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domenica 5 luglio 2026

Rigoletto, ovvero sui genitori troppo apprensivi

Questa mamma gatta è estremamente protettiva. Forse troppo? Non necessariamente.

Dopo il perfido lockdown le abitudini delle famiglie di St. Mary Mead si sono fatte molto più casalinghe: laddove era consueto fare periodiche spedizioni di shopping e spedire in terza media i pargoletti ai cinema nel centro storico di Firenze, grazie anche ad un eccellente collegamento ferroviario, ormai il raggio d'azione e la frequenza delle spedizioni si sono molto ridotte, e poi si sa che per le compere c'è Amazon - insomma l'esperienza del teatro, che già era decisamente sporadica, sembra quasi sparita dai radar, e anche se la scuola ogni anno produce un simpatico spettacolino in coda al laboratorio teatrale (quest'anno addirittura in un vero teatro di paese con un vero palcoscenico) non mi sembra esattamente lo stesso che sperimentare uno spettacolo teatrale con tutti i crismi vissuto nella comoda parte di spettatore.
Così, mossa da nobile spirito missionario e da una simpatica serie di offerte di matinée a prezzi stracciati, ho cominciato a portare le mie classi al teatro del Maggio Musicale Fiorentino, vuoi perché con gli spettacoli musicali mi oriento meglio, vuoi soprattutto perché per noi provinciali raggiungere i più moderni teatri di periferia, che pure offrivano opportunità molto allettanti, è assai complicato senza pullmini*, mentre il Teatro del Maggio si raggiunge in pochi minuti dalla stazione centrale di Firenze. 
Quest'anno ho potuto contare su uno Schiaccianoci per la Prima, ma per la Seconda mi sono trovata davanti a due possibilità in un certo senso  equivalenti, ovvero due spettacoli tratti dal Rigoletto e dal Ballo in maschera. E qui provo a spiegarmi, anche se ai miei occhi di melomane è un discorso talmente chiaro che spiegarlo mi sembra quasi offensivo - ma magari chi passa di qui non si è necessariamente consumato gli occhi a studiare i delicati collegamenti tra musica lirica dell'Ottocento e politica del tempo.
Sul piano musicale e narrativo le due opere sono abbastanza diverse, ma hanno in comune un tratto: entrambe finiscono col tentativo, perfettamente riuscito nel Ballo e miseramente fallito nel Rigoletto, di uccidere un re che nel frattempo era diventato qualcosa di molto diverso da un re, per effetto della censura austriaca -che, come tutte le censure di ogni tempo e luogo, non ha mai avuto alcuna remora a coprirsi di ridicolo.
Il soggetto di Rigoletto è tratto da un dramma di Hugo intitolato Il re si diverte**. Il re in questione è Francesco I di Francia, che nel dramma riesce a complicare non poco la vita del suo buffone di corte tanto che il poveretto, esasperato oltre ogni dire, arriverà al punto di cercare di ucciderlo riuscendo invece a fare ammazzare la sua figlia, che voleva proteggere. 
La censura trovò il dramma immorale e soprattutto deprecava  l'idea di uccidere un re, perché davvero non era il caso di mettere in testa al pubblico strane idee in un periodo in cui ogni due per tre scattava qualche insurrezione, senza contare che in tempi ancora recenti un re di Francia era stato appunto ucciso e...
Verdi si seccò abbastanza: non gli pareva che il soggetto fosse per niente immorale e gli sembrava che la storia funzionasse benissimo proprio come se l'era immaginata Hugo, ma finì per accettare di trasformare il re di Francia in un Duca di Mantova ed evitò con cura di indagare sul perché l'assassinio di un duca italiano fosse meno improponibile di quello di un re di Francia.
Qualche anno dopo si cimentò poi con un libretto tratto da un dramma di Scribe che raccontava una versione piuttosto romanzata dell'assassinio (storico, avvenuto appunto durante un ballo in maschera) di Gustavo III di Svezia. Anche stavolta l'assassinio durante il ballo diventò accettabile solo dopo che il re era stato trasformato... nel governatore di Boston, che a quanto pare poteva essere ucciso senza troppi problemi. Già che c'era la censura trovò anche da ridire su un paggetto en travesti*** e cercò di trasformarlo in un armigero con voce di basso (probabilmente anche all'epoca stavano già in fissa per la grave questione del gender) ma su questo Verdi tenne duro e, vivaddio, Oscar rimase un soprano leggero.
Entrambe le opere si prestavano dunque a un approfondimento sull'importanza politica della musica durante il Risorgimento****, con tanto di ascolto di Va' pensiero e riflessione sul fatto che i re non si potevano uccidere mentre i governatori e i duchi magari sì; tuttavia, considerati attentamente gli intrecci e la brochure introduttiva della compagnia che aveva organizzato lo spettacolo, trovai che nel caso di Rigoletto si puntava abbastanza sul tema della reclusione di Gilda e della protettività piuttosto esasperata di suo padre Rigoletto - un tema decisamente attuale in un'epoca in cui bambini e adolescenti sono stressati da un forte eccesso di sorveglianza che si ingegnano in ogni modo per aggirare, non di rado con considerevole successo*****.

Questi spettacoli richiedono spesso un lavoro preparatorio in classe. Nel caso del Rigoletto  però si trattava solo di raccontare la trama ai ragazzi e di fargli fare un po' di ascolti di brani celebri - in questo caso di quattro dei moltissimi brani celebri dell'opera. La selezione puntava più sul duca di Mantova che su Rigoletto, e la versione richiesta era una delle moltissime dove il duca era Pavarotti, ovvero probabilmente il miglior duca di Mantova di tutti i tempi, assolutamente mirabile per la disinvoltura con cui maneggia l'altissima tessitura di un personaggio che della disinvoltura fa il suo punto di forza: dopo le prime note di Questa o quella anche il più sprovveduto studentello delle medie è perfettamente in grado di inquadrare il duca - uomo di sentimento e uso a impegnarsi con grande leggerezza, molto fiducioso sia nell'inevitabile effetto del suo fascino che nella sua gran fortuna - entrambe caratteristiche che non mancheranno di assisterlo facendolo uscire del tutto illeso da una trama assai ricca di sventure per tutti gli altri protagonisti. 
Benissimo per gli ascolti, dunque... ma la trama?
Raccontare un'opera lirica è sempre piuttosto complicato, specie se l'opera è di Verdi. Raccontarla a un gruppo di fanciulletti quasi del tutto ignari delle perversioni degli intrecci ottocenteschi, peggio che mai. Dopo averci pensato su decido di fare come gli organizzatori dello spettacolo e di puntare sul Duca di Mantova, che è una sorta di motore immobile della vicenda circondato da un nugolo di vespe impazzite che ronzano senza sosta per tre atti.
Così ho trasformato l'opera in una costellazione che ho disegnato alla lavagna: al centro Lui, poi gli altri.
Prima caratteristica: tutte le protagoniste lo amano, perfino Maddalena che si suppone abbia sviluppato un certo pelo sullo stomaco a forza di attirare uomini a casa perché il fratello Sparafucile abbia modo di ammazzarli a suo agio: anche con lei bastano due paroline dolci e ben cantate e già prega il fratello perché questa volta ammazzi il committente, invece della vittima designata******.
E già mentre disegnavo alla lavagna la costellazione mi accorgo di una cosa che non avevo mai notato: il Duca viene perfettamente descritto già nei primi dieci minuti dell'opera. Inizia chiacchierando con un cortigiano di una bella ragazza che sta cercando di farsi (ed è Gilda, la figlia di Rigoletto), subito dopo va a corteggiare la contessa di Ceprano sotto lo sguardo piuttosto risentito del marito, spiega poi a piena voce che questa o quella per lui pari sono e definisce la costanza come un tiranna del cuore morbo crudele predicando invece le gioie del libero amore. Subito dopo veniamo a sapere che ha anche un'amante più o meno ufficiale lì a corte. 
Nel secondo atto apprendiamo che ci ha pure una una legittima consorte che, molto saggiamente, quando gli vuol parlare manda prima un paggio ad avvisarlo, e infine nel terzo atto scopriamo che nei pochi giorni coperti dalla vicenda ha anche messo gli occhi su Maddalena. A tutte (tranne che alla moglie, che del resto non compare mai in scena) canta bellissime canzoni d'amore appassionate e tutte abboccano come carpe - compresa Maddalena che, a giudicare da quel che sappiamo di lei, un po' di mondo l'ha pur visto.
In più, durante le due ore e qualcosa che dura l'opera, lo vediamo sempre maravigliosamente involto in pasticci sentimentali ma mai, nemmeno per un minuto, intento ad occuparsi di alcunché che riguardi la gestione del suo ducato*******.

Più variegati i sentimenti che nutrono i personaggi maschili nei suoi confronti:  Rigoletto in parte lo ammira, in parte lo invidia e un po' lo detesta (insomma in un certo senso lo ama anche lui), i cortigiani notte e giorno sembrano ossessionati dalle sue tresche e mai cessano di leccarlo e di raccontargli pettegolezzi e di reggergli il candeliere, poi c'è Sparafucile che, vivaddio, di lui se ne frega e vuole soltanto contentarlo... ma comunque accetta per una volta di deviare dalla (sua) retta via e di risparmiarlo, e infine il duca di Monterone, padre molto contrariato dell'amante ufficiale, che non lo ama affatto ma si rassegna al fatto che, alla faccia della maledizione che gli ha lanciato, il Duca sia destinato a vita lunga e felice. 
E il Duca, si ama? Parrebbe proprio di sì: sembra assai convinto di essere molto, molto ganzo e niente di quanto succede nell'opera gli fa cambiare minimamente idea. Nel suo caso, l'arco narrativo proprio non esiste, e alla fine dell'opera è esattamente come quando lo abbiamo incontrato all'inizio del primo atto: lo sentiamo cantare il ritornello de la donna è mobile mentre ritorna a palazzo, beatamente ignaro di essere scampato alla morte - e non resta che concludere che Monterone ha ragione e che il Duca ha una fortuna sfacciata. 
Gilda non si fa problemi e ama tutti: suo padre, il Duca... nemmeno porta rancore a Maddalena, anzi stabilisce che, se perfino Maddalena, che è una donnaccia, prega per la vita del Duca, tanto più lei, Gilda, è tenuta ad aiutarlo. E lo aiuta. Con risultati che magari possono non sembrare pienamente positivi allo spettatore, ma lei ragiona in modo diverso e alla fine riesce a rimanere fedele al suo sogno - e a realizzare il sogno di quasi qualunque personaggio di Verdi, ovvero morire.
La classe esamina il campo di forze alla lavagna e discute. Naturalmente ben presto viene fuori la Grande Domanda che prima di loro si sono fatti intere generazioni di melomani: ma non è che Rigoletto si è messo nei pasticci da solo? 
"Se invece di tenere Gilda reclusa l'avesse lasciata libera di fare una vita normale, probabilmente lei e il Duca non si sarebbero incontrati mai".
"Possibile" convengo io "Ma avrebbe comunque incontrato qualcuno che le sarebbe stato dietro, magari il garzone di un calzolaio o un apprendista o roba del genere".
"E allora? Chiunque sarebbe stato meglio del Duca. Magari col garzone del macellaio sarebbe stata benissimo e avrebbe avuto una vita felice".
L'obiezione è molto valida, ma non so come spiegargli che Rigoletto non voleva solo evitare che Gilda si innamorasse del Duca di Mantova, voleva evitare che si innamorasse di chiunque. Non doveva contaminarsi (ma Gilda non è comunque tipo da farsi contaminare, muore innocente così come innocente è nata e vissuta).
Son cose difficili da spiegare a dei ragazzi di dodici anni, che comunque anche così hanno colto il centro della questione: in quelle condizioni, Gilda diventata una preda predestinata del Duca, e Rigoletto cercando di evitarlo ha manovrato in modo da rendere un incontro col Duca quasi inevitabile. 
Così, dopo aver convenuto con tutti loro che cercare a tutti i costi di evitare qualcosa è un ottimo modo per sbatterci contro le corna, passo agli ascolti, non senza avergli ricordato che parlare con i genitori è sempre importante******** che è poi la chiave dell'interpretazione dello spettacolo che vedranno di lì a un paio di giorni.

* che da qualche anno chiedono cifre abominevoli, e anche il comune di St. Mary Mead si è fatto assai più tirchio
** il quale dramma in verità aveva avuto a sua volta notevoli guai, tanto che era stato direttamente vietato. Hugo non la prese benissimo, e ci scrisse su una dissertazione lunga e fitta di argomenti secondo me più che validi.
*** chiamansi così i ruoli di giovani maschi cantati da contralti o soprani - per esempio Cherubino nelle Nozze di Figaro.
**** ma del resto, quando mai la musica non ha avuto una forte rilevanza politica? Davvero non c'era motivo che proprio il Risorgimento italiano facesse eccezione.
***** e qui si potrebbe discutere a lungo sul diritto del prigioniero a tentare la fuga e sulla singolare incapacità degli adulti di organizzare una sorveglianza ragionevole ma non troppo appariscente, che del resto è un tema tuttora molto attuale.
****** proposta cui Sparafucile ribatte indignato "Che diavol dicesti? Un ladro son forse? Son forse un bandito?" e se è pur vero che Sparafucile non è un ladro, purtuttavia per un uomo che uccide su commissione "bandito" non è una definizione del tutto fuori luogo.
******* al contrario del governatore di Boston del Ballo in maschera che, per quanto indubbiamente innamorato, è sempre occupatissimo con questioni politiche e amministrative.
******** e per la verità Gilda ci prova in diverse occasioni, ma Rigoletto è il classico personaggio che, almeno con sua figlia, non risponde mai alle domande che la poverina gli fa.

martedì 30 giugno 2026

Lucchetti dotati di un forte senso di autonomia

"Locket" in inglese, sta sia per "medaglione" che per "lucchetto".
Questo creò qualche problema ai tempi delle traduzioni di quinto e sesto volume
della saga di Harry Potter, anche se lo Slytherin's locket di Salazar
(poi arrivato fino a Regulus Black e infine a Harry)
è sempre stato solo e soltanto un medaglione.

La didattica DADA, che alla scuola di St. Mary Mead applichiamo in una versione particolarmente diluita, consiste in pratica nel permettere alle classi di spostarsi tra le varie aule in autonomia e nell'assegnargli un totem chiamato armadietto che a conti fatti si è rivelato di assai modesta funzionalità.

Ogni armadietto è munito di un lucchetto e di una chiave. Col tempo si è scoperto che, per una specifica perversione del modello degli armadietti scelti dal nostro Comune, non tutti i lucchetti andavano bene;  più avanti è risultato che trovare un lucchetto adeguato per quei cazzo di armadietti era impresa al limite dell'impossibile: perché alcuni lucchetti erano troppo grandi e altri troppo piccoli (alla fine una collega ha postato una foto con tanto di dimensioni adatte) e soprattutto perché al mondo esistono tantissimi tipi di lucchetti, ma solo un piccolo gruppo di essi riesce a svolgere per i nostri ineffabili armadietti la funzione per cui di solito si compra un lucchetto, ovvero chiudere qualcosa.
Infatti i lucchetti troppo grandi non permettono la chiusura dell'armadietto e quelli troppo piccoli lo lasciano in pratica aperto, e il problema si estende anche a una parte di quelli di media taglia; e se quando l'armadietto non si chiude perché il lucchetto è troppo grande se non altro ti rendi conto del problema, con quelli troppo piccoli ti sembra di aver chiuso a perfezione lo sportello, solo che chiunque passi di lì può aprirlo semplicemente girando la maniglietta.
Non abbiamo dato pubblicità alla cosa, ma la notizia si è comunque diffusa come fuoco nell'erba secca e un forse nemmeno troppo esiguo gruppo di alunni ha deciso di essere molto interessato al contenuto degli armadietti altrui non chiusi e quindi ben presto sono state segnalate sparizioni di soldi e oggetti vari - astucci, in particolare.
Alla media di St. Mary Mead*  l'astuccio altrui è una preda ritenuta assai ghiotta, non tanto per onesto desiderio di impossessarsi di ciò che contiene, quanto per il sottile e perverso piacere di spostarlo, riporlo in armadietti diversi da quelli del legittimo proprietario, nasconderlo, giocarci ad Astuccio Rilanciato o a AstuccioBall, piazzarlo in luoghi del tutto inopportuni eccetera; e davvero non mi spiego cosa ci sia di divertente a fare ciò mentre al contrario comprendo senza difficoltà l'estremo disappunto dei legittimi proprietari dell'astuccio che si vedono obbligati ad organizzare battute di caccia, questue e a frugare nei cestini della carta straccia e dei rifiuti indifferenziati alla ricerca del perduto bene.
Talvolta poi la perversione si spinge al punto di far sparire o spostare in altri armadietti anche quaderni e libri, mettendo in difficoltà anche i più integerrimi alunni che si ritrovavano improvvisamente privi dei compiti da mostrare all'insegnante. Anzi, proprio gli alunni notoriamente integerrimi erano le prede più succose e ambite, in un clima che definire morboso sarebbe termine davvero troppo leggero.
Dunque la scuola sembrava invasa da una orda di ragazzini sadici il cui scopo primario era quello di mettere in difficoltà o a disagio i compagni. Il fenomeno non è del tutto insolito (beh, alla media di St. Mary Mead un po' insolito era, per la verità) ma si è rivelato assai difficile da gestire. 
Se in tanti avevamo forti sospetti su chi fossero i pervertiti autori di cotali deplorevoli gesti, costoro mostravano una notevole capacità di sgusciare via senza farsi notare e solo occasionalmente qualche alunno riusciva se non altro a intravederli nella Zona Armadietti e qualche insegnante notava che taluno di questi sospetti stava più spesso al piano degli armadietti oggetto dei malestri di quanto comportasse il suo orario, che non di rado li avrebbe voluti a un piano diverso o in una diversa zona della scuola.
Che si fa in questi casi? Non esiste un Manuale Applicativo Per Quando la Nuova, Innovatissima Didattica Dada Crea Guai, così ci siamo arrangiati con circolari, avvisi vari, una sorveglianza più capillare (con la collaborazione dei custodi) e una certa pressione sui Presunti Colpevoli, con una generosa distribuzione di note a pioggia con i più vari pretesti. Gli episodi si sono ridotti ma non scomparsi, se non verso la fine dell'anno - probabilmente perché a causa delle infinite uscite didattiche, laboratori speciali, camminate ecologiche, gare sportive e via dicendo che investono come gramigna le ultime settimane di scuola, la presenza di tutte le classi all'interno dell'edificio era diventata assai rara, e soprattutto perché molte famiglie hanno chiesto e ottenuto che i ragazzi oggetto di tante attenzioni smettessero di usare gli armadietti e si cammellassero gli zaini su e giù per la scuola; che, ammettiamolo, oltre ad una discreta scocciatura per alunni e insegnanti che si ritrovavano la classe infestata dagli zaini esattamente come nella più tradizionale delle didattiche, mandava a ramengo quel po' di DADA che effettivamente veniva fatta.
In tutto ciò, in quel di Febbraio, si è verificato un nuovo e vieppiù misteroso fenomeno detto "del lucchetto vagante".
Detto fenomeno consisteva nella sparizione (più probabilmente sottrazione) del lucchetto che alla fine della mattinata era spesso lasciato aperto. Tali lucchetti spesso sparivano per un giorno o due per poi ricomparire a qualche altro armadietto, dopo aver svolto coscienziosamente la loro funzione di creare disturbo e disagio al legittimo proprietario, talvolta non ricomparivano affatto e abbiamo perfino avuto il caso di un lucchetto che è ricomparso, chiuso, in una classe. La mia, guarda caso. Attaccato alla griglia sotto il piano del banco ove l'alunno ripone solitamente quaderni e libri che non usa sul momento.
E' comparso una mattina, né alcuno è stato in grado di identificarlo come suo. 
La notizia del Lucchetto Misterioso ha fatto il giro della scuola e ogni tanto arrivava qualche alunno che chiedeva di vederlo, ma dopo averlo esaminato con cura inevitabilmente andava via scuotendo la testa e dichiarando che no, non era il suo. 
E non è mai stato possibile attribuirgli un proprietario - che pure un tempo deve ben aver avuto, perché i lucchetti non sono usi abbandonare di loro iniziativa i negozi di ferramenta e bricolage per scegliersi una nuova dimora, autochiudendosi dopo averne trovata una di suo gusto e facendo scomparire la chiave in qualche dimensione parallela.
Di solito, almeno, non funziona così.
Di solito. Ma vai a sapere?

e magari anche in molte altre scuole medie, solo che io da vent'anni quasi ininterrotti sono lì e quella sola ormai conosco



domenica 21 giugno 2026

L'estate è arrivata


 Il solstizio d'estate è di tendenza una di quelle feste pagane sopravvissute all'arrivo del cristianesimo, anche se è estremamente vicina alla festa di san Giovanni con cui finisce per confondersi per il tipo di festeggiamento.

Fuochi all'aperto, molti fiori, festose danze fino all'alba ed è  una delle notti più magiche dell'anno.  
Non so se è proprio vero che i gatti la onorano bevendo tisane calde e ignoravo che anche i fantasmi la festeggiassero indossando coroncine di fiori, ma spero che sia comunque una gran bella notte per chiunque passi da qua 
(e anche per chi non ci passa, perché questo è un blog molto inclusivo).

sabato 20 giugno 2026

La sindrome del piatto d'argento

Il gatto, com'è noto, è un animale che ama essere servito di tutto punto

Quel giorno di fine Ottobre stavo cerca di di fare una verifica, ovvero di convincere la ex-Prima Esasperante, ormai diventata a tutti gli effetti una Seconda, a produrre adeguate risposte alle domande invero piuttosto semplici che gli avevo scodellato per una modesta verifica di Storia. 
Alla quindicesima domanda del tipo "Prof, cosa devo scrivere alla domanda 6?" e "Prof, cosa significa 'Racconta in breve la vicenda?'", dopo avergli ricordato per l'ennesima volta che il compito dovevano farlo loro e non io, ebbi una illuminazione.
"Signori" annunciai solennemente "Credo di avere finalmente capito quel è il vostro problema principale: soffrite di una acuta Sindrome del Piatto d'Argento".
Sguardi perplessi.
"Prof, cosa sarebbe la sindrome del piatto d'argento?".
La domanda era più che legittima, ma io dovevo riflettere bene sulla questione, e soprattutto trovare al più presto un rimedio. Per farlo però necessitavo di un po' di pace.
"Dopo vi spiego, intanto fate il compito. Senza tormentarmi con domande cui non posso rispondere, se possibile".
Fui molto efficiente, e quando anche l'ultimo Esasperante ebbe consegnato il suo foglio  avevo già elaborato un complesso compito per casa.
"La Sindrome del Piatto d'Argento" spiegai compunta "è una irresistibile tendenza a far fare le cose agli altri per non affaticarsi, aspettando che ci venga servito tutto su un piatto d'argento. Per esempio, perché continuate a chiedermi sempre che ora è quando proprio sulla parete davanti a voi c'è un orologio perfettamente funzionante?".
Brusìo "E' che noi l'orologio non lo sappiamo leggere" confessa alla fine Ortensia.
"E' vero, siamo abituati a leggere le cifre" conferma Rododendro.
"Si tratta di un arte alla portata dei più" ribatto implacabile "Abbiamo un sistema su scala dodici, la giornata è di ventiquattro ore a coppie di dodici, e ogni ora è composta da sessanta minuti. Che ore sono adesso? Vi do un aiutino: il numero indicato dalla lancetta corta dice l'ora, la lancetta più lunga è per i minuti".
L'avventuroso Oleandro si slancia "Sono le undici e..." conta "Tredici minuti".
"Quando la lancetta lunga arriva alle 3 si aggiungono quindici minuti ed è il quarto, quando è sul sei sono trenta minuti, che fanno mezz'ora. Adesso Oleandro prova: come sarebbero le lancette se fossero le tre e venti minuti?".
"La lancetta corta sarebbe sul 3, quella lunga sul 4".
Faccio un po' di esercizi sulla Complessa arte della Lettura dell'Orologio, con risultati soddisfacenti (ne farò altri nei giorni seguenti, poi smetterò visto che tutti leggono correttamente l'ora e adesso che ci penso sono ormai diversi mesi che nessuno chiede più l'ora).
"L'orologio è solo un esempio. Leggere l'orologio è alla portata di molti e non richiede grossi sforzi, ma per voi è normale chiedere che qualcuno lo faccia al posto vostro. Allo stesso modo domandate sempre come si deve svolgere un esercizio perché vi sta fatica leggere le istruzioni, e ancor più fatica seguirle. Questa è la Sindrome del Piatto d'Argento, quando vi aspettate che l'insegnante svolga i compiti per voi perché vi sta fatica farli. Il punto è che quando siete a scuola di tendenza ci si aspetta che impegniate un pochino le vostre stimate cellule cerebrali. Non dovete aver paura di sovraccaricarle, sono state fatte appunto per pensare, collegare, dedurre e raramente vi vengono chieste deduzioni molto complesse, anche se a volte fate anche quelle".
Mi guardano sempre più perplessi.
"E' anche per questo che continuate a dimenticare le cose negli armadietti. Voglio dire, se c'è Italiano dovreste prendere il quaderno di Italiano e magari anche la grammatica, nei giorni in cui c'è grammatica. Ma voi spesso vi dimenticate perfino di prendere la merenda!".
Mi guardano con una sfumatura di colpevolezza negli occhi.
Ricamo un po' sul concetto del piatto d'argento, su cui vengono disposte in modo armonioso le vivande, oppure la posta o magari le tazze da tè, per esempio per gli ospiti. Poi assegno una serie di esercizi: devono trovare una definizione per l'espressione "servire su un piatto d'argento" ma anche per la Sindrome, e scriverle insieme a cinque esempi.
Due giorni dopo tutti, come avevo promesso, leggono ad alta voce definizioni ed esempi, e invero alcune definizioni sono davvero molto accurate e gli esempi piuttosto spassosi.

Ha funzionato?
Ebbene sì, ha funzionato, altrimenti non ci avrei scritto su un post. Ha funzionato talmente bene che mi ero completamente dimenticata la questione, tanto che, al momento di consegnare il registro con le trenta ore di Orientamento* quando ho visto che avevo segnato ben due ore dedicate alla Sindrome del Piatto d'Argento (una per la discussione in classe, e una per la correzione degli esercizi) mi sono domandata "Ma che diavolo è la Sindrome del Piatto d'Argento?" e ci ho messo un po' a ricordarmi tutta la faccenda.
I non più Esaperanti, ormai Rigenerati, non chiedono più l'ora, han cominciato a portare i quaderni giusti e hanno smesso di chiedere speranzosi "Prof, cosa devo scrivere adesso?". Una volta che han preso atto di soffrire di Sindrome del Piatto d'Argento, la sindrome è sparita in gran fretta.
La Rigenerazione è un processo piuttosto articolato e non ci si rigenera in un giorno, immagino.

* alla questione dell'Orientamento verrà dedicato un post a parte, credo. Se mi ricorderò di farlo, perché è un tema che tendo a rimuovere.

martedì 7 aprile 2026

Compito di realtà, ovvero le armi dell'Ottocento (a scuola)

La Seconda Rigenerata ascolta la lezione sulle armi

L'anno scorso, in piena età comunale, Long John si offrì di portare a scuola la sua balestra.
Accettai più che volentieri e così una bella mattina la balestra (una perfetta riproduzione) entrò in classe. Long John spiegò nei dettagli come funzionava, la fece girare, tutti ammirarono e insomma passammo un'ora molto piacevole a parlare di balestre e tecniche di combattimento bassomedievale; poi Long John riprese la sua balestra, la rimise nella custodia e la riportò a casa. Gli misi un bel voto (di cui in verità non si era parlato, ma visto che aveva passato un'ora a chiacchierare al posto mio, e per giunta su cose che non avrei saputo raccontare, mi sembrava giusto retribuirlo in qualche modo) spiegando nel dettaglio come se lo era meritato e dimenticai l'accadimento già queil pomeriggio, non so perché.
Quest'anno, a Febbraio, quando ormai eravamo arrivati alla Guerra dei Trent'anni, Long John si è offerto di portare archibugio e baionetta. Sembrava un'idea interessante, ma mi sorse in cuore un filo di sospetto: armi da fuoco? In classe? Si poteva?
Così mi consultai con la VicePreside e la Responsabile di Plesso, e le vidi parimenti perplesse. Sulla faccia avevano scritto a chiare lettere "Per l'amor di Dio, ci mancano altro che le armi da fuoco in classe!" ma cercarono di moderarsi. Non uscì però dalle loro bocche alcuna parola che valesse a rendere appena appena domestica la mia richiesta.
Già mentre parlavo stavo misurando in cuor mio la vastità della mia scempiaggine:  nessuna creatura vivente, salvo forse la madre di un bambino di due settimane, è più apprensiva e tremebonda e timorosa di un insegnante. Certamente potevo scavalcarle e chiedere il permesso al Preside, ma niente mi lasciava pensare che avrei avuto altra risposta che un bel NO. Quando accennai l'episodio della balestra, che all'epoca avevo trovato del tutto innocente, sgranarono assai gli occhi.
A onor del vero, nonostante gli occhioni sgranati non uscì un vero "NO!", ma certo non vedevo speranza che arrivasse un "sì", almeno sul momento. Di fatto, ci separammo senza una risposta precisa.
Riferii tutto ciò senza alcun infingimento a Long John, che non capiva il motivo di tante smanie e tante smorfie, ma è un ragazzo riflessivo, e la settimana dopo mi spiegò che aveva elaborato un piano: un Giovedì, quando c'erano sia Storia che Musica, sarebbe venuto come sempre con la sua enorme custodia che però, invece della consueta, enorme tastiera, avrebbe contenuto l'archibugio.
L'idea era senza dubbio buona. Fissammo così un giorno e quando provai ad accennare la cosa a Musica, la prof. Trovatelli mi rassicurò subito che sapeva tutto e aveva già assicurato a Long John la sua completa disponibilità e il più totale appoggio, anche perché tutta la faccenda la divertiva non poco - e insomma fa piacere scoprire che perfino dentro una scuola è possibile trovare qualcuno con un po' di sangue nelle vene.
Così quel Giovedì nella scuola media di Saint Mary Mead entrò una enorme custodia che navigò come tutti i Giovedì dal Laboratorio di Scienze all'Aula di Inglese per poi approdare prima al Laboratorio di Musica (dove si sapeva però che non avrebbe suonato nota alcuna) e infine alla specifica Aula di Lettere che era feudo quasi esclusivo della prof. Murasaki.
Lì venne aperta svelando una lunga scatola foderata di velluto bordeaux che a sua volta conteneva una specie di fucile, con struttura in legno e lunga canna di...ferro?  no, immagino che fosse acciaio, poi una roba più corta con impugnatura piuttosto decorata e una baionetta (non affilata ormai da tempo immemorabile).
È partita così la lezione che, con qualche intermezzo di carattere piuttosto ludico, si è mangiata le ultime due ore. Parlare di evoluzione delle armi da fuoco fino alla metà dell'Ottocento, raccontare come venivano schierati gli uomini che le usavano, descrivere il complesso rituale della Ricarica e l'evoluzione dei proiettili, far girare i vari pezzi di mano in mano, rispondere alle decine di domande lascando garbatamente che, per amor di bandiera, la prof cercasse di dire ogni tanto qualcosa (mai specifica sulle armi, giuro che non ci ho nemmeno provato - perché siamo d'accordo che il Vero Insegnante non Teme il Ridicolo, ma nemmeno se lo va a cercare col lanternino se proprio non è del tutto indispensabile) ha fatto sì che le due ore volassero via e Long John ha anche lasciato cadere qualche dettaglio da cui si evinceva che nella sua famiglia collezionare armi antiche e moderne era assai consueto.
Lui comunque ci ha portato sì le armi, ma con la debita prudenza: niente proiettili, e i grilletti delle due armi erano limati e quindi non adoperabili. Allo stesso modo, l'anno prima, balestra sì ma senza dardi.
Naturalmente anche stavolta Long John è stato debitamente remunerato con un bel voto, anche se la descrizione del motivo è stata un po' più generica di quella dell'anno scorso.

domenica 5 aprile 2026

Buona Pasqua

 ...e Pasquetta e vacanze finché durano

...ma soprattutto sperando che al mondo risorga anche un cenno di buon senso (basta un cenno, qua ci si contenta con poco) ma che sia un buon senso con tanta, tanta cioccolata.
E magari anche un po' di scaglie di mandorle, se non è troppo chiedere.

mercoledì 1 aprile 2026

Una pesca abbondante

Due bei pesci / si dondolavano
Lungo il filo di un'altalena...

Certi anni Pasqua ti arriva addosso come una valanga, lasciando tutto a mezzo. Appena il tempo di accorgerti che sei in vacanza ed ecco che le vacanze sono finite: emergi faticosamente dalla valanga arrampicandoti malamente sui mucchi di ghiaia e ti rituffi stancamente nel vortice che ti risputerà solo alla fine dell'anno scolastico.  Quest'anno è stato diverso. Prima di tutto la Seconda Rigenerata ha collezionato nel mese di Marzo una serie di impegni extrascolastici a base di gite nei boschetti, gite a Roma, uno spettacolo teatrale fatto in un vero teatro dopo cena dove i ragazzi hanno provato il vero brivido del palcoscenico, una specie di seminario sulla prevenzione degli incendi boschivi, la cosiddetta gita di fine anno e altre varie amenità. Il ritmo delle lezioni, che in Marzo di solito è piuttosto implacabile si è allentato per forza di cose e in più, nei ritagli di tempo, è partito anche il progetto di Leggere, forte! dove alla fine gli si chiedeva soltanto di starsene buoni ad ascoltare l'insegnante di turno che leggeva Blackbird introducendoli nel misterioso mondo dell'URSS e delle centrali nucleari.
Così, una volta tanto, sono riuscita a chiudere argomenti per tutte le materie e a non dare compiti per le vacanze a nessuna classe, archiviando una pratica dopo l'altra. E loro non lo sanno, ma ho in mente di ripartire in modo soft, con dei film.
Stamani era l'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Pasqua e io facevo le ultime due ore, così ho deciso di concedergli una seconda seduta di lettura (il romanzo infatti sta riscuotendo un certo successo). Tuttavia, nonostante un discreto livello di attenzione, alcuni dei ragazzi sembravano molto affaccendati col disegno. Ma non c'è nulla di male se disegnano qualcosa mentre ascolto e così non ho fatto caso né alla inconsueta richiesta di un paio di forbici né a quella ancora più inconsueta del rotolo di scotch trasparente né a un certo lavorìo.
Finita la lettura ci siamo dedicati alla rotta artica, alla restituzione di qualche scampolo di compiti, a un po' di presentazione di certe attività che ci aspettavano... Poi le due ore erano quasi trascorse e ho chiuso cinque minuti prima per portarli fuori, cosa che hanno chiesto e supplicato nonostante il freddo quasi polare che imperversava e il vento da allarme giallo che spazzava il paese intorno a noi. 
E ho notato una grande attività a capannelli e infine ho sentito come una pressione tra le spalle...
Ah giusto, è il Primo Aprile. Pesci. In effetti io stessa avevo aperto la lezione proiettando sulla LIM la coppia di pesci in altalena che apre questo post.
E mi sono guardata intorno con più attenzione, mentre tutti giravano come invasati per la classe incollando con piccoli pezzetti di scotch trasparente tanti tanti piccoli pesciolini. Il pannello davanti alla cattedra era praticamente tappezzato, la lavagna bianca era piena di pesciolini disegnati e un grosso pesce sorrideva, con un sorriso fatto con le piccole calamite usate per attaccare fogli e foglietti. Un pesciolino sul computer, uno sull'armadietto, uno sulla mia agenda, un paio sulla carta geografica d'Europa... la classe era diventata una specie di pescheria.
Pesci di qua, pesci di là, pesci sui miei alunni e una strana sensazione sulla schiena, come di un grande foglio che svolazzava...
Così, nonostante il freddo, sono uscita senza piumino ad accompagnare la classe all'uscita, carica di pesci come un albero di Natale è carico di palline e stelle argentate e mentre i miei alunni saltellavano qua e là coprendo tutti di pesci e venendo da tutti coperti di pesci e ogni tanto qualche alunno non delle mie classi si avvicinava timidamente per dirmi "Prof, ha dei pesci sulla casacca".
"Sì, caro, non preoccuparti. Oggi gira così" gli rispondevo garbatamente.
Ammettiamolo, è stato un fine mattinata più divertente del solito. A casa ho contato ben sei pesci, uno dei quali sulla gonna e uno molto grande con il nome della donatrice.
E buon Primo Aprile, anche se ormai si è fatto tardi - tanto è il pensiero che conta.

domenica 8 febbraio 2026

Il placido Don e il bel Danubio blu (un fiume è un fiume è un fiume)

Questo è il placido Don a Rostov

Dopo la malattia il mio orario di è infine stabilizzato con una classe dove coordino e faccio le tre materie di Lettere e due classi in cui faccio Storia e Geografia - ritrovandomi così ogni anno una prima, una seconda e una terza. Una volta preso l'avvio l'ho trovata una soluzione molto gradevole che mi permette di ripassare con regolarità il programma delle tre materie e di utilizzare qualsiasi spunto arrivi dall'esterno (e invero ne arrivano ben più di quanto sarebbe auspicabile).
La Prima che mi è capitata in sorte quest'anno è molto più curiosa e competitiva delle ultime classi che mi sono passate tra le mani negli ultimi anni, con una certa tendenza al perfezionismo che mi guardo bene dal contrariare.

Da qualche anno ho preso l'abitudine di far presentare alle classi qualche carrellata di elementi: per esempio ogni alunno delle Prime si vede affidato un fiume dell'Europa, di cui deve fornire alcuni dati: lunghezza, portata, se è navigabile, se attraversa capitali, che tipo di foce ha - cose così, all'apparenza piuttosto innocue.
Finora i risultati sono stati piuttosto incerti, per non dire disastrosi.
Stavolta no, è andato tutto liscio. Mi hanno fatto delle graziosissime presentazioni dei vari mari, seguendo coscienziosamente le istruzioni e quasi nessuno ha dovuto rifare il lavoro.
Ancora meglio è andata con i fiumi: cartina con il percorso, una bella veduta del fiume, i dati ben allineati nelle slide, qualcuno si è anche slanciato in effetti speciali, usando spontaneamente il mitico canva con tanto di sfondini pisseri forniti dalla AI.
Così ho alzato le pretese, e ho chiesto anche da dove veniva il nome. No, in realtà dovevano dare il nome nelle varie lingue, quando il fiume attraversava più di uno stato, ma qualcuno si è spinto a cercare l'origine del nome.
E lì ho fatto una curiosa scoperta - o più esattamente l'hanno fatta loro: "Don", nome proprio di fiume piuttosto lungo, deriva dalla radice "danu", che vuol dire "fiume".
Ma non basta: anche il Danubio è un fiume. Ha diversi nomi in diverse lingue, ma vengono tutti dalla radice "danu". Sì, sempre quella. Sorpresa! Anche il Danubio è un "fiume". 
E chi l'avrebbe mai detto?

ed ecco il Danubio in uno dei suoi più riusciti primi piani

Dopo aver preso tanto in giro i colonizzatori europei che, quando davano un nome a un qualche elemento geografico in America ricorrevano a patetiche espressioni del tipo "montagne rocciose" (ma no?) "fiume grande" (ma davvero?) "grande prateria" (wow, oggi la fantasia si spreca proprio!) "valle verde" eccetera, scopro che anche a casa loro spesso non han saputo fare di meglio e che i lunghi corsi d'acqua spesso venivano chiamati, pensa un po', "fiumi". 
Ma c'è di meglio: nella grande pianura centrale dell'Europa abbiamo pure due omonimi. E non solo, come ho scoperto in seguito da una piccola ricerca, la radice "danu" è all'origine anche del Dnieper (detto da noi anche "Dnipro") o "Nipro" e pure del Dnestr che sulle nostre carte è chiamato talvolta anche "Nestro" o "Nistro".
Risulta insomma che in Europa abbiamo un sacco di "fiumi".
Non so spiegare bene il motivo, ma tutto ciò mi ha messo molto di buon umore.
Naturalmente ho ricompensato i due filologi in erba con dei bei voti sontuosi, e così dopo anche loro erano di ottimo umore.

domenica 25 gennaio 2026

"Due etti di Groenlandia. Tagliata sottile, mi raccomando"


Per noi docenti di Geografia la Groenlandia è davvero una strana bestia.
Ci spiegano che si tratta dell'isola più grande del mondo.
"Ehm... e l'Australia?" chiediamo timidamente.
Ah no, l'Australia non è un'isola.
"Ma, veramente ci ha sempre dato questa impressione" proviamo a ribattere, sempre più timidamente.
No, l'Australia non è un'isola bensì una massa continentale.
E vacci a ragionare, se ti riesce.
Inoltre è un'isola che afferisce all'America. Geograficamente parlando, certo.
Su questo ci si mette tutti d'accordo con facilità. La vedi, laggiü, ë abbastanza vicina all'America (intesa come Canada, certo).
E' americana ma fa parte dell'Europa, perché appartiene... è un dominio... è... 
Insomma, a un qualche titolo fa parte della Danimarca. Del regno di Danimarca.
E con questa scusa finisce che spesso nei manuali delle medie non se ne parla quando si studia l'Europa (infatti essa fa parte dell'America) e nemmeno quando si parla dell'America perché è una roba danese.
Una delle mie classi più agguerrite a un certo punto decise di capirci qualcosa, e come sempre in questi casi andammo su Wikipedia.
Dove spiegavano con dovizia di dettagli che la Groenlandia era una repubblica, con il sovrano di Danimarca come capo di stato. E si autogovernava. A questo punto cedemmo tutti le armi e stabilimmo che va bene, per quanto ci riguardava la Groenlandia poteva essere quel che gli pareva e amen.*
Comunque, a forza di autogovernarsi, un bel giorno decise di uscire dalla UE tramite apposito referendum, ma in seguito considerò la possibilità di rientrarci per poi lasciar perdere.
Insomma, non è un territorio dei piü facili da comprendere, stante che la Danimarca è invece nella UE dalla notte dei tempi anche se non usa l'euro come moneta.

Qualche anno fa, credo nel 2019, Trump, anche allora presidente USA, durante una visita di stato chiese al re di Danimarca di vendergliela, così, come fosse un prosciutto. La risposta del re di Danimarca mi piacque assai: disse che questa storia di vendere territori era ormai fuori dal tempo e non si poteva più fare, e aggiunse che la Groenlandia non apparteneva alla Danimarca, ma ai groenlandesi. 
Di questa storia non si ricorda nessuno, o almeno non l'ho vista citare in queste settimane in cui di Groenlandia si è parlato davvero parecchio. Per me però è un ricordo vivissimo - era mattina presto e prendevo il caffè guardando le notizie sull'ANSA e non so davvero come avrei potuto inventarmelo.
Sta di fatto che da allora nessuna Terza passata tra le mie mani ha potuto esentarsi dall'ascoltare il racconto, un po' perché mi è sempre piaciuto molto dir male di Trump (che in questa storia ci faceva, come sempre, una figura miserrima da vecchio rincoglionito ma molto arrogante) e un po' per parlare bene del re di Danimarca, che invece ci faceva un'ottima figura di accortissimo sovrano costituzionale - ma anche per ricordare quel tempo assurdo dell'umanità in cui era normale comprare e vendere territori come fossero salumi. Per fortuna quel tempo era ormai lontano, e meno male. 
Quanto alla corona danese, scoprii poi che non era così immacolata e che nei confronti della Groenlandia aveva numerosi scheletri nell'armadio, anche se negli ultimi tempi aveva cercato di porvi rimedio.
Nella Groenlandia dunque abitano i groenlandesi (cui la Groenlandia appartiene) e siccome si tratta di un'isola molto grande ma non particolarmente ospitale, ce ne sono meno di 60.000, che si sostengono soprattutto con la pesca e l'esportazione del pescato - e il motivo per cui sono usciti dalla UE e non ci sono ancora rientrati è legato appunto alla pesca perché le normative UE non gli concedevano molto pesce da pescare. Tra l'altro, pescando in gran libertà, han finito per ridurre ai minimi termini i gamberi e adesso la loro pesca è severamente limitata, sperando che i gamberi colgano l'occasione per riprodursi un po'. 
Anche con la libertà di pesca però i groenlandesi non nuotano nell'oro, e il governo danese li sostiene con appositi fondi. Loro comunque anche così non sono molto soddisfatti e hanno un grosso tasso di alcolismo e un tasso di suicidi piuttosto alto.

Un anno fa, quando Trump si insediò come presidente USA, dopo essere stato nuovamente eletto a dispetto di ogni buon senso,  tra le molte cose assurde che disse c'era anche la stravagante teoria che la Groenlandia doveva appartenere agli Stati Uniti, che il Canada anche e lo stesso valeva per Panama, e che in più il Golfo del Messico doveva cambiare nome in Golfo d'America;  per un paio di mesi la rete pullulò di meme assolutamente deliziosi dove sontuosi orsi bianchi e miriadi di pinguini** perculavano Costui in lungo e in largo, ma in generale si pensò che tutte quelle sciocchezze sarebbero rimaste sciocchezze e niente più.
Così non fu, e la questione del Canada come 51° stato USA e della Groenlandia che doveva tornare agli USA, quasi che ne avesse mai fatto davvero parte, continuarono a riaffiorare in modo inquietante fin quando, all'inizio di quello che sembra destinato a passare alla storia come annus horribilis, tra una surreale operazione di prelievo in Venezuela e un Iran in rivolta cui venivano promessi "aiuti" non meglio definiti, Costui decise di occuparsi anche della Groenlandia, prima minacciando di occuparla, poi offrendosi di nuovo di comprarla e infine stabilendo che, costasse quel che costasse, la Groenlandia era assolutamente indispensabile per gli USA per salvarli... dai cinesi. I quali cinesi finirono per ribattere, piuttosto scocciati, che gli USA dovevano piantarla di tirarli in ballo per giustificare le loro smanie imperialiste. Peraltro, i cinesi in questione, avevano a suo tempo stretto un accordo commerciale con la Groenlandia (alla luce del sole e in modo assai legale) per le estrazioni minerarie, ma avevano finito ben presto per lasciar perdere perché le estrazioni minerarie in Groenlandia sono piuttosto complicate e insomma non valeva la pena perderci tempo e soldi. Perché in Groenlandia è un po' freddino e estrarre minerali laggiù è ancora piuttosto complicato, e per quanto il riscaldamento globale avanzi a grandi passi, laggiù continua ancora a fare piuttosto freddo.
Per una settimana si è visto e sentito di tutto, compreso Trump che offriva ai groenlandesi un non meglio definito bonus tra i 10.000 e i 100.000 dollari a persona*** e il governo groenlandese rispondeva no, grazie con toni via via sempre meno cortesi, così come sempre meno cortesi sono state le risposte della UE, del re di Danimarca e del governo danese.
Poi è calato un misericordioso silenzio (che si dispera sia duraturo, perché Trump ha una certa tendenza all'ostinazione, e si ostina in modo tutto particolare quandio le idee che ha sono particolarmente assurde) e da qualche giorno ci si occupa soprattutto della strana tendenza di certi corpi paramilitari a sparare alla gente per strada quando gliene punge vaghezza.
I meme sulla questione sono tornati, ma adesso li fa anche Trump sul suo account social, e i suoi sono particolarmente balordi e fanno sì ridere, ma per i motivi sbagliati.
E siamo tutti piuttosto preoccupati, in particolare i groenlandesi.

* da allora la voce di Wikipedia è un po' cambiata, e ho notato che non si parla più di repubblica
** che notoriamente in Groenlandia non ci sono se non ce li porti, perché di solito se ne stanno nell'Antartide. Ma questi son dettagli.
*** che non è poi questo granché considerando prima di tutto che a promettere si fa presto, ma soprattutto che lo welfare USA va riducendosi di guiorno in giorno e tanto per fare un esempio non comprende l'assistenza medica.

martedì 6 gennaio 2026

L'Epifania, che le feste dell'insegnante si porta via

 
Spesso, in tempo di feste natalizie, dedico un post finale all'Epifania, di solito con una bella ragazza su una bella scopa che cavalca insieme a un bel gatto rigorosamente nero - si sa che la Befana è una figura con dei riflessi vagamente demoniaci e quindi un bel gatto nero ci sta d'incanto. Esiste anche una leggenda legata al gatto della Befana, immagino inventata in tempi recenti dove la regola è "un gatto va bene dappertutto, anche dentro le uova di Pasqua", ma naturalmente si tratta di un gatto buono. Quanto a me, quest'anno ho deciso di dare una sterzata alla tradizione e per l'Epifania posto un gatto nero senza Befana ma comunque molto carino - e poi c'è la scopa, e per le calze non so.
E' un gatto pensieroso, non so se perché stanco del lungo viaggio notturno o perché si prepara appunto al lungo e complesso viaggio di cui sopra. O forse sta pensando alla complessa situazione internazionale, che davvero si presta a lunghe e non necessariamente piacevoli riflessioni?
Sta di fatto che avevamo appena finito di digerire la lunga cena di Capodanno e i molti bicchieri di spumante con cui avevamo brindato al nuovo anno, che tutti speravamo tranquillo e pacifico, quando improvvisamente Qualcuno ha deciso di fare cose molto strane e inquietanti e tutti, gatti compresi, siamo rimasti invero assai perplessi. Io per prima, si capisce.
Tra tanti pensieri che potevo avere in merito, mi si è affacciato improvvisamente il dubbio: ma i miei alunni, cosa sanno del Venezuela?
Ben poco, probabilmente. Nella Terza che ho quest'anno non abbiamo alunni sudamericani, e nel programma degli ultimi anni l'America del Sud si limitava a un po' di chiacchiere su Brasile, Argentina e qualche volta Cile. Dubito molto che il mio libro dedicasse particolare attenzione al Venezuela, e comunque detto libro se ne sta tranquillo a riposare nell'armadietto a scuola. E certamente non sono stata io a soccorrere la loro presunta ignoranza, visto che del Venezuela a malapena so che esiste.
Ma credo che quest'anno in giornali e notiziari il Venezuela ricorrerà con una certa frequenza. Perché ignorarlo?
Così ho deciso di preparargli una lezioncina. Dopotutto, in più di un caso ho improvvisato lezioni su stati di cui non sapevo nulla, giusto perché me l'avevano chiesta. L'ho fatto sulla Giamaica, l'ho fatto per la Mongolia (uno stato carinissimo, la Mongolia), potevo ben farlo sul Venezuela, giusto? Basta prendere una carta geografica e spulciare un po' in rete, di solito chiedendo prima di tutto lumi a Wikipedia. Per la geografia Wikipedia mi è sempre stata di grande aiuto&conforto.
Stavolta no. Stavolta la voce Venezuela di Wikipedia si è rivelata un gran pasticcio.
Prima di tutto i dati sull'economia erano vecchi, ma soprattutto confusi. E' uno stato ricco, è uno stato in espansione economica, è uno stato... democratico?
Mancava ogni accenno alle ultime, disastrose elezioni che Maduro, con l'appoggio dell'esercito, aveva annullato stabilendo che aveva vinto lui. Mancava ogni accenno al premio Nobel della pace assegnato quest'anno a tale Maria Corina Machado, che da molti anni si batte per i diritti umani dei venezuelani e che adesso è in esilio volontario nonché oggetto di una voce di Wikipedia pure quella tutt'altro che chiara. Non viene spiegato nemmeno come era arrivato al potere Chavez e quanto a Maduro nemmeno lo nominano. L'attuale presidente risulta... Delcy Rodriguez, quello che aveva davvero vinto le elezioni che Maduro ha annullato. Una roba piuttosto strana.
Ho meditato di lasciar perdere il tutto. Poi mi sono detta che una lezione di geografia non riguarda solo la parte politica. Il Venezuela, come tutti gli stati di questo mondo, ha dei fiumi, dei monti, dei confini eccetera. Se ho incontrato dei problemi per la parte politica ed economica, perché non dirlo apertamente? Può essergli utile per capire che trovare le notizie non sempre è facile, e che le voci di Wikipedia possono essere infide come qualsiasi altra fonte.
E insomma ho preparato una lezioncina minimale dove si parla anche del misteriosissimo petrolio venezuelano che qualcuno proclama essere il top del petrolio e altri proclamano essere uno schifo di petrolio e altri ancora dicono che è un petrolio normalissimo ma pesante e va "tagliato", come il vino, con petroli più leggeri - lo so che sembra una storia di pazzi, ma in un mondo dove va tanto di moda parlare di paesi ricchi di preziosissime risorse e nessuno spiega mai che queste preziosissime risorse magari ci sono, ma vanno comunque trattate e lavorate e non è detto che sia sempre così facile, forse un accenno in merito posso provare a farlo. In fondo, il fatto che una insegnante mediamente preparata abbia difficoltà a infilare qualche notizia attendibile su uno stato che da qualche giorno è l'argomento base di gran parte delle conversazioni può essere in qualche modo una notizia non priva di una sua utilità - anche perché da tre giorni siamo pieni zeppi di persone che sul Venezuela, al contrario di me, sanno assolutamente tutto e spesso raccontano cose completamente diverse tra loro.

Il 2026 è iniziato, evviva il 2026.

giovedì 1 gennaio 2026

E' arrivato il 2026

e confido che sarà assertivo, ragionevole e produttivo.
Senza botti e petardi e bombe e missili.
Ma soprattutto con meno stupidaggini del 2025


dove davvero abbiamo superato ogni limite.
Auguri a tutti!

mercoledì 31 dicembre 2025

In attesa del nuovo anno


Nella Grande Notte dell'Attesa,
cosa mai potrebbe essere più beneaugurante
di una bella coppia di alci
che brindano insieme?
Forse sono due sposi uniti da pochi mesi nel più sacro dei vincoli,
forse due amici di vecchia data
ma potrebbero benissimo essere due fratelli che si ritrovano dopo le lunghe cacce d'autunno.
In tutti i casi non solo gli unicorni portano felicità e speranze:
l'alce è una creatura saggia e solida, fedele accorta 
 sempre pronta a vedere il lato più positivo nelle circostanze.
Almeno, io ne sono profondamente convinta.
Felice brindisi a tutti!




domenica 28 dicembre 2025

Di sfide di lettura e altre sciocchezze


Ogni tanto, spelluzzicando blog e vlog di lettura vari, incrociavo quelle strane cose che vanno sotto il nome di Reading Challenge. Si tratta, in sintesi, di una lista di libri con determinate caratteristiche da leggere in un dato periodo di tempo e sono cose che si fanno in pubblico, annunciando che si vuol partecipare, magari indicando come, e a fine periodo raccontando com'è andata. Molto spesso il tempo che ci si dà è un anno, o comunque io mi sono interessata soprattutto a quelle.
C'è la Sfida dello scaffale strabordante, con cui ci si propone di alleggerire la pila di libri che ancora non si è letta ma che si è stati molto solleciti a comprare - e che regolarmente va buca perché durante l'anno si affacciano decine di interessanti suggerimenti di lettura che finiscono per lasciare la pila ben poco diminuita se non aumentata, e questo rientra nella natura delle cose e i vari vlogger la vivono con divertita autoironia, di solito raccontando che l'anno prima era stata un vero disastro ma che quest'anno è andata pure peggio, poi ci sono sfide con tappe mensili di verifica oppure con temi da accettare o rifiutare, insomma possono essere anche robe piuttosto complicate.
Ci sono poi quelle semplici, con una ventina di volumi, e quelle belle lunghe. Ho trovato una sfida per lettori pigri, dove basta leggere un libro al mese e le indicazioni su come sceglierlo erano piuttosto lasche, e sfide dettagliatissime: un libro pubblicato nel 1934, uno ambientato a Roccacannuccia di Sotto, uno che deve avere in copertina dei fiori di pesco, un romanzo storico di un autore nero e via dettagliando.
Lo scopo ufficiale sarebbe di spingere il lettore a cercare di uscire dalla comfort zone ed evitare di fossilizzarsi sempre sugli stessi generi, autori e periodi.
Con lo spirito di contraddizione che da sempre mi contraddistingue, il primo anno mi cimentai in assoluta discrezione e senza farne parola ad anima viva in una sfida da 25 libri dove aggiunsi la perversa clausola di leggere solo e soltanto libri che avrei comunque letto, in quanto mi ritengo assai varia nelle mie letture - il che in parte è perfino vero. Completai brillantemente il tutto in pochi mesi.
L'anno successivo, visto che la cosa aveva esercitato su di me una sua perversa fascinazione, e avendo trovato due liste che mi ispiravano abbastanza, completai abbastanza facilmente i 45 libri richiesti. Una delle liste era pure in inglese, così, tanto per tirarmela un poco - sempre in privato, si capisce. nemmeno i miei più intimi amici hanno mai sentito da me una parola al riguardo.
L'anno scorso, mossa da ulteriore perversione, decisi di strafare: due liste in italiano di 20 e 25 libri, una lista per lettori pigri di 12 titoli e una in inglese di 50 titoli. Dato che il troppo, quando è troppo, finisce per troppeggiare, ho completato solo quella di 12 libri per lettori pigri, e le altre hanno ancora una ventina di voci da spuntare. Non c'è problema perché tanto non devo rendere conto a nessuno (anche quest'anno tutto si è svolto in grandissima discrezione) e le completerò con comodo nei primi mesi dell'anno prossimo. Tuttavia la cosa non è stata senza conseguenze.
Prima di tutto: ho letto molto più del solito - non perché sentissi un particolare affanno a finire presto, quanto perché ho finito per riprendere le vecchie abitudini di quando dedicavo alla lettura gran parte del mio tempo libero e ho scoperto che, con il progredire dell'esercizio, riuscivo molto più facilmente a concentrarmi nella lettura - cosa che mi ha fatto molto piacere perché ne sentivo la mancanza. Il blog ne ha risentito, probabilmente, perché mi concentravo molto più facilmente per leggere di quanto facessi al momento di scrivere; ma se mi concentro con più difficoltà sulla scrittura probabilmente dipende dal fatto che non sono al momento in buoni rapporti con quel che scrivo mentre sono molto più ricettiva verso quel che scrivono gli altri - immagino siano fasi della vita legate a complesse questioni energetiche che non ho ben chiarito nella mia interiorità e che sono legate al rapporto con la realtà che mi circonda - che detto così suona molto misterioso ma se riuscissi ad esprimerlo meglio lo esprimerei senza farne inutili misteri.
Punto secondo, sono infine uscita dalla mia pur vasta comfort zone di lettrice - perché nel momento in cui mi chiedono un romanzo ambientato in montagna o un libro sulla follia (due libri sulla follia, in due diverse liste) o un libro dove l'invecchiamento viene visto come positivo o un libro scritto a quattro mani, insomma, se non ce l'hai sottomano non ce l'hai e ti tocca metterti a cercarlo, e quando in tre liste diverse ti chiedono un autore sudamericano e di norma scansi con una certa convinzione gli autori sudamericani, l'unica cosa che resta da fare è andare a cercare se c'è qualche testo sudamericano che ti ispiri almeno vagamente.
Fruga che ti frugo mi sono ritrovata a leggere un bel po' di cose che lasciata a me stessa avrei evitato. Questo ha fatto sì che colmassi una certa serie di lacune e rispolverassi cose che in un tempo lontano avevo pensato che sì, forse, chissà, magari un piccolo tentativo, prima o poi... a partire dalle voci che mi chiedevano di leggere un libro che stesse a prender polvere da anni nella libreria di casa, magari perché me lo avevano regalato.
E questo mi ha portato a una considerazione finale piuttosto interessante: uscire dalla propria comfort zone di lettura non sempre è una grande idea, specie se quella comfort zone è stata elaborata in molti anni.
In sintesi: la mia comfort zone è varia ma canonica: romanzi inglesi e talvolta americani (soprattutto fantascienza) un po' di giapponesi, qualche francese e qualche classico ottocentesco anche di altre lingue. Greci e un po' di latini. Libri medievali e libri  sul medioevo. Qualcosina di storia anche di altri periodi. Libri giapponesi. Fumetti soprattutto giapponesi. Qualcosina di indiano, ma solo moderno e quasi sempre salta fuori che è stato scritto in inglese. Pochissimi italiani, non di rado scuotendo la testa prima durante e dopo. Quando esco dalla comfort zone sbuffo e scalpito.
Per l'anno prossimo comunque sono messa abbastanza bene: ci sono le rimanenze delle elefantiache challenge di quest'anno, la sfida dello scaffale strabordante che comprende cose decisamente sostanziose, diversi classici soprattutto russi che aspettano e un po' di riletture.
Mi conforterò con ogni cura e gli esperimenti per un po' aspetteranno.
Ad ogni modo sono stata anche in libreria per un attento sopralluogo sulle novità e ho preso due paginate di appunti, aspettando con pazienza che le biblioteche comunali facciano il loro dovere.
Tanto per non perdere l'abitudine potrei anche farmi una lista...