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venerdì 10 gennaio 2020

Cime tempestose - Emily Brontë


Quella a destra è l'edizione che ho letto da bambina e che tuttora ho in casa. È stata stampata nel 1965 ma, nonostante sia una edizione Garzanti, la colla della rilegatura regge ancora, caso più unico che raro, e il fatto che abbia i nomi in italiano per una volta non mi disturba. Va anche detto che i nomi sono pochi, e in buona parte non traducibili, quindi Heathcliff, Hareton, Hindley e Linton restano tali e quali, Caterina e Isabella non cambiano molto a chiamarle in inglese, Edgar è un tipico Edgardo e il nome gli sta benissimo anche in italiano e alla fine il problema si riduce all'insopportabile Joseph che diventa Giuseppe, a Frances che diventa Francesca ma è presente per poche pagine e a Ellen Dean che a chiamarla Elena non fa una grande differenza. In effetti, rileggendolo nei giorni scorsi, mi sono accorta di questa caratteristica della traduzione solo verso pagina 100.
Proprio per ovviare al problema dei nomi verso i vent'anni comprai una traduzione della BUR, ma c'era un saggio introduttivo che mi fece rizzare i capelli quando lessi la teoria dell'autore che dava per scontato che Catherine vivesse il suo amore per Heathcliff come una colpa di cui punirsi. 
Catherine? Che si sentiva in colpa? Cosa si era bevuto quel poveretto prima di scrivere?
Caso mai uno dei problemi (per chi ci aveva a che fare) di quella insolita eroina vittoriana era proprio una notevole mancanza di sensi di colpa anche in quei rari casi in cui forse un minimo di tendenza ai sensi di colpa l'avrebbe aiutata a non commettere alcune azioni piuttosto avventate - per esempio raccontare a Heathcliff che Isabella era innamorata di lui.
Insomma mi tenni la vecchia edizione e lasciai a mia madre la nuova, quando traslocò. Magari, a parte quella stupidaggine, era un saggio interessantissimo e pieno di teorie illuminanti, ma non lo saprò mai perché non l'ho letto.

Dunque alla prima lettura avevo sui dieci anni. Non saprei dire se  mi piacque:  lo trovai un libro "da adulti", insomma al di sopra delle mie possibilità, ma mi sembrò anche una roba molto importante e comunque, fosse o meno per adulti, me lo lessi da cima a fondo.
In seguito lo lessi altre due o tre volte, e alla fine stabilii che era uno dei miei libri preferiti e che non era colpa solo della mia giovane età se mi aveva turbato e lasciato piuttosto confusa. Nel frattempo avevo imparato un sacco di cose sulle sorelle Brontë e, arrivata all'università, decisi di farmi un esame di inglese portando appunto la scheda su di loro. Il programma prevedeva  anche che portassi 50 pagine in inglese da uno dei romanzi. Scelsi Wuthering Heights e me lo comprai in inglese (foto a sinistra) in una rispettabile edizione Penguin che riposa tuttora sugli scaffali della mia libreria ed è uno dei pochi testi in lingua originale che possiedo. Scelsi le cinquanta pagine con grande cura dopo una accurata rilettura e optai per la sezione che andava dalla nascita di Hareton allo scontro tra Catherine e suo marito che porterà alla fatale malattia che la ucciderà. Mi sembrò una sezione molto densa e soprattutto includeva la seduta di autocoscienza dove Catherina pronunciava la celebrissima affermazione ìIo sono Heathcliff - che ai miei occhi era il centro del romanzo.
Mi preparai con gran cura all'esame e lessi e rilessi ad alta voce più volte la seduta di autocoscienza di cui sopra, nemmeno mi fossi dovuta preparare a un provino per ottenere la parte, ma con mia grande delusione mi fecero tradurre un passo piuttosto andante dove il narratore si lamentava del decorso della sua influenza e la chiacchierata in cui si risolse l'esame si concentrò soprattutto su Charlotte - ma comunque non mi mancarono gli argomenti e l'esame finì in gloria con un rispettabile trenta. 
Dopo di che non l'ho più riletto fino a quattro giorni fa, quando l'ho preso in mano per fare questa presentazione per il Venerdì del Libro di Homemademamma.
In questi trenta anni e passa ho vissuto molte esperienze e letto molti libri ma Cime tempestose continua a catturarmi in un modo tutto particolare: per quattro giorni ho vissuto nella brughiera considerando tutto il resto della mia vita di tutti i giorni alla stregua di seccature appena tollerabili. Adesso ho un bel paio di occhiaie e sono decisamente suonata, ma in me cova un certo sollievo. È un bel libro, un bellissimo libro, ma è anche decisamente cupo - e più è cupo e più mi avvince. Ma non credo di essere un caso isolato, in questo.
E naturalmente sono sempre più convinta che è una roba molto importante e difficile da capire. Sì, è vero che era un romanzo strano per l'epoca in cui fu scritto, ma mi sembra che col passare degli anni sia rimasto altrettanto strano.

Parliamo dei personaggi?
Abbiamo prima di tutto Heathcliff, un perfetto eroe Romantico e Titanico - più volte viene anzi insinuato dai personaggi che è una creatura demoniaca. Sì, certo, è un personaggio abbastanza irreale, ma nella sua irrealtà è costruito proprio bene. Cime tempestose in realtà è la sua storia, quasi completa. Mancano infatti i primi tre anni - quando entra in scena è il classico bambino vittoriano affamato che piange disperato per la città e nessuno se lo fila, e il signor Earnshiow lo raccatta e lo porta a casa come si potrebbe fare con un gatto randagio e gli dà un nome, che poi diventa anche il suo cognome. Poi mancano i circa quattro anni in cui sparisce, partendo da Wuthering Heights senza un soldo o un panino in tasca e ritornando ricco e ben pasciuto nonché assai affinato nei modi. 
Cosa ha fatto in questi quattro anni? Niente di buono, probabilmente, ma nessuno ce ne parla. Sospetto che nemmeno Emily Brontë lo sapesse bene, anche se qualche critico ipotizza che si sia impelagato nella tratta degli schiavi. Di sicuro era una roba redditizia.
La sua innamorata, Catherine, è probabilmente l'eroina più insolita della letteratura vittoriana: spregiudicata, rabbiosa, testarda, irragionevole... difficilissima da descrivere, in ogni modo. E simpatica, a modo suo, nel senso che si finisce per entrare in empatia con lei. Di sicuro una persona che cerca di far andare le cose a modo suo, fino ai limiti della più totale irragionevolezza.
Poi c'è Ellen Dean, la narratrice in seconda, la confidente di tutti, quella che a tratti dirige l'azione. Ufficialmente è una governante, anche se comincia la sua carriera come sguattera tuttofare, ma nessuno dei personaggi la tratta come una semplice domestica. Di lei come persona sappiamo davvero pochissimo e anche se passa trecento pagine a raccontare e raccontare, lei stessa non sembra avere una visione precisa di quello che sta raccontando - o meglio, magari ce l'ha ma non ne parla, e il narratore ufficiale non interviene mai per chiederle chiarimenti o opinioni. Difficile descriverla, difficile definire davvero il suo ruolo, difficile capire i suoi sentimenti, soprattutto verso Heathcliff, verso il quale cambia opinioni un'infinità di volte - come il lettore, del resto.

Una domanda mi ha sempre turbato: perché diavolo la cornice è così complicata?
La storia vera e propria è piuttosto semplice, ma la cornice è davvero sovrabbondante.
Abbiamo un tale (un uomo d'affari, scopriamo da un vago accenno), che decide di allontanarsi per un po' dal frastuono di Londra e di andare per distrarsi in un posto solitario e perciò affitta una casa nella brughiera inglese.
Il padrone di casa, Heathcliff, è un tipo strano e decisamente solitario. Così, colto da un attacco dello spirito di contraddizione che assicura essere uno dei suoi tratti caratteriali, il narratore lo va a trovare. Capita in una casa di pazzi decisamente inospitale dove lo tengono a dormire solo perché una grandiosa bufera si è scatenata e unicamente per l'intervento misericordioso della governante si ritrova in un letto invece che a dormire su una sedia. Comunque finisce per prendersi una colossale infreddatura che lo tiene a letto (il suo letto) per diverse settimane; per distrarlo, la governante della casa che ha affittato gli racconta la storia del misterioso Heathcliff.
A sua volta però la governante spesso e volentieri riferisce racconti e resoconti e talvolta quei resoconti comprendono a loro volta dei racconti - in certi punti abbiamo ben quattro strati: la governante racconta che Catherine le ha raccontato che Isabella le ha raccontato...
Perché complicare così le cose? D'accordo, spesso i vittoriani infilano le loro storie in una cornice, ma qui si esagera.
La risposta mi è arrivata all'improvviso: sono tutti filtri.
Il narratore ascolta, commenta ogni tanto (ma pochissimo) ma si sente molto distaccato dalla vicenda. I protagonisti sono tutti pazzi e come tali li accetta, piuttosto divertito, evitando con cura di giudicare.
Ellen Dean è a tratti molto coinvolta, e commenta parecchio, ma siccome si limita a riferire giudica sì, ma dall'esterno - e spesso conviene col lettore che i protagonisti sono abbastanza pazzi e che lei davvero non si capacita.
Tutto ciò esenta l'autrice dal commentare a sua volta - lo scrittore vittoriano è spesso molto portato a tranciare giudizi sui suoi personaggi e a illustrarne minutamente i vari moti dell'animo, ma qui nessuno spiega mai niente e se ogni tanto qualcuno dei personaggi non si desse all'autoanalisi non sapremmo mai cosa gli passa per la testa - e anche così ne sappiamo abbastanza poco. D'altra parte, visto che molto spesso costoro fanno delle scelte decisamente immorali secondo la cultura dell'epoca (e anche secondo la nostra, a distanza di quasi due secoli!) l'unico modo per commentarli sarebbe criticarli aspramente dall'inizio alla fine, in particolare per quel che riguarda i due innamorati principali - che tuttavia esercitano un grande fascino sul lettore. Oddio, hanno fatto anche questo e quest'altro? Oddio, ma quando arriva il sermone di critica che gli spetta di diritto?
Non arriva. Il lettore - ogni lettore - è costretto a giudicare da solo. Di solito evita di giudicare, non soltanto perché gli innamorati sono sempre simpatici, ma anche perché gli sembra di trovarsi davanti a qualcosa che sfugge ai normali metri di giudizio. D'accordo, non è carino cercare di vendicarsi su una famiglia che sembra giù abbastanza messa male di suo. D'accordo, non è bello sposare un uomo essendo assai consapevolmente innamorata pazza di un altro. Ma alla fine sono tutti puniti... sono puniti?
Mmmhh, non è granché chiaro. 
C'è un lieto fine? 
Mah, non risulta.
Allora finisce tutto male?
No, non proprio. Soprattutto, cosa si intende per "finisce male"?
E arriva la collera divina?
Mmmhh, sembrerebbe di no... Cioè, dunque....
Si può avere la domanda di riserva?

Seconda domanda: che ci sta a fare la seconda parte?
Catherine viene sepolta alla fine del sedicesimo di trentaquattro capitoli, appena dopo la metà del romanzo, lasciando il suo Heathcliff in un mare di lacrime. L'addio dei due innamorati è straziante - un perfetto finale, a ben guardare, perfettamente romantico: lei muore giurandogli eterno amore, lui vivrà ancora a lungo e passerà la sua vita a piangerla. Come spiego sempre ai miei alunni, l'eroe romantico ha sempre alle spalle un grande amore finito malissimo. Lei muore, lui resta a piangerla. Nei rarissimi casi in cui lui muore per primo, lei muore quasi subito dopo col cuore spezzato. Caso classico, la storia di Tristano e Isotta, che ha diversi agganci con la vicenda di Cime Tempestose - e infatti con una certa soddisfazione ho scoperto che Bunuel nel suo film ha scelto come colonna sonora  proprio il Tristano e Isotta di Wagner - che Emily Brontë non può avere ascoltato perché Wagner lo scrisse una ventina di anni dopo che Emily era morta.
La storia però continua, solo molto più scialba. Le vicende della giovane Cathy e dei suoi amori sono raccontate benissimo, perfette in ogni particolare, squisitamente realistiche - povera ragazza, cresciuta in assoluta solitudine non è certo strano che si innamori dell'unico ragazzo che riesce a frequentare prima, e dell'unico ragazzo che si trova intorno dopo, e tutte le critiche che le rivolge Ellen mi sembrano fuori luogo; ma il lettore ormai drogato dall'Amore Assoluto di sua madre e di Heathcliff trova il tutto un po' insulso, e infatti i film di solito si fermano alla morte di lei appiccicandoci un lieto fine con i due spiriti che si ritrovano*. 
Emily Brontë invece ha continuato, e nel corso della lettura Heathcliff perde decisamente parecchio del suo fascino e finisce per risultare insopportabile ad Ellen come ai lettori, che a un certo punto gli darebbero volentieri fuoco dopo averlo cosparso di kerosene. Quel che fino a pagina 200 era un perfetto eroe romantico finisce per diventare una persona davvero odiosa e odievole. A che pro?

Rileggendolo credo di aver capito, tutto sta a vedere se riuscirò ad esporlo in modo almeno vagamente comprensibile.
Cime tempestose è la storia di due innamorati il cui unico scopo nell'esistenza, praticamente dal momento in cui si conoscono (piccolissimi) è stare insieme, possibilmente da soli nella brughiera. Persino quello che Heathcliff definisce "il capriccio per Linton" non è una vera infatuazione, è un tentativo della ragazza per dare, con l'aiuto del marito, una posizione adeguata al suo Heathcliff. Idea balorda, siamo d'accordo, ed è improbabile che Edgar Linton avrebbe collaborato di buon grado - ma Catherine ha sempre avuto la tendenza a credere quel che più le faceva comodo, non solo quando si trattava di suo marito. 
A metà libro Catherine muore, consapevole di aver fatto una sciocchezza ma nel complesso riconciliata col mondo e con la vita - o meglio, con la vita che l'aspetta, libera per sempre tra le brughiere. Non muore disperata - quello che è disperato è Heathcliff. 
Dopo la sua morte Catherine gira intorno alla casa e aspetta. Non riesce a raggiungere Heathcliff - che pure non chiederebbe di meglio che essere perseguitato da lei - immagino perché Heathcliff non è ancora pronto.
E davvero non lo è: in lui non vi è ombra alcuna di serenità e dedica la sua infelicissima esistenza a vendicarsi di tutti quelli che lo hanno messo in quella situazione, coinvolgendo anche gente che non c'entra per nulla, ovvero la seconda generazione: il figlio di Isabella, la figlia di Catherine e il figlio di Hindley. E tutto ciò non lo soddisfa affatto né gli porta alcun conforto. Ma una volta compiuta la sua inutile vendetta e placati i suoi (numerosissimi) demoni interiori, riesce finalmente ad affinarsi, comprendendo che la vendetta è inutile. Nell'ultimo, folle monologo a Ellen prova a descriverle la sua nuova situazione: è ormai staccato dal mondo terreno, vive per abitudine, e sente finalmente Catherine vicina, sempre più vicina - finalmente la sente di nuovo. Come molti dei personaggi del romanzo, prima fra tutte Catherine, anche Hearthcliff muore di consunzione, ma la sua morte sembra in effetti più un passaggio in una dimensione diversa che una morte vera e propria - e a quanto sembrerebbe di capire questo passaggio non avviene verso l'inferno, e certamente non verso il paradiso - del resto par di capire che del paradiso Heathcliff non sappia che farsene. Insomma una sorta di vita oltre la vita da trascorrere con lei, che lo ha aspettato per vent'anni - dal punto di vista di entrambi una perfetta felicità. 
Il passaggio però non può avvenire fin quando Heathcliff continua ad essere immerso nelle passioni terrene, ma solo dopo che avrà compreso l'assoluta inutilità della vendetta - e non può capirlo finché non l'ha compiuta e non ne ha testato con i fatti l'assoluta vanità. Smette quindi da un giorno all'altro di tormentare chi gli ha intorno e, dopo qualche giorno di digiuno involontario (nel senso che mangiare non gli interessa più) muore felice. 
Tutto questo Ellen Dean, la narratrice in seconda, quella che meglio li ha conosciuti sin da piccola, probabilmente lo capisce almeno a grandi linee ma si guarda bene dal raccontarlo, e quanto al narratore si rifiuta decisamente di venirne a capo - il romanzo si chiude sulle sue parole che dichiarano che i morti son morti e se ne stanno in pace, amen. Quanto al lettore, è libero di trarre le sue conclusioni (io per esempio ho tratto le mie) ma si sa che di storie di fantasmi è pieno il mondo e ogni villaggio ha le sue leggende, non c'è motivo di prenderle sul serio, giusto?
Sta di fatto che Heathcliff muore probabilmente non redento, certamente non pentito, ma muore in pace, col sorriso sulle labbra e senza traccia esterna dei tormenti infernali che pure parrebbero spettargli per contratto. Madamigella Emily Brontë, figlia di un pastore protestante e fanciulla di noto rigore morale e di sincera e profonda fede religiosa aveva evidentemente idee tutte sue sull'aldilà, ed erano idee che probabilmente non avrebbero entusiasmato i suoi contemporanei, che amarono e odiarono il suo romanzo e che ne dissero assai male, sempre attorcigliandosi sull'eterno dubbio che prendeva davanti ai romanzi delle Brontë: ma erano scritti da un uomo o da una donna?
Rileggendo il romanzo mi sembra comprensibile che si sia dubitato che fosse stato scritto da una donna, e anche che si dubitasse che fosse stato scritto da un uomo, ma che si convenisse che era stato scritto da una persona decisamente originale, e non solo per i suoi tempi.

Ho scritto che Catherine aveva aspettato Heathcliff per venti anni - ma in realtà a dircelo è la stessa Catherine, quasi in prima persona.
Durante la cupa notte che il narratore trascorre, all'inizio del romanzo, a Wuthering Heights (strano nome da dare a una casa; ma cos'è che non è strano in questo romanzo?) Catherine gli appare in sogno. Più che un sogno è un incubo, che più avanti lui riterrà nato dalle fantasticherie indotte dalla lettura di qualche pagina del diario di Catherine - l'unico punto in cui sentiamo la voce della ragazza senza mediazioni. Ma il diario non dice che fosse morta, e che lo fosse da vent'anni, mentre lei grida che da vent'anni sta lì ad aspettare, girando come una vagabonda, e nessuno la fa entrare. All'epoca il narratore ignora tutto della sua storia, e dunque il sogno... forse non è un vero sogno, ma qualcosa che è davvero avvenuto.
Per molti anni ho creduto che la canzone che Kate Bush ha dedicato al romanzo raccontasse proprio la scena del sogno del narratore: ho tanto freddo, Heathcliff, fammi entrare dalla finestra. E per tanti anni per me la canzone era, appunto, solo una serie di suoni mirabilmente intessuti. Poi ho scoperto che c'era un video

e scorrendo i commenti ho scoperto anche che l'interpretazione ufficiale era che Catherine la cantasse sotto la finestra proprio per chiamare Heathcliff che stava morendo, alla fine del romanzo. Ripensandoci, è la possibilità più logica - e del resto Kate Bush, come Emily Brontë è un genio, e tra geni ci si intende bene - senza contare che le due hanno lo stesso compleanno.

Dunque Cime tempestose è un romanzo a lieto fine, e la seconda parte è il necessario completamento della prima, senza la quale i due innamorati sarebbero costretti a vagare separati per l'eternità - il che, dal loro punto di vista, sarebbe stato il peggiore degli inferni possibili.
Tutto chiaro, dunque - almeno fino a quando non mi verrà la fantasia di rileggerlo di nuovo, immagino.

* i film sono parecchi, ma per poco che mi risulta solo quello del 1992 tratta la storia completa.