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sabato 3 aprile 2010

Tuo padre ti ama e se ne ricorderà prima della fine


Così prevede Gandalf, quando Faramir parte su ordine del padre per l'impresa dichiaratamente impossibile di difendere il guado di Osgiliath. Facile profezia, invero: perché quelli come Denethor si ricorderanno sempre di amare ciò che gli appartiene, possibilmente nel momento e nel modo più sfavorevoli allo sventurato oggetto d'amore.
E così l'amore paterno reclama i suoi diritti quando Faramir ritorna, colpito dal Re dei Cavalieri Neri e sprofondato nel delirio. E come grandi segni di amore Denethor decide che:
1) morto lui e i suoi figli, è chiaro che non c'è più speranza e che Minas Tirith cadrà nelle mani del nemico, quindi tanto vale lasciar perdere tutto
2) il vero desiderio di Faramir è morire con lui.
Al secondo punto, in particolare, Faramir non può dire né sì né no, appunto perché è sprofondato nel delirio. Le cose finirebbero davvero male se Beregond non decidesse di buttare alle ortiche il suo giuramento di obbedienza e se Pipino non corresse nel bel mezzo della battaglia a tirare Gandalf per la manica perché Faramir aveva "più bisogno di dottori che di lacrime". E niente di meno dell'intervento di Gandalf in persona sarà necessario per strappare Faramir all'abbraccio del suo amorevole padre.
Quanto a salvare Denethor, si tratta di impresa probabilmente al di fuori della portata di Iluvatar in persona; a parte il fatto che Denethor non vorrebbe mai e poi mai essere salvato da altri che da sé stesso medesimo.

No, direi che nel complesso non è un personaggio che mi sia riuscito molto simpatico.
Comunque ha contribuito a generare Faramir, e non è un titolo di merito da poco.

martedì 5 gennaio 2010

Orgoglioso e perspicace, uomo di assai alto lignaggio



Ed ecco Gandalf che va a Minas Tirith
(raramente ho visto un paesaggio più toscano di così).


Dopo più di 600 pagine che ne sentiamo parlare fino allo sfinimento, finalmente vediamo Minas Tirith. La bella città del Sole però non è nella sua veste migliore: ormai da tempo è praticamente una fortezza, ma adesso è una fortezza che aspetta un grande attacco. Via le donne e i bambini dunque, e tutti a fortificare mura e difese, con grande e legittimo timore che comunque non basti a fermare il Nemico.
A capo di questa fortezza bella e indomita c'è Denethor, il Sovrintendente, uomo di sangue numenoreano quasi puro e di rara antipatia che se la tira infinitamente. Gandalf insiste, presentandolo a Pipino, sulla sua perspicacia - e fa davvero bene a insisterci perché in presenza di Pipino (e del lettore) il nobile Denethor non fa niente di sensato ed è dunque opportuno spiegare come ha fatto Minas Tirith a restare in piedi nonostante il sovrano che si ritrovava.
Cupo, lunatico, enigmatico e sarcastico, l'uomo perspicace e di alto lignaggio passa il suo tempo seminando frasi tese ad esaltare la sua superiore conoscenza e intelligenza del nemico e a sottolineare la suprema stoltezza altrui; nei ritagli di tempo cencia attivamente il figlio rimastogli, l'ottimo Faramir. Nel giro di mezzo capitolo infatti:
- lo rimprovera di essere vivo mentre Boromir è morto
- lo rampogna aspramente perché non ha portato a casa l'Anello, che avrebbe fatto da talismano a Minas Tirith, dove nessuno lo avrebbe adoperato se non, si capisce, in caso di estrema necessità (seee...)
- lo spedisce a rotta di collo in un'impresa dichiaratamente impossibile e pure un tantinello inutile.
Dopo quest'ultima prodezza, perfino i sudditi cominciano a considerarlo con una certa perplessità. Ma il meglio deve ancora venire...

venerdì 1 gennaio 2010

Amici ignoti ed inattesi



Nell'Ithilien, una terra che solo da qualche tempo è diventata territorio di Mordor e che Gondor rifiuta di ammettere di aver perso, i due hobbit stanchi, smagriti e stressati incontrano Faramir, fratello di Boromir a lui piuttosto simile fisicamente.

All'inizio la somiglianza sembra estesa anche al carattere - chi siete, dove andate, perché non avete i documenti in regola, dove andava la vostra Compagnia, perché Boromir non la guidava, perché non stavate tutti andando a Minas Tirith, che notoriamente è l'unica destinazione concepibile per un essere umano che porta la spada?
Ma più avanti scopriamo che Faramir ha usato in realtà grande accortezza, concentrando le domande su Boromir (che a Gondor sembra oggetto di un culto collettivo) per deviarle dagli hobbit e dalla loro missione, che ha intuito a grandi linee lavorando per deduzione.
Quel poco che non ha capito glielo svelano Sam e Frodo. Avviene allora una scena assai simile a quella che aveva per protagonista Galadriel, una specie di "Cosa farei se prendessi l'Anello per me, ora che devo solo allungare la mano per averlo". Come Galadriel, anche Faramir medita sui possibili sviluppi e ne conclude che non ne verrebbe fuori niente di buono.
Come Galadriel, anche Faramir "passa il test": resterà all'Est, e farà il Sovrintendente per il nuovo re.
Ma per scegliere di non intervenire se non dando qualche aiuto materiale a Frodo, Faramir deve attingere a tutta la sua saggezza e a tutta la sua fiducia nel diritto di scelta altrui: niente infatti gli dà ragionevole motivo di pensare che Frodo riuscirà a concludere la sua missione, soprattutto portandosi dietro quella mina vagante a nome Gollum.
Dunque Faramir aiuta come può Frodo, non tanto perché spera che la sua missione vada  a buon fine, ma perché si rende conto che comunque l'Anello è troppo pericoloso per tenerlo tra loro e per usarlo.
Una scelta molto saggia al di là dell'apparente follia - ma vallo a spiegare all'intelligentissimo Denethor.