Da allora il tempo è passato e la lingua si è vieppiù evoluta. Una mattina, per via indiretta e tortuosa, venni a sapere che nella Terza Amichevole Alagna aveva dato di troia ad Angela, che ci era rimasta molto male.
Rimasi perplessa, prima di tutto perché le due erano (e sono poi rimaste) carissime amiche, ma anche perché ai miei tempi, almeno nel mio giro, questo tipo di offese non usava - senza contare che mai e poi mai mi sarebbe venuto in mente di rivolgermi ad una amica usando quella parola.
Ma, mi assicurarono le colleghe, oggi non è così raro.
D'altra parte ognuno è fatto a modo suo e com'è noto la lingua si evolve nella direzione decisa dal parlante: tanto per fare un esempio, quando ero ragazza in Toscana "zoccola" era una parola praticamente sconosciuta.
Avevo giusto avviato le mie usuali lezioni sulle parolacce da non usare in contesti più formali - scoprendo così che maschi e femmine bestemmiavano alla grande ma che per le femmine era considerato più sconveniente.
Mi venne perciò da pensare che forse, più che una lezione dove io insegnavo i giusti costumi secondo cui comportarsi, sarebbe stato il caso di fare una cosiddetta "lezione interattiva", dove sono soprattutto i ragazzi a parlare, onde acculturarmi sugli usi e costumi delle nuove generazioni, più che imporgli modelli magari ormai completamente obsoleti: in fondo, che in contesti ufficiali certe parole non vanno usate in quella classe sembravano tutti saperlo benissimo e dunque battere su quel tasto non sembrava del tutto indispensabile.
Così una mattina profittai di una coppia di ore contigue senza intervallo e dopo aver rapidamente sbrigato un po' di grammatica chiusi con cura la porta e scrissi sulla lavagna a grandi caratteri
PUTTANA
TROIA
ZOCCOLA
poi sedetti in cattedra dicendo "e speriamo che non arrivi la custode con una circolare" - perché è vero che il Vero Insegnante non teme il Ridicolo, ma ugualmente preferivo che non si diffondesse per la scuola a velocità fotonica la notizia che la prof. Murasaki stava sperimentando nuove metodologie didattiche che comprendevano l'uso di parole altamente sconvenienti.
Ebbi fortuna: nessun estraneo arrivò con circolari o avvisi di alcun genere, e la classe godé di una adeguata intimità per il tempo dell'insolita lezione.
"Sono la stessa parola" osservò qualcuno.
"Niente affatto!" ribatté qualcun altro.
"Bene. Chi vuole spiegarmi la differenza?"
Dopo breve discussione risultò che la prima era una indicazione professionale che riguarda una donna che in cambio di prestazioni sessuali prende denaro, mentre la seconda indica una donna che elargisce le sue preferenze senza interesse mercenario e la terza risulta una via di mezzo, nel senso che può indicare l'una o l'altra, ma più raramente è usata come indicazione professionale.
"Sono intese come parole neutre o come insulti?".
A parte la prima, che può essere una semplice constatazione tecnica, la seconda e la terza vengono intese come insulti, mi spiegano.
"E perché?" domando "E' normale che una fanciulla apprezzi la compagnia maschile, no?".
Socrate alza la mano con fare vagamente annoiato "C'è lo stereotipo che per la donna sia una cosa negativa".
Par di capire che lui degli stereotipi ne ha fin sopra i capelli per principio - in effetti è quasi l'unico contributo che darà alla lezione, anche se ascolterà con attenzione. Ma Socrate viene da una famiglia anarchica (anche se ben camuffata) e, come me, funziona a modo suo.
Gli altri, o meglio le altre, perché giunta a questo punto mi par di capire che quegli specifici insulti sono usati soprattutto tra donne, cercano di sviscerare la questione, incalzati da amichevoli domande da parte della professoressa - che in cuor suo ha gli occhi sempre più sgranati.
"Per esempio se una amica si mette con un ragazzo che piace a te".
"Capisco, ma in fondo fa solo quel che vorreste fare voi, giusto?".
"Sì, ma magari non ci pensava nemmeno fin quando non gli hai detto che a te interessava quel ragazzo".
"Beh, comunque non farà tutto da sola, si suppone che anche il ragazzo dia un contributo accettando le sue attenzioni".
Mi assicurano che
1) in quel caso parlano malissimo anche del ragazzo e soprattutto
2) in realtà al parere del ragazzo nessuna mostra di dare molta importanza, considerandolo esclusivamente terreno di caccia.
Resto vieppiù perplessa, perché è un aspetto della questione che non sono abituata a considerare: per il mio candido modo di vedere le cose, il ragazzo reagisce solo se sinceramente interessato; ma sia maschi che femmine sembrano considerare valido il punto di vista delle fanciulle.
Mi espongono poi un ulteriore caso: la ragazza che "si mette troppo in mostra", attirando così l'esclusiva attenzione maschile.
"Ma fa col suo" provo a ribattere "Fa una scelta. Potreste farla anche voi, giusto?".
Scopro così che alcune ragazze, secondo il punto di vista femminile, si espongono troppo, capitalizzando la totale attenzione maschile.
Bene, se non altro questa è una situazione che conosco. Non sono abituata a deprecarla, o almeno non lo farei mai apertamente, ma ricordo benissimo che quando ero giovinetta c'erano fanciulle che sembravano conoscere d'istinto le corde su cui far leva per attrarre l'attenzione maschile - corde che a me mancavano quasi completamente. Ricordo di averle invidiate e talvolta anche ammirate, ma mai disapprovate - più o meno come facevo con chi riusciva a tradurre una frase di greco all'impronta laddove io mi arrabattavo faticosamente e solo con il tempo e molto uso del dizionario ne venivo a capo. Loro potevano, io no e accettavo la cosa con quieta frustrazione.
Sembra però che colei che riesce ad attirare l'attenzione maschile grazie a un trucco e un abbigliamento e a gesti accuratamente ponderati sia da disapprovare.
Perché?
Qui le risposte si fanno confuse, e un po' faticose. Il campo per loro sembra nuovo da razionalizzare.
Perché si prendono un vantaggio sleale.
Perché si mettono troppo in mostra svalutandosi.
Perché sembrano dare importanza solo a quello.
Medito se sia il caso di chiedere se dare tanta importanza al fatto di poter esercitare un generico richiamo sessuale sulla popolazione maschile al completo non tradisca secondo loro una certa insicurezza e non sia da compatire come segno di debolezza, ma scarto con decisione la possibilità: vorrebbe dire indirizzare il discorso in una direzione che spontaneamente non avrebbe preso. E io vorrei capire, più che indirizzare.
La conversazione prosegue, fino ad arrivare al momento in cui si parla di quando tali parole si scambiano tra amiche nel corso di un litigio e sono dette con la specifica intenzione di offendere - perché possono essere anche dette in tono scherzoso (?!?); e con grande naturalezza mi raccontano che di recente Angela ha litigato con Alagna chiamandola così, ma Alagna assicura che dopo si sono riconciliate e quindi lei è passata sopra alla cosa perché Angela si è molto scusata. Angela ammette serenamente la sua colpa e dichiara senza cercare scuse di aver sbagliato.
Di nuovo sgrano gli occhioni in cuor mio, perché la faccenda mi era stata raccontata all'opposto, e mi avevano detto che quella offesa era stata Angela. Ma, considero, la cosa mi era stata riferita da adulti, e vai un po' a sapere cosa gli era stato detto o cosa avevano capito.
La conversazione va sfilacciandosi, l'intervallo si avvicina e dichiaro chiusa la seduta, cancellando personalmente le tre parole dalla lavagna.
Solo qualche giorno dopo mi viene in mente un aspetto della questione che non avevo considerato: una volta tanto maschi e femmine si sono confrontati insieme sull'argomento, o per meglio dire i maschi hanno potuto ascoltare con calma e chiarezza il punto di vista femminile spiegato dalle loro compagne.
Ed è possibile che l'abbiano trovato piuttosto interessante.
Quanto a me, un viaggetto nel Paese delle Meraviglie mi ha fatto solo bene.
Potrebbe essere un esperimento da ripetere.








