Il mio blog preferito

domenica 5 dicembre 2021

Diario di Natale - 3 - Il presepe tradizionale, qualsiasi cosa esso sia

 

Il rapporto tra gatti e presepe non sempre è dei migliori. Tutto sommato, agli umani di questo gatto direi che è andata di lusso.

Come ho scritto nel post precedente, nonostante ami svisceratamente il Natale il presepe mi ha sempre lasciata del tutto indifferente - forse perché in casa non è mai stato fatto, forse boh.
Non c'entra il fatto che non sono cristiana: un sacco di atei dichiarati fanno il loro bravo presepe ogni anno, talvolta arricchendolo con sempre nuovi arrivi, e altrettanti vanno in giro per presepi, alcuni dei quali sono davvero molto suggestivi.
Tuttavia sul presepe mi sono fatta un bel po' di domande in qualità di storica, e mi sono pure data qualche risposta - e così è nato il presente post.

Il presepe, dunque. Quello che non è stato inventato da Francesco d'Assisi, come ci spiega Una penna spuntata, ovvero una blogger che del presepe si è occupata tantissimo e nel migliore dei modi.
In tanti e tanti proclamano fieramente "Sì, io faccio il presepe, quello tradizionale".
E allora guardiamola, questa tradizione.
Nel presepe tradizionale c'è la neve.
Neve per un bambino nato in Palestina? Mah.
La temperatura media a Betlemme in quel periodo va da una minima sugli 8-10 gradi a una massima che può raggiungere anche i 18 gradi. Di neve, manco a parlarne.
Senza contare che, quando c'è la neve, i pastori si guardano bene dal tirare fuori le pecorelle dagli ovili. A che pro, per portarle a pascolare sul ghiaccio? Figurarsi di notte, quando le povere bestie giustamente dormono.
Eppure nessun preseparo, per quanto sprovveduto, si azzarderebbe a fare un presepe senza un po' di pecorelle. I Vangeli parlano solo di pastori, in effetti. Ma le pecorelle nei presepi ci sono sempre.
Siccome c'è la neve c'è anche tutta una letteratura sul povero bambinello infreddolito, che include anche il bue e l'asinello che lo riscaldano col loro calore - e nessuno al mondo si sognerebbe mai di fare un presepe senza bue e asinello.
Ma perché il bue e l'asinello? E perché in una stalla?
E poi: siamo sicuri che ci sia di mezzo una stalla?
Gesù è nato in una stalla? O non piuttosto in una grotta o in una capanna?
Ecco, la prima cosa che deve decidere chi fa il presepe è appunto l'ambientazione. Grotta, capanna o stalla? 
E' una scelta come tante, e ognuna ha i suoi fan. Molto spesso è una scelta imposta dalla tradizione (=a casa ci piace farlo così)
Naturalmente, davanti a un evento della portata della nascita del Redentore, non ha nessuna importanza dove scegli di farlo nascere e la forza del messaggio resta comunque. Una discarica di rifiuti? Un campo profughi? Un bosco? Una fabbrica abbandonata? Va bene tutto, l'importante è che sia una sede almeno un po' disagiata: il figlio di Dio avrebbe potuto nascere senza difficoltà in un luogo caldo, ricco e sontuoso, e invece ha scelto di nascere in una situazione scomoda, perché è venuto per tutti e non solo per i ricchi, ed ha scelto di accollarsi sin dall'inizio la sofferenza degli ultimi. Un bel messaggio, che arriva facilmente e su cui è facile predicare.
Ma era davvero così disagiata, la sede in cui nacque Gesù secondo i Vangeli?
Un pochino sì, si direbbe. Più che altro, era molto improvvisata. Ed ecco la citazione da cui è impossibile esimersi, e l'unica nota "storica" che abbiamo sulla nascita di Gesù

Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. 5Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. 6Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

Nessuno mi ha mai spiegato come funziona che dovessero farsi registrare anche le donne, e che non fossero esentate nemmeno se malate o incinte. Comunque, dando per possibile che tutti dovessero andare a farsi registrare per il censimento, uomini e donne (e bambini?), si suppone che di donne incinte non ci fosse solo Maria. Possibile che non fosse stata approntata una nursery?
Chissà, magari c'era ma era già piena. Quando c'è un grosso raduno il pericolo di restare senza alloggio c'è sempre. E insomma, con una donna così evidentemente incinta qualcuno poteva pensare a darle un asilo migliore ma si sa come vanno queste cose. Di fatto Giuseppe e Maria trovarono tutto pieno nell'albergo, e qualcuno li indirizzò... boh, in un luogo con una mangiatoia. Quindi una stalla? O una capanna per il bestiame (che è un altro modo per indicare una stalla)? Oppure una grotta? 
Ci sono grotte a Betlemme?
Ce ne sono, da dare e da serbare. 
Si è mai sentito di qualcuno che alloggia in una grotta il bestiame?
Certo che sì, è un riparo come tanti. E non solo per il bestiame: un sacco di gente ci vive tuttora, nelle grotte, specie nelle zone a clima caldo, e un sacco di gente ci ha abitato, sin dai tempi più antichi: se cerchi un riparo ma non hai ancora inventato l'architettura, la grotta è una soluzione molto valida.
Comunque si trattava di un posto con una mangiatoia, segno inequivocabile che il bestiame c'era o c'era stato in altri periodi. Magari c'era una mangiatoia in più, oppure ne hanno liberata una all'ultimo momento oppure in quel periodo la stalla/grotta/capanna era vuota o in parte vuota.
Mandare l'ospite in più o arrivato all'ultimo momento a dormire nella stalla col bestiame non era affatto una cattiveria: nella stalla si stava caldi e al riparo e c'era pure il fieno come materasso. Di meglio non c'era, evidentemente, ma avrebbe potuto esserci ben di peggio.
Quindi Gesù può essere nato in una stalla, in una capanna o in una grotta, tutte e tre le possibilità sono ugualmente valide.
Maria si era portata con sé il necessario (o qualcuno glielo aveva fornito) e dunque il bambino venne fasciato, come si conveniva a un bambino appena nato, e posto in una culla di emergenza.
E tutta la retorica sul bambino che nasce in povertà?
Insomma, direi che ci può stare. A casa sua sarebbe stato più comodo. Tra l'altro non risulta da nessuna parte nelle fonti ufficiali che Giuseppe fosse particolarmente povero (e nemmeno che fosse un falegname, a dirla tutta).

Ma continuiamo con la grotta. Da dove salta fuori, visto che nei Vangeli non se ne parla?
Dai Vangeli apocrifi, ovvero quel gruppo di scritti che non sono stati inseriti nella Bibbia pur parlando di Gesù perché ritenuti inattendibili (oppure perché contraddicevano i Vangeli, che è più o meno la stessa cosa dal nostro punto di vista).
Cosa ha di particolare la grotta, legata alla nascita di un dio?
Parecchio. Grotte e dei sono collegati in molti casi, anzi nelle tradizioni mediterranee mettere un dio in una grotta o farcelo nascere era un classico. Le grotte si addicono agli dei, vuoi per la nascita e vuoi per il tempo dell'allattamento.
Tanto per citare i primi nomi che vengono in mente, Zeus venne portato in una grotta dopo la nascita e allevato in gran segreto perché Kronos non si accorgesse che la moglie l'aveva ingannato, e per nutrice ebbe la celebre capra Amaltea. Poi c'è Dioniso, un dio che è stato sacrificato smembrandolo (e pure mangiato) appunto in una grotta in una delle decine di versioni sulla sua nascita e prima infanzia. E nelle grotte gli dei venivano venerati, con altari e tutto quanto - per esempio il dio Mitra. 
Insomma, per un dio la grotta era un posto assai adatto per nascerci, vivere, morire (smembrato) e poi rinascere. Un luogo assai mistico e niente affatto sconveniente. Un po' esoterico, magari, ma alla fine una tradizione esoterica c'è anche per il Figlio di Dio. Insomma, la grotta è un po' più pagana della capannuccia ma nello stesso tempo anche più internazionale.
Poi, certo, c'è anche chi mette la capannuccia all'imboccatura di una grotta ma secondo me esagera.

Infine, qualche parola sul bue e l'asinello (pure questi attestati solo negli apocrifi).
L'asino, che noi insegnanti siamo soliti evocare a sproposito confrontandolo con taluni alunni non sempre molto studiosi, è animale dalla simbologia complessa ed è stato anche visto come simbolo di regalità. In tutti i casi Gesù entra a Gerusalemme a cavallo di un asino, e la cosa può essere interpretata in molti modi, compreso quello di una rivendicazione di regalità. Sta di fatto che quelli che lo acclamano al suo passaggio non sembrano trovare nulla di sconveniente o inadeguato nella scelta della cavalcatura.
Quanto al bue, diciamo che il maschio bovino si ricollega a una grande quantità di divinità dei bei tempi andati. Zeus, per dirne uno, e il suo forse fratello e forse figlio Dioniso. E poi c'è la casa reale di Creta e il dio Mitra, il sol invictus, che ha come animale sacro un toro (regolarmente ammazzato, per altro, nel corso del rito). La cultura mediterranea ha davvero molto da raccontare sulla regalità e la divinità dei bovini,. e non parliamo delle giovenche.
Insomma come aiutanti, nella primissima e potenzialmente critica fase della sua vita, Gesù si sceglie due animali piuttosto blasonati.
Blasonati o meno, comunque, in una stalla potevano esserci eccome.

Dunque: capannuccia, stalla o grotta a scelta del preseparo, l'importante è che ci sia una mangiatoia e che il bambino sia fasciato.
Il bue e l'asinello non sono attestati, ma pur sempre possibili.
La stella cometa forse non era una cometa ma di sicuro era una stella. E comunque un punto-luce ci vuole anche nel presepe. I re Magi arrivano dopo, ma comunque va benissimo metterli con un po' di anticipo.
L'Angelo ci può stare, dopotutto se ne parla anche se nessuno dice che si accampò nella zona per tutto il tempo delle feste - e in effetti nessuno ci dice nemmeno che sia andato via subito dopo aver dato l'annuncio ai pastori.
La neve la mettiamo tra le licenze poetiche: dov'è nato Gesù non c'era, ma in un sacco di posti cristiani intorno al 25 Dicembre la neve non manca, quindi vada anche per i fiocchi di ovatta. 
I pastori sì, perché li mette il Vangelo. 
Le pecore servono a fare un po' di scena, come tutto il resto, il moltissimo resto che resta e che piace tanto ai bambini (e ai cosiddetti adulti, anche).
Ed ecco pronto un perfetto presepe, tradizionale anche nella sua illogicità.

blogmas 2021 creato da lacreativeroom.com

sabato 4 dicembre 2021

Diario di Natale - 2 - Ricordi spiccioli del Natale degli anni 60 (con un po' di anni 70)



Da bambina avrei molto apprezzato a Natale un salotto come quello della foto. Inutile (forse) dire che non solo non l'avevo, ma che non l'aveva nemmeno nessuno dei nostri amici o parenti.
Non solo perché i caminetti, all'epoca, c'erano solo in campagna.
Non solo perché le candele non erano particolarmente associate al Natale, e in giro si vedevano solo candele rosse a tortiglione che la cera non l'avevano mai vista nemmeno di lontano.
Il vero punto era che i gadget natalizi erano ben pochi e al pranzo ci si limitava a tirare fuori il servito buono e il panettone era servito su un tradizionalissimo vassoio da dolci rotondo.
Insomma, era proprio l'andazzo della casa che non si prestava a quei begli scenari ipernatalizi che oggi usano tanto e che dalle Alpi in su erano del tutto consueti dalla notte dei tempi.
Erano i gioiosi e tanto amati anni 60, e l'arredamento che andava per la maggiore era decisamente geometrico ed essenziale. I miei, in particolare, andavano pazzi per lo "stile svedese", definizione con cui all'epoca veniva indicata una curiosa commistione di acciaio, legno verniciato e plastica, rigorosamente squadrati e spigolosi (e che dubito molto usasse in Svezia).
Siccome i miei genitori frequentavano soprattutto intellettuali e artisti legati alle avanguardie (la molto tradizionalista Firenze all'epoca era all'avanguardia in tutte le avanguardie) velluto e tessuti erano a malapena tollerati - giusto il minimo indispensabile per i divani - i cuscini scarseggiavano e tutti si ritenevano in dovere di ricoprire i loro tappeti con stuoie di cocco. L'albero di Natale, di solito rigorosamente abbinato al presepe, faceva la sua brava figura, ma l'insieme della stanza non era molto natalizio.
All'epoca Natale cominciava più tardi. Le prime pubblicità apparivano sui giornali a Dicembre ormai avviato e le vetrine natalizie arrivavano solo a metà mese, quando anche a scuola ci si cominciava a dedicare ai lavoretti natalizi che spesso comprendevano un grande uso di quella che era chiamata "porporina" ma non era affatto di color porpora anche se, all'occorrenza poteva anche essere di un viola porpora - si trattava insomma di brillantini in polvere incollati sui biglietti di auguri tramite la leggendaria colla Coccoina. I miei biglietti di auguri non venivano mai granché bene, ma io adoravo comunque la porporina, come tutto quello che sbrilluccicava.
Le decorazioni luminose per la strada arrivavano anche loro un po' più tardi di adesso ma duravano un po' di più degli alberi e delle vetrine e di solito le smontavano solo dopo l'Epifania. Usavano molto i colori psichedelici e andava parecchio il rosa e il verdolino. Però era tutto molto metallizzato e questo mi piaceva.

L'albero di Natale era qualcosa che veniva fatto soprattutto "per i bambini", e una volta che questi erano cresciuti veniva abbandonato senza rimpianti. Così purtroppo avvenne anche a casa mia e di parecchi miei amici, alla fine delle medie. Io però non ero molto contenta, e qualche anno dopo cominciai a comprarmi ogni anno qualche addobbo che mi appendevo in camera, mentre quelli usati a suo tempo per l'albero restavano nel sottoscala ad accumulare polvere; quando anni dopo vennero tirati fuori, al momento della spartizione, la maggior parte risultò inservibile. Comunque conservo ancora una pallina di plastica ormai di un dorato molto sbiadito che un tempo era decorata a renne e che appendo solennemente all'albero ogni anno.
I nostri alberi erano qualcosa di grandioso, e solo alcuni amici con ricche ville ed enormi salotti potevano sfoggiare qualcosa di vagamente paragonabile. Tre metri e mezzo di altezza, e ci voleva la scala per decorarlo tutto. Il puntale veniva messo dal ballatoio della scala che portava in mansarda. Per decorare alberi del genere ci vogliono addobbi in quantità industriale, ma noi ne avevamo - sei ghirlande di luci, tanto per cominciare. A quei tempi (e per molti anni a venire) le luci avevano le loro forme: c'erano ghirlande di fiori e di piccoli alberelli di Natale, campanelle di zucchero, fiori di ghiaccio, pupazzetti di neve eccetera. Le nostre (a parte i fiori di ghiaccio che comprai personalmente) erano... astrette: strani cosi di vetro da palline che ogni tanto si rompevano e quanto al grado di sicurezza... uhm, diciamo che far saltare l'impianto infilando la spina delle luci dell'albero era un classico dell'epoca. Adesso è quasi impossibile trovare altro che lunghissime ghirlande di punti-luce, anche se all'Ikea ogni tanto si ostinano a mettere in vendita delle ghirlande vere.

Come ho già scritto, a quell'epoca Natale era una festa breve, che cominciava tardi e finiva presto. L'albero di Natale era montato la sera della Vigilia, come nella prima scena dello Schiaccianoci, e raramente resisteva fino a Capodanno salvo qualche caso in cui organizzavi la festa a casa tua invece di andare dagli amici. Un anno però, forse per forza d'inerzia, lo tenemmo fino all'Epifania e ricordo che apprezzai molto.
C'era il suo perché: erano alberi veri e anche se il profumo di resina era molto piacevole, dopo qualche giorno cominciavano a spelare e c'era da spazzare tutto intorno - nel caso di un albero di tre metri e mezzo, naturalmente, c'era da spazzare parecchio. Ma vuoi mettere la soddisfazione?

A casa mia eravamo "liberi pensatori", o almeno questa fu la definizione che mi diede mia madre; in effetti ai miei non sarebbe mai venuto in mente di definirsi atei ma con la Chiesa non avevamo assolutamente nulla a che fare. Il Natale era molto apprezzato, ma era considerata una festa che non aveva alcun aggancio con la religione. Non ricordo che intorno a me nessuno insistesse sul fatto che si doveva essere più buoni, era una festa e basta. E mi compravano un sacco di regali che mettevano sotto l'albero, senza incartarli, ma nessuno si aspettava che anch'io regalassi qualcosa. Con gli anni cominciai comunque a fare dei piccoli pensierini, anche se la mia vera preoccupazione era fare i regali alle amiche (e riceverli, naturalmente). Mi piaceva fare i pacchetti e finii per sviluppare una certa abilità, tanto che ai tempi del liceo ero ormai diventata  l'incartatrice ufficiale di casa (all'epoca i commessi si offrivano sì di fare i pacchetti, ma venivano fuori delle cose molto mence, al contrario di adesso: carte bige a quadrettini con nastrini scuri, cose così).

Per il pranzo di Natale nella mia zona l'antipasto classico erano (e sono) i crostini di fegatini di pollo, e per vedere una tartina qualsiasi e non parliamo di quelle al salmone sono dovuti arrivare gli anni 80; tartine o meno, comunque, i crostini sono rimasti e restano un baluardo irremovibile di qualsiasi pranzo di Natale in famiglia, nel contado fiorentino.
Siccome la Toscana non ha una particolare tradizione di dolci di Natale finimmo per importare quelli degli altri, anche grazie a una certa opera uniformatrice della televisione. I panettoni erano rigorosamente industriali e solo verso la fine degli anni 70 entrò in scena Sua Maestà il Pandoro, mentre i fornai e le pasticcerie cominciarono a sfornare panettoni "artigianali", che in realtà erano semplicemente dei panettoni fatti bene e senza conservanti e infatti mancavano completamente di quel lieve retrogusto di detersivo che caratterizzava i vari Motta, Alemagna e Wamar. Insieme al panettone arrivarono in tutta Italia anche ricciarelli e panforte, che però non sono affatto dolci di Natale ma semplicemente dolci molto buoni che i senesi mangiano (giustamente) tutto l'anno - anzi, a ben guardare all'inizio c'era solo il panforte, i ricciarelli arrivarono un po' più tardi e finirono per migrare anche verso la Pasqua. 
Dopo i dolci della televisione comunque arrivava sempre il classico dei classici della nostra zona, ovvero vin santo e cantuccini con le mandorle da inzupparci dentro - che dopo un finale a base di panettone, panforte e datteri innaffiati di spumante finiva di stendere gli adulti, mentre i bambini prendevano qualche fetta supplementare di panettone e guardavano con scarso entusiasmo il vin santo (anche se i cantuccini con le mandorle avevano i loro bravi estimatori anche tra i piccoli). Mantenevano una certa diffusione anche i fichi secchi farciti con noci e mandorle: erano considerati un po' popolari (del resto lo erano), ma piacevano tanto...
Di biscottini a forma di albero di Natale, voul au vent a forma di stella cometa e biscotti alle spezie non c'era nemmeno l'ombra dell'accenno di un sospetto. 

All'epoca rimaneva un certo spleen dopo Santo Stefano perché "ormai era già tutto finito": Capodanno era una festa rigorosamente per adulti e la Befana venne smantellata senza pietà (e senza alcun rimpianto da parte mia). Adesso invece le feste, com'è giusto, durano due settimane piene e il senso del rimpianto per qualcosa di troppo breve è completamente sparito, rimpiazzato da una certa disponibilità a ritornare alla vita normale dopo due settimane di bagordi e da un rinnovato amore per i brodi di verdura leggeri e le porzioni ridotte di pasta.

blogmas 2021 creato da lacreativeroom.com

venerdì 3 dicembre 2021

Diario di Natale - 1 - Paperino e il ventino fatale

 

Siccome sotto Natale anch'io, come tutti, non ho assolutamente nulla da fare e anzi dispongo di tempo libero in quantità davvero sovrabbondante, ho deciso di associarmi a una catena di Blogmas, ovvero di blog temporaneamente dedicati al Natale.
A dire il vero fino a due giorni fa ignoravo totalmente l'esistenza di questa nobile istituzione, e ne sono venuta a conoscenza solo grazie a Dolcezze, che a sua volta si era associata e lo comunicava in un grazioso post dedicato a un calendario dell'Avvento alternativo da lei confezionato in uno dei suoi molti momenti liberi (perché anche lei non ci ha nulla da fare, particolarmente da un anno a questa parte). 
E visto che questo blog è un diario, trasformarlo in Blogmas è piuttosto semplice: mi basta appunto scrivere un po' di post dedicati a Natale.
Argomenti non dovrebbero mancarmene: Natale a scuola, i miei ricordi di Natale, le letture di Natale, il vaccino di Natale, le compere di Natale (sperando che smetta di piovere perché andare per mercatini di Natale sotto la pioggia che viene giù a torrenti davvero non è cosa), e via nataleggiando.
Visto che oggi è Venerdì e se il Venerdì del Libro esistesse ancora farei probabilmente un post sulle mie letture, comincerò con una delle mie storie di Natale preferite: Zio Paperone e il ventino fatale.
Cominciamo con le note filologiche: la storia è stata scritta e disegnata nel 1951 dal grandissimo Carl Barks e il titolo originale è "A Christmas for Shacktown". In italiano conta una gran collezione di titoli, tra cui Paperino e il ventino fatale e Paperino e il trenino della felicità ed è stata ristampata qualche decina di volte nelle più varie edizioni e collane. In rete appare e scompare ma in questo momento è disponibile ed è pure in versione colorizzata. 
Per chi invece vuole approfondire la questione con notizie sui vari seguiti della vicenda, commenti critici e altro, la rete offre anche questo.
Io invece la lessi in bianco e nero in un adorabile Oscar Mondadori intitolato Vita e dollari di Paperon de' Paperoni che contava prefazioni di Dino Buzzati e Mauro Gentilini e che presentavano il papero miliardario sin dalla sua prima apparizione nel Canto di Natale della Disney (altro classico natalizio); e, ora che ci penso, quell'Oscar mi è stato regalato proprio a Natale quando ero bambina. Mi piacque moltissimo sin dalla prima lettura ed è una di quelle storie fatte così bene che il messaggio arriva assolutamente completo qualsiasi età abbia il lettore.

Paperopoli, scopriamo, ha anche una baraccopoli (schack significa appunto "baracca", ma in italiano venne tradotto con la geniale denominazione di "Sobborgo Agonia") abitata da personaggi che sembrano usciti di peso dalle più tristi pagine di Dickens o, visto che siamo in America, di Alcott: bambini poveri e stracciati, genitori poverissimi e malandati, sorrisi anemici e carichi di sofferenza, tanto freddo e parecchia fame arretrata. E' un mondo parallelo alla prospera e benestante città che siamo abituati a conoscere e quando Qui, Quo e Qua lo attraversano per caso tornando da scuola, un giorno in cui manca poco a Natale,  si sentono come tre grassi porcellini.
Nei tre giovani paperi scatta la solidarietà verso i loro coetanei che per Natale non si aspettano niente perché consapevoli che niente c'è da aspettarsi. Per Paperina, che per tutto il racconto gira con colbacco e manicotto di pelliccia, è invece "un'occupazione per le dame del suo club" che hanno così una buona occasione di dedicarsi alla raccolta dei fondi mediante collette, vendite di beneficenza e tutto quell'armamentario da dame di carità che all'epoca era ancora molto diffuso (anche se in Italia lo conoscevamo soprattutto dai romanzi perché da noi la beneficenza è sempre stata gestita in modo piuttosto organizzato dalla Chiesa e dallo stato). Per Paperino infine è una scocciatura in più visto che lui si ritiene povero - e a livello di disponibilità liquida ha pure ragione. Per Paperone, infine, si tratta di roba che non lo riguarda, anche se alla fine i suoi insopportabili parenti gli riescono a strappare venticinque dollari, che scucirà però solo se tutti gli altri paperi gli dimostreranno di averne raccolti altri venticinque.
La raccolta di quei venticinque dollari necessari, insieme a quelli di Paperone, per comprare un trenino ai bambini del sobborgo Agonia (il pranzo di Natale è stato infatti finanziato delle dame del club di Paperina, ma tutti sono consapevoli che per rendere felici i bambini poveri il pranzo non basta e ci vuole anche un regalo) occupa una buona parte della storia ed è ricca di colpi di scena; tutti si danno da fare a modo loro: Qui, Quo e Qua raccolgono la loro parte spalando la neve dei vicini (un altro tratto che mi affascinò per il suo sapore esotico, visto che a Firenze bambini di buona famiglia che spalavano la neve per denaro non ce n'erano, e non solo perché la neve scarseggiava), Paperina vende un merletto, Paperino invece raccoglie i suoi in modo molto travagliato e ci riesce solo grazie a una comparsata di Gaston de' Paperoni, che appare come guest star - ma alla fine tutto si sistema, i soldi finalmente ci sono e la vicenda sembra ormai incamminata verso un finale molto edificante quando... improvvisamente l'intero contenuto del deposito di Paperon de' Paperoni sprofonda in una voragine senza fine da cui è assolutamente impossibile tirarlo fuori - come attestato da una lunga pergamena intitolata "Resoconto sull'immane sciagura di Paperon de' Paperoni", che ripensandoci è stata la prima pergamena della mia vita.
Ci riusciranno però le Giovani Marmotte, in una delle loro prime e memorabili comparse, grazie ad un trenino; chiaramente il trenino recupererà il denaro con i suoi tempi (172 anni, 11 mesi, 3 settimane e 4 giorni) ma nel frattempo col primo carico ha portato centomila dollari per i giovanissimi paperi, che potranno così pagare un Natale davvero sontuoso ai loro coetanei del Sobborgo Agonia.

Lettura e visione consigliatissima per l'avvincente trama ricca di colpi di scena ma anche per l'ambientazione e la trama davvero insolita. Di fatto, è una storia estremamente natalizia dalla prima tavola all'ultima ed è dedicata proprio alla preparazione del Natale più che al Natale in sé. E non è forse l'attesa del Natale parte integrante del Natale?

blogmas 2021 creato da lacreativeroom.com

martedì 30 novembre 2021

Timeo Argo et meliora ferentes (Temo Argo soprattutto quando apporta migliorie)


 All'interno, il registro Argo funziona più o meno così

I colloqui con i genitori in rete sono comunque piuttosto pasticciati, ma a St. Mary Mead abbiamo adottato una procedura decisamente bizantina: gli sventurati autori dei nostri alunni si prenotano su Argo, che provvede a mandarci apposita mail che ci avvisa.
Gli insegnanti poi ricevono sulla piattaforma Meet, dove ognuno ha aperto una Classroom allo scopo, e dove ogni settimana indica chi riceve e a che ora. Il genitore quindi si prenota su Argo e viene ricevuto altrove, per la cronaca in un Altrove che per noi è ormai diventato una seconda casa, ma dove lui/lei non ha particolare dimestichezza. 
Arrivato lì deve scoprire dove deve pigiare per entrare nella chiamata. Alcuni, non so perché, aspettano l'invito e mandano a dire che non sono stati invitati. Altri entrano al momento sbagliato - e viene il sospetto che da qualche parte ci sia qualcosa che non funziona come dovrebbe, perché nei due anni passati questi problemi non c'erano.
Argo comunque è un Bravo Registro e ogni tanto cerca di migliorare (di solito con effetti disastrosi); l'anno scorso ad esempio decise di occuparsi lui di gestire i compiti assegnati (prima li scrivevamo noi alla data in cui li volevamo) e il risultato, per molte settimane, fu che nessuno vedeva alcunché finché qualcuno scoprì una tecnica piuttosto complicata che permetteva di visualizzare gli agognati compiti. Quest'anno invece ha fatto una miglioria per cui dal telefono i compiti non si vedevano più e stiamo ancora aspettando che rimedi. L'ultimissima modifica ha fatto sì che inserire i voti diventasse lungo ed estremamente laborioso, e comunque anche quello non si poteva fare per telefono (a onor del vero, quella l'hanno rimediata in sole due settimane). 
Comunque sia, tutte le volte che appare la malefica finestrella che ci annuncia che Argo si è migliorato, tutti noi abbiamo imparato a tremare e ogni volta mi rallegro vieppiù di fare tutto via computer (ma, insomma, visto che al contrario di me la stragrande maggioranza delle persone fa quasi tutto col telefono, magari Argo potrebbe decidersi a prenderne atto, mi sembra).
L'ultima geniale trovata è uno strano meccanismo per cui si può annullare un appuntamento del ricevimento.
E magari si potrebbe essere portati a pensare che annullare un colloquio può essere una comodità. Di fatto, è sempre stato possibile, com'è giusto che sia.
Argo però ha deciso di annullare anche i colloqui già avvenuti. Mi ero già un pochino insospettita quando, tre giorni dopo il ricevimento, mi era arrivato l'avviso che i genitori di Dotto avevano annullato il colloquio - che si era svolto appunto tre giorni prima ed era anche stato lungo e proficuo.
"Che senso ha annullare qualcosa che è stato già fatto?" mi ero chiesta perplessa. Ma si sa, le stranezze della vita sono tante.
Oggi però, avvisata che i genitori con cui avevo finito di parlare mezz'ora prima avevano pure loro annullato il colloquio mi è sorto il sospetto che la colpa sia di Argo e non del genitore improvvisamente uscito di senno (per quanto, ad avere spesso a che fare con Argo, uscire di senno è cosa assai probabile). 
Chissà, magari gli manda qualche avviso incomprensibile e lo sventurato genitore pigia un tasto a caso per cancellarlo. Oppure, poveraccio, magari pigia quello giusto ma qualche contorcimento interno di Argo lo trasforma in un ordine di cancellazione.
Perché non è possibile che tutti 'sti genitori siano presi dalla fissazione di annullare colloqui già fatti. Voglio dire, d'accordo che c'è tanta gente che si annoia e non sa come passare il tempo, ma insomma...

Forse sarebbe il caso di aprire una raccolta firme per convincere i tecnici di Argo a prendersi una lunga e meritata pausa di riposo e smetterla una buona volta di far danni?

lunedì 29 novembre 2021

Lunedì Film - Lezioni di sogni (film per le medie)


Nel 2011 uscì, abbastanza alla chetichella, questo grazioso filmetto tedesco di cui non avevo assolutamente sentito parlare prima di due settimane fa, quando una collega di Inglese mi chiese, visto che la sostituivo per un'ora in Terza, di "finire di farlo vedere ai ragazzi". 
I ragazzi in effetti gradirono molto, ma anch'io, e la settimana dopo l'ho scodellato alla Seconda Insopportabile ottenendo se non altro una completa e pietrificata attenzione per novanta minuti.
Si tratta di una produzione semplice, senza grandi effetti speciali e racconta una storia vera, anche se riadattata e con tanti risvolti interessanti. Anche il titolo è semplice: "Il grande sogno". Perché in italiano l'abbiano trasformato in un corso di psicanalisi o di divinazione non mi è chiaro, ma si sa che la distribuzione ha le sue ragioni che la ragione talvolta fatica a comprendere.

Germania, 1874, più esattamente bassa Sassonia.
Appunto, Germania: il paese è stato appena riunificato, dopo aver fatto polpette del Secondo Impero francese. Il nazionalismo è alle stelle, il militarismo pure, il patriottismo imperversa per ogni dove. Ciò che è tedesco è buono per definizione, il resto è spazzatura - in ispecie la perfida Albione, terra provinciale e decadente ma che aveva messo su un colossale impero coloniale.
In un liceo tedesco di mentalità assai chiusa il Preside, che avrebbe l'intenzione di ampliare un po' l'orizzonte, chiama un bel giovane per insegnare lingua inglese - e già questa è una sperimentazione con i fiocchi, guardata con una certa diffidenza. A cosa serve conoscere l'inglese, quando già si conosce lo splendido e meraviglioso tedesco?
Il docente di inglese, Konrad Koch, ha un passato ibrido perché ha fatto i suoi studi in Inghilterra e ha finito per apprezzare molte cose di quel paese di "bevitori di tè".
I giovani scolari, imbottiti di propaganda nazionalista, ostentano un gran disprezzo per tutto ciò che è inglese. Il bel docente decide perciò di aggirarli con una manovra assai abile, coinvolgendoli in un nuovo sport, qualcosa di mai visto: sì, il football, da noi detto "calcio".
I ragazzi impazziscono per il calcio e cominciano a studiare inglese come tanti castori (ammesso che i castori studino inglese); e giocano, giocano e ancora giocano.
Scoppiano le polemiche e monta il malcontento: prima tra gli insegnanti, a partire da quello di Scienze Motorie, che non capisce perché i ragazzi non si applicano invece agli anelli e al cavallo; poi tra i genitori, che disapprovano tutto quell'anglico ciarpame; alla fine, perfino la stampa locale si mobilita: il calcio è uno sport decadente, e inevitabilmente travierà il nobile sostrato germanico dei fanciulli in crescita. Il calcio è tossico, immorale, sovverte i sani principi - soprattutto il calcio è inglese, e non è nato in Germania, e dunque non può portare a niente di buono.
Infine la scuola decide di proibire il calcio all'interno delle sue mura ma i ragazzi, al grido "calcio o morte!", dopo un primo, modesto tentativo di scansare il divieto giocando a calcio in un parco cittadino, messi alle strtette decidono di chiedere una Commissione Ministeriale che esamini dal vivo la nuova materia e decida se è praticabile dai giovani senza fargli perdere il contatto con le proprie radici, o se addirittura non possa essere ammesso come "attività didattica aggiuntiva", magari in qualche club dedicato.
Con abile scelta, il film non scende nei dettagli ministeriali ma si limita a chiudere in un'atmosfera di festa - tanto gli spettatori sanno benissimo, tutti, che oggi la Germania gioca a calcio e a nessuno che guardi una delle tante finali di europei o mondiali dove la nazionale tedesca è impegnata verrebbe in mente che calcio e spirito germanico siano in qualche modo incompatibili.

Diversi sono gli spunti che il film può offrire a una scolaresca, per quanto indomabile. 
Il modello scolastico, per esempio. Non ci sono solo le bacchettate e le punizioni particolarmente rigide (dove "rigide" sta per "sadiche" e volendo può sostituire pure altre parole di uso comune che cominciano per S e continuano con il nesso consonantico TR), ma anche l'inno tedesco cantato ogni mattina all'inizio delle lezioni o le esercitazioni di marcia militare nel cortile della scuola. 
Oppure il calcio come sport di squadra che fonde improvvisamente la classe infida e litigiosa in un mirabile esempio di solidarietà di gruppo - una qualità che un governo guerrafondaio ha tutto l'interesse a coltivare, e non è escluso che la commissione che alla fine approva quella "nuova materia didattica integrativa" non abbia dato un certo peso a questo aspetto.
Ma anche la sempiterna tendenza a considerare qualsiasi cosa venga apprezzata dalle nuove generazioni come corrompente, corrosiva e decadente (tendenza che data come minimo al II secolo a. C. quando a Roma si affermò il decadente e perverso Circolo degli Scipioni).
Poi la nascita dell'industria tedesca, che porta alla ribalta una nuova mentalità molto diversa da quella aristocratica (personalmente ho trovato delizioso il rapporto tra padre-imprenditore e figlio-futuro imprenditore, così ricco di sottintesi, dove il padre decide di lasciar fare al figlio che vuole avviare una produzione di palloni da calcio all'insegna di "questi giovani ne sanno una più del diavolo, vuoi vedere che?") con tutti i conflitti sociali che si porta dietro e la paura del socialismo che incombe.
Infine, e sopra a tutto, la Glorificazione di Sua Maestà il Calcio.

Caldamente raccomandato per Seconde e Terze. Per trovarlo, anche se non è molto famoso, non ci sono problemi, basta una visita su YouTube:

domenica 28 novembre 2021

Quarantene veloci e come praticarle

In questo caso, lo stiamo dicendo in parecchi

La sera di Giovedì, verso le sette, mi arriva una mail dal padre di Carl Palmer: "ci hanno informato che Carl è stato messo in quarantena."  A seguire, la solita richiesta per la Didattica a Distanza.
Mando tosto celere risposta dicendo che se ne sarebbe parlato a partire da Lunedì, considerata l'ora, e ancor più tosto mando avviso di tutto ciò ai colleghi del Consiglio di Classe.
Dieci minuti dopo arriva la prima telefonata, da Arte "Ma è positivo?" mi domanda "Perché sai, ieri ero in classe con lui e siamo stati abbastanza vicini..."
"Immagino che mi avrebbe avvisato se il figlio fosse stato positivo. Direi che è un contatto di contatto, così, a occhio".
Altri dieci minuti e Tecnologia mi chiama con lo stesso dubbio e la stessa perplessità perché "sai, disegnando insieme capita di avvicinarsi, magari gli guido la mano...".
La rassicuro come posso e poi mi metto a pensare. In effetti la mail del padre è un po' strana. Di solito mi spiegano come e perché il figlioletto va in quarantena: la squadra di rugby, il gruppo di karate, il corso di danza... E se c'è un tampone positivo dicono sempre, e senza infingimenti, che il figlio è positivo.
Del resto, perché dovrebbero nascondercelo?
Qui sembra che la notizia sia piovuta dall'alto "Salve, oggi abbiamo deciso che suo figlio è in quarantena. Così, senza un perché, giusto per scocciarvi un po'.".
Boh?

La mattina dopo trovo la Referente Covid che schiuma e ribolle.
"In Segreteria sono degli idioti!" mi dice a mo' di saluto.
Beh, che in Segreteria siano idioti è cosa nota. Ma per quale dei moltissimi motivi che ormai da anni la segreteria ci ha dato di pensare che siano idioti...
"Abbiamo due ragazzi dello stesso nome, uno alle elementari e uno alle medie. Quello delle elementari è positivo, quello delle medie, per quanto se ne sa, è sano come una lasca" ruggisce la Referente Covid (che è persona comunque piuttosto irritabile, e figurarsi da un anno e mezzo a questa parte).
Del resto, Carl Palmer è un nome molto comune, almeno qua in Toscana.
"Buon per lui, ma allora..."
"E allora hanno messo in quarantena il ragazzo sbagliato, e l'altro stamani era a scuola prima che riuscissi a farlo mandare via!".
Interessante.
"E quindi adesso dovremmo avvisare..." azzardo io.
"No, adesso faccio avvisare dalla Segreteria. E tu raccomandati  con la famiglia che Lunedì Carl arrivi senza nessunissimo tipo di giustificazione, perché c'è un limite a tutto!".
In effetti, mi sembra il minimo.

La Referente Covid se ne va, avvolta da una spessa nuvola di fumo e livore.
Quanto a me, prendo il primo computer disponibile e scrivo la buona novella ai colleghi del Consiglio.
E dentro di me, sconfortata, medito che non le fanno più, quelle belle quarantene di un tempo. Ormai durano poco, sempre di meno, quasi un batter di ciglia.
E a volte non cominciano nemmeno.

venerdì 19 novembre 2021

Le Baccanti - Euripide


La tragedia greca, come la conosciamo, era rappresentata all'interno delle feste dedicate a Dioniso. Raccontare quindi una storia su Dioniso e la nascita del suo culto in una tragedia greca è un po' come fare un film che racconta di gente che fa un film, oppure un lavoro teatrale che racconta di gente che allestisce un lavoro teatrale o un'opera che racconta di gente che allestisce un'opera - praticamente una tragedia al quadrato.
"Tragedia", come mi hanno insegnato al liceo, deriva da due parole greche che significano rispettivamente "canto" e "capro".
Canto del capro? Canto per il capro? Canto in onore del sacrificio del capro?
Non si sa, o almeno non si sapeva con certezza quando ho fatto il liceo.
Il capretto era l'animale sacrificale per eccellenza da consacrare a Dioniso, che a sua volta era stato un dio sacrificale e pure sacrificato: un dio che muore smembrato e poi rinasce. 
Ma anche il dio dell'ebbrezza, dell'estasi dionisiaca (che è un tipo particolare di estasi) e del delirio mistico. Un dio che è anche un alterfaccia di Zeus (e da Zeus appunto è stato generato, per meglio confonderci le idee). Ma non ha niente a che fare col dio dei morti.
E' anche il dio del vino, che dà gioia agli umani e sollievo alle loro pene.
Figura complessa, senza dubbio. Non a caso i suoi riti erano "misteri": la parola per tutto quello che ci sconcerta perché non lo capiamo è stata inventata per lui.
Cosa succedeva nei riti dionisiaci?
Non lo sappiamo, perché erano segreti (di nuovo, per meglio confondere le idee ai posteri, immagino).

L'unica tragedia che conosciamo dedicata a Dioniso è stata scritta da Euripide prima di morire all'incirca di vecchiaia (andava ormai per gli ottanta). Suppongo che sia morto proprio per evitare di dare spiegazioni su qualcosa di inspiegabile.
Si intitola Le Baccanti.
In una tragedia greca il titolo è dato dal protagonista, oppure dal coro (il coro de Le Trachinie per esempio è formato da donne della città di Trachis) e qualche volta anche dalla vicenda (per esempio Edipo a Colono che racconta cosa fa Edipo quando arriva a Colono). Nel caso delle Baccanti il titolo corrisponde a tutte e tre le possibilità: la storia racconta un rito dionisiaco (dove le baccanti avevano gran parte), il coro è composto da baccanti e sono loro le protagoniste della vicenda perché oltre che cantare nel coro fanno anche parecchie altre cose.
La vicenda di questa tragedia è, appunto, un lungo canto in onore del sacrificio di un capro, e il capro canta parecchio e cantano parecchio anche parlando di lui (le tragedie erano, almeno in parte, cantate). 
L'inconsapevole capro sacrificale è Penteo, eletto a questo nobile incarico sin dall'inizio e abilmente condotto da Dioniso brano per brano (della tragedia) fino al punto in cui le baccanti lo faranno, appunto, a brani. 
L'officiante è Dioniso in persona, che lavora sotto falso nome per portare Penteo in trappola.
A sbranarlo saranno tutte le baccanti, ma prima tra tutti la madre di Penteo.
Mai si vide e mai, credo, si vedrà tragedia più tragedia di così.
Piccolo particolare aggiuntivo: Penteo, sua madre eccetera sono tutti parenti di Dioniso.

Dioniso è l'unico dio che Euripide manda in scena. Ufficialmente ne manda in scena molti altri, ma sono figure abbastanza scialbe e mai, assolutamente mai, fanno qualcosa di commendevole. A Euripide, in sostanza, gli dei stavano antipatici. Gente irritabile e irritante, che tiene il muso per un nonnulla, ordina sacrifici a destra e a manca e alla fine passa a spazzare via i resti. Capuffici annoiati, in sintesi.
Dioniso è, decisamente, qualcosa di diverso. Prima di tutto sta in scena un sacco di tempo, partecipando direttamente alla vicenda e dirigendola punto per punto. Ma soprattutto è un vero dio: grandioso, terribile, orrendo, potentissimo e comunque posto su un piano del tutto incomprensibile per un mortale, anche quando gioca a fare il bel ragazzino smanceroso. La catarsi certo non manca - mai tragedia fu più catartica di così - ma lascia addosso un senso di paura tutt'altro che spiacevole: quella paura che nasce davanti a qualcosa di incomprensibile e bellissimo.

Il coro canta canti splendidi, ma del tutto folli: le baccanti sembrano del tutto incapaci di seguire un filo logico che intessa un accidente di discorso senza contraddizioni interne di dimensioni enormi. Chiaramente, la coerenza del discorso è l'ultimissima delle ultime cose che può interessare una baccante. Sono in un rito dionisiaco, che vuoi coerentare? Si insegue un'impressione, poi un'altra, e un'altra ancora, in una follia grandiosa, e alla fine il lettore (e ancor più, immagino, lo spettatore) non sa più né di cosa si sta parlando né in che modo se ne sta parlando - e va benissimo così, anzi sarebbe strano se ci fosse una qualche logica.

Dopo tutto questo mio straparlare che, limiti letterari a parte, sarebbe senz'altro adatto come base per un coro da baccanti, passo a raccontare un po' di trama - giusto per spiegare su cosa sto delirando.
Siamo a Tebe, qualche tempo dopo la nascita di Dioniso. Sua madre Semele è morta*, ma restano Cadmo (fondatore di Tebe, quello che seminò i denti di drago, nonché padre di Semele e di Agave, che generò con la sua sposa Armonia), Agave, appunto, figlia di Cadmo e sorella di Semele nonché madre di Penteo, e infine Penteo,  inconsapevole capretto sacrificale già consacrato agli dei.
Dioniso sta affermando il suo culto, che proprio a Tebe incontra ostacoli: infatti le sorelle di Semele (tra le quali c'è Agave, madre di Penteo), per invidia, rifiutano di ammettere che l'amante della sorella fosse un dio e il frutto di questo amore un dio a sua volta, e avversano il culto.
Penteo invece è schifato anche dal culto in sé: tutte queste donne che abbandonano il focolare domestico per andarsene nei boschi a folleggiare, presumibilmente per fare sesso illecito in modo del tutto scomposto e col primo che passa... robaccia, tutta robaccia. Le donne hanno da stare a casa a fare la calza e soprattutto vivere castamente.
Risultato: Dioniso ha invasato le sorelle di Semele, che adesso vanno a fare le baccanti come tutte le altre. Nel corso della vicenda ci rendiamo conto che ha  gradualmente invasato anche Penteo, che è il capo della città e che al culto reagisce stizzosamente con gli argomenti perbenisti già sopra elencati, vantandosi assai del fatto che lui no, non si fa prendere in giro, e anzi prenderà seri provvedimenti contro quel ragazzino arrivato da fuori per istituire quel falso culto che è solo una scusa per fare sesso illecito eccetera - una lagna da non dirsi, perché il concetto viene ripetuto non so quante volte anche se qualcuno ogni tanto osserva che le donne, sia di giorno che di notte, non han certo aspettato l'istituzione del culto di Dioniso per darsi al bel tempo, mentre d'altro canto una donna di savio comportamento non cambierà improvvisamente abitudini e costumi solo perché diventa baccante (cosa, quest'ultima, che in effetti si rivela vera soltanto in parte).
Invano Cadmo e pure Tiresia, indovino di lungo corso e dal passato piuttosto movimentato, lo avvisano in tutti i modi che contrastare gli dei è piuttosto pericoloso e che rifiutarsi di riconoscere un dio non è sufficiente a far sì che il dio in questione svanisca nel nulla. I due riconoscono Dioniso come dio senza farsi alcun problema, e vanno a fare "i baccanti" al grido di "lo vuole il dio, e noi facciamo quel che vuole il dio". Comportamento assai savio, se mai qualcosa nel culto dionisiaco può richiamare la saviezza, ma che non basterà a proteggere Cadmo e la sua famiglia - che è poi anche la famiglia di origine di Dioniso, come già detto.

Il bel ragazzo licenzioso mandato a istituire il culto di Dioniso è, naturalmente, Dioniso in persona e lo spettatore se ne accorge ben presto, per quanto possa essere duro di comprendonio. Penteo no, non lo capisce, e figurarsi se capisce di essere stato designato al sacrificio, anzi è beatamente convinto di essere lui a guidare il gioco. Fa catturare il bel giovane, lo affronta in un dialogo in cui promette che farà sfracelli di Dioniso e del suo presunto culto e infine lo fa incatenare in una stalla al buio - o almeno così crede. 

In realtà Penteo non lo ha nemmeno incatenato: Dioniso gli ha già confuso la mente e Penteo ha legato... un toro. Poi Dioniso lo scuote con visioni, fantasmi e prodigi vari e Penteo fa una sciocchezza dopo l'altra finché Dioniso, libero e sorridente, gli riappare.
Arriva un messaggero, che è stato mandato a spiare le baccanti, e racconta quel che fanno: no, niente sesso, anzi dormono tranquille come bambine, quando dormono. Da sveglie però, pur facendo attenzione a mantenere decorose le vesti, fanno scaturire sorgenti di acqua e vino, attingono latte e miele direttamente dalla terra graffiandola... e fanno a brani gli animali selvatici che incontrano, così, a mani nude o a colpi di rami di edera. Gli animali selvatici, o domestici, ma... anche i bambini.
Così Penteo insorge e chiama le guardie armate:
Si va in guerra
darem battaglia alle Baccanti! No,
questa è cosa che va oltre ogni limite,
che delle donne facciano di noi
quello che fanno, e noi le sopportiamo 
E insomma facciamoci valere, siamo o non siamo uomini?
Così il povero Penteo, con grandissima boria, promette che sì, sacrificherà al dio, ma sacrificherà le baccanti.
Dioniso si offre di aiutarlo a coglierle di sorpresa. Perché prima di tutto Penteo le vuol vedere, anche se sa che soffrirà vedendole ubriache...
L'assai scarso raziocinio di cui aveva dato prova fino a quel momento vacilla vieppiù. Avvolto ormai nella rete degli inganni, Penteo si lascia vestire da baccante, con un abito da donna, una parrucca, una pelle di cerbiatto... e in questa insolita tenuta traversa la città, ma senza rendersi conto che tutta la città lo vede - perché Dioniso gli ha promesso che lo farà passare per strade poco frequentate, e dunque cosa mai potrebbe andare storto?
Docile come un agnellino, Penteo si avvia docilmente al sacrificio (il suo): perché si sa che un vero sacrificio prescrive che la vittima sia consenziente.
Raggiunti i boschi le cose vanno come devono andare: la vittima sacrificale si ritrova improvvisamente abbandonata da Dioniso e circondato di baccanti festose, che allegramente lo sbranano - e la prima a sbranarlo sarà Agave, sua madre, che  all'alba ritorna a palazzo tutta contenta portando come trofeo la testa del "leoncello" (che all'inizio è un "vitellino", in barba a ogni logica - ma è stato già detto e ridetto che alle baccanti la logica scarseggia assai) da lei sbranato. Suo padre deve essere ben fiero di lei, che ha compito questa bellissima impresa da cacciatrice, anzi l'intera città deve lodarla per questa sua prodezza!
E suo padre, in una delle scene più belle e sconvolgenti del teatro umano e divino di tutti i tempi, prima la ascolta, poi grado per grado, mentre la luce cresce, la riporta alla realtà facendole capire quel che ha fatto. 
Poi c'è da fare la cerca del resto del corpo del "leoncello", sparpagliato a pezzi per i boschi. E quanti sono i pezzi, e quanto distanti l'uno dall'altro!

Dioniso infine ritorna in scena a spiegare tutto e ad assegnare punizioni: Cadmo e le sue figlie andranno in esilio e avranno una sorte piuttosto complicata, ma alla fine Cadmo si ricongiungerà con la sua sposa nella Terra dei Beati**.
Così vengono puniti tutti, colpevoli e innocenti, per volere di Zeus e dello stesso Dioniso, e sia Cadmo che Agave escono da questa vicenda piuttosto amareggiati ma non è che ci sia molto da discutere.
E dunque: la vendetta del dio è stata davvero fuor di misura, e gli dei non ne escono benissimo sul piano etico. Ma che gliene frega?

Sono molte le forme degli eventi.
Contro la nostra attesa spesso l'opera 
degli dei si rivela.
Quello che si credeva non s'avvera,
e un dio trova la via
a cose in cui fede non s'aveva.
Così questa vicenda è terminata.
canta il coro di chiusura.
La critica è molto divisa sull'opera (pur ammettendo che è molto bella), ma ho l'impressione che alla critica sfugga abbastanza il punto centrale, che non mi sembra una posizione di Euripide sulla religione e gli dei, ma una semplice constatazione che gli dei a volte ti sovrastano e chissà, forse hanno ragione a farlo anche se agiscono in modo del tutto al di fuori delle normali concezioni di bene, male, premio e punizione. Gli dei sono un'altra cosa, e gli uomini non li capiscono né possono farlo altro che con un atto di sottomissione, che comunque non sempre basta. Un'opera religiosa, dunque, ma non un'opera che parla di religione: un rito messo in scena, con tanto di sacrificio - ma senza una vera soluzione finale.

Lettura consigliata a chi è in cerca di qualcosa di forte e ha fame di domande che non abbiano una risposta. Ma va bene sempre e comunque, perché è davvero bella.

Con questo post segnalo per l'ultima volta l'esistenza del Venerdì del Libro di Homemademamma, che ormai ha tolto financo l'etichetta dal suo blog. Io comunque mi tengo il tag e continuerò a recensire le mie letture solo di Venerdì, così come parlerò di film solo di Lunedì perché ormai mi sono abituata così.
Buon fine settimana a chi passa di qui e buone letture a chi ama leggere, perché la stagione davvero si presta ed è tornato il tempo del buon libro accanto al caminetto, o sotto il kotatsu, tisana fumante in mano e piattino di dolcetti a lato.

* fulminata dall'apparizione di Zeus, cui aveva chiesto di apparirle in tutta la sua potenza. Zeus ormai aveva promesso e dovette mantenere e Semele morì incenerita ma Zeus riuscì a salvare Dioniso, bambino ancora in formazione nel grembo materno, cucendolo all'interno della coscia e inventando così l'incubatrice. Il piccolo ebbe una infanzia travagliata, dove venne smembrato e poi ricomposto; poi  diventò un gran bel ragazzo, istituendo un suo proprio culto con caratteristiche del tutto insolite.

** una strana specie di serraglio, o forse di discarica, dove finiscono quasi tutti gli eroi greci al termine delle loro strampalate e complesse vicende.

mercoledì 17 novembre 2021

17 Novembre 2021: Giornata del Gatto Nero


 ...e con tutti questi verbali e compiti e quarantene e Piani Didattici Personalizzati e scemate varie, qua si rischia di perdere di vista le cose DAVVERO importanti!

Ordunque ringrazio catmatics (che ho conosciuto grazie alla sua ottima pagina su Facebook) di avermi ricordato questa bella ricorrenza e va detto a mio vanto che il menù pregiato che ho portato a casa alle gatte è stato scelto non tanto per festeggiare la loro festa, di cui mi ero completamente scordata, quanto per onorarle con buoni bocconi come ho cura di fare ogni giorno.

Auguri a tutte le pantere in miniatura che allietano i nostri occhi e i nostri cuori, e un piccolo rimando a un colto e raffinato post che ci spiega perché i gatti neri erano apprezzati dalle streghe.

(e come sempre, visto che questo è un blog altamente inclusivo, auguri anche ai gatti diversamente neri e anche ai diversamente gatti)

domenica 14 novembre 2021

Effetti imprevisti ed imprevedibili della pandemia (non c'è cosa da stupire / né giurar che non sia vero)

La prof.Murasaki mentre legge la posta


La pandemia, com'è noto, ha infierito crudelmente sui nostri ragazzi. Sono aumentati i casi di depressione, disturbi alimentari, disagio di vario tipo eccetera eccetera.
E qualcuno, magari di temperamento più quieto e disciplinato, in cuor suo ha sofferto più di tanti senza darlo a vedere.
Senza contare che la Quarantena preventiva è un vero tormento, che ti piomba addosso senza nessun avviso preventivo: Sabato magari sei andato con tutta la famiglia dallo zio Romualdo a mangiare il suo celebre Risotto con i Funghi, preparato per l'occasione con gli splendidi porcini trovati in un boschetto propizio dove ogni tanto va a fare la spesa, e tutti insieme a brindare e a giocare a tombola felici.
E due giorni dopo ti ritrovi murato in camera, anche se schiatti di salute e non hai nemmeno un leggerissimo raffreddore.

Così capita anche di ricevere lettere di questo tipo (per la verità è la prima, e spero tanto che sia l'ultima perché davvero non se ne può più):
Buongiorno professoressa, 
Le volevo chiedere, visto che devo restare a casa, posso avere dei compiti in più per passare il tempo?
Grazie.
Buon fine settimana.

Cioè, rendiamoci conto.
(Sì, gli ho mandato un po' di compiti creativi. Ma povera creatura!)

sabato 13 novembre 2021

"Noi non ci divertiamo" disse la regina Vittoria

Indiscutibile superiorità di Grampasso sul Green Pass

E' una verità universalmente riconosciuta che il vaccino contro il morbo che ci affligge (o non ci affligge?) al presente è dannosissimo per la salute; e non soltanto per i pesantissimo metalli che (non è ben chiaro perché) Big Pharma si ostina a infilarci, ma anche perché altera il DNA, debilita le difese immunitarie e provoca gravissimi scompenso cardiaci, circolatori e pure ormonali, insieme ad un avvelenamento progressivo dei tessuti che finisce per minare irreversibilmente la salute dei vaccinati fino a causarne il decesso - e infatti è noto ormai a tutti che decine di migliaia sono già defunti, in seguito all'improvvida assunzione di anche una sola dose di cotal micidiale preparato.
E tutto questo perché? Solo per contrastare una malattia minimale, di cui anzi è più che lecito dubitare l'esistenza e che al più, qualora in effetti davvero esistesse (cosa di cui scarseggiano le prove) si può paragonare a un raffreddore o a una leggera influenza, e che comunque il vaccino non ostacola in alcun modo: è infatti riconosciuto anche dai più intrepidi sostenitori dell'utilità del malefico (e pesantissimo) intruglio che una volta vaccinato puoi ugualmente ammalarti di quel male che non esiste, e puoi trasmettere cotal inesistente malanno a chiunque ti capiti a tiro - e non pochi infatti sostengono che sono proprio i vaccinati i peggiori trasmettitori del malanno (qualora tal malanno esistesse, cosa che non è).

...e purtuttavia, talvolta vien fatto di pensare che, almeno a St. Mary Mead, il vaccino un qualche effetto protettivo in qualche modo lo produca. Perché alla scuola media del paesello, mentre le seconde e le terze (quasi tutte ormai vaccinate, salvo nelle seconde qualche fanciulletto nato a fine Novembre o a Dicembre) conducono paciose la loro esistenza, punteggiata al più da qualche solitario tampone che regolarmente risulta negativo, nelle classi prime sin dall'inizio dell'anno scolastico il valzer dei tamponi ha imperversato senza darci un sol momento di tregua e già due Prime su tre si sono potute fregiare dell'eroico appellativo di "classe in quarantena". Quanto alle quarantene preventive, fatte da alunni che avrebbero potuto essere positivi ma alla fine non sono risultate tali, abbiamo smesso da un pezzo di contarle ma qualche fortunello di quarantene preventive se n'è fatte anche due e un singolo sfigato perfino tre, e tutti hanno un amico, un cugino e soprattutto un compagno di squadra positivo che manda a casa una decina di compagni.
In mezzo a questo valzer infernale, Murasaki, come tutti i suoi colleghi, si è ormai abituata entrando in prima a dire come prima frase dopo il tradizionale buongiorno "Con chi dobbiamo collegarci oggi?".
Lunedì i fortunelli a casa saranno cinque, su una classe di venti.
Sperando che non se ne aggiungano altri, e soprattutto che le promesse vaccinazioni sopra i dieci anni partano al più presto.

martedì 9 novembre 2021

Raffinate questioni di grammatica speculativa

Socrate e Platone discutono dei massimi sistemi (su gentile concessione di Raffaello)

Dopo due anni di DiD e DaD e quarantene e cazzi vari, la Prima Sfigata (come buona parte delle classi in circolazione) presenta una preparazione a macchie di leopardo: sanno un po' di tutto, ma niente in modo esauriente - e se già per me è un problema, mi figuro quanto si sta divertendo Matematica.
Così ho deciso di applicare la famosa Tecnica del Trasloco: una volta arrivati nella casa nuova e circondati per ogni dove da immani quantità di casse si comincia col sistemare ogni giorno qualche piccola cosa, facendo a meno di quel che non si trova ma che prima o poi salterà fuori; col tempo e la pazienza, andrà tutto a posto.
La classe ha un buon rapporto con la scrittura, e dunque spesso li faccio scrivere. 

Prima tappa. Da due giorni piove e diluvia, quindi l'argomento salta fuori da solo.
"Scrivete un po' quel che vi pare, l'importante è che ci sia dentro un po' di pioggia e che in alto mettiate nome e cognome e data".
Per la data devo dire che non ci sono stati problemi. Quanto ai nomi...
"Quando dico che dovete scrivere il nome intendo che tutti dovete scrivere il nome, non solo alcuni di voi".
Secondo tentativo, dove nel testo devono mettere il nome di quindici colori.
"Ehm. Quando dico che tutti dovete scrivere il nome, intendo il nome e il cognome, non la semplice iniziale. Io i compiti li ordino in ordine alfabetico, per cognome".
"Ma alle elementari bastava l'iniziale..."
"Siamo alle medie e scriverete nome e cognome".

Nel frattempo ho anche affrontato la questione delle maiuscole.
E dunque, eccoci al terzo tentativo, dove partono da una immagine di Monokubo.
"Nome e cognome sì, ma voglio anche le iniziali maiuscole. Alcuni di voi scrivono in stampatello, ed è un modo valido per aggirare il problema. Ma chi scrive in corsivo mi deve mettere l'iniziale maiuscola".
"Ma per me quella è una maiuscola".
"Per te, ma non per chi legge. Fammi una maiuscola che sembri tale, e mettila anche a tutti i nomi propri che metti nel testo".

Nel frattempo ci siamo imbarcati anche nella Spinosa Questione della Punteggiatura.

Quarto tentativo.
"E dovete mettere la maiuscola anche all'inizio di ogni frase. All'inizio del testo e dopo ogni punto".
Ci si mettono d'impegno ma non va benissimo. E infatti eccoci al quinto tentativo.
"Facciamo un bel ripasso generale. Oggi mi presenterete tutta la vostra famiglia, ognuno col suo bravo nome e cognome. Per ognuno  andate a capo e mettete il punto a fine frase e la maiuscola all'inizio della nuova. Voglio sette frasi".

Sono un curioso miscuglio di cialtroneria e di pazienza, e dunque il compito di ripasso generale lo fanno bene.
E siccome non tutti abitano con sei persone, esauriti i genitori, i fratelli e qualche nonno arrivano gli animali. Un profluvio di creature a quattro zampe, ognuna con nome e cognome, tutti scritti con la maiuscola.

La prossima tappa sarà il punto interrogativo: via via che passano le settimane mi faccio ambiziosa.
Nel frattempo ho messo in campo anche la E accentata, e nel testo sui fantasmi le hanno messe quasi tutte giuste.

Sarà un anno interessante.