Terminate le lezioni di scuola, le scolaresche di St. Mary Mead affrontano il periglioso cammino che li porterà a casa
L'uscita di cui andrò a parlare non è quella didattica, dove si portano gli alunni a vedere musei e monumenti o a partecipare ai Giochi della Vallata, bensì l'inevitabile uscita dalla scuola che ogni alunno è pur costretto a fare alla fine delle lezioni, sempreché non voglia passare la notte nell'edificio scolastico con grande incomodo suo, della famiglia e di tutto il personale docente e non docente.
Ordunque, nei miei primi anni di insegnamento funzionava che, al suono della campanella, i ragazzi uscivano. A volte il regolamento delle scuole ci chiedeva di accompagnarli fino al portone o financo al cancello, a volte bastava un "Buona giornata, ragazzi" e restavi in classe a rimettere a posto i libri nella borsa. Nulla di che.
Anche il primo anno in cui ho insegnato a St. Mary Mead vigeva questa sana e rispettabile consuetudine.
Il secondo anno, al termine del primo Collegio Docenti, il Vecchio Preside chiacchierò del più e del meno per un paio d'ore MA proprio alla fine dell'incontro fece scivolare con noncagance che a partire da quell'anno gli alunni andavano consegnati ai genitori "come si fa alle elementari".
Il Collegio, ormai in piena fase di cazzeggio-da-fine-lavori si fece di colpo attentissimo e insorse come una sola tigre. E quando mai, e perché, e che diavolo stava succedendo, e assolutamente no!
Il VecchioPreside ci congedò in fretta e furia e scappò. Molti capannelli di rivolta si riunirono, poi la palla fu lasciata allo stuolo di vicepresidi di cui la scuola all'epoca era dotata e tutti tornammo a casa, ribollendo sommessamente.
Il Vecchio Preside fu assediato, tampinato, perseguitato e tormentato in tutti i modi, ma non voleva sentir ragioni. Alla fine però, dopo che anche i genitori, convocati in apposita riunione, avevano apertamente dichiarato il loro scontento, ripiegò sull'inizialmente respinta proposta della liberatoria.
Cotal liberatoria è un foglietto di carta dove il genitore scrive che autorizza la sua prole a tornarsene a casa da sola. Inizialmente il Vecchio Preside ci aveva spiegato che quel tipo di foglietti (di cui molte scuole medie si dotano all'inizio dell'anno) erano perfettamente inutili. Ciò risultò essere vero: lunghe analisi e spogli legislativi, una riunione appositamente convocata con i sindacati e consulti con avvocati vari ci trasformarono tutti in esperti legulei sull'argomento. Scoprimmo così che le tanto rinomate "liberatorie" non liberavano in realtà alcuno da veruna responsabilità, e che un genitore che si ritrovasse il figlio danneggiato durante il ritorno a casa dalla scuola poteva far causa (e, sembra, perfino vincerla) per quante liberatorie avesse firmato. Scoprimmo che la legge in realtà non era chiara (la legge non è mai chiara, quando si tratta di scuola). Scoprimmo infine che il discrimine erano i quattordici anni: gli ante-quattordicenni infatti andavano badati come rose di serra, mentre i post quattordicenni potevano girare in motorino, avere rapporti sessuali e tornare a casa da soli da scuola (l'accostamento di queste tre cose lasciò tutti un po' perplessi, ricordo; anche perché tutti noi, alle medie, tornavamo a casa senza accompagnatore ma all'epoca non guidavamo motorini né, a parte casi non troppo frequenti, ci intrattenevamo in rapporti sessuali - e del resto, secondo la legge, non avendo compiuto i quattordici anni non avevamo diritto di fare né l'una né l'altra cosa).
Quel che non riuscimmo invece a capire, per quanto ci provassimo, fu che tarantola avesse morso il nostro Vecchio Preside, che fino a quel momento si era distinto per un certo rude e pragmatico buon senso: si vociferava di un incidente in un qualche comune dei dintorni nel quale un ragazzo che era stato investito da un pullman della scuola sul piazzale della scuola e per la sua morte erano stati condannati autista, preside e insegnante - ma erano voci talmente vaghe che non sembrava fosse da farci più affidamento che sulla storia dei coccodrilli che escono fuori dallo scarico della doccia. Il Vecchio Preside si rifiutò di dare spiegazioni, disse che la legge era così e basta.
A dire il vero la legge non era proprio così: perché c'era da considerare che l'orario dei docenti era vincolato e nessuno di noi era tenuto a regalare allo Stato quei minuti in più di babysitteraggio. A quei tempi a St. Mary Mead la scuola era sempre aperta fino alle 18.00 e a volte fino alle 22.00 e gli insegnanti vivevano e si accampavano a scuola per preparare le più strane e varie attività, ma nessuno di noi sentiva in sé la benché minima disponibilità ad aspettare due minuti i genitori all'uscita: per chi stava lontano c'erano i pulmini, per chi stava vicino c'erano i piedi e da sempre i ragazzi andavano a scuola e tornavano da scuola in gruppetti più o meno chiassosi. Se poi qualcuno voleva venire di persona a prendere la prole, padronissimo, ma la scuola che c'entrava?
"Certo, un tempo c'erano meno pericoli" mormorava qualcuno "Per esempio i pedofili...".
Ma in verità a St. Mary Mead, per quel che si sapeva, i pedofili scarseggiavano e il traffico era assai contenuto, certo più contenuto di quello che a suo tempo io e miei compagni affrontavamo nelle vie fiorentine per ritornare alla nostra magione, senza avere mai subito danno alcuno (in compenso qualche pedofilo c'era anche allorta, e infatti i nostri genitori ci raccomandavano sempre di non accettare caramelle da sconosciuti).
Tornando ancora più indietro nel tempo, quando i grembiulini erano bianchi e i fanciulli non erano ancora stati rovinati dall'educazione permissiva, i primi alunni di mia madre, quando insegnava alle elementari in campagna, agli inizi degli anni '50, si facevano a volte anche un paio di chilometri a piedi tra i boschi, in totale assenza di pulmini - e mia madre ammise più volte che trovava la cosa piuttosto rischiosa. D'altra parte, cos'altro potevano fare le famiglie a quei tempi se non mandarli da soli e sperare che non succedesse niente (e di solito, in effetti, non succedeva niente)?
Nel gran tumulto della Sala Insegnanti la prof. Marzapane sintetizzò più volte la questione con la formula Se continuiamo a badarli in questo modo questi ragazzi ci diventano scemi! e la trovai una sintesi tanto efficace quanto sensata.
Alla fine comunque il Vecchio Preside per sopravvivere dovette ripiegare sulla liberatoria e così ogni classe raccolse il suo bel mazzetto di liberatorie, che conservò nell'apposito raccoglitore delle autorizzazioni, caso mai un giorno ci fosse servita un po' di carta per fare il branzino in cartoccio. Ogni classe si vide anche recapitare una circolare che conteneva una spassosa raccolta di consigli su come tornare a casa in sicurezza, con richiesta ai coordinatori di leggerla ad alta voce con opportuni commenti.
Beh, quanto ai commenti, io e la classe dei Baronetti Inglesi non ci facemmo mancare nulla; del resto, accorati inviti a rispettare i semafori e a tenersi lontani dai pozzi in un paesello dove non c'era un semaforo che fosse uno, e di pozzi men che meno, quale altra accoglienza potevano avere?
(Da notare che il Vecchio Preside era nato e cresciuto a St. Mary Mead e veniva regolarmente a trovare i suoi genitori che ivi abitavano, e dunque era perfettamente a conoscenza della totale assenza di semafori e pozzi nel paese. La circolare comunque valeva anche per gli altri plessi - dove magari c'erano semafori, anche se probabilmente i pozzi incustoditi non dovevano essere poi molto numerosi).
L'anno seguente arrivò il Nuovo Preside, che nel corso dell'anno non si distinse né per buon senso né per alcuna attitudine dirigenziale, ma che sulla questione delle uscite dopo le lezioni diede senz'altro il peggio di sé (e aveva molto da dare).
Esordì anche lui spiegando che i ragazzi andavano consegnati ai genitori, che le liberatorie non le voleva perché non avevano valore legale eccetera. Il problema fu che persistette in cotal deplorevole atteggiamento ben dopo tutte le doverose levate di scudi di insegnanti e genitori; e in effetti una cosa andava riconosciuta, a quell'uomo: non era di quei dirigenti che se ne fregava di quel che dicevano gli insegnanti ma si appiattiva a pelle d'orso davanti ai genitori; nossignori, lui, con grande equanimità, se ne sbatteva alla grande delle richieste dei genitori esattamente quanto di quelle dei docenti. Restava il fatto che per i genitori si trattava di una questione di sopravvivenza, e assai compattamente questi signori dimostrarono che, se lui se ne fregava di loro, loro dal conto proprio erano in grado di fregarsene altrettanto di quel che diceva lui.
Vennero coinvolti uno stuolo di avvocati e consulenti legali e non so che altro. Alla fine il Nuovo Preside sembrò cedere e accettare, in cambio della firma e sottoscrizione di una complicatissima liberatoria, il sospirato ritorno a casa dei ragazzi. Così pareva, così aveva capito il VicePreside.
Così però non risultò ai primi Consigli di Classe, dove il Nuovo Preside si rimangiò tutto e fece una grandissima piazzata sia ai genitori che al VicePreside. Gli sventurati insegnanti che erano presenti assicurano essersi trattato di scena mirabile, nel senso di "degna di essere vista". Cosa invece pensassero i genitori invece non lo so né voglio saperlo, ma sospetto che non fosse nulla di lusinghiero verso le istituzioni scolastiche.
Nel frattempo, di settimana in settimana il momento in cui tutti noi avremmo dovuto consegnare ad uno ad uno i picoli e implumi (e offesissimi: "Cosa crede il Preside che non siam buoni a tornare a casa da soli?!?") boccioli ai genitori veniva posticipato, presumibilmente in attesa di un accordo (perché serviva un accordo, se lui aveva sempre dichiarato che non era questione di trovare un accordo, bensì era così e basta? Non lo so, star dietro ai ragionamenti di quello strano essere era davvero difficile e l'unico che ci riusciva, ma solo talvolta, era il VicePreside, che tra l'altro si stava stufando di prendersi scenate sia da lui che da noi che dai genitori).
Infine il Nuovo Preside ebbe una pensata che gli sembrò assai astuta, e fece consegnare ai vari VicePreside una lettera scritta a mano e non protocollata, da fotocopiare e mettere nel registro di classe, dov'era scritto:
Ai signori Docenti si raccomanderà il "buon senso" nel disporre le uscite dalla scuola per ragazzi che abitano nelle immediate vicinanze e che percorrono un tratto di strada "sicuro".
seguiva firma.
Quando la lessi risi pazzamente, anche se in verità c'erano tutti gli elementi per piangere per lo sconforto, considerando che quell'uomo riceveva regolare stipendio per fare stronzate del genere.
In pratica, aveva deciso di passare la palla a noi, ed era convinto con quello di essersi tolto da ogni responsabilità, sicuro com'era che in caso di incidente la responsabilità sarebbe ricaduta su di noi.
In realtà, se ci fosse stato un incidente e quel documento fosse saltato fuori gli avrebbe portato problemi piuttosto seri, perché nessun docente aveva alcun tipo di qualifica o competenza per stabilire se un percorso era "sicuro" o meno, e soprattutto se lo era tutti i giorni e in tutti i momenti in cui gli alunni lo avrebbero percorso; quanto al "buon senso", che è quella cosa che è stata distribuita con grande equanimità perché tutti sono convinti di averne in misura abbondante, non era e non poteva essere un criterio legale. Il sindacalista cui venne portato a leggere si divertì molto non solo all'idea del buon senso, ma ancor di più del buon senso tra virgolette, nuova categoria giuridica in base alla quale valutare la pericolosità o meno di un itinerario.
Ad ogni modo, per quanto la situazione di per sé fosse divertente, io non volevo grane.
Così feci una fotocopia per ogni alunno della classe che coordinavo, con l'incarico di consegnarla alla famiglia, e dettai la seguente nota sul diario:
Il Consiglio di Classe della Terza X non ha competenze adeguate ad esprimere una valutazione sugli itinerari percorsi dagli alunni. Nutre tuttavia la massima fiducia nel buon senso degli alunni e dei genitori e si rimette in tutto e per tutto alle loro decisioni
da riportare il giorno dopo firmata.
Non era un tentativo di scaricarci dalle responsabilità mediante un ennesima liberatoria, ma solo un modo per metterli al corrente della situazione - quanto a capire in che mani eravamo, l'avevano capito tutti già da tempo.
Il giorno dopo tutti avevano la loro nota firmata. Uno dei rappresentanti di classe però alla firma aggiunse Vi ringraziamo per la comprensione, cosa che mi piacque molto e che non mancai di riferire ai colleghi.
Da notare che, in base all'ineffabile legge, la scuola è responsabile degli eventuali incidenti durante il ritorno a casa da scuola ma non lo è per eventuali incidenti che avvengano andando a scuola, né si riesce a capire perché, se durante il tragitto di andata la responsabilità è della famiglia, non possa esserlo altrettanto quando i ragazzi percorrono lo stesso tratto di strada nella direzione inversa, da scuola verso casa.
Resta il fatto che le scuole continuano a far firmare liberatorie sempre più elaborate ma tutte parimenti inutili nella vana speranza di tutelarsi, e gli stessi undicenni che sono ufficialmente in grado di venire a scuola a piedi dovrebbero in teoria essere consegnati a un adulto della famiglia per affrontare il ritorno, né a nessuno viene in mente di rimediare il problema alla base, intervenendo sulla legge, e lo spettro della Terribile Richiesta di Indennizzo per Danni incombe ormai fissa sulle scuole, né vi è modo di liberarsene.
E tutto ciò è singolarmente stupido, oltre che lesivo verso gli interessi dei ragazzi, per i quali il Diritto al Ritorno a Casa Autonomo da Scuola andrebbe sancito come diritto primario nelle varie carte internazionali a tutela dei fanciulli.





