonostante lo strapotere di Babbo Natale. Oltre a tutto questo abbiamo una vera infinità di visite per lo zio Evaristo, la zia Crodeganga e il nonno Narciso, che magari ne ha approfittato per finire all'ospedale onde meglio complicare la vita di tutti, e magari qualche famiglia desidera pure farsi un viaggetto, andare a trovare parenti o amici, fare una puntatina sulla neve, godersi un po' i regali di Natale, esibirli con gli amici e magari provarli con loro (i videogame, poniamo). Senza contare quelle  famiglie che già il 22 impacchettano la famiglia al gran completo e se ne vanno nella terra di origine per tutto l'arco delle vacanze.
In mezzo a tutto questo, quanta voglia si può avere di dedicarsi alle somme algebriche, ai diagrammi cartesiani, al predicato nominale o al genitivo sassone? Specie se l'alternativa è una bella pista da sci, i cugini che non vedi da tre mesi o una pizza con gli amici?

E infatti la cruda verità è che i compiti assegnati per Natale, Pasqua o i ponti primaverili sono quasi sempre fatti male, in modo frettoloso e trascurato, in mezzo a liti familiari oppure direttamente non fatti. Gli unici che si impegnano per farli bene sono quelli che, lavorando regolarmente con grande  impegno ed eccellenti risultati, più di tutti avrebbero diritto a godersi una bella pausa - e tuttavia anche da loro possono venire amare sorprese e curiose defaillance.
Insomma  anche tralasciando la teoria delle pause dare i compiti per le vacanze di Natale e Pasqua e per i ponti primaverili si risolve per lo più in una grande perdita di tempo, un bello spreco dibrisorse e alcune arrabbiature del tutto superflue.

Ed eccoci arrivati al secondo corno della questione: i compiti a casa durante l'anno scolastico. Perché esiste un movimento di pensiero, non so quanto consistente, e l'inevitabile gruppo su Facebook (oltre, immagino, a una miriade di gruppi su Whatsupp) che sostengono l'assoluta inutilità dei compiti a casa vedendoli solo come una forma di inutile e crudele accanimento da parte dei docenti contro i ragazzi e ne vorrebbero la totale abolizione per legge (il che è del tutto impossibile in base al già citato articolo della Costituzione che tutela il principio della libertà didattica).
Partiamo da alcune considerazioni banali ma necessarie.
Punto primo: a parte qualche rarissimo caso di manifesta insania mentale che si risolve in smania punitiva verso gli alunni colpevoli di esistere, nessun insegnante dà troppi compiti a casa: ognuno di noi, in scienza e coscienza, è convinto di dare esattamente i compiti necessari e non una sola goccia di pi o di meno di quel che è suo preciso dovere.
Punto secondo: sarebbe vano negarlo, il problema principale sono i compiti delle materie umanistiche e scientifiche - in pratica i docenti di lettere, matematica e lingue straniere, soprattutto alle medie.
Punto terzo: i genitori nei compiti a casa non dovrebbero impicciarsi né tanto né poco: non ne dovrebbe essere dato per scontato l'intervento, non dovrebbero avviare gare a chi fa meglio i compiti dei figli, non dovrebbero insistere e litigare perché i compiti vengano fatti, solo sfoggiare un atteggiamento mediamente severo e coerente qualora qualche nota li informi che la loro prole non svolge incompiti assegnati con la dovuta regolarità.
Al netto di questa raccolta di banalità di cui mi scuso, rimane una considerazione ancora più banale:
Per come è impostata attualmente la scuola, un certo ammonto di compiti da svolgere al di fuori delle lezioni è ritenuto indispensabile da quasi tutti i docenti di quasi tutte le materie. I pochi che fanno eccezione seguino per lo più tecniche di didattica sperimentale o si adattano come possono a situazioni particolarissime. C'è infatti una parte di lavoro che è indispensabile che l'alunno faccia da solo o con pochissimi compagni ed è la parte che riguarda l'elaborazione autonoma (detta anche rimasticazione digestione) di quanto in classe è stato detto, spiegato, elaborato, insomma fatto tutti insieme. Lì ci si rende conto se quel che in classe sembrava tanto chiaro lo è davverooppure se quel che era sembrato tanto astruso lo è davvero se affrontato a mente fredda e lì si manda  a memoria quel che va mandato a memoria di regole e formule, lì si completano in autonomia i  disegni impostati in classe eccetera. Si tratta insomma di una forma di fissaggio del lavoro fatto dove si mette in ordine nel caotico lavoro della lesione collettiva.
Il peso di questo lavoro varia a seconda del grado di concentrazione con cui viene svolto, dell'attenzione prestata in classe ma soprattutto dell'allenamento: l'abitudine a fare regolarmente i compiti li rende più facili, come succede con tutti i tipi di lavoro. Fatti con la dovuta concentrazione e  l'impegno adeguato, senza il oeso emotivo di litigi in famiglia, sostentati da una buona merenda e con una certa atmosfera rilassata intorno (che può includere anche una buona colonna sonora ma dove un cellulare acceso puntato su un social risulta del tutto deleterio) sono utilissimi e di solito anche piuttisto rapidi da svolgere. Fatti distrattamente, messaggiando in lungo e in largo, con genitori-avvoltoi che ti spronano e puntellano in continuazione (o che sbroccano perché in metà pomeriggio sono state fatte tre espressioni su sei e solo a prezzo di ore di martellamento), senza riguardare le istruzioni e la lezione cui si riferiscono, sono del tutto inutili e possono anzi accrescere la confusione del fanciullo o della fanciulla di turno.
Naturalmente il genitore sensato, che vede e conosce tutte le circostanze collaterali, può decidere in circostanze particolari (non solo se è crollato il tetto di casa o se la creatura  ha avuto un attacco di peritonite, va bene anche una uscita di famiglia decisa sull'ispirazione del momento o i festeggiamenti di un complesnno che si sono prolungati più del previsto) di giustificare la prole: se fatta con criterrio e parsimonia, l'uso delle giustificazioni familiari può alleggerire una situazione che dia l'impressione di rischiare di avvitarsibsu sé stessa e non lascia strascichi in presenza di un impegno costante.
Infine: siccome il sovraccarico di compiti si verifica in presenza di più insegnanti convinti che esista una sola materia, ovvero la loro (il singolo docente di solito non riesce a fare danni più di tanto), in certi casi è opportuno che i genitori, laddove la questione non riguardi solo due o tre singoli alunni,  superata  la fase della mormorazione tra di loro, affrontino apertamente la questione ai Consigli di Classe con dolce fermezza e senza troppi proclami. Gli insegnanti naturalmente non gradiranno e borbotteranno assai peggio di pentole per lo stracotto, lamentandosi poi moltissimo tra loro su questi ragazzini viziati e questi genitori che si allargano troppo, ma quasi sempre ne terranno conto, non fosse che per scansare grane future. Del tutto sconsigliabile invece passare direttamente alla lamentela dal Dirigente Scolastico che più di tanto non può intervenire ( e se lo fa se la prende solo con l'ultimo supplente arrivato, quello con la posizione contrattuale in apparenza più fragile), e di solito se la cava con un vago richismo in Collegio Docenti dove evita con cura di spiegare quale classe e di quali insegnanti ci si è lamentati.

Personalmente applico molto la tecnica della contrattazione sindacale: dall'apposita colonna del registro, manuale o elettronico che sia, è facile vedere se qualche collega è, diciamo, molto assiduo nell'assegnazione dei compiti a casa e avendo di solito molte ore in una classe imparo a concentrare i compiti in cerrti giorni più che in altri. E poi chiedo: "Come siete messi per Giovedì? VI va bene se il tema ve lo dò per la settimana prossima? Ci sono problemi per Martedì, visto che avete la verifica di inglese?". Qualche moderata concessione ha spesso un effetto molto positivo.
Va detto anche che ho un sistema di controllo piuttosto accurato e quando non mi consegnano i compiti divento una belva, ma questa è altra storia.

lunedì 14 gennaio 2019

Passatempi all'ospedale, ovvero "Qual è la vostra perversione?"

L'ospedale di Careggi è considerato una eccellenza a livello nazionale.
Tuttavia la biblioteca per i pazienti non è a questo livello.

Come tanti altri reparti ospedalieri, anche quello che mi ospita ha un paio di scaffali dedicati ai libri che i degenti o i loro amici lasciano in libera lettura. Sono lì, disposti alla rinfusa e  senza etichettatura: chi vuole va e lascia, chi vuole va e prende per leggere. 
Sono capitata per caso in quella stanza uno dei primi giorni, durante un giretto casuale fatto al solo scopo di muovermi un po'. Ci sono ritornata qualche giorno dopo, ho scorso distrattamente e ho arraffato un paio di titoli (tra i quali un Nero Wolfe che non avevo e che tornerà a casa con me).
Poi ci sono ritornata tre giorni fa in cerca di nuove letture e mi sono soffermata a guardare quel groviglio libresco in doppia fila. Senza che nemmeno me ne rendessi conto le mie mani hanno raggruppato la decina di libri di Danielle Steel e l'hanno riposti in un palchetto a parte.
Ho continuato a guardare.
Basterebbe fare una rozza divisione per argomenti, mi  dico: gialli, sport, umoristica, narrativa italiana e straniera.... spostando ciò che non era narrativa nello scaffale vicino, che era già strutturato in quel senso...
La mattina dopo, armata di guanti di lattice, mi sono fatta staccare la flebo e sono tornata là dentro.
Ho iniziato così quello che senz'altro potrà essere contato come il lavoro più inutile della mia vita; ma che ci posso fare se riordinare libri mi rilassa? È sempre stato così e sempre così sarà.
Appunto la cosa per rallegrare chi passa di qua - infatti, davvero non so perché, chiunque me lo sente raccontare scoppia a ridere pazzamente e non la smette più.
Aggiungo che i medici l'hanno trovato un buon segno: secondo loro, se mi occupo di qualcosa che va oltre la stretta sopravvivenza e ritorno alle mie consuete perversioni* è segno che il mio quadro clinico è in netto miglioramento. 
Personalmente sono d'accordo, e se da una parte mentre traffico con i libri mi sento decisamente idiota, dall'altra c'è il senso di conforto che mi dà il rientrare finalmente nella mia pelle.

*naturalmente non si sono espressi così, è solo una mia libera traduzione delle loro parole

venerdì 11 gennaio 2019

Letteratura al maschile e letteratura al femminile

 

Le tre sorelle Brontë, dipinte dal fratello Patrick. 
Il ritratto, molto più malridotto di come appaia qui, si trova alla National Portrait Gallery - un piccolo quadretto smiciato che lascia l'impressione di una forza davvero potente. 

Nell'ultimo anno nei circuiti letterari si è andato diffondendo un curioso tema di discussione: davanti  ai meccanismi editoriali le donne risultano svantaggiate?
Murasaki Nel Paese Delle Meraviglie è rimasta abbastanza perplessa davanti a questo Grande Interrogativo perché è una figlia dei tardi anni 70, un periodo in cui le donne andavano assai di moda o almeno così sembrava. D'altra parte, se J.K. Rowling in persona (e non certo solo lei) ha preferito dare al suo nome come autrice una sorta di neutralità, evitando di dire i suoi due nomi, qualcosa dovrà pur dire.
E invero le statistiche non sembrano lasciare dubbi: rispetto agli uomini le donne sono meno pubblicate, meno lette e anche meno considerate come scrittrici, anche dalle donne stesse (che, com'è noto, sono la maggioranza delle persone che leggono). In rete è circolata la domanda "Nella tua libreria ci sono più libri scritti da uomini o da donne?" e la risposta in molti casi sembra sia che gli autori maschi prevalgono alla grande.
Ho scrutato molte volte la mia libreria, senza peraltro nessuna voglia di mettermi a fare un conto preciso ché mi sta troppa fatica - senza contare che andrebbe ben considerato come la mia libreria contenga solo una parte dei libri che lo letto (biblioteche, prestiti di amici e una cospicua libreria di famiglia assai ben fornita han fatto il resto) e a quel punto il conto diventa decisamente difficile.
Tuttavia, nonostante la massiccia presenza di Agatha Christie e di Zimmer Bradley* e di alcune  ottime mangaka temo proprio che i libri siano in buona parte al maschile - cosa del tutto inevitabile in una biblioteca formata in gran parte di "classici" (chiamo classico qualsiasi libro abbia più di una quarantina di anni, indipendentemente dal valore letterario). 
Sotto quest'aspetto infatti non c'è dubbio che la situazione sia pesantemente sbilanciata dalla parte mascile, perché fino a buona parte del XVIII secolo le scrittrici del canone europeo si contano abbastanza facilmente**: per la letteratura greca abbiamo Saffo e una manciatina di signore che ci  han lasciato qualche citazione indiretta, come Anita di Tegea; per quella latina abbiamo tal Sulpicia che ci ha lasciato un pingue corpus di ben cinque brevi scritti finiti nel canone di Tibullo e  che forse non sono nemmeno suoi. Per il mio amato medioevo non siamo messi molto meglio, anche se le poche autrici si segnalano se non altro per una certa varietà di temi (Dhuoha scrisse un manuale di educazione per suo figlio, Rosvita, badessa assai colta, scrisse drammi edificanti che le sue monache potevano recitare, Tritula ci ha lasciato un bel trattato di medicina, Eloisa segue il filone autobiografico e introspettivo oltre che monastico, Ildegarda di Bingen si occupò di mistica, minerali, medicina, musica e teologia, Maria di Virzy scrisse storie cavalleresche e d'amore in francese, e Caterina da Siena ci ha lasciato un corpus davvero vasto da leggere. Qualcosina arriva col rinascimento italiano, con una fioritura di poetesse italiane che comprende anche Gaspara Stampa e Vittoria Colonna, e nel Seicento dalla Francia con i grandi epistolari *** e soprattutto con Madame de LaFayette. 
Nel Settecento la situazione cambia, perché è arrivata quella benemerita invenzione che si chiama romanzo, e lí fin dall'inizio le donne hanno dato un consistente apporto, soprattutto nella letteratura inglese. 
Quanto ai pregiudizi verso le femmine scrittrici, almeno da parte dei critici maschi, moltissimo ci sarebbe da dire anche per il presente (se andate a leggervi un po' di cosiddetti Commenti Autorevoli su Elena Ferrante e la sua quadrilogia avrete un interessante spaccato in materia) ma posso assicurare che in passato alle donne scrittrici non è stato fatto mancare niente.
Il primo sospetto in materia lo ebbi quando, al liceo, studiavo letteratura italiana. D'accordo, il professor Blasio nemmeno ci accennò all'esistenza di poetesse rinascimentali, ma quell'anno facemmo un programma veramente ridotto ai minimi termini, e alla dine a suo tempo aveva risolto Boccaccio con una lezione una. Ma mi colpí il manuale di letteratura di Salinari, che invece ne  accenava quanto bastava per spiegare che non erano nulla di che: troppo emotive e troppo prese dal sentimento (e troppo poco letterarie?). Io lessi e rilessi l'unica citazione che si degnava di fare di Gaspara Stampa
Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto; | piangerò, arderò, canterò sempre | (fin che Morte o Fortuna o tempo stempre |a l'ingegno, occhi e cor, stil, foco e pianto) | la bellezza, il valor e 'l senno a canto. | che 'n vaghe, sagge ed onorate tempre | Amor, natura e studio par che tempre | nel volto, petto e cor del lume santo...“ — Gaspara Stampa, 26. XXVI. 
e la trovai molto bella, mentre gli altri poeti del Cinquecento, quando non scrivevano poemi epici, mi lasciavano piuttosto freddina.
Più amara fu la sorpresa quando una cara amica che si laureava in inglese mi prestò la storia della letteratura di David Daiches e scoprii quanto poco spazio dedicava a quelli che, a mio avviso, erano senza dubbio i meglio pezzi dopo Shakespeare: Jane Austen e le sorelle Brontë, e quante banalità sciorinasse per la circostanza. Un po' meno mi sorpresero le discussioni sugli scritti di Eloisa, e su "quale uomo fosse nascosto dietro quel nome". Solo a un certo punto della mia vita mi resi conto che, essendo abituata a leggere soprattutto critica letteraria (e sociologia) scritta da donne negli anni più caldi del femminismo, arrivavo in un certo modo impreparata all'impatto col mondo accademico che era soprattutto maschile.

Perché il punto è proprio questo: di tendenza leggo mooolto più volentieri libri scritti da donne, e per quanto ricordo è sempre stato così. In qualche modo trovo che il loro punto di vista sia più morbido, più interessante, più sfaccettato e più recettivo verso le cose che effettivamente sono importanti, e a questo punto non saprei dire se si tratta di un pregiudizio o di una effettiva risonanza col mio modo di essere - sta di fatto che, classici a parte che in qualche modo sono usciti dal vaglio di una dura selezione, di tendenza i romanzi scritti da uomini quasi sempre mi annoiano un po' (con le dovute eccezioni, si capisce). 

Tutto questo per spiegare che quando Lurkerella ha esortato Pensierini a leggersi Anne Brontë l'ho presa per una richiesta di segnalarli nel Venerdì del Libro rivolta a me e, come una tigre che visto un bel filetto di chianina e decide di farsi anche il controfiletto, la noce e lo scannello pappandoseli in tre bocconi con gran gusto, ho prontamente deciso, finiti di presentare i sei romanzi di Jane Austen, di dedicarmi a tutti i romanzi delle sorelle Brontë nonché alla biografia di Charlotte Bronte scritta da Elizabeth Gaskell, a qualcosina di George Eliot (così magari è la volta che finalmente mi leggo il Mulino sulla Floss invece di limitarmi a rileggere Middlemarch) e forse perfino a qualcosina di Virginia Woolf. Con i miei tempi, naturalmente. Il tutto al grido di "ogni scusa è buona per rileggere certi romanzi".

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a tutti felici letture degli autori di tutti i sessi.

*la cui influenza su di me appare piuttosto sovradimensionata dal formato dei volumi, a dire il vero  
** sotto questo aspetto han fatto assai meglio in Giappone, dove la letteratura giapponese segnala nomi assai importanti ben prima della mia illustre omonima. Quanto alla tradizione araba, indiana e cinese, confesso la mia totale ignoranza in materia ma se mi fosse capitato per le mani qualche antico testo arabo o cinese scritto da una signora araba, indiana o cinese sono sicura che avrei cercato di metterci su le mani in qualche modo. Se però quaggiù non ce ne siano perché non ce ne sono punto e basta, oppure se sia per colpa dell'insipienza degli editori italiani davvero non saprei dire. Si accettano con gioia chiarimenti e segnalazioni.
***Ne approfitto per mandare un particolare vaffanculo agli editori che non si sono ancora degnati di tradurre l'epistolario di Madame de Sevigné. 

Orgoglio e pregiudizio - Jane Austen



Premetto di essere consapevole che presentare Orgoglio e Pregiudizio al Venerdì del Libro di  Homemademamma, dove credo l'abbiamo letto assolutamente TUTTI, abbia un po' dell'assurdo. D'altra parte è il libro più famoso di Jane Austen e sarebbe ingiusto lasciare da parte proprio lui, mi sembra.

Iniziamo con la solita premessa: ebbene sì, anche questo è il primo romanzo di Jane Austen, proprio come Ragione e sentimento e L'abbazia di Northanger - invero la cronologia dei primi romanzi di Austen è piuttosto ingarbugliata; e tuttavia c'è la possibilità che questo sia  DAVVERO il primo, quello da cui tutto cominciò. Sappiamo che la prima versione, dal titolo First Impression, venne rifiutata da un editore nel 1797. Austen poi lo riscrisse (cambiando anche il titolo in Pride and Prejudice) e agli inizi del 1813 l'editore Egerton si degnò di comprarlo, pagandolo 110 sterline - che considerando che è un libro che è tuttora lettissimo e popolarissimo in tutto il mondo, incurante del passaggio dei tempi e delle generazioni, si può certamente definire un buon affare.

Orgoglio e pregiudizio è considerato un capostipite del genere rosa (pur non essendo affatto un "romanzo di genere" e costruendo un  intreccio del tutto originale per l'epoca) e in particolare di quel ramo particolarmente caro ai romanzieri americani dove i due protagonisti litigano furiosamente per quasi tutto il libro, mostrandosi grandissimo schifo e avversione reciproca, fin quando a dieci pagine dalla fine si rivelano come profondamente innamorati l'uno dell'altro fin da pagina due. La piccola e insignificante differenza rispetto al romanzo di Jane Austen è che l'antipatia di Elizabeth verso Darcy è autentica, genuina e si basa su motivi piuttosto validi anche visti dall'esterno, primissimo fra tutti il notevole torto che Darcy fa a sua sorella Jane facendo del suo meglio per ostacolare la sua unione con Bingley. 
Una delle critiche (maschili, di solito. Sarà un caso, visto che si tratta di uno dei personaggi più apprezzati a tutt'oggi dal pubblico femminile?) più frequenti al romanzo riguarda appunto Mr. Darcy: troppo ideale, troppo idealizzato, troppo irreale, addirittura negativo perché porta le fanciulle in fiore a coltivare eccessive aspettative verso ciò che un uomo normale può essere. Ma, ad essere sincera, io questa grande e incandescente perfezione in Fitzwilliam Darcy non l'ho mai vista: al netto delle caratteristiche che hanno TUTTI i protagonisti maschili destinati alla protagonista femminile principale nei  romanzi di Jane Austen (notevole bellezza, elevati principi morali e una discreta intelligenza) si tratta di un uomo superbo, scontroso, tutt'altro che conviviale, ricolmo di pregiudizi morali e convinto di avere sempre ragione - un tipo di carattere che Austen riutilizzerà in più di una occasione, per esempio con Emma nel romanzo omonimo e con Mr. Bertram in Mansfield Park, con cui ha in comune un altro paio di caratteristiche: la capacità di innamorarsi profondamente e quella di ammettere, davanti alla più plateale evidenza, di avere avuto torto - due caratteristiche, si spera, non  eccessivamente introvabili in un essere umano. In effetti conosco molte persone - tra le quali me stessa medesima - che trovandosi strette all'angolo o anche semplicemente convinte dall'evidenza de fatti hanno francamente ammesso i loro errori e cercato di porvi rimedio cambiando atteggiamento. D'accordo che secondo certi moderni codici culturali il Vero Uomo non ammette mai di aver torto, ma tutti noi sappiamo che per fortuna nel mondo reale le cose vanno un po' diversamente.

Il mio primo ricordo legato a Orgoglio e pregiudizio risale al 1970, quando mia madre me lo lesse durante i giorni di degenza all'ospedale  per un piccolo intervento a un ginocchio. All'epoca seguii benissimo lo sviluppo delle varie storie d'amore e della Caccia Al Marito da parte dei vari genitori, ma mi sfuggirono quasi completamente le implicazioni legate alle questioni della scala sociale. Mi colpí invece l'estrema libertà e modernità di quelle ragazze - le Bennet, le Lucas e anche tutte quelle solo intraviste - che andavano, venivano, viaggiavano, giravano per paesi e negozi a coppie e a gruppi, andavano a passeggio anche da sole, gestivano la loro vita sentimentale in perfetta autonomia e si andava a parlare col padre solo dopo aver avuto il consenso della  ragazza... nel complesso mi sembravano anche più libere delle mie conterranee, certamente erano molto più libere delle loro contemporanee in Francia e non parliamo dell'Italia per pietà - eventualmente le si poteva assorellare alle protagoniste di Piccole Donne. 
Ricordiamo gli anni: fine Settecento, inizi Ottocento. In Inghilterra avevano Elizabeth Bennet, in Italia avevamo Lucia Mondella.  Seconda metà dell'Ottocento: negli USA avevano Amy, Beth, Jo, Meg per tacere della signora March, in Italia avevamo la Mena dei Malavoglia. Sembra davvero così strano che i ragazzi, e soprattutto le ragazze, abbiano  qualche difficoltà ad appassionarsi ai Grandi Classici dell'Ottocento?
Le varie ragazze presenti nel romanzo (le cinque sorelle Bennet, le due sorelle Lucas, Miss Bingley, la giovane e scialba De Bourgh e Giorgiana Darcy) sono tutte assolutamente REALI. Oh sì, tutti i protagonisti di Jane Austen sono costruiti con eccellente realismo, ma in particolare le sorelle Bennet sono dei capolavori: Jane, bella e amabile che per principio non pensa mai male di nessuno (oggi potrebbe venir definita una buonista garantista, immagino); Elizabeth, brillante ma non impulsiva, soggetta però a farsi deviare dai pregiudizi e dalle opinioni della Collettività, capace di sentirsi a suo agio in  qualsiasi ambiente sociale senza formalizzarsi né vergognarsi inutilmente e di tenere testa a chi cerca di calpestare i suoi diritti; la pedante Mary; la scialba Kitty sempre in crca di una persona di riferimento cui attaccarsi, a costo di scegliersi la sorella minore, e soprattutto quell'incredibile capolavoro che è Lydia: giovanissima, frivola, vivace, irriflessiva, sventata fino all'incoscienza più totale - eppure capace di uscire indenne e in buona salute dai peggiori colpi di testa, pronta a corteggiare e farsi corteggiare da qualsiasi bel giovane che porti una divisa addosso, capace di scegliersi per marito "il peggior gentiluomo d'Inghilterra" sull'onda di una travolgente  infatuazione ma di non perdere mai, in seguito, il diritto alla rispettabilità che il matrimonio le aveva dato: niente scandali per lei, niente fughe, niente intrighi peccaminosi e relazioni adulterine: sposata a sedici anni al peggiore (e più insolvente) gentiluomo d'Inghilterra a lui resterà fedele e si comporterà da moglie rispettabile e onorata. Abbiamo mai incontrato o conosciuto qualcuno come Lydia? 
Personalmente sì, a tonnellate, e sono tutte donne che a conti fatti non se la sono cavata né meglio né peggio nella vita di tante di noi.

Il codice etico delle protagoniste di Jane Austen  è uno dei pochi tratti che hanno in comune - e qui le protagoniste sono due, perché in Orgoglio e Pregiudizio va contata anche Jane: ci si sposa per amore e solo e soltanto per amore, possibilmente cercando di evitare l'indigenza; si decide in proprio, senza farsi convincere da considerazioni mercenarie, e tenendo in ben scarsa considerazione l'opinione della famiglia dello sposo: il matrimonio per definizione è affare privato tra i due coniugi e anche la dolcissima e ragionevolissima Jane assicura la sorella che non esiterebbe un minuto a sposare Charles Bingley nonostante l'ostilità delle di lui sorelle, cosí come Elizabeh, davanti alla minaccia di Lady de  Bourgh di ritrovarsi ostracizzata dalla famiglia di Darcy se decidesse di sposarlo risponde con una variante nemmeno troppo confettata del "Ecchissenefrega": siamo lontani molte centinaia di miglia dalle protagoniste di Trollope che respingono le proposte di gentiluomini che pur amano perché la madre è ostile o cose del genere.

Il punto che mi colpí per ultimo fu, ed ero ormai adulta, quello economico. In tutti i romanzi di Jane Austen ogni protagonista matrimoniabile (e anche molti matrimoniati) girano con accanto una invisibile insegna che indica la la loro rendita o la loro eventuale retribuzione. Sappiamo subito  che Charles Bingley è quotato sulle 5000 sterline, che Fitzwilliam Darcy ne vale 10000 (che, sì, è una cifra quasi da favola), che il reverendo Collins è un buon partito che oltre ad un beneficio ecclesiastico non indegno ha la prospettiva di ereditare una rendita di 2000 sterline e che George Wickham non ha il becco di un quattrino pur essendo bello e assai simpatico e affascinante (e dunque non è affatto matrimoniabile, al contrario degli altri tre che sono invece ottimi partiti).
La famiglia Bennet sotto questo aspetto vive assai pericolosamente, in costante equilibrio su una lama di rasoio di cui la sola Mrs. Bennet  sembra consapevole, ma di cui anche Mr. Bennet conosce bene le insidie - che insieme i due coniugi si studiano di evitare, ma in modo contraddittorio.
Provo a spiegarmi più chiaramente: il padre vive con una rendita di 2000 sterline annue (tutt'altro che spregevole dunque), lui, la moglie e le cinque figlie in età da marito non una delle quali all'inizio del romanzo è nemmeno vagamente fidanzata. La rendita di Mr. Bennet è però vincolata a un erede maschio - le cinque femmine sono state concepite e partorite appunto nel tentativo di avere quel maschio, che invece non è mai arrivato, finendo così per  aggravare  il problema che avrebbero dovuto risolvere - e alla morte di Mr. Bennet la proprietà andrà ad un parente laterale della famiglia, tale Mr. Collins.
Dal ramo materno invece c'è ben poco: mille sterline a testa non sono esattamente una dote di gran lusso.
Le prospettive per le ragazze sono dunque potenzialmente drammatiche se almeno qualcuna di loro non riesce a fare un buon matrimonio - ma la questione non sembra togliere il sonno a nessuno, in realtà nemmeno alla madre, che pur accusando sul tema "matrimonio" occasionali crisi di nervi (come fa  un po' per qualsiasi contrarietà) non ha niente in contrario che due di quelle ragazze perdano la testa ogni settimana per un giovane ufficiale diverso (e i giovani ufficiali, si sa, di solito sono cadetti o comunque squattrinati).
Le cinque ragazze Bennet sono state tirate su come principesse o perfino meglio: chi ha voluto studiare qualcosa l'ha fatto, con appositi maestri, chi era pigro ha potuto dedicarsi a qualcosa di più divertente di canto, pittura, disegno, ricamo di paraventi e studio delle lingue (che, stando a una molto interessante conversazione di un gruppo di protagonisti all'inizio del romanzo, costituisce in fondo la lista delle materie che  formano l'educazione femminile, e dietro il tono giustamente polemico di Darcy si intravede in trasparenza una Jane Austen ancor più polemica). 
Nessuna delle cinque ragazze inoltre si è mai immischiata nella conduzione della casa: in una conversazione molto illuminante Mrs. Bennet accenna con un certo disprezzo a Charlotte Lucas che "era attesa a casa per le polpette" (o per la torta di mele, dipende dalla traduzione) specificando a Mr. Bingley che non capiva l'utilità di immischiare le ragazze nella gestione domestica quando si disponeva di servitù che faceva bene il suo mestiere e sottintendendo  cosí che le sue figlie, in cucina, nemmeno ci entravano.
Sia Jane che Elizabeth sembrano in effetti molto più adatte a gestire una casa come Pemberly o Netherfield piuttosto che a sposarsi un ecclesiastico di belle speranze ma per il momento ben sotto alle mille sterline all'anno - e quando Mr. Collins prova, piuttosto sennatamente, a risolvere la questione del vincolo sposando una delle ragazze Bennet, non si rende conto della fortuna sfacciata che ha avuto ricevendo un franco rifiuto dalla fortunata prescelta che davvero in quell'occasione "fa del suo meglio per garantirne la futura felicità" appunto rifiutandolo. 
Mr. Williams verrà invece prontamente accettato da Charlotte Lucas, quella che sa fare le polpette (o la torta di mele, dipende dalla traduzione) e che sarà per lui, stando alle apparenze, una moglie ideale, non solo in virtù del suo tatto, del suo buon senso e della sua capacità di non sentire all'occorrenza le scempiaggini del marito, ma anche per la notevole pazienza che mostrerà nel sopportare Lady Catherine de Bourgh e le sue continue ingerenze, lusingandola senza la viscida lecchineria del consorte, ma soprattutto gestendo con grande accortezza canonica, pollaio (pollaio! Altro che polpette!) e tutti gli  annessi e connessi facendoli render nel modo migliore e tenendo probabilmente una contabilità precisa, senza sprechi ma anche senza particolari ristrettezze.
Il matrimonio di Charlotte viola tutti i principi che le protagoniste principali dei romanzi di Jane Austen seguono: non solo Charlotte sposa Mr. Collins senza amarlo, ma senza nemmeno provare per lui stima, affetto, complicità - insomma, uno qualunque dei sentimenti che tengono usualmente insieme una coppia. In compenso invece ama il suo beneficio ecclesiastico, la sua canonica, la sicurezza economica che può garantirle, la possibilità di avere una casa sua da organizzare. È un  matrimonio di convenienza (per tutti e due, a dire il vero, perché non si osa nemmeno immaginare la sorte di Mr. Collins sotto l'influsso di una donna sciocca o anche solo priva di discrezione e di tatto), ma scelto con lucidità da una persona perfettamente in grado di valutarne i pro e i contro - e si ha anche l'impressione che, non essendo Charlotte un animale a sangue eccezionalmente caldo, alla lunga i pro prevarranno sui contro.
E proprio questo matrimonio così bizzarro, che probabilmente riuscirà alla fine piuttosto bene, specie quando entreranno in scena dei bambini, è in realtà uno degli assi portanti dell'intreccio -  del quale intreccio non si può negare che sia uno dei migliori di tutta la storia della letteratura mondiale, dove gli eventi scivolano e pattinano e zampillano gli uni dagli altri con una naturalezza davvero impagabile.
Consigliato a tutti e soprattutto a tutte - sì, lo so che tutti l'avete letto, ma anche a rileggerlo non è mai tempo perso, quantomeno perché è possibile ammirare una delle migliori macchine narrative di tutti i tempi in tutti i suoi dettagli, e se ne trovano sempre di nuovi.


martedì 8 gennaio 2019

Memorie di una acciughina

La notte dell'Epifania del 2018 qualcosa del mio fino ad allora fedele ed affidabile metabolismo si spezzò, e l'ernia ombelicale decise di strozzarsi. Non lo sapevo ma era l'inizio di una nuova vita, qualcosa di molto simile alla carta dei Tarocchi col crollo della Torre - quella che Rowling utilizza come base per raccontare la morte di Silente, per intendersi: una brusca fine che porta a un nuovo inizio.
La fase in verità rischiò seriamente di essere solo una brusca fine, ma al termine dell'intervento che la chirurga definì "importante" ai miei amici che avevano ansiosamente aspettato per più di due ore si poteva ragionevolmente supporre che oltre alla brusca fine ci sarebbe stato anche il nuovo inizio.
L'inizio della convalescenza fu un piacere: ogni giorno un pendaglio in meno e una nuova conquista in più: riprendere a bere, stare in piedi, camminare, vedere le flebo via via sostituite da pasticche...
Persi qualche chilo, naturalmente. Molti di più ne persi quando ripresi a mangiare, perché non mangiavo quasi niente: il mio leggendario appetito sembrava avermi abbandonato. Ho un ricordo vagamente allucinato di me che mi sforzavo di mandare giù una matassina di quaranta grammi quaranta di tagliatelline come unica componente del pasto e di un paio di giorni in cui il mio stomaco rifiutò con decisione di avere a che fare con qualsiasi cosa che non fossero cucchiaini di miele (neanche tanti), per non parlare delle crisi di rigetto che mi davano il pane (davvero inconcepibile) e la carne arrosto (inconcepibile perfino al di là dell'inconcepibile).
In queste condizioni non mi meravigliai certo nello scoprire che continuavo a dimagrire: con quattrocento calorie al giorno chiunque dimagrisce, anche facendo una vita molto sedentaria, e le brusche esortazioni dei medici del tipo lei deve mangiare delle belle bistecche! non miglioravano granché la situazione.
Per la prima volta in vita mia avvertii una certa solidarietà con quelle estranissime a me creature  nomate "anoressici" quando si lamentavano che dirgli "devi mangiare" non li aiutava più di tanto  perché non era una cosa collegata solo alla loro volontà.
Per la prima volta mi resi conto di quanto irritanti, offensive e arroganti fossero quelle stupidissime pubblicità sulla prova costume. E perché dovrei aver paura della prova costume, anche se peso quanto mi pare? Chi l'ha detto e stabilito che devo dimagrire? COME OSATE intasare la mia rispettabile casella di posta elettronica con la pubblicità dei vostri insulsissimi prodotti e "metodi" che a memoria d'uomo e di donna non hanno mai fatto dimagrire alcuno? E perché siete convinti che l'unico scopo della mia vita sia dimagrire e incrementare le dimensioni del mio pene*? Soprattutto, cosa ne sapete, VOI, di come si dimagrisce, cosa vuol dire dimagrire e com'è complicato a volte tutto il meccanismo?

La rabbia contro i venditori di improbabili creme e tisane dimagranti non mi passò, ma piano piano l'appetito tornò. Non mangiavo proprio come ai vecchi tempi, ma più che abbastanza per mantenermi dignitosamente in vita. Anzi, cominciavo a trovare divertente il fatto di cercare di mettere più olio nell'insalata, più burro e marmellata sul pane, più condimento sulla pasta.
I vestiti smisero di tirarmi, cominciarono a piombarmi addosso in modo fantastico... poi arrivò l'era delle spille da balia per sostenermi le gonne in vita. Mi muovevo con ritrovata agilità, accavallavo le gambe senza problemi, passavo quasi dappertutto...
Non c'erano particolari problemi di guardaroba: un look di tipo molto ammantato come il mio sfidava il tempo e le taglie e anche gli sbalzi di qualche decina di chili. Io però mi sentivo un po' spaesata: cambiare tre o quattro taglie in pochi mesi è traumatico, ho scoperto. Ci sono delle difficoltà spaziali e di bilanciamento difficili da spiegare (e perfino da capire), come se quel nuovo corpo ti appartenesse solo fino a un certo punto.
Dopo essermi vista come una persona tutto sommato di stazza media, a dispetto di tutte le apparenze fenomeniche, adesso che la mia stazza era rientrata davvero nella media avevo dei problemi abbastanza seri con la mia immagine allo specchio.

Tutte queste sono cose che si superano, naturalmente. Il mio problema fu che continuai a dimagrire a dispetto dei vassoietti di noccioline, delle stecche di croccante alle nocciole e dei pasticcini di mandorle (tre cose che non avrei ancora dovuto mangiare, ma nessuno me lo aveva detto né aveva  pensato ad assegnarmi un nutrizionista vero nonostante le mie ripetute richieste).
In vari modi la situazione crollò, letteralmente, fino ai 48 chili: praticamente ero diventata un mucchietto di ossa con la pelle intorno, ed evitavo con ogni cura gli specchi.  Una acciughina, dall'aria molto malinconica e sbattuta. Per accavallare le gambe dovevo aiutarmi sollevandole, e quanto ai passaggi, lì davvero non c'erano problemi: purché ci passasse una lama di coltello ci passavo anch'io. Ma il fondo dell'abisso mi resi conto di averlo toccato solo il giorno in cui mi sorpresi a guardare con un certo interesse lo scaffale dei reggiseni imbottiti - proprio io, che a partire dai tredici anni non avevo mai avuto il minimo problema a riempire qualsiasi scollatura e anzi potevo sfoggiare scolli virtuosissimi con la felice consapevolezza che la bellezza e morbidezza della carne ivi contenuta apparisse chiaramente senza dover ricorrere ad alcun espediente artificiale.
E qualcuno si rese infine conto che avevo una sindrome di mal assorbimento del cibo.

Al momento la situazione è in via di miglioramento. Continuo a non avere una diagnosi né una cura specifica, e dall'inizio di Settembre non ho ancora avuto il bene di toccare una cattedra di scuola, ma sono tornata sui sessanta chili - che considero di gran lunga troppo pochi, ne voglio almeno una decina in più, ma insomma ci si può convivere e anche portarci su un po' di biancheria adatta.
Aspetto con fiducia che i medici procedano nel loro lavoro, porto pazienza (anche perché non ho alternative) e guardo con fiducia il futuro. I chili torneranno, si spera, e magari, ora che da acciughina sono passata al grado di sardina, magari riuscirò almeno a diventare sgombro o addirittura tonnetto.

*un classico della mia casella postale, mai capito perché.

domenica 6 gennaio 2019

The Party Is Over?


È passata anche la dodicesima notte, quella più magica, che chiude il tempo della pausa e della festa.
O forse, chissà, la vera festa deve ancora cominciare.
Possano le vostre calze traboccare di dolci e giocattoli, ricordando sempre però che anche il carbon dolce può essere una utile fonte energetica e che è importante non sprecare niente.




giovedì 3 gennaio 2019

Memorie di una signora che è stata a lungo di corporatura tradizionale

Da piccola ero una falsa magra, più avanti mi trasformai in una autentica grassa e più avanti ancora, negli ultimissimi anni, ero entrata a pieno titolo nel numero degli obesi.
Ad epoche varie hano corrisposto pesi diversi, diciamo con una sorta di aumento peogressivo: fino a trent'anni e passa ero una ragazza piacevolmente abbondante, di curve morbide e generose, troppo pesa per gli standard dell'epoca ma tutt'altro che improponibile. Un anno di pillola mi piazzò tra le persone francamente grasse (di corporatura tradizionale, per dirla con Precious Ramotswe, che è un personaggio cui mi sento molto vicina) e l'anemia quindici anni dopo mi fece fare il definitivo salto di qualità facendomi oltrepassare il quintale*.
C'era di mezzo qualche problema di metabolismo, naturalmente, mai ben identificato (e questo vale soprattutto per il tempo dalla pillola in poi); c'entrava una forte eredità familiare da parte del ramo paterno. C'entrava forse anche una certa ansia continua che sentivo in famiglia vivendo sotto l'impressione di un esame mai ben superato.
Di sicuro c'era di mezzo un vivace appetito: ho sempre seguito una dieta abbondante che comprendeva un po' di tutto (o meglio molto di tutto) e non ero carente di alcun principio nutritivo, grazie anche al fatto che non ho quasi mai cercato di seguire una dieta, anche se in certi periodi facevo più movimento. Di sicuro non mi sono mai comportata in modo da far pensare che volessi scusarmi di essere grassa, così come non parlavo mai di diete e di sovrappeso. A dirla tutta li trovavo argomenti spaventosamente  noiosi e deplorevoli indizi di limitazione mentale nelle femmine - vivaddio, i maschi di tendenza non ne parlano spesso, anche se sono capacissimi lo stesso di avere una conversazione di una noia allucinante, all'occorrenza.
Sviluppai uno stile di abbigliamento molto personale (che a volte rendeva necessario l'intervento di sarti o di abbigliamento straniero: celebre il mio mantello alla Darth Fender e le mie camicie cinesi a dragoni, ma vorrei ricordare anche le mie lunghe gonne a balze e le sottogonne col bordo di pizzo sangallo, dove mia nonna paterna si impegnò a lungo. La regola base comunque era che l'insieme doveva risultare sontuoso e impiegare molta più stoffa del necessario.
C'erano dei vantaggi, naturalmente, e imparai a sfruttarli: un bel passo deciso, una presenza con una sua imponenza, e una notevole forza fisica: perché sotto lo strato di lardo c'era un robusto strato di muscoli che mi permetteva di affrontare con disinvoltura sforzi notevoli, e abbondanti riserve che mi rendevano agevole saltare uno o anche due pasti all'occorrenza, un bel viso liscio e ben colorito, pronto al sorriso e spesso assai gradito per questo agli alunni.
Negli ultimi anni c'erano anche degli inconvenienti, naturalmente: ad esempio dover evitare certi passaggi perché, appunto,  non ci sarei passata, o le gambe che non sempre era possibile accavallare. Ma per tutti questi anni in cuor mio non sono mai stata veramente "grassa": per strano che possa sembrare la mia anima era snella, solo un po' tondeggiante ma appena appena, e qualche volta guardandomi allo specchio ero sorpresa (ebbene sì, a volte spiacevolmente sorpresa). Credo di essermi considerata una persona di corporatura normalissima che al momento era un po' appesantita.

Adesso ricordo quei tempi felici come l'età dell'oro.

*non era colpa dell'anemia, naturalmente, anche se mentre ancora non sapevo di averla mi rendevo conto che mangiavo troppo perfino per i miei standard. Diciamo comunque che le due cose sono piuttosto legate sul piano cronologico.

martedì 1 gennaio 2019

È arrivato!

Accogliamo con ardore draghesco il nuovo anno del Maiale (secondo l'oroscopo giapponese, del Cinghiale) portatore di soldi, prosperità e soddisfazioni economiche. Siccome anche la salute, il Buonismo e la stabilità politica sono senz'altro valori importanti, dovrebbe essercene per tutti.
Auguri!



lunedì 31 dicembre 2018

Anche questa notte passerà



Godiamoci questi ultimissimi scampoli di 2018 in attesa di un 2019 che ci auguriamo tutti meno cupo e molto, molto, moltissimo più buonista 💖💖

Imprevisti risvolti avventurosi del Piccolo Premio Letterario

Tutti gli anni le tre classi prime della Scuola Media di St. Mary Mead partecipano al Piccolo Premio Letterario. Si tratta di una simpatica iniziativa atta a diffondere la lettura nelle giovani generazioni: il Piccolo Premio Letterario ci fornisce una batteria di libri a prezzo ridotto, che i ragazzi leggono e valutano con apposito voto.
C'è poi la Gran Finale, verso la fine di Maggio: i quattro libri più votati dai ragazzi entrano in finale, e le classi che lo desiderano vanno nel Paese del Piccolo Premio, dove gli autori ripresentano i loro libri e rispondono alle domande dei giovani giudici. C'è poi una votazione finale dove i ragazzi scelgono il vincitore tra i quattro e tutti tornano a casa felici e contenti, almeno nelle intenzioni.

Per vecchia tradizione le classi prime di St. Mary Mead partecipavano a questa specie di gita di fine anno che, vista la distanza che ci separava dal Paese del Piccolo Premio diventava una escursione piuttosto impegnativa anche se i ragazzi si divertivano sempre molto (che era poi il vero motivo per cui gli insegnanti di Lettere si mettevano all'anima quella che tutti noi consideravamo una gran palla).
Normalmente sono abituata a scansare le gite di uno o più giorni perché soffro molto i viaggi in pullman. Tuttavia quell'anno la situazione logistica e la disponibilità degli insegnanti era tale che quasi subito mi ero resa conto che non sarei riuscita a sfuggire, stavolta. Mi ero così rassegnata e con apparente buona grazia mi ero impegnata ad accompagnare le orime con la prof. Therral e la prof. Quadrella in base al principio che chi schivare non può la propria noia, la accetti di buon grado.

Così, in un caldo e luminoso mattino di Maggio, ad una scomodissima e assai antelucana ora  partimmo alla volta del Paese del Piccolo Premio.
Il viaggio si svolse senza inconvenienti e approdammo alla piazza centrale del Paese che non erano ancora le undici. Su di noi il sole splendeva, l'asfalto riverberava che era una meraviglia e, per dirla in sintesi, si schiattava di caldo. Le scolaresche arrivate prima di noi si erano logicamente acquattate nelle zone in ombra, ma non era stata presa in considerazione la possibilità di ombreggiare l'intera piazza. Sul palco i quattro autori chiacchieravano dei loro libri (nessuno dei quali mi era particolarmente piaciuto) e confesso che mi ero rifugiata in una volta fresca e ombrosa piena di espositori carichi di libri per ragazzi, con la scusa di cercare ispirazione per gli acquisti futuri della biblioteca quando mi raggiunsero per avvisarmi che Confucio, uno dei miei, si era sentito male.

Prontamente accorsi, come di dovere, e trovai Confucio, pallido come un cencio appena candeggiato, disteso in un altro punto della volta fresca e ombrosa, mentre uno dei quattro autori (per la cronaca, quello che poi ha vinto) che per l'occasione è risultato essere un medico, gli misurava la pressione e faceva domande varie. Confucio rispondeva in modo accorto e pertinente, ma lamentava anche un gran mal di testa. Alla fine l'autore-medico suggerì una visitina all'ospedale locale per un piccolo controllo: certamente era stato solo un malore passeggero, ma qualche ora in un ambiente fresco e silenzioso poteva fargli solo bene.
Naturalmente accettai senza batter ciglio e naturalmente toccava a me accompagnarlo e lo accompagnai.
All'ospedale furono efficienti quanto cortesi: lo allettarono, gli fecero la solita flebo fisiologica e avvisarono la famiglia (in realtà il padre, perché i due genitori erano separati e i figli vivevano appunto col padre in un menage con caratteristiche a tratti un po' strampalate).
Confermarono che erasi trattato di un piccolo malore, nulla di grave; Confucio comunque continuava a lamentare mal di testa.
Mi sistemai alla destra del letto, su una comoda poltroncina, con una rivista a farmi compagnia, rispondendo all'occorrenza alle domande di Confucio e facendo un po' di conversazione con lui, in attesa dell'arrivo del padre che immaginavo già per strada, ansioso di recuperare la sua malandata prole.
Evvabbé, sono cose che succedono.
Passa una mezz'ora e improvvisamente sento una vice assai simile a quella della prof. Quadrella. Mi affaccio incuriosita sul corridoio e scopro per l'appunto che, oltre alla voce della prof. Quadrella c'era anche la prof. Quadrella in persona. Ellamiseria, mi dico, ma che docenti ansiosi siamo fra tutti, dopotutto Confucio ha accusato un modesto malore e un po' di mal di testa, si suppone che ne uscirà vivo.
Una seconda occhiata mi svela però l'amara verità: non al capezzale di Confucio era accorsa la prof. Quadrella, bensì stava accompagnando un suo alunno, che durante il pranzo al sacco che aveva seguito la prima parte della cerimonia del Piccolo Premio non aveva saputo fare di meglio che farsi venire una crisi di panico dovuta alla claustrofobia perché i locali del castello che il Comune ci aveva messo a disposizione erano un po' stretti. Dunque secondo ricovero, e la prof. Therral che si trovava nella non invidiabile posizione di dover gestire da sola più di cinquanta ragazzi ormai decisamente inquieti e perplessi. (Therral comunque non si perse d'animo, portò i cinquanta ragazzi all'aperto su dei prati all'ombra e attese impavida lo sviluppo degli eventi).

Già che erano a chiamare famiglie, all'ospedale richiamarono il padre di Confucio per sapere quando sarebbe arrivato. Risultò così che costui non era affatto partito perché "tanto l'avevano assicurato che non era una cosa grave" e dava per scontato che il ragazzo sarebbe tornato con gli altri. A quel punto me lo feci passare (in quell'ospedale non era consentito usare telefoni personali ma solo il telefono messo a disposizione dell'ospedale) e gli aprii il mio cuore spiegandogli che 1) far rientrare Confucio che aveva ancora il mal di testa con cinquanta alunni scalmanati non mi sembrava una grande idea e che 2) all'ospedale avrebbero assai gradito affidare la creatura ancora sofferente a persona responsabile di lui, più che lasciarlo con gli insegnanti.
"Per me però è difficile adesso farmi sostituire sul lavoro, e ho la macchina parcheggiata lontano da qui. Caso mai vengo domattina a riprenderlo, lei intanto può tornare a casa con gli altri, naturalmente".
No, non posso - lo assicuro - in questo momento suo figlio è sotto la mia responsabilità e non posso abbandonarlo,  e comunque sarebbe più pratico per tutti, e soprattutto per Confucio se lei venisse a prenderlo.
Il padre promette che vedrà quel che può fare e riattacca, lasciandomi all'arduo compito di cercare gli occhi che mi son cascati per terra onde rimetterli nelle orbite. E siam d'accordo che oggi il genitore  medio è davvero troppo ansioso e ansiogeno, ma forse qua stiamo esagerando: parcheggiare solo  soletto un ragazzo di dodici anni non ancora compiuti in un ospedale all'altro capo della provincia perché papi ha la maccina parcheggiata lontana  mi sembra francamente un po' eccessivo.

Poco dopo chiama la vicepreside, allertata dalle altre colleghe, per offrirmi la sua solidarietà e promettere che cercherà di trovarmi una scappatoia legale per tornare a casa con il resto delle scolaresche. Nel frattempo dalla corsia il personale dell'ospedale si lamenta che stiamo facendo e ricevendo troppe telefonate e facendo troppa confusione nei corridoi. Faccio loro una doverosa ringhiata, poi ringrazio la VicePreside del disturbo che si sta prendendo ma le garantisco che la scappatoia legale non c'è, e che se anche ci fosse piantare Confucio come un carciofo per la notte solo soletto non mi sembrerebbe davvero cosa, per quanto sia del tutto favorevole a coltivare l'automia e il senso di autoresponsabilità dei ragazzi preadolescenti.
Una volta riattaccato il telefono, mi risiedo accanto a Confucio che dormicchia cercando con coraggio di ingoiare il rospo di una notte fuor di casa, all'ospedale per di più, e speriamo che almeno mi diano un po' di cena perché comincio ad avvertire un certo appetito.

Suonano le tre e mezzo. Il padre del ragazzo che ha avuto la crisi di panico, che adesso riposa nel letto accanto a quello di Confucio, è noto per essere persona inaffidabile, sciagurata e sempre coinvolta in disegni e progetti di dubbia limpidezza morale; sta di fatto che si è mosso alla velocità della luce e quando arriva con uno zio al seguito saluta il fuglio con tutta l'affettosa complicità e apprensione che qualsiasi genitore affettoso mostra in questi casi.
Ilmragazzo viene così prelevato e la prof. Quadrella può infine riunirsi alla prof. Therral e ai cinquanta e passa ragazzi, che aspetteranno per ripartire fino all'ultimo momento in cui ci sarà la ragionevole speranza di vedermi partire con loro.
Poco dopo chiama la VicePreside per assicurarmi che la scappatoia legale per me non c'è; provo a risponderle con una variante garbata di "E grazie al cazzo, si sa che non c'è, ed è anche giusto che non ci sia". Poi un parzialissimo raggio di sole: la prof. Quadrella chiama per annunciarmi che il padre di Confucio è riuscito a farsi sostituire sul lavoro e a raggiungere la sua macchina; addirittura l'ha messa in moto ed è partito alla nostra volta anche se l'auto fa uno strano rumore.
A svariati chilometri di distanza io e la prof. Therral pensiamo in coro "Non ce la farà MAI!". E di nuovo provo eroicamente a rassegnarmi all'idea di una simpatica notte all'ospedale, lontano dalle mie belle gatte e dai confort della mia ancora più bella casa.
Tuttavia un raggio di luce assai più deciso viene da Confucio: quando si sveglia, finalmente libero da mal di testa, gli vengono riferite le ultime notizie. "Non vuol dir niente" ci rassicura "quella macchina fa SEMPRE qualche strano rumore, poi va tutto bene."
Rianimata da questo bel cavo intrecciato di speranza (ho molta fiducia nel giudizio di Confucio, ne mai ho avuto motivo di perderla, in tre anni) comincio a guardare al futuro con un po' di ottimismo.
Passa il tempo. Io e Confucio parliamo di traffici di armi, di armi in vendita, dell'esistenza o meno di dio (lui non ci crede) ...
Infine il padre di Confucio arriva, in un mare di ansia e confusione. Prende il figlio e se ne va, con grande sollievo della collettività tutta.
Accolta da un grande applauso riesco a raggiungere il pullman che parte immediatamente.

E sia io che Therral che Quadrella, in triplice giuramento e patto infrangibile, giuriamo che MAI PIÙ il Piccolo Premio Letterario avrà il nostro scalpo e d'ora in poi le prime verranno deprivate di questa succosa occasione mondana.

sabato 29 dicembre 2018

Manuale del Perfetto Insegnante - DATEGLI DA MANGIARE!

Ovvero: un alunno ben nutrito c'è speranza che ti ascolti, con un alunno affamato non è il caso di sperarci troppo.

A scuola facciamo educazione alimentare - o meglio la fanno gli insegnanti di scienze: e ivi è gran sfoggio di piramidi alimentari, di "dieta mediterranea" (detto e non concesso che qualcuno abbia capito cos'è esattamente), di sviolinate contro le merendine e le bevande zuccherate e in più il comune interviene con programmi alimentari del tipo "frutta a tavola" e ricordo anche il delizioso "sfrutta la frutta edi sukki Mukki" (Mukki Latte è la nostra stimabilissima centrale locale del latte, che produce tra l'altro la pregiata selezione di latte Mukki Mugello che personalmente amo assai).
Poi c'è il distributore di merendine e di acqua minerale il cui senso sfugge a tutti noi e che tutti gli anni il corpo docenti chiede in ginocchio che venga rimosso, ma tutti gli anni il Consiglio di Istituto spiega che non è possibile e di conseguenza durante gli intervalli l'Estathè e le più varie patatine e merendine dominano sovrani in spregio alla Coop, al bar, al forno e ai tre negozi di gastronomia che si trovano nel raggio di cinquanta metri e all'acqua dell'acquedotto (ottima) purificata con i più vari filtri al carbone attivo, passivo e deponente.
In teoria, che gli alunni si imbottiscano di patatine è affar loro, ma in pratica per un insegnante non è così. O meglio: quel che conta davvero è che non si imbottiscano SOLO di patatine e tè più o meno zuccherato. Con gli anni mi sono convinta anzi che il problema dell'alimentazione a scuola è uno dei più sottovalutati dell'istruzione, con assai deplorevoli conseguenze per le giovani generazioni.

Partiamo dalle basi: siamo in presenza di ragazzi cui è imposto un orario di sei ore sei consecutive con scarsi intervalli, spesso preceduto e seguito da un viaggio su pullmino e che avranno a   disposizione un pomeriggio piuttosto cortomper prepararsi alle lezioni del giorno successivo, tirare il fiato e magari infilarci qualche allenamento sportivo - prezioso, utile e corroborante quanto si vuole ma che pure il suo tributo di tempo lo esige. Checché se ne dica, il corso di studio previsto alle medie è abbastanza pesante e solo una attenzione piuttosto costante durante le lezioni permette di ridurre i tempi dello studio e dell'approfondimento a casa. Occorre dunque che il loro cervello sia ben sveglio e la concentrazione ottimale - e specialmente in prima è molto difficile.
Quel che le famiglie dovrebbero ficcarsi in testa in questa situazione è che la creatura DEVE fare tre colazioni tre, proprio come se fosse un hobbit, e di contenuto ben studiato.
Cominciamo dalla prima, quella fatta verso le sette. Qualcuno a quell'ora proprio non manda giù niente e allora gli vanno date due colazioni rinforzate da portarsi dietro o qualcosa che possa magari mangiare in pullman o prima di entrare in classe. Personalmente se qualcuno mi chiede di mangiare durante la prima ora lo faccio uscire e mangiare, o mangiare direttamente al banco: l'uomo ha da nutrirsi, e la dinna pure, in particolare se sono in crescita.
Qualcuno potrebbe volere la colazione salata. La cosa, in Italia, è tuttora vista come una pericolosa stravaganza ma non tutti vanno pazzi per il rituale tanto amato nelle pubblicità del bigonciolo di caffellatte dove tuffare i frollini o le brioscine della marca di turno; e conviene dedicare qualche indagine alla questione se la creatura si mostra inappetente e magari allestirgli qualcosa, appunto,di salato. Anche la frutta non è opzione da disprezzare, di sicuro ci vogliono una buona dose di calorie piene, con dei carboidrati, dei grassi e possibilmente un po' di vitamine.
Ma l'attenzione maggiore va riservata alle due colazioni successive: non spuntini ma colazioni vere e proprie.
Non importa se la creatura è sovrappeso o convinto/a di esserlo. Non importa se ha deciso di fregarsene dei precetti islamici e di praticare il ramadan in barba alla saggia disoensa stabilita da Maometto per i ragazzi in crescita. Non importa se voi genitori siete salutisti e convinti che una mela  e un pacchetto di cracker rappresentino due opzioni valide per nutrire bene al mattino la vistra creatura, o che il dietologo di turno vi abbia detto qualche scemenza in merito: chi fa sei ore di lezione la mattina deve nutrirsi, e nutrirsi con calorie piene. Lo zucchero dell'Estathè non conta, il singolo Flauto del Mulino Bianco è piccolo, la mela o l'arancia possono essere una simpatica aggiunta, le patatine fritte non levano la fame pur contenendo un sacco di calorie e non nutrono, il succo di frutta da solo non basta, la singola bustina di cracker è POCO.
Occorrono grosse fette di torta, robusti panini al prosciutto, formaggio, frittata, roastbeef o quel che    vi pare metterci come farcia, merendine doppie, quakcisa da mangiare con i cracker, dosi robuste di ciliegie, pesche, albicocche, dolcetti, biscotti e biscottini, robusti stranci di pizza, r brioche e budini di riso o di semolino. Il ramadan e la dieta lanfaranno nel pomeriggio, se così gli gira, ma le tre colazioni mattutine devono essere abbondanti  e ben nutrineti - poi, se vogliono o se sembra così indispensabile, i ragazzi ci possono aggiungere le patatine e il tè zuccherato, ma che sia chiaro che si  tratta di giunte, non del corpo principale della colazione. Insomma il Buon Genitore deve ponderare la questione e organizzarsi, in modo da non sbancarsi e da non perderci troppo tempo, ma sempre evitando di lavarsi la coscienza dando alla prole due euro da giocarsi al distributore delle patatine fritte e delle bevande gassate, che non levano nulla, per carità, al benessere fisico della creatura ma nemmeno sono molto utili a fornire un cervello sveglio, disponibile e ben zuccherato e oliato per dedicare adeguata attenzione alla duration form o alla rotazione dei trapezi anche alla sesta ora.
Basta questo a garantire alla prole un proficuo e indolore percorso di studio?
Naturalmente no, ma aiuta, e può semplificare la vita a tutti.

Nota a posteriori: ieri sera, mentre riflettevo sulla struttura di questo post, mi sono accorta di un particolare che non avevo preso ancora in considerazione: non riguarda solo i miei alunni (che mi hanno sentito, loro e le famiglie, più volte, sviolinare su questo tema) ma ormai riguarda anche me.  Considerando la mia ormai flebile forma fisica, i tempi in cui arrivavo a scuola alle otto con due uova, un  po' di spinaci e una fetta di pane nello stomaco per poi tirare diritta senza un attimo di pausa fino alle due o magari alle sei dopo la riunione sono finiti, forse per sempre; ed è opportuno che impari a ritagliarmi le mie pause per un caffè e qualche spuntino, leggero ma sostanzioso.
Sic transit...

giovedì 27 dicembre 2018

Haeretica - Le avventure di Lady Murasaki nello stravagante e orrido Mondo dei Nutrizionisti

Naturalmente fare il nutrizionista può essere un lavoro rispettabile come qualsiasi altro: ho la massima stima&considerazione per i nutrizionisti che ho incontrato nelle mie varie peregrinazioni ospedaliere: gente seria, assai disponibile all'ascolto, impegnatissima nel calcolo delle calorie necessarie per permettermi letteralmente di arrivare a fine mese e di nutricarmi nei modi più opportuni alle mie balorde condizioni, mentalmente flessibili, ragionevoli e ben preparati.
Ho anche trovato un nutrizionista all'apparenza assai affidabile e informato su YouTube (il Nutrizionista, appunto) dai cui video ho imparato un sacco di cose, soprattutto sulle numerose zone di dubbio, di incertezza e di evoluzione degli studi che la disciplina comporta.
Ma in realtà mi riferisco all'infinità di nutrizionisti fai-da-te che imperversa nella nostra bella penisola e di cui Internet ospita solo la punta dell'iceberg, e forse nemmeno la più pericolosa.
Il punto è che diventiamo un paese di settanta milioni di allenatori della Nazionale solo in tempo di mondiali di calcio, e i nostri settanta milioni di Grandi Economisti sbucano fuori soprattutto in tempo di Documento di Programmazione Finanziaria, in Autunno, i settanta milioni di nutrizionisti non conoscono pause né ferie né stagioni morte: Essi sono sempre fra noi, lo sguardo vagamente lupestre e assai fanatico, poche e non immutabili certezze e una determinazione davvero degna di miglior causa, soprattutto se gli sveli (o non puoi nascondergli di avere) qualche problema legato all'alimentazione, fosse pure un modestissimo diabete da gravidanza.
Immaginatevi una poveretta afflitta da un malassorbimento nutrizionale come me.
Quelli che ti annunciano trionfanti l'uscita di una nuova linea di prodotti senza glutine suggerendomi di adottarla quanto prima.
"Grazie, ma non ho nessun problema legato al glutine"
Ma il glutine è sempre e comunque un fattore di irritazione!
"Ma quando mai?"
Niente, è stato stabilito che la mancanza di glutine non può che migliorare la mia vita.
Quello che ti spiega che devi assolutamente prendere latte e formaggi senza lattosio.
"Non ho alcun problema col lattosio. Si sono raccomandati che prenda il latte parzialmente scremato, ma è quello che ho sempre preso comunque".
Ma, ahimé, anche il lattosio è un fattore universalmente riconosciuto come irritante. Non solo, ma ci sono quelli convinti che il latte vada evitato in qualsiasi forma e quelli sicuri che vadano evitati i formaggi in quanto "prodotti artificiali" (e infatti contano poche decine di migliaia di anni di tradizione, nella lavorazione. Eccheccazzo, anche Polifemo faceva il formaggio!).
Poi c'è il povero burro, ingiustamente calunniato da decenni. E siamo d'accordo che, passati i trent'anni, il burro mooolto abbrustolito ti ritorna in mente e in gola a giornate intere, ma un garbatto soffritto di burro e olio extravergine di oliva ingentilisce gran copia di piatti e un garbato strato di burro fresco sul pane rallieta di sé miele, marmellata, salmone e sandwich al roastbeef e ai cetrioli.
E che dire di chi ti offre trionfante dolci senza uova, latte né burro né panna né zucchero (non sempre, ammettiamolo, di gusto sopraffino) ma fatti con amido di mais (che se non è zucchero diciamo che ci somiglia assai assai), latte e panna di soia, olio di semi e uno strano impasto burroso di semi di zucca e di girasole tritati?
Non parlerò delle povere uova, autentici frutti del demonio secondo alcuni (Ma come PUOI mangiare due uova a colazione? Fanno malissimo e sono piene di colesterolo! "Il mio colesterolo è troppo basso, si sono raccomandati che mangi molte uova e comunque col colesterolo non c'entrano un accidente". Ma è PERICOLOSO! Le uova andrebbero evitate con tutte le nostre forze!). E sorvolerò sulla povera carne rossa, particolarmente sul maiale, che in teoria andrebbe mangiata a dosi omeopatiche (e che mi sta perfino stufando un po', visto che me ne vorrebbero dare a dosi industriali).

D'accordo, in questo periodo mi sto barcamenando con un regime alimentare davvero un po' particolare e un treno diverso ogni settimana nel tentativo di capire come funziona la mia complessa interiorità, lottando per ogni singola porzione di verdura. Ma almeno sono malata e lo so, non mi impongo strane limitazioni senza motivazioni mediche solo perché qualcuno si è svegliato ieri e ha proclamato che i cavolini di Brouxelles sono il demonio mentre l'indivia belga è il Santo Graal della nutrizione.

(N.B.: nessun alimento è stato maltrattato o vilipeso durante la elaborazione dinquesto post, tranne il latte di soia che ai miei occhinesiste solo per essere insultato. Sono comunque disposta a scusarmi con lui, ove necessario)