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venerdì 3 maggio 2019

La crociata dei gatti - Wilhelm Speyer

Il libro che vado a presentare oggi è una storia di pazzi e il lettore italiano del XXI secolo è portato a sgranare gli occhi sempre di più mentre lo legge.
Dire che è una storia di pazzi tuttavia non è lo stesso che dire che manca di un suo fascino, e aggiungo che il fascino è solo in piccolissima parte dovuto ai gatti, che nonostante il titolo e la storia fanno solo minime comparse - che forse è un peccato, ma l'autore probabilmente non ha avuto torto a regolarsi così.

Tutti noi abbiamo sentito parlare di molte crociate: la prima crociata, la crociata contro gli albigesi, la crociata bizantina, la crociata dei bambini, le crociate contro Internet eccetera. Di crociate dei gatti però credo che nemmeno il più esperto di storia abbia mai sentito dire niente - e a ragione, perché non c'è stata. Sarebbe magari più esatto parlare di una crociata per i gatti, ma comunque storicamente non è attestata nemmeno quella.
Il libro tra l'altro nell'originale tedesco avrebbe un titolo diverso, che fa riferimento alla lotta sostenuta da una classe di liceo. La vicenda ivi narrata è inventata di sana pianta - insomma si tratta di un racconto di fantasia, scritto da un tedesco di origini ebraiche nel 1928, tradotto in italiano per la prima volta nel 1930 (con in copertina un fantastico gatto certosino che guarda il mondo con aria sognante) e purtroppo completamente dimenticato per molto tempo. Nel 2006 è stato pubblicato dalla casa editrice Medusa con lo stesso titolo e una nuova traduzione,  e a quel che ho capito è tuttora in commercio per chi avesse voglia di comprarlo - che non sarà operazione indolore perché spennano l'acquirente con ben 16,50 euro per un volumetto di 172 pagine che oltretutto contiene una non scarsa quantità di errori di stampa. Il quadro in copertina, dipinto da tal George Cruiksbank nel XIX secolo,si intitola Pioggia diluviana immagino si riferisca al celebre detto inglese "piovere a cani e gatti" che sta ad indicare una pioggia molto intensa.
Siamo alla fine degli anni 20, in Germania, in un liceo classico e quindi ci sono tutte le caratteristiche di ogni liceo classico dell'epoca: rivalità tra le classi, precise gerarchie sociali anche all'interno delle classi in questione, rapporti talvolta conflittuali con gli insegnanti e una popolazione in gran prevalenza maschile. Come tutti i licei dell'epoca è diviso in un ginnasio di due anni e in un liceo di tre (quindi la prima liceo è il terzo anno delle superiori e via scorrendo; mi pare che ora invece in Italia anche il classico sia diventato una normale scuola in cinque anni dove il primo anno si fa la classe prima, il secondo la classe seconda eccetera - che non mi sembrerebbe poi una cosa così illogica).
Il liceo però afferisce a una particolare scuola di pensiero sull'educazione, diffusasi tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX in diverse zone d'Europa, che richiede grandi spazi aperti intorno alla scuola (boschetti, laghetti, campi coltivati e via dicendo) e fa passare ai ragazzi la maggior parte della giornata all'aperto, a contatto con la natura e li coinvolge anche in lavori manuali. Troviamo così i nostri liceali che riparano staccionate, tengono con sé animali da compagnia (che rispondono soprattutto ai loro padroni umani anche se appartengono a tutta la classe) assai ben tratteggiati nella loro natura canina e felina (ahimé, in realtà il gatto è uno solo), coltivano campi aiutando i contadini del luogo e insomma fanno un sacco di cose che noi al liceo non saremmo mai stati capaci di fare nemmeno se ci avessero sparato. A proposito, c'è anche una ragazza nella Prima, Daniela: è una sorta di leader spirituale della classe, tenuta in una considerazione che somiglia molto all'adorazione e che come arma ha arco e frecce, mentre i ragazzi si contentano di spade di legno (no, noi al liceo non avevamo né arco né frecce e nemmeno spade di legno e ripensandoci è un vero peccato).
L'ambientazione dunque è piuttosto particolare. Ma che dire dello stile della narrazione? E' epico, assolutamente epico e molto, molto omerico. Più che giusto perché a un liceo classico, e in particolar modo in un liceo classico tedesco di inizio secolo, nella letteratura greca ci si vive, inzuppati come tante madaleine nel tè e il linguaggio omerico finisce per essere la lingua di tutti i giorni. Daniela per esempio per buona parte del romanzo... è Achille, ritiratasi sotto le tende, pardon, in un suo territorio personale nel bosco, a seguito di un torto che le è stato fatto (o che ritiene le sia stato fatto?) e i compagni non osano avvicinarla per chiederle di tornare tra loro anche se lo vorrebbero più di ogni cosa al mondo.
Mentre il lettore arranca sempre più stranito in una realtà assai particolare e descritta in tono epico, la trama si avvia - perché c'è una trama per quanto epica e un po' delirante, e riguarda un pellicciaio a caccia di pelli di cane e di gatto che la classe è decisissima a non fargli avere perché convinta che le pelli dei cani e dei gatti stiano bene addosso ai cani e ai gatti cui appartengono per diritto di nascita. Decidono perciò non soltanto di intervenire in difesa dei loro animali, ma anche di quelli che abitano la città lì vicino, che siano randagi oppure abituati a vivere in famiglia. A tal scopo si organizzano con gran cura, elaborando un piano complesso e ben ramificato, cercano di ottenere la complicità o almeno il silente appoggio degli insegnanti, affrontano con grande coraggio ma anche con mirabile dialettica le autorità civili della del luogo...
Se lo spunto non è poi molto insolito nella narrativa per ragazzi dell'epoca, la trama che lo sviluppa è assai originale e lo stile di narrazione è decisamente folle, di quel tipo di follia che affascina oltre a far sgranare gli occhi.
Non so quanto possa essere appetibile per un ragazzo normale di oggi, salvo le solite eccezioni che più gli dai un libro particolare e più li fai contenti. Di sicuro non è il classico libro dove il lettore non deve fare altra fatica che quella di compitare le parole una dopo l'altra e tutto gli si squaderna davanti con grande chiarezza e senza tanti giri di parole; certamente non è scritto in uno stile asciutto e piano. Ma c'è dentro parecchio, e il lettore contemporaneo che sa cosa successe in Germania qualche anno dopo gode di un vantaggio rispetto ai primi lettori e ci trova una serie di spunti che fanno decisamente riflettere. Ad ogni modo ho deciso di comprarlo per la biblioteca di scuola e probabilmente anche per la mia, perché voglio rileggerlo.
La narrazione è corale e non c'è un vero protagonista. Due personaggi però spiccano tra la folla: Daniela, che compare pochissimo (ma sempre in momenti determinanti) pur essendo molto spesso evocata, nei pensieri più che nelle parole; e Borst, il più giovane, il più ingenuo, il più sprovveduto e il più imbranato dei protagonisti possibili, che come tutti i protagonisti imbranati più di una volta risolve le situazioni più aggrovigliate in modo apparentemente pasticciato ma in realtà molto acuto e  che nel corso della storia vive una sua personale iniziazione.

Con questo post che nonostante le apparenze ha scarso contenuto felino partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro felici letture in questo fine settimana che promette pioggia e gelo e che quindi alle letture sembrerebbe adattissimo - anche se, immagino, prima o poi anche quest'anno la primavera si degnerà di arrivare.

giovedì 13 agosto 2015

La Contea vive nel Settecento

Consuetudine e pigrizia vogliono che alla Terra di Mezzo venga attribuita un ambientazione "medievale". In realtà si tratta di un affascinante calderone basato in parte su leggende medievali nordiche  dove vivono tra l'altro un popolo di uomini medievali (la gente di Rohan) e una razza che deve parecchio all'epica norrena (i nani), più un drago uscito pari pari dal Beowulf.
Quando poi arriviamo nella Contea, di medioevo non c'è traccia: questo simpatico paese di cui nessuno nella Terra di Mezzo sa niente, a parte Gandalf e qualche Ramingo da lui istruito perché lo sorvegli, non ha assolutamente nulla di medievale.
Non che gli abitanti brillino per meccanismi particolarmente sofisticati, perché sono apertamente disinteressati a qualsiasi cosa più complessa di soffietto da fabbro, mulino ad acqua e telaio manuale; l'economia ruota intorno al settore primario, e l'organizzazione dello stato è ridotta al più minimo dei termini, con qualche guardia al confine, un sindaco che si occupa soprattutto di organizzare feste e un conte che si fa chiamare conte per diritto di discendenza Took con tanto di numero accanto al nome ma che non comanda alcunché.
Qua e là però compaiono dei tratti che non hanno niente di medievale e che finiscono per trasmettere l'idea di un piccolo staterello del Settecento o inizio Ottocento - preindustriale, e con abitanti di mentalità niente affatto medievale.
La sera gli hobbit vanno al pub a bere birra scambiandosi pettegolezzi. Hanno il bagno caldo con la caldaia. Usano stoviglie in porcellana. Hanno un regolare servizio postale, con tanto di postini. Fumano la pipa. Mangiano fish and chips. E soprattutto prendono il té: il classico tè inglese alle cinque contornato dalle più varie vivande. La mattina invece fanno colazione con uova strapazzate e pancetta fritta. Hanno lo zucchero per fare i dolci. Zucchero di canna o di barbabietola? Non lo sappiamo, ma certo con il miele il pandispagna non lo fai (mentre sappiamo che Bilbo faceva ottimi pandispagna).

Naturalmente niente di tutto questo è in contrasto con il medioevo: basta immaginarsi un medioevo dove c'erano tè, tabacco e patate (e canna da zucchero). Sarebbe interessante però capire come facevano nella Contea a coltivare il tè (per tacere della canna da zucchero) in un clima non tropicale, come si procuravano il burro per le tartine e il latte e la panna per i dolci se non allevavano mucche (Tolkien ci dice che allevavano pollame, maiali e pecore, e del resto per allevare mucche non sarebbe stato facile per loro, viste le dimensioni) o come facevano a estrarre lo zucchero dalla barbabietola, che richiede una procedura piuttosto complessa, da farsi a livello industriale. Certamente nelle regioni del sud della Terra di Mezzo era facile coltivare canna di zucchero e tè, ma il problema era farli arrivare fino alla Contea. Un cospicuo flusso di mercanti che portavano tè e zucchero non è conciliabile con un paese di cui nessuno conosce l'esistenza, senza contare che gli hobbit commerciavano solo con i nani, che al sud non andavano. Quanto a latte e burro, non sono materie facili da trasportare per lunghi tratti di strada, e la zona intorno alla Contea è deserta per un lungo tratto. Forse dalla Gente Alta della Terra di Brea? Certo che per un lattaio senza frigoriferi non è facile rifornire clienti che stanno come minimo a un giorno di distanza, e produrre latte e burro per tutta la Contea, magari lasciandosi anche qualche panetto per sé avrebbe richiesto ai Breani o Breatini o come cavolo si chiamavano allevamenti di mucche assai vasti (ma forse gli hobbit allevavano capre?).
Resta il fatto che, nel nostro immaginario culturale, il giro di birra la sera al pub e il tè alle cinque con dolci e focacce e la colazione con uova e pancetta e la pipa con il tabacco e il fish and chips e il bagno con la caldaia e la posta non si associano al medioevo ma all'Inghilterra del Settecento e Ottocento. E infatti gli hobbit sono inglesi in miniatura, ma non certo inglesi medievali, né il loro comportamento, una volta varcati i confini della Contea, denota alcunché di medievale: nei loro viaggi gli hobbit incontrano re e regine, elfi di altissimo lignaggio, mutapelle e draghi. A tutti si rivolgono con estrema cortesia, perché sono un popolo assai cortese, ma non mostrano di avvertire alcun senso di inferiorità sociale (tranne Sam, che si sente socialmente inferiore per principio, ma in un modo tutto inglese). I cinque hobbit viaggiatori affrontano chiunque da pari a pari con la calma consapevolezza di sé di chi ha letto il Contratto sociale e i pensieri di Voltaire e vive in una comunità che non conosce più la schiavitù dalla notte dei tempi. Non sono nostri contemporanei, ma certo vengono da un epoca piuttosto vicina alla nostra e si sentono liberi cittadini in grado di rapportarsi con qualsiasi principe elfico (o drago).

Curiosamente, si sono però dimenticati di inventare la stampa (che pure non è un procedimento molto complicato). Almeno sembrerebbe, anche se Bilbo e Frodo hanno molti libri. Ma, dopotutto, anche la biblioteca di Alessandria aveva molti libri, e per avere molti libri in assenza di stampa basta armarsi di carta e penna o comprare quelli trascritti pazientemente da altri. In questo, magari, i contatti commerciali con i nani potevano essere molto utili.