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domenica 7 gennaio 2018

Di troie e di zoccole parte seconda

Le uniche e vere zoccole di Natale sono, naturalmente, le laboriosissime renne.

All'inizio del 2012 scrissi un post dove riflettevo sulla moderna maniera di usare talune parole di antica e illustre origine.
Da allora il tempo è passato e la lingua si è vieppiù evoluta. Una mattina, per via indiretta e tortuosa, venni a sapere che nella Terza Amichevole Alagna aveva dato di troia ad Angela, che ci era rimasta molto male.
Rimasi perplessa, prima di tutto perché le due erano (e sono poi rimaste) carissime amiche, ma anche perché ai miei tempi, almeno nel mio giro, questo tipo di offese non usava - senza contare che mai e poi mai mi sarebbe venuto in mente di rivolgermi ad una amica usando quella parola. 
Ma, mi assicurarono le colleghe, oggi non è così raro.
D'altra parte ognuno è fatto a modo suo e com'è noto la lingua si evolve nella direzione decisa dal parlante: tanto per fare un esempio, quando ero ragazza in Toscana "zoccola" era una parola praticamente sconosciuta.
Avevo giusto avviato le mie usuali lezioni sulle parolacce da non usare in contesti più formali - scoprendo così che maschi e femmine bestemmiavano alla grande ma che per le femmine era considerato più sconveniente.
Mi venne perciò da pensare che forse, più che una lezione dove io insegnavo i giusti costumi secondo cui comportarsi, sarebbe stato il caso di fare una cosiddetta "lezione interattiva", dove sono soprattutto i ragazzi a parlare, onde acculturarmi sugli usi e costumi delle nuove generazioni, più che imporgli modelli magari ormai completamente obsoleti: in fondo, che in contesti ufficiali certe parole non vanno usate in quella classe sembravano tutti saperlo benissimo e dunque battere su quel tasto non sembrava del tutto indispensabile.
Così una mattina profittai di una coppia di ore contigue senza intervallo e dopo aver rapidamente sbrigato un po' di grammatica chiusi con cura la porta e scrissi sulla lavagna a grandi caratteri
PUTTANA
TROIA
ZOCCOLA
poi sedetti in cattedra dicendo "e speriamo che non arrivi la custode con una circolare" - perché è vero che il Vero Insegnante non teme il Ridicolo, ma ugualmente preferivo che non si diffondesse per la scuola a velocità fotonica la notizia che la prof. Murasaki stava sperimentando nuove metodologie didattiche che comprendevano l'uso di parole altamente sconvenienti.

Ebbi fortuna: nessun estraneo arrivò con circolari o avvisi di alcun genere, e la classe godé di una adeguata intimità per il tempo dell'insolita lezione.
"Sono la stessa parola" osservò qualcuno.
"Niente affatto!" ribatté qualcun altro.
"Bene. Chi vuole spiegarmi la differenza?"
Dopo breve discussione risultò che la prima era una indicazione professionale che riguarda una donna che in cambio di prestazioni sessuali prende denaro, mentre la seconda indica una donna che elargisce le sue preferenze senza interesse mercenario e la terza risulta una via di mezzo, nel senso che può indicare l'una o l'altra, ma più raramente è usata come indicazione professionale.
"Sono intese come parole neutre o come insulti?".
A parte la prima, che può essere una semplice constatazione tecnica, la seconda e la terza vengono intese come insulti, mi spiegano.
"E perché?" domando "E' normale che una fanciulla apprezzi la compagnia maschile, no?".
Socrate alza la mano con fare vagamente annoiato "C'è lo stereotipo che per la donna sia una cosa negativa".
Par di capire che lui degli stereotipi ne ha fin sopra i capelli per principio - in effetti è quasi l'unico contributo che darà alla lezione, anche se ascolterà con attenzione. Ma Socrate viene da una famiglia anarchica (anche se ben camuffata) e, come me, funziona a modo suo.
Gli altri, o meglio le altre, perché giunta a questo punto mi par di capire che quegli specifici insulti sono usati soprattutto tra donne, cercano di sviscerare la questione, incalzati da amichevoli domande da parte della professoressa - che in cuor suo ha gli occhi sempre più sgranati.
"Per esempio se una amica si mette con un ragazzo che piace a te".
"Capisco, ma in fondo fa solo quel che vorreste fare voi, giusto?".
"Sì, ma magari non ci pensava nemmeno fin quando non gli hai detto che a te interessava quel ragazzo".
"Beh, comunque non farà tutto da sola, si suppone che anche il ragazzo dia un contributo accettando le sue attenzioni".
Mi assicurano che
1) in quel caso parlano malissimo anche del ragazzo e soprattutto
2) in realtà al parere del ragazzo nessuna mostra di dare molta importanza, considerandolo esclusivamente terreno di caccia.
Resto vieppiù perplessa, perché è un aspetto della questione che non sono abituata a considerare: per il mio candido modo di vedere le cose, il ragazzo reagisce solo se sinceramente interessato; ma sia maschi che femmine sembrano considerare valido il punto di vista delle fanciulle.
Mi espongono poi un ulteriore caso: la ragazza che "si mette troppo in mostra", attirando così l'esclusiva attenzione maschile.
"Ma fa col suo" provo a ribattere "Fa una scelta. Potreste farla anche voi, giusto?".
Scopro così che alcune ragazze, secondo il punto di vista femminile, si espongono troppo, capitalizzando la totale attenzione maschile.
Bene, se non altro questa è una situazione che conosco. Non sono abituata a deprecarla, o almeno non lo farei mai apertamente, ma ricordo benissimo che quando ero giovinetta c'erano fanciulle che sembravano conoscere d'istinto le corde su cui far leva per attrarre l'attenzione maschile - corde che a me mancavano quasi completamente. Ricordo di averle invidiate e talvolta anche ammirate, ma mai disapprovate - più o meno come facevo con chi riusciva a tradurre una frase di greco all'impronta laddove io mi arrabattavo faticosamente e solo con il tempo e molto uso del dizionario ne venivo a capo. Loro potevano, io no e accettavo la cosa con quieta frustrazione.
Sembra però che colei che riesce ad attirare l'attenzione maschile grazie a un trucco e un abbigliamento e a gesti accuratamente ponderati sia da disapprovare.
Perché?
Qui le risposte si fanno confuse, e un po' faticose. Il campo per loro sembra nuovo da razionalizzare.
Perché si prendono un vantaggio sleale. 
Perché si mettono troppo in mostra svalutandosi. 
Perché sembrano dare importanza solo a quello.
Medito se sia il caso di chiedere se dare tanta importanza al fatto di poter esercitare un generico richiamo sessuale sulla popolazione maschile al completo non tradisca secondo loro una certa insicurezza e non sia da compatire come segno di debolezza, ma scarto con decisione la possibilità: vorrebbe dire indirizzare il discorso in una direzione che spontaneamente non avrebbe preso. E io vorrei capire, più che indirizzare.
La conversazione prosegue, fino ad arrivare al momento in cui si parla di quando tali parole si scambiano tra amiche nel corso di un litigio e sono dette con la specifica intenzione di offendere - perché possono essere anche dette in tono scherzoso (?!?); e con grande naturalezza mi raccontano che di recente Angela ha litigato con Alagna chiamandola così, ma Alagna assicura che dopo si sono riconciliate e quindi lei è passata sopra alla cosa perché Angela si è molto scusata. Angela ammette serenamente la sua colpa e dichiara senza cercare scuse di aver sbagliato.
Di nuovo sgrano gli occhioni in cuor mio, perché la faccenda mi era stata raccontata all'opposto, e mi avevano detto che quella offesa era stata Angela. Ma, considero, la cosa mi era stata riferita da adulti, e vai un po' a sapere cosa gli era stato detto o cosa avevano capito.
La conversazione va sfilacciandosi, l'intervallo si avvicina e dichiaro chiusa la seduta, cancellando personalmente le tre parole dalla lavagna.
Solo qualche giorno dopo mi viene in mente un aspetto della questione che non avevo considerato: una volta tanto maschi e femmine si sono confrontati insieme sull'argomento, o per meglio dire i maschi hanno potuto ascoltare con calma e chiarezza il punto di vista femminile spiegato dalle loro compagne.
Ed è possibile che l'abbiano trovato piuttosto interessante.
Quanto a me, un viaggetto nel Paese delle Meraviglie mi ha fatto solo bene.
Potrebbe essere un esperimento da ripetere.

lunedì 2 gennaio 2012

Di troie e di zoccole


Secondo un' amica "zoccola" è una parola che evoca una grande sensazione di libertà, come un cavallo che corre in riva al mare. Immagino sia stata influenzata dalla pubblicità del bagnoschiuma Vidal che circolava quando eravamo bambine.

Sono stata ragazza negli anni Settanta, quando circolava il concetto di sorellanza e la solidarietà femminile era vista come un valore. Certo, non fra tutte e per tutte, ma mi trovai la mia nicchia senza troppa difficoltà. Insomma, essere aggressive tra donne non era visto proprio come un obbligo irrinunciabile, e ai maschi era richiesto di mostrare un certo rispetto formale non solo verso le loro partner, ma anche verso le donne in generale. Il concetto di "troia" e "zoccola", oggi così comune nell'accezione di "parole offensive da rivolgere ad un essere umano femmina in riferimento ad una sua più o meno vivace attività sessuale con una o più persone" non esisteva nella mia famiglia. C'erano le prostitute, a volte chiamate "puttane", ed era l'indicazione di un mestiere - legittimo, se effetto di una libera scelta, o da condannare se la femmina in questione era forzata a farlo. Parlando di donne che avevano una vita sessuale variegata (ma a cui si dedicavano per loro esclusivo piacere) si usavano espressioni soft del tipo "divertirsi" o "fare le corna" (se la signora in questione era sposata). C'erano naturalmente donne di cui si parlava male: se ne criticavano il carattere, la stupidità, la grettezza d'animo o tante altre cose, ma il fatto di avere un appetito sessuale più o meno vivace o una certa disponibilità ad accompagnarsi a più persone erano caratteristiche del temperamento e del carattere che non attiravano il biasimo - insomma, sul suo una donna faceva quel che meglio credeva, salvo rendere conto, eventualmente, al marito o al fidanzato. Le mie due nonne si regolavano allo stesso modo dei miei genitori e, per quel che ricordo, lo stesso faceva l'unico nonno che ho conosciuto. Il linguaggio nel complesso non era particolarmente modesto o pudico, ma, ripeto, il concetto di biasimo legato alla vita sessuale di una donna era assente. La parola "troia" era usata esclusivamente nella locuzione "figliol di troia" che in Toscana non è necessariamente intesa come insulto, mentre "zoccola" veniva pronunciata solo riferendo frasi dette da altri (di cui raramente veniva lodata l'intelligenza).
Le persone con cui ho stretto legami più forti nel corso della vita si regolavano nello stesso modo, anche se da un racconto di Benni è stata mutuata l'espressione "andare a darla in giro come il verderame nei campi" che parve assai carina - viene usata di solito in frasi del tipo "ma quand'anche andasse a darla in giro come il verderame nei campi sarebbero solo affari suoi".
A vederla oggi, sembra una roba da museo paleolitico. Il pendolo è girato e oggi "troia" è un offesa generica da rivolgersi serenamente a una femmina umana anche in contesti che col sesso non hanno assolutamente nulla a che fare - poniamo "quella troia mi ha sbagliato le fotocopie" (della vita sessuale di quella troia non sappiamo nulla, solo che quando esegue le fotocopie non controlla cosa viene fuori. Che è un demerito, sia chiaro. Assai grave, ai miei insegnanteschi occhi).
Spesso però viene usato
proprio e perlappunto per criticare quel che una signora fa sul suo, con una leggerezza e una stupidità che mi sono sempre risultate del tutto incomprensibili. E passi (cioè, "passi" un accidente. Ma facciamo finta che) se lo fa con tuo marito, il tuo fidanzato o anche solo il ragazzo o l'uomo che piace a te, si può comprendere un certo disappunto e una qualche irritazione che sfocia nell'aggressività verbale. Ma quando la signora in questione si prodiga per far del bene a un sacco di maschi che con te non hanno nulla a che fare, che motivo c'è di biasimarla?

Con questa mentalità antidiluviana, è chiaro che ho delle serie difficoltà a comprendere l'atteggiamento delle giovani generazioni verso il sesso. Intendiamoci, occasionalmente si trovano ancora ragazzi che, vuoi per l'educazione antiquata che hanno ricevuto, vuoi per un senso di discrezione, si astengono da questo tipo di censure. Ma son rari.
Le due principali preoccupazioni delle giovinette di oggigiorno sono: 1) non essere definite troie e 2) dare di troie alle altre. I giovinetti, invece, si limitano alla possibilità 2, anche se per fortuna la loro
VERA preoccupazione principale è trovarsi una o più ragazze (all'occorrenza da chiamare troie, ma solo nei momenti di stanca o dopo che ne sono stati piantati).
E non è solo un problema delle giovinette, visto che qualche mese fa un'immane quantità di donne è scesa in tutte le piazze d'Italia per protestare contro la concezione della donna che l'allora presidente del consiglio dei ministri e tutto il suo governo mostravano apertamente di avere. La manifestazione riuscì molto bene, ma io non mi sono mai liberata dal sospetto strisciante che parteciparci significava legittimare un po' il punto di vista di quegli strani esseri che all'epoca avevamo al governo e riconoscergli dignità di interlocutori; ma naturalmente il vero problema in quel caso non era tanto il presidente del consiglio dei ministri, bensì la quantità immane di uomini e donne che lo avevano votato nonostante (o meglio, siccome) avesse quel punto di vista. Un milione di donne ha protestato contro il suo modo di vedere le donne, ma quanti milioni di donne lo hanno votato pensando seriamente che un uomo che disquisiva liberamente sulla bellezza o meno delle sue ministre e avversarie e alleate politiche o risolveva una domanda scomoda invitando la giornalista che l'aveva posta a vestirsi meglio fosse proponibile come presidente del consiglio?

Che gli uomini italiani trovino tanto normale qualificare le donne di troie quando queste fanno qualcosa che a loro non va bene mi sembra deplorevole, ma che le donne, soprattutto quelle delle nuove generazione, accettino di porsi in questi termini anche tra di loro mi sembra, prima di tutto, incomprensibile. E pericoloso. Anzi, mi sembra la vera chiave di volta della questione femminile in Italia.
Il legislatore qui non ha colpa. In Italia il sesso è reato solo quando manca il consenso di una delle parti in causa. In tutti gli altri casi viene considerato legittimo. L'evasione fiscale è un reato, il riciclaggio è un reato, produrre danno ai monumenti è reato, cambiare ragazzo due volte al mese no; eppure i fatti dimostrano che si presta molta più attenzione alle donne che cambiano spesso partner piuttosto che a chi danneggia monumenti pubblici o ricicla denaro di provenienza illecita, e le donne, specie se giovani, sembrano particolarmente ossessionate da questo problema, preoccupandosi assai di giustificarsi, spiegando che
loro non sono troie, mentre le altre sì.
Per infischiarsene della questione ci vuole una forte dose di autostima - esattamente quello di cui sembrano mancare le ragazze delle nuove generazioni. E troppa della loro energia e forza mentale viene deviata su questa autentica questione del cazzo per permettere loro di dedicarsi adeguatamente alle vere sfide che la vita gli presenta: studiare, farsi degli amici, trovare un'adeguata quantità di amore, costruirsi una vita su misura per loro. Difendersi dalle compagne e badare alla loro reputazione dovrebbero essere occupazioni minimali, per badare alle quali basta usare un'infinitesimale quantità delle loro grandi forze. Non devono, o meglio non dovrebbero, essere i Grandi Problemi delle loro giovani vite.

Non so cosa possiamo fare a questo riguardo noi insegnantesse, spesso assai preoccupate di stabilire quali delle nostre o altrui alunne sono troie (dedicandoci, già che ci siamo, anche alle di loro madri, troie anch'esse, si capisce) e aggiungendo anche qualche buona parola su qualche collega.
Di certo nessuno ci chiede di far niente, in quanto il problema sembra non esistere. Assai maggiore attenzione viene dedicata, poniamo, all'anoressia. Ma se è vero che di anoressia a volte si muore, è anche giusto considerare che all'anoressia si arriva attraverso varie strade, e passano tutte per la questione dell'autostima e dell'immagine di sé.

venerdì 10 settembre 2010

Il futuro è un'ipotesi


Una delle più fastidiose abitudini della Maristella nazionale è sempre stata quella di comunicare attraverso le interviste le Sue decisioni e solo dopo, con comodo, se proprio non c'era di meglio da fare e non davano nulla di buono in televisione, ricordarsi di chiedere agli addetti del Ministero di preparare una qualsivoglia leggina sugli argomenti trattati nelle interviste di cui sopra*.

Oggi la nostra amata Ministro ha fatto una conferenza stampa a palazzo Chigi parlando del nuovo sistema di reclutamento degli insegnanti. Sì, quello il cui disegno di legge è inchiodato in commissione da un paio d'anni ma che ha fatto coraggiosamente capolino il 22 Giugno per un'audizione in Senato. Quello che non è ancora arrivato in aula. Quello che si conosce a grandi linee, solo per sentito dire.
Proprio lui.

Il Ministro ha informato i giornalisti che la formazione a livello universitario partirà con l'anno 2011/2012 ma il tirocinio formativo, ovvero... ovvero non si sa cosa sia il tirocinio formativo, se non che è "parte centrale della nuova formazione", cotale tirocinio formativo comincerà già con quest'anno accademico "per accelerare i tempi del nuovo percorso formativo (per i soli laureati)". Non solo, questo tirocinio rappresenta lo strumento "per passare dal semplice sapere al 'sapere insegnare'" e per i docenti della secondaria è aggiuntivo al percorso universitario.

Ora, io di tirocinio non me ne intendo granché: quando ho fatto la SSIS insegnavo già da qualche anno e quindi mi hanno fatto fare un numero di ore simboliche, per giunta nella classe di abilitazione dove non mi interessava lavorare, e quindi dal tirocinio io non ho imparato un granché; ma ricordo benissimo che avevo una tutor, che mi accoglieva nella classe e mi diceva (con gran garbo e collaborazione, con le tutor ho avuto molta fortuna) fai questo e fai quello. Quindi per fare il tirocinio ci vogliono delle insegnanti che accettano i tirocinanti, qualcuno che glielo domanda, dei laureati che chiedono di fare il tirocinio eccetera eccetera. Che poi il terzo punto è il primo da cui partire, mi sembra, perché non tutti i laureati intendono darsi all'insegnamento. Non c'è una legge, non c'è un regolamento, non c'è una circolare - in sintesi non c'è un cazzo di niente. Come accidenti intendono farlo partire, il tirocinio, quest'anno? I tempi mi sembrano davvero un po' stretti, anche prevedendo un tirocinio simbolico come il mio (una quarantina di ore, mi sembra di ricordare).
Insomma, le premesse mi sembrano allucinanti, come sempre.

Abbiamo ordunque due possibilità:
1) Il tutto verrà fatto a rotta di collo, con le leggi approvate a mezzo o non approvate del tutto, poi i soliti ricorsi al TAR e appelli al Consiglio di Stato e via dicendo, insomma, la consueta trafila.
2) Il tirocinio "per l'anno accademico 2010/2011" farà la stessa fine delle ore di Educazione Ambientale che dovevano partire già lo scorso Settembre e della materia fantasma detta "Educazione alla Cittadinanza", ovvero sparirà in un dignitoso buco nero.

In un caso come nell'altro, gli unici commenti che mi salgono spontanei alle labbra sono del tutto inadatti ad una vera signora, e dunque preferisco astenermi dal riportarli.

*non so, ho come la sensazione di avere scritto già qualcosa di molto simile in tempi piuttosto recenti.

mercoledì 8 settembre 2010

Chi parla male del Provveditorato di Firenze non lo conosce (infatti, se lo conoscesse ne parlerebbe molto peggio) - 2


Ed eccoci a Settembre, dopo una strana estate in cui di scuola si è parlato poco anche se, come l'anno scorso, si è tagliato molto.
I giornali e le televisioni, la rete e l'opinione pubblica sono stati tutti occupatissimi con le vicende di un'alta carica istituzionale che, ci dicono, si è politicamente suicidato, e da quando si è politicamente suicidato viene ansiosamente seguito passo passo manco fosse Brad Pitt nei suoi giorni d'oro: che ha detto, che ha fatto, che ha pensato, che dirà, che penserà, che farà? Sull'esito dei ricorsi del TAR invece è calato un gran silenzio, e solo un po' di stampa specializzata ne ha fatto cenno, anche in rete. Del resto, erano eventi del tutto secondari rispetto all'incredibile e mai visto evento della nascita di un nuovo gruppo parlamentare, ovvio che sono passati in second'ordine.

Così l'attenzione sulla scuola si è ridotta, Tremonti e la Gelmini ci hanno in gran parte risparmiato le stupidaggini che inevitabilmente dicono sull'argomento quando aprono bocca (non voglio dire che all'occorrenza non siano capaci di dire stupidaggini anche su altre questioni, ma sulla scuola davvero non riescono a dire altro). In compenso i tagli sono proceduti senza intoppi.
Al Provveditorato di Firenze, poverini, forse si erano concentrati troppo sulla bolla di acquisto di una cucina o sulle quotazioni degli appartamenti a Montecarlo negli ultimi vent'anni e quindi hanno contato male le cattedre da assegnare - o almeno così ci raccontano. Tutte le province del regno hanno ormai provveduto all'assegnazione degli incarichi annuali e tutti i precari su incarico annuale del regno hanno ormai preso servizio, chi più chi meno soddisfatto della sorte che gli è toccata, ma a Firenze le convocazioni annunciate dal 6 al 13 Settembre sono slittate per medie e superiori al 13, 14 e 15 Settembre a causa dell'aggiornamento dei posti per sopraggiunte disponibilità nella Scuola Secondaria di 1^ e 2^grado. Queste misteriose nuove disponibilità* ci verranno comunque comunicate solo 24 ore prima della convocazione, non s'avesse a farci su qualche progetto.
Primo insignificante dettaglio: il 15 Settembre comincia l'anno scolastico
Secondo insignificante dettaglio: il 15 Settembre, in contemporanea con l'inizio dell'anno scolastico, i sindacati han convocato un Grandiosa Assemblea Collettiva, e stavolta tutti, anche i più miti, meno politicizzati e i più insofferenti alle assemblee sindacali bramano parteciparvi tutti, come un sol uomo e donna, me compresa, "per dare un segnale" (che se poi lo davamo due anni fa secondo me sarebbe stato anche meglio, ma tant'è).
Come faremo noi nominati il 14 sul tardo pomeriggio - perché il Provveditorato di Firenze ritiene suo preciso dovere non iniziare a nominare un cane che è uno prima di almeno mezzogiorno, ma a volte han cominciato anche alle due del pomeriggio - a partecipare e a fare la presa di servizio? Perché noi in particolare riteniamo di avere abbondanza di motivi e di interessi per partecipare, ma l'assemblea è di quattro ore e va dalle 8.30 a mezzogiorno, e non tutti avremo la scuola a un passo dall'ex-Teatro Tenda oggi Saschall.
Terzo insignificante dettaglio, che riguarda soprattutto il sostegno che verrà nominato il 15: per chi comincia a lavorare il 16 il mese di Settembre non produrrà rateo di tredicesima né ferie né contributi per la pensione, produrrà solo uno stipendio dimezzato.

Comunque, sulle convocazioni in ritardo, il Provveditorato di Firenze ha una lunga e illustre tradizione, e si favoleggia di un anno in cui tali convocazioni vennero addirittura fatte il 23 Dicembre (ignoro se con o senza renne).

*che poi, voglio dire, quante potranno essere? La provincia di Firenze è grandicella, ma insomma non è Roma, non è New York e tanto meno Tokyo.

lunedì 27 luglio 2009

Guida Alla Compilazione Della Domanda Per Le Graduatorie D'Istituto (unplugged)



Viaggio di Enea, ricostruito da Bacchelli.
A prima vista sembra un po' dispersivo, perché lo è

Esistono le Graduatorie ad Esaurimento (così chiamate dal fatto che starci dentro farebbe venire l'esaurimento nervoso anche al più illuminato dei buddha) dalle quali vengono prescelti i fortunati destinatari dei posti in ruolo e delle supplenze annuali, e ci sono le Graduatorie d'Istituto che vengono usate soprattutto per le cosiddette Supplenze Brevi, ovvero quando l'insegnante si rompe una gamba o resta incinta et similia, ma talvolta anche per le annuali quando le Graduatorie ad Esaurimento si sono (come vuole il loro nome) esaurite.
Un tempo* una sola domanda valeva per entrambe, adesso le hanno separate e naturalmente ognuna delle due richiede una specifica domanda specificamente compilata.
Quel che mi accingo a narrare, se la mia tempra resisterà alla dura prova, è la procedura che quest'anno il MIUR, in nome dell'informatica, della modernizzazione e dell'efficienza, ha elaborato per le Graduatorie di Istituto. Tale procedura è identica per gli abilitati e i non abilitati, in nome di un saldo principio di eguaglianza teso a rimuovere ogni tipo di discriminazioni.

La prima fase è la registrazione dello sventurato precario presso il Ministero. Per realizzarla occorre prima di tutto recarsi nel barbaro sito www.istruzione.it, noto per andare in tilt alla benché minima sollecitazione e per non reggere nemmeno il semolino allungato che si dà ai convalescenti. Lì, cercando col proverbiale lanternino, alfine si approda a un piccolo riquadro ben nascosto dal titolo "Presentazione Istanze on-line". Le istanze, occorre precisare, sono le "istanze di identificazione".
Se avete delle crisi di identità e siete incerti sulla vostra vera natura, quello è il vostro sito. Basta con i dubbi esistenziali: da oggi, con l'aiuto del MIUR, saprete finalmente con certezza chi siete!

Scoprite così che siete entrati nel Progetto POLIS (Presentazione On-Line delle IStanze), il quale Progetto POLIS, come spiega l'apposito riquadro, ha per obbiettivo lo snellimento dei procedimenti amministrativi. Esso è basato sul Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD), che sancisce il diritto da parte dei cittadini ad interagire con la Pubblica Amministrazione utilizzando gli strumenti offerti dalle tecnologie ICT in alternativa alle modalità tradizionali basate su moduli cartacei.
E già sentir parlare di alternativa alle modalità tradizionali basate sui moduli cartacei fa capire che questa, finalmente!, è gente pragmatica e che non si perde in inutili giri di parole.
Ordunque, al lavoro per registrarsi. Perché, nonostante lavori da otto anni per lo stato italiano e l'amministrazione statale conosca in lungo e in largo i miei studi, la mia situazione giudiziaria, le coordinate del mio conto in banca, il mio codice fiscale (che all'Ufficio delle Entrate è sempre bastato e avanzato per identificarmi correttamente) e nonostante la Tesoreria dello Stato mi foraggi da anni, a quanto sembra devo ancora identificarmi, con tanto di documento di identità.
Compilo pazientemente la schermata MA, mi spiegano alla fine del lavoro, prima di registrarmi devo avere una casella di posta elettronica presso di loro. Dalle istruzioni veramente mi sembrava di aver capito che potevo fare anche con la mia casella personale ma a quanto pare non è così.

Torno indietro, alla prima pagina. L'angolo che si riferisce alle caselle di posta elettronica del MIUR è un po' meno nascosto delle istante di identificazione; certo, non è detto molto chiaramente come registrarsi per avere la casella in questione  ma insomma dopo un po' ci arrivo. Entro, mi faccio la mia casella, con tanto di password (che, mi spiegano, deve avere ALMENO UNA LETTERA MAIUSCOLA E UN NUMERO, Dio solo sa perché) usando la solita password che uso tutte le infinite volte che me ne chiedono una, solo addomesticandola un po' perché di solito il numero sono ben lieta di evitarlo.
Il giorno dopo mi comunicano che la mia casella esiste (tramite la casella in questione, si capisce). E andiamo a ricominciare.

Riempio nuovamente la schermata, ma quel giorno il server del MIUR è di malumore e non ne vuol sapere di andare avanti con la registrazione. Evoco numerosi organi anatomici tipicamente maschili, auguro a tutti i dipendenti del MIUR, nessuno escluso e compresi gli uscieri e gli addetti alle pulizie, di passare lunghe notti in quei locali delle loro case dove scorre l'acqua e dove, usualmente, ci si chiude a chiave perché non si desidera essere disturbati; infine abbandono la partita.

Riprovo due giorni dopo, e stavolta va bene già al secondo tentativo: finalmente il sistema accetta il mio documento di identità, il mio codice fiscale e tutto il resto e promette di farmi avere al più presto mie notizie.
Il giorno dopo apro la casella di posta elettronica e trovo il sospirato annuncio:


ebbene sì, ce l'ho fatta: ho vinto la mia prima parte di codice identificativo!
Che è poi una deprimente serie di cinque tra cifre e lettere maiuscole.
Trovo inoltre un bel contratto (lo chiamano così) di tre pagine DA STAMPARE (siccome lo scopo, ricordiamolo, era trovare un'alternativa alle modalità tradizionali basate su moduli cartacei). In esso contratto si spiega che sono Murasaki Shikibu, residente a Lungacque, femmina, identificata dal mio codice fiscale e da un passaporto emesso dal mio comune di residenza (che ovviamente era una carta di identità e come tale era stata indicata al momento di compilare la prima schermata di registrazione) eccetera eccetera, il tutto scritto a corpo 16 per meglio risparmiare carta; firmando tale contratto richiedo il rilascio di apposite credenziali per l'abilitazione all'uso dei Servizi Internet del Ministero come "utente qualificato" impegnandomi a custodire gelosamente quelle credenziali difendendone la segretezza con le unghie e con i denti, manco si trattasse degli archivi secretati dei servizi segreti deviati, e mi assumo un sacco di responsabilità sull'autenticità dei miei dati (che alla fine sono quelle che mi sono sempre assunta, a partire dalla mia prima mini-supplenza di dodici giorni).
Con questo contratto tripaginato (e stampato male, perché la funzione stampa del MIUR deve avere qualche problema e insomma si sono mangiati due buoni centimetri sulla destra troncando tutte le parole) raggiungo infine la segreteria della scuola dove sono tuttora in servizio. In presenza della segretaria firmo il delirante modulo e presento, nell'ordine:
la mia solita, buona e vecchia carta di identità (alla quale la segretaria provvede a restituire lo status di carta di identità che le è proprio spiegando al MIUR che non è un passaporto né mai lo è stata) e il mio consueto codice fiscale, che mi tiene compagnia ormai da più di vent'anni e che loro conoscono benissimo e hanno già fotocopiato a suo tempo quando ho preso servizio (mica perché interessasse a loro personalmente, ma solo perché era richiesto dalla legge).
Fotocopiano il tutto (perché queste sono procedure tese a emanciparci dai moduli cartacei) poi una delle segretarie sta una buona decina di minuti al computer a inserire non so quali dati.
Naturalmente il server del MIUR ne approfitta per andare nuovamente in crisi. Di nuovo vengono evocati numerosi organi prettamente maschili e auspicate lunghissime sedute in luoghi appartati per i dipendenti del MIUR, soprattutto quelli del ramo informatico, poi il collegamento torna e la mia identificazione (perché di questo si trattava, ero andata alla scuola per farmi identificare) può finalmente avere luogo.
Mi consegnano una fotocopia del tripaginato contratto più un altro foglio spedito dal MIUR dove, piccolissimo, c'è scritto che sono Murasaki Shikibu, residente a Lungacque eccetera eccetera. Tanto per non sprecare carta con informazioni già note.

Una volta che la scuola dove lavoro da tre anni ha garantito il MIUR che no, non sono Stanislao Moulinsky in uno dei suoi più riusciti travestimenti, bensì Murasaki Shikibu, come del resto dichiarano anche i miei documenti, non mi resta che tornare a casa ed aspettare. E il giorno dopo...



Una nuova serie di cinque tra numeri e lettere mi aspetta festosa nella casella di posta elettronica del MIUR, che però si raccomanda subito che per carità la cambi. Nel tripaginato contratto mi sono impegnata a non usare parole che possono essere presenti in un dizionario, né parole facilmente associabili con me (e quella che tengo come password universale lo è, ma loro non hanno modo di saperlo) e sequenze digitate sulla tastiera (ad esempio la famosa qwerty). Ma secondo loro, quanta pazienza può avere un ladro di password?

Comunque mi personalizzo il codice a modo mio. A questo punto torno sul sito del MIUR, torno al progetto POLIS, mi identifico, mi accettano e finalmente...



...ho vinto un modulo B2 da scaricare!
Pensate che fortuna, un intero modulo B2 tutto per me dove indicare le venti sedi scelte per le supplenze brevi!
Sì, certo, anche lì c'è stato qualche inconveniente: le istruzioni latitavano, per capire come fare a inserire nuove scuole ci ho messo mezz'ora, e quando sono arrivata alla fine il server è entrato in sciopero e la mattina dopo ho dovuto rifare tutto daccapo, ma cosa sono queste sciocchezze in confronto al piacere di utilizzare gli strumenti offerti dalle tecnologie ICT in alternativa alle modalità tradizionali basate su moduli cartacei? Bazzecole, tanto più che alla fine il sistema mi ha anche regalato generosamente una stampa in tre pagine con l'elenco delle scuole e la registrazione dei miei dati (perché, dovete sapere, sono Murasaki Shikibu, residente a Lungacque eccetera) - però stamparla o no è stata una mia scelta, per loro andava benissimo anche se restavo senza nessuna traccia scritta di quel che avevo fatto.

Infine, qualche considerazione del tutto personale:
1) all'anima del risparmio di carta!
2) da qualche parte i miei dati c'erano, perché una volta che sono finalmente riuscita ad entrare nel sito c'era l'elenco delle venti scuole che avevo scelto due anni fa, quando avevo presentato la domanda a mano. E allora perché farmi ripetere fino allo sfinimento che sono Murasaki Shikibu residente a Lungacque eccetera?
3) perché sfinirmi in tre fasi diverse per darmi un codice, se poi dovevo subito cambiarlo?
4) perché, se proprio ci hanno la fissa dell'informatica, non si decidono a mettere su un sito che regga un po' più che tre presenze in contemporanea? Anche dopo i tagli del ministro Gelmini restiamo un buon numero, noi insegnanti
5) perché chi ha di queste pensate non cerca di spendere il suo tempo in modo più utile, ad esempio ammaestrando pulci o insegnando tecnica della direzione orchestrale a Riccardo Muti?
6) ma soprattutto: perché tutta questa brava gente non si va ad impiccare con le reti in alto mare?

*quando le Graduatorie ad Esaurimento si chiamavano Permanenti (mai capito perché, visto che cambiavano le regole per il punteggio una o due volte l'anno e quindi niente era più transeunte della tua posizione in teoria permanente)

venerdì 19 giugno 2009

Alcune pacate considerazioni sulla prova Invalsi


Premesso che all'Invalsi sono tutti dei grandissimi cornuti e che, quand'anche per qualche deplorevolissimo caso non lo fossero, sono disposta ad andare a riempire di schiaffi le loro mogli e i loro mariti, perché restare fedeli a chi è intrinsecamente un grandissimo cornuto è atto gravemente contro natura e grande spregio alle leggi di Dio e dell'uomo


dicevo, premesso questo


sarebbe ora di togliere dalle patrie galere un po' di extracomunitari senza permesso di soggiorno e qualche rispettabile spacciatore per lasciar posto a quelli dell'Invalsi* (che in tal modo potrebbero vieppiù adempiere alla loro vera mission di vita, che è quella di essere dei grandissimi cornuti); capi di imputazione non ne mancano: Atti Osceni in Luogo Pubblico, Manifesta e Reiterata Rottura di Palle alla Collettività Maschile, Pallificazione Completa e ad Oltranza della Collettività Femminile, Sevizie a Minorenni, Sevizie a Maggiorenni, Disprezzo Assoluto della Costituzione Italiana, della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e della Convenzione di Ginevra, Eccesso di Narcisismo (forse per compensare il fatto di essere, tutti loro, dei grandissimi cornuti) e Istigazione al Turpiloquio.


Non mi riferisco ai contenuti. I contenuti sembravano in effetti piuttosto balordi (per esempio le domande di grammatica mi sono sembrate decisamente faciline rispetto alle altre due parti e i brani da analizzare erano parecchio lunghi), ma posso pur sempre sperare che dietro a cotanta follia ci sia un qualche tipo di metodo, pur essendo convinta che l'intero attuale consiglio dei ministri (a parte, forse, la Meloni) ci si sarebbe arenato pietosamente e che per le medie alcune domande erano parecchio difficili.


Quello che mi sembra al di là del bene e del male sono le tecniche di valutazione astruse, bizantine e deliranti. E' un procedimento di calcolo che ha piu' fasi di un'iniziazione e più tappe del Giro d'Italia.

Non le ho dovute correggere io, vivaddio, ma ho visto i miei colleghi sputarci sangue e rifare i conti tre volte. Alla terza volta mi hanno dettato i risultati, ma più per stanchezza che perché convinti di aver ottenuto i punteggi giusti.


Che accidenti di prova oggettiva è, se si possono scegliere due diversi metodi di calcolo per il punteggio?

Se gli va di fare una procedura tanto complicata, perché non ci mandano del personale specializzato o non se le valutano al Ministero?


E soprattutto: perché non vanno tutti quanti, senza esclusione alcuna, a farsi impalare con qualche abete norvegese, invece di tormentare brava gente che non gli ha fatto nulla di male (per adesso)?


*no, non agli spacciatori dell'Invalsi (anche se un po' di detenzione non gli farebbe male, visto che spacciano evidentemente roba di pessima qualità). Intendevo ai DIPENDENTI dell'Invalsi.


(Per chi volesse leggere una descrizione più accurata della prova Invalsi, può servirsi qui e qui, mentre un'analisi sul sistema di valutazione di detta prova si trova qui)