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giovedì 30 agosto 2018

Carlo Goldoni - Il teatro comico

Goldoni mi è sempre piaciuto, così decisi di dedicargli uno dei "percorsi di lettura" (espressione del significato mai del tutto chiarito, ma insomma noi gli portavamo qualcosa di scritto su un autore e amen) per l'esame di italiano del secondo anno della SSIS.


CARLO GOLDONI
IL TEATRO COMICO
(commedia di tre atti in prosa scritta in Venezia nell’anno 1750;
prefazione pubblicata alla medesima nel primo tomo 
dell’edizione Paperini del 1753)

Siamo nel 1750 e Goldoni descrive la sua riforma come già avvenuta e trionfante in tutti  i teatri della penisola,  attraverso quella che, per usare le sue parole più che una Commedia, prefazione può dirsi alle mie commedie [...] né altra evvi diversità fra un proemio e questo componimento, se non che nel primo si annoierebbono forse i leggitori più facilmente, e nel secondo vado in parte schivando il tedio col movimento di qualche azione
A dire il vero il risultato non è un semplice  trattato messo in bocca a più personaggi per vivacizzarlo e la naturalezza con la quale i vari argomenti vengono sviluppati  in modo chiaro ed efficace nel corso della commedia è davvero notevole.
La trama è semplice: un gruppo di attori prova una commedia, che a sua volta si sviluppa in una vicenda “alta”, dai toni quasi drammatici per il gruppo dei protagonisti borghesi, e in una vicenda “bassa”, decisamente comica e ancora legata ai canoni della Commedia dell’Arte, riservata ai servitori.  

L’intreccio “alto” racconta di un Padre (l’intramontabile e onnipresente Pantalon de’ Bisognosi) che corteggia una fanciulla, Rosaura, ignorando che questa si è già promessa al figlio Florindo, il quale a sua volta è combattuto tra la gelosia e l’affetto per il padre. Quando finalmente la verità viene alla luce, il padre si mette da parte e acconsente alle nozze del figlio, ma il sacrificio non avviene senza dolore:
Sì, ben, son un galantomo, son un omo d’onor, voggio ben a sta putta, e voggio far un sforzo per demostrarghe l’amor che ghe porto. Florindo sposerà vostra fia, ma perché vostra fia l’ho vardada con qualche passion, e no me la posso desmentegar, no voggio metterme a rischio, avendola in casa, de viver continuamente a l’inferno. Florindo, fio mio, el Ciel te benediga. Sposa siora Rosaura, che la lo merita, e resta in casa con ela e co so sior pare, fina che vivo mi; e te passerò un onesto e comodo trattamento. Niora, za che no m’avè volesto ben a mi, voggiè ben a mio fio. Trattèlo con amor e con carità, e compatì le debolezze de un povero vecchio, orbà più dal vostro merito che dalle vostre bellezze. Dottor caro, vegnì da mi, che metteremo in carta ogni cossa. Se ve bisogna robba, bezzi, son qua. Spenderò, farò tutto, ma in sta casa no ghe vegno mai più. Oimè! gh’ho el cuor ingropà, me sento che no posso più.         (Atto III)

L’intreccio non è nuovo, e i nomi sono rimasti quelli tipici della commedia, ma i sentimenti sono cambiati: il padre benedice la coppia con affetto, provvede alle nozze con generosità, ma la sua sofferenza è autentica, come autentico è l’affetto per Rosaura; né l’uno né l’altro si dissolveranno in due battute com’era buona consuetudine nei finali di teatro comico, e anzi l’autore gli fa trovare una soluzione onorevole e verosimile per sbarcare in qualche modo la situazione: lasciare la casa agli sposi e andarsene. Benedizione sì, soldi sì, quanti ne servono - ma in casa con i due sposi novelli no e poi no, non sarebbe davvero cosa.

Nell’intreccio “basso” troviamo un tipico contrasto tra pretendenti, con i tradizionali nomi delle maschere: il brillante Arlecchino e l’affidabile e solido Brighella si disputano le nozze con la bella Colombina, cameriera di Rosaura (alla fine, sembra di capire, sarà Arlecchino ad avere la meglio, ma il finale resta aperto); l’indecisione di Colombina è autentica, ma già porre il problema come la scelta tra “un marito accorto o un marito ignorante” cambia notevolmente la temperatura emotiva - per non parlare degli argomenti:

COL: Bene, chi di voi mi persuaderà sarà mio marito.
BRIGH: Mi, come omo accorto, sfadigherò, suderò, perché in casa no se manca mai da magnar.
COL: Questo è un buon capitale.
ARL; Mi, como omo ignorante, che no sa far gnente, lasserò che i boni amici porta in casa da magnar e da bever.
COL: Anche così potrebbe andar bene. 
BRIGH: Mi, come omo accorto, che sa sostegnir el ponto d’onor, te farò respettar da tutti.
COL: Mi piace.
ARL: Mi, come omo ignorante e pacifico, farò che tutti te voia ben.
COL: Non mi dispiace.
BRIGH: Mi, come omo accorto, regolerò perfettamente la casa.
COL: Buono.
ARL: Mi, come omo ignorante, lasserò che ti la regoli ti.
COL: Meglio.
BRIGH: Se ti vorà divertirte, mi te condurrò da per tutto.
COL: Benissimo.
ARL: Mi, se ti vorrà andar a spasso, te lasserò andar sola dove ti vol.
COL: Ottimamente.
BRIGH: Mi, se vedrò che qualche zerbinotto vegna per insolentarte, lo scazzerò colle brutte.
COL: Bravo.
ARL: Mi, se vedrò qualchedun che te zira dintorno, darò logo alla fortuna.
COL: Bravissimo.
BRIGH: Mi, se troverò qualchedun in casa, el copperò.
ARL: E mi torrò el candelier, e ghe farò lume.  (Atto II)

La commedia provata quindi ha una doppia anima e guarda sia verso la  “nuova maniera”, sia verso la tradizione, e si presenta come una descrizione della vita di teatro nel momento del  passaggio tra la vecchia e la nuova maniera di intendere il teatro comico. 
Ogni personaggio ha dovuto o dovrà cambiare il suo modo di lavorare per adattarsi alla “maniera moderna” - e qualcuno, come il Poeta e la Cantatrice, rischia di rimanere stritolato nel passaggio. Qualcun altro, invece, si ritrova a svolgere un lavoro nuovo: il Suggeritore.

A questa maniera moderna gli attori della compagnia hanno imparato ad adattarsi, non senza fatica:
buttemo le burle da banda, e parlemo sul sodo. Le comedie de carattere le ha butà sottossora el nostro mistier. Un povero commediante, che ha fatto el so studio segondo l’arte, e che ha fatto l’uso de dir all’improvviso ben o mal quel che vien, trovandose in necessità de studiar e de dover dir el premedità, se el gh’ha reputazion, bisogna che el ghe pensa, bisogna che el se sfadiga a studiar, e che el trema sempre, ogni volta che se fa una nova commedia, dubitando o de no saverla quanto basta, o de no sostegnir el carattere come xè necessario   (Atto I)

ricorda Pantalone al capocomico, spiegandogli le cause della sua (comprensibile) paura.
Il  capocomico gli dà ragione: è vero, col nuovo teatro comico si fatica di più, ma si ottiene anche un successo maggiore. 
Xè vero; son contentissimo, ma tremo sempre gli risponde Pantalone. 

Più avanti Colombina, richiesta di un parere, se chi ha introdotto queste novità nel teatro abbia fatto bene o male, si disimpegna abilmente: 

è una quistione che non è per me. Ma però, vedendo che il mondo vi applaudisce, giudico che avrà fatto più bene che male. Vi dico ciò, non ostante che per noi ha fatto male, perché abbiamo da studiare  assai più, e per voi ha fatto bene, perché la cassetta vi  frutta meglio. (Atto I)

Il nuovo metodo ha anche dei lati positivi, a dire degli stessi attori: quando Brighella scopre che non deve più improvvisare di testa sua con “paragoni” e “allegorie” approva con un lapidario Manco fadiga, e più sanità.

In realtà lo stesso capocomico non è contrario all’improvvisazione, tecnica italiana per eccellenza, e ricorda che ci sono tuttavia de’ personaggi eccellenti che, ad onor dell’Italia e a gloria dell’arte nostra, portano in trionfo con merito e con applauso l’ammirabile prerogativa di parlare “a soggetto”, con non minore eleganza di quello che potesse fare un poeta scrivendo
All’obiezione del Secondo Amoroso, cioé che le maschere patiscono a dire il premeditato, il capocomico ricorda che se il testo è buono e adatto al personaggio,  qualsiasi maschera lo impara volentieri. E d’altra parte al momento le maschere sono ancora importanti e non vanno assolutamente tolte di scena: Guai a noi se facessimo una tal novità: non è ancor tempo di farla ammonisce.
(Eppure, si accorge il lettore, quel tempo non è poi così lontano).

Durante le prove arrivano un Poeta e una Cantatrice per  chiedere lavoro alla compagnia. L’uno e l’altra sono legati ai vecchi schemi del teatro comico e verranno respinti su tutta la linea, pur venendo alla fine assunti come attori.
I due, ridotti letteralmente alla fame, approdano alla compagnia come ultima risorsa. Le loro condizioni, svelate a poco a poco, si rifanno ad un’illustre tradizione comica teatrale di affamati e parassiti - tuttavia il loro problema ha una causa moderna.

Per primo il poeta Lelio (molto magro) si presenta alla compagnia per proporre i suoi lavori,  ma niente di quel che fa sembra andare  bene: dai titoli troppo complicati (Pantalone padre amoroso, con Arlecchino servo fedele, Brighella mezzano per interesse, Ottavio economo in villa e Rosaura delirante per amore), alle protagoniste che dovrebbero  uscir di casa e scendere in piazza, per  raccontare lì  i fatti loro, fino alle scene inverosimili, dove i servi bastonano i padroni. 
Alla fine, mentre il poeta declama un inverosimile dialogo in rima tra innamorati, la compagnia si dà alla fuga.
"Ma no sàla che dialoghi, uscite, soliloqui, rimproveri, concetti, disperazion, tirade, le son cosse che no se usan più? lo rimprovera Brighella prima di spiegargli che oggi si usano solo commedie de carattere, cosa che ha riportato finalmente il teatro comico alla sua antica funzione di correggere i vizi e metter in ridicolo i cattivi costumi. Prontamente allora Lelio offre una sua traduzione da un testo francese, che il capocomico respinge spiegando che
I Francesi nelle loro commedie non si può dire che non abbiano de’ bei caratteri, e ben sostenuti, che non maneggino bene le passioni, e che i loro concetti non siano arguti, spiritosi e brillanti, ma gl’uditori di quel  paese si contentano del poco. Un carattere solo basta per sostenere una commedia francese. Intorno ad una sola passione, ben maneggiata e condotta, raggirano una quantità di periodi, i quali colla forza dell’esprimere prendono aria di novità. I nostri Italiani vogliono molto più. Vogliono che il carattere principale sia forte, originale e conosciuto; che quasi tutte le persone, che formano gli episodi, sieno altrettanti caratteri; che l’intreccio sia mediocremente fecondo d’accidenti e di novità. Vogliono la morale, mescolata coi sali e colle facezie. Vogliono il fine inaspettato, ma bene originato dalla condotta della commedia. Vogliono tante infinite cose, che troppo lungo sarebbe il dirle (Atto II)

Dunque solo un italico testo può contentare questo pubblico esigente e raffinato, al quale i tanto rinomati autori francesi hanno ormai poco da dare (d’altronde un savio autore di teatro deve sempre aver cura di  blandire il suo pubblico...).
In seguito lo sventurato poeta scopre che è in declino anche la classica unità di scena (di cui peraltro, ricorda il capocomico, Aristotele ha parlato solo per la tragedia, visto che il trattato sulla commedia non ci è pervenuto), molto utile per gli antichi che avevano problemi con i cambi di scena, molto meno per l’epoca moderna, che i  cambi di scena li affronta senza problemi. Il concetto di unità di scena non viene in realtà respinto del tutto, solo si raccomanda di osservarlo solo quando l’azione della commedia non ne risulti forzata - che è quasi impossibile con le commedie “di intreccio”. 
(Più avanti lo sventurato Poeta apprenderà che anche i precetti oraziani son in declino, e del resto il capocomico è un po’ filologo).

Scoraggiato, il povero Poeta decide di provare il teatro come attore, anche perché comporre sembra diventata un’impresa impossibile: per quel che sento, sono tanti i precetti d’una commedia quante sono, per così dire, le parole che la compongono. L’audizione andrà piuttosto bene anche se, naturalmente, la scelta del testo da lui usato per la prova sarà assai criticata, approfittando dell’occasione anche per fare una tirata sui soliloqui, in base al sensato principio che non è verosimile che un uomo, che parla solo, faccia a se stesso l’istoria de’ suoi amori o de’ suoi accidenti.

Infine, prima di completare la prova, la  compagnia riceve  una nuova visita: la Virtuosa di Musica, che offre i suoi talenti (a tariffa tutt’altro che modica) per “cantare gli intermezzi”. L’iniziale imbarazzo dei comici, che non sanno come spiegarle che considerano gli intermezzi musicali nel teatro comico alla stregua di anticaglie, viene presto dissolto dalla superbia della Cantatrice (che, spiegherà la donna più avanti, è praticamente un obbligo professionale per un musico).
E’ passato il tempo, signora mia, che la musica si teneva sotto i piedi l’arte comica, proclamano fieramente i comici prima di rifiutare la scortese offerta. Sarà il poeta Lelio, per solidarietà di naufraghi, a portarla a pranzo con la compagnia  e a suggerirle di  darsi anche lei al teatro di prosa.
Mi lascerò persuadere a far la comica? si domanda la Cantatrice, per poi decidere: Mi regolerò secondo la tavola de’ commedianti. Già, per dirla, è tutto teatro, e di cattiva musica può essere ch’io diventi mediocre comica.

martedì 17 luglio 2018

Santuzza nei Malavoglia, ovvero amore e contrabbando

Carl Bloch In una osteria romana (1866)

(I Malavoglia mi sono sempre parsi un romanzo molto deprimente e non l'ho mai letto molto volentieri. Tuttavia sono sempre stata costretta ad ammettere che è scritto DAVVERO bene, con un tipo di scrittura corale tutt'altro che consueto nella letteratura italiana... ma molto praticato in alcuni dei miei autori preferiti. Il primo capitolo del Signore degli Anelli per esempio è costruito  esattamente con la stessa tecnica. Scelsi il personaggio di Santuzza perché aveva dei discreti risvolti  da romanzo giallo, e perché ero sicurissima che nessuno dei miei compagni di corso, troppo impegnati a spulciare antologie per avere il tempo di leggere i testi completi con attenzione, se ne sarebbe occupato. Insomma, volevo che fosse chiaro che IO, invece, leggevo sempre il testo in integrale; e volevo che fosse chiaro senza che mi scomodassi a dirlo. I professori che tenevano il corso di letteratura italiana apprezzarono e mi diedero un voto assai alto - e a conti fatti probabilmente non dovetti faticare più dei miei compagni di corso antologizzati, però mi divertii di più.
Di Santuzza si parla nei capitoli II, III, VIII, X, XII, XIII, XIV e XV).


Il personaggio di Santuzza (vero nome Mariangela) viene descritto nel libro poco per volta, con una tecnica non dissimile a quella impiegata da Agatha Christie in alcuni dei suoi migliori romanzi, attraverso un puzzle di voci e pettegolezzi che finiranno per dare un quadro finale molto diverso da quello che è stato fatto intravedere all’inizio: inizialmente sembra solo un personaggio che ha la funzione di fornire un po’ di colore locale allo sfondo di Aci Trezza ma più avanti, pur interagendo solo marginalmente con i Malavoglia, si rivelerà come uno dei perni nascosti del meccanismo che stritolerà la famiglia dei protagonisti.

La intravediamo per la prima volta nel capitolo II, nel corso della conversazione corale al crepuscolo che occupa tutto il capitolo, attraverso le parole di Piedipapera. Si discute sul perché don Michele, la guardia del paese, andasse “a guardare l’interesse dei galantuomini dalla parte dell’osteria”:

Ci va per confabulare di nascosto con lo zio Santoro, il padre della Santuzza. Quelli che mangiano il pane del re devono tutti far gli sbirri, e sapere i fatti di ognuno a Trezza e dappertutto, e lo zio Santoro, così cieco com’è, che sembra un pipistrello al sole, sulla porta dell’osteria, sa tutto quello che succede in paese, e potrebbe chiamarci per nome ad uno a uno soltanto a sentirci camminare. Ei non ci sente solo quando massaro Filippo va a recitare il rosario colla Santuzza, ed è un tesoro per fare la guardia, meglio di come se gli avessero messo un fazzoletto suglio occhi.

I lettori vengono così informati dell’esistenza di un’osteria nel paese e che questa osteria appartiene a una coppia padre-figlia dove il polo più forte, contrariamente alla consuetudine, è la figlia, che anzi grazie alla debolezza del padre riesce a gestire con tranquillità la sua vita sentimentale (in cui partecipa un tal massaro Filippo). 
Solo un certo gusto dell’accumulo può, in apparenza, giustificare la compresenza in un solo paragrafo del gendarme don Michele insieme allo zio Santoro, padre reso forzatamente compiacente dalla sua infermità, alll’ostessa di Aci Trezza e alle relazioni private dell’ostessa medesima. Vedremo invece più avanti che non solo questi personaggi sono legati da una fitta trama di interessi comuni, ma che a questa trama non è estraneo nemmeno Piedipapera.

Il tema di massaro Filippo e della sua relazione con la Santuzza viene ripreso in abbondanza al capitolo successivo, che si svolge sul selciato della chiesa:
Le calze della Santuzza, osservava Piedipapera, mentre ella camminava sulla punta delle scarpette, come una gattina - le calze della Santuzza, acqua o vento, non le ha viste altri che massaro Filippo l’ortolano, questa è la verità.”

Ma non è solo Piedipapera a sparlare: anche altre donne commentano la relazione tra Santuzza e massaro Filippo l’ortolano come cosa nota urbi et orbi, chi per osservare che l’ostessa non dovrebbe tenere in peccato mortale un padre di famiglia, chi per lamentare che comunque la Santuzza è la superiora delle Figlie di Maria.

Per quasi cinque capitoli cala il silenzio su questa strana coppia. Finché
Nella notte si udirono delle fucilate verso il Rotolo, e lungo tutta la spianata, che pareva la caccia alle quaglie. - Altro che quaglie! mormoravano i pescatori rizzandosi sul letto ad ascoltare. E’ son quaglie a due piedi, di quelle che portano lo zucchero e il caffè, e i fazzoleti di seta di contrabbando. Don Michele ieri sera andava per la strada coi calzoni dentro gli stivali e la pistola sulla pancia!

All’alba troviamo Piedipapera a bere dal barbiere Pizzuto, nervoso con la faccia “di un cane che ha rotto la pentola”, Michele che si lamenta con la Santuzza perché la caccia è andata male, e la Santuzza (pure lei molto mattiniera e già al lavoro) che lo rimprovera affettuosamente “Non lo sapete che se chiudete gli occhi voi, vi portate nella fossa anche degli altri?” assicurandolo che non si era trattato di massaro Filippo “che tentava di far entrare il suo vino di contrabbando” (al che il lettore comincia a sospettare che nella scelta dei suoi amici del cuore la Santuzza non sia guidata solo dalla concupiscenza).

Nel frattempo la trama va avanti, e tra le altre cose Barbara Zuppidda sembra decidersi finalmente, ora che ‘Ntoni di padron ‘Ntoni è diventato decisamente povero dopo il secondo naufragio della Provvidenza, ad accettare la corte di don Michele. E le chiacchiere arrivano fino all’osteria, naturalmente:

La Santuzza, mentre risciacquava i bicchieri, si voltava dall’altra parte , per non sentire le bestemmie e le parolacce che dicevano; ma all’udir discorrere di don Michele, si dimenticava anche di questo e stava ad ascoltare con tanto d’occhi. Era diventata curiosa anche lei, e stava tutta orecchi quando ne parlavano, e al fratellino della Nunziata, o ad Alessi, allorché venivano pel vino, regalava delle mele e delle mandorle verdi, per sapere chi s’era visto nella strada del Nero. Don Michele giurava e spergiurava che non era vero, e spesso la sera, quando l’osteria era già chiusa, si udiva un coro del diavolo dietro la porta. - Bugiardo! gridava la Santuzza. Assassino! ladro! nemico di Dio!
Tanto che don Michele non si fece più vedere all’osteria, e si contentava di mandare a prendere il vino”.

Che ne è stato di massaro Filippo? C’è stato  un cambio della guardia? 
Sembra proprio di no. Infatti:
Massaro Filippo, invece di essere contento che si fosse tolto così un altro cane da quell’osso della Santuzza, metteva buone parole e cercava di rappattumarli, che nessuno ci capiva più nulla. Ma era tempo perso.

Infatti la Santuzza giura che non vuol sentirne più parlare, a costo di dover chiudere l’osteria e mettersi a far la calzetta. Massaro Filippo cerca lo stesso di riconciliarla con don Michele “perché la finisse quella lite con la Santuzza, dopo che erano stati amici! ed ora avrebbero fatto chiacchierare la gente”.
E infatti la gente chiacchiera quanto più non potrebbe. L’unico commento riportato, però, il più scontato, è quello di Pizzuto (nella cui bottega Piedipapera sembra di casa): “Massaro Filippo ha bisogno di aiuto” perché “quella Santuzza si mangerebbe anche il Crocifisso!”.

Siamo ormai in piena commedia all’italiana, manca solo Lando Buzzanca. Avviati su questa strada, vediamo la Santuzza  confessarsi dal parroco per la sua tresca con don Michele (e siccome il tutto era stato narrato “sotto sigillo di confessione” ben presto fa il giro del paese) nonché la madre di Barbara Zuppidda allontanare in gran fretta il corteggiatore della figlia - il tutto fra grida, schiamazzi e sceneggiate.

Due capitoli dopo le cose sembrano rimaste immutate, a giudicare dalla conversazione tra don Franco e ‘Ntoni (“La Santuzza ci ha massaro Filippo; e don Michele ronza sempre per la via del Nero, senza nessuna paura di comare Zuppidda e della sua conocchia!” racconta don Franco). 
Poco dopo scopriamo infatti che don Michele sta facendo il filo alla più giovane dei Malaviglia, Lia. 
‘Ntoni non sembra accorgersene; sta infatti attraversando la profonda crisi che lo porterà al carcere; al momento, comunque, è solo un ragazzo senza niente da fare e con una propensione un po’ troppo spiccata per il vino. Un bel ragazzo, anche, come è stato fatto capire più volte.

La Santuzza, dopo che l’aveva rotta con don Michele, aveva preso a ben volere ‘Ntoni, per quel modo di portare il berretto sull’orecchio, e di dondolare le spalle camminando che aveva preso da soldato; e gli metteva in serbo sotto il banco tutti i piatti coi resti che lasciavano gli avventori; e un po’ di qua e un po’ di là gli riempiva anche il bicchiere. In tal modo lo manteneva grasso e unto come il cane del macellaio. Al bisogno poi ‘Ntoni si disobbligava
e si disobbligava per l’appunto con funzioni analoghe a quelle di un buon cane da guardia, affrontando gli avventori più difficili da gestire, sorvegliando il banco quando la Santuzza andava a confessarsi e mostrandosi allegro con gli amici della taverna. Tutti perciò “gli volevano bene come se fosse a casa sua” tranne lo zio Santoro che “borbottava, fra un’avemaria e l’altra, contro di lui che viveva alle spalle di sua figlia” - il che era verissimo.
Alle rimostranze del padre Santuzza però risponde che, infine, era padrona di fare come voleva, perché “non aveva più bisogno di nessuno”.

Sì, sì! brontolava lo zio Santoro, quando poteva acchiapparla un momento a quattr’occhi. Di don Michele ne hai sempre bisogno. Massaro Filippo m’ha detto dieci volte che è tempo di finirla, che il vino nuovo non può tenerlo più nella cantina, e bisognerebbe farlo entrare di contrabbando.

Improvvisamente il misterioso triangolo assume tutt’altro aspetto agli occhi del lettore: a quanto sembra, più che l’amore c’è di mezzo il contrabbando. La complicità dell’uomo di Stato, don Michele, era indispensabile perché il traffico si svolgesse senza problemi, e massaro Filippo aveva ben il suo interesse nell’amicizia tra l’ostessa e la guardia.
Peccato che l’ostessa si sia stufata: per ‘Ntoni, che ha ormai raggiunto un notevole stato di passività, la Santuzza rappresenta una qualsiasi sponda cui attaccarsi senza troppa convinzione; Santuzza invece sembra mossa da una simpatia piuttosto forte, o da un altrettanto forte rancore verso don Michele (o forse da un misto di entrambi): “Dovessi pagare il dazio due volte, e il contrabbando, don Michele non lo voglio più, no e poi no!” perché “’Ntoni Malaviglia, senza galloni, valeva dieci volte don Michele”.
Insomma, per una volta Santuzza segue il suo piacere più che gli interessi dell’osteria. Ma l’idillio ha breve durata, anche per colpa delle continue recriminazioni dello zio Santoro: senza il vino di massaro Filippo gli avventori non vengono più volentieri, e trovandosi davanti “quell’affamato di ‘Ntoni” vengono ancor meno. Volendo, ci sono perfino degli scrupoli di coscienza:
Ora che non c’è più lui [don Michele], non viene nemmeno massaro Filippo. L’altra volta è passato di qua, e io volevo farlo entrare; ma ei dice che è inutile venirci, giacché il mosto non può farlo passare più di contrabbando, ora che sei in collera con don Michele. Una cosa che non è buona né per l’anima né pel corpo. La gente comincia perfino a mormorare che a ‘Ntoni gli fai la carità pelosa, giacché massaro Filippo non ci viene più, e vedrai come andrà a finire! Vedrai che arriverà all’orecchio del vicario, e ti leveranno la medaglia di Figlia di Maria.

La Santuzza tiene duro, anche per puntiglio “perché in casa sua voleva essere sempre la padrona”, ma i capricci non sono eterni e in cuor suo la ragazza sa che suo padre non ha tutti i torti. ‘Ntoni viene gradualmente messo alla porta, e infine lo zio Santoro avvia la riconciliazione con don Michele. “Farò le cose con giudizio” assicura alla figlia “Non ti lascerei fare la figura di tornare a leccare gli stivali a don Michele: sono tuo padre o no, santo Dio?”.
‘Ntoni non la prende per niente bene, e minaccia piazzate (“Voglio svergognare lui e la Santuzza davanti a tutto il paese quando vanno alla messa! Voglio dir loro il fatto mio e far ridere la gente.”). 

Quanto al resto del paese, capisce quel che vuol capire e parla di conseguenza:
Vuol dire che ci era sotto qualcosa per tenersi il broncio. E come massaro Filippo era pure tornato all’osteria: - Anche quell’altro! Che non sa starci senza don Michele? E’ segno che è innamorato di don Michele, piuttosto che della Santuzza. Certuni non sanno star soli neppure in paradiso.

Dopo aver inconsapevolmente ostacolato il contrabbando di Aci Trezza, ‘Ntoni decide di parteciparci, con molte esitazioni e scarsa convinzione. e nel modo più maldestro e appariscente possibile, nonostante i saggi avvertimenti di don Michele che, nel tentativo di avvisarlo tramite sua sorella aveva impostato la questione con grande chiarezza, svelando qualche ulteriore retroscena:
ditegli pure che non bazzichi tanto con quell’imbroglione di Piedipapera, nella bottega di Pizzuto, che si sa tutto e nei guai poi ci resterà lui. [...] Gli altri [Cinghialenta e Rocco Spatu] sono volpi vecchie [...] Vostro fratello si fida di Piedipapera, e non sa che le guardie doganali hanno il tanto per cento sui contrabbandi, e per sorprenderli bisogna dar la parte a uno della combriccola, e farlo cantare per chiapparla.

Don Michele si rivela buon profeta, e ‘Ntoni si ritroverà incastrato in un meccanismo che non ha nemmeno cercato  di capire. Tra una disgrazia e l’altra dei Malaviglia, la Santuzza scompare fino alle ultime pagine, quando scopriamo che ha (quasi) cambiato vita:

La Santuzza aveva ragione di baciare la medaglia; nessuno poteva dire nulla dei fatti suoi; dacché don Michele se n’era andato, massaro Filippo non si faceva vedere più nemmeno lui, e la gente diceva che colui non sapeva stare senza l’aiuto di don Michele. Ora la moglie di Cinghialenta veniva di tanto in tanto a fare il diavolo davanti all’osteria, coi pugni sui fianchi, strillando che la Santuzza le rubava il marito”.

lunedì 2 febbraio 2015

L'economia tra la prima e la seconda guerra mondiale


In diretta dal mio portfolio SSIS ecco il modulo sull'economia nel mondo tra la prima e la seconda guerra mondiale (quella dove i tutor speravano di vedermi scardinare l'impianto cronologico nell'insegnamento della storia). I manuali di cui si parla sono, naturalmente, quelli delle medie - immagino che quelli delle superiori spieghino le cose molto meglio.
La bibliografia è vecchia di una decina d'anni.

“Globalizzazione” e “industria” sono parole che vengono associate in modo naturale all’economia: è attraverso gli scambi economici infatti che, sin dai tempi più lontani, i popoli sono entrati in contatto e da sempre, quando questi scambi raggiungono una certa entità, tra le comunità che li praticano si instaura un rapporto di dipendenza reciproca. 
Questo fenomeno si è particolarmente accentuato negli ultimi due secoli, nel corso dei quali l’intero pianeta, sin nelle aree più deserte ed isolate, si è ritrovato volente o nolente a far parte del medesimo organismo. Succede così che il dissesto delle finanze dell’Argentina diventi un problema serio per l’economia italiana, o  che l’eventuale riarmo di un paese asiatico rischi di danneggiare seriamente le relazioni tra Stati Uniti ed Unione Europea.  

Il periodo tra le due guerre mondiali è senz’altro uno degli snodi che meglio si presta ad evidenziare connessioni di questo tipo.
Si tratta anche di uno dei temi più delicati del programma di terza media: la formula magica che recita “la seconda guerra mondiale fu la conseguenza della prima” fa parte di quelle verità universalmente accettate che, decennio dopo decennio, tutti gli insegnanti e tutti i manuali ripetono regolarmente. Tuttavia sia i manuali che gli insegnanti finiscono spesso per sorvolare o descrivere in modo molto approssimativo alcuni degli anelli economici che forgiarono buona parte della micidiale catena che portò dal primo massacro su scala internazionale al secondo, ricorrendo spesso a formule vaghe destinate a lasciare negli allievi una serie di domande irrisolte.

Qualche esempio:

- tutti i manuali, per spiegare l’ascesa del nazismo in Germania, si soffermano a descrivere il disastroso stato dell’economia tedesca dopo la fine del primo conflitto mondiale, affastellando  debiti di guerra, limitazioni territoriali e militari e la terribile inflazione della repubblica di Weimar con la disoccupazione crescente e i conflitti sociali dei primi anni 30: quella che si affida a Hitler è dunque una nazione ridotta allo stremo. Eppure  sei anni dopo l’ascesa dei nazisti al potere la Germania era uno stato prospero, ben organizzato e armato sino ai denti, che minacciava sfracelli (che poi mantenne) e teneva in scacco l’intera Europa. Come sia stato possibile questo miracolo viene spiegato sempre in modo molto vago, quando pure si tenta una spiegazione.

- nel 1929 gli Stati Uniti furono colpiti da una terribile crisi economica. Da qualche tempo nei manuali viene almeno indicata una causa (il problema della sovrapproduzione delle industrie statunitensi) ma raramente si accenna al fatto che questa crisi ebbe qualche ripercussione anche in Europa (e non solo in Europa: ma il resto del mondo viene regolarmente dimenticato). Si sa poi che da questa crisi gli americani uscirono grazie al New Deal, qualche anno dopo. Di solito ci si ricorda anche di aggiungere che in realtà il New Deal ebbe effetti molto temporanei. Come si spiega che, durante la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti portarono nel conflitto la forza e le risorse apparentemente infinite di un’economia florida, e addirittura, una volta terminata la guerra, poterono permettersi di foraggiare la ricostruzione del mezzo pianeta che avevano attivamente contribuito a distruggere?

Naturalmente una risposta sicura a queste domande non c’è. E’ possibile però cercare di riempire almeno parzialmente alcune delle zone che i manuali finiscono per lasciare in bianco. Questa operazione non solo permette di seguire meglio il complicato evolversi dell’economia internazionale nel periodo tra le due guerre mondiali, ma chiarisce anche alcuni degli sviluppi che si verificheranno nei decenni successivi. Inoltre, buona parte dei contenuti del modulo torneranno utili agli allievi anche nello svolgimento del programma di geografia.

Nella programmazione il modulo si inserisce dopo la conclusione della prima guerra mondiale e prima dell’unità dedicata all’insorgere dei regimi totalitaristi, sovrapponendosi in parte all’unità dedicata alla crisi americana del 1929.
Le lezioni sono frontali e interattive; è consigliabile lasciare un buon margine di tempo per rispondere alle domande degli allievi, che in molti casi sconfineranno dall’argomento specifico dell’unità verso altri argomenti storici (a volte di storia contemporanea) e geografici, con apparente dispendio di tempo e rischio di divagazioni che tuttavia non vanno scoraggiate, perché forniscono una serie di agganci con il programma successivo di storia, di geografia e con l’immediata attualità. Inoltre alcuni degli argomenti si presentano piuttosto complessi ed è importante dare ai ragazzi il tempo e la possibilità di assimilarli. 

Una precisazione: è stata praticamente ignorata l’esistenza dell’U.R.S.S. Il motivo principale, naturalmente, è che per l’appunto nel periodo considerato l’U.R.S.S. aveva praticamente tagliato i ponti con il resto del mondo ed era esattamente il contrario di uno stato (o meglio, di un’Unione di Repubbliche) “globalizzato”. Occorre poi considerare che la storia dell’U.R.S.S. è ancora in buona parte da scrivere, o meglio da riscrivere. Nell’attesa, tanto vale attenersi a quel poco che i manuali ripetono da qualche decennio, avvertendo gli allievi che si tratta di notizie che con buona probabilità necessiteranno di qualche aggiustamento in futuro.

DATI DEL MODULO

TITOLO: GLOBALIZZAZIONE DELL’ECONOMIA TRA LE DUE GUERRE MONDIALI
DURATA:  5 ore (UD1: 3 ore; UD2: 2 ore)
CLASSE: III media, livello medio-alto
PREREQUISITI
- Conoscenza del programma di storia di III media fino al trattato di 
  Versailles compreso
- Conoscenza (acquisita nei due anni precedenti) del  rapporto tra moneta in metallo, 
  carta moneta e titoli di pagamento
- Conoscenza del significato di alcuni termini economici (inflazione, deflazione, 
  svalutazione, economia protezionistica, dazi etc.)
OBIETTIVI FORMATIVI
- Riuscire ad orizzontarsi in un articolo di giornale
OBIETTIVI DI APPRENDIMENTO:
- Migliorare la comprensione della storia moderna e contemporanea, in 
particolar modo per le tematiche legate ai Paesi in via di sviluppo  
STRUMENTI:   
carta, penna, fotocopie, manuale, lavagna
METODOLOGIE
lezione frontale, lezione interattiva

Unita’  didattica  I  
LA SITUAZIONE ECONOMICA Dopo la prima guerra mondiale

Per molti paesi extraeuropei - stiamo parlando di entrambe le Americhe, di buona parte dell’Asia e di alcune zone dell’Africa - la prima guerra mondiale era stata un buon affare. La necessità di colmare i vuoti causati dalla ridotta produttività europea e di rifornire gli eserciti al fronte aveva portato  a un’espansione, più o meno marcata, sia nell’esportazione delle materie prime che nella produzione industriale.
Parte di questa espansione internazionale naturalmente era un fuoco di paglia, che si ridimensionò quando la produttività europea tornò a crescere. Ma per l’appunto questa parte del processo fu abbastanza lenta, perché i singoli stati europei incontrarono grosse difficoltà per tornare ai livelli raggiunti prima della guerra, quando pure ci riuscirono. In pratica, c’era stata una redistribuzione del potere economico, e questa redistribuzione si mostrò piuttosto stabile (1) .
Per l’Europa infatti la prima guerra mondiale non fu una parentesi, conclusa la quale bastava riprendere le cose al punto in cui erano state interrotte; nonostante molti dei governi sembrassero convinti del contrario e si ostinassero a gestire il dopoguerra con gli stessi strumenti che si erano dimostrati tanto efficaci nel lungo periodo di pace che aveva preceduto il 1914 (2), le cose erano cambiate, e molto.

Prima di tutto, lo stato più grande del continente, la Russia, aveva bruscamente cambiato governo, struttura e gestione economica. Per la prima volta la minaccia comunista non era più uno spettro minaccioso che si aggirava per l’Europa, ma una realtà concreta a pochi chilometri da casa che rischiava di infettare l’intero continente. Il fatto che la Russia, una volta conclusa una pace separata nel 1917, rimanesse tranquilla nel suo vastissimo angolino, molto più interessata a gestire il suo proletariato che a coinvolgere il proletariato altrui, non toglieva nulla alla minacciosa possibilità che da un momento all’altro la fiammata rivoluzionaria si propagasse come il fuoco in un pagliaio.

In secondo luogo, l’Europa era diventata molto più povera.
La guerra era costata terribilmente cara in termini di armamenti, e infatti molti degli stati vincitori, soprattutto Francia e Gran Bretagna, erano stati costretti a contrarre forti debiti con gli Stati Uniti per finanziarla. Il danno più grave, tuttavia, era la devastazione che la guerra aveva inflitto al continente. In molte regioni, soprattutto nell’Europa orientale, edifici, fabbriche, coltivazioni, infrastrutture erano state distrutte o gravemente danneggiate. Alcune zone (soprattutto, di nuovo, nell’Europa orientale) erano ad alto rischio di carestia e solo il massiccio arrivo di prestiti, dei doni e soprattutto dei cereali americani fermò la carestia che incombeva.

Alcuni stati avevano perso gran parte del loro patrimonio all’estero. In qualche caso, ad esempio la Germania, questo patrimonio era stato requisito e spartito dai vincitori, colonie comprese; in altri casi, ad esempio la Francia, il patrimonio era stato ingoiato nelle fauci della rivoluzione russa.
Molti stati erano appena nati, e poveri in canna: la spartizione dell’impero austro-ungarico (che come abbiamo visto era stato grandemente devastato dalla guerra, e dove la popolazione aveva assai sofferto) venne fatta senza tener conto dei criteri economici né   di quelli etnici; in effetti la redistribuzione territoriale non poteva essere considerata valida da nessun punto di vista, tanto meno quello economico, e creò più problemi di quanti ne risolvesse. Questo portò alla disgregazione dei precedenti legami commerciali e creò anche seri problemi per le vie di comunicazione: ad esempio la Jugoslavia, una federazione nata dal raggruppamento disorganico di precedenti entità territoriali, ereditò cinque diversi sistemi ferroviari con quattro scartamenti differenti, praticamente senza connessioni, e passò più di un decennio prima che questi tronconi fossero collegati tra loro. Difficoltà analoghe ebbe la Polonia, che dovette cimentarsi nella difficile impresa di tenere uniti tre frammenti provenienti da tre dominazioni diverse, e senza confini naturali. 
Settori industriali dipendenti tra loro vennero smembrati; ad esempio nell’industria tessile austriaca i fusi (cioè i filatoi) erano in Boemia e Moravia, mentre i telai (ovvero la produzione dei tessuti) stavano a Vienna. L’Ungheria mantenne molti dei suoi stabilimenti industriali (numerosi e di buon livello) ma perse la maggior parte dello stagno e dei giacimenti di ferro, sale, rame, minerali non ferrosi e dell’energia idraulica (3). La stessa Austria ebbe molto da lamentarsi di questa ristrutturazione, ritrovandosi un territorio mutilato e una capitale del tutto sproporzionata alle sue esigenze, con un’apparato burocratico di dimensioni elefantiache e molto scontento nella popolazione a tutti i livelli. Unica eccezione in tanta miseria, la Cecoslovacchia godeva di una discreta situazione economica e produttiva, che mantenne per tutto il primo dopoguerra e che ne faceva un’isola felice in quella zona nonostante qualche difficoltà di integrazione tra area ceca e area slovacca.

L’Europa, come abbiamo detto, era uscita dalla Grande Guerra molto più povera di come vi era entrata; tuttavia i governanti erano assolutamente convinti di dover riprendere da dove si erano interrotti nel 1914. Cercarono insomma di gestire il dopoguerra come se fosse un ritorno ai vecchi tempi, senza rendersi conto per molto tempo che le cose erano invece profondamente cambiate e finendo perciò per adottare, soprattutto in campo economico, politiche che si rivelarono inadeguate.

Per finanziare la guerra i governi avevano abbandonato le virtuose politiche finanziarie dell’800 (compreso il gold standard) e invece di aumentare le tasse erano ricorsi ai prestiti internazionali. Questi prestiti, a loro volta, non erano finanziati da autentico risparmio, ma dal credito bancario. Per raccogliere le cifre necessarie le banche crearono nuova moneta, solitamente basandosi sulle “promesse di pagamento” dei governi e usandole come riserve - trattandole, in pratica, come se fossero lingotti d’oro. Di conseguenza aumentarono i debiti pubblici dei singoli paesi, e anche gli interessi da pagare a breve termine - e soprattutto aumentò l’inflazione e si deprezzarono le monete. Particolarmente nera sotto questo aspetto era la situazione della Germania e dei paesi che avevano fatto parte dell’impero austro-ungarico, dove, al termine del conflitto, la moneta aveva perso metà del valore iniziale. L’inflazione continuò nonostante, a partire dal 1920, i governi avessero imposto politiche monetarie molto restrittive (particolarmente in Germania, Austria, Polonia e Ungheria) (4) .

Siccome tutti in Europa erano più poveri, c’era il problema della scarsità di risorse. “Per fare dell’oro occorre averne”, ricorda un celebre personaggio di Tolkien; ma, soprattutto nei paesi dell’Europa centro-orientale, i governi non erano in grado di raccogliere sufficienti capitali all’interno, né di procurarsi valuta straniera (“pregiata”, come si usa dire) per comprarne. Una volta esaurite le elemosine dell’immediato dopoguerra, il rubinetto degli investitori esteri si era chiuso: quei territori non davano sufficiente affidabilità politica da incoraggiare gli investitori. Restavano i prestiti a breve termine, e qualche finanziamento della Società delle Nazioni, più altri rimedi da poveri, come l’inflazione e la svalutazione  - provvedimenti che avevano però l’inquietante tendenza a sfuggire di mano ai governanti, come infatti fecero. 

Come abbiamo detto, le monete europee avevano perso parte del loro valore per colpa delle spese che la guerra aveva portato con sé. Ne conseguì un periodo di instabilità monetaria; la situazione non venne migliorata dall’atteggiamento dei governi, che si rifiutavano di accettare il declino del valore delle singole valute e continuarono per molto tempo a considerare solo temporaneo l’abbandono del gold standard, su cui era basato gran parte dell’ordine monetario d’anteguerra e del lungo periodo di stabilità che aveva chiuso il secolo XIX.
La situazione naturalmente non era la stessa per tutti i paesi: Gran Bretagna, Svizzera, Olanda, Danimarca, Svezia e Norvegia si ricollocarono presto sulla parità prebellica, ed evitarono così i problemi legati all’inflazione; altri paesi si fermarono ad una parità molto inferiore a quella di prima della guerra: Francia al 20%, Italia al 25% (ma era una sopravvalutazione della lira che gli italiani pagarono cara), Cecoslovacchia 14,3%, Romania 3,7% - tanto per fare qualche esempio; ci furono poi cinque paesi che dovettero addirittura introdurre nuove unità monetarie, perché le vecchie erano state completamente deprezzate dalla violenza dell'inflazione - e si tratta di Germania, Austria, Polonia, Ungheria e Russia.

Alla base del gold standard c’era il principio in base al quale le riserve in oro di un paese dovevano essere sufficienti a garantire il valore della moneta in circolazione; le banconote equivalevano dunque a dei “pagherò” riscuotibili in qualsiasi momento.
Quello che venne ripristinato dopo la guerra però non era un gold standard pieno: le monete d’oro erano ormai scomparse dalla circolazione, e solo per pochi paesi valeva la vecchia regola della custodia di riserve auree di valore equivalente alla moneta presente sul mercato. 
Venne per lo più adottato invece un ibrido, il gold exchange standard, in base al quale le riserve necessarie potevano essere anche (del tutto o in parte) in moneta estera - per lo più sterline e dollari; la moneta risultava così ancorata ad un paese che praticava il gold standard. In pratica la banca centrale di un paese aveva l’obbligo di mantenere il valore della moneta nazionale sulla parità con moneta straniera ancorata all’oro, acquistando e vendendo valuta estera alla parità aurea.  La cosa esisteva già da prima della Grande Guerra, ma cambiarono le proporzioni: nel 1913 la valuta straniera di 24 banche europee era  il 12% dell’ammontare, mentre nel 1927 la percentuale era il 42% di  riserve, costituite per lo più da titoli a breve termine emessi nelle valute “pregiate”. 
Questo sistema (che comunque all’inizio venne considerato un espediente destinato ad una breve durata) era instabile perché i fondi  si spostavano facilmente a seconda degli umori del mercato, e  soprattutto, davanti a una richiesta generale di conversione con breve preavviso di questi titoli, avrebbe collassato; inoltre la  pressione sui centri produttori delle monete “pregiate” (Londra e New York) era troppo forte, e li costringeva a tenere riserve auree maggiori degli altri paesi per essere in grado di far fronte alle richieste di liquidazione delle loro valute. Tenere grosse riserve auree non era un gran problema per New York, perché il dollaro era effettivamente una valuta forte; ma la sterlina, che prima della guerra lo era quasi altrettanto, adesso si era molto indebolita e le sue riserve auree erano di gran lunga inferiori alle passività (cioè alle sue monete conservate all’estero). Anzi, la sua relativa debolezza (5)  fu proprio uno dei fattori che fece collassare l’intero sistema del gold standard nei primi anni Trenta. 
Inoltre i cambi erano spesso influenzati da speculazioni e considerazioni politiche e quindi  avvenivano spesso con una parità artificiosa - in pratica, alcune valute si trovavano sopravvalutate, altre sottovalutate (6). Infine la rigidità del sistema rendeva molto difficili e dolorosi gli aggiustamenti, limitando gli spazi di manovra monetaria dei governi.
Oggi viene generalmente ritenuto che il gold exchange standard sia stato tra i fattori che hanno reso così difficile la ripresa dopo la crisi americana del 1929; tuttavia non c’è dubbio che funzionò male non tanto per suoi demeriti intrinseci, quanto perché adoperato in un quadro economico troppo debole per sostenerlo (7) .

Altro fattore di debolezza era, per i paesi che avevano perso la guerra, la spinosa questione delle Riparazioni, ovvero i danni arrecati alle potenze vincitrice che andavano rimborsati dagli sconfitti e il cui peso maggiore andò a ricadere sulla non più prospera Germania (8)
Nel 1921 la Commissione per le Riparazioni stabilì l’importo dei  debiti tedeschi, ovvero 33 miliardi di dollari, da restituirsi a vari paesi europei.
Francia e Gran Bretagna (e altri paesi) dovevano riscuotere le riparazioni dalla Germania, ma anche pagare i debiti contratti con gli Stati Uniti per finanziare la guerra. I creditori europei cercarono perciò di convincere i loro creditori statunitensi a riscuotere le loro spettanze direttamente dalla Germania. Secondo questa proposta, i soldi sarebbero direttamente passati dalle casse tedesche a quelle statunitensi pur trasformandosi durante il viaggio da riparazioni (dalla Germania verso Francia e Inghilterra) a restituzioni (da Francia e Inghilterra verso gli Stati Uniti). In questo modo Francia e Gran Bretagna avrebbero rimborsato gli Stati Uniti solo via via che venivano a loro volta risarciti. 
La proposta, comprensibilmente, non incontrò l’approvazione degli Stati Uniti che nutrivano forti (e fondatissimi) dubbi sulla solvibilità della Germania. 
Lo sforzo cui venne costretta la precaria e dissestata economia tedesca per pagare le Riparazioni al ritmo assurdo imposto inizialmente dagli Alleati  trasformò la già fiorente inflazione del marco, che aveva subito una discreta accelerata a partire dal 1920 nella celeberrima iperinflazione del 1922-23, sulla quale ogni manuale di storia ha la sua galleria di aneddoti.
L’iperinflazione non incise sulla portata dei debiti internazionali, che erano e restavano in dollari (qualsiasi fantastiliardo di marchi ci volesse nel 1923 per comprare un dollaro), ma diminuì molto la quantità di capitali in circolazione in Germania. La produttività sprofondò e molti imperi finanziari tedeschi già traballanti ricevettero così il colpo di grazia. 
Qualche storico ha avanzato l’ipotesi che la stessa Germania abbia provocato e pompato la crisi inflazionistica per dimostrare al mondo che non era in grado di pagare le riparazioni di guerra. Se davvero quello era lo scopo, va senz’altro riconosciuto che la dimostrazione riuscì bene - tanto bene che nel settembre 1923 il vecchio marco dovette essere abbandonato e sostituito da una nuova moneta, il Rentenmark.

Infine la Commissione per le Riparazioni riesaminò la posizione della Germania, decidendo di estendere il periodo di pagamento, frazionando la cifra (che non venne però ridotta) in rate più realistiche (9) .
La nuova periodizzazione del pagamento sembrò funzionare, e la Germania pagò in apparenza senza difficoltà... grazie ai prestiti internazionali. 
Nel periodo 1924-1930 infatti il paese prese in prestito l’equivalente di 28 miliardi di marchi, 10,3 dei quali vennero usati per pagare le rate delle riparazioni di guerra. In altre parole, i pagamenti per le riparazioni erano coperti da importazioni di capitali più che doppie, in prestiti per lo più a breve termine (10) . 

Durante la prima guerra mondiale la produzione interna europea era drasticamente calata (11), e faticò molto per tornare ai livelli del 1914. L’espansione economica che caratterizzò i primi anni Venti per poi rallentare in molti paesi nella seconda metà del decennio,  anche dove la situazione sembrava più stabile, celava sempre una instabilità economica e politica di fondo e in molti casi era pesantemente condizionata (oggi si direbbe drogata) dai capitali  presi in prestito che,  insieme ai provvedimenti economici piuttosto dilettanteschi presi dai governi, attenuarono nel breve periodo i problemi legati  alla disorganizzazione monetaria e alla disoccupazione. Infine, occorre considerare che, se è vero che quasi dappertutto in Europa ci fu un certo progresso, spesso si partiva dai livelli molto bassi causati dalle devastazioni inflitte dalla guerra.  
Con i nuovi capitali la Germania ringiovanì macchinari, impianti e tecniche di produzione, avviando ad esempio estesi programmi di razionalizzazione e meccanizzazione in settori chiave quali carbone, ferro, acciaio, industrie chimiche ed elettriche, che portarono all’elaborazione di tecniche produttive molto avanzate. Una buona parte della cifra servì anche a finanziare importazioni che facevano aumentare il tenore di vita.
Tra 1925 e 1929 l’economia tedesca recuperò il terreno perduto e ritornò finalmente ai livelli prebellici - e proprio a quel punto l’afflusso di capitali esteri che ne formava la spina dorsale, improvvisamente si prosciugò. 

UNITA’ DIDATTICA  2
A - La crisi americana del 1929  e le sue  conseguenze  internazionali

“Alla prima guerra mondiale seguì il crollo economico che ebbe davvero estensione mondiale, perché riguardò tutti quegli uomini e quelle donne la cui esistenza era impigliata in qualche modo nei meccanismi impersonali del mercato capitalistico. Infatti proprio gli USA, così fieri di se stessi, lungi dall’essere un porto sicuro, al riparo delle tempeste economiche che sconvolgevano continenti meno fortunati, divennero l’epicentro di quello che fu il più grande terremoto mondiale che sia mai stato misurato sulla scala Richter dagli storici dell’economia (12)

Sono passati tre quarti di secolo dal celebre crollo della borsa di Wall Street, ma a tutt’oggi la Crisi del 1929 rimane un fenomeno largamente discusso tra gli studiosi e solo in parte compreso.
Primo motivo di discussione naturalmente sono le cause. La maggior parte degli studiosi concorda nel ritenere che le cause siano da ricercarsi negli Stati Uniti, ma alcuni ritengono che si tratti di un fenomeno scatenato soprattutto da fattori esterni (13)
Quello su cui gli storici tendono a concordare è che i problemi dell’economia americana non cominciarono con il celebre Venerdì Nero del 24 ottobre 1929, quando l’indice della borsa di Wall Street crollò a picco con ribassi di oltre il 50% dei singoli titoli. 

In realtà la scintillante espansione economica degli USA negli anni Venti (chiamati anche “gli Anni Ruggenti”) aveva le sue zone d’ombra. L’agricoltura era in difficoltà: c’era un eccesso di produttività che portava alla spontanea diminuzione dei prezzi. I salari erano stagnanti, ovvero in ritardo sulla crescita economica, il che portò ad una crescita esponenziale dei profitti per i più ricchi (imprenditori, industriali, finanzieri). Questo contribuiva a far sì che il mercato non fosse in grado di assorbire la produzione industriale in continua crescita (14)
Dunque c’era un problema di sovrapproduzione, e un eccesso di profitti da reinvestire (che spiega almeno in parte la grande disponibilità degli Stati Uniti ad elargire prestiti alla disastrata Europa dove la ripresa era ben più incerta e stentata). Ma c’era un terzo fattore da considerare: l’espansione della domanda (in ritardo sulla disponibilità del mercato) era stata alimentata attraverso un allargamento del credito ai consumatori. 
Questa espansione del credito rese l’economia statunitense vulnerabile a tutti i livelli, a partire dall’impiegato che voleva cambiare macchina o casa e si era impegnato versando una quota minima del valore dell’acquisto, fino alle banche che fallirono a migliaia (15)

Nel 1928 la quota di denaro statunitense riservata ai prestiti internazionali calò bruscamente, e senza preavviso. Gli investitori avevano scoperto un nuovo giocattolo con cui giocare: il mercato azionario, che venne investito da una violenta febbre speculativa. Gli investitori acquistavano per rivendere a breve termine, e la maggior parte degli acquisti veniva fatta a credito. Il valore dei titoli saliva artificiosamente, senza più rapporto con il reale valore economico delle azioni o dell’azienda che le emetteva. Era insomma iniziata una mania:

“Il fatto fondamentale è che a un certo punto interviene un fattore che cambia le prospettive economiche. Ci si getta a capofitto nelle nuove opportunità di guadagno in modo così strettamente prossimo all’irrazionalità da potersi considerare maniacale. Una volta che viene compreso il carattere eccessivo della fase ascendente, il sistema finanziario attraversa una sorta di ‘angoscia’, durante la quale la corsa a invertire il processo di espansione può diventare così precipitoso da somigliare al panico. Nella fase maniacale le persone ricche o che godono di credito si disfano della moneta o contraggono prestiti per acquistare attività reali o finanziarie non liquide. Nei momenti di panico avviene il movimento inverso, dalle attività reali o finanziarie verso la moneta o la restituzione dei debiti, con il conseguente crollo dei prezzi delle merci, delle case, dei fabbricati, dei terreni, delle azioni, dei titoli e, in breve, di qualsiasi cosa sia stata fatta oggetto di mania” (16).  

Quando la bolla speculativa scoppiò, si innestò un effetto domino (17)  che travolse prima il mercato azionario, poi le banche, poi le ditte collegate al mercato azionario, che chiusero licenziando i loro dipendenti. Nel giro di pochi mesi, milioni di disoccupati (senza ammortizzatori sociali, ricordiamolo) si ritrovarono a dormire agli alberghi dei poveri, e in coda per i piatti di minestra calda distribuiti dalla pubblica carità (18).

L’effetto domino non si limitò agli Stati Uniti, ma travolse anche il resto del mondo, con conseguenze vaste quanto imprevedibili.
In Europa e nell’America Latina i problemi erano arrivati addirittura prima del crollo di Wall Street: i prestiti internazionali elargiti  con tanta larghezza dagli Stati Uniti si erano rivelati infatti un’arma a doppio taglio, soprattutto nei paesi europei e latino-americani dove erano stati impiegati improduttivamente e non riuscivano ad assicurare introiti bastanti a rifondere capitale e interessi; questo rendeva dunque necessari altri prestiti, complicando sempre più la situazione. Gli Stati Uniti, per inesperienza o per eccessivo amore del rischio, non riuscirono a discriminare cause e destinatari dei loro prestiti, con il risultato di finire per incoraggiare manovre discutibili e avventurose. Quando il flusso di questi prestiti si ridusse drasticamente, nel 1928, le conseguenze furono drammatiche per alcuni stati che proprio attraverso questi prestiti sopravvivevano (Germania, Austria, Australia, Uruguay, Brasile e Argentina) e che passarono dunque all’indebitamento a breve termine (19) . 
Nel 1930-31 l’accresciuta domanda di liquidità da parte dei creditori esteri provocò in tutta l’Europa una serie di fallimenti a catena nelle banche, in quel momento più vulnerabili perché molto esposte verso le industrie depresse (20).

Nell’Europa orientale, cioè nelle zone che la guerra aveva lasciato più deboli, la congiuntura economica positiva degli anni Venti non aveva portato grandi progressi, proprio perché quella zona mancava delle basi indispensabili per costruire un’economia solida; in pratica: erano troppo poveri per approfittarne in modo duraturo (21).
Negli anni Trenta, quando arrivò la crisi e i prezzi dei prodotti primari (ovvero la principale risorsa per le loro esportazioni) calarono bruscamente, la situazione peggiorò di molto. Davanti al calo dei prezzi, gli agricoltori cercarono di rimediare aumentando il raccolto, mentre ovviamente i mercati reagivano all’aumentata offerta calando vieppiù i prezzi. Molti agricoltori si indebitarono pesantemente, ma molti di più erano troppo poveri anche per ottenere prestiti. Solo l’intervento dei soccorsi governativi alleviò in parte la situazione quando, dopo la scomparsa per fallimento di molte aziende agricole, si crearono forti tensioni sociali. 
Questa situazione favorì l’insorgere di regimi dittatoriali o semidittatoriali che promossero lo sviluppo (o almeno la tenuta economica) sulle linee dell’autarchia e portò questi paesi inevitabilmente nell’orbita del polo più forte della zona: la Germania, di cui divennero in un certo senso satelliti economici e con cui stabilirono relazioni commerciali privilegiate dove, ovviamente, era per lo più la Germania a guadagnarci.
Fino al 1939 l’Europa orientale rimase dunque una regione arretrata, la cui economia si basava principalmente sull’agricoltura e sull’esportazione di materie prime non lavorate - una regione potenzialmente ricca ma che un insieme di circostanze aveva mantenuto povera nonostante il dinamismo che aveva mostrato allo scadere del secolo precedente. Unica eccezione in quel panorama desolante era la Cecoslovacchia e, in parte, l’Austria, che pur vantando una situazione meno miserabile dei suoi vicini, aveva avuto per tutto il periodo tra le due guerre problemi decisamente seri (nel 1938 il suo prodotto interno non era superiore a quello del 1913) che spiegano la facilità con cui la Germania ottenne di annettersela.
Questa condizione di debolezza economica, ma anche sociale, fece di questi stati una potenziale selvaggina per altri stati più forti, e in caccia di prede - ovvero, in quel settore, Germania e U.R.S.S. E’ comprensibile dunque che la Germania abbia rivolto a oriente le sue mire espansionistiche, così come è comprensibile che, proseguendo su questa linea di azione, abbia finito per scontrarsi con l’U.R.S.S.

Gran parte della richiesta di liquidità europea si trasferì sulla piazza inglese, patria di una delle due monete elette a garanti dell’equilibrio monetario internazionale. La liquidità inglese però non era all’altezza delle richieste: buona parte dei suoi 150 milioni di sterline di crediti a breve scadenza erano diventati inesigibili, vuoi perché garantiti in linea di principio da merci il cui valore, per effetto della crisi, si era visibilmente ridotto, vuoi perché il 40% di questi crediti erano stati emessi su debitori tedeschi e quindi erano diventati praticamente inesigibili.
Nel solo agosto 1931 circa 200 milioni di sterline lasciarono il paese. Il 21 settembre le autorità inglesi, su consiglio della stessa Banca d’Inghilterra, abbandonarono la parità della sterlina. La Gran Bretagna uscì così ufficialmente dal gold standard (22), segnando la fine di un’epoca. Nel corso dell’anno venne imitata dai paesi scandinavi, dagli stati del Commonwealth e dal Giappone.I paesi dell’America Latina avevano abbandonato la partita già dall’anno prima, gli Stati Uniti lo fecero nel 1933. Fu un provvedimento realistico perché, in quelle condizioni, il gold standard era non solo inutile, ma decisamente dannoso e anzi favoriva,  attraverso le strette relazioni monetarie che legavano tra loro i vari paesi, una diffusione ancor più rapida della depressione (che riusciva comunque a diffondersi benissimo anche da sola, senza aiuti).
Rimase un gruppo di sei paesi (Francia, Svizzera, Olanda, Belgio, Italia e Polonia) che formarono un “blocco dell’oro”, stabilendo di regolare in oro le loro reciproche pendenze, ma di non esportare quell’oro fuori dal blocco (23). Anche questo blocco comunque abbandonò il gold standard  nel 1936.

Per alcuni paesi il commercio internazionale dipendeva in buona parte dall’esportazione di generi alimentari di prima necessità e materie prime: Canada, Malesia Britannica, Egitto, Finlandia, Indie Olandesi (l’attuale Indonesia), Ungheria, Nuova Zelanda, America del Sud e America Centrale... ma anche economie dall’apparenza meno fragile, come quella giapponese che vide calare del 90% le esportazioni di seta grezza e venne danneggiata, come altri paesi dell’estremo oriente, anche dal calo del prezzo del riso.
Molti paesi dell’America Latina erano già da diversi anni in una situazione molto delicata: l’espansione legata alla guerra era finita da tempo, e i prezzi delle materie prime che costituivano l’ossatura delle loro esportazioni erano da anni in caduta libera: il cotone aveva perso un terzo del suo valore dal 1923 al 1929, come il frumento; il caucciù era passato dai 70 cents la libbra del 1925 ai 20 cents del 1919. I prezzi di zucchero e caffè rimasero invece stabili, ma solo perché i governi ne mantennero enormi scorte proprio per non abbassarne il prezzo sul mercato internazionale - come alla fine dovettero comunque fare (24).
Senza più i prestiti americani, questi paesi si ritrovarono con una bilancia dei pagamenti in forte deficit e con valute in caduta libera  sul mercato dei cambi; di conseguenza le loro merci, che stavano già calando di prezzo, calarono ulteriormente.

L’impatto generale della crisi in Europa fu impressionante: i prezzi all’ingrosso e le quotazioni azionarie furono dimezzati (a volte più che dimezzati), il giro commerciale europeo passò dai 58 miliardi di dollari nel 1928 a 20,8 miliardi nel 1935, la disoccupazione aumentò pericolosamente (25), assestandosi su tassi che andavano dal 22% al 32% per toccare l’agghiacciante punta del 44% in Germania.

Altrettanto notevoli furono le conseguenze politiche. Un numero impressionante di governi infatti cambiò in quegli anni. Il primato della rapidità si può senz’altro assegnare all’America Latina, dove tra 1930 e 1931 ben dodici paesi cambiarono governo e regime (dieci di loro attraverso colpi di stato militari), ma anche negli altri continenti ci furono rivolgimenti notevoli - in qualche caso anche verso sinistra, come la sfortunata repubblica spagnola del 1931, oppure la Svezia, che nel 1932 avviò il suo cinquantennale ciclo socialdemocratico. La maggior parte dei nuovi regimi però era decisamente orientata verso destra, sia nell’Europa centro-orientale che in Giappone (più complesso il caso dell’America Latina dove i nuovi regimi avevano connotazioni politiche piuttosto varie).

La ripresa, quando arrivò - in alcuni paesi già dalla fine del 1932. ma senza slanci clamorosi fino alla fine del decennio, quando nei paesi europei si avviò la corsa al riarmo (26), arrivò soprattutto grazie all’azione delle forze economiche e si basò sui mercati interni più che sulle esportazioni. Anche gli interventi governativi, comunque, puntavano molto sulla “difesa” delle produzioni interne e delle proprie monete, con il risultato di limitare gli scambi commerciali.

Uno dei paesi che meglio superò la crisi fu proprio uno di quelli che a causa della depressione aveva maggiormente sofferto: la Germania, che riuscì ad eliminare rapidamente la disoccupazione  conseguendo sostanziosi incrementi di produzione grazie a politiche sociali decisamente particolari.

B - Una cura per la depressione: il modello tedesco.

“Il sistema di produzione, di distribuzione e di consumo messo in piedi dai nazisti non si lascia classificare in nessuna delle abituali categorie di sistemi economici. Non si trattava di capitalismo, di socialismo o di comunismo nel senso tradizionale di questi termini; piuttosto, il sistema nazista fu una combinazione di alcune delle caratteristiche e di un’economia altamente pianificata. Un meccanismo di pianificazione estensivo, tutt’altro che efficientissimo, venne imposto a un’economia che conservava la proprietà privata, in cui la distribuzione del reddito nazionale rimaneva largamente immutata e in cui gli imprenditori privati conservavano alcune delle prerogative e delle responsabilità del capitalismo tradizionale. Inoltre, con controlli estensivi sugli scambi e sui pagamenti, l’economia tedesca giunse ad esercitare una considerevole influenza sulle economie dell’Europa centrale e sud-orientale” (27)

Non c’è dubbio che, nel Terzo Reich, lo stato avesse il controllo su ogni aspetto dell’economia, compresa l’iniziativa privata. Si tratta però di una caratteristica che non era nata insieme al nazismo, ma che in buona misura esisteva già da tempo in Germania; occorre poi tenere conto che, nei momenti di emergenza economica, da sempre lo stato interviene in qualche forma e che la Germania viveva dal 1918 in un continuo stato di emergenza economica e che, infine, il nazismo era salito al potere appunto perché, e in un momento in cui, l’emergenza economica era particolarmente acuta e dunque ci si aspettava che, tra l’altro, prendesse in mano la direzione dell’attività economica del paese.
Diversi dei provvedimenti presi dai precedenti governi repubblicani puntavano in direzione statalista: la crisi  finanziaria aveva indotto il governo tedesco, durante l’emergenza del 1931, ad acquisire una forte partecipazione a molte delle più grosse banche, e ad acquistare direttamente o porre comunque sotto il proprio controllo le imprese manifatturiere più in difficoltà. Massicci interventi poi erano stati fatti per aiutare l’agricoltura e limitare le importazioni. 
Appena saliti al potere i nazisti estesero la politica di intervento statale, avviando un programma di lavori pubblici da sei miliardi di marchi che ampliava di parecchio il modesto programma  avviato nel 1932 dai loro predecessori. Questo ridusse la disoccupazione, incrementò i consumi interni e avviò la ripresa, cosa che a sua volta ridusse ulteriormente la disoccupazione. 
I provvedimenti di epurazione della parte ebraica della popolazione dal mondo della finanza si rivelarono poi molto utili per far cassa; la gamma di interventi era vasta, e colpiva tutta la scala delle possibilità, dal piccolo commerciante al dettaglio al grande banchiere.
La soluzione dei conflitti sociali fu piuttosto drastica: questi non avevano ragione di esistere perché tutti i cittadini, dagli operai agli imprenditori, erano “soldati del lavoro”. Perciò una legge del 20 gennaio 1934 (28) stabilì la creazione nelle aziende di una “Comunità aziendale” mossa dall’unico interesse del benessere della Germania. La mediazione delle varie categorie era affidata a “Fiduciari del Lavoro”, che sorvegliavano le condizioni di lavoro e i salari all’interno delle singole imprese, e ad organismi come la “Corte d’Onore”, che giudicavano imprenditori e lavoratori accusati di aver violato i principi della comunità aziendale. Nel bene e nel male i contrasti all’interno delle aziende si ridussero.
L’appoggio statale ridusse molti dei rischi tradizionalmente connessi all’imprenditoria - pur riducendo anche alcuni dei suoi altrettanto tradizionali margini di libertà: ad esempio venne limitata la distribuzione dei dividendi in contanti e nel contempo fu reso obbligatorio l’investimento degli utili non distribuiti;  furono poi incentivati determinati settori che spingevano in direzione autarchica (benzina sintetica, carburante diesel, fibre artificiali).
A partire dal novembre 1934 investimenti, ricerche e incentivazioni puntarono nella direzione dei preparativi bellici: il grande sviluppo del settore della difesa arrivò solo nel 1937, ma i preparativi non riguardavano naturalmente solo le spese strettamente militari - che pure, negli ultimi anni, aumentarono in modo massiccio, tanto da passare dal 3% del reddito nazionale nel 1933 al 23% del 1939 - ma tutti quei settori che potevano risultare cruciali mentre lo stato era impegnato in una guerra: venne ad esempio curata la produttività dell’agricoltura, e  arginato lo spopolamento delle campagne. 
Ci si occupò anche del rovescio della medaglia, limitando gli investimenti e addirittura gli orari della settimana lavorativa di industrie meno “utili” (ad esempio le fibre tessili naturali, che venivano importate).
I progressi furono notevoli, soprattutto perché amplificavano una tendenza comunque in corso: l’imprenditoria tedesca, nonostante i dissesti e disastri finanziari in cui operava (alquanto faticosamente, viene da pensare) era vitale, coraggiosa e disponibile al cambiamento e all’innovazione. Paradossalmente, le continue inflazioni e svalutazioni della moneta avevano favorito un certo tipo di investimenti: in altri paesi le macchine erano arretrate, gli imprenditori diffidenti, i cambiamenti accolti malvolentieri ad ogni livello, mentre in Germania le innovazioni erano benvenute, e buona parte dei famigerati prestiti internazionali che tanti problemi avevano creato all’economia internazionale erano serviti ad acquistare macchinari assai più avanzati di quelli posseduti dai saggi, prudenti e risparmiosi imprenditori inglesi o francesi (29) . In particolare, la produzione e lavorazione di ferro e acciaio veniva eseguita  con criteri all’avanguardia e dava una produttività assai maggiore di quella di Gran Bretagna, Francia o Belgio.

Un’estensione di questa entità del settore militare non sarebbe stata possibile senza un potere di controllo sulla spesa privata che permettesse il drenaggio dei capitali. Il governo mantenne infatti un forte controllo sugli investimenti privati e regolò la domanda interna di beni di consumo con interventi sui salari, sui prezzi, sulle imposte e con l’accantonamento di risparmio forzoso. 
Sulla base di questo progetto venne organizzata tutta l’economia interna, con imposte più elevate, svalutazione selettiva del marco e regolamentazione di settori dell’economia come i prezzi, i salari, il commercio con l’estero, il cambio della valuta e la gestione dei capitali.
I salari rimasero quindi ad un livello inferiore a quello raggiunto nel 1919; in compenso molte più persone lavoravano.
La regolamentazione sugli scambi commerciali cercò (con un certo successo) di limitare le importazioni non indispensabili, limitandole alle materie prime, e di promuovere le esportazioni (che finirono per dirigersi soprattutto verso i paesi dell’Europa centro-orientale con cui la Germania aveva stretto trattati bilaterali). Questa politica, tra l’altro, spianò la strada alla Germania per il successivo controllo politico dell’Europa orientale.
In termini di ripresa dalla depressione, la ricetta nazista si rivelò senz’altro efficace, pur comportando costi sociali che la maggior parte dei paesi non sarebbe stata disposta a sostenere.


1 Nel 1913, alla vigilia della Grande Guerra, le Americhe gestivano il 22,4% del commercio mondiale, l’Asia il 12,1%, Europa e Russia 58,4%. 
Nel 1920 la quota americana era passata al 32,1%, quella asiatica al 13,4%, la quota  di Europa+URSS era il 49,2%. (Aldcroft D.H., L’economia europea dal 1914 al 2000, Laterza,  Roma-Bari, 2001,  pag. 20).
L’esempio più facile è quello dell’attaccamento al mito del gold standard, che si rivelò abbastanza dannoso. In realtà col senno di poi appare evidente che l’intera economia era  diventata improvvisamente “moderna” e richiedeva strumenti e competenze di cui i governanti all’epoca non disponevano.
Aldcroft D. H., op. cit. , pagg. 29-30.
4 Occorre ricordare che i governanti europei lavoravano in una situazione difficile e venivano da un lungo periodo che non aveva conosciuto inflazione.  Semplicemente, in quelle condizioni gli strumenti che erano stati utili fino a quel momento non servivano più perché la situazione era cambiata.
L’inflazione parve all’inizio un buon sistema per aumentare le entrate senza aumentare direttamente le tasse; altra tattica adoperata fu l’emissione di nuova moneta, o meglio la stampa di carta moneta. E’ noto che quest’ultimo provvedimento funziona solo a tempi brevissimi, perché il mercato istintivamente abbassa il valore della moneta, e questo costringe a sua volta il governo ad emissioni sempre più ingenti di nuova moneta. Passate certe cifre e certe percentuali, il meccanismo tende a sfuggire di mano e ad autoalimentarsi - come successe nel celebrissimo caso dei primi anni della repubblica di Weimar (e non solo) . E’ giusto  però ricordare che la politica della ripetuta stampa di nuova valuta può senz’altro apparire molto sciocca, ma che viene usualmente praticata quando i governi non sanno quali altri pesci pigliare.
5   Espressione a sua volta di una certa debolezza interna dell’economia inglese, che rimase stagnante per tutto il periodo tra le due guerre, mantenendo un tasso di disoccupazione piuttosto alto.
6   E qui si può accennare ai notevoli sacrifici imposti da Mussolini per fissare una parità con la sterlina che poi si rivelò troppo alta.
7   Per un esame approfondito della questione, vedi Eichengreen B., Gabbie d’oro. Il “gold standard e la grande depressione. 1919-1939, Cariplo-Laterza, Roma-Bari, 1994.
8   Ritenuta, in base ad una discutibile clausola del trattato di Versailles, la sola  responsabile della guerra .  Naturalmente, come viene spiegato molto bene in tutti i manuali, c’era la precisa volontà, soprattutto francese, di tarpare quanto più possibile le ali della Germania.
E’ interessante come, proprio a questo riguardo,  J.M. Keynes, all’epoca membro subalterno della delegazione britannica a Versailles, scrisse nel 1920 una delle sue prime opere, The Economic Consequences of the Peace, sull’importanza di permettere all’economia tedesca di affermarsi per il benessere, la pace e la democrazia in Europa.
  Si tratta del piano Dawes, così chiamato dal generale che presiedette la commissione. Il piano entrò in vigore nel settembre 1924.
10   Come verrà spiegato più avanti, nel 1928 il meccanismo saltò perché l’afflusso di capitali americani si interruppe e l’economia tedesca si ridusse alla bancarotta.  Nel 1931 fu lo stesso presidente Hoover a proporre una moratoria di un anno per le riparazioni e i debiti tedeschi, che col passare degli anni divenne permanente. All’epoca la Germania aveva pagato solo una parte delle sue riparazioni - all’incirca un quarto, secondo le stime più ottimistiche.
Fra gli storici è opinione comune che un atteggiamento più elastico verso i pagamenti delle riparazioni (con rate molto più basse per non ostacolare i primi anni della ripresa tedesca, e accettando una parte dei pagamenti in natura invece di limitarsi ai dollari e all’oro) avrebbe evitato probabilmente alla Germania la serie di scossoni economici (con relative conseguenze sociali) che fu una delle principali cause che la portò ad affidarsi a Hitler.
11   E’ stato calcolato che la guerra abbia fatto tornare indietro di otto anni l’incremento europeo della produzione.
12   Hobsbawm E.J. , Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano, 1995, pag. 108.
13   “Tra gli storici è diffuso il passatempo di assegnare geograficamente la colpa della crisi. Il presidente Hoover, ad es., insisteva che l’Europa era responsabile della crisi del 1929. Egli era disposto ad ammettere qualche errore degli Stati Uniti, specialmente per la speculazione in borsa, ma rimproverava il mondo nel suo complesso  per la sovrapproduzione di grano, di gomma, di zucchero, di argento, di zinco e in una certa misura di cotone. Le più grosse responsabilità tuttavia sull’Europa, sui suoi cartelli e sugli “uomini politici europei [che] non avevano avuto il coraggio di affrontare questi problemi.” (Kindleberger C. P.,  Storia delle crisi finanziarie, Laterza, Roma-Bari, 1991, pag. 133). 
D’altra parte, poche righe più sotto, si ricorda di come Friedman e Schwartz vedono gli Stati Uniti responsabili non solo della crisi del 1929, ma, insieme alla Gran Bretagna, anche della caduta dell’attività economica del primo dopoguerra. Più avanti (pp. 153-155) lo stesso Kindleberger si associa in quanti vedono la crisi del 1929 un evento originato da cause esterne agli Stati Uniti. Le cause che indica sono quelle consuete: il pasticcio combinato con i debiti di guerra, i tassi di cambio inadeguati, etc.
14   Erano gli anni d’oro dell’industria. La razionalizzazione delle strutture e delle catene di montaggio portarono a migliorare moltissimo la produttività. Anzi, a quel che sembra la migliorarono troppo per le capacità di assorbimento del mercato.
15   Le banche statunitensi erano generalmente piuttosto piccole, a carattere locale o, al massimo, limitate ad uno stato.  Questo le rese particolarmente vulnerabili.
16  Kindleberger C.P.,  op. cit. ,  pagg.22-23.
17   Così chiamato da quel gioco dove si dispongono interminabili piste di piastrelle sistemate di taglio in fila, a brevissima distanza l’una dall’altra. Una volta preparate le piste, basta dare un colpetto alla prima piastrella per far “sedere” l’intera pista, per quanto lunga.
Proprio una partita a domino si trova nell’illustrazione di copertina dell’ “Effetto valanga” di Mack Reynolds, pubblicato da Mondadori nella collana Urania nel  1973.
Il romanzo breve amplia (senza  grandi miglioramenti, in verità) un eccellente racconto del 1952, Depression or Bust  (che nella traduzione italiana ha mantenuto il titolo Effetto valanga ) dove vengono ripercorse le tappe della crisi del 1929 ambientandola in un’America del futuro: una coppia di coniugi si accorge, facendo un po’ di conti, che è più prudente per il bilancio di casa non acquistare il nuovo modello di frigorifero, e così facendo innesca un processo che porterà alla chiusura del magazzino dove acquistano gli elettrodomestici, poi della ditta che li  produce, poi delle due aziende presso le quali lavorano. In breve una spaventosa recessione attraversa gli Stati Uniti, finché un giorno, nelle alte sfere, decidono di ripercorrere all’indietro passo passo il meccanismo che ha innescato la crisi. Un rappresentante di Washington raggiunge la coppia (ormai in miseria) con un po’ dei pochi dollari rimasti in circolazione e chiede loro di comprare, infine, quel maledetto frigorifero. Lo stratagemma funziona e la coppia, con il nuovo acquisto, innesca stavolta un circolo virtuoso che riporterà prosperità e benessere nell’intera nazione - ma sia i lettori che i protagonisti non possono fare a meno di accorgersi che il meccanismo che regola tutta la faccenda sembra veramente molto fragile.
Il racconto, che passa di poco la ventina di pagine, può costituire un’eccellente lettura di appoggio per la classe.
18   Anche su questo ogni antologia fornisce la sua galleria di foto e di aneddoti. Inutile dunque insisterci più di tanto.
19   La contrazione dei prestiti creò grossi problemi anche ad altri paesi, che ne dipendevano per il pareggio della bilancia dei pagamenti: Ungheria, Polonia, Jugoslavia, Finlandia, Italia.
20 E' sufficiente qui ricordare  il crack del Credit Anstalt austriaco, che deteneva i due terzi dei depositi bancari di tutto il paese e che portò l'Austria alla bancarotta.  Sorte analoga toccò alla Germania (Landes S.S., op. cit., pagg. 489-96).

21   Si potrà qui accennare un parallelo con la desolante situazione di molti paesi africani dove inflazione, deflazione, prestiti internazionali, riforme agricole, impiego di nuove tecniche agricole etc. sembrano inevitabilmente sortire l’unico effetto di peggiorare la situazione.
22   Va qui ricordato che, anche se quasi tutte le aziende di credito inglesi soffrirono grossi danni, nessuna banca di una qualche importanza dovette chiudere, nemmeno in via temporanea. Naturalmente la loro esposizione e la loro politica erano state molto diverse da quelle delle banche tedesche.
23   Occorre ricordare che la Francia aveva enormi riserve auree, ma queste non le furono di grande aiuto contro gli effetti della crisi, che subì anzi in modo più pesante di altri paesi europei (è da notare, tra l’altro, che una moneta addirittura in deflazione come il franco era  fortemente penalizzata per le esportazioni, nonostante gli sforzi degli industriali francesi che abbassavano i prezzi delle merci vendute all’estero).
La svalutazione della sterlina ebbe invece l’effetto opposto, e l’Inghilterra fu tra i paesi europei meno provati dalla crisi degli anni 1929-1933. Tuttavia occorre aggiungere che partiva anche da una base più bassa di molti paesi, perché la sua economia stagnava da diversi anni.
24    Landes D.S., Prometeo liberato. Trasformazioni tecnologiche  e sviluppo industriale nell’Europa Occidentale dal 1750 ai giorni nostri, Einaudi, Torino, 1978, pagg. 479-480.
E’ nota l’eroica lotta del governo brasiliano per non far scendere il prezzo del caffè e salvaguardare così il reddito dei coltivatori, che si spinse fino a usare il caffè  delle scorte invendute come combustibile per le caldaie dei treni al posto del carbone (questo particolare non manca mai di suscitare un certo scalpore tra gli allievi).  Ad ogni modo nel 1929 la partita fu abbandonata, e il prezzo del caffè crollò  da 180 a 98 franchi al quintale.
25   Si parla di 15 milioni di disoccupati nella fase peggiore, ma è probabile che si tratti di un dato molto inferiore alla realtà. Basta pensare che in Germania, in un solo anno, chiusero oltre 17.000 imprese.
26   Fu, in effetti, la seconda guerra mondiale la vera cura per la crisi economica: più del New Deal e di tutti gli interventi statali
27   Aldcroft D.H., op. cit., pag.  117.
28   “Gesetz zur Ordnung der Nationalen Arbeit”.
29   Cfr. Landes D.S., op.cit., pagg. 570-633.



BIBLIOGRAFIA

Aldcroft D.H., L’economia europea dal 1914 al 2000, Laterza,  Roma-Bari, 2001 (pagg.7-134).
Eichengreen B., Gabbie d’oro. Il “gold standard” e la grande depressione. 1919-1939, Cariplo-Laterza, Roma-Bari, 1994.
Hobsbawm E.J. Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano, 1995.
Kindleberger C.P.,  Storia delle crisi finanziarie, Laterza, Roma-Bari, 1991.
Landes D.S., Prometeo liberato. Trasformazioni tecnologiche  e sviluppo industriale nell’Europa Occidentale dal 1750 ai giorni nostri, Einaudi, Torino, 1978 (pagg. 468-639).