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giovedì 4 luglio 2019

Sul misconosciuto ruolo dei nonni nello svolgimento dei compiti assegnati - post a doppia faccia

Anche questa bellissima micia, giustamente chiamata Venus, è a doppia faccia - ma, al contrario di Dorian Gray, entrambe le sue facce sono bellissime
Giorni fa ho incontrato una maestra  in pensione che offriva dei libri per la biblioteca scolastica. Dopo che mi sono servita in abbondanza abbiamo attaccato a parlare del più e del meno e mi ha raccontato che a suo nipote (che è fra gli allievi della nostra scuola media, dove a Settembre inizierà la Terza) per l'estate è stato dato da leggere Il ritratto di Dorian Gray
"Una scelta interessante" osservo con un bel sorriso congratulandomi in cuor mio con la prof. Therral di cui avevo seguito le inquiete ricerche di "qualcosa di adatto da leggere per i ragazzi durante l'estate", categoria insidiosa quant'altro mai. In effetti Dorian Gray mi sembrava una buona idea: un libro ben scritto, molto famoso e dedicato a temi perfettamente comprensibili agli adolescenti: le scelte, le insidie delle scelte, le conseguenze delle scelte, il doppio... senza contare che Wilde è un ottimo scrittore, molto chiaro e ha sempre una marcia in più oltre che un tocco singolarmente raffinato.
La collega prosegue il suo racconto: il ragazzo aveva preso il libro e si era accasciato vedendone le dimensioni. Perché l'insegnante gli aveva dato la versione integrale, non quella ridotta.
Sì, certo, approvo io domandandomi che altro avrebbe potuto fare l'insegnante. Una versione ridotta del ritratto di Dorian Gray, figurarsi. Ma nemmeno ne esistono, si spera!

Errore. Ne esistono, e pare anzi che ne esistano di diversi tipi e taglie, come per i costumi da bagno. La premurosa nonna ne ha cercata e trovata una di suo gradimento, dimostrando così l'indiscutibile verità dell'ultima frase dell'introduzione del suddetto Ritratto che recita - cito a memoria - "Tutta l'arte è perfettamente inutile". Il buon Oscar di certe cose se ne intendeva, anche se probabilmente quando ha scritto quella frase non aveva in mente la continuazione che mi è venuta spontanea "soprattutto quando ne fanno carne da griglia".
Trovata l'edizione ridotta in biblioteca l'ha prontamente sbolognata al nipotino tenendo per sé l'edizione completa, che ha letto lei. Una volta che entrambi han finito il compito (per la verità pensato solo per il nipote, e che non prevedeva coinvolgimento alcuno di nonni, genitori o altri congiunti più o meno stretti) i due se li racconteranno a vicenda parlandone.
I miei occhi a quel punto erano grandi come tazze da tè "Ma non si deve mai dare cibo di scarsa qualità ai ragazzi in crescita" mormoro con un filo di voce.
La nonna mi spiega che ha agito così per il bene del nipote: tanti ragazzi si disgustano della lettura perché l'insegnante assegna loro letture non adatte alla loro età, per esempio con Manzoni che tanti danno da leggere prima del tempo.
"Ma non è la stessa cosa!" ribatto "Prima di tutto Manzoni scrive in un italiano che oggi è piuttosto complesso per i ragazzi, anche per dei ragazzi toscani, mentre Wilde viene letto in traduzione e quindi in italiano moderno. E poi Manzoni non è Oscar Wilde".
Ne discutiamo per un po'; in effetti discutiamo non è il termine più adatto perchè entrambe siamo assolutamente tetragone e inamovibili dai nostri punti di vista: lei insiste sull'esempio di Manzoni come scrittore inadatto ai ragazzi, io ribadisco più volte e in varie maniere alcuni dati ai miei occhi assolutamente incontestabili, e cioè che il ragazzo per quel che ci risulta lì a scuola non è cerebroleso e che non si dovrebbe mai intervenire dall'esterno su un compito assegnato da un docente alla classe perché il docente conosce la classe e si suppone che dovrebbe sapere quel che fa (particolarmente nel caso della docente in questione) e caso mai i fanciulletti dovessero avere dei problemi col Ritratto - cosa pur sempre possibile - bene, ne parleranno con l'insegnante, giusto? E' una questione tra loro e lei. L'intervento dei congiunti non è previsto.

Dopo un po'  mi cheto - vuoi perché parlare ai sordi non ha molto senso, vuoi perché alla fine non sono fatti miei. La collega poi mi spiega che non stava criticando la scelta dell'insegnante (e figuriamoci cosa avrebbe detto se avesse voluto criticarla, penso in cuor mio). Io mi scuso dicendo che mi sono fatta trascinare dalla foga perché la questione dei libri ridotti e rabberciati mi sta particolarmente a cuore, lei ribadisce che a lei sta particolarmente a cuore il fatto che il nipote non deve disgustarsi della lettura e della narrativa (e tira di nuovo in ballo il povero Manzoni che col Ritratto c'entra quanto i tradizionali cavoli a merenda) e la questione si chiude, in una atmosfera di presunta cordialità decisamente tenuta su con agli spilli.
Tre domande si agitano e tumultuano nel mio tenero e sensibile cuore, mentre ritorno a casa attraversando una campagna assai assolata ma di una bellezza incomparabile, che fonde l'oro di Giugno con il verde di Maggio;
1) la collega sarebbe intervenuta con altrettanto ansiosa premura se al posto del nipote ci fosse stata unA nipote? Perché a volte ho l'impressione che ci sia molta maggior preoccupazione di spianare gli ostacoli quando è un gioco un povero, tenero, tremebondo e un po' incapace maschietto, cui a tutti i costi devono essere evitati certi traumi che ne possano lederne l'autostima. Ma siamo davvero convinti che continuando a masticargli il cibo sopra ad una certa età la sua autostima non rischi di andarsene invece e a ramengo, e che più avanti il ragazzo non si ritrovi a dover fare più sforzi degli altri nell'affrontare gli ostacoli per col,pa della mancanza di esercizio? Ma soprattutto: siamo davvero così sicuri che davanti a una difficoltà non sia in grado di superarla egregiamente con le sue sole forze?
2) che io sappia, una persona amante della lettura non si disgusta facilmente della lettura solo perché gli è capitato di leggere un singolo libro che non gli è piaciuto, semplicemente da quel momento cercherà altri tipi di letture. Siamo sicuri che falsare a un giovinetto il primo incontro con uno degli scrittori più gradevoli del suo tempo  lo aiuterà più avanti ad amare meglio la letteratura? Soprattutto, non sarebbe il caso che ognuno si faccia le sue personali preferenze basandosi sulle esperienze che ha avuto, belle o brutte che siano state? E  abituarlo al cibo premasticato non finisce forse per peggiorare le cose, anziché migliorarle? 
3) ma soprattutto: la collega ha parlato per ingenuità o confida vivamente che io spiattelli tutta la conversazione alla prof. Therral? 
Ammetto che quest'ultima è una pura e semplice curiosità, e sapere la risposta non cambierà minimamente il fatto che la prof. Therral rimarrà del tutto all'oscuro di questa conversazione come minimo per molti e molti anni, a meno che non sia lei stessa a riferirgliela. Se il ragazzo ha voglia di raccontare nei dettagli il suo primo, assai condiviso e mediato, incontro con Oscar Wilde faccia pure, ma io mi rifiuto di impicciarmi, e ancor più di turbare sia pur in minima parte la serenità delle ben meritate vacanze della prof. Therral, visto che al suo posto, se qualcuno mi raccontasse di una simile intromissione nei compiti assegnati a un alunno, come minimo mi incazzerei come una biscia e assai probabilmente non ne farei mistero.
Infine una ultima considerazione si impone: Il ritratto di Dorian Gray è un romanzo particolarmente famoso e molto citato, e anche di recente ne hanno fatto un film di un certo successo. Basta avvicinarsi a Google pensando la stringa di ricerca "ritratto di Dorian Gray" per vedersi suggerire una vera infinità di link con riassunti, recensioni e considerazioni varie dedicate a questo libro. Onestamente, non si può dire che il ragazzo sia stato messo in una situazione impossibile da affrontare assegnandogli quella lettura. Non era meglio che cercasse di venirne a capo per conto suo, parlandone con i compagni o interrogando la rete ed eventualmente gli stretti congiunti dopo essersi misurato con le eventuali difficoltà di approccio al romanzo? Insomma, prima di buttargli la ciambella non sarebbe stato meglio aspettare una sua qualche richiesta di aiuto un po' più circostanziata di "ma quanto è lungo questo libro" detta a copertina non ancora aperta?

lunedì 6 marzo 2017

Peter Pettigrew (Peter Minus, nella vecchia traduzione) ovvero scegliere tra rancore e paura


Nel momento in cui Silente spiega ad Harry che aver permesso a Peter Minus di salvarsi è un azione che potrebbe portare frutti anche molto positivi, il pensiero di qualsiasi lettore di Tolkien corre alla celebre conversazione dove Gandalf assicura a Frodo che la pietà di Bilbo potrebbe cambiare il corso di molti destini, dando per scontato che il topastro avrà un ruolo importante nello scioglimento della vicenda, come lo ha Gollum nel Signore degli Anelli.
Ma, si scoprirà, non è così che funziona: Gollum è un personaggio che fin dall'inizio si dimostra pericoloso, e più avanti mostra segni di una certa grandezza: non solo sa sempre cavarsi dagli impicci ed è molto abile sia nel cacciare che nell'eludere la caccia, ma mostra una forte evoluzione spirituale, arrivando quasi a pentirsi, sa mentire, sa frodare, sa fare seri danni, ama l'Anello di un amore maniacale e selvaggio ma certamente profondo. Il lettore lo odia, ama odiarlo, odia averlo a tratti in simpatia, a volte quasi lo ama... 

Peter Minus invece è un povero diavolo, dal terzo al settimo volume - una creatura patetica ma talmente ignobile che è difficile provare una sia pur vaga scintilla di compassione per lui. Bilbo risparmia Gollum per pietà e perché non vuol colpire senza necessità, Harry salva Peter Minus dal giusto furore di Sirius perché Peter Minus gli fa completamente schifo ed è convinto che suo padre non avrebbe voluto che Sirius o Remus si macchiassero di assassinio solo per sopprimere costui - e lo risparmia, sì, dalla morte immediata, ma con l'idea di mandarlo ad Azkaban perché se c'è qualcuno che merita di stare laggiù è proprio lui - opinione che, a quanto mi risulta, nessun lettore ha mai criticato o censurato in alcun modo.

Sappiamo che sin dall'inizio il rapporto tra i quattro Malandrini non è alla pari: sono amici, ma Peter è in posizione subordinata e subisce il fascino degli altri con dolorosa umiliazione. D'accordo, sono ferite che possono scavare nel profondo, ma da lì a giustificare un tradimento come quello di Peter Minus ce ne corre.
Peter tradisce gli amici, andando a spiattellare il nome del custode dell'Incanto Fidelius a Voldemort, un po' per rancore e molto per paura.
"Lui... Lui stava conquistando tutto! Che... che cosa c'era da guadagnare a dirgli di no?" prova a giustificarsi con Sirius, Remus e i ragazzi.
L'eterno lamento dei codardi e dei collaborazionisti. Cosa c'era da guadagnare a opporsi?
Solo qualche vita innocente, gli ruggisce Sirius in risposta (e anche un po' di decenza personale, lascia intendere).
Altri sono accorsi da Voldemort perché condividevano le sue idee, amavano il Lato Oscuro della Forza, erano affascinati da lui o erano affamati del potere che gli avrebbe dato. Invece Peter Minus (ma non è l'unico) passa dalla parte di Voldemort per paura. Allo stesso modo per paura farà accusare Sirius di strage (non senza avere ammazzato dodici persone), trascorrerà dodici anni con gli Weasley in forma di topo, passerà un anno a perdere il pelo per paura di Sirius quando scoprirà che è fuggito da Azkaban, tornerà per paura da Voldemort alla fine del terzo volume perché non sa dove altrimenti andare.
E Voldemort lo sa benissimo, e non dimentica mai di rinfacciarglielo. Non c'è ombra di gratitudine né di rispetto in lui verso quel miserabile topastro, e lo tratta con minor riguardo di quello che il più menefreghista dei padroni può avere per il suo elfo domestico.
Usa Peter Minus come lacché, balia asciutta, tirapiedi, infermiera e attinge tranquillamente al suo sangue per la resurrezione senza una parola di ringraziamento. Quando non gli serve più lo parcheggia da Piton, che lo considera con altrettanto freddo disprezzo.
Per tutto il tempo Peter Minus continua ad avere paura: paura di Voldemort, di Nagini, di Piton, di Bellatrix, dell'aria che respira...

Sul finire della storia, quando Harry è nelle sue mani e gli ricorda di averlo risparmiato, la sua coscienza - o forse solo quel legame che si è creato tra i due quando Harry lo ha graziato - manda un pallido segnale, e risparmia Harry permettendogli di liberarsi. Questo attimo di esitazione gli costerà la vita (Voldemort lo condannerà ad autostrangolarsi) ma J.K. Rowling non darà alcun risalto alla sua fine: la rapida scena è soffocata all'interno di una sequenza molto animata, e quasi scivola via tra cento e cento altre cose.
Non c'è riscatto né conversione per Peter Minus, e nemmeno il diritto a una paginetta di assolo, dove si dia al lettore uno straccio di motivo per ammirarlo o almeno soffermarsi su di lui con un po' di attenzione e di interesse. Peter Minus vive squallidamente e muore squallidamente, senza nessuno dei fuochi d'artificio che sigillano la fine di Gollum - e il lettore è contentissimo così, perché Peter Minus non lo sopporta nessuno.

Dunque il confronto con Gollum è improponibile; tuttavia, per il lettore italiano è evidente la somiglianza con un personaggio parimenti squallido e miserabile, ma messo in più modeste occasioni di fare del male (occasioni che comunque si ingegna di sfruttare al loro meglio): don Abbondio, il vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro, il cui motto, se decidesse di abbandonare l'immortale "se uno il coraggio non ce l'ha non se lo può dare", potrebbe benissimo essere "Che cosa avevo da guadagnare a oppormi?".
Pochi di noi avrebbero la tempra e la forza necessari per essere un Oscuro Signore, ma in quasi tutti noi sonnecchia un piccolo, miserabile, paurosissimo Peter Minus, ignobile, egoista e incapace di guadagnarsi un barlume di rispetto ai suoi stessi occhi. 
Pure, questa miserabile creatura un tempo si era conquistato l'amicizia degli altri tre Malandrini; il fatto di essere meno bello e meno brillante di loro non lo condannava affatto a un  esistenza miserabile. 
Come ci ricorderebbe Silente, sono state le sue scelte a fare di lui quello che è diventato.

domenica 31 luglio 2016

Sì, sono proprio una gran Bella Fighejra!


E' stata citata tante volte in questo blog e nei commenti, sempre in relazione al lo sceneggiato dai Promessi sposi.
Non ha fatto solo quello, naturalmente. Ma questo è un blog sulla scuola con dentro anche un po' di letteratura, e il trattamento cui il trio Solenghi-Marchesini-Lopez sottopose il mostro sacro della letteratura italiana, tanto citato, tanto sopportato e tanto malvisto da tante generazioni di studenti contrariati, ma anche apprezzato da qualche sporadico studente compiaciuto,  fu geniale. 
Anna Marchesini è stata una grande attrice, una grandissima comica e una grande donna. Ma per me è stata soprattutto la migliore Lucia Mondella di tutti i tempi. E voglio ricordarla al gran ballo di don Rodrigo, dove fu anche Miss Lecco e Cenerentola (ma, poco prima e forse nella stessa puntata era stata anche la fidanzata di don Rodrigo, Bella Figheira).

mercoledì 30 ottobre 2013

Reazioni incomposte al solo pensiero che POSSANO in qualche modo comparire in scena i Promessi Sposi

in verità, certe mappe concettuali somigliano un po' a giochi enigmistici per i più piccoli...

Riunione con i genitori della Seconda d'Ogni Grazia Adorna. Atmosfera distesa, tono da chiacchierata informale.
"Ho preferito non prendere l'antologia quest'anno, perché sforerebbe il tetto ministeriale per la spesa dei libri. Pensavo invece di prendere un libro di narrativa, se siete d'accordo*. L'anno scorso lo Hobbit è stato abbastanza apprezzato dai ragazzi, mi sembra...
"Anche da noi!" intervengono alcuni.
"Oh?" sorrido, gongolando in cuor mio come un pavone davanti allo specchio.
Mi confermano che gli è piaciuto molto.
"Visto che nelle antologie di seconda ci sono sempre delle sezioni dedicate a storie di fantasmi e simili avevo pensato alla raccolta di Dahl sulle storie di fantasmi..."
Mormorii di assenso al nome di Dahl.
"Sono quattordici racconti, ed è uscita l'edizione economica, che viene nove euro... tra l'altro è un libro piuttosto diffuso, non è necessario comprarlo, si trova anche in biblioteca..."
Altri mormorii di assenso. 
"Beh, fino a nove euro direi che ci arriviamo tutti senza problemi" sorride qualcuno.
"L'anno prossimo, purtroppo, sarà tutto meno allegro... Sapete, il programma di Terza è quel che è..."
Altri mormorii di assenso, più cupi.
"Eh, certo..." sospira qualcuno.
"Eh, i Promessi Sposi..." sospira qualcun altro.
Alzate di spalle rassegnate, sguardi del tipo "Così è la vita, che ci possiamo fare?".
"No, non i Promessi Sposi... In effetti mi riferivo al programma di storia, sapete, le guerre mondiali, i campi di sterminio... pensavo di prendere qualcosa su quello..." mormoro timidamente.
Sguardi sollevati (giuro), sorrisi comprensivi "Ah sì, certo, i campi di sterminio...".

Sono rimasta un po' scossa. Ho notato anch'io che i Promessi Sposi alle medie non sono particolarmente apprezzati dall'utenza, e sono d'accordo che prima delle superiori non andrebbero fatti se non a piccoli pezzettini**, ma addirittura trovarlo una prospettiva più drammatica di un libro sulla shoah...

*essendo una spesa in più, mi sento in dovere di chiedere l'autorizzazione. Anzi, credo di essere obbligata a farlo.
** ma dopo questa scena sto seriamente meditando di astenermi anche dai piccoli pezzettini che ogni tanto propongo, tipo il passaggio dei soldati o il duello di Lodovico...

domenica 3 aprile 2011

Haeretica - Il Manzoni scrive da cani?

Quanto vale, oggi, uno scrittore come Manzoni, e quanto viene apprezzato dalle giovani leve delle nuove generazioni?
Una serie di considerazioni interessanti in proposito si possono ricavare da uno degli ultimi post del blog Gamberi Fantasy dall'invero assai esplicito titolo Il Manzoni scrive da cani. L'argomento era stato già accennato in altri post precedenti dove in particolare era stato stroncato senza pietà l'incipit dei Promessi Sposi, secondo me con argomenti assai validi (cioè, diciamolo: basta leggerlo, quel micidiale inizio, e sopravvivere alla sua lettura, argomenti non ne mancheranno di certo).
Oltre al post sono molto interessanti anche i commenti.
Fermo restando che un suo pubblico di appassionati Manzoni l'avrà sempre, anche perché ha eccellenti argomenti per meritarselo (specie se si riesce a oltrepassare le prime trenta mortifere righe del suo romanzo) in cuor mio da tempo matura il sospetto che le nuove generazioni si stiano via via scollando sempre più dai Promessi Sposi, e forse da tutta la letteratura ottocentesca. Non ho dati statistici e sono sempre vissuta in un ambiente dove si leggeva tanto e di tutto - una razza inestinguibile ma non troppo rappresentativa, specie in un paese come l'Italia dove abbiamo forse un po' di analfabetismo di ritorno ma soprattutto un colossale analfabetismo di andata. Però ho il sospetto che il canone letterario stia cambiando - che è come dire che sta cambiando il gusto, non solo letterario.
E' già successo altre volte, succederà ancora. Ma, quando succede, i letterati non la prendono bene, di solito. E questo forse potrebbe - non so, è un sospetto come tanti - spiegare in parte una certa esasperazione strisciante tra gli insegnanti di lettere, categoria letterariamente conservatrice quant'altre mai.
Il tutto, rigorosamente e fermamente, IMHO.

domenica 11 aprile 2010

Reazioni incomposte ad una modesta comparsata dei Promessi Sposi



Solenghi-Marchesini-Lopez: chi altri?


"Prof, sta leggendo i Promessi Sposi?" chiede Mercuzio avvicinandosi alla cattedra durante l'intervallo.
Il libro, una sobria edizione tascabile, spunta dalla borsa gattata che è appoggiata sulla cattedra.
"L'ho portato per fare un paio di fotocopie, volevo farvi leggere un bra..."
"Ci fa leggere i Promessi Sposi? No, prof, è noioso!"
"Ma no, solo qualche paginetta sul passaggio degli eser..."
"No, Prof, i Promessi Sposi no!"
"Mercuzio, perché non ti godi il tuo intervallo e non lasci decidere a me la programmazione?".
Mercuzio si allontana, per niente convinto. Passa di lì la Sognatrice, che quando vuole ha gli occhi assai pronti.
"Prof, sta leggendo i Promessi Sposi?".
"No, era per fare un paio di fotocopie sul passaggio degli e..."
"Prof, ma non ci farò mica leggere i Promessi Sposi?"
"Solo qualche pagina sul passaggio dei lanziche..."
"No, prof, i Promessi Sposi no!"
"Guarda che non mordono, sono un libro come tanti" provo a rassicurarla.
"Ma E' NOIOSO! Io lo so, perché l'ho letto! L'ho preso in biblioteca lo scorso mese e le assicuro che è davvero noioso!"
"Calmati, non leggerete i Promessi Sposi, si tratta solo di un piccolo, innocuo brano che non vi arrecherà alcun danno" ripeto con pazienza "Consideratelo come una fonte storica, è solo per farvi capire il passaggio dei lanzichenecchi".
"Ma proprio i Promessi Sposi? Uffa, Prof, non è giusto".
La Sognatrice se ne va e io continuo a compilare il registro, immersa in profonde riflessioni.
In effetti io non faccio mai leggere i Promessi Sposi per letteratura, ma uso quasi sempre qualche pagina in seconda per la parte storica: il passaggio dei lanzichenecchi, l'arrivo della peste, il duello di Lodovico... quest'anno poi abbiamo fatto il Seicento talmente in fretta e talmente con i piedi (né il manuale di storia ci offriva comunque l'opportunità di farlo decorosamente) che mi sembrava cosa buona e giusta fargli intravedere i piaceri che può darti la guerra anche quando non sei in guerra.
Si tratta di due paginette sugli eserciti di ventura e i loro usi e costumi, più due su don Abbondio, Perpetua e Agnese che tornano a casa dopo il passaggio degli eserciti - con il vantaggio supplementare di fargli un primo test sull'italiano dell'Ottocento.
Quanto al vantaggio laterale che talvolta mi propongo con questi delicati assaggi, cioè fargli assaggiare la profonda attualità del Manzoni storico, non so se questa classe è pronta per coglierlo - del resto occorre considerare che la storia non gli interessa né tanto né poco, al di là del grosso handicap che presenta per il fatto di doverla studiare.

Ad ogni modo le loro reazioni al semplice apparire dei Promessi Sposi sono solo un pochino più esplicite della media (è una classe sempre disposta a dir male di qualcosa o qualcuno) ma corrispondono a quelle consuete dei loro coetanei - e con queste premesse, continuo a non capire come mai molti insegnanti di Lettere ritengano loro preciso dovere adottare i Promessi Sposi come libro di narrativa per la terza media. Intendiamoci, a volte può piacere. Io stessa ho incontrato una classe che aspettava la sua razione di Promessi Sposi settimanale come altri avrebbero aspettato un giro in gelateria - una singola classe, in dieci anni. Ma considerando che alle superiori avranno comunque modo di incontrare cotale libro, confesso che mai e poi mai mi azzarderei a forzarli ad un lungo incontro precoce - anche perché Manzoni in generale non mi è mai sembrato scrittore per adolescenti e difficilmente viene apprezzato prima dei vent'anni.
Salvo casi di insegnanti estremamente convincenti...

lunedì 1 giugno 2009

Il rapimento di Lucia




I Promessi Sposi non è uno dei libri che mi hanno cambiato la vita però mi è sempre piaciuto, tanto da dedicargli uno dei "percorsi" di italiano del secondo anno di SSIS. Il quale percorso mi è tornato in mente grazie a un bel post di Lanoisette che in realtà parlava di Germinal e di tante belle cose interessanti (va da sé che  Lanoisette è innocente come un'agnella dell'interminabile sproloquio che segue).
Lo ritrascrivo pari pari, esattamente nella forma in cui l'ho consegnato (cioè, a parte una ripetizione e due errori di battitura).
E' così che faccio lezione di letteratura?
Diciamo che di solito mi guardo bene dal fare letteratura, ma se proprio le circostanze rendono opportuna una lezione di letteratura, posso farla anche così.
Questa comunque era per le superiori: per quanto io abbia fatto e detto, alla SSIS erano del tutto ignari dell'esistenza delle scuole medie e continuavano a spiegarci come fare lezione ai licei (ahimé, spesso sembravano inconsapevoli anche dell'esistenza di tecnici e professionali).


IL RAPIMENTO DI LUCIA

(capp.  XI, XVIII, XX-XXI, XXIV)

La vita delle eroine nei romanzi, si sa,  è costellata di pericoli e insidie e non necessariamente destinata a buon fine; ma giustizia vuole che, insieme a questi inconvenienti vi siano anche vantaggi tutt’altro che secondari: una travolgente storia d’amore, prima di tutto, ma anche la possibilità di mettere alla prova il proprio carattere affrontando nemici e avversità, l’incontro con personaggi famosi e altolocati, vivaci mutamenti di ambienti e di paesaggi  etc. - tutte cose piuttosto rare nella vita delle comuni mortali.
Grazie alla perfidia del suo creatore, la sventurata Lucia si ritroverà invece a subire tutte le consuete scomodità legate al suo ruolo da protagonista (insidie da parte di un potente, allontanamento dal fidanzato prima e dalla madre poi, un rapimento, una grave malattia) senza averne i corrispondenti vantaggi, anche se alla fine del romanzo e’ ancora viva e in buona salute (e per una protagonista dell’epoca la cosa era tutt’altro che scontata).
Per contro la poverina passa tutto il romanzo annoiandosi notevolmente, tranne nei non rarissimi momenti in cui ha paura: dal tranquillo paesello si ritrova dopo un breve viaggio in un monastero di clausura (che non è proprio il massimo del divertimento) da dove, dopo un breve intermezzo, raggiungerà Milano al seguito di una nobildonna, per liberarsi della quale non v’è lettore che non sarebbe disposto a tagliarsi una mano. Lì prenderà la peste, con conseguente soggiorno al lazzaretto (altro luogo di assai scarne attrattive), per riunirsi infine all’innamorato e tornare con lui al paesello natio dove i due si sposeranno.

L’unica vera avventura che Manzoni le riserba in trentotto capitoli di romanzo è un rapimento - una Grande Avventura, in verità, da cui normalmente il romanziere riesce a ricavare grandissime scene a effetto. Il rapimento di Lucia però manca quasi del tutto di tratti romanzeschi. 

Eppure le premesse spettacolari c’erano tutte: Lucia viene rapita (nientemeno) da un monastero, con la complicità di una suora e su richiesta di un gran signore che ha delle mire su di lei e che lei ha sempre rifiutato. Inoltre, grazie a questo rapimento, un personaggio Davvero Cattivo si convertirà,  il che per un’eroina è senza dubbio una bella corona di vittoria. Il risultato artistico dell’episodio è notevole, la sua influenza nella trama è indubbia, ma di Grandioso ed Eroico c’è ben poco, come risulta evidente se proviamo a confrontare questo rapimento con quello di un romanzo quasi contemporaneo: Ivanhoe di Walter Scott, pubblicato nel 1823.

Iniziamo dal Perfido Mandante del rapimento, ovvero don Rodrigo, un nobile spagnolo di grandissima casata. Il personaggio non ha niente di titanico, e quel che prova per Lucia viene sì definito “passione” da Manzoni, ma descritto più dettagliatamente come “quel misto di puntiglio, di rabbia e di infame capriccio, di cui la sua passione era composta”. In effetti niente in quel che intravediamo nei pensieri e nell’animo del nobile spagnolo nel corso del romanzo ci induce a pensare diversamente: il capriccio per Lucia è nato per caso in don Rodrigo durante una passeggiata, e si è rafforzato grazie ad una scommessa fatta con il cugino - una scommessa di cui non conosciamo i termini precisi ma che, ci viene fatto capire, non prevede un’opera di seduzione o il consenso dell’interessata. 
Infatti Rodrigo non tenta nessun tipo di corteggiamento, e conduce l’affare come una scaramuccia di guerra: blocca il matrimonio di Lucia minacciando il parroco del paese, tenta una prima volta il rapimento senza successo (capp. VII-XI), lo tenta una seconda volta delegandolo a persona più competente, finisce per lasciar perdere tutto (e già questo, in un Eroe Negativo, è abbastanza insolito). Quanto a lui, si limita a stare ad aspettare che altri facciano tutta la fatica per portargli Lucia su un piatto d’argento. Notti insonni e giorni angosciosi invocando il nome della sua amata non risulta che ne passi. Il massimo del sentimentalismo cui lo vediamo arrivare è quando si immagina l’arrivo di Lucia dopo il rapimento (il primo, quello che non riesce):
“Ma il pensiero sul quale si fermava di più, perché in esso trovava insieme un acquietamento de’ dubbi, e un pascolo alla passion principale, era il pensiero delle lusinghe, delle promesse che adoprerebbe per abbonire Lucia. “Avrà tanta paura di trovarsi qui sola, in mezzo a costoro, a queste facce che... il viso più umano qui son io, per bacco... che dovrà ricorrere a me, toccherà a lei pregare; e se prega...” (capitolo XI).
Per il resto del tempo lo vediamo preoccuparsi e arrabbiarsi quando pensa a Lucia - non già per il suo amore non corrisposto, ma per il timore di eventuali strascichi con la giustizia a seguito del rapimento,  o di non essersi mostrato all’altezza del decoro della sua famiglia e dei suoi antenati fallendo nella mirabile impresa di violentare una contadina, e soprattutto per la paura dei lazzi e dello scherno del cugino.
Il secondo rapimento di Lucia viene tentato proprio per una questione d’onore:
“Un monastero di Monza, quand’anche non ci fosse stata una principessa, era un osso troppo duro per i denti di don Rodrigo; e per quanto egli ronzasse con la fantasia intorno a quel ricovero, non sapeva immaginar né via né verso  d’ espugnarlo, né con la forza né per insidie. Fu quasi quasi per abbandonar l’impresa; fu per risolversi d’andare a Milano, allungando anche la strada, per non passar neppure da Monza; e a Milano gettarsi in mezzo agli amici e ai divertimenti, per discacciar, con pensieri affatto allegri, quel pensiero divenuto ormai tutto tormentoso. Ma, ma, ma, gli amici; piano un poco con questi amici. In vece d’una distrazione, poteva aspettarsi di trovar nella loro compagnia nuovi dispiaceri: perché Attilio certamente avrebbe già preso la tromba, e messo tutti in aspettativa. Da ogni parte gli verrebbero domandate notizie della montanara: bisognava render ragione. S’era tentato; cosa s’era ottenuto? S’era preso un impegno: un impegno un po’ ignobile, a dire il vero: ma, via, uno non può alle volte regolare i suoi capricci; il punto è di soddisfarli; e come s’usciva da quest’impegno? Dandola vinta a un villano e a un frate? Uh! E quando una buona sorte inaspettata, senza fatica del buon a nulla, aveva tolto di mezzo l’uno, e un abile amico l’altro, il buon a nulla non aveva saputo valersi della congiuntura, e si ritirava vilmente dall’impresa. Ce n’era più del bisogno, per non alzar mai più il viso tra i galantuomini, o avere ogni momento la spada alle mani.” (capitolo XVIII)

Mosso da sì gravi considerazioni don Rodrigo “il quale non voleva uscirne, né dare addietro, né fermarsi, e non poteva andare avanti da sé” si decide, dopo l’ennesima lettera di Attilio “che faceva un gran coraggio, e minacciava di gran canzonature”, di ricorrere all’aiuto di un tale “le cui mani arrivavano spesso dove non arrivava la vista degli altri” - in pratica, di subappaltare il rapimento sfruttando un credito passato rivolgendosi a un personaggio assai inquietante: l’innominato.
E proprio davanti all’innominato vediamo don Rodrigo darsi una brusca ridimensionata, nel suo pellegrinaggio verso il castello arroccato tra i monti dove arriverà solo dopo aver deposto in varie tappe cavalcatura,  armi, seguito: è chiaro che questa volta non è il più forte, e c’è qualcosa di sottomesso nel suo modo di rivolgersi all’innominato: “disse che veniva per consiglio e per aiuto; che, trovandosi in un impegno difficile, dal quale il suo onore non gli permetteva di ritirarsi, s’era ricordato delle promesse di quell’uomo che non prometteva mai troppo, né invano”. L’innominato invece “licenziò don Rodrigo dicendo: - tra poco avrete da me l’avviso di quel che dovrete fare”.

Stavolta il rapimento si svolge in fretta e bene: nel giro di due pagine la palla passa dall’innominato a Egidio, da Egidio a Gertrude, e Lucia si ritrova sola soletta per la strada dove la aspetta la carrozza del Nibbio (una variante del Griso, solo più efficiente): “Tutto a un puntino, l’avviso a tempo, la donna a tempo, nessuno sul luogo, un urlo solo, nessuno comparso, il cocchiere pronto, i cavalli bravi, nessun incontro”. 

Consuetudine vuole che l’eroina rapita si renda conto quasi subito del mandante del rapimento (anche perché, di solito, questo viene effettuato dal diretto interessato) e che ben presto faccia appello alla sua forza d’animo per affrontare con coraggio la situazione prima, e il suo aspirante seduttore poi, ben decisa a difendere vita e onore nel migliore dei modi.
Lucia invece si limita a piombare a corpo morto in una spirale di terrore da cui comincerà a uscire solo a tarda notte. Prova a urlare e a divincolarsi - invano. Sviene. Poi sviene di nuovo. Piange. Si dispera. Supplica. Prega (sia i rapitori che le potenze celesti). Sempre la solita richiesta “Lasciatemi andare, lasciatemi andare”. Di forza d’animo, nemmeno l’ombra. I bravi tentano di calmarla e di rassicurarla, ma lei nemmeno li sente.
“Accorata, affannata, atterrita sempre più nel vedere che le sue parole non facevano nessun colpo, Lucia si rivolse a Colui che tiene in mano il cuore degli uomini, e può, quando voglia, intenerire i più duri. Si strinse più che poté, nel canto della carrozza, mise le braccia in croce sul petto, e pregò qualche tempo con la mente; poi, tirata fuori la corona, cominciò a dire il rosario, con più fede e più affetto che non avesse ancor fatto in vita sua. Ogni tanto, sperando d’avere impetrata la misericordia che implorava, si voltava a ripregar coloro; ma sempre inutilmente. Poi ricadeva ancora senza sentimenti, poi si riaveva di nuovo, per rivivere a nuove angosce. Ma ormai non ci regge il cuore a descriverle più a lungo: una pietà troppo dolorosa ci affretta al termine di quel viaggio, che durò più di quattr’ore”. (Cap. XX)

E’ un’agonia per la protagonista, è un’agonia per l’autore; lo è anche per il lettore, che sa benissimo che tutte quelle suppliche sono assolutamente inutili e vorrebbe vedere la ragazza sfoderare un po’ di coraggio, una buona volta. Quello che non è previsto è che sia un’agonia anche per i rapitori.
“Dico il vero, che avrei avuto più piacere che l’ordine fosse stato di darle una schioppettata nella schiena, senza sentirla parlare, senza vederla in viso. [...] Voglio dire che tutto quel tempo, tutto quel tempo... M’ha fatto troppa compassione.”
L’idea di associare la parola “compassione” al Nibbio lascia sbalordito l’innominato.
“-Compassione! Che ne sai tu di compassione? Cos’è la compassione?
-Non l’ho mai capito così bene come questa volta: è una storia la compassione un poco come la paura: se uno la lascia prender possesso non è più uomo.”
Per vedere questa meraviglia, capace perfino di ispirare compassione al Nibbio, l’Innominato si prende la briga di andare a vedere da vicino Lucia.
Trova un essere stremato e tremante, che solo sotto la spinta di un nuovo terrore riesce a muoversi. Le sue prime parole sono “Son qui, m’ammazzi”, il resto è di conseguenza.
Non è un confronto, non è uno scontro, è il grido dell’agnello portato al mattatoio.  Lucia non ha coraggio, si limita a pregare “giungendo le mani come avrebbe fatto davanti a un’immagine” in preda a una violenta sindrome di Stoccolma: “Vedo che lei ha buon cuore, e che sente pietà di questa povera creatura. Se lei volesse potrebbe farmi paura più di tutti gli altri, potrebbe farmi morire; e in vece mi ha... un po’ allargato il cuore. Dio gliene renderà merito.” Invoca disperatamente sua madre, supplica di essere lasciata andare... Ma per quanto sia spaventata a morte, una cosa le è rimasta: la consapevolezza della sua innocenza, “l’indegnazione disperata”.  Sarà questa estrema arma di difesa delle vittime che finirà per far provare compassione anche all’innominato.

Nell’onda di terrore che l’ha travolta, Lucia non ha fatto caso alle parole con cui i rapitori hanno cercato di calmarla, e nemmeno ha prestato il minimo ascolto ai tentativi della vecchia di confortarla (piuttosto maldestri, in verità, come maldestri erano quelli dei bravi). A malapena ascolta anche le parole dell’innominato. Tutti le dicono di stare tranquilla, ma, per quanto stordita dal terrore, sa benissimo che non c’è nessun motivo di stare tranquilla. L’unica parola che quasi passa nella nebbia che la avvolge è il “domattina” dell’innominato, cioè una vaga promessa di liberazione. Partito l’innominato torna nel suo cantuccio, dove rimane in uno stato molto vicino al collasso per qualche ora, immobile, riscuotendosi solo per supplicare che la porta sia chiusa, chiusa, chiusa.
Nel frattempo la vecchia “le fa coraggio”, sempre con la stessa destrezza e lo stesso risultato, poi cena, poi si corica. Il buio e il silenzio riportano lentamente Lucia fuori dal suo stordimento; ad un mondo di terrore, si capisce.
“ben presto le recenti impressioni, ricomparendo nella mente, l’aiutarono a distinguere ciò che appariva confuso al senso. L’infelice risvegliata riconobbe la sua prigione: tutte le memorie dell’orribil giornata trascorsa, tutti i terrori dell’avvenire, l’assalirono in una volta: quella nuova quiete stessa dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell’abbandono in cui era lasciata, le facevano un nuovo spavento e fu vinta da un tale affanno che desiderò di morire. Ma in quel momento, si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come un’improvvisa speranza.” (capitolo XXI)

Per un attimo il lettore si sente ricondotto su un terreno familiare: le brave eroine hanno spesso una fede incrollabile, dalla quale attingono coraggio e forza d’animo nelle sventure; e nessuno può negare che la devozione di Lucia sia profonda e autentica.
Lucia prega, e mentre prega sente crescere “una fiducia indeterminata”. E improvvisamente le viene in mente, per rafforzare la sua preghiera, di fare un’offerta. Un voto.

“Si ricordò di quello che aveva di più caro, o che di più caro aveva avuto; giacché, in quel momento, l’animo suo non poteva sentire altra affezione che di spavento, né concepire altro desiderio che della liberazione; se ne ricordò, e risolvette subito di farne un sacrifizio.” (capitolo XX, il corsivo è nostro)

Questo è un comportamento del tutto fuor di luogo in un’eroina. Al Grande Amore si può certo rinunciare, in uno slancio di sacrificio,  ma sempre per la salvezza di qualcuno: per il bene dell’amato stesso, o del suo onore o dei suoi cari, in qualche caso anche per la salvezza dei propri genitori o fratelli (o dei figli, nel raro caso in cui ce ne siano); ma l’amante sacrificato per semplice paura proprio non si dà.
Fino a questo momento Renzo non è mai stato invocato né nominato: nello stato di terror panico in cui Lucia è piombata era rimasto spazio per la madre, vista come porto e rifugio, ma Renzo era rimasto fuori. Ritorna solo dopo molte ore, e solo quando Lucia comincia a chiedersi che cosa sacrificare. 
La preghiera alla Vergine, nel suo genere, è agghiacciante:
“fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con mia madre, Madre del Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine; rinuncio per sempre a quel mio poveretto, per non esser mai d’altri che vostra” (capitolo XXI, il corsivo è nostro).

Quella di “poveretto” sembra a questo punto una definizione molto appropriata per Renzo, che per quante ne passi invece non si dimenticherà mai della sua fidanzata - e l’unica attenuante per Lucia è di essere quasi impazzita per la paura, visto che non le viene nemmeno in mente che, come le ricorderà più avanti fra’ Cristoforo, non si può promettere la stessa cosa due volte e lei a Renzo non può più rinunciare, dopo aver dato la sua parola. (Per la verità non viene in mente nemmeno al lettore, di solito).

Dopo la preghiera Lucia si addormenta “d’un sonno perfetto e continuo”, indizio di una serenità d’animo finalmente ritrovata. Si risveglia a nuova paura, ma solo per breve tempo: l’ultima crisi di terrore, quando la porta si apre, le porta don Abbondio e una brava donna che la  conducono fuori dal castello. Il nuovo incontro con l’innominato non ha niente di sensazionale, anche se lui le chiede perdono: la sindrome di Stoccolma sta dileguando, e nella ragazza rimane soprattutto il ricordo della paura, più una vaga benevolenza verso l’uomo che andrà rafforzandosi in misura direttamente proporzionale al suo grado di lontananza da lui. 
La buona donna porta la ragazza a casa, dove Lucia comincia finalmente a tornare alla vita: si risveglia l’appetito, dopo un giorno di digiuno (non forzato: l’innominato aveva fatto portare una cena ottima e abbondante, finita però tutta nello stomaco della vecchia), si parla della virtù del perdono. Ritornata in sé la ragazza comincia a sistemarsi le trecce e lo scialle e trova il rosario intorno al collo:

“La memoria del voto, oppressa fino allora e soffogata da tante sensazioni presenti, vi si suscitò d’improvviso, e vi comparve chiara e distinta. Allora tutte le potenze del suo animo, appena riavute, furon sopraffatte di nuovo, a un tratto: e se quell’animo non fosse stato così preparato da una vita d’innocenza, di rassegnazione e di fiducia, la costernazione che provò in quel momento, sarebbe stata disperazione. Dopo un ribollimento di que’ pensieri che non vengono con parole, le prime che si formarono nella sua mente furono: “oh povera me, cos’ho fatto!”. (capitolo XXIV)

L’assai comprensibile e condivisibile esclamazione, se pure conferma una volta di più il lettore che Lucia è del tutto priva di tempra eroica, lo rassicura però sul completo ritorno della salute mentale della fanciulla.

venerdì 22 agosto 2008

Quadernetti estivi - Estate, tempo di articoli di fondo sulla scuola...



Logge e loggiati possono essere molto belli e utili.
Quanto a Della Loggia...

Quando arriva l'estate, il Corriere della Sera scopre di essere pieno zeppo di Grandi Esperti di Questioni Scolastiche, e li mette a scrivere sull'argomento; ricordo ad esempio un paio di articoli decisamente superficiali di Angelo Panebianco su precariato e SSIS nelle scorse estati, e un'analisi decisamente balorda ad opera di Giavazzi all'inizio di quest'estate sempre in tema di precariato (sperando che questi due signori siano un po' piu' attendibili quando si occupano di economia).

Due giorni fa è sceso in campo Ernesto Galli Della Loggia con un "grido di dolore" che depreca come la scuola "non riesce più a conferire alcuna autorevolezza a nessun fatto, pensiero, personaggio o luogo di cui si parli nelle sue aule. Non riesce più a creare o ad alimentare in chi la frequenta alcun amore o alcun rispetto, alcuna gerarchia culturale. ... Si possono tranquillamente frequentare le sue aule e non essere mai sfiorati dal sospetto che l'azione del conte di Cavour, o il Dialogo sopra i massimi sistemi, o una terzina del Paradiso rappresentano vertici d'intelligenza, di verità e di vita, posti davanti a noi come termini di confronto ideali, ma anche concretissimi, destinati ad accompagnarci in qualche modo per tutta l'esistenza."
E infatti la scuola italiana "non sa perché esiste né a cosa serva".
Tutto ciò è testimoniato, sembra, da "il grande spazio preso in essa dal burocratismo, dalle riunioni, dalle questioni di metodo, dalle futilità docimologiche, a scapito dei contenuti" - che, se proprio vogliamo dirla tutta, è una descrizione mediamente fedele delle SSIS più che della scuola, dove da sempre gli insegnanti hanno elaborato tutta una serie di tecniche per aggirare i burocratismi e le questioni docimologiche e una parte delle riunioni (non tutte, perché alcune sono utilissime, qualsiasi cosa possa pensarne messer Loggia).
Come rimedio si suggerisce di sfoltire le materie: via tutte quelle cazzatine di inglese, francese e musica, rinsaldando "due capisaldi": letteratura italiana e matematica; stranamente manca il latino che, come ognuno ben sa, apre la mente. Comunque sarebbe carino che qualcuno facesse presente a messer Loggia che, a parte un tentativo non ancora completamente riuscito di madonna Moratti per le scuole medie che ha dato una cauta sforbiciata alle ore di Lettere, nessuno in questi anni si è sognato di tagliare né italiano né matematica. Caso mai han tagliato i fondi alle scuole, che non è proprio la stessa cosa.
Giunti alla fine del "grido di dolore" risuonano alla mente le sagge parole di Caparezza:

I politici no no non sono più quelli di una volta
Le donne no no non sono più quelle di una volta
Io no no non sono più quello di una volta
Solo la retorica è rimasta la stessa
Il secondo, secondo me

Poi arriva la risposta del ministro Gelmini (sempre sul solito Corriere della Sera) che definisce l'articolo di messer Loggia "giusto e ingeneroso", e ricorda che lei si sta dando da fare, ad esempio con il provvedimento sulla divisa scolastica (= grembiule); perche' loro, il governo, vogliono una scuola che "insegni a leggere, scrivere e far di conto. Una scuola in cui si torni a leggere i Promessi Sposi", e che si liberi dal triste retaggio del 1968, una "costruzione ideologica fatta di vuoto pedagogismo che ha infettato come un virus la scuola italiana"
Ora, che messer Loggia non abbia la minima idea di cos'è oggi la scuola italiana, nel bene e nel male, passi; che non ce l'abbia nemmeno il Ministro dell'Istruzione in carica mi sembra un po' piu' grave, anche se si inserisce nel solco di un'illustre tradizione dove madonna Moratti brilla ai primi posti.
Perché la scuola italiana avrà i suoi problemi (soprattutto economici e organizzativi), non c'è dubbio, ma tra questi nessuno può onestamente annoverare una carenza di insegnamento dei Promessi Sposi, che spesso imperversano financo alle elementari.
Quanto al mitico 68, è evidente che il governo in carica ha deciso di promuoverlo al rango di Leggenda Metropolitana nonché di Responsabile dei Mali della Patria, ma nessuno di loro sembra avere la benchè minima idea di cosa sia stato.

E' il caso di preoccuparsi?
Onestamente non lo so. Chi fa grandi proclami di solito si limita a fare quelli e dopo torna a occuparsi dei fatti suoi - anche se dobbiamo ammettere che le promesse sui tagli alla scuola i governi le han sempre mantenute.
Per come la vedo io da dietro il paravento (ma io e il mio paravento, al contrario di Galli Della Loggia e di Gelmini, frequentiamo regolarmente le scuole italiane da sette anni a questa parte) la scuola al momento è un organismo spaventato e frastornato, ogni anno di più, e sempre più popolato di personale precario costretto a passare molto più tempo del dovuto a controllare la posizione in graduatoria. La qualità dell'insegnamento ne risente, non c'è dubbio, perché lo stress è uno dei peggiori nemici degli insegnanti e lo stress da Circolare Assurda o da Legge Farneticante è molto peggiore dello stress che talvolta danno le classi; e quanto a leggi farneticanti, l'attuale governo per la scuola ne ha annunciate un bel pacchetto.

Comunque, par di capire, nei prossimi anni la retorica non ci mancherà.
Quanto ai Promessi Sposi (che a dire il vero mi piacciono pure) quelli non ci mancavano nemmeno prima.