Il mio blog preferito

Visualizzazione post con etichetta santi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta santi. Mostra tutti i post

martedì 17 marzo 2020

17 Marzo - Festa di santa Gertrude, protettrice dei gatti (dice)



Considerando il periodo abbastanza delicato che tutti stiamo attraversando mi sembra giusto occuparmi di santi per chieder loro con garbo se non potrebbero dedicarci un pensiero speciale.
Per gran parte dell'umanità oggi si ricorda san Patrizio, patrono dell'Irlanda nonché santo molto verdeggiante e tra i primi inventori del Purgatorio.
Tuttavia il piccolo ma agguerritissimo gregge dei gattari oggi festeggia anche santa Gertrude di Nivelles, protettrice di gatti e giardinieri come ci spiegano nell'immaginetta di fabbricazione assai moderna con cui apro questo post.
Gertrude di Nivelles, per quel che ci è dato sapere, è una santa assolutamente autentica e attestata in svariate fonti altomedievali, strettamente imparentata con quella famiglia da cui nacque anche Carlo Magno (un bel po' di tempo dopo).
La sua breve ma devota esistenza trascorse a Nivelles, nell'attuale Belgio. Figlia di santa madre, proclamata santa dopo la morte, esimia badessa, donna di cultura e devozione, come usava all'epoca, Gertrude appare una figura molto rispettabile.
E i gatti?
Non c'è nessun gatto fino ad una miniatura del tredicesimo secolo dove un micio di non eccessiva bellezza (ma anche lei non è venuta benissimo, diciamo la verità) ma dolcemente dispettoso come ogni buon micio che si rispetti si industria a complicarle la filatura:
La versione vulgata tra i gattari spiega che era associata ai ratti in quanto proteggeva contro le invasioni di topi. Visto che nel suo monastero c'era un rispettabile scriptorium (e una dispensa, ovviamente) è chiaro che anche lì i topi costituivano un problema, ma miniature con monache e gatti ce ne sono diverse, anche perché nei monasteri i gatti andavano abbastanza di moda ed erano considerati molto adatti come animali da compagnia per le monache, come ho giù avuto il piacere di raccontare.
Insomma, la santa badessa Gertrude proteggeva contro i topi e di conseguenza, in un qualche tempo abbastanza moderno, le venne attribuita la protezione dei gatti, e così abbiamo un gran fiorire di graziose immaginette dove viene raffigurata circondata da splendidi mici
tutte decisamente moderne; quanto ai giardinieri, davvero non so quando e come siano entrati in scena, ma saranno arrivati anche quelli in tempi recenti, immagino.

Siccome su questo blog ogni scusa per parlare di gatti viene accolta con piacere, dedico volentieri questo post a Gertrude, fermo restando che dubito che in vita si sia mai occupata molto di gatti.
E dunque auguri a tutti i gatti, auguri a santa Gertrude e auguri a tutti noi.
Senza dimenticare san Patrizio (che con i gatti, mi dicono fonti autorevoli, non c'entra granché, anche se immagino che li trattasse con gentilezza essendo un bravo santo:

venerdì 4 ottobre 2019

I miei insegnanti - Francesco d'Assisi

Come tutti gli scolari italiani anch'io ho conosciuto Francesco d'Assisi in tenerissima età attraverso la suggestiva leggenda della conversione del lupo di Gubbio e solo molti anni dopo ho scoperto, con grande dispiacere, che era apocrifa*. Come molti personaggi di enorme popolarità infatti, anche Francesco è famoso soprattutto per quello che non ha fatto e detto, e tra tutte le citazioni che circolano sui social a malapena un paio sono autentiche**, o almeno attestate nelle fonti ufficiali: ma anche se non risulta che abbia addomesticato lupi predatori, mantiene tuttavia un buon numero di frecce al suo arco.
Come tutti gli scolari anch'io in seguito ho approfondito la conoscenza attraverso la lettura del Cantico delle creature, e tanto l'ho apprezzata che nullu scholaro vivente che passa dalle mie mani pò scappare dall'accurata analisi di tal poesia, nonostante da sempre io proclami e dichiari che non faccio letteratura. 
Più avanti arrivò il ritratto tanto bello quanto fedele che Dante ne fa fare nel Paradiso a Tommaso d'Aquino. E, come ogni essere vivente, anch'io ho visto il film di Zeffirelli, anche se con scarso entusiasmo la prima volta e con autentica crisi di rigetto la seconda, come andrò a raccontare più avanti.
Io però sono andata anche oltre, nella cinoscenza di questo affascinante personaggio, perché all'università ci ho fatto un corso, dedicato appunto alle fonti francescane, e da allora mi considero una autorità in materia***. 
Fu un gran bel corso. Partimmo dal Testamento, continuammo con le due Regole ma approdammo poi non solo alle due biografie ufficiali di Tommaso da Celano e a quella di Bonaventura da Bagnoregio ma anche a un testo meno conosciuto, ovvero gli Scripta Leonis, Rufini e Angeli, opera redatta da tre compagni di Francesco della prima ora al tempo in cui l'ordine era a caccia di memorie e racconti di episodi sconosciuti, allo scopo di redarre una biografia adeguata e completa del loro illustre fondatore. Come molti altri della letteratura latina medievale, gli Scripta all'epoca non avevano una traduzione in italiano, e dovemmo ripiegare, su una edizione inglese con testo a fronte, coniugando così il verbo "arrangiarci" tanto caro a tanti studiosi, medievisti e non. 
Il corso si concluse poi con una serata di proiezioni al cinema: partimmo con Zeffirelli per poi vedere lo sconosciutissimo sceneggiato fatto da Liliana Cavani per la televisione italiana e mai trasmesso per motivi che dopo il corso e l'analisi delle fonti più antiche ci fu abbastanza chiaro: infatti era fatto benissimo, con un Lou Castel in stato di grazia, fedelissimo alle fonti e trasmetteva un  ritratto di Francesco decisamente meno zuccherato di quello di Zeffirelli. Il passaggio dalla sontuosa fotografia di Frate Sole, sorella Luna**** al bianco e nero un po' smiciato dello sceneggiato televisivo degli anni 60 fu inizialmente traumatico, ma ben presto seguire Francesco nel suo originalissimo percorso interiore ci piacque immensamente. Gli organizzatori della serata non erano riusciti a procurarsi il film di Rossellini e tutto sommato fu un bene perché dopo quei due lunghi film eravamo piuttosto cotti e, dopo il capolavoro della Cavani , difficilmente quello che non è certo il capolavoro di quell'onorato regista sarebbe riuscito a colpirci.

In quel corso imparai davvero molte cose, prima tra tutte che tra medievisti i santi si chiamano per nome, senza l'appellativo - e così dopo la prima lezione passata a dire "san Francesco di qua" e "san Francesco di là" noi allievi ce ne demmo tutti per inteso e da allora si parlò solo di Francesco (e di Domenico e di Bonaventura e di Tommaso e di un sacco di altri santi di grande o piccola rinomanza sempre rigorosamente chiamati per nome) quasi fosse stato il nostro compagno di banco alle medie, e a quest'uso sono rimasta spocchiosamente assai attaccata, anche se quando sono nel secolo e non tra addetti ai lavori preferisco dire "Francesco d'Assisi" appunto per precisare che sto parlando del celebre poverello, e non del mio ex compagno di banco delle medie*****.
Lo scopo del corso era di mostrarci, attraverso l'analisi delle fonti, come la figura di Francesco fosse stata addomesticata nel corso degli anni (degli anni della sua vita religiosa, intendo - che in effetti sono stati abbastanza pochi, circa una ventina) e nei primissimi anni dopo la sua morte, addolcendo notevolmente sia i suoi insegnamenti che i suoi costumi e soprattutto la regola di vita della sua comunità.
Francesco era partito con l'idea di piccoli gruppi di penitenti che abitavano capanne di legno e paglia, senza possedere niente (e per "niente" si intende proprio niente, inclusi i vestiti che avevano addosso e che Francesco riteneva "dati in prestito, finché non trovavano qualcuno più povero di loro") e che per mangiare andavano mendicando; più esattamente, nei primi tempi i frati andavano a lavorare con i contadini e non chiedevano niente accettando però quel che gli veniva donato "per amor di Dio" (e se i contadini non gli davano niente allora andavano a procurarsi la cena mendicando di casa in casa). Era un progetto decisamente ambizioso e destinato a non durare ma che in effetti non prevedeva la nascita di un ordine su scala internazionale, solo appunto di piccole comunità locali, e all'inizio dell'inizio solo una iniziativa personale: "il Signore mi diede dei frati, ma nessuno mi diceva che cosa ne dovessi fare" ricorda nel Testamento, ma Dio in persona gli dettò lo stile di vita. Insomma, successe perché doveva succedere, non perché lui avesse un disegno preciso in testa o tantomeno tentasse di fondare un nuovo ordine.
I conventi francescani che conosciamo sono in pietra e muratura, le chiese in gotico francescano hanno sì travi di legno al loro interno ma  sono decorati con splendidi affreschi e ben presto, quando l'ordine si allargò a macchia d'olio in tutta Europa, fu trovato un escamotage legale per accettare anche donazioni permanenti e formare un ricco patrimonio. D'altra parte non puoi gestire migliaia e migliaia di frati sparsi sul continente (e, molto più avanti, su tutti i continenti) con lo stesso criterio con cui gestisci un gruppetto di cultori della materia.
Di tutto ciò Francesco soffrì molto (nelle fonti si parla di una "grave tentazione spirituale") e i compagni della prima ora gli chiesero più volte perché non intervenisse contro quel che stava succedendo, che andava contro l'essenza dello spirito originario con cui era nato il movimento, quando ancora non sapeva nemmeno di essere un movimento. Ma Francesco, che avrebbe sì potuto intervenire col peso del suo prestigio e della sua autorità rifiutò sempre di farlo, in nome dell'obbedienza che aveva giurato, come tutti i francescani dopo di lui, perché quel cambiamento era stato approvato dalla Chiesa, cui aveva giurato assoluta sottomissione e per tutta una serie di motivi legati in sintesi al non volere intervenire contro quella che ai suoi occhi era la volontà divina, che aveva voluto fare di lui uno strumento******. Il frate doveva essere sottoposto e obbedire a tutti, principalmente alla Chiesa. La sua personale protesta Francesco la portò avanti in modo non violento e senza proclami, continuando a vivere come aveva stabilito a suo tempo e come aveva giurato di fare, considerando l'Ordine come qualcosa che era sì nato grazie al suo intervento, ma in cui lui non aveva il diritto di intervenire. Se anche pensò che c'era qualcosa di sbagliato in quel che stava succedendo scelse di non intromettersi, in nome della sua coerenza personale - più precisamente, perché non poteva essere sicuro che quel che stava avvenendo fosse sbagliato solo perché lui aveva iniziato cercando di fare qualcosa di diverso. Come segnale che stava agendo correttamente sia nel suo personale percorso, sia rifiutando di intervenire in ciò che non gli apparteneva, ricevette le stimmate - un tipo di ricompensa che a lui fu molto gradito ma di cui, di nuovo, non parlò mai apertamente parendogli del tutto fuor di luogo vantarsi di una grazia così grande (che tuttavia, proprio per la sua natura, non poteva essere davvero tenuta nascosta, anche se Francesco ci provò con grande diligenza).
Ammettere di non poter presumere di sapere cosa era giusto e cosa era sbagliato nel disegno divino per gli altri era un pensiero abbastanza insolito, a quei tempi come sempre. Il mondo trabocca e pullula da sempre di persone assai convinte di sapere cosa è bene e cosa è giusto per tutti, ma che assai raramente si scomodano cercando di vivere in coerenza con quel che sentono giusto per loro. La conversione francescana doveva avvenire non tanto con la persuasione o la minaccia delle orribili pene che aspettavano il peccatore nell'aldilà ma prima di tutto con l'offerta della misericordia, della comprensione e del rispetto. Francesco non ammansì il lupo di Gubbio, se non in senso metaforico, ma non è affatto un caso che una storia del genere gli venisse attribuita perché il suo modo di rivolgersi al lupo denota appunto comprensione e umiltà, oltre a una gentile offerta fatta in nome dell'amore. È più o meno la stessa linea che seguì per convertire un gruppo di briganti che vivevano allo stato brado nella foresta assalendo gli sventurati viandanti: i frati si presentano da loro chiamandoli fratelli briganti e offrendogli buon pane e buon vino, che imbandiscono su una bella tovaglia pulita distesa sull'erba, poi li servono alla mensa, gli parlano con dolcezza e quando i briganti hanno ben mangiato gli chiedono di promettere di non assalire più nessuno: i briganti mangiano, ascoltano e promettono. Il giorno dopo la mensa viene arricchita con uova e formaggio e dopo averli serviti i frati li esortano ad abbandonare la scomoda e dura vita nella foresta. Così, ammansiti dalle buone parole, dal buon pasto e dalla gentilezza dei frati finiscono in breve tempo per unirsi all'ordine propter familiaritatem et caritatem dei frati. La gentilezza, la dolcezza e soprattutto l'empatia sono le note che toccano i cuori e suscitano pentimento e conversione. I peccatori vanno avvicinati non con la mìcollera e la minaccia, né con la superbia di chi sa di essere meglio di loro e perciò li guarda dall'altro in basso, ma con l'umiltà di chi chiede che gli sia consentito  servirli e aiutarli.
Tutto questo va applicato ai peccatori ma anche a tutti i sofferenti: i poveri, gli ammalati, gli infelici. È la stessa comprensione e la stessa cortesia che Francesco applica per esempio a un frate che, avendo praticato in maniera eccessiva il digiuno,  nella notte si lamenta che si sente morire di fame: Francesco lo conforta, lo fa mangiare ma fa di più: perché il poverino non si senta umiliato mangiano tutti insieme a lui. Solo dopo Francesco gli ricorda che il nostro fratello corpo non va eccessivamente maltrattato, negandogli troppo la sua giusta mercede., e che non tutti abbiamo le stesse necessità alimentari. È anche la stessa cortesia che applica con gli ultimi degli ultimi, i lebbrosi, quando mangia con loro (in un caso,  addirittura dallo stesso piatto) oltre ad assisterli, fornendogli oltre alle cure un aiuto spirituale e facendogli sentire di essere, nonostante tutto, qualcosa di più che dei poveri appestati. Non a caso è proprio da un lebbroso che inizia la sua conversione, come ricorda nel Testamento, nel momento in cui Dio gli fece misericordia  e lui si accorge che l'amarezza di accostarsi a qualcosa di ripugnante si trasformava nella dolcezza di abbracciare un fratello.
Questo tipo di spiritualità, basata non soltanto sull'aiuto ma sulla dolcezza della condivisione è il tratto che caratterizza gli interventi dei francescani nel mondo sin dalla nascita dell'ordine, e il vero lascito che Francesco ha lasciato all'umanità - qualcosa, in effetti, più importante dell'avere una capanna di legno e paglia oppure di pietra intonacata e decorata con affreschi; viene quindi da pensare, almeno a me, che nella sua coerenza, Francesco abbia fatto la scelta giusta non intervenendo a favore della forma ma piuttosto cercando di rispettare la sostanza  e prima ancora la sua coerenza e la sua anima, e soprattutto l'anima degli altri.

* apocrifa sì ,a ben costruita. E forse nemmeno tanto apocrifa, se si accetta che abbia la sua base in un evento reale vagamente simile attestato da fonte assai attendibile, vedi più avanti.
** qui una lista delle più famose citazioni prive di riscontro
*** pur ammettendo senza difficoltà che un sacco di gente ne sa più di me sull'argomento, si capisce
**** perché va ben ammesso che in quel film l'Umbria recita meravigliosamente
***** (che peraltro non si chiamava affatto Francesco)
****** Scripta Leonis, Rufini et Angeli sociorum S. Francisci, 1979, Oxford Clarendon Press, capp. 75-6.
L'episodio della conversione dei fratres latrones è narrato al capitolo 90.
Il frate che in piena nitte urla che muore di fame è al capitolo 1.
Il pranzo col lebbroso è narrato al capitolo 22.

domenica 11 novembre 2018

11 Novembre - Martino di Tours (ero straniero e mi avete accolto)

Il dipinto è del 1945, opera di tal Tosi o Rosi (recentiores non deteriores) e si trova nella chiesa di Santa Maria Assunta in Campagna, a Ferno.

La prima volta che ho letto la storia di san Martino e del suo mantello è stata sul libro di lettura delle elementari, e mi piacque molto: ho sempre apprezzato le persone concrete che, davanti a una situazione di grave necessità, non fanno domande e trovano un modo di dare un aiuto purchessia.
La vicenda è piuttosto nota: vissuto in Francia nel IV secolo, Martino fu per diversi anni un soldato, più esattamente un circitor, ovvero addetto alle ronde, specie quelle notturne. Nell'inverno del 335 trovò un mendicante molto infreddolito e gli diede metà del suo mantello d'ordinanza - evidentemente piuttosto grande - tagliandolo a metà con la spada. Quella stessa notte un sogno lo convinse a battezzarsi. Più avanti diventò monaco, vescovo di Tours e insomma un personaggio molto importante per la chiesa francese.
Il nome di Martino di Tours è legato a una infinità di tradizioni, superstizioni e fatti storici e probabilmente si innesta su qualche figura pagana preesistente; ma è un santo vero, che ha lasciato una solida impronta nella storia e non è in alcun modo frutto dell'immaginazione popolare.
Tra i molti aspetti collegati alla sua figura c'è naturalmente quello legato alle sette opere di misericordia corporale, elencate nel Vangelo di Matteo al capitolo 25, quando Gesù, nel giorno del Giudizio, chiama a sé coloro che gli hanno dato da mangiare quando aveva fame, da bere quando aveva sete eccetera (e che lo hanno accolto quando era straniero, donde il nome di una proposta di legge per rivedere la legge Bossi-Fini e permettere una gestione più equilibrata e sensata dei flussi di migranti in Italia).

Basandosi su questa caratteristica del santo, nel 1442 venne fondata a Firenze la Congregazione dei Buonuomini di San Martino, dedicata principalmente all'assistenza dei poveri vergognosi, ovvero quei poveri che lo erano diventati per incidenti o rii casi della vita e che quindi si vergognavano di chiedere la carità pubblica, abituati com'erano a dipendere dal proprio lavoro. La Congregazione era composta da dodici uomini della classe dirigente di Firenze che giravano a coppie (due per sestiere, ché all'epoca Firenze non era ancora divisa per quartieri) scovando e assistendo i poveri vergognosi e, naturalmente, assistendoli con somma discrezione e quasi di soppiatto.
L'abitudine alla discrezione è rimasta: anni fa ricevetti l'incarico di schedare l'archivio della Congregazione, invero piuttosto incasinato e alluvionato e disastrato, e convincere quei dodici rispettabili signori che gli archivisti appunto schedano i documenti e non li leggono fu affare piuttosto complesso. Fu un periodo felice, della durata di circa tre anni: il posto era freddo, scomodo e ignobilmente polveroso ma il lavoro mi diede una gran soddisfazione e lo feci bene: alla fine, su una bella scaffalatura nuova, le serie della documentazione e i vari fondi delle famiglie estinte che avevano lasciato grosse donazioni alla Co0ngregazione erano facilmente reperibili, ben organizzate, spolverate e ordinate - un vero piacere per gli occhi - almeno ai miei occhi di archivista. Assistetti anche al Gran Miracolo di alcuni ammassi di fango che, dopo l'accorto e lungo e costoso intervento del laboratorio di restauro dell'Archivio di Stato di Firenze (che ai tempi dell'alluvione aveva fatto un sacco di pratica disincrostando la nafta dai molti documenti alluvionati ed era così diventato un punto di eccellenza in tutto il mondo) si erano trasformati in bei registri perfettamente leggibili e sfogliabili. 
Gli interventi dei Buonuomini erano molto concreti: non si limitavano a distribuire vesti, cibo e vino, ma davano doti alle ragazze povere per permettere loro di sposarsi e assistevano le puerpere, come si mostra in questo bell'affresco della bottega del Ghirlandaio che decora la cappella dell'Oratorio eccetera. L'assistenza alle puerpere mi è sempre piaciuta molto perché portare pollame (da cui ricavare del buon brodo nutriente) uova e vino alla donna fresca di parto ma troppo povera per poterseli comprare mi è sempre parsa cosa bellissima e degna di lode:

Viviamo in anni crudeli, dove i poveri sono schedati in base alla nazione di origine e al grado di meritevolezza e dove si cerca di far sembrare ingiusto che la puerpera senegalese o nigeriana abbia meno diritto a una buona assistenza di una puerpera italiana. Spero che lo spirito di Martino di Tours, che a quel che risulta dalle fonti non fece tante domande al povero mendicante infreddolito e si limitò ad aiutarlo come poteva, torni ad illuminarci, garantito dalle leggi italiane e dalla costituzione italiana che i nostri padri (e madri) scelsero di darci; e che qualcuno decida di rimettere mano a quello schifo di legge che è la Bossi-Fini, piuttosto che far passare angoscianti decreti che ci promettono improbabili sicurezze.

mercoledì 6 luglio 2016

La costellazione crociata (post ad alto contenuto didattico e storico, o almeno l'intenzione sarebbe questa)

Duello tra Riccardo Cuordileone e il Saladino

Sui manuali di storia, per motivi a me incomprensibili* nel capitolo sulle crociate ci si ostina a parlare soprattutto delle crociate di Gerusalemme, dette anche passaggi ultramarini, con in più al massimo qualche cenno ai pellegrinaggi religiosi. 
Io la so più lunga, e da anni cerco di trasfondere il mio gran sapere sull'argomento condensandolo in un paio di accorte lezioni, ma senza che gli alunni ne abbiano ricavato sinora grandi frutti**. 
Quest'anno però, con la Prima Zuzzurlona, ho composto uno schema che mi sembra piuttosto completo per una prima media, e i ragazzi lo hanno ascoltato abbastanza volentieri e ripetuto con una certa accuratezza - così ho deciso di conservarlo qui, in memoria del lieto evento.
Se qualcuno ha aggiunte da proporre o correzioni da fare, sappia che gli sarò molto riconoscente.

* 1095: Concilio di Clermont
Terminato il concilio, papa Urbano II lanciò un appello per liberare il Santo Sepolcro di Gerusalemme dai perfidi saraceni.
Chi partecipava avrebbe ottenuto dei benefici spirituali (in pratica, faceva del bene alla sua anima e, in caso, moriva in stato di grazia)
L'appello riscosse molto successo e nel
* 1096 un esercito internazionale guidato da Goffredo di Buglione partì per la prima Crociata
*1099: i crociati conquistano Gerusalemme
Fondano il Regno di Gerusalemme e altri tre regni, chiamati Regni Latini
* In seguito vennero fatte altre crociate (sempre internazionali) per difendere i Regno Latini e i cristiani persero sempre alla grande, tranne nella Quarta Crociata che è un caso a parte
* La Terza Crociata (1189-1182) è chiamata anche "crociata dei re" perché ci parteciparono diversi sovrani, compreso l'imperatore Federico Barbarossa, che morì annegato attraversando un fiume***. 
C'era anche Riccardo Cuor di Leone, sì, quello di Robin Hood, che venne fatto prigioniero dagli austriaci e rilasciato dopo 15 mesi a carissimo prezzo.
L'avversario era il Saladino, che si guadagnò un ottima reputazione letteraria nella narrativa occidentale e venne descritto con grande ammirazione per la sua squisita cavalleria 
* La Quarta Crociata non arrivò mai in Terrasanta perché i crociati non avevano soldi sufficienti per pagarsi la flotta, così conquistarono invece l'impero di Bisanzio e lo consegnarono alle Repubbliche Marinare, che lo sfruttarono per commerciate con l'oriente (a parte il fatto che era anche un regno molto ricco). 
I bizantini rimasero assolutamente schifati dalla rozzezza dei crociati. Anche il papa non fu molto contento. 
Lungo la strada ci fu anche qualche massacro di ebrei, come usava sempre nelle crociate.
L'Impero Latino di Costantinopoli durò dal 1204 al 1261, poi i bizantini se lo ripresero.
* L'ottava e ultima crociata finì nel 1270, quando cadde l'ultimo lembo dei Regni Latini d'Oriente. In quella crociata morì anche Luigi IX il Santo, re di Francia.
* I Regni Latini d'Oriente erano sempre in pericolo perché non avevano un vero esercito: i cavalieri degli ordini monastici non bastavano, erano poche centinaia. A parte gli ordini monastici, gli altri crociati facevano i crociati per un certo periodo della loro vita, per loro era un esperienza religiosa ma poi si ritornava a  casa.
Insomma, i regni latini non avevano un vero esercito - e chiaramente non potevano usare la popolazione locale. I saraceni sì, e infatti la usavano. E vincevano alla grande.
I crociati vivevano in enormi fortezze, che contenevano migliaia di persone, e pure i cavalli dei cavalieri. Si chiamavano crak, ma dicono che la droga non c'entrava
* I combattenti erano chiamati crociati perché portavano una croce rossa sul mantello e/o sullo scudo****.
* Il colore rosso della croce indica che i crociati erano disposti a versare il loro sangue per Cristo.
* Prima di partire per la crociata ci si confessava, si faceva penitenza per i propri peccati e si doveva ottenere l'assoluzione. Di solito si faceva anche testamento, e si dava alla moglie una scadenza, passata la quale poteva rimaritarsi. Ci sono diverse novelle sull'argomento, perché a volte il marito tornava dopo che il termine era scaduto. Qualche volta invece tornava appena in tempo, come nella storia di messer Torello di Boccaccio.
* Dopo la prima crociata furono fondati gli ordini monastici combattenti.

* A partire dall'XI secolo venne di moda anche il pellegrinaggio. Pellegrinavano anche nei secoli precedenti, ma molto meno.
* Prima di partire il pellegrino si confessava, faceva penitenza e doveva avere l'assoluzione per i suoi peccati. Di solito faceva anche testamento, perché le vie di pellegrinaggio erano relativamente sicure ma ci si poteva ammalare nel corso del viaggio, a parte tutti gli altri rischi.
* Il pellegrinaggio era un esperienza mistica e rigenerante per l'anima, esattamente come la crociata; però nessuno ti chiedeva di combattere e potevano farlo anche le donne e i giovinetti.
*Le tre mete più famose di pellegrinaggio erano:
 - Gerusalemme (dov'era morto Gesù)
 - Roma (dov'era sepolto Pietro, il primo papa)
 - Santiago de Compostela, dove si raccontava che fosse sepolto l'apostolo Giacomo Maggiore, anche se la cosa è piuttosto improbabile.
Infatti Giacomo, secondo gli Atti degli Apostoli fu martirizzato in Palestina. Siccome a Compostela volevano avere un apostolo, raccontarono che il corpo di Giacomo (che prima di morire aveva convertito tutta la Spagna per poi tornare a casa per farsi martirizzare) era stato portato a Compostella su una nave di cristallo tirata da angeli, e dopo qualche secolo a dei pastori era stato svelato il luogo della sua tomba tramite una stella cadente (quindi Compostela sarebbe il campo della stella, ma l'etimologia è ancor meno probabile di tutto il resto).
A quei tempi le navi magiche tirate da angeli andavano abbastanza di moda, ce n'è una anche nella leggenda del Graal.
Comunque Compostela non è mai diventata arcivescovado nonostante custodisca le reliquie di un apostolo, appunto perché le reliquie probabilmente sono di tutt'altri.
* La presunta tomba di Giacomo è in una terra che è sempre stata cristiana. Per arrivare fin lì si deve percorrere la via francigena, che si chiamava così perché era percorsa soprattutto da francesi e e sorvegliata da monaci francesi - infatti i cluniacensi ci avevano costruito diversi ostelli, detti anche ospedali, per accogliere i pellegrini.

* A Compostela Giacomo cambia pelle, e diventa un santo combattente, come Michele Arcangelo o Giorgio. Nasce così Santiago Matamoros: si narra che alla vigilia della battaglia di Clavijo (844) Santiago apparisse in sogno a Ramiro I, re delle Asturie, promettendogli il suo aiuto contro i musulmani. E il giorno dopo combatté a fianco dei cristiani, uccidendo gli infedeli. 
Santiago è stato il santo simbolo e guida della Reconquista, e il più famoso tra i vari monaci e vescovi combattenti che popolano la letteratura non solo epica tra la fine dell'XI e il XIII secolo. Nelle leggende sulla guerra santa sacerdoti e vescovi e monaci combattevano, e sembra che qualche volta l'abbiano fatto anche nella realtà. La Chiesa comunque non approvò mai.
* La parte più consistente della Reconquista spagnola va dall'XI secolo alla fine del XIII, e probabilmente l'idea di crociata è partita proprio da lì. Naturalmente  chi partecipava alle crociate spagnole era un crociato a tutti gli effetti.
* Alla Reconquista e a Santiago venne agganciato il mito di Carlo Magno, inventando una conquista della Spagna strappata da Carlo agli infedeli alla fine dell'VIII secolo. Nasce così il ciclo epico carolingio, che è tutto francese e in buona parte collegato alle crociate spagnole e al culto dell'apostolo Giacomo. 
Gli spagnoli comunque faranno anche loro dei poemi epici dedicati alle crociate spagnole.
* Alle crociate spagnole parteciparono molti cavalieri e feudatari della Francia meridionale, perché era un buon modo di procurarsi feudi, onore e gloria. Tra l'altro nelle crociate spagnole si pativa meno caldo e soprattutto si vinceva molto spesso, contrariamente a quel che avveniva in Terrasanta.

* Alle crociate partecipavano i cavalieri, ovvero i cadetti delle famiglie nobili.
Tutti i nobili maschi venivano addestrati al combattimento, soprattutto in Francia, Inghilterra e nell'Impero, e crescevano abituati ad un certo tenore di vita. Poi il primogenito si prendeva tutta l'eredità e gli altri dovevano cercare di conquistarsi gloria e ricchezze (nonché un buon matrimonio) sulla punta della spada, ad esempio mettendosi al servizio di qualche feudatario, e amoreggiando con le damigelle, o anche con la moglie del feudatario. La loro vita era piuttosto licenziosa e soprattutto erano delle mine vaganti in tempo di pace, sempre pronti ad azzuffarsi al minimo pretesto.
La Chiesa cercò di incanalare queste energie in sovrappiù dentro a una Giusta Causa (e sotto questo aspetto la Reconquista fu un ottimo affare, perché liberò molte terre, mentre le Crociate si rivelarono meno convenienti, albicocche e Impero Latino a parte).

* Bernard di Clairvaux scrisse un trattato su come fosse meglio per un cavaliere combattere (e possibilmente anche morire) per Cristo invece che per i begli occhi di una dama*****.
Si racconta che scrisse anche la regola dei Templari, o la ispirò - comunque appoggiò molto gli ordini monastici combattenti.
*Gli ordini monastici combattenti erano ordini che accoglievano cavalieri che, oltre ai consueti voti monastici (povertà, obbedienza e castità) si impegnavano a combattere per la gloria di Cristo contro infedeli e pagani.
Gli ordini combattenti più famosi furono:
 - Cavalieri Templari (1118-1312). Finirono processati e in gran parte condannati per eresia e sul loro conto corrono un sacco di leggende che parlano di segreti segretissimi e di ricchissimi tesori da loro custoditi. Di fatto erano un ordine molto ricco, importante e influente. 
Più o meno nel periodo in cui nacquero i Templari arrivarono anche le leggende sul Santo Graal e su un ordine di cavalieri che lo custodiva in segreto.
Le leggende sul Santo Graal vennero logicamente anche agganciate al più diffuso ciclo di leggende sui cavalieri: quello di re Artù - dove comunque nessun cavaliere si preoccupa di combattere infedeli, perseguitare pagani e tanto meno di morire combattendo per Cristo.
 - Cavalieri Ospitalieri o di San Giovanni (oggi Cavalieri di Malta)
 - Cavalieri Teutonici, che assorbirono anche i Cavalieri Portaspada, che erano quasi tutti tedeschi.
* Tra il XII e il XIII secolo ci furono le Crociate del Nord, combattute soprattutto dai cavalieri Portaspada e poi dai Cavalieri Teutonici. Si svolsero nell'area ancora pagana dell'Europa orientale, ai confini dell'impero, nella regione detta Livonia (oggi Lettonia e un po' di Estonia).
I metodi usati per la conversione dei pagani non furono garbati né cortesi.
I Teutonici misero su un vero e proprio stato, con a capo il Gran Maestro dell'ordine. E tutto ciò avvenne in quella parte di mondo di cui i manuali di storia si sforzano in ogni modo di ignorare l'esistenza, salvo accennare ogni tanto a Rutenia, Livonia o simili come se fossero zone conosciutissime da tutti noi.
Spostandosi verso il ducato di Novgorod i cavalieri furono infine fermati da Aleksandr Nevskij nel 1242 (Battaglia del lago ghiacciato)******. 



Siccome, alle lunghe, la popolazione locale venne in un certo senso assimilata e lo stato era circondato da territori cristiani, si dimostrò ben più durevole dei regni latini.
Nel 1525 il Gran Maestro allora in carica si convertì al protestantesimo e trasformò lo Stato dei Cavalieri Teutonici nel Granducato di Prussia.

* Nel 1209 venne bandita la Crociata contro gli Albigesi (o Catari), dichiarati eretici, nella Francia meridionale. Il re di Francia Filippo II Augusto inizialmente non voleva averci a che fare, ma poi partecipò, con molti feudatari della Francia settentrionale. La crociata terminò nel 1229, dopo aver devastato la Francia meridionale, e segnò l'inizio del declino della cultura occitanica (quella dei trovatori).
* I vari papi bandirono anche moltissime altre crociate, ad esempio contro singoli re (anche cristiani) ed eretici vari. Qualche volta principi e feudatari rispondevano, qualche volta no. 

*Ma forse da collegarsi al fatto che gli autori non hanno studiato la guerra santa con annessi e connessi per tre anni, come me, per poi farci su la tesi di laurea. *****E io, che sono una dama, ho sempre disapprovato Bernard di Claivaux con tutte le mie forze, anche se devo ammettere che non era privo di una certa forza espressiva. Niente di paragonabile ad Abelard, comunque.
**Nemmeno le albicocche che, come sostiene LeGoff, sono in effetti l'unico valido frutto ricavato in occidente dai passaggi ultramarini.
*** Qui sono seguiti commenti di tutti i tipi e vivaci riproduzioni mimiche di Federico Barbarossa che colava a picco con tutta l'armatura. Non sono intervenuta perché, per quanto si sa, è esattamente quel che accadde.
*****(in risposta a precise domande) Sì. c'è stato un partito politico in Italia che aveva lo scudo crociato come simbolo. Si chiamava Democrazia Cristiana ed esiste ancora, anzi esistono ancora perché sono più di uno e ogni tanto cambiano nome. Ma è sempre stato un partito di ispirazione cristiana ma senza ambizioni belliche, lo scudo era un modo per indicare che volevano difendere i valori cristiani, ma non c'erano cattive intenzioni verso gli infedeli.
******Proprio quella del film di Ejzenstejn e della cantata di Prokoviev.

domenica 10 maggio 2015

Inaspettata valenza didattica di san Giorgio (post con draghi)

Paolo Uccello - San Giorgio e il drago (1456)

La scorsa estate ho passato diverso tempo in un forum tolkieniano discutendo di un infinità di questioni con tante simpatiche persone che, come me, cercavano di ingannare l'attesa del terzo film dello Hobbit. Chiacchiera di qua e chiacchiera di là, parlando di draghi venne fuori anche san Giorgio e ne approfittai per chiedere se qualcuno sapeva la leggenda, dal momento che avevo sempre desiderato conoscerla ma non l'avevo mai trovata da nessuna parte.
Scoprii che la sapevano in diversi e un anima buona mi indirizzò a un link che mi permise di scoprire che la fonte non era, come avevo sempre creduto, un romanzo cavalleresco inglese del tardo medioevo bensì la Legenda Aurea di Iacopo da Varazze, poderoso testo sulle vite dei santi di cui avevo sentito parecchio parlare nei tempi lontani dei miei studi di medievistica.
Link chiama link e così trovai il testo in latino della leggenda, nonché la notizia che Einaudi aveva pubblicato una traduzione della Legenda (non so in quale versione, visto che ce ne sono parecchie) e che addirittura una copia di questa traduzione riposava tranquilla in una biblioteca piuttosto vicina a casa mia. Fu così che passai buona parte dell'estate immersa nella sua lettura, sforando ignobilmente i tempi del prestito e financo della proroga (si tratta di un malloppo che passa le mille pagine, di lettura non sempre scorrevolissima). Ma sto divagando.
Sul forum intanto si continuava a chiacchierare della storia di san Giorgio e qualcuno ebbe l'incauta idea di esprimere compassione per il povero drago, portato in città al laccio come un cagnolino dalla principessa di Trebisonda, per poi venire ucciso dopo che la popolazione si era convertita al cristianesimo. Dal canto mio spiegai al gentile pubblico che la leggenda aveva origini pagane e che era stata appiccicata solo in seguito alla vita del santo. Lo scrissi serenamente, anche senza aver studiato la questione, primo perché una storia con un drago, così a occhio, non ha mai grosse radici storiche, secondo perché l'eroe che uccide il mostro e salva la fanciulla è una storia vecchia come il mondo.
Fummo così assai rimproverati da un pedantissimo tolkieniano che ci spiegò che non dovevamo avere compassione dei draghi, perché essi erano cattivi, e anche che la storia era molto più recente di quella di san Giorgio, "quando ormai la cristianità aveva conosciuto i "veri draghi" identificando l'intuizione di San Giovanni nell'Apocalisse con diversi mostri delle mitologie baltiche. Inutile tentare di farci entrare a forza anche le tradizioni classiche sulle lotte con le serpi o addirittura quelle estremo-orientali. Non c’è nessun nesso, soltanto un immaginario politicamente corretto le potrebbe accomunare. L’invenzione del drago è un elemento di teologia integrativa tra Cristianità alto-medievale e Northerness in ambiente letterario."
Ora, premesso che sono buona e cara e dolce come pasticcino di marzapane, se proprio qualcuno vuol venire a far lezione sui draghi e i santi nel medioevo a me, che mi considero ancora, a torto o a ragione, un addetta ai lavori, come minimo deve farmi la cortesia di scrivere in un italiano comprensibile, specie se posta in un forum per comuni mortali e non sulla mailing list di un gruppo di dottorandi in filologia medievale - per tacere della storia de "l'immaginario politicamente corretto" che mi sembrava un vero delirio - senza contare che ognuno ha diritto di provare compassione per chi gli pare, e da qualche decennio la cultura occidentale ha prodotto gran copia di draghi buoni, amabili e saggi, da quelli del pianeta Pern al celebre Drago Alberto. 
Mossa perciò da somma irritazione e dal più puro spirito di contraddizione mi sottoposi alla non lieve fatica di leggere questo e altri paragrafi assai pedissequamente pedanti del pedantissimo intervento di costui, cercando di capire di che cazzo stesse mai parlando. 

Dopo attenta disamina conclusi che costui si era convinto che, nel mezzo della folle confusione e sovrapposizione di storie e mitologie che caratterizza il medioevo tutto,  esistesse uno specifico tipo di drago che poteva fregiarsi del titolo di vero e autentico drago (con relativo attestato che il drago avrebbe potuto appendere nella sua grotta, completo di sigillo del Consorzio per la Tutela del Vero Drago Medievale) apparentato con il drago dell'Apocalisse ma non con il drago di Cadmo. Perché? Semplice, perché lo diceva lui, che evidentemente si considerava un autorità in materia (e non lo era, come si vedeva lontano un miglio). Peccato che la parola che usiamo per indicare il drago sia appunto di origine greca e fosse la stessa sia per il drago di Cadmo che per il drago dell'Apocalisse.
Il testo di Iacopo da Varazze parla proprio di un draco - nella fattispecie un drago d'acqua: in una specie di lago salato vicino a una città viveva un drago, che voleva delle vergini da mangiare. Quando non le riceveva, usciva dal suo lago e appestava col suo fiato pestilenziale la città uccidendone così gli abitanti. Secondo qualche interpretazione il drago in questo caso sarebbe stato l'allegoria di una malattia infettiva - e sembrerebbe un idea sensata, salvo il fatto che non si è mai vista, per quel che ne so, una malattia infettiva che chiede un tributo in vergini (mentre si sono viste molte malattie infettive fare strage di vergini e anche di donne e uomini maritati, ma questa è un altra storia). 
A un certo punto gli abitanti della città, stufi di mandare le loro figlie a morte certa, gridarono al sovrano che si desse una mossa e mandasse in pasto al mostro la sua, di figlie, come già aveva mandato le loro, e il re fu costretto ad accettare a furor di popolo.
Ed ecco la povera principessa andare verso il lago, piangendo la sua triste sorte. Passa di lì per caso Giorgio di Cappadocia, futuro santo, e le chiede "Perché piangi, fanciulla?". La ragazza, infelice ma buona, gli risponde "Allontanati di qui, buon giovane, perché questo è un luogo pericoloso". Giorgio insiste per sapere cosa succede eccetera eccetera.
Una principessa votata a morte certa. Un mostro marino. Genitori in lacrime. Un eroe che passa di lì per caso...
Non importa cercare molto lontano: a pochi chilometri dalla tomba di Giorgio di Cappadocia c'è la cittadina di Jaffa, oggi nel distretto di Tel Aviv, dove Perseo salvò la povera Andromeda incatenata sulla rupe in attesa di essere divorata dal solito mostro marino inviato dal solito Poseidone (che, dietro richiesta di qualsiasi divinità, un mostro marino non l'ha mai negato a nessuno). I cristiani si erano limitati a ritoccare la storia mettendo un santo a salvare la fanciulla - un santo che non la sposerà, anche perché ha un destino di martire che l'aspetta e fargli sposare una principessa sembrava troppo frivolo. La leggenda rimbalzò in Europa ai tempi delle crociate; in seguito Giorgio diventò patrono d'Inghilterra e il suo drago si occidentalizzò, diventando un drago da terra, di quelli che abitano le caverne, mentre san Giorgio acquisì una perfetta armatura occidentale di stile quattro-cinquecentesco.
In conclusione scrissi un piccolo, garbato post in cui, nell'italiano più piano e semplice che riuscii a trovare, sotto sembiante di dolcezza davo di cialtrone e incompetente al tolkieniano integralista (che ebbe cura di non rispondermi) ma mi rallegrai anche moltissimo meco per avere imparato tante cose interessanti sulla leggenda di san Giorgio e il drago: niente di meglio di uno spirito polemico per allargare le proprie conoscenze.

Due giorni fa ho portato la Prima Effervescente ad un museo fiorentino dove faceva bella mostra di sé anche la copia di un celebre quadro su san Giorgio.
"Ma non è piccolo, il drago?" ha chiesto Rinaldo.
"A quei tempi li facevano così. Vi spiegherò tutto in classe" ho promesso leccandomi i baffi.
Il giorno dopo, dalla mia magica chiavetta USB sono scivolati fuori dieci draghi dieci più un paio di mostri marini con Perseo e Andromeda, quasi tutti dipinti da celebrissimi pittori, e con la mia migliore faccia di bronzo mi sono cimentata nella mia prima (e unica, immagino, data la mia totale incompetenza in materia) lezione di storia dell'arte.
Ogni scusa è buona, per tirare fuori un drago.
(E le vie dell'aggiornamento,per noi docenti, sono davvero infinite).

domenica 22 marzo 2009

La storia siamo noi - Santa Scolastica e le brioche di Maria Antonietta



Come osserverebbe Eliot se mai si fosse occupato della questione, adottare un libro di storia è un serio affare / non è passatempo per bagnanti discinti
Non so se qualche decennio fa era così complicato. Quando andavo alle medie avevo un bel libro, si chiamava "Il libro Garzanti della Storia", carta non patinata ma rilegatura in tela. A sinistra c'era il testo, a destra immagini, documenti e divagazioni varie. Il testo era piuttosto chiaro, senza troppe complicazioni e la pagina di approfondimento doveva essere fatta piuttosto bene perché mi ricordo che mi divertivo a leggerla e pure a commentarla. Non c'erano esercizi ma c'era una bella cronologia alla fine di ogni capitolo (un'abitudine, purtroppo, che è andata persa in favore di linee del tempo rutilanti, colorate e spesso piuttosto faticose da seguire). Ci lavoravo volentieri e non ricordo di avere mai avuto fraintendimenti: si capiva sempre cosa stava succedendo. Il linguaggio era preciso ma senza grande sfoggio di storichese: nessuno pretendeva che a dodici anni venissi a capo de "la dialettica dei ceti" o mi interessassi alle "istanze corporative che andavano mediate"; quando qualcuno faceva delle riforme, di solito si aveva la gentilezza di informare il lettore di che tipo di riforme si trattasse e lo stesso valeva per le leggi: nessuno mai mi ha sbattuto davanti il Navigation Act senza spiegarmi se era roba che si mangiava o che altro.
"Chiarezza" è una parola che spesso sembra ignota agli autori di manuali di storia per le medie.
I curatori di antologie in compenso sembrano conoscerla fin troppo: qualsiasi brano è riadattato, sminuzzato, premasticato e decorato di note spesso demenziali, togliendo qualsiasi ostacolo alla lettura per le nuove generazioni: si sa che oggi i ragazzi hanno un vocabolario ridotto (ma non sarà certo grazie alle antologie che lo amplieranno, temo).
Gli stessi ragazzi però, arrivati ad aprire il libro di storia, si trovano spesso davanti un testo ostico ai limiti dell'incomprensibile, scritto in una prosa farraginosa e contorta, con ampio sfoggio di vocaboli in storichese stretto. Ci sono l'inumazione e l'incinerazione (laddove io me la sono cavata onorevolmente fino al liceo con sepoltura e cremazione), i privilegi doganali, la sudditanza, gli opifici tessili, la rifeudalizzazione delle campagne, la spinta propulsiva dell'economia e gli inasprimenti fiscali. I re sono talvolta "convinti assertori dell'assolutismo", i banchieri "traggono ingenti guadagni", la posizione della donna è "subordinata rispetto a quella dell'uomo, dal quale dipende senza alcun margine di autonomia", le crisi sono dovute "all'insufficiente sviluppo dell'agricoltura", i mercati "sono ristretti ad ambiti sempre più limitati" e via strologando. 
Davanti a un testo scritto in swahili stretto, l'alunno undicenne può scegliere di tradurre ogni paragrafo, riga per riga, con l'aiuto di un buon vocabolario, impararsi più o meno a memoria il testo, tutto o in parte, o stabilire che la storia gli fa schifo; tale scelta è subordinata alla competenza lessicale dell'alunno e della sua famiglia, alle sue capacità mnemoniche e al suo livello di disponibilità, ostinazione e ambizione. Tradotto in italiano corrente: secondo me molti non studiano storia perché non ci capiscono una sega.
Qualche libro invece è chiaro e discorsivo, TANTO chiaro e discorsivo: ti spiega cosa devi sapere e ti istruisce anche su cosa devi pensare in merito e come devi rapportarlo al mondo contemporaneo. Viene usato un linguaggio semplice e piano (un tantino sciatto, volendo): le istituzioni della Francia prima della rivoluzione, ad esempio, sono arretrate e occorre cambiarle, come l'alunno che ha delle felpe vecchie e logore deve comprarne di nuove (no, non me lo sono inventato). Questa categoria più discorsiva ha un grande amore per un certo tipo di aneddotica: si va da Lucrezia Borgia che finì impiccata (in quanto nota avvelenatrice) ai longobardi che prendono il nome dalle lunghe alabarde a Maria Antonietta che suggeriva di mangiare brioche al posto del pane passando per santa Scolastica, sorella di Benedetto e capostipitessa del monachesimo al femminile. Proprio santa Scolastica sta conoscendo un'ondata di popolarità nei manuali di storia medievale (immagino in onore delle pari opportunità) nei quali un tempo non era nemmeno citata. 
Chi era santa Scolastica? La sorella gemella di Benedetto, il fondatore di Montecassino. La troviamo citata solo in un passo dei Dialoghi attribuiti (non con tanta sicurezza come un tempo, per la verità) a Gregorio Magno e che nessuno ha mai preteso di spacciare per fonte storica. Nella Vita di Benedetto invece non ce n'è traccia e la Chiesa è da tempo mooolto prudente sul fatto che sia mai esistita. Abbiamo un sacco di incisioni e miniature con santa Scolastica, d'accordo, ma, come dire, abbiamo anche le incisioni con il Santo Graal. Che nell'antichità abbiano sinceramente creduto a santa Scolastica non c'è dubbio, ma che con tante notizie assai attendibili i manuali per le medie debbano proprio impuntarsi su qualcosa di abbastanza incerto non mi sembra una gran prova di buonsenso.

Ecco, io delle lunghe alabarde dei longobardi e di santa Scolastica non sento alcuna necessità in un manuale di storia. Non ho niente contro il colore locale, ma lo vorrei un po' piu' attendibile e sono assolutamente contraria a rifilare falsi storici e etimologie à la Isidor de Seville* ai miei amati alunni, presenti e futuri.

*per esempio formica, così chiamata perché fert micas, ovvero porta le briciole. Mah?