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domenica 2 maggio 2021

I cioccolatini dedicati a Mozart


Quando si fa l'Austria (che succede in Seconda, quando le classi sono ormai abbastanza sveglie e predisposte verso i doppi sensi) capita spesso di parlare di Salisburgo e di Mozart. A quel punto, quasi sempre, faccio un garbato accenno ai Mozartkugeln, squisitissimi cioccolatini che imperversano per tutta l'Austria ma che a Salisburgo sono davvero onnipresenti in tutte le loro infinite versioni e intasano le vetrine delle pasticcerie. E' un tocco gastronomico che non manca mai di essere apprezzato, ma l'apprezzamento tocca invero punte altissime quando spiego con grande nonchalance che la traduzione del nome è "palle di Mozart". A quel punto la classe trova la cosa molto divertente e si lancia in vari commenti, che io seguo con un finto cipiglio che non inganna nessuno, poi la spiegazione continua - di solito dopo che qualcuno ha raccontato che ha avuto il gran piacere di mangiarne e sono invero assai gustosi.
Stavolta eravamo alla sesta ora, quando le barriere inibitorie sono andate a farsi friggere da un bel po', e la Seconda Non Più Tanto Asserpentata ha gradito particolarmente l'intermezzo - o per meglio dire c'è voluto del bello e del buono per riportarla ad un pur minimale grado di interesse verso i monumenti e l'economia austriaca, visto che continuavano a ridere a più non posso.

Le lezioni della sesta ora, si sa, sono quello che sono. L'altra ora di Geografia della Seconda però è la mattina dopo, alla prima ora - e di solito la classe si presenta molto attenta & disponibile.
Per l'Austria si era offerta una graziosa fanciulla finora all'apparenza un po' smortina (e secondo me abbastanza sottovalutata dal Consiglio) ma che negli ultimi tempi ha avuto un buon risveglio.
Costei ha diligentemente elencato confini, forma istituzionale, capitale, moneta, entrata nell'Unione Europea, storia, ed è passata a parlare delle città. Prima Vienna, poi Linz, infine Salisburgo, città dov'è nato il grande compositore Mozart e dove la cosa è grandemente segnalata per ogni dove, tanto che anche le vetrine delle pasticcerie sono piene zeppe  (la classe drizza le orecchie e si pone in ascolto) dei cioccolatini dedicati a Mozart - e mentre pronuncia molto compiaciuta l'impeccabile frase una grande aureola dorata le spunta tutto intorno.
Davanti a frase sì ineccepibile, la classe ride anche più del giorno prima mentre io (che rido come tutti) proclamo "Bravissima! Mezzo punto in più!".
E in cuor mi sovviene la compagna di liceo che, ritrovandosi a raccontare la trama della Lisistrata di Aristofane, spiegò compunta e con la stessa aureola dorata intorno alla testa che i mariti delle donne ateniesi "sentivano profondamente la mancanza della compagnia delle loro spose" laddove in tanti si erano intorcigliati nelle più strane frasi per descrivere la situazione tradendo a ogni parola un vistosissimo imbarazzo. La mia compagna, però, era al quarto anno delle superiori, dove si dovrebbe ben avere imparato a far capire senza chiamare troppo le cose col loro nome, mentre a tredici anni la capacità nel develop solution non sempre è avanzatissima.



Per concludere, una nota dolciaria: i Mozartkugeln originari sono artigianali, e tuttora fatti a mano dalla pasticceria salisburghese che li ha inventati ma che non ha mai brevettato la ricetta. In seguito altre ditte
 ne hanno fatta una produzione industriale. Caratteristica comune, naturalmente, è avere sull'involucro di stagnola un ritratto di Mozart - e come si può vedere dalla tabella a lato, i cioccolatini originali, del 1890, e le sue prime imitazioni hanno un profilino abbastanza stilizzato del grande compositore mentre le versioni più moderne riproducono ritratti a colori e sono anche quelle più facili da trovare in commercio e con le scatole più belle.  Comunque è un classico caso di recentiores non deteriores: vanno benissimo tutti, gli originali come le imitazioni.

giovedì 24 novembre 2016

Esperimenti per l'educazione all'affettività - 1


Ufficialmente i draghi si accoppiano in volo, ma vai poi a sapere se lo fanno anche altrove


Al primo stormir di Settembre mi sono fatta con qualche collega un corsetto di formazione con le Life Skills (sì, sempre loro) sull’educazione sessuale.

In sintesi, consigliavano un approccio olistico, che partisse già da elementari e materne (ma senza alcun corso di masturbazione dal vivo, per quel che mi è stato dato di capire), non limitandosi solo ai dati più tecnici ma lavorando sulla persona nel suo complesso,  il tutto al nobile scopo di permettere ai fanciulletti un atteggiamento il più possibile sereno e positivo verso sé stessi e poi verso gli altri.
Tutto ciò è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di vibrazioni positive (oooohm), ma io sono un insegnante di Lettere, e dunque sulla parte più tecnica non potrei comunque fare granché. Però….

Fu così che, ricolma e traboccante di ardimentoso zelo, decisi di fare con la mia amata seconda un bel percorso sul Gran Passaggio dell’adolescenza, l’amore, la questione femminile e gli stereotipi di genere (grano, uova, lardo e cinghiale, tutto cotto insieme per far prima, secondo la ricetta del cuoco militare di Asterix Legionario), il tutto sotto specie di purissima innocenza e senza dichiarazione di intenti; e a tal scopo vado tuttora elaborando una bella lista di libri e film,di cui per ora solo Quando c’era Marnie è passato sotto i loro occhi. Del resto, questa classe nello specifico sembra ancora abbastanza assopita sotto questo aspetto. Sembra.
Tuttavia è noto che anche la più  tradizionale e consueta delle programmazioni può portare a sviluppi inaspettati.

Per esempio grammatica. Analisi logica.


perché vedete, c’è il predicato verbale e quello nominale. Il predicato nominale è quella cosa che tutti capiscono al volo ma che altrettanto al volo dimenticano, e così arriviamo alla classica scena dove “Il gatto è bello” viene analizzata come “Il gatto: soggetto; è: predicato 

verbale; bello: complemento oggetto”. Allora l’insegnante urla e strepita e alla fine per un attimo la classe si ricorda che c’è il predicato nominale. Ma due giorni dopo, quando si tratta di fare l’analisi de “La moto di Giampioppo è veloce” siamo di nuovo punto e a capo”.
La classe riflette meditabonda, poi qualcuno chiede “Ma perché il verbo essere sul libro si chiama copula?”.
Perché è la cerniera tra il soggetto e il modo in cui il soggetto viene descritto. “Copula” sarebbe proprio l’unione, nel senso di accoppiamento, e infatti l’altro significato che ha è proprio quello di unione tra maschio e femmina. Anche se io, per la verità, non so immaginarmi un soggetto e un predicato nominale che si accoppiano”.
Di nuovo la classe medita; poi Biancaneve alza la mano “Prof, posso fare una domanda che non c’entra nulla?”.
E’ l’Attimo del Terrore, quando l’insegnante non può prevedere cosa uscirà da quelle bocche. Niente che abbia a che vedere con i predicati, di sicuro. Ma ormai l’ora sta per finire...
Sentiamo” concedo benigna.
“Mi sono sempre chiesta come fanno le balene. Per fare i figli, intendo”.
Oh?
Fanno esattamente come noi: sono mammiferi”.
“Come noi?”.
A parte il piccolo dettaglio che lo fanno in acqua: c’è il baleno, poi c’è la balena, si uniscono e nasce il balenino”. (Mi sento molto sentinella in piedi che spiega che per  un bambino ci vuole il papà e ci vuole la mamma e tutto il resto è contronatura).
Siamo alla fine della quinta ora, ovvero quando ci si mette a ridere con niente e non si riesce più a smettere. La descrizione della vita familiare di Baleno e Balena dà alla classe il colpo di grazia e il resto della conversazione si svolge a voce alta, per farsi sentire al di sopra delle risate convulse che travolgono tutti.
“E le meduse?” domanda Aurora.
Panico. Vecchi frammenti opalescenti di ricordi delle scuole medie, quando stavo anch’io nei banchi.
Ah, le meduse è una roba complicata. Non mi sembra che si accoppi, e dopo diventa un altra cosa...” (a casa scoprirò che “l’altra cosa” è un polipo, anzi molti polipi che a loro volta 

diventano poi meduse).

“Come sarebbe che non si accoppia?”.
Vedete, ragazzi, il mondo è vario, e i modi di riproduzione anche. Noi mammiferi facciamo sesso, poi ci sono le specie che fanno sesso virtuale e quelle che si riproducono da sole, in autonomia”.
“Da sole? Com’è possibile?”
“E’ vero” conferma Dirk Lloyd “Gli organismi monocellulari”.
 “Esatto. C’è l’ameba, tutta tranquilla, che mangia e cresce, e poi a un certo punto si scinde e abbiamo due amebe”.
“E quelli del sesso virtuale?”.
I fiori, per esempio. Le api portano il polline da un fiore all’altro, ma i due fiori non si sono mai conosciuti né parlati, però due fiori che sono stati virtualmente insieme fanno un frutto”.
“E’ per questo che si parla di frutto dell’amore?” si informa Virgilio.
Potrebbe essere” ammetto "E poi i pesci. Certi pesci non si accoppiano, la femmina depone le uova e se ne va per i fatti suoi, poi arriva il maschio e le feconda e se ne va pure lui, Tempo dopo le uova si schiudono e nascono i pesciolini, ma i due pesci genitori non si sono mai visti né frequentati”.
“Quindi ci sono dei pesci che non sanno chi è il loro padre?”
Per la verità ci sono anche un sacco di pesci che non sanno nemmeno chi è la loro madre, e questo è già più insolito”.
“E i serpenti?”
No, le serpentesse depongono le uova già fecondate...” altro momento di panico. Alcune serpene fanno le uova, altri i serpenti... o sono io che ricordo male?
Qualcuno fa le uova, comunque. Nella storia di Rikki-Tikki-Tawi ci sono le uova di Nagaica, e questo è tutto quel che so sull’argomento.
“Ma come fanno i serpenti ad accoppiarsi? Sono lunghi...”
Non ho la minima idea di come facciano i serpenti ad accoppiarsi! Chiedete a Scienze, io faccio Lettere!”.
La classe è ormai completamente andata. Qualcuno prova a mimare due serpenti che si distendono uno sull’altro, qualche altro scuote la testa, ma tutti ridono a più non posso, me 

compresa.
Alzo ancora di più la voce, dopo aver guardato l’orologio “La lezione di biologia è finita. Tirate fuori i diari che vi do gli esercizi!”.
Ecco, appunto: un approccio olistico, dolce e subliminale, soffermandoci sui sentimenti, sull’importanza dell’autostima...
Ho come l’impressione di non essere partita col piede giusto.

mercoledì 20 gennaio 2016

Life Skills Strikes Back - La gestione delle emozioni - 2 - Dalla parte degli alunni


Ordunque, venendo alle emozioni provate dai ragazzi a scuola, esse sono numerosissime e non basterebbe la pergamena ricavata da un gregge di pecore ad elencarle tutte. Cotali emozioni si riferiscono in parte alla loro vita scolastica, ma parecchio anche alla loro vita sociale e personale: i poverelli passano infatti almeno trenta ore alla settimana a scuola, più altre a fare i compiti o a scansare i compiti o a pensare ai compiti che non vogliono e non sanno fare (le due cose sono più collegate di quanto non si creda), e in più c'è il tempo per andare a scuola o per prepararsi per andare a scuola. A scuola inoltre, soprattutto a elementari e medie, si svolge gran parte della loro vita sociale e affettiva, che si allunga tramite telefono, visite, incontri vari e perenne permanenza sui social, ove gran parte di loro è saldamente impiantata dall'alba al tramonto e talvolta, ahimé, anche dal tramonto all'alba. Quel che succede in aule e corridoi dunque ha grandi ripercussioni nella loro vita quotidiana, e amplifica le emozioni da loro provate in cotal luogo, mentre quel che succede fuori si ripercuote spesso anche lì, in un complesso gioco di rimbalzo di cui ogni insegnante, per sua buona sorte, è solo assai parzialmente informato.
Da ciò consegue che i virtuosi tentativi di noi insegnanti per creare un ambiente sereno e giocosamente creativo all'interno del gruppo-classe sono influenzati da un infinità di fattori di cui siamo beatamente ignari e perciò talvolta destinati a fallire nonostante premesse all'apparenza assai positive oppure, al contrario, a riuscire clamorosamente laddove nemmeno ci eravamo accorti di aver tentato. E tutto ciò è cosa buona e giusta perché ogni giorno ci insegna i valori dell'umiltà, ci incita a coltivare tatto e diplomazia e ci aiuta a contenere i danni di un ego ipertrofico.

Detto questo, a scuola i ragazzi vanno principalmente per imparare e farsi valutare, e stante che in fondo al nostro cuore siamo tutti piuttosto convenzionali, quasi sempre i suddetti ragazzi preferiscono imparare molto con poco sforzo e riuscire benissimo riportando voti alti, e quando ciò non gli riesce le emozioni che ne ricavano sono soprattutto legate alla sfera dell'umiliazione, dell'incazzatura e dell'autodenigrazione. Perché quando ci dicono di ruotare un triangolo io non ho la più pallida idea di cosa ne viene fuori? Perché non riconosco un predicato verbale dopo sei mesi di analisi logica? Perché quando il mio compagno di banco disegna esagoni tutti sono soddisfatti e quando li disegno io l'insegnante sospira e mi spiega in tono frustrato che per disegnare un esagono prima di tutto devo fare una roba che abbia sei lati e non sette?
Naturalmente sarebbe molto comodo per tutti se, per divina illuminazione, il povero insegnante di turno fosse capace di riconoscere il momento esatto in cui la creaturina è inciampata nella difficoltà senza riuscire a rialzarsi - preso all'inizio, spesso il sassolino potrebbe essere agevolmente aggirato invece di crescere fino a diventare una montagna. Molto spesso invece una sfortunata serie di circostanze, spesso del tutto al di fuori del controllo di chi sta in cattedra, contribuisce a ingigantire la questione. E qui entrano in gioco una serie di fattori, spesso figli della Natura Matrigna: le reazioni dei compagni, per esempio (o degli stessi insegnanti), il carattere della creaturina, la sua tendenza a rassegnarsi (spesso ereditata col DNA dalla famiglia), il suo più o meno innato senso di inferiorità, il grado di suscettibilità che gli è stato assegnato dalla nascita o dalle circostanze, gli aiuti di cui dispone, il livello sociale e culturale della famiglia.
I fattori sono spesso collegati tra loro in un perverso groviglio: da un ragazzo che esce da una famiglia di spacciatori e alcolisti i compagni e le famiglie che conoscono la situazione si aspettano determinate reazioni, determinati comportamenti e comunque un basso rendimento scolastico (e questo si proietta spesso anche sugli insegnanti che vivono nel paese o nel quartiere che conoscono bene la situazione) - e ci sono ragazzi candidati al ruolo di buffoni e bulli della classe sin dal grembo materno. Una famiglia dove a scuola si è sempre vivacchiato sull'orlo del cinque e mezzo ad andar bene raramente scodella una creatura carica di ambizioni e determinazione che vede nell'otto il primo voto almeno vagamente accettabile. Una stirpe di persone ansiose e tendenti all'autocolpevolizzazione raramente produrrà un germoglio il cui motto di vita sarà "Io ci provo, e se non mi riesce ci riprovo finché non ci riesco!". Questi e molti altri fattori, tendenzialmente riconducibili all'autostima o meglio a una sua desolante assenza, portano spesso la creatura a rifugiarsi nell'apparentemente comoda scappatoia del "Non ci provo nemmeno" oppure "Faccio tanto kasino" che gli permette di ammantarsi dell'alibi "Non vado bene a scuola perché non studio e nemmeno ascolto le lezioni", che in realtà andrebbe etichettata come "Non studio e nemmeno ascolto le lezioni perché tanto non caverei un ragno dal buco".

E dunque come uscirne? Ma si capisce subito, è semplicissimo: basta che l'insegnante trovi il modo di incrementare l'autostima nel virgulto, e di convincere i suoi compagni che cotal virgulto possiede una squisita intelligenza degna di ogni stima e riguardo, indipendentemente dal fatto che i suoi abbiano spacciato o spaccino tuttora e che non gli riesca calcolare il volume di un cono ottenuto per rotazione.
Ora, sappiamo tutti che se un fanciulletto è carente di vitamine basta dargliele, ma come si fa a somministrargli buone dosi di autostima?
Ah, saperlo, saperlo!
Il povero insegnante si ritrova una furia scatenata in classe, spesso alimentata ad arte dai compagni che lo usano come parafulmine emotivo, graffiatoio o giullare di corte e di cui perdono il controllo spesso e volentieri, e per quanto il suddetto insegnante sia disponibilissimo a fare qualsiasi cosa, incluso ricorrere alla magia nera, pur di calmarlo e fare finalmente lezione in pace, non ha la minima idea di come incrementargli alcunché, anche perché spesso la furia in questione rifiuta qualsiasi cosa possa almeno vagamente somigliare ad un contatto (d'accordo, la maggior parte dei casi è meno drammatica, ma non necessariamente destinata a miglior esito scolastico).
Oppure il povero insegnante di cui sopra si ritrova una bella e brava e passivissima pianta, che dà alle lezioni più o meno lo stesso contributo emotivo e intellettivo di una piastrella da pavimento e ogni tanto fa qualcosa di non minimamente scolastico per non annoiarsi troppo, magari distraendo la classe - e, anche lì, non ha la minima idea di come incrementargli alcunché.
Molto più spesso l'insegnante si ritrova uno o più casi più blandamente ascrivibili a queste due categorie. In tutti i casi non ha la minima idea di come trasformare l'irrequieta o amebica creatura in un componente utile e attivo della classe; non solo, se i casi di cui sopra sono parecchi, il loro effetto sulla classe sarà moltiplicato. Ognuno di loro richiederebbe cure specifiche e un tempo particolare a loro dedicato (senza alcuna certezza di riuscita, tra l'altro) mentre le ore si ostinano ad essere composte di sessanta minuti e le classi talvolta sono molto, molto numerose. Inoltre l'insegnante di cui stiamo parlando non è necessariamente un fine diplomatico e anzi talvolta ha il tatto, il garbo e la delicatezza mostrati da un elefante di malumore in una cristalleria o da una tigre a digiuno da tre giorni lasciata libera in una conigliera - mica per cattiveria o per menefreghismo, semplicemente gli viene così. Un corso per raffinare la nostra rozza interiorità non ce lo fa nessuno (e probabilmente è un male, ma mi rendo conto che non sarebbe facile da organizzare).

L'empatia non sempre è il mio forte, in diplomazia non avrei mai fatto carriera, con gran fatica ho imparato l'unico modo in cui una persona col mio carattere può evitare le gaffe più appariscenti, ovvero evitare di parlare. Comunque anch'io ho il mio vissuto, e come tutti noi lo utilizzo quando insegno - e nel mio vissuto ci sono molti gatti, adorabili creature spesso assai provviste di autostima.
Cosa si fa quando ti arriva in casa un gatto spelacchiato, denutrito, cisposo, rognoso, tremolante, scontroso e con gravi carenze affettive?
D'accordo, gli si dà da mangiare. Poi si porta dal veterinario. Gli si danno le medicine, con tanta pazienza. Gli si passa un asciugamano di carta umido sul pelo sporco. 
Poi gli si dice che è bello, tanto bello, il più bel gatto che avete mai visto, e ci si sdilinquisce per la sua estrema bellezza qualsiasi cosa faccia e qualsiasi cosa sporchi.
Purché il veterinario abbia azzeccato le medicine giuste, il gatto diventerà effettivamente di una bellezza stellare e sarà consapevolissimo di esserlo e se ne compiacerà assai. Non è detto che diventerà affettuoso, ma sarà bello e soddisfatto di sé.
Parto sempre da due principi base: i miei alunni sono di rara intelligenza, e di estrema simpatia. Dopo pochi giorni li amo appassionatamente e senza ritegno. Li copro di complimenti sinceri. Cado in estasi davanti alle loro numerose virtù. E cerco di tenerli sempre occupati in classe perché, come diceva (pare) Gerolamo "occorre sempre fare qualcosa, acciocché il diavolo non ci sorprenda oziosi".

Temperatura emotiva bassa in classe, molto lavoro e un insegnante che mostra di apprezzarvi perché siete così incredibilmente e meravigliosamente ganzi.

Funziona?
Non sempre, ma spesso qualche effetto buono lo produce.
Quanto meno, non fa danni.
In pratica: gestisco le emozioni della classe estranee alla lezione sbattendole fuori dalla porta a calci. Concentratevi sui pronomi e dimenticatevi per un po' di voi stessi se non per ricordarvi che siete assai ganzi.

(No, non sempre ci riesco. Figurarsi).

giovedì 5 novembre 2015

Life Skills Strikes Back - La gestione delle emozioni - 1

Terzo anno di Life Skills, e prima puntata della nuova serie.
La Life Skill gettonata stavolta è stata la "Gestione delle Emozioni". Un po' pilotata, sospetto, perché la tenutaria del corso è arrivata con un mazzo di emoticon e ne ha distribuita una a testa e dovevamo spiegare perché ci rappresentava o non ci rappresentava in quel momento.
In realtà parecchie volevano l'empatia. Così ho improvvisato un collegamento sul fatto che  un insegnante sa gestire bene le emozioni in classe quando è in empatia con gli alunni, e lo stesso vale per gli alunni quando sono in empatia tra loro. La prima parte di questo funambolismo verbale è stata apprezzata, la seconda, non so perché, è stata ritenuta improbabile.
Suppongo che molti vedano la classe come qualcosa di cui l'insegnante ha il timone, mentre io non ci ho mai creduto molto - o meglio, la mia teoria è che l'insegnante tiene il timone se i ragazzi sono convinti che è bene così e glielo lasciano tenere - il che non sempre avviene, soprattutto alle medie dove l'utenza è un filino capricciosetta.

Sono tornata a casa navigando in un piacevole fiume di considerazioni, pensieri sparsi, embrioni di idee e brandelli di pensieri che fluttuavano cercando di combinarsi tra loro.
Stamani, mentre provavo a collegarli un po' mentre sorseggiavo il caffè e cazzeggiavo piacevolmente nella mia sessione mattutina di caccia al tesoro, una considerazione si è affacciata:
d'accordo, la gestione delle emozioni degli alunni. Insegnargli a gestirle. Provare a fargliele analizzare. Un lavoro da sciamano, insomma. 
Ma non ci sono solo gli alunni, in classe. 
L'insegnante sa gestire le sue emozioni?
Forse potremmo partire da questo. 

Scartiamo le emozioni esterne: la mia amica del cuore si sta separando, ho trovato mio marito a letto con mia cugina, mia figlia ha dieci giorni di ritardo, mia madre si è rotta il femore, il mio gatto ha una grave infezione e non sanno come curargliela. Quasi sempre tutto questo resta fuori dalla classe, almeno a livello cosciente, per poi ripiombarti addosso appena lasci l'aula.
Ma ci sono le emozioni strettamente legate alla classe. Le sappiamo gestire?
Mmmmhhhh. 
Con gli anni si impara, naturalmente, ma questo lavoro, nel bene e nel male, è nuovo ogni giorno.
Direi però che un elenchino si può provare a farlo. Strettamente personale, perché so una sega io delle emozioni degli altri.
Penso a una candida classe che mi aspetta fiduciosa per conoscermi e la prima emozione che mi viene in mente, limpida e forte è
LA PAURA.

Le nuove classi mi fanno paura. Tanta. Il mio stato d'animo al primo ingresso in aula non teme confronti nemmeno con quello di un tenore dell'Aida la sera della prima della Scala (Se quel guerrier io fossi, avete presente?)



quando l'incubo della stecca a voce ancor fredda inquieta anche le ugole più virtuose.

Seguono, a distanza abbastanza ravvicinata
L'ESASPERAZIONE sapientemente frammista alla FRUSTRAZIONE quando la classe ha fermamente deciso che quel giorno non ne vuol sapere della lezione che vuoi propinargli, o quando risulta chiaro che la lezione che gli hai propinato la volta scorsa è scivolata sulle loro penne come acqua sul più liscio dei marmi, oppure quando ha stabilito, senza consultarti, che oggi non si fa lezione, si perde tempo e basta.

E non ci sono emozioni positive?
Sì che ce ne sono, ma possono essere molto ingannevoli e dietro di loro si affaccia spesso lo spettro del pericolosissimo AUTOCOMPIACIMENTO, emozione infida quant'altre mai in questo lavoro, e foriera di grandissima DISILLUSIONE con conseguente pericolo di CROLLO DELL'AUTOSTIMA, che è un emozione con cui ogni insegnante fa i conti una trentina di volte al giorno come minimo - e quello, il crollo dell'autostima, non lo sa gestire nessuno, perché di per sé stessa l'autostima che crolla è il chiaro segnale di emozioni non accortamente gestite, e insomma l'unica cosa che si può fare nei casi gravi è aspettare pazientemente che passi - un po' come si fa con il raffreddore (comunque non è sempre colpa dell'autocompiacimento, oh no: si possono avere crolli micidiali nell'autostima anche e soprattutto in presenza di esasperazione, frustrazione e, naturalmente, anche della paura).

Pòle l'insegnante imparare a gestire le sue emozioni attraverso piccoli comportamenti virtuosi che migliorino il clima nella classe?
E' quello che vedremo, se mi viene un idea.