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martedì 25 ottobre 2016

Cuori spezzati (post didattico-letterario)

Questo bel quadro di Botticelli è ispirato alla novella di Boccaccio su Nastagio degli Onesti, che seppe utilizzare una caccia infernale per convincere  una nobile fanciulla ad amarlo

Ci tengo a precisare che questo non è un post dedicato alle traversine sentimentali dei miei amati alunni (di cui al momento non so nulla) bensì agli imprevisti che talvolta sovvengono a causa di una programmazione didattica non adeguatamente curata.

Ordunque in seconda media è tradizione dedicarsi ad alcuni particolari argomenti: fantasmi e horror, avventura, storie di amicizia eccetera.
Ho così esordito con un bel racconto di fantasmi: Cuori strappati, di M.R. James, che si trova spesso anche nelle antologie. La storia, come indica il titolo, parla appunto dei cuori che sono stati strappati a due ragazzini da un pazzo che cercava di guadagnarsi con ciò l'immortalità, mentre un terzo ragazzino si salva soprattutto grazie all'intervento dei fantasmi dei primi due. 
La lettura scorre bene ma, dopo la fine, i ragazzi si lanciano in una serie di commenti piuttosto rabbrividiti.
"Io stanotte non dormo!"
"Io non dormirò per una settimana!"
"Io vado a dormire nel letto dei miei!"
"Mah, a me ha fatto proprio paura".
"...non vi è piaciuto?" chiedo perplessa. Di solito le classi intascano le più orripilanti storie di horror e fantasmi senza batter ciglio.
"Sì che ci è piaciuto" assicurano tutti "Ce ne fa leggere un altro?".
"Vedremo" dico cautamente.
Il giorno dopo, a fianco di alcuni che assicurano di aver goduto di un sonno tranquillo e sereno, altri descrivono una notte inquieta e costellata da sogni di vasche vuote e strani esseri unghiuti e graffianti.
D'accordo, il pubblico ha sempre ragione; però, se la classe è così impressionabile, conviene lasciar perdere il filone horror e dedicarsi ad altro, almeno per il momento.
Perché non cominciare Boccaccio? Una bella storia d'amore va sempre bene.

Da sempre, la prima storia di Boccaccio che faccio leggere è quella di Guiglielmo di Rossiglione che dà da mangiare alla moglie il cuore del di lei amante, Guiglielmo di Guardastagno: è breve, concisa e introduce una bella serie di temi legati a un medioevo che nei libri scolastici compare piuttosto raramente, almeno alle medie. Il brusco finale a sorpresa li lascia sempre piuttosto interdetti e, regolarmente, affiora la domanda "Ma non poteva semplicemente lasciare sua moglie?".
Stavolta però il primo commento è stato "Un altro cuore strappato, e pure fatto a pezzi e cucinato? Ma GULP!".
Solo in quel momento mi sono resa conto che sì, in effetti i due racconti avevano almeno un tema in comune, se pure in contesti assai diversi.

"D'accordo, con i cuori, cucinati o strappati che siano, abbiamo decisamente già dato" mi dico. A quel punto di solito faccio leggere la novella dei tre anelli, ma per vari motivi la vorrei fare più avanti.
"Voglio una storia d'amore a lieto fine" decido. Scorro l'indice del Decameron e infine scelgo la novella di Nastagio degli Onesti e della caccia infernale. Magari potremmo anche leggere il passo di Dante da cui prende spunto, più avanti (ma anche no).
Comunque non rileggo la novella. Dopotutto, la conosco già, giusto?

Prima di iniziare la lettura decido che è tempo di cambiare il desktop della LIM, profittando del fatto che da ben 36 ore godiamo di una efficace connessione a Internet. Basta col Trionfo della Morte, messo ai tempi della Peste del Trecento, è il momento di un bel quadro rinascimentale.
"Vedete? Qui ci sono tante belle signore e tanti bei signori che siedono in pineta per un ricco banchetto. Questo è un liuto, perché durante i ricchi banchetti c'erano i musicisti, queste sono navi che lasciano il porto e vanno a commerciare, questo è lo stemma dei Medici, ammirate la bellezza dei vestiti..." e bla e bla.
Il quadro viene doverosamente apprezzato.

E si passa alla lettura. Arrivati alla caccia infernale si discute su come mai nel quadro ci siano un cane bianco e uno nero oltre a un cavallo bianco, mentre nella novella cani e cavalli sono tutti rigorosamente neri.
"Uno dei cani è bianco perché viene da dio mentre l'altro è nero perché viene dal diavolo?" suggerisce qualcuno.
"No, non credo. In effetti sono entrambi al servizio del diavolo per ordine di dio. Non saprei dire perché hanno colori diversi". 
"Secondo me è un fatto di colori. Un cavallo nero in quel punto del quadro avrebbe appesantito il dipinto".
Ho un sospetto del genere anch'io, ma data la mia totale ignoranza in materia di pittura mi guardo bene dall'esprimere un parere in merito.
La caccia va avanti, e finalmente il cavaliere raggiunge la povera fanciulla, la apre... e tira fuori il cuore con quel che vi sta intorno per darlo in pasto ai feroci mastini.
"Un altro cuore strappato!"
"Quest'anno è una costante"
"Cuori strappati, fatti a pezzetti, sbranati, cucinati... ne abbiamo viste di tutte!".
"Ehm... confesso che mi ero completamente dimenticata di questo particolare" ammetto assai contrita.
"E ci sono anche i fantasmi!"
"Sì, decisamente ci sono anche i fantasmi".
"Anche i cani sono fantasmi?"
"Credo di no. Secondo la cultura del medioevo gli animali non hanno un anima e dunque..."
La classe insorge "Come sarebbe che non hanno un anima?!?"
"Ho detto 'secondo la cultura del medioevo'. Credo che i cani siano spiriti infernali, come il cavallo. Poi, per conto mio, sono convintissima che gli animali abbiano un anima..."
"Certo che sì!"
"...ma per la teologia cattolica dell'epoca non era così. Sapete, può capitare che ci siano delle differenze culturali...".

La classe bofonchia.

Ma credo sia arrivato il momento di proporre una storia rigorosamente senza cuori strappati e senza fantasmi, di Boccaccio o di chiunque altro.


domenica 14 settembre 2014

I miei primi dieci libri-cardine

Un selfie di me da bambina, intenta alla mia attività preferita: LEGGERE

Il gioco, lanciato da La Noisette e povna sulla scorta di una catena che circola da un po' su Facebook, consiste nell'indicare le dieci letture che più hanno inciso sulla nostra formazione. Ogni volta mi viene fuori una lista diversa, stavolta seguirò l'ordine cronologico.

1) Le Fiabe Sonore. Probabilmente iniziate ad ascoltare intorno ai tre anni. La leggenda di famiglia vuole che abbia imparato a leggere su questi affascinanti fascicoli, mandandoli a memoria attraverso un ascolto ripetuto. Non so se sia vero, ma molte le avevo effettivamente imparate a memoria, e parecchie canzoni le ricordo ancora, in particolare la meravigliosa "parte fratello / in groppa al cammello" dalla storia di Kamar e Budur. La serie completa offriva una vasta scelta di fiabe da tutto il mondo. Le mie preferite erano Pelle d'asino, I tre musicanti e L'acqua della vita, oltre appunto a Kamar e Budur e Biancarosa e Rosella. Avevano anche delle bellissime illustrazioni, che anche allora erano merce abbastanza rara nei libri per bambini, almeno secondo il mio gusto. Naturalmente con le fiabe non mi sono fermata lì.

2) Dai sei anni in poi, la serie di Kathy Martin di Josephine James, sette volumetti della Stella d'Oro (serie rossa) dedicati a una ragazza che vuole diventare infermiera e poi effettivamente lo diventa (solo molto tempo dopo scoprii che in Italia, all'epoca, per diventare infemiera non era necessario fare tre anni di scuola e relativo praticantato). Non ho mai minimamente desiderato entrare a far parte del personale medico, in qualunque funzione, ma la storia mi piaceva molto e i libri li ho praticamente consumati. Probabilmente la cosa che mi colpiva di più era il modo con cui il lavoro di Kathy fosse il personaggio principale della vicenda.

3) Macbeth, dagli otto anni in poi. Non è stato il mio primo Shakespeare, ma mia madre mi suggerì di leggermi Giulietta e Romeo, dopo che mi ebbe raccontato la storia, e avevamo tutte le opere in un solo volume. Così spulciai un po' qua e là e Macbeth mi colpì moltissimo, tanto che credo di essermi mandata a memoria la parte di Lady Macbeth a forza di leggerla ad alta voce (mai più fatto niente del genere). Diciamo che assimilai la storia un po' per volta, col tempo, tanto che adesso è qualcosa che fa parte di me, come il fegato o l'ipotalamo. Vent'anni dopo scoprii l'opera di Verdi, che parimenti conosco a memoria, e ormai tendo a citarla soprattutto attraverso il libretto - che sembra un eresia, ma nonostante un italiano un tantino particolare, in quei versi e in quella musica c'è veramente tutto quello che ci ha messo Shakespeare, soprattutto nella scena della notte del primo delitto.

4) Orgoglio e pregiudizio, che mia madre mi lesse durante una breve degenza all'ospedale, quando avevo nove anni. Il mondo delle ragazze Bennet mi affascinò con una forza speciale, probabilmente per l'autonomia di cui godevano (molto maggiore di quella riservata di solito alle donne in Italia sulla fine degli anni 60). Mi sembrava una storia contemporanea, e in un certo senso lo era. Riletto poi un infinità di volte.

5) Il Signore degli anelli, iniziato nell'estate prima della prima media. Vabbé, credo di averne già parlato. Comunque nel 1972, in Italia, non c'era assolutamente nulla di nemmeno lontanamente simile. Per me fu una rivelazione, o forse una rivoluzione.

6) La serie di Angelica, di Anne e Serge Golon, mirabile polpettone dalla mirabilissima ricostruzione storica. In particolare ricordo la mia sorpresa quando entrarono in scena... gli indiani, completamente diversi da quelli dei film western - talmente diversi che mai per un momento dubitai che fossero quelli veri. Nel primo libro Peyrac mi piaceva abbastanza, anche se lo trovavo un po' irritante. Quando ricomparve in scena, in Angelica e il Nuovo Mondo, lo trovai di un antipatia mortale. Invece mi piaceva moltissimo la protagonista.

7) Nell'estate dopo la terza media arrivò Il maestro e Margherita, con il primo sabba della mia vita (da notare che all'epoca non sapevo ancora assolutamente nulla del Faust, e nemmeno dei processi per stregoneria). Da allora l'immagine di una donna a cavallo di una scopa per me vuol dire una sola cosa: libertà.

8) Medea, di Euripide. Letta sulla scorta di un suggerimento della prof. De Divinis in quinta ginnasio. Euripide mi è sempre piaciuto molto, ma Medea è stata la mia tragedia preferita per molto tempo, fin quando, quindici anni dopo, lessi le Baccanti. Da allora sono incerta tra le due. Ma perché scegliere?

9) Alla fine del ginnasio arrivò Paura di volare, di Erica Jong, ma ci dovrei aggiungere anche Come salvarsi la vita... e le poesie di Frutta e verdura - caso strano perché è molto difficile che le poesie moderne mi dicano qualcosa. Anche lì, come in Orgoglio e pregiudizio mi si aprì un mondo, ma in forma rovesciata: diciamo che scoprii la parte oscura della cultura americana, quella riservata alle donne, e quante cose venissero date per scontate su di noi. Scoprii anche l'esistenza dei tamponi interni, e devo dire che anche quello mi cambiò la vita. Di parecchio.

10) Decameron, di Boccaccio. Ci avevo provato intorno alla terza media, e mi era sembrato scritto in arabo. Improvvisamente, quando lo ripresi in mano in prima liceo, scoprii che era diventato perfettamente chiaro. Cominciai così una garbata opera di spulciatura che solo qualche anno dopo, in occasione di un esame, culminò nella prima lettura integrale. Da allora ce ne sono state, mi sembra, tre - ma il Decameron è un libro che si presta assai ad essere spelluzzicato e anche a venire letto ad alta voce con gli amici. Diciamo che è il medioevo che preferisco - ed è anche il mio libro italiano preferito, di gran lunga. Come il Signore degli Anelli, il Decameron è un libro che ha sempre qualcosa da dirmi, non importa quante volte l'abbia letto.

I dieci titoli sono finiti e sono arrivata sulla soglia dei diciassette anni. Comunque, la vita è andata avanti anche dopo.
Diciamo che, nella sua apparente staticità, la mia è una vita molto ricca di cardini.

(to be continued)

giovedì 4 aprile 2013

L'arte della discrezione nel Decameron di Boccaccio (con la storia di Agilulfo)




(Riadattato dal mio portfolio SSIS, percorsi di letteratura italiana)



La novella di Agilulfo è una delle mie preferite di tutto il Decameron. L'ho proposta alcune volte in seconda media, naturalmente tradotta in italiano moderno, anche con l'idea di trasmettere ai miei alunni l'idea che in certi casi pensare prima di agire può raddirizzare situazioni che sembrano all'apparenza del tutto irrimediabili; ma anche tralasciando questo aspetto didattico è comunque una bellissima storia d'amore, senza contare che è divertente, a lieto fine e che i tre personaggi ci fanno tutti un'ottima figura. Inoltre è un racconto squisitamente medievale, in tutto e per tutto. 
Una prova di comprensione del testo può servire per controllare che l'intreccio piuttosto complesso sia stato afferrato appieno.
La novella della marchesa di Monferrato, molto meno appariscente, è ugualmente fruibile  in una scuola media. Sì, in teoria lo sarebbero anche le altre due, ma ho sempre preferito evitare.

L’arte di tacere nel Decameron
(novelle III, 2; IX, 6 e I, 4; I, 5)

Molti sono i personaggi che nel Decameron si cavano d’impaccio (talvolta anche da impacci invero assai incresciosi) grazie a pronte e accorte risposte; ma in più occasioni Boccaccio ci mostra come gli uomini e le donne prudenti sappiano cavarsi dai più gravi impicci soprattutto grazie al fatto di aver saputo tacere al momento opportuno, riuscendo in tal modo ad evitare danno e scandalo.

Gli accorti e silenziosi protagonisti delle quattro novelle scelte sono molto diversi tra loro per educazione e condizione sociale: un celebre re longobardo, una marchesa, un giovane monaco, la moglie di un modesto oste del contado. In comune tutti e quattro hanno la ventura di trovarsi all’improvviso in una situazione assai spinosa e di riuscire a sfilarsene con garbo e soprattutto con dignità grazie ad una grande discrezione (discretum è infatti colui che sa cernere, ovvero scegliere il partito giusto da prendere) e ad una prontezza di reazione che ha del prodigioso. 
Tutti e quattro,  a buon diritto, potrebbero prendere come motto il celebre “Primum, non nocere” attribuito ad Ippocrate: prima di tutto, non peggiorare la situazione.

III, 2: Un pallafreniere giace con la moglie d’Agilulf re, di che Agilulf tacitamente s’accorge: truovalo e tondelo; il tonduto tutti gli altri tonde e così campa della mala ventura

La novella seconda della terza giornata viene introdotta dalla narratrice (Pampinea) proprio con un elogio della discrezione:
"Sono alcuni sì poco discreti nel voler pur mostrare di conoscere e di sentire quello che per lor non fa di sapere, che alcuna volta per questo riprendendo i disavveduti difetti in altrui, si credono la loro vergogna scemare, là dove essi l’accrescono in infinito: e che ciò sia vero, nel suo contrario mostrandovi l’astuzia [...] d’un valoroso re, vaghe donne, intendo che per me vi sia dimostrato".

La storia parla di un palafreniere della corte di Agilulfo che si innamora pazzamente della regina Teodolinda, tanto da decidere, rischiando il tutto per tutto, di tentare di passare una notte d’amore con lei. Per quanto forte sia l'amore, però, non ha spento del tutto in lui l’istinto di conservazione né il discernimento: consapevole del fatto che la regina non consentirebbe mai a prendersi un amante, e tantomento uno stalliere, il giovane sceglie di non svelare alla regina l’amore che le porta, e di tentare semplicemente di sostituirsi al re. A questo scopo studia accuratamente le abitudini della regale coppia e una notte, prese le dovute precauzioni, tenta il colpo, che riesce nel migliore dei modi.
Stanco ma soddisfatto il giovane va a riposare con tutti gli altri servi.
A questo punto entra in scena il re Agilulfo, che proprio quando il giovane ha appena lasciato la regina decide di godere i suoi privilegi coniugali e si reca perciò nell'appartamento della regal consorte; questa, vedendolo “si meravigliò forte”, tanto da dirgli “O signor mio, questa che novità è stanotte? Voi vi partite pur testé da me, e oltre l’usato modo di me avete preso piacere, e così tosto da capo ritornate? Guardate ciò che voi fate.”
Agilulfo capisce subito cosa è successo e se ne rincresce assai; ma nello stesso tempo elabora anche un’altra serie di considerazioni: la regina non sa cosa è successo, ed è opportuno che continui a non saperlo, per non turbarla e non darle occasione “di disiderare altra volta quello che già sentito avea”. Dunque si guarda bene dal chiarire l’equivoco "il che molti sciocchi non avrebbon fatto, ma avrebbero detto: “Io non ci fu’ io: chi fu colui che ci fu? Come andò? Chi ci venne?” Di che molte cose nate sarebbono, per le quali egli avrebbe a torto contristato la donna e, datole materia di disiderare altra volta quel che già sentito avea: e quello che tacendo niuna vergogna gli poteva tornare, parlando s’arebbe vitupero recato".

Il danno ormai è fatto, ma si può almeno evitare di renderlo pubblico e di far capire alla donna che, del tutto inconsapevolmente, ha commesso un adulterio (e magari farle desiderare di compierlo di nuovo). Molti sciocchi si sarebbero lanciati in un interrogatorio in piena regola per conoscere tutti i dettagli della faccenda; ma si dà il caso che Agilulfo non sia affatto uno sciocco.
Non per questo è disposto a lasciar cadere la cosa. Così, mostrando di accogliere la preoccupazione della sua gentil consorte, che teme che troppe fatiche nuocciano alla sua salute, rinuncia per quella notte ai piaceri coniugali e lascia subito la stanza per “chetamente trovare chi questo avesse fatto”.
Una rapida riflessione lo convince che il colpevole è uno di casa, e che dalla casa non è potuto uscire. Così raggiunge il dormitorio dove riposa quasi tutta la servitù ed “estimando che, qualunque fosse colui [...] non gli fosse ancora il polso e ‘l battimento del cuore per lo durato affanno potuto riposare, tacitamente [...] a tutti cominciò ad andare toccando il petto”.
La prova riesce e il colpevole viene individuato. Arresto pubblico, dunque, con grida e strepiti e gran clamore?
Niente affatto; perché Agilulfo "sì come colui che di ciò che fare intendeva niuna cosa voleva che si sentisse, niuna altra cosa gli fece se non che con un paio di forficette, le quali portato avea, gli tondé alquanto dall’una delle parti i capelli, li quali a quel tempo portavano lunghissimi, acciò che a quel segnale a mattina seguente il riconoscesse".

La mattina dopo, il servo che si fosse svegliato con un nuovo taglio di capelli sarebbe stato con bel garbo chiamato a parte e portato innanzi al re, al quale non sarebbero mancati modi e argomenti per esternare nel più efficace e discretissimo dei modi il suo estremo disappunto.

L’ottimo e discretissimo piano viene però rovinato dal fatto che il palafreniere, ancora sveglio, aveva capito benissimo perché era stato segnato. E ha provveduto, silenzioso e discreto quanto il re, a stornare da sé il danno: la mattina dopo Agilulf scopre infatti che buona parte della servitù ha i capelli tagliati da una parte. Preso atto che il suo avversario “quantunque di bassa condizione sia, assai ben mostra d’essere d’alto senno” (altro tema assai caro a Boccaccio), il re decide di lasciar perdere "veggendo che senza romore non poteva avere quel ch’egli cercava, disposto a non volere per piccola vendetta acquistare gran vergogna, con una sola parola d’ammonirlo e di mostrargli che avveduto se ne fosse gli piacque, e a tutti rivolto disse: “Chi ‘l fece nol faccia mai più e andatevi con Dio”.
Un altro gli avrebbe voluti far collare, martoriare, esaminare e domandare; e ciò faccendo avrebbe scoperto quello che ciascuno dee andar cercando di ricoprire; ed essendo scoperto, ancora che intera vendetta s’avesse presa, non scemata ma molto cresciuta n’avrebbe la sua vergogna e contaminato l’onestà della donna sua".

In conclusione Agilulfo preferisce lasciare alquanto meravigliata l’intera sua servitù (del che gli importa poco) e tenersi le corna in testa (che ormai ci sono, ma resteranno un caso isolato) piuttosto che sollevare uno scandalo e infamare la regina. Davanti a un danno non più rimediabile e alla prospettiva di uno scandalo da cui non trarrebbe alcun vantaggio ma solo un danno di immagine, il prudente re accetta di lasciare le cose come stanno.

IX, 6: Due giovani albergano con uno, de’ quali l’uno si va a giacere con la figliuola, e la moglie di lui disavvedutamente si giace con l’altro; quegli che era con la figliuola, si corica col padre di lei e dicegli ogni cosa, credendo dire al compagno; la donna, ravvedutasi, entra nel letto della figliuola, e quindi con certe parole ogni cosa pacefica.

La sesta novella della nona giornata viene narrata da Panfilo (il corrispettivo maschile di Pampinea), e in essa vediamo “un subito avvedimento d’una buona donna avere un grande scandalo tolto via”.
Siamo nella casa di un oste di Pian del Mugnone -  un ambiente sociale molto diverso dalla corte longobarda, ma non per questo indifferente agli scandali.
La famiglia dell’oste è composta da lui, la sua bella e accorta moglie,il loro figlio di pochi mesi che dorme in una culla accanto al letto della madre che ancora lo allatta, e un'altra figlia di sedici anni.
La figlia ha un innamorato, Pinuccio, che allo scopo di portare a compimento il loro amore una sera combina le cose in modo da restare a dormire con la famiglia dell’oste (che proprio per eventualità di questo tipo tiene un letto in più) insieme al suo amico Adriano.
La stanza non è grande, i letti sono fitti. Da una parte i due ospiti, in un altro letto la ragazza, nel terzo letto i padroni di casa con la culla del bambino accanto alla madre.
Tutti vanno a dormire, ma la notte si rivela movimentata. Per primo, naturalmente, si alza Pinuccio, che raggiunge l’innamorata. Poi si alza la signora, perché “una gatta fece certe cose cadere, le quali la donna destatasi sentì: per che levatasi, temendo non fosse altro, così al buio come era, se n’andò là dove sentito aveva il romore” (quadretto che risulta squisitamente familiare a chi ha la ventura di ospitare una o più gatte in casa). Per ultimo si alza anche Adriano “per alcuna opportunità naturale”; quest’ultimo trova la culla a sbarrargli la strada, e la muove per passare, senza però preoccuparsi di rimetterla a posto quando torna a letto.
La donna, constatato che il danno non era grave “garrito alla gatta, alla cameretta se ne tornò” e, ingannata dalla posizione della culla, finisce nel letto di Adriano che, sentendola arrivare “caricò l’orza, con gran piacere della donna”, convinta pure lei, come Teodolinda, di essere con suo marito.
A sua volta ingannato dalla malefica culla, Pinuccio raggiunge non il suo letto, bensì quello dell’oste, e siccome “non era il più savio giovane del mondo”, credendo di parlare all’amico lo informa di quanto piacevolmente è stato accolto dalla sua amica.
L’oste reagisce male, e la donna improvvisamente si accorge di quel che è successo: 
"incontamente conobbe là dove era stata e con cui: per che, come savia, senza alcuna parola dire, si levò, e presa la culla del suo figlioletto, come che punto lume nella camera non si vedesse, per avviso la portò allato al letto dove dormiva la figliuola e con lei si coricò".

Il primo spostamento della culla aveva creato tutti i problemi, il secondo li risolve: la padrona di casa assicura il marito che nessun Pinuccio ha dormito con la ragazza, perché con la ragazza c’era lei. In suo aiuto interviene anche Adriano che, “veggendo che la donna saviamente la sua vergogna e quella della figliuola ricopriva”, accusa l’amico di essere sonnambulo e di straparlare nel sonno. Alla fine perfino il non troppo savio Pinuccio fa la sua parte, mostrandosi sonnambulissimo e facendo vista di svegliarsi solo a gran fatica. L’oste, ormai tranquillizzato, accetta la nuova versione dei fatti senza alcun sospetto e tutto finisce nel migliore dei modi. 
(Quanto al bambino in culla, per tutto il tempo ha dormito un provvidenziale sonno di pietra).


I, 4: Un monaco, caduto in peccato degno di gravissima punizione, onestamente rimproverando al suo abate quella medesima colpa, si libera dalla pena

La quarta novella della prima giornata, raccontata da Dioneo è la prima novella “spinta” dell’intero Decameron e il protagonista, un giovane monaco, con l'aiuto ella discrezione e di una certa astuzia riesce non solo a scansare uno scandalo,ma soprattutto a salvarsi  dalle gravi sanzioni previste per i monaci che si fossero resi colpevoli di fornicazione.

Costui infatti, incontrata una bella ragazza nei campi, se la porta in cella durante il riposo pomeridiano dei monaci. Disgraziatamente però l’abate, passando davanti alla cella “sente lo schiamazzio che costoro insieme facevano”. A sua volta il giovane si accorge che l’abate li ha scoperti, vedendolo da un pertugio della porta. "Di che egli, sappiendo che di questo gran pena gli doveva seguire, oltre modo fu dolente: ma pur, senza del suo cruccio niente mostrare alla giovane, prestamente seco molte cose ricolse, cercando se a lui salutifera trovar ne potesse; e occorsegli una nuova malizia, la quale al fine immaginato da lui dirittamente pervenne".
Insomma, invece di perdere tempo a lamentarsi il monaco spende assai più utilmente le sue energie cercando un modo per cavarsi d'impaccio. E lo trova.
Infatti, dopo aver spiegato alla ragazza che va a predisporre le cose in modo da farla uscire senza che nessuno possa vederla, la lascia nella cella chiusa a chiave e porta la chiave all’abate, com’era uso nel monastero quando i monaci uscivano, proclamando “con un buon volto”  la sua intenzione di andare a far legna. Poi lascia che la natura segua il suo corso.
L’abate, rimasto padrone del campo, inizialmente medita di aprire la cella davanti a tutti i monaci e rendere pubblico lo scandalo; poi comincia a pensare se non è il caso di indagare prima chi sia la ragazza (caso mai il monaco si fosse portato in cella una principessa o altra nobildonna) - e insomma entra nella cella per “vedere prima chi fosse e poi prender partito”. Il partito che alla fine prende, ovviamente, è quello di intrattenersi a sua volta con la ragazza - e a quel punto per il giovane monaco diventa facile risolvere la situazione con una battuta che fa capire chiaramente all’abate come sia stato non solo sentito, ma anche visto. 
I due finiranno per accordarsi, e la ragazza uscirà con gran discrezione dal monastero ma “poi più volte si dee credere ve la facessero tornare”.

I, 5: La marchesana di Monferrato con un convito di galline e con alquante leggiadre parolette reprime il folle amore del re di Francia

La novella successiva (raccontata da Fiammetta) mostra un caso piuttosto diverso: la marchesa di Monferrato, bella e distinta dama, non ha alcun desiderio di tradire il marito, nemmeno inconsapevolmente - ma ci sono dei casi in cui per una signora dire di no è difficile, e soprattutto disagevole. 
Nella fattispecie la marchesa si trova da sola, mentre il marito è alla terza crociata, e improvvisamente il re di Francia le manda a dire che vuole passare con il suo seguito dalle sue terre, e fermarsi da lei per pranzo mentre va a Genova.

"La donna, savia e avveduta, lietamente rispose che questa l’era somma grazia sopra ogni altra e che egli fosse il ben venuto. E appresso entrò in pensiero che questo volesse dire, che un così fatto re, non essendovi il marito di lei, la venisse a visitare: né la ingannò in questo l’avviso, cioè che la fama della sua bellezza il vi traesse".
Insomma la marchesa tiene fede ai suoi obblighi di gentildonna e si mostra cortese e ospitale come dev'essere. E riflette, come ogni prudente donna deve fare, sul perché il re di Francia abbia deciso di venire proprio quando il marchese è assente. E arriva presto a comprendere la probabile ragione di quella visita.
Il problema qui non è tanto dire di no al re, ma cercare di  fermare le cose ben prima di trovarsi al punto di dire sì o no ed evitare a entrambi un colloquio invero spiacevole da cui sarebbero potuti nascere anche strascichi politici piuttosto gravi. 
La marchesa, senza confidarsi con nessuno, opta per un messaggio indiretto e organizza una fastosa ospitalità e un ricco pranzo dove però le vivande sono tutte a base di galline.
Il re nota la stranezza della cosa, in una terra ricca di selvaggina di tutti i tipi, e si rende ben conto che le galline portano con sé un messaggio. Non capisce però; o meglio non vuol capire, perché non si è mai sentito parlare, in tutto il medioevo (e neanche prima o dopo, in verità) di un significato galante o di una valenza afrodisiaca attribuiti alla carne di gallina; e finisce per chiedere, con notevole goffaggine “Dama, nascono in questo paese solamente galline senza gallo alcuno?”.
Per quanto infelice, la domanda è posta nella forma più opportuna per la bella marchesa, che ha così agio di rispondere “Monsignor no, ma le femine, quantunque in vestimenti e in onori alquanto dall’altre variino, tutte perciò son fatte qui come altrove”.
La risposta è chiara quanto basta per il re, che si rende conto che dalla marchesa non potrà ottenere niente né per amore né per forza. Così "senza più motteggiarla, temendo delle sue risposte, fuori d’ogni speranza desinò; e, finito il desinare, acciò che con presto partirsi ricoprisse la sua disonesta venuta, ringraziandola dell’onor ricevuto da lei, accomandandolo ella a Dio, a Genova se n’andò".
Insomma anche il re decide infine di usare un po' di discrezione, risparmiandosi di fare apertamente quella figura di imbecille (per non dire di peggio) che aveva già fatto ma che era rimasta, per così dire, discretamente nascosta nelle pieghe di una conversazione un po' casuale.

mercoledì 12 maggio 2010

All'anima del fine doppiosenso



E' proprio quel che sembra: un'innocua torta di mele.
E dà anche l'ipressione di essere molto buona.

Addentrandomi nel complesso e infido mondo dell'analisi logica ho scoperto quel che già da tempo sospettavo, ovvero che molti dei miei alunni si muovevano decisamente a tastoni tra quelle strane entità chiamate "pronomi", soprattutto quelli personali e relativi.
Bene, non erano i primi a trovarsi in cotal frangente, non saranno gli ultimi e il rimedio esiste. Così per qualche settimana li ho lavorati ai fianchi con varie tonnellate di esercizi.
Poi una mattina ho fatto accendere la LIM e arruolato l'Assenteista come dattilografo. Dettavo una frase, l'Assenteista la scriveva e sceglievo qualcuno per analizzarla.
Si poteva fare anche con un foglio di carta, ma la LIM ha una sua imponenza che speravo si imprimesse nella loro memoria.
Altra cosa che volevo gli restasse impressa erano le frasi. Così sono ricorsa a Frasi Finemente Allusive, cominciando con la classica "Me la dai?" e proseguendo su quel registro con numerose varianti fino a culminare con una massima di autore ignoto ma che mi è sempre piaciuta moltissimo: "Se ve la chiedono, datela. Se non ve la chiedono, offritela con gentilezza" e con un corrispettivo al maschile improvvisato sul momento "Se ve la offrono, prendetela. Se non ve la offrono, chiedetela con gentilezza" (che, comunque vada, mi sembrano validi principi morali con cui affrontare la vita: la gentilezza è sempre importante, e in quella classe ce n'è davvero poca).
E' una tecnica efficace, di solito. L'ho sperimentata un paio di volte, sempre con buon esito, durante le supplenze brevi. Dopo la sfilata di Frasi Finemente Allusive gli errori con le particelle pronominali calano parecchio.
Almeno, a me è successo così.

Stiamo parlando della classe che è quasi impazzita alla semplice menzione degli uccelli cacciati da Corrado Gianfigliazzi nell'innocua novella di Chichibio. Avevo dunque messo in conto una lezione assai effervescente - e quanto a effervescenza, quella classe non si è fatta mai mancare nulla, nemmeno con gli argomenti più scialbi.
Ma tutto si è limitato a qualche mormorio, mentre tutti controllavano che l'Assenteista dattilografasse in modo corretto, e a qualche gomitata. Solo una domanda:
"Prof, stiamo parlando di una mela?"
"Facciamo una torta. Un'intera torta di mele" rispondo impassibile.
Nessuno trova nulla da obbiettare all'idea di una torta di mele.

Non dirò che è stata una lezione silenziosa, ma certo si è svolta in modo assai più tranquillo del previsto. Tutti hanno analizzato, piuttosto bene, le frasi assegnate (Assenteista compreso), tutti hanno seguito con attenzione. Nessuno è stato colto da attacchi di riso irrefrenabile, nessuno ha avuto accessi di tosse, praticamente nessuno ha commentato. Sdipanavano e ordinavano quella piccola giungla di pronomi con serietà e concentrazione, nemmeno fossero una classe normale. E si sono perfino dispiaciuti quando ho spento la lavagna.

Pochi giorni dopo, prova di comprensione del testo. Sulla novella di Agilulfo, quella dove uno stalliere riesce ad andare con la regina senza farsi scoprire da nessuno, nemmeno da lei.
Volendo, c'è da argomentare un po' di più che su qualche uccello di palude che si alza in volo all'alba, no? Lì non ci si limita a cacciare gru e farle arrosto, lì si tromba. Spazio per le battute non ne manca.
La lettura avviene nel silenzio profondo e quasi irreale che caratterizza a volte quella classe durante le ore di lettura. Segue qualche breve apprezzamento sulla storia. "Carina" "Bello!".
Tutto qui.
Detto le domande, la classe si mette disciplinatamente al lavoro. Scrivono come castori e poi consegnano.
E' la stessa classe che ha rischiato di morire soffocata dal gran ridere per colpa di una gru.

Un paio di giorni dopo preparo un po' di frasi di analisi logica per la Seconda Nevrotica, così facciamo una mini-verifica a voce.
In un contesto integerrimo di frasi sulla guerra in Serbia, le torte al cioccolato, il Festival di Salisburgo e le interrogazioni di storia decido di infilare anche la frase che esorta a offrirla con gentilezza. Però abilmente camuffata.
"Prendi la torta di mele e portala nel salone. Se te la chiedono, dagliela. Se non te la chiedono, offrigliela con gentilezza". Tanto loro hanno fatto anche i complementi di luogo.
Distribuisco i fogli e chiamo i fortunati prescelti per l'analisi.
Manco a dirlo, la guerra in Serbia, la torta con il cioccolato e il Festival di Salisburgo scorrono via serenamente.
L'entrata in scena della torta di mele, da offrire con garbo invece di sbatterla sul muso degli invitati, scatena il putiferio. A quanto pare, la mascheratura non era delle più efficaci. Eppure, lo confesso, mi era sembrata una frase assolutamente innocua.
"Si può sapere perché state ridendo?" chiedo gelida.
"Ma via, prof..." comincia qualcuno. Il compagno di banco lo zittisce a gomitate.
"Ma questa frase..." inizia qualcun altro, di nuovo zittito dai vicini.
"Vediamo di finire" taglio corto, impassibile.
E la frase viene finita, ma in una giungla di mezze risate, sussurri e ammiccamenti. Il tutto per un'innocua torta di mele da servire agli ospiti.

Io i giovani d'oggi non li capisco mica.

giovedì 1 aprile 2010

Effetti secondari e imprevisti della novella di Chichibio



E' noto che una seconda media alla sesta ora (e anche a tutte le altre ore, in verità) può riuscire a cavar di sottoterra i più imprevedibili doppi sensi da qualsivoglia innocentissimo testo. A ciò ogni insegnante delle medie è preparato da lunga pratica e ognuno gestisce tal cosa come meglio sa. Di solito io reagisco con tranquilla e divertita indulgenza, memore dei miei abbondantissimi trascorsi a riguardo: si ride e si scherza insieme e la cosa finisce lì.
Ammetto però di aver programmato la lettura della novella di Chichibio e la gru in totale incoscienza, senza minimamente sospettare di essermi imbarcata in un testo ai limiti della pornografia.
Ma andiamo per ordine.
Amo molto il Decameron, e di solito rifilo alle mie seconde una vasta scelta di novelle, anche di quelle che di solito non fanno parte del canone scolastico. Uso la traduzione di Aldo Busi, l'unica integrale, e faccio lavorare la fotocopiatrice.
Fino a questo momento la mia seconda aveva affrontato la storia di messer Guardastagno, che dà da mangiare alla moglie il cuore del di lei amante cucinato a puntino (che è stata accolta con una certa perplessità), la caccia infernale di Nastagio degli Onesti (c'è il richiamo a Dante) e la novella di Melchisedech e dei tre anelli (coi tempi che corrono, un invito alla tolleranza religiosa va sempre bene).
Della storia di Chichibio avrei fatto tranquillamente a meno, devo dire; ma sul testo di letteratura che mi è capitato in sorte c'era solo e soltanto quella. Siccome era in lingua originale mi è venuta l'incauta idea di fargli fare il raffronto tra il testo antico e quello in italiano moderno, con eventuali accenni sulle scelte che a volte si trova a dover fare un traduttore.
Cominciando dalla traduzione, così si sarebbero orientati meglio nel testo antico.
I primi problemi arrivano col titolo "La coscia fantasma" - un brusio di risate che passa presto. Non colgo il punto - perché è vero che il titolo non è quello originale, ma insomma è piuttosto pertinente (solo che loro non lo sanno, ancora).
Senonché, poche righe dopo, si racconta di come Corrado Gianfigliazzi "non faceva altro che correre dietro alla sua passione per uccelli e cani". Quando vedo la classe sganasciarsi domando cosa c'è di così strano, visto che è esattamente la stessa espressione usata da Boccaccio.
Qualche anima caritatevole prova a spiegarmi che il problema sono gli uccelli. A mia volta provo a spiegare che proprio di uccelli si tratta, di quelli che volano - ma ormai il danno è fatto e ci vuole un bel po' prima che la lettura riesca a proseguire.
Ci riprendiamo fino all'entrata in scena di Brunetta che vuole assaggiare la gru.
"Tu non l'avrai da me" le dice Chichibio. "E neanche tu da me!" ribatte lei seccata.
"Sì, vuol dire esattamente quel che state pensando" avviso la classe "L'originale dice "Tu non avrai da me cosa che ti piaccia".
Nel frattempo però si è ricomnciato a parlare di cosce, e di nuovo se ne parla con Corrado quando questi chiede come mai la gru servita in tavola non ne ha due.
L'effetto combinato è una nuova ondata di riso, che raggiunge punte di autentica isteria.
A questo punto so che non c'è più niente da fare e cerco solo di chiudere la lettura in tempi ragionevoli.
Finalmente padrone e cuoco se ne vanno a Peretola a caccia di gru per contare quante gambe hanno. La classe sembra essersi ripresa, ma lì arriva il colpo di grazia: in uno dei suoi rari interventi personali, Busi spiega che i due vanno sulle rive di un fiume "sulle cui rive tutti i bird-watcher della zona accorrevano a saziarsi di gru".
"Cosa vuol dire bird-watcher? - chiede qualcuno.
Sospiro.
"Vuol dire guardauccelli. Sono i naturalisti che studiano i volatili con il binocolo".
Davanti alla reazione decisamente scomposta della classe tutta i miei peggiori istinti di tredicenne si risvegliano e decido di buttare giù il mio carico da trenta:
"E già che ci siamo, 'guardare' in greco si dice "stokazomai".
Nel delirio che segue le gru spiccano infine il volo, Chichibio dice la battuta che lo salverà dalle bastonate e il suono della campanella si avvicina sempre più.
"Ragazzi, mi rendo conto che si è trattato di una serie di sfortunate circostanze, ma temo proprio che nessuno di voi sia riuscito a seguire la storia; perciò devo assicurarmi che la rileggiate a casa..."
"E dunque ci dà il riassunto".
E dunque gli ho dato il riassunto. Ma se non altro l'ora è stata piuttosto allegra.
(Comunque è chiaro che Boccaccio va affrontato a mente fresca, quando i freni inibitori funzionano ancora. Anche nelle sue novelle dall'apparenza più innocente).