Nel film lo vediamo molto brevemente e solo sul campo di battaglia: ha un sacco di barba e i suoi tratti non sembrano affatto elfici, ma su di lui hanno trovato ugualmente moltissimo da ridire perché cavalca un ariete (essendo stato stabilito, non si sa da chi, che i nani combattono soltanto a piedi e cavalcare arieti non è dignitoso, alla faccia di Thor e del suo carro tirato da capre)

e perché "si comporta come una macchietta ed è ridicolo" - osservazione che ho trovato molto superficiale perché un personaggio che arriva, saluta e dice "andatevene tutti a Fanculo, e subito" può magari risultare irritante o assai scortese ma non ridicolo, quando ha alle spalle un esercito di nani armati fino ai denti, nemmeno se invece di un ariete cavalca un coniglio di Rhosgobel o il Magico Minipony, e in particolare se combatte come un fulmine di guerra. Di fatto, Dain si rivolge in modo sprezzante a quelli che inizialmente crede siano i suoi nemici e che, per sottile perfidia di Tolkien, nel giro di un paio di minuti diventeranno i suoi alleati, e si comporta con Thorin con assai maggior lealtà di quel che Thorin mostra inizialmente verso di lui - d'accordo che sei pazzo ma insomma, se chiami qualcuno in tuo aiuto non è affatto cortese startene a fare la calza mentre quello fa tutto il lavoro per te, senza nemmeno mandargli un cenno di saluto dalle mura.
Dain non è una macchietta, bensì un prode guerriero, che non si lascia spaventare facilmente e cavalca una bestia dall'aspetto assai fiero e consono alla sua taglia.
Esaminati i quattro re presenti sul campo resta da parlare di Alfrid, che è senza dubbio quanto di meno regale si possa trovare in questo mondo e anche in tutti gli altri universi dabili.
In effetti non è un re, e nemmeno un governatore o un capo di qualche genere, solo l'ex-tirapiedi singolarmente viscido di un governatore che non era certo un modello nel suo genere. Di più: un tirapiedi viscido e ruffiano che all'occorrenza si dava un tono assai moraleggiante anche se non aveva proprio nulla da insegnare sul piano etico né al governatore né a nessun altro. In effetti, dopo averlo visto sullo schermo per quindi secondi si finisce per apprezzare assai il rigore etico di quel gentilorchetto di nome Azog e anche Sauron ci appare provvisto di numerosi tratti di virtù.
Viscido, codardo, profittatore, avido, egoista, lamentoso, singolarmente imbranato, spietato, bugiardo, infido e del tutto spoglio di qualsiasi parvenza di dignità (ma sono sicura che ho dimenticato qualche caratteristica negativa) Alfrid ha in sé una inquietante nota di realismo che ci ricorda che gente così c'è davvero, intorno a noi, e spesso riesce a sopravvivere nelle circostanze più sfavorevoli, di solito a spese di un sacco di brava gente. Infatti nel film che hanno proiettato nelle sale è rimasto vivo, anche se circolano voci consolanti che promettono una sua morte ingloriosa nella versione estesa - e speriamo che si tratti di voci fondate.
Nessuno, per quel che mi risulta, si è mostrato soddisfatto della sua presenza sulo schermo. La scuola di pensiero dominante vuole che Jackson lo abbia messo per dare un tocco di comicità a un film piuttosto cupo, ma abbia ecceduto dandogli troppo spazio.
Sul fatto che abbia ecceduto sono assolutamente d'accordo: anche dieci secondi di presenza di Alfrid sullo schermo sono troppi, e ognuno di essi rappresenta una vera penitenza per l'incauto spettatore che ha avuto la debolezza di staccare un biglietto per la Battaglia delle Cinque Armate. Sarà anche stato messo lì per fornire intermezzi comici, ma io in Alfred non riesco a vedere nulla di divertente e mi infastidisce anche solo il pensiero di saperlo in vita.
Rimane comunque da capire - ed è un interrogativo di cui, per quanto so, nessuno è riuscito a venire a capo - come mai tutti si ostinino a prenderlo sul serio, affidandogli pure degli incarichi, anche delicati, che costui che ogni volta accetterà prontamente per poi guardarsi bene dall'eseguirli. Bard lo mette di sentinella e, non contento che sia riuscito a non vedere l'arrivo di un intera armata di elfi, più avanti gli affida addirittura la sorveglianza dei suoi preziosissimi figli; perfino Gandalf lo incarica di sorvegliare Bilbo, la notte della consegna dell'Arkengemma, sperando seriamente di impedire allo hobbit di tornare da Thorin. D'accordo, sembra che Gandalf ancora non abbia capito i poteri dell'Anello di Bilbo (anzi, a quel punto del film potrebbe non avere nemmeno capito che Bilbo, in quella misteriosa caverna di cui parla all'inizio del secondo film, ha trovato un anello) ma la sorveglianza di Alfrid è tale che persino io avrei potuto eluderla facilmente, senza alcun anello né altro soccorso magico, e magari cantando anche qualche canzone per farmi compagnia mentre me ne andavo; figurarsi un hobbit determinato, sgusciante, silenzioso e ormai abituato a fare miracoli in serie come un tempo faceva torte, uno dopo l'altro senza pensarci.
Ed eccoci infine approdati alla parte finale - intendo l'ultima mezz'ora del film, dalla carica di Thorin in poi, ovvero la parte più discussa, secondo alcuni perfetta così com'è e secondo altri un unico concentrato di strafalcioni, scelte sbagliate ed errori di calcolo.
Proprio dalla reazione al finale discendono a cascata tutte le infinite discussioni, perché la luce del finale brilla di riflesso su tutto il film e financo sull'intera trilogia, in base alla teoria espressa da Maria Callas che non serve cantare bene se non canti meglio nel finale. Di fatto, un finale coinvolgente porta a sorvolare su tante cose, mentre un finale che non ti convince finisce per mandarti di traverso anche ciò che sul momento avevi accettato senza fare troppe storie.
Per quanto riguarda il finale di questo specifico film, spettatori e critici si sono accapigliati soprattutto su tre punti: la morte di Fili, la morte di Kili e conseguente lamentazione di Tauriel e infine la partenza di Bilbo - mentre la morte di Thorin sembra essere andata bene a tutti.
Parte di questo scontento credo discenda dalla scorrettezza di fondo commessa verso lo spettatore - nell'arco dei tre film, intendo; perché ci sono regole non scritte, nei film d'avventura, e lo spettatore è abituato a fidarsene.
Lo Hobbit si è presentato nel primo film come una classica avventura con qualche spunto brillante: un protagonista principale del tipo imbranato-che-riesce-a-fare-tutto, un secondo protagonista più drammatico all'apparenza, con un tocco di ridicolo implicito, e un gruppo di nani sullo sfondo curiosamente simili all'Armata Brancaleone****. Questo tipo di Improbabili Compagnie hanno una lunga e vasta tradizione letteraria, fumettistica e cinematografica, in base alla quale superano tutte le prove a dispetto di ogni logica, restando sostanzialmente illesi e con un lieto fine che al più può implicare qualche morte minore, scelta accuratamente tra i personaggi di cui ci importa il giusto. Lo schema prevede insomma che il Protagonista Imbranato riesca a far superare tutti gli ostacoli al suo gruppo, che il Protagonista Drammatico ottenga quel che vuole e che il drago di turno faccia una pessima fine (con eventuale conversione di qualcuno dei Cattivi al lato luminoso della Forza).
Chi aveva letto il romanzo sapeva che le cose non funzionavano così (le storie di Tolkien hanno una curiosa tendenza ad andare per i fatti loro, senza curarsi delle convenzioni letterarie) e sin dall'inizio si è voluttuosamente immerso nell'atmosfera agrodolce creata da quell'intreccio all'apparenza così consueto che il finale del primo film prometteva: le aquile che salvano Thorin - ma sapevamo che alla fine della trilogia le aquile non avrebbero ripetuto il miracolo; Bilbo che sospira di sollievo quando Gandalf risveglia Thorin - ma Gandalf non avrebbe potuto risvegliarlo alla fine del terzo film - eccetera eccetera eccetera. E quei due giovani nani, così sorridenti e pieni di vita, che alla fine della storia sarebbero stati due cadaveri...
Molti altri spettatori non conoscevano la storia e si sono fidati delle regole che credevano di riconoscere; altri hanno sentito parlare del finale del romanzo ma si sono convinti che sarebbe stato modificato - è corsa voce, ad un certo punto, che Thorin sarebbe sopravvissuto, o che sarebbero sopravvissuti i suoi nipoti, e sono perfino state avviate petizioni a tal scopo; tutto tempo perso, perché già dopo i primi venti minuti del Viaggio Inaspettato era chiaro che il finale sarebbe stato rispettato proprio perché i due nani giovinetti erano così carini e simpatici e Thorin così affascinante e maestoso. Al terzo film lo spettatore doveva perdere in un colpo solo tre amici che aveva imparato a prendersi a cuore - perché Lo Hobbit è una storia che finisce male, anche se il protagonista resta vivo, e nel film finisce pure peggio che nel libro.
Anche nel libro comunque non si può proprio definire una favoletta dalla delicata atmosfera fiabesca, come tanti hanno insistito a dire in questi tre anni. L'inizio è spensierato, il seguito pieno di peripezie fiabesche (ma è bene ricordare che le fiabe spesso sono decisamente drammatiche e cruente nella trama) ma nell'ultima parte l'atmosfera e soprattutto la vicenda cambiano decisamente di tono: il drago muore ma prima di morire distrugge una città e ne riduce gli abitanti in condizioni miserevoli, il re che ha riconquistato il regno si innamora del tesoro e mette in tal modo in serio pericolo il regno appena riconquistato (su cui infatti non regnerà mai) e tutte le parti in causa cominciano a litigare, ognuna con le sue ragioni e i suoi torti, nemmeno si fosse a una conferenza per la pace in Medio Oriente. Per sciogliere il nodo (che ai miei occhi è sempre stata la parte più affascinante del romanzo) Tolkien sceglie di far morire il re in battaglia e lasciare chi sopravvive, ormai rinsavito grazie ai gran mucchi di cadaveri che lo circondano per ogni dove, a ricostruire il molto che è stato distrutto.
Lo Hobbit è un romanzo che finisce male, molto male, e finisce male non soltanto perché il crudele fato si accanisce, ma anche perché molti dei protagonisti sono stupidi, o comunque da stupidi si comportano, e il signor Baggins alla fine della vicenda è ben lieto di tagliare la corda appena possibile per ritornare nella Contea, tra persone ragionevoli e sensate (ma sessant'anni dopo di quelle persone tanto sensate non ne potrà assolutamente più e scapperà di nuovo verso il mondo esterno, lontano dal suo amato e odiato anello di cui sarà parimenti stufo).
Nel film il finale è stato rispettato alla lettera, tuttavia le tre vittime sacrificali sono morte in modi e circostanze un po' fuori dalle consuetudini delle Morti Eroiche da film, e quel un po' ha fatto la differenza, trasformando un film d'avventura in qualcosa di troppo vicino alla morte come accade a noi comuni mortali: un po' per caso, un po' per sfortuna e sempre al momento sbagliato, lasciando sul finale un hobbit estremamente amareggiato e un elfa che non sa darsi pace.
Le morti erano nel romanzo, e non potevano essere evitate; avrebbero potuto però essere narrate diversamente, in un modo più solenne, più distaccato, più consolatorio... insomma, più consueto.
Così non è stato, e qualcuno non ha gradito. Io sì.
Nel libro è diverso. Thorin fa una bella morte eroica che lo redime delle sciocchezze commesse a causa del malefico influsso del drago. Bilbo lo raggiunge in una tenda, in uno di quei bei siparietti solenni che sono così consueti in tutta la letteratura epica e che sfidano ogni logica e buonsenso, allestiti appositamente perché gli eroi di turno possano scambiarsi eroici saluti.
Thorin è ferito di molte ferite, con accanto a lui le armi ormai logore per il grande uso che ne ha fatto; solennemente dichiara a Bilbo che vuole separarsi da lui in amicizia, ora che sta per morire*****. Bilbo si inginocchia, pieno di dolore, e solennemente risponde come deve: amara è stata la nostra avventura, se doveva finire così. Thorin gli fa un bell'elogio, lo chiama figlio dell'Occidente cortese (che è un espressione bellissima), accenna al fatto che l'oro non è la cosa più importante, poi va nelle sale di attesa, a sedersi accanto ai suoi padri finché il mondo non sia rinnovato, e dopo che è morto Bilbo si allontana e lo piange a lungo, finché i suoi occhi non furono rossi e roca la voce, perché aveva un cuore gentile. E tutto ciò è molto solenne, molto significativo e anche molto letterario - perchè il figlio dell'Occidente cortese ne sa parecchio, di letteratura, e sa conversare con un drago così come sa dire addio a un re dei nani ferito a morte in eroica pugna.
Fili e Kili non hanno diritto al loro siparietto perché sono stati quasi solo dei nomi: muoiono, e questo è quanto; ma naturalmente muoiono di eroica morte anche loro, in modo assai epico e letterario, e lo scrittore gli regala una frase che sembra presa pari pari da qualche poema epico anglosassone (e forse lo è): Fili e Kili erano caduti difendendo Thorin coi loro scudi e coi loro corpi, poiché egli era il fratello maggiore della loro madre. Un piccolo inciso, stretto tra il funerale di Thorin e la spartizione del tesoro, che adesso avrà un senso molto diverso quando lo rileggeremo.
Nel romanzo le morti di Thorin e dei suoi nipoti sono sparpagliate su meno di quattro pagine che includono anche il racconto della fine della battaglia, il funerale di Thorin, la spartizione del tesoro e l'addio di Bilbo alla compagnia. Nel film le tre morti invadono tutta l'ultima mezz'ora, e l'unico sipario vagamente letterario è la conversazione tra Tauriel e Thranduil (che, comunque la si rigiri, non è venuta benissimo).
Il primo a morire è Fili. La sua morte, che molti hanno trovato affrettata, priva di pathos e non so che altro, è in realtà il punto chiave della tragedia.
Fino a quel momento tutto poteva ancora finire più che bene: i tre nani sono in buona salute, Bilbo è apparso dal nulla avvisandoli che stanno per cadere in trappola - il che fa capire tra l'altro a Thorin che lo hobbit non gli porta rancore per quanto è successo ai Cancelli. Disgraziatamente Thorin ha appena spedito Fili e Kili in esplorazione; così ordina a Dwalin di richiamarli indietro perché vuole andare via. Dwalin è sorpreso ma Thorin insiste: Viviamo, per combattere un altro giorno, decide.
Lo spettatore assiste incredulo ed edificato al mirabile prodigio di Thorin che prende una decisione razionale dettata dall'istinto di sopravvivenza e dal buon senso: vivere, in attesa di poter combattere un altro giorno, invece di farsi portare dalla piena e lanciarsi a testa bassa all'attacco. Thorin è davvero cambiato, addirittura fa progetti per il futuro. Si è lasciato alle spalle non solo la maledizione di famiglia, ma anche il pessimismo cosmico che tutto lo avvolgeva.
Poi la morte di Fili innesca pezzo per pezzo tutto il finale.
Fili muore come ha vissuto, preoccupandosi fino all'ultimo di proteggere il fratello e lo zio. E' un peccato che gli abbiano dato così poco spazio nei film, ma il personaggio è disegnato molto bene: una specie di versione solare (non a caso è biondo) di Thorin, come lui molto protettivo con chi gli si affida. Sospettando una trappola allontana Kili e affronta da solo l'origine di un misterioso rumore. Sa, o almeno sospetta, che non tornerà indietro, ma vuole dare al fratello e a Thorin la possibilità di scappare: "Fuggite!" è la sua ultima parola, e ricorda il celebre "Fuggite, sciocchi!" che Gandalf grida a Moria prima di sprofondare con il Balrog.
Una morte tanto nobile ed eroica quanto fedele al libro. Disgraziatamente dopo averlo visto morire sotto i loro occhi né Thorin né Kili vengono nemmeno sfiorati dall'idea di fuggire: ormai non si tratta più di vivere per combattere in un qualche altro giorno futuro, qualora si presentasse un occasione favorevole, ma di vendicare Fili lì e in quel momento. Il punto di non ritorno è stato varcato.
Kili e Thorin moriranno separati, ognuno con il suo lungo duello, di cui ci fanno seguire ogni frammento. Thorin affronta Azog sulla cascata, Kili affronta Bolg per tenerlo lontano da Thorin ma soprattutto da Tauriel. Lui e Tauriel cercheranno di salvarsi a vicenda un infinità di volte, ma infine Kili muore; e qualcuno ha osservato che fa benissimo a cercare di salvare Tauriel, che gli ha salvato la vita più volte, ma tanti si sono lamentati assai che quell'insulsa elfa rubasse tanto la scena impedendo a Kili di morire per Thorin (e certo che ce n'è di gente strana in giro).
Certamente la morte di Thorin non si può dire affrettata o non abbastanza eroica, anzi gli sceneggiatori si sono ingegnati per costruirgli una morte lunga, complessa e soprattutto epica, tanto tanto epica. Ebbene sì, è la morte di Thorin, la guardo sempre con tanta devozione ma confesso che, come a quella di Kili, qua e là una sforbiciatina ai combattimenti gliel'avrei data volentieri. Nel complesso comunque è un bel duello, assai movimentato, impreziosito dall'intervento di Legolas che, per aiutare il nano, finisce per restituirgli la spada Glamdring, quella che gli aveva sequestrato quando l'aveva catturato a Bosco Atro. Sarà proprio con quella che Thorin ucciderà Azog e no, questo nel romanzo non c'era, ma nessuno sembra averci trovato da ridire.
Alla fine Thorin e Azog restano soli, sulla cascata ghiacciata. Dwalin è sparito da un po' e non è dato sapere che fine abbia fatto, Legolas sta giocando con i mattoncini Lego e con Bolg, Tauriel piange, Thranduil è da quelle parti ma non si fa vedere, Bilbo è svenuto. I due sono soli in un paesaggio bianchissimo e combattono su uno spesso strato di ghiaccio. Spesso quanto?
Abbastanza da sostenere il peso di un nano ben armato e di un enorme orchetto, sembrerebbe; ma quando il ghiaccio si comincia a crepare Thorin sfrutta il peso della mazza ferrata di Azog, e l'orchetto sprofonda nel fiume come già i cavalieri teutoni nel mio adorato Aleksander Nevskij.
E tutto finisce.
O quasi. Thorin cammina sul ghiaccio in un paesaggio immobile e silenzioso, soddisfatto dell'impresa compiuta ma ancora dubbioso: vuole assicurarsi che, lì sotto, Azog sia davvero morto (scoprirà troppo tardi che non lo è, non ancora) - una bella scena, molto rasserenante, che mi ha ricordato la prima sera delle vacanze, quando sei stanchissimo e guardi soddisfatto la lunga serie di giorni di riposo che ti aspetta. A proposito: in tanti si sono strappati i capelli per la disperazione vedendo Legolas che cammina sui mattoncini Lego del ponte che crolla, sospeso a mezz'aria, ma nessuno ha speso una parola sull'orchetto albino che scivola trasportato dalla corrente, allontanandosi dalla cascata senza galleggiare né riemergere, a mezz'acqua. Può essere che anche qui ci sia una qualche lieve alterazione delle consuetudini della fisica?
Comunque Azog riemerge dai flutti come Venere sulla conchiglia e grazie all'effetto sorpresa riesce a sopraffare Thorin, che alla fine sceglie di farsi ferire a morte per poterlo infilzare una volta per tutte sapendo che non ha la forza di batterlo in altro modo - anche qui, una scelta razionale che in altri tempi non sarebbe riuscito a fare.
Adesso Thorin sa di essere morto. E' un nano, e perciò stoico per definizione: anche se sta male cammina fino al bordo della cascata e guarda la battaglia nella piana. Quando vede le aquile che arrivano si distende per morire. Proprio in quel momento Bilbo si risveglia, lo vede e corre da lui.
Per l'ultima volta i due si parlano.
E' l'addio di due persone che si vogliono molto bene, con tutta la vera e autentica disperazione di chi perde una persona molto cara e non sa darsi pace - mette perfino a disagio, guardarla; e non c'è niente di letterario, anche per merito dei due splendidi attori. Thorin è sereno ("col cuore pieno di pace e d'amore", ha detto Armitage): il suo addio a Bilbo è colmo di affetto, e immagina per lui una vita felice e serena, nella sua bella casa (con una citazione interna del discorso che due film prima lo hobbit aveva fatto ai nani parlando del suo giardino, della sua poltrona e dei suoi libri: torna ai tuoi libri, alla tua poltrona, pianta i tuoi alberi e guardali crescere). Ma nel cuore di Bilbo non c'è serenità né accettazione: la morte di Thorin gli porta solo disperazione, e uno sconforto senza fine.
Si può spiegare, come è stato fatto, dicendo che Bilbo ha perso l'amore della sua vita. E' certamente possibile, ma io non ci ho visto soltanto questo. Quello che travolge Bilbo è l'ingiustizia, l'enorme ingiustizia di quella conclusione.
Si era preso a cuore quella pazza spedizione e aveva promesso di aiutare i nani a riprendersi la loro casa - e li ha aiutati davvero, superando uno dopo l'altro tutti gli enormi ostascoli che si erano parati davanti. Aveva sposato la causa di Thorin come se fosse la sua (e Thorin lo sapeva, e da questo proveniva l'assoluta fiducia che nutre per lo hobbit nel secondo e terzo film) e per portarla a compimento aveva fatto assolutamente di tutto, compresa una lunga serie di miracoli, non ultimo dei quali quello di strappare Thorin alla sua pazzia.
Ha aperto porte incantate, ucciso orchetti e ragni giganti, organizzato un evasione, affrontato un drago, rubato l'Archengemma. Oltre che ladro e scassinatore è diventato guerriero, eroe, diplomatico e perfino psicoterapeuta. Per mettere Thorin su quel trono lo ha perfino tradito. E proprio quando tutto sembrava sistemato, Thorin muore.
E' stato tutto inutile. Erebor è ritonata ai nani, il drago è sconfitto, la battaglia è stata vinta - ma Thorin muore. Il crudele destino di Thorin alla fine ha prevalso. E' una fine amara, dice Bilbo nel romanzo. Nel film invece non dice niente, si limita a piangere: non può fare altro che quello, ormai. Gandalf, che è quello che l'ha infilato in quell'avventura, capisce questo e molto altro. Quando raggiunge Bilbo (non sappiamo se qualche minuto o qualche ora dopo) non prova nemmeno a consolarlo: si siede accanto a lui e accende la pipa, con qualche difficoltà, in una delle più belle scene del film.
Thorin è morto e non può tornare. Senza di lui la Montagna non ha alcun senso. Se la prenda chi vuole.
Bilbo va via prima del funerale, prima che Thorin entri nella leggenda, senza nemmeno salutare i nani - sono i nani che vanno a salutare lui. Non è che non soffrano per la morte di Thorin, ma sanno che le cose possono andare anche così. Sono abituati a non dare niente per scontato, anche a un passo dalla vittoria. Ma Bilbo, che è corso fuori da casa Baggins rincorrendo un avventura che non gli apparteneva minimamente, con speranza e con fiducia, sa di essere stato tradito. Non è così che doveva finire.
Bilbo scappa da Erebor, semplicemente. Molti sono andati su tutte le furie per non avere avuto sullo schermo l'incoronazione di Dain e il funerale di Thorin; io non solo mi sono adattata di buon grado, ma ne sono stata sollevata. Vedere l'incoronazione di Dain (che pure è una degnissima persona, del tutto all'altezza di quell'onore) avrebbe messo davvero a dura prova le mie capacità di sopportazione là dentro, in quella buia sala cinematografica. A casa, con la versione estesa, andrà benissimo - mal che vada, quelle scene potrò saltarle.
In realtà di funerali di Thorin ne vediamo addirittura due: prima quello dopo la battaglia, con i nani che si inginocchiano in silenzio sul ghiaccio per rendergli omaggio, poi uno più ufficiale, quando gli uomini della Città del Lago suonano il tema musicale dei figli di Durin (lo stesso che Bombur suona col maxicorno prima che i nani di Erebor si lancino in battaglia): deve essere per forza un funerale, perché Bard e i suoi uomini hanno quel tipo di espressione compunta che si ha solo ai funerali.
Bilbo scappa, e lascia che gli altri facciano quel che vogliono. Non partecipa nemmeno alla cerimonia nanica in cui canzoni saranno cantate, storie verranno raccontate, e Thorin Scudodiquercia entrerà nella leggenda, dove i nani lo accoglierebbero volentieri, per quanto riservati, sospettosi e gelosissimi dei loro rituali.
Balin capisce, anche gli altri capiscono, al di là delle parole che fino a quel momento non gli sono mai mancate, ma che stavolta lo hobbit non riesce a trovare. Tutti i nani amavano Thorin, ma per Bilbo è diverso. Alla fine, nella Contea, si rifugerà in quella semplice frase che può voler dire tante cose o nessuna: "Era mio amico".
Nel mezzo dell'asta dei suoi beni, interrogato senza diritto dal sig. Frugola in merito alla documentazione che ne autentica l'identità: chi è colui che ha firmato il suo contratto, chi è Thorin Scudodiquercia?
"Era mio amico".
Per dire chi è egli stesso, Bilbo deve chiamare in causa il suo amico. Ciò che lo identifica ora è il suo rapporto con Thorin******
C'è ancora da parlare di Tauriel - la Grande Pietra dello Scandalo, come nel secondo film.
Partiamo dalla domanda principale, quella che ha infestato e impestato tutti i forum tolkieniani: cosa ci fa Tauriel in quei film?
Forse il vero problema non è che manca nei libri originali bensì che, al contrario, che nei libri originali c'è anche troppo - se non lei, qualcosa di abbastanza simile.
La versione ufficiale fornita dagli sceneggiatori è che serviva una fanciulla dal carattere forte per dare l'esempio alle nuove generazioni femminili, fornendogli un bel personaggio determinato e combattivo con cui identificarsi. Messa così fa tanto quote rosa, ma considerando quel che ci dicono le statistiche sui modelli femminili a disposizione delle ragazzine, e soprattutto sulla loro grande assenza, non sarò io a trovarci da ridire, anzi la trovo un netto miglioramento rispetto a Eowyn che cucina lo stufato (una scena che non perdonerò mai a Jackson).
Tauriel ha molto per raccomandarla: è una bella e cara ragazza con un carattere deciso e soprattutto idee personali, sviluppate in notevole contrasto con l'ambiente in cui vive. Disapprova la politica isolazionista del suo sovrano e lo fa in base ad argomenti assai ragionevoli che sostiene con fermezza. E' lei che conduce prima Legolas e poi Thranduil fuori dal cerchio incantato che si sono costruiti a fatica e che non potrebbe comunque reggere ancora per molto, ora che Sauron si è risvegliato.
Le piacciono i bei ragazzi simpatici che non si fanno ottenebrare dai pregiudizi (Kili), anzi li preferisce ai bei ragazzi irrigiditi nelle loro consuetudini (Legolas). L'unico personaggio che le somiglia nel carattere è Bilbo, e infatti entrambi usciranno decisamente ammaccati dalla vicenda. Lo ripeto una volta di più: mi dispiace molto che quei due non abbiano avuto una scena insieme per parlarsi.
Nel complesso mi sembra che Tauriel non sia stata usata nel migliore dei modi possibili (e forse l'attrice non era del tutto all'altezza) ma ha una parte molto importante: quella di motore mobile. Non influisce molto sulla vicenda nel suo complesso ma strappa Legolas e Thranduil dal loro limbo, e questo avrà un certo rilievo nel futuro, finendo per portare Legolas nella Compagnia dell'Anello (in spregio a come succede nel libro, ma amen).