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venerdì 21 gennaio 2022

La bandiera greca e lo scudo di Achille, ovvero annotazioni storiche non sempre molto attendibili (post tanto erudito quanto insulso)


Purtroppo non ho la minima idea di chi abbia fatto questo bel disegno, né quando né come

Terminata con la Seconda Capricciosa la regione balcanica, comprese Grecia e Macedonia del Nord, ho assegnato un compitino sulle bandiere dei sette stati della ex-Jugoslavia e della Grecia, alla quale la Macedonia del Nord è variamente collegata per motivi storici. C'erano delle coppie di stati tra cui scegliere e in molti hanno scelto appunto l'accoppiata Grecia-Macedonia del Nord.
Niente di imprevisto emerge sulla bandiera della Macedonia del Nord: lo stato è nato nel 1992 dopo una scissione abbastanza pacifica, la bandiera è stata ufficialmente adottata nel 1995 e c'è anche una storia interessante sul numero dei raggi del sole rosso che raffigura. Quando siamo arrivati alla Grecia però la questione si è rivelata molto più variegata.
Il mondo delle bandiere è complicato di per sé, e capita spesso di vedere spiegazioni diversissime sul significato di colori e simboli anche per bandiere relativamente recenti - ad esempio per la ruota al centro della bandiera indiana ci sono non meno di tre interpretazioni diverse che convivono, almeno loro, abbastanza pacificamente e non si escludono a vicenda.

Anche la bandiera greca offre non meno di due interpretazioni per ogni suo elemento, fatta salva la croce in alto a sinistra che indica la chiesa ortodossa, che ai tempi della dominazione musulmana gestiva scuole clandestine di greco permettendo così di mantenere il tutt'altro che insignificante patrimonio linguistico&culturale della tradizione greca.


Le righe azzurre indicano, a scelta, il cielo azzurro della Grecia o il mare, e non c'è dubbio che da quelle parti entrambi sono decisamente di un azzurro carico. Le righe bianche si collegano alla spuma del mare, alle candide nuvole o anche alla purezza dell'anima greca.
Le nove righe sono nove perché nove sono le sillabe del motto "Libertà o morte", oppure nove sono le lettere della parola greca che sta per "Libertà", ma forse c'è anche un riferimento alle nove Muse.
Fin qui, tutto regolare o quasi. Il problema arriva con la data di nascita della bandiera in questione - che di solito è uno dei pochi dati sicuri di una bandiera.
Stilicone mi spiega che la bandiera è nata nel 1992. Resto un po' perplessa perché mi sembra un po' troppo recente; ma forse è andata come per l'inno d'Italia, diventato ufficiale solo pochi anni fa dopo un periodo di adozione provvisoria durato più di settant'anni?
Ma subito dopo Teodora spiega compunta che è nata invece nel 1974 e Eudossia che è nata nel 1978. La cosa risalta in modo particolare perché i tre sono stati chiamati a fila. Per fortuna un rapido sondaggio tra i molti che han portato la bandiera greca non porta alla luce una quarta data. 
Io però sono piuttosto perplessa: d'accordo, la scelta delle fonti. Ma confesso che, davanti alla data di nascita di una bandiera nemmeno a me sarebbe venuto in mente di cercare una seconda fonte per la conferma, in quanto mi sembra uno di quei dati che si trascinano intatti anche nelle fonti più scalcagnate.
Ancor più perplessa però resto davanti alla notizia che i colori bianco e blu derivano dai colori dello scudo di Achille, poi usati pure da Alessandro Magno.
Che Achille venga preso a modello come eroe storico della Grecia ci può anche stare, e il piccolo dettaglio che dell'unità e indipendenza della Grecia non risulti minimamente essergliene mai fregata una benemerita minchia non è poi molto rilevante, visto che buona parte degli eroi nazionali hanno tratti marcatamente leggendari, a partire dal Balilla citato nel nostro inno nazionale.
Ma lo scudo bianco e azzurro?
Per lo scudo di Achille, in teoria, dovrebbe far fede Omero, che racconta nel dettaglio come nasce il suddetto scudo e l'infinita infinità di roba che ci è rappresentata sopra da Efesto che in esso fece molti ornamenti con i suoi sapienti pensieri; ma  di colori non si parla affatto se non per indicare quelli dei metalli che lo compongono: bronzo, stagno, oro e argento. E a ben guardare, anche se è noto che ai greci classici piacevano i colori accesi, non ricordo un solo brano si letteratura dove si parli di smalti colorati su metallo.
Esprimo le mie perplessità in merito ad una classe che ha chiaramente scritto negli occhi "A noi che ce ne frega? Già siamo andati a cercarci indicazioni sulle stupide bandiere che ci hai chiesto, sul serio ti aspettavi che ci facessimo delle gran domande sull'attendibilità dei dati?". E del resto una delle insolite caratteristiche di quella classe, secondo me, è proprio che manca di ogni tipo di curiosità e non ti fanno mai una domanda assurda nemmen per sbaglio. Chiaramente han messo sul motore di ricerca "bandiera greca" e han pescato la prima pagina che gli è cascata sotto gli occhi copiando distrattamente quel che c'era dentro - e purtroppo per alcuni non si è trattato della sezione Wikipedia sulle bandiere, che per quanto ne so è molto ben fatta. Ma, a dire il vero i primi siti sono delle robe piuttosto rispettabili e per trovare la storia dei colori di Achille, poi usati anche da Alessandro Magno, si deve andare su Travel Diary 19 - un sito probabilmente ricco di preziose informazioni turistiche ma che non mostra vistose pretese di accuratezza storico-filologica, a partire dal nome che si è dato.
Da dove salta fuori allora la storia dello scudo di Achille bianco e azzurro?
L'unico accenno che sono riuscita a trovare in rete riguarda il tentativo di dare una continuità da lontano alla coppia di colori bianco&azzurro, fatto comunque in epoca piuttosto recente:
"Molti studiosi greci hanno cercato di stabilire una continuità sull’utilizzo e sul significato dei colori blu e bianco, nel corso della storia grecaGli usi conosciuti includono un pattern bianco e blu sullo scudo di Achille, il collegamento con i colori della dea Atena, le bandiere dell’esercito di Alessandro Magno e presumibilmente bandiere bianche e blu usate durante il periodo bizantino, stemmi delle dinastie imperiali e delle famiglie nobili, uniformi e ovviamente anche altri utilizzi durante la dominazione ottomana." 

E tutto ciò mi è sembrato davvero interessante, perché il fenomeno della storia che viene continuamente ricreata mi ha sempre affascinato moltissimo.

Triste a dirsi, di tutto questo mi sono ben guardata dal parlare in classe perché sono sicura che nessuno di loro sarebbe stato interessato alla questione.
Ho invece avuto cura di precisare che la bandiera greca è diventata ufficiale nel 1978, dopo essere stata elaborata alla fine della dittatura dei colonnelli (nel 1974) sulla base di bandiere precedenti. Anche di questo non gli importava né tanto né poco, ma mi è sembrato il caso di precisarlo, insieme a una inutilissima ma doverosa esortazione a controllare meglio i dati.
Mettiamola così: io ho imparato un sacco di cose sulla bandiera greca e gli strani modi di ricostruirsi l'identità nazionale e mi sono pure riletta un bel brano di Omero, ma è stata una di quelle divagazioni erudite che non ha avuto alcuna ricaduta sull'insegnamento in classe - contrariamente a quel che succede di solito,  stante che questi dettagli ottengono di solito un gran successo e non di rado vengono ricordati anche ad anni di distanza.

lunedì 20 dicembre 2021

Diario di Natale - 18 - Natale a scuola, ovvero dei lavoretti di Natale

Giovani studenti cantano canzoni piene di buoni sentimenti. Perché è Natale.

Tutto è cominciato in modo innocuo, con una pacata osservazione fatta all'inizio del mese da Tecnologia mentre parlava con Arte.
"Sai, con la stampante in 3D abbiamo fatto un po' di decorazioni di Natale con le classi, magari potremmo appenderle all'albero".
L'albero. Il nostro piccolo e rispettabile albero che ogni anno viene allestito amorevolmente dalle custodi e ben ornato con rispettabilissime decorazioni del tipo consueto: nastri argentati, palline, quella roba lì. Un albero molto convenzionale. E io amo molto gli alberi convenzionali.
"Ottimo. Anzi, sai che ti dico? Facciano l'albero delle discipline, con decorazioni fatte da noi, con materiale riciclato! Anzi, io ho giusto un albero abbastanza grande che potrebbe andare benissimo" -  decide Arte, che è di quelli che non sono contenti se non scovano ogni giorno quaranta cose complicatissime da fare.
E infatti costei non si è limitata a sedersi in un angolo pensando compiaciuta "Ma che idea ganza ho avuto". No, ne ha anche parlato in giro. E  prima di tutto ha convinto una collega a portare a scuola il suo albero di Natale di scorta.
"Ma che ci fa quell'albero senza decori nell'ingresso?" osserva Fisica schifato "E' deprimente. A me poi gli alberi di Natale non piacciono. Li trovo deprimenti anche quando sono addobbati".
Tutti (tranne me) convengono che un albero di Natale è una roba assai deprimente, sia addobbato che non. Nessuno sembra ricordarsi che abbiamo sempre avuto un albero di Natale nell'ingresso, come quasi tutte le scuole del regno (e che tutti ne tengono uno a casa, che a Natale addobbano sì come consuetudine impone).
Macché, sembrano il Club dei Nemici dell'Albero di Natale.
Comunque, l'Albero delle Discipline, deprimente o meno che sia, è arrivato. Occorre però addobbarlo.
"Mi sembra difficile farlo per le altre discipline. Tu e Tecnologia in questo siete facilitate, ma noi di Lettere..." ho mormorato io. Che tra l'altro disapprovo le decorazioni fatte con materiale di riciclo. La decorazione di Natale ha da essere decorazione di Natale, punto. E si compra nei negozi.
Un po' di consumismo, eccheddiamine!
"Ma no, potreste partecipare anche voi, magari con delle frasi, o dei versi... Per esempio io ho dei ritagli di pelle circolari di pelle bianca, su cui con certi pennarelli si può scrivere benissimo...". Mi fa vedere le dimensioni dei ritagli di pelle circolari.
"Mhhh... mi sembrano un po' grandi per un albero. Potremmo farne un festone da appendere" pausa meditative "Per esempio potremmo metterci dei desideri legati all'Agenda 2030, come lettere a Babbo Natale...".
Da notare che Arte non ha speso una sola parola per convincermi. Ho fatto tutto da sola.
Perché anch'io sono una insegnante, e non cerco di meglio che complicarmi la vita. Soprattutto sotto Natale.

Entro in Prima e chiedo "Vi piacerebbe fare un lavoretto di Natale?". 
Mi aspetto una serie di espressioni quanto meno perplesse. Ormai sono cresciuti.. 
Invece vengo travolta da un entusiasmo assoluto.
"Evvabbé" mi dico "L'importante è contentare il cliente".
Intorno a me fervono i preparativi per piccoli solidi in cartoncino (Matematica),  piccole sagomine di Dante con su scritti versi del suddetto Dante (Lettere), piccole carte pergamenate con su scritte poesie (sempre Lettere) e non so quali altre cretinate. Qualche insegnante ha optato per delle noci - assolutamente naturali, niente da dire, con una retina dorata intorno e un laccio dorato per appenderle, e dentro un qualche pensiero edificante. Molto filologico, e pure natalizio, ho pensato intascandone una (che ho appeso al mio personale albero a casa).
"Manca Educazione Civica" osserva qualcuno. 
"No, non mancherà" garantisco io di malumore, quasi mi ci avessero costretto a forza.
Passo due ore a spiegare ai miei malcapitati alunni l'Agenda 2030, tralasciando i temi più ostili alle loro giovani orecchie. Non troppo a sorpresa la questione della salute è accolta con vivo interesse e affianca i consueti e gettonatissimi temi legati alla vita sulla terra e nell'acqua, la parità di genere e la lotta alla fame e alla povertà. Anche l'istruzione di qualità e la lotta al cambiamento climatico trovano i loro fan.
"Pensateci un po' su durante il fine settimana, e immaginate di chiedere qualcosa a Babbo Natale, oppure esprimete un desiderio. Dovete essere molto sintetici perché avrete poco spazio per scrivere".
Segue una breve discussione con Arte che per l'occasione cerca di essere taccagna: "Non me ne frega nulla se non hanno i pennarelli colorati per scrivere ma hanno quello nero in dotazione. E' Natale e io voglio dei pennarelli rossi e verdi. Li paghi la scuola. Bianco e nero per Natale non va!".
Siamo a fine anno e il bilancio è in chiusura, sono state chiuse prima di tutto le minute spese, ma in qualche modo i pennarelli saltano fuori. Del resto, due pennarelli rossi e due verdi adatti a scrivere sulla pelle costano sei euro in tutto.
Poi Arte mi porta anche una serie di pelucchi rossi ricavati da non so quale aggeggio in via di disfacimento. La prof. Casini fa all'uncinetto una luna argentata per la Leggenda dell'Albero di Natale.
Siamo una manica di idioti, mi dico sconsolata, e io sono idiota né più né meno degli altri.
Del resto è Natale, e io a Natale divento particolarmente idiota - perfino più del solito, intendo.

Lunedì mattina la Prima compone le frasi. Correggo, scarnifico, faccio fare la seconda e la terza versione. L'unica cosa che mi consola è la speranza di ricavarne un post per il Blogmas perché mi sembra importante che nel mio diario di Natale ci sia qualcosa che in qualche modo si colleghi alla scuola - dopotutto questo è un blog dedicato alla scuola, anche se in questi giorni proprio non si direbbe.
"Prof, posso parlare dell'omofobia? Io sono molto contraria". 
"Parlare contro l'omofobia è cosa buona e giusta" assicuro.
"Che cos'è l'omofobia?" chiede qualcuno.
Ed eccomi a spiegare in poche parole l'omofobia.
"Ma con che argomento la collego?"
"Numero 16, Pace e Giustizia".
Martedì mattina i ragazzi fanno la Gran Decorazione. L'organizzazione procede bene, qualcuno mette anche piccoli disegnini o cornicine. I pelucchi vengono coscienziosamente annodati. I ragazzi si divertono molto e questo mi è di gran conforto.
Alla fine contemplo il risultato. 
Abbiamo una ardente critica dell'omofobia perché "l'amore diverso non è poi tanto diverso". Tre richieste per la parità di genere, una delle quali di un maschio che sostiene che non è giusto che le donne abbiano meno diritti degli uomini (che mi sembra una buona sintesi).
Qualcuno si preoccupa per i delfini e le foche, un altro osserva che "non è bello vedere la gente morire di fame", altri ritengono che sia importante lottare contro la povertà perché se girano più soldi il mondo funziona meglio, qualcuno si commuove per i cuccioli maltrattati, taluni hanno a cuore la sorte dei boschi e delle foreste, altri sostengono che non è giusto che alcuni siano troppo poveri e altri troppo ricchi o che qualcuno sia preso in giro perché è povero.
Vado a prendere un po' di spago (nuovo, non riciclato) dai custodi e appendo il festone di pelle bianca con decorazioni rosse e verdi mentre la classe è a lezione di Musica.
Una sfilata di buoni sentimenti molto politically correct. Fa un bell'effetto ed è tutta roba scritta da loro. In cuor mio penso che è molto più significativa di qualche verso di Dante scritto su sagome di Dante in cartoncino, ma non lo direi nemmeno sotto tortura.
I miei due preferiti, quello sull'omofobia e quello su chi ha troppo e chi troppo poco, li appendo invece all'Albero delle Materie. 
E questa è di gran lunga la cosa più idiota che ho fatto da quando insegno, ma in fondo fare cose idiote non mi è mai dispiaciuto, e dunque...
blogmas 2021 creato da lacreativeroom.com

domenica 3 ottobre 2021

La Prima Sfigata

La nostra Prima versione DADA,  così come l'aveva prevista Antoni Kozakiewicz in questo quadro del  1885. Il cane e il fuoco acceso sono però elementi aggiunti dalla fantasia del pittore e di fatti in classe non ci sono. L'aspetto di accampamento di fortuna però è proprio quello.

Quando le maestre delle elementari ci hanno descritto la mia futura prima sembrava parlassero della Corte dei Miracoli: dislessici che così dislessici non se ne erano mai visti, BES di ogni genere, tipo, forma e qualità, problemi sociali, culturali, fisici e caratteriali, genitori uno più suonato dell'altro.
A tanta catastrofica descrizione il buon Coronavirus ha prontamente deciso di adattarsi, infliggendo alla povera Prima Sfigata la prima quarantena dell'anno.

Anche la scuola ha deciso di fornire i poveretti di un ulteriore carico di sfiga:
grazie alla nuova e innovativissima Didattica DADA infatti (o, forse, più semplicemente, a causa di un piccolo errore nella richiesta delle forniture) ci siamo ritrovati con meno banchi del necessario.
E allora è stato deciso di allestire una delle aule con gli ormai mitici banchi a rotelle.
Quale aula?
Ma la Prima Sfigata, ovviamente.
Ma siccome la Didattica DADA al momento non la facciamo, i banchi a rotelle erano inutilizzabili e occorreva rassegnarsi a tirar fuori qualcosa di almeno vagamente simile a dei banchi.
"Qualcosa di almeno vagamente simile", di fatto, è la definizione più caritatevole che mi è venuta in mente vedendo il risultato: in quella sventurata classe c'è una collezione di resti, relitti e reliquie da far invidia a una discarica dell'ente locale per la raccolta rifiuti.
Alla fine della mattinata di Venerdì, dopo aver fatto le ultime due ore, ho contato non meno di sei diverse tipologie di bancame - ognuna delle quali, da nuova, aveva i suoi pregi e i suoi difetti ma almeno non presentava buchi e bordi slabbrati - e tre tipi diversi di sedie, che si contraddistinguevano soprattutto per differenza di misure. Alcune delle sedie però sono praticamente nuove e farebbero rispettabile comparsa in una rispettabile classe allestita a dovere.
Che dire? I banchi a rotelle se non altro erano tutti uguali e anche nuovi di pacca, e fornivano un insieme decisamente più decoroso nonostante il loro demenziale colore arancio psichedelico. In effetti in cuor mio quasi li rimpiango.

Dopo aver guardato con attenzione tutto ciò mi sono detta che, magari, in attesa dei banchi nuovi - il cui arrivo va spostandosi sempre più avanti nel tempo, anche perché al momento nessuno li ha ancora ordinati - si poteva far qualcosa per rendere l'insieme meno caotico, e così mi sono messa a spostare i banchi riordinandoli per misure e tipologie rendendo l'insieme non meno vario ma un po' più armonico - e le file di posti, se non altro, adesso sono orizzontali e meglio distanziate.
Vedremo se domattina i ragazzi noteranno qualche miglioramento.

Ma non basta: non contenti di aver trasformato la Prima Sfigata in una discarica, l'hanno anche dotata di stranissime tende di un verde molto scuro che vira decisamente al marrone e che non si riesce a capire come a qualcuno sia venuto in mente di infilare in una classe, laddove sarebbero invece adattissime in una cappella mortuaria.
Che tende servirebbero in una scuola? 
Ovviamente tende chiare e leggere, che fermino il sole ma non la luce, e che facciano passare l'aria.
E una seconda tenda più scura può rivelarsi utile al momento di guardare film o video alla LIM in una giornata particolarmente soleggiata.
Quelle tende invece bloccano risolutamente ogni raggio di sole ma anche ogni scintilla di luce, ed essendo di un tessuto assai spesso il sole che picchia sul tessuto scuro riverbera alla grande, trasformando l'aula in una sauna in men che non si dica. In compenso, una volta che le abbiamo chiuse è inevitabile accendere la luce elettrica perché non si vede più una mazza.

Tende a parte, che dire della Prima Sfigata?
Non so, alla fine della terza settimana di scuola la conosco ancora poco, anche perché per una settimana li ho avuti a distanza, e il perfido meccanismo dei tamponi ha tenuto alcuni a casa anche la settimana scorsa. Quindi non mi attento ancora  a dare valutazioni. 
Ma, se proprio dovessi darne, direi che non mi sembra poi tanto diversa da tante altre prime che ho avuto e che poi han fatto assai onestamente il loro miglio; e  anche che per il momento sembra contraddistinguersi soprattutto per una notevole pazienza nonché per un certo qual stoicismo, dato che sopporta e tira avanti. 
Del resto, agli sfigati conviene aver pazienza.

sabato 18 settembre 2021

Banchi a rotelle - Il ritorno

Banco (scritto proprio così) è anche un personaggio del Macbeth di Verdi.
 Qui lo interpreta Riccardo Zanellato

Qualche mese fa raccontai in dettaglio di come, alla scuola media di St. Mary Mead, fossero arrivati almeno una trentina degli ormai mitici banchi a rotelle. Di essi la Preside disse in uno degli ultimi collegi dell'anno scorso che faticavano a trovare una collocazione - vale a dire, nessuno li voleva.
Per molto tempo rimasero in Aula Magna, dove avrebbero potuto rivestire un ruolo dignitoso nelle riunioni con i genitori (che comunque in questo periodo non facciamo). Ma con il presunto arrivo della didattica DADA si decise di usarli diversamente.
Molto, molto diversamente.
Nel senso "in modo diversificato, un po' dappertutto".
Il 5 Settembre, quando rientrai nella scuola dopo varie riunioni on line trovai un paio di insegnanti che li stavano trasportando dalla ex-Segreteria, dove erano approdati in un qualche momento dei giorni precedenti (tramite ascensore, perché l'Aula Magna è al primo piano mentre la ex-Segreteria è al piano terra) verso l'Aula del Sostegno, sempre a piano terra.
Quando tornai qualche giorno dopo li ritrovai nella ex-Biblioteca, che si trova al piano superiore (e di nuovo gli ascensori devono aver lavorato), ma qualcuno disse che andavano spostati nella ex-3C, dove avrebbero occupato l'aula di Storia e Religione, ovvero una di quelle dove avrei dovuto insegnare con la didattica DADA, anche se solo per poche ore a settimana.
Aiutai a spostarli, poi scesi dalla VicePreside.
"Sia chiaro che non ho nulla contro i banchi a rotelle, e non mi formalizzo se i ragazzi ci giocano all'autoscontro, anche perché tengono effettivamente il distanziamento di un metro. Ma non ci si può far lezione, su quelle tavolette non ci appoggi nemmeno il libro di Storia" dissi.
"Li sposteremo nel giro di qualche settimana" mi assicurò la VicePreside. 
"No, spostateli subito"
"La Preside li vuole lì. Lo ha deciso lei".
"La Preside veda di attaccarsi al treno".
"Vedi, il punto è che abbiamo dovuto mettere in tutte le aule il numero di banchi della classe più numerosa, e il risultato è che adesso non abbiamo più banchi".
"Comprateli".
"Temo che ci vorrà un po' di tempo".

La mattina dopo dopo scopro che la classe con i banchi a rotelle è la mia prima, o più esattamente quella in cui passerò più di metà del mio orario.
"Oh" rassicuro subito i ragazzi "Non vi preoccupate, i banchi a rotelle verranno spostati al più presto".
"A noi piacciono" osserva qualcuno.
Guardo, e scopro che si sono organizzati proprio bene: gli zaini all'interno del cerchio delle rotelle, e tutto molto in ordine.
Certo, il primo giorno è più facile: si lavora soprattutto di diario e si sta a guardare quegli strani e nuovi esseri che sono i Professori.
E si gioca un pochino (ma solo un pochino, davvero) all'autoscontro nell'intervallo.
"Chi è favorevole a tenerli?" chiedo. 
Si alzano due terzi delle mani.
"Mh, vedrò quel che si può fare".

Finite le prime due ore incrocio la VicePreside.
"No, quei banchi in classe non ci possono stare. Per fortuna, visto che non facciamo la DADA, possiamo recuperare un po' di banchi nelle classi meno numerose".
"Non c'è fretta, a loro piacciono" la rassicuro "Anzi, ripensandoci si potrebbe provare...".
"NO. Non possono fare Matematica con quei banchi, non c'è nemmeno posto per il libro".
Mi piacerebbe capire perché non possono fare Matematica su quei "banchi" ma potevano tranquillamente farci Storia, che oltretutto ha il libro più grande; ma evito di indagare (sì, la VicePreside insegna Matematica).
"Però secondo me contentare l'utenza..." provo a suggerire.
"NO. Domani non li troverai più".

E così è stato.

Invece la frase è rimasta. Sì, proprio lei: la mia amatissima frase "Historia est magistra vitae" del mio ancor più amato Cicerone troneggia, dipinta in un bel maiuscoletto, con tanto di precisazione che è tratta dal De oratore.
Al contrario del crocifisso che preferirei non tenere in classe ma tanto è alle mie spalle e non lo vedo, la frase è proprio lì, davanti ai miei occhi, ma troppo in alto perché possa sperare di coprirla con qualche poster o cartellone come mi ero ripromessa di fare.
In compenso la prof. Casini, che l'ha voluta con tutte le sue forze, non può trarre alcun piacere dalla sua presenza, visto che in quella classe fin quando rimarrà la DADA soft (parecchio, vien da pensare, visto che abbiamo aperto l'anno con sei alunni in quarantena) non passerà un solo singolo minuto.

L'anno scolastico è iniziato, evviva l'anno scolastico.

venerdì 5 marzo 2021

Buon compleanno, Covid! (come fu che tutto ebbe inizio per me)

Un anno fa la pandemia imperversava già da qualche settimana ma io non me ne curavo né tanto né poco. Ah, i soliti titoli di scatola, il solito allarmismo, il solito isterismo che da sempre caratterizza il nostro paese. Finirà come ai tempi della Sars, tanto rumor per nulla. 
Col Covid, devo dire, non ne ho mai azzeccata una che fosse una.
Chiusura delle scuole? Assurdo, quando mai hanno chiuso le scuole per malattia? Ma come si fa a prendere sul serio certe voci? E che senso aveva assaltare i supermercati? (ecco, qui avevo ragione io. Ma fin lì ci arrivava qualsiasi idiota, va pur detto).
L'unica cosa che mi preoccupava seriamente era la chiusura temporanea "per poca richiesta" dell'eccellente ristorante sushi che c'era a St. Mary Mead: ben ricordavo che ai tempi dell'aviaria tanti validi ristoranti cinesi a Firenze avevano chiuso per mai più riaprire.Cosa credeva di rimediare la gente, non andando al ristorante sushi? (ecco, in questo almeno ho avuto ragione: il sushi era del tutto innocente. Comunque il ristorante c'è ancora. Riaprì a Maggio, mi ci strafogai con gran gioia - e adesso è di nuovo chiuso e fa solo asporto. Ma resiste. Spero).
E invece chiusero le scuole per davvero.
"Ottimo" mi dissi "Una settimana di vacanza è proprio quel che mi ci voleva".
Ma continuavo a non capire perché fare tanto chiasso. E nonostante fossi contenta della settimana di vacanza, ero preoccupata. Oh no, non per il Covid, bensì per lo svolgimento del programma. 
Disgraziati, ci chiudono le scuole e io ci ho da fare la rivoluzione francese, e poi c'era la Terza abbastanza indietro (con me come con tutte le materie. Non era una Terza delle  migliori, va detto, e tutti noi ci arrangiavamo a fare quel che si poteva).
Non ero la sola insegnante immersa in questo ordine di idee.
La mattina del 5 Marzo di un anno fa, lungi dal fare scorte al supermercato o cercare di appropriarmi delle ultime mascherine (mascherine? Ma l'OMS dice che non servono. Ne saprà ben qualcosa, l'OMS! Basta con tutti questi esperti di epidemie laureati all'Università della Vita!) andai in libreria per ordinare un paio di libri.
E lì incrociai niente meno che una classe intera di ragazzi.
Visto che la situazione mi sembrava un po' affollata aspettai fuori, buonina buonina - non tanto per paura del contagio, quanto perché i commessi mi sembravano abbastanza impegnati anche così. 
Quando la situazione si fu un po' sfoltita entrai, e mentre discutevo con la commessa delle mie ordinazioni incrociai l'insegnante che li aveva portati lì - una vecchia compagna di scuola, che lavorava al liceo di Lungacque e che non aveva trovato di meglio che fissare con la sua classe in libreria per fargli prendere non so quale libro che aveva ordinato. Ecco sì, ricordo che anche all'epoca non mi sembrò poi questa gran pensata. Dopotutto, si erano raccomandati di non affollarsi. Comunque non dissi niente in proposito.
Scambiammo due chiacchiere mentre lei assegnava i compiti per la settimana; "Tanto una settimana passa presto" disse tranquilla. La trovai piuttosto previdente anche se aveva accalcato la classe in quella piccola libreria, e mi confortai pensando che non ero l'unica fissata con il programma da portare avanti a tutti i costi, vivi o morti. Ma, del resto, lei era una insegnante - e io pure. Cosa c'è nell'intero universo, per un insegnante, di più importante dell'imperativo categorico di Non Restare Mai Indietro Col Programma?
I suoi libri furono smistati ai ragazzi, i miei libri furono ordinati (ma arrivarono solo tre mesi dopo, quando le librerie riaprirono. Cioè, arrivarono molto prima ma rimasero al calduccio sullo scaffale delle consegne da ritirare, nella quiete della libreria chiusa).
Poi telefonai alla scuola: già che eravamo in vacanza, pensavo, potevo approfottarne per finire la catalogazione della biblioteca, con calma, senza che nessuno mi disturbasse. Ma mi dissero che potevamo passare solo, eventualmente, a prendere qualcosa perché altrimenti "non eravamo graditi" - usarono proprio queste parole,  citando direttamente la Preside. Quanto a loro, le custodi, erano occupatissime a "sanificare".
"Eccheccazzo ci sarà da sanificare?" pensai. Ma anche in quel caso non dissi nulla perché loro stavano solo eseguendo gli ordini, povere stelle.
E tornai a casa, riordinai un po' e mi misi a letto a leggere non so quale romanzo. Ah che bello, stare tranquilla a leggere invece di andare a scuola!
Il giorno dopo mi contattò la VicePreside per spiegarmi come attivare le lezioni in rete.
"Boh, per una settimana?" mi dissi perplessa, e quando una collega mi chiamò dicendo che c'era chi parlava di tenere chiuso fino a Pasqua lo trovai un vero delirio. Ma che razza di idioti, non si rendevano conto che dovevamo andare avanti col programma?
Comunque era chiaro che una cosa del genere non sarebbe stata mai e poi mai possibile. Comunque, dal momento che avevamo la piattaforma, tanto valeva usarla.
"Dategli i compiti, dategli dei compiti purchessia" ululavano strane voci in sottofondo.
Io di compiti ne diedi pochi, e solo dopo qualche giorno, ma se potessi tornare indietro ne darei meno e di diversi: quelli erano compiti che prevedevano di rivederci tutti in diretta di lì a pochi giorni, come ero assolutamente sicura che sarebbe successo anche se ormai le settimane di chiusura erano diventate due.
Quando la piattaforma si aprì sotto i miei occhi mi dissi "Interessante. Sembra un bel giocattolino". E infatti cominciai a giocarci, spedendo domande ai ragazzi. La prima fu una immagine di trifogli e lepricani e pentola con l'arcobaleno: dovevamo fare l'Irlanda. E in tanti mi risposero che era San Patrizio, giorno  della festa nazionale dell'Irlanda.
Lo trovai divertente e anche un po' faticoso, perché mi dovevo segnare tutti quelli che avevano risposto. Ma ormai era, appunto, il 17 Marzo, e il giorno dopo ero a correggere alfabetieri sull'arcipelago inglese, un po' inviati sulla mia casella privata, un po' sulla casella della piattaforma, un po' sulla piattaforma vera e propria. Ossignore, che casino! 
Sorpresa delle sorprese, gli alfabetieri della Seconda Brillante erano molto migliori di quelli della Seconda Invasata. E chi l'avrebbe mai detto?
Nelle mie intenzioni l'alfabetiere avrebbe dovuto essere fatto a gruppi in classe. Mi ripromettevo grandi soddisfazioni da quegli alfabetieri. Un bel compito fatto col libro, chissà come si sarebbero divertiti! Gli piacevano un sacco, gli alfabetieri, ci giocavano anche in classe nelle ore libere. Un bel compito a gruppi, per socializzare.
E invece ognuno se lo fece a casa sua. Chissà che palle, povere creature.

E quello fu l'inizio di tutto.
Non un grande inizio, ma chi se lo poteva immaginare che le scuole non avrebbero riaperto fino a Settembre?
In realtà molti se lo immaginavano già.
Non io, che col Covid non ho mai azzeccato una previsione che fosse una.

martedì 28 luglio 2020

Haretica - Scuola e soldi: un rapporto perverso (e fortemente in passivo)


Come ho raccontato qualche tempo fa , da quando insegno, non ho mai speso niente, nemmeno il tradizionale centesimo bucato per la scuola. Gli do il mio lavoro, vedano di farselo bastare.
Adesso che ho un contratto dove pago una cifra fissa al mese per le telefonate faccio talvolta qualche telefonata di lavoro da casa (prima le facevo solo col telefono della scuola, e se c'era da aspettare aspettavo). Quel che dovevo stampare o fotocopiare per la scuola lo facevo a scuola, con la stampante della scuola, l'inchiostro della stampante della scuola e la carta della scuola. Qualsiasi spesa esterna mi trovassi a fare perché la scuola non disponeva di attrezzature adeguate era preventivamente autorizzata e immediatamente seguita da richiesta di rimborso; che poi il rimborso arrivava quando arrivava, a volte dopo mesi, ma alla fine arrivava sempre. 
Qualsiasi minima spesa fatta per la scuola avrebbe pesato sul mio cuore come un macigno e mi avrebbe persino causato dei sensi di colpa. Con tanti gatti affamati in giro, con tante belle cose da fare e da comprare, proprio alla scuola dovevo dare dei soldi? Il lavoro si cerca di farlo bene, ma non deve mai e poi mai costituire una fonte di spesa.

È un punto di vista che a me sembra dettato da semplice buon senso, ma che evito di esternare se non ne vengo richiesta perché mi sono accorta che non è affatto condiviso. Al momento di fare una telefonata di lavoro - al comune, ai colleghi, ai rappresentanti, ai genitori, ai centri di assistenza, ai musei per fissare una gita - la gran parte dei miei colleghi tira fuori il suo cellulare e chiama. Se il numero di fotocopie fissato per la classe è finito, l'insegnante va in cartoleria e paga. Se dalle elementari, dove al momento c'è l'unica fotocopiatrice disponibile a colori, per qualche motivo qualcuno della segreteria stabilisce che non dobbiamo fare fotocopie a colori, l'insegnante esce e va a farle per conto suo. Se serve un cartellone l'insegnante compra il cartoncino e spesso porta i pennarelli colorati da casa. Se serve un dizionario, per esempio di latino, l'insegnante porta da casa il suo, perché la scuola paga il corso di latino, ma non il dizionario (soprattutto se non le viene chiesto).
Io invece pesto i piedi, mi intrufolo negli armadi dove so che riposano strane scorte di cancellerie dimenticate negli anni, vado a mendicare senza alcun ritegno alle elementari o in segreteria (dove hanno sempre tutto), circuisco i custodi addetti alle fotocopie insomma ricorro a qualsiasi bassezza tranne mettere mano al borsellino - e questo è il motivo per cui non sono mai riuscita ad ottenere un cavo di collegamento maschio-femmina il cui prezzo credo fosse di pochi euro (probabilmente però se all'epoca la mia salute non fosse stata così precaria a forza di piazzate e di insistenze sarebbe arrivato anche il cavo, o almeno l'autorizzazione a comprarlo di persona in attesa di rimborso).
Insisto. Tormento. Trovo altre strade. Mi intrufolo. Chiamo la Dirigente. Se necessario ci spendo anche del tempo (ma il tempo speso in quel modo non mi sembra perso) e quel che mi serve prima o poi arriva.
Ci riesco perché sono fornita di determinazione, tempo libero e ostinazione, e perché quel che faccio mi sembra giusto. Mai avuto l'ombra di un senso di colpa in proposito.

A questo punto, con un bel triplo salto carpiato abbandono la descrizione del mio personale rapporto con il denaro sul posto di lavoro (che non è poi 'sto granché, come argomento) e passo ad allargare il campo.
La scuola è un servizio gratuito che lo stato fornisce ai suoi cittadini e ai giovani ospiti sul suo territorio, perché tutti i giovinetti che calpestano l'italico suolo han diritto a un po' di istruzione. Siamo un paese ospitale e animato da sani principi, noi. La nostra Costituzione è chiarissima, sull'argomento: i giovani vanno istruiti.
A spese dello stato. E lo stato siamo noi. 
Qualcuno, a quel che sembra, è più stato degli altri.
Andiamo per ordine. Lo stato, grazie alle nostre tasse, paga gli insegnanti, i custodi, gli addetti alle pulizie (che a volte coincidono con i custodi e a volte no, in un pasticcio che non ho mai ben compreso), gli addetti di segreteria. Fornisce anche edifici a ciò preposti, e cura (un pochino) la manutenzione delle scuole superiori. Delle scuole materne, elementari e medie invece si occupano (un po') i comuni. Ancora lo stato dota tutte le scuole pubbliche di modesti e insufficienti  finanziamenti per la cancelleria, i laboratori, le biblioteche, gli strumenti di corredo. Per la primaria paga anche i libri di testo.
La Comunità Europea finanzia determinati progetti.
Per tutto il resto ci sono i genitori. I tanto deprecati genitori, così cattivi, rompiscatole, arroganti e pretenziosi, che pretendono di insegnarci il mestiere e che si lamentano sempre. Loro, sì.
I genitori pagano i libri di testo, a partire dalla scuola media. Quelli della lista da comprare a inizio anno, ma anche un sacco di altri libretti, libriccini e manualetti e libri di lettura che arrivano nel corso dell'anno, o addirittura a fine anno per le vacanze. E poi biglietti di musei e teatri, il noleggio dei pullman per le uscite (per una scuola di provincia come la nostra, i pullman sono sempre la parte più pesante del costo delle uscite didattiche, e ai pullman dobbiamo ricorrere quasi sempre perché i treni sono utilizzabili solo in casi particolarmente fortunati; comunque i genitori pagano pure i biglietti per quelli, anche per gli insegnanti).  Cancelleria e attrezzature varie. Corsi speciali di latino, musica, inglese e quant'altro. Assistenza per dislessici. Visite per certificare alunni con problemi di apprendimento (ché se aspetti le visite dell'ASL, i tempi sono decisamente lunghetti). E tante altre cosarelle che spuntano come funghi ogni giorno per ogni dove. Pagano, pagano e ancora pagano. "Pagherete caro, pagherete tutto" è il loro motto, scritto sul blasone che ricevono all'uscita dall'ospedale con il nuovo arrivato in braccio.
A St. Mary Mead (ma non siamo gli unici) pagano anche un contributo volontario di svariate decine di euro che qualche volta qualche Dirigente ha avuto lo stomaco di sollecitare - una pratica che il men che possa dire è che disapprovo ferocemente.
"Prof, ma il contributo è volontario, vero? Significa che possiamo anche non pagarlo?" "" è invariabilmente la mia risposta, qualsiasi cosa abbia scritto la Dirigenza nella circolare di sollecito (ne abbiamo avute, e arrossisco ancora a ricordarle).
A seconda delle annate, delle mattane del Ministero e delle varie leggi finanziarie questi soldi volontariamente forniti dalle pazienti famiglie servono per l'indispensabile (tipo carta igienica, per intendersi) oppure per qualcosa di meno brutale: computer nuovi, per esempio.
Altro cespite di entrata: i supermercati. Da qualche tempo alcune ditte o marchi assai diffusi (l'anno scorso c'era anche una marca di benzina, per esempio) offrono in certi periodi dei buoni da consegnare alla scuola. Ogni anno si aggiunge un marchio, e ormai l'ingresso di una scuola pullula di teche per la raccolta dei buoni. Poi qualche insegnante paziente li inserisce in apposito sito, scopre a quanti soldi abbiamo diritto e deposita sul tavolo della Sala Insegnanti i cataloghi di quel che possiamo scegliere. I supermercati eccetera offrono cancelleria, lettori di DVD, stampanti, fotocopiatrici, carta e cartoncini colorati ma anche LIM e computer (non sempre di qualità eccelsa, a quanto ho capito). Il loro contributo si rivela sempre molto prezioso. Ma anche quelli, a dirla tutta, sono soldi che vengono dai genitori: se non ci fosse questa iniziativa il supermercato gli offrirebbe punti, sconti, stoviglie, coperte, abbonamenti a teatro o altri tipi di premi. Di fatto, al supermercato importa il giusto della scuola, quel che davvero gli interessa è che il cliente sia soddisfatto e torni da loro il più spesso possibile, e cambia le sue offerte in base all'umore della clientela. Per esempio un tempo andavano di moda i pozzi in Africa.

Lo Stato dunque ha scelto di defilarsi sempre più, lasciando che gli utenti del servizio Scuola si arrangino come possono, anche con l'aiuto del supermercato, se necessario. Che vuoi che sia pagare qualche rotolo di carta igienica, un po' di detersivi, qualche barattolo di pennarelli, un po' di lavagne cancellabili, le carte geografiche, le uscite per il laboratorio sul razzismo o sulla legalità, le visite al museo dell'arte vetraria o all'accademia delle belle arti? Il Buon Genitore deve essere contento di pagare per l'istruzione dei suoi figli, giusto? Altrimenti è uno Schifo di Genitore.
(E quand'anche lo fosse? La scuola pubblica non è nata anche per compensare il divario di chi ci ha degli Schifi di Genitori, o semplicemente dei Genitori Poveri o che sull'orlo della povertà navigano perigliosamente facendo quadrare il bilancio a suon di aggiustamenti? In ogni caso, i giovinetti han diritto a essere istruiti, indipendentemente da quanto schifo possano fare i loro genitori, che comunque non ha scelto da un catalogo, ma gli sono capitati in sorte).

In un commento due post fa la povna scrive sarebbe ora di fare tutti una enorme ammenda collettiva e pensare che sostituendoci a chi quei materiali doveva fornirli non abbiamo fatto un atto di supplenza civica, ma abbiamo avallato la sostituzione individuale per beneficenza di un diritto sociale. E forse ha ragione e forse no.
Può darsi che il problema sia più profondo di così. 
Perché abbiamo accettato di fare quest'atto di supplenza civica invece di andare non dico a Roma con i forconi (con le punte avvelenate) ma almeno dai sindacati per schiarirgli le idee?
Può esserci che c'entri qualcosa il fatto che la scuola è in mano alle donne? 
Non parlo solo di insegnanti (che telefonano al museo etrusco a spese loro) ma anche, appunto, di genitori: perché la maggior parte dei genitori che gestiscono il rapporto con la scuola sono donne.
La gran parte del cosiddetto lavoro di cura in Italia, come in molti paesi, è in mano alle donne, in particolare quella parte che non è retribuita ma senza la quale il bilancio dello stato e la società tutta andrebbe a rotoli in men che non si dica. 
Si tratta di un lavoro non retribuito, che vive nell'ombra e che è fatto spesso di aggiustamenti, arrangiamenti, espedienti, dove il motto predominante è "intanto risolviamo il problema presente in qualche modo, mettendoci una toppa, dopo penseremo a trovare un rimedio più stabile"; ma quando arriva il "dopo" ci sono altri settecentoventotto problemi minuti di cui occuparsi subito e che non possono aspettare che tu stia ancora a rimuginare sul primo, che bene o male con la toppa che ci hai messo per il momento è stato aggiustato.
Per i genitori la scuola è solo una parte dell'esistenza. Per le insegnanti, anche. Dopo c'è da pensare a tutta la minutaglia che forma il tessuto della vita, perché nessuna di noi ha una moglie che pensi a tutto l'insieme di piccole incombenze che la vita quotidiana ci impone.
La carta igienica, il cartoncino per il tabellone, le fotocopie a colori servono adesso, ma c'è ancora tutto il resto da fare. Paghi la carta igienica, poi telefoni all'idraulico perché il rubinetto perde (adesso), dopo vai a fare i moduli dell'ISEE (adesso) e a cercare il regalo per il nonno Attilio (adesso) e a prendere la figlia in palestra (subito) e a portare il cane a fare il vaccino (prima che il veterinario chiuda). Si mette la toppa e si spera che per il momento basti.
Per il momento infatti basta, ma tra due settimane la carta igienica servirà di nuovo. E di nuovo andrò pagata. E ci sarà un nuovo cartoncino da comprare per farci un tabellone sulla struttura dell'inferno in Dante o sulla mappa dei sentimenti (da distinguersi dalle emozioni). E via e via, fino alla fine dell'anno.

Non ho soluzioni da offrire se non 
1) dismettere, tutte, ogni lavoro di cura non retribuito (tranne quello di cura dei gatti, naturalmente) e lasciare che il mondo si arrangi. Forse il mondo si arrangerò e forse no, ma ci sarebbe molto più tempo libero per tante di noi
e
2) andare a Roma con i forconi (dopo averne avvelenato per bene le punte), profittando del tempo libero in più di cui disponiamo, al grido non di "banchi rotanti!" bensì di "Alabarda spaziale!"
ma soprattutto
3) evitare di sentirsi in colpa anche per l'effetto serra - perché non sempre la colpa delle porcate altrui è nostra "perché glielo permettiamo".

lunedì 29 giugno 2020

Crudeli scrutini (gli Implacabili insegnanti di St. Mary Mead colpiscono ancora)

Un insegnante delle medie di St. Mary Mead in un momento di particolare implacabilità

Finita fortunatamente* la scuola arriva il momento degli scrutini, e tra le classi da scrutinare c'era anche la Seconda Invasata, dove già avevo dato prova di implacabile severità.
Stavolta avevamo alle spalle molte meno ore passate a lamentarci** perché le lezioni via rete rendono più difficile per gli alunni insultarsi e prendersi in giro. Mi erano bensì arrivate vaghe notizie di qualcuno che durante la prima lezione onlineera divertito a buttarne altri fuori dalla classroom, alla prima lezione, ma in suo  onore ci eravamo fatti ritoccare il programma e con me non aveva potuto dilettarsi in sì insulsa attività.
Nel complesso gli Invasati avevano partecipato (abbastanza), avevano studiato un po' (qualcuno anche a livello più che decoroso), si erano comportati bene. In parecchi avevano fatto in modo assai scialbo i miei rutilanti compiti creativi, in parecchi han fatto grandi difficoltà a mandarmi le cartoline che gli chiedevo, in diversi si erano fatti un po' di sconto sui compiti, ma insomma si erano per lo più mantenuti nei limiti della decenza e qualcuno aveva fatto delle belle cose, anche tra quelli del livello medio-basso.
Inoltre erano arrivate disposizioni quasi precise dal Ministero: dovevamo premiare l'assiduità, l'impegno e la disponibilità (senza tenere troppo conto, si capiva tra le righe, di risultati non eccessivamente brillanti).
C'era però il problema dell'Assenteista, che aveva avuto una crisi di rigetto e in sostanza durante l'anno aveva fatto ben poco, e con la Didattica a Distanza ancora meno. I genitori avevano piagolato che era tanto difficile trattare con lei e che non si voleva collegare in rete al momento delle lezioni - e infatti non si collegava.
Ecco, da qualsiasi parte lo si guardasse, quello dell'Assenteista per me era un cinque con tanto di fiocchi: presenze pochissime, un compito e mezzo su una buona dozzina...
Ma volendo era anche un sei, perché avevo due prove positive in presenza. Un po' stirate, ma sufficienti.
Ho meditato a lungo, cambiando il voto non meno di cinque volte.
Non mi spaventavano le scartoffie che quest'anno erano obbligatorie (e che richiedevano ben più tempo a descriverle che a redigerle) ma... dopo il cinque ci sarebbe stato l'esame di recupero a Settembre.
Ero sicura che un esame di recupero avrebbe sortito effetti benefici?
Nemmeno un po'.
Soprattutto: siamo alle medie. Anche ai miei tempi, e anche in circostanze normali, avrebbero rimandato qualcuno a Settembre in Geografia?
Ne dubitavo fortemente.
Le colossali lacune a Geografia sortivano, nell'ambito della sua preparazione, un effetto consistente nella sua preparazione?
Certo, come no: gravissime, irrecuperabili. Che speranza ha un povero alunno di affrontare la Terza se non conosce la penisola balcanica e i paesi del Patto di Varsavia?
Beh, sapere qualcosa sul Patto di Varsavia male non gli farebbe, in effetti. Ma tanto ne sentirà parlare a storia.
E poi, insomma, non prendiamoci in giro. Fosse Matematica, fosse Inglese. Ma Geografia?
Eddài, è una materia di appoggio.
Ma non è giusto verso gli altri...
Vabbé, non è che "gli altri" si siano mai molto preoccupati di lei, sono due anni che di mestiere là dentro lei fa la Scema del Villaggio e viene trattata di conseguenza.
No, non è esatto. In realtà una delle ragazze le ha fatto un certo sostegno morale: l'ha presa a casa sua per un paio di lezioni, ha svolto con lei un paio di compiti... una cosa molto apprezzabile, in effetti.
Insomma, sei anche all'Assenteista.
E otto invece che sette alla Diligentissima, che aveva lasciato il libro a scuola nell'armadietto, non aveva potuto mandare nessuno a recuperarlo nell'unico giorno in cui la scuola era stata riaperta ma, tra foto e fotocopie non ha perso un colpo nonostante per diverse settimane non avesse nemmeno il computer e nonostante le avessi detto che badasse soprattutto a tenersi in salute (visto che rientrava in una delle poche categorie a rischio tra i giovanissimi).
E voti un po' arrotondati a tutti gli altri.

In conclusione, l'implacabile prof. Murasaki si è ritrovata stavolta perfettamente allineata ai suoi colleghi di consiglio e la Seconda Invasata, a giudicarla dai quadri, sembrerebbe perfino una buona classe.
O suprema possanza della Didattica a Distanza!

* perché o finiva lei o saremmo finiti noi
** più esattamente a lamentarSI perché io non mi ci trovo poi malaccio, fermo restando che lavorano al minimo sindacale, e potrebbero fare assaissimo meglio

mercoledì 10 giugno 2020

Possiamo definirlo un happy ending? (ultimo giorno di scuola)

La prof. Murasaki, impegnata nella Didattica a Distanza

L'ultimo giorno di scuola dell'anno scorso era stato abbastanza strano nella sua sonnacchiosa tranquillità; ma il destino aveva in serbo altre frecce, stavolta da condividere con l'intero corpo docenti della repubblica italiana.
Mercoledì ho (avevo) una sola ora di lezione, alle tre di pomeriggio. In effetti mi sono messa quasi tutte le lezioni di pomeriggio, in base al principio che ai ragazzi le lezioni di mattina presto non piacciono molto e a me nemmeno - e siccome la Dirigente aveva suggerito di farle possibilmente di mattina non avevo trovato molta concorrenza.
Così il mio ultimo giorno di scuola è iniziato senza sveglia, come ormai da mesi. Un caffé tranquillo guardando il temporale in azione, uno sguardo pacioso alla corrispondenza... e poi giù a correggere le verifiche finali. Perché io sono una Vera Insegnante, e negli ultimissimi giorni ho avvertito l'inderogabile e insopprimibile esigenza di fare delle Ultimissime Verifiche, onde mandare di traverso a quei poveretti affidati alle mie solerti cure financo la coda di un anno così complicato alla fine del quale erano decisamente sullo stanco-distrutto. A onor del vero me ne sono pentita dieci minuti dopo avergliela data, e ho perfino meditato di rimangiarmele, ma poi le ho lasciate dov'erano e gli è toccato farle. Niente di male, tutto sommato, se non fosse che esattamente tutti gli altri insegnanti avevano avvertito la mia stessa inderogabile e insopprimibile esigenza, come sempre avviene negli ultimi giorni dell'anno scolastico (salvo poi starcene tutti quanti a coccodrillare sull'immane quantità di pacchi di verifiche da correggere negli ultimissimi giorni di scuola, nemmeno ce l'avesse ordinato il medico come pratica salvavita).
Le prove più complicate, naturalmente, erano state assegnate alla Seconda Brillante, gioiello tra tutte le classi, che con la Didattica a Distanza ha continuato a studiare come prima e più di prima, incurante del fatto di essere una Seconda e quindi tenuta per contratto ad avere almeno un vistoso calo di rendimento nel corso dell'anno, meglio se due; la qual Seconda Brillante ha comunque deciso di vincermi di cortesia facendole bene e quindi correggerle è stato affare piuttosto veloce*. 
Dopo ho ricontrollato per l'ennesima volta i voti, cambiato per la quarantesima volta qualcosina su cui ero incerta. Infine ho frugato con cura nel guardaroba a caccia di un vestito che non fosse troppo leggero né troppo pesante (una strana ricerca da fare il 10 di Giugno, quando di solito qualsiasi cosa estiva va benissimo) e di una mise collana+orecchini che non fosse troppo estiva ma nemmeno sembrasse invernale, e con mirabile coerenza ho finito per puntare su un paio di orecchini di madreperla azzurra a forma di conchiglia e collana estivissima di ceramica. Infine, ben bardata e sorridente ho acceso il computer... scoprendo che il microfono era andato in sciopero, vai a capire perché. 
Le cuffie comprate per l'ospedale hanno in qualche modo rimediato, e a due minuti alle tre gli allievi della Seconda Brillante quasi al completo (uno aveva una visita medica) sono piombati in casa mia, molto giocosi e sfarfallosi. 
Le mie gatte sono venute a farci compagnia, poi abbiamo fatto la sfilata dei vari gatti e cani della classe, fino a quel momento vagamente intravisti ma stavolta presentati in pompa magna, con grandissimo sdilinquimento da parte mia. Un ragazzo mi ha anche presentato il suo animale domestico preferito, che era il fratello gemello, qualche genitore è passato a salutare cantandomi le lodi del loro cane, qualcuno ha presentato un paio di battute assolutamente idiote raccattate su TikTok, io ho risposto con un paio di battute altrettanto idiote, vecchia memoria dell'ultimo anno del liceo**, poi siamo passati agli indovinelli e ai programmi per l'estate. Purtroppo mancavano le patatine, i cornetti al mais e i gavettoni, ma si sa che la Didattica a Distanza ha i suoi limiti, come noi insegnanti non manchiamo mai di ricordare a quegli storditi del Ministero dell'Istruzione ormai da più di tre mesi.
Alla fine gli ho fatto un breve fervorino spiegando che erano stati tutti molto buoni&bravi nel corso dei nostri mesi telematici e come unico compito delle vacanze gli ho dato di ascoltare quando gli capitava i notiziari che parlavano di paesi extraeuropei, per vedere di entrare in quell'ordine di idee; poi io e il Sostegno ci siamo defilati lasciandoli da soli a salutarsi in libertà. A scuola si sono sempre molto raccomandati che non li lasciassimo mai da soli in rete nemmeno per un secondo perché potevano avviare pericolose azioni di bullismo e di molestie, ma l'atmosfera mi sembrava sull'amichevole andante, e poi volendo possono molestarsi a volontà anche su What'sUp. Quanto alle gatte, erano scappate in giardino già da un pezzo. Ogni tanto passavo a sbirciare discretamente - a telecamera chiusa - e quando ho trovato la classe deserta, una quarantina di minuti dopo, ho chiuso l'incontro.

Mezz'ora dopo si è scatenata l'ennesima tempesta da bicchier d'acqua legata alla compilazione dei giudizi della Prima Asserpentata, mangiandosi una buona parte del restante pomeriggio.
L'anno scolastico infatti non è ancora finito. Evviva l'Anno Scolastico.

* e immagino che tanto splendore in Seconda ce lo faranno scontare in Terza, visto che la Natura ha le sue esigenze; ma insomma morderemo quel serpente quando arriverà.

** naturalmente ne ho collezionate molte anche dopo, ma al momento mi son venute in mente quelle.