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venerdì 1 ottobre 2021

Il mio migliore amico è fascista - Takoua ben Mohamed


Per una serie di circostanze casuali sono finita a una presentazione di questo libro, al seguito di un'amica. Non avevo mai sentito nominare l'autrice, in quel momento ero piuttosto disinteressata ai problemi di integrazione degli stranieri in Italia e i miei pensieri erano rivolti soprattutto alla gustosa cenetta che mi aspettava una volta finita la mia marchetta di accompagnamento.
L'autrice comunque è una bella ragazza vivace e parla molto bene in pubblico. Sta di fatto che poco dopo ho preso il volume a una ragazzina che stava seduta (con doveroso distanziamento) nella sala piena quanto lo consentivano le leggi spartane di questo disgraziato periodo e gli ho dato una scorsa, non senza notare per prima cosa che l'editore era Rizzoli, ovvero un Grande Editore, e che la fanciulla che l'aveva disegnato e scritto era alla sua quarta pubblicazione e tanto fanciulla ormai non era più, avendo ormai trent'anni.
Via via che la ragazza parlava e che sbirciavo le tavole nel mio cuore di bibliotecaria si è fatta strada una certezza: dovevo procurarmi subito quel libro. All'istante e senza indugio.
Così ho guardato il sacchetto dei Fondi Neri, ovvero quei soldi in più che talvolta i genitori facevano scivolare nell'incasso della Mostra del Libro dicendo con un bel sorriso "Tenga pure il resto, tanto sono soldi per la biblioteca, giusto?". E io assentivo e mettevo in una scatolina a parte, usandoli per acquistare qualche libro usato che incrociavo ai mercatini delle varie sagre della ranocchia fritta o del cinghiale arrosto. Ahimé, dall'ultima Mostra del Libro sono passati ormai quasi tre anni, ma in compenso è stato un periodo in cui le sagre di paese si sono fatte abbastanza desiderare e insomma mi restavano giusto sedici euro e mezzo, che comunque la scuola mi avrebbe restituito. E dunque sono scivolata giù nella libreria, ho acquistato il libro e me lo sono pure fatto firmare con tanto di disegnino decorativo e di saluti agli alunni della media di St. Mary Mead.
Per una scuola media questo libro è assolutamente perfetto (anche se può funzionare bene anche per l'ultimo biennio delle elementari e almeno per il primo delle superiori), ma per un insegnante a caccia di spunti per Educazione Civica è praticamente una miniera d'oro.
C'è assolutamente tutto, e il fatto che questo "tutto" sia ricavato da una storia vera (e invero assai credibile) rende la miniera ancora più redditizia.

L'autrice racconta il suo primo anno alle superiori - un anno molto delicato per tutti gli adolescenti. Ma, oltre che adolescente, lei è immigrata e tunisina, e giusto per complicarsi un po' la vita ha deciso di portare il velo - non per imposizione della famiglia, ma perché le va.
"Non sono riuscita a capire il tuo rapporto con il velo" ha ammesso una delle insegnanti che presentava il libro, centrando senza saperlo il nucleo della questione: per tutto il libro la protagonista si ritrova circondata di adulti che vedono in lei una tunisina, una immigrata, una potenziale terrorista, una fanciulla oppressa dalla cultura maschilista e retrograda dei paesi arabi, una studentessa scontrosa e malmostosa, ma sempre dimenticando di avere a che fare prima di tutto con una adolescente a caccia di identità - come ogni bravo adolescente che si rispetti.
Perché una donna sana di mente dovrebbe portare il velo, se non perché costretta da una famiglia oppressiva o da imam rompiscatole e invadenti?
E perché un adolescente sano di mente dovrebbe starsene col berretto in classe, pur sapendo benissimo che la maggior parte dei professori dà in escandescenze e considera il berretto in classe una inqualificabile mancanza di rispetto?
Pur non dando in alcuna escandescenza, perché un alunno col berretto in classe per me è solo un alunno che gli va di portare il berretto in classe e allora se lo porti pure e buon pro gli faccia, anch'io mi sono posta questa domanda. 
La mia risposta è stata "Perché gli va". Sarà un segno di riconoscimento, sarà un modo per distinguersi, sarà una coperta di Linus, sarà quel che gli pare.
Per una tunisina immagino possa anche avere un aspetto da madaleinette - un modo per ricordare il suo paese. Chissà. Forse. In fondo, è solo un pezzo di stoffa, e a un pezzo di stoffa ci puoi attaccare quello che ti pare. E, ancora più in fondo, la cosa dovrebbe riguardare solo lei. Gli oggetti, i simboli e le appartenenze sono robe strane di per sé, ma a quell'età diventano una palude inconoscibile agli occhi stessi di chi si impaluda. Si sceglie qualcosa per vedere come ci sta, per vedere di nascosto l'effetto che fa, per distinguerci, per confonderci nel mucchio, per il piacere di scartarlo una settimana dopo, perché tutti ci dicono che non va bene e non è adatto a noi e per almeno altri duecento motivi, talvolta incomprensibili prima di tutto a noi (e tra i quali il piacere del gioco occupa un ruolo non del tutto irrilevante, secondo me).
E di fatto anche l'amico fascista che dà il titolo al libro si è scelto il ruolo di fascista per motivi che con i sistemi politici del secolo scorso hanno ben poco a che vedere.

In meno di 300 tavole - perché si tratta di una graphic novel, di quelle disegnate con uno stile dall'apparenza assai semplice e che scorrono velocissime alla lettura - c'è posto per la questione del velo e del terrorismo islamico, per tutti gli stereotipi che i poveri immigrati inconsapevoli (ovvero quelli che sono arrivati in Italia troppo piccoli per capire che stavano emigrando) si trovano addosso,  per il femminismo, per un piccolo episodio di cyberbullismo che precorre i tempi, per gli inevitabili problemi scolastici di chi non studia un accidente e nemmeno sta a sentire i professori perché è molto offeso con loro e ha una sola materia preferitissima dove va molto bene, per le amicizie con l'uno e con l'altro sesso, per una tipica famiglia mediterranea ricca di affetto e di comprensione (ma che evita di intromettersi troppo) e per una carrellata di professori che chiunque sarebbe lietissimo di non avere nel Consiglio di Classe (ma chissà se erano davvero così insopportabili? Gli occhi dell'Alunno/a a volte sono davvero spietati) oltre che, naturalmente, per i problemi di abbigliamento, nonché per le infinite dissonanze che attraversano la vita di chi appartiene a due culture diverse. Il menù è ricco e ben assortito, e ci si può pescare all'infinito.

Dedico questo post al Venerdì del Libro di Homemademamma che è ritornato in sordina, e forse c'è ancora e forse no, chissà; e consiglio il libro per qualsiasi biblioteca scolastica e per chiunque graviti nel mondo della scuola. Magari può interessare anche altre persone, non so - ma certo per la scuola è assolutamente perfetto.

venerdì 25 giugno 2021

Piccoli uomini - Louise May Alcott



In tutta onestà, se dovessi fare un elenco dei miei libri preferiti questo non ci sarebbe. Tuttavia leggerlo è stato interessante sotto diversi aspetti, primo fra tutti per la sua notevole modernità didattica. Inoltre, facendo parte del  ciclo di Piccole donne è un classico per luce riflessa, senza contare che ha la sua brava parte di fan (alcuni lo ritengono anzi superiore al primo), anche se in rete non si trova molto in italiano, e persino la voce di  Wikipedia è piuttosto stringata.

Primo punto: più che un romanzo è un trattato sull'educazione, per ammissione della stessa autrice che dichiara che "questo libro non segue una vera e propria trama ed è, più che un romanzo, il resoconto di quel che succede nella scuola di Plumfield".  
E allora cominciamo spiegando cos'è la scuola di Plumfield, che magari non è mai esistita esattamente in quei termini, ma ha basi più reali di molte delle scuole narrate in letteratura.
Louise Alcott non ha mai gestito una scuola, ma era figlia di un insegnante decisamente molto avanti rispetto ai suoi tempi (e che per questo motivo passò la sua brava parte di guai) e frequentava gran copia di educatori e filosofi decisamente all'avanguardia.
La scuola gestita da Jo March e dal suo consorte, il professor Baher, non poteva quindi essere una scuola ordinaria.
Si tratta prima di tutto di una scuola altamente inclusiva: nel carnet di presentazione dei primi alunni troviamo un ragazzo che, a causa di quelle che un tempo venivano chiamate "febbri cerebrali" da intelligente è diventato idiota e un altro con una malformazione alla spina dorsale (di quelli che un tempo erano chiamati "gobbi"), e il nuovo alunno, introdotto nel primo capitolo, è disperatamente povero e viene da quello che oggi nelle relazioni scolastiche definiamo "un contesto socio-culturale degradato": in pratica, un trovatello che vive (male) suonando il violino per strada e dormendo in una cantina umida e fredda, dove si è ammalato di una brutta tosse che la malnutrizione ha contribuito a peggiorare. Più avanti, a rimorchio del trovatello, che se non altro nei primi anni della sua vita ha ricevuto un po' di educazione, anche se ben poca istruzione a parte quella musicale, arriva un altro trovatello, con alle spalle una infanzia ancor più disastrata. Per entrambi paga Laurie Lawrence, promosso per l'occasione da Reagente a Mecenate. Più avanti ancora arriverà una ulteriore orfanella dotata di un carattere piuttosto irruento, nota nella zona come "Nan la monella". Ma naturalmente i problemi possono arrivare anche con alunni all'apparenza normalissimi - e del resto, già intendersi sul concetto di normalità, in particolare se applicato a un ragazzino in età scolare, non è affatto semplice.
Che dire della disciplina? In realtà c'è, ma è una disciplina à la March, basata soprattutto sull'autocontrollo e la condivisione dei valori - il sogno della didattica moderna, insomma.
Cioè no, non del tutto: ad esempio sono previste anche zone franche, dove i ragazzi hanno l'esplicito permesso di scatenarsi - un accorgimento prezioso che vorrei tanto fosse a nostra disposizione anche nella moderna scuola, che vive nel terrore di incidenti, traumi (fisici), incidenti mortali e simili e per la quale, ahimé, il nobile principio improntato al migliore buon senso e citato nelle prime pagine risulta del tutto improponibile:
"Insomma come si fa a non concedere un po' di tempo libero in cui possano gridare, scatenarsi e combinarne di cotte e di crude come pare a loro?" osserva saviamente Jo durante una di queste zone franche, mentre intorno a lei i ragazzi si prendono festosamente a cuscinate e cavalcano i corrimano delle scale facendo un baccano fuor dall'umano.
Giusto, come si fa? Purtroppo sembra che oggi ci si riesca benissimo - ma non per questo scansiamo incidenti e traumi (fisici) vari; in compenso ci lamentiamo molto per le classi che, chissà perché, risultano spesso piuttosto irrequiete.

Quindi, una scuola che rientra nel ramo permissivo, dove fruste e bacchette sono del tutto fuor di questione: l'unica volta che infatti viene presa in mano la frusta si ha cura di notare come fosse coperta da uno spesso strato di polvere - e detta frusta non viene usata dall'insegnante sull'alunno bensì...dall'alunno sull'insegnante, in un passo didatticamente davvero geniale. Le sanzioni sono quindi del tutto non-violente (per gli alunni) e accuratamente motivate al diretto interessato.
E' poi una scuola con programmazione individuale: al momento del saggio di fine anno infatti chi sa scrivere scrive, in modo assolutamente personalizzato, ma chi non sa ancora scrivere perché è troppo piccolo se la sbriga in altra maniera, per esempio con una esposizione orale.
Una scuola molto laboratoriale: nel corso del romanzo assistiamo all'allestimento di un museo di scienze naturali con ampia scelta di animali vivi e morti; gli alunni tengono i loro pet (no, non solo cani, gatti, tartarughe e topolame vario, ma anche vermi, cavalli, polli e quant'altro) e hanno ognuno un orto a disposizione da coltivare a loro piacimento - e qualcuno ci riesce e qualcuno no, e allora gli viene spiegato alla fine dell'anno dove e come abbia sbagliato, acciocché possa migliorare nell'anno successivo. C'è anche un corso di cucina (se ne occupano le ragazze. Evvabbé). Inoltre viene incoraggiato lo spirito imprenditoriale, consentendo ai ragazzi di organizzare piccoli commerci di animali, piante, uova e altro.
Oltre alle ordinarie lezioni, ha grande importanza anche l'apprendimento tra pari in varie forme, e all'insegnamento partecipano anche giardiniere, cuoca e personale domestico in generale.
E si fa molto esercizio fisico, di tutti i tipi: non solo Scivolata sul Corrimano, Arrampicata sugli Alberi e Lotta con i Cuscini, ma anche tante altre tipi di sport.
Scuole di quel tipo esistevano e sono esistite anche in seguito, e sono sempre state scuole di nicchia - ma gli alunni che le hanno frequentate e le frequentano di solito le apprezzano assai e ne ricevono una preparazione assai completa. Naturalmente sono molto complicate da gestire, ed è per questo che sono piuttosto rare. Piazzare tutti i ragazzi in una stanza fornita di banchi e limitarsi a interrogarli è senz'altro più pratico per chi ci lavora, anche se meno stimolante. Inoltre, funzionano solo con numeri piuttosto ridotti, e va pur riconosciuto che le Grandi Scuole hanno qualcosa di rassicurante per molti, se non per tutti.

Sul piano educativo dunque è un libro molto interessante. Come romanzo però mi attento a dire che si è visto di molto meglio, anche nel resto della produzione della Alcott.
Abbiamo un ottimo primo capitolo, quando arriva il Violinista Randagio, e un eccellente capitolo intitolato "Damone e Pizia" (ma pare che il vero nome dei protagonisti della leggenda  fosse Damone e Finzia) sul valore dell'amicizia, che ripercorre molto bene le dinamiche interne di un gruppo di ragazzi in quelle circostanze. Poi c'è un bel gruppetto di storie e storielline che l'autrice assicura essere prese di peso dalla vita reale, e non vi è motivo di dubitarne. Tuttavia la narrazione nel suo insieme non è delle più avvincenti e anche se una trama in qualche modo c'è, o meglio anche se alcun i dei protagonisti seguono un loro percorso, non è una di quelle letture che mi ha spinto a tenere la luce accesa più del dovuto per andare avanti. E va anche detto che quella bellissima cosa che si chiama sintesi non sempre brilla per la sua presenza e insomma il brodo a tratti non è dei più sostanziosi.
Insomma, in certi punti mi sono proprio annoiata.
Alla fine del libro comunque, oltre ad avere individuato alcuni commercianti in erba, sappiamo che tre dei protagonisti hanno già individuato chiaramente la loro strada: il Violinista Randagio è, appunto, vocato al violino; il suo amico ancor più randagio è decisamente vocato allo studio delle scienze naturali, cui è stato instradato da tale Mr. Hyde (che immagino sia un alter ego di Henry Thoreau); e infine la monella Nan, fermamente decisa a studiare medicina (con l'appoggio di Jo).

In ultimo, una curiosità letteraria: verso la fine del libro spunta dal nulla un capitolo intitolato "John Brooke". Niente di strano, all'apparenza, visto che John Brooke è il marito della sorella maggiore di Jo, e anche il padre di due dei bambini di Plumfield. In questo capitolo John Brooke muore, dopo brevissima malattia, e ne viene tessuto un lunghissimo elogio funebre (che è anche una delle parti più scialbe del romanzo) dove, tra le altre cose, si racconta come il signor Baher aveva perduto con John Brooke un amico e un fratello insostituibili anche se nelle uniche due occasioni in cui li abbiamo visti insieme, i due non scambiano una parola che sia una.
Molto perplessa, dal momento che tale morte non incide minimamente sulla trama, sono andata a controllare; e ho scoperto che il vero John Brooke è morto nel 1870, dopo dieci anni di matrimonio - un dettaglio che viene ripetuto più volte durante quel micidiale capitolo. Sembra anzi che l'intero romanzo sia stato scritto proprio per provvedere alla sorella ormai vedova e con figli a carico.
In tutti i casi, oltre che di una noia mortale, quel capitolo contraddice il romanzo precedente: dove dieci anni dopo il matrimonio con Meg, John Brook gode ancora ottima salute, e anzi  ben due anni dopo la sua morte se ne stava a Plumfield a giocare a cricket con i ragazzi senza mostrare alcun segno di malessere fisico, nel capitolo finale.

Come ci ricorda Wikipedia, il romanzo ha avuto ben due adattamenti cinematografici e pure una serie televisiva di 26 puntate, ma anche un anime in 26 puntate che da noi è stato titolato Una classe di monelli per Jo ma l cui titolo originale era La piccola donna Nan e l'insegnante Jo dove la vicenda è incentrata appunto su Nan e su quella specie di passaggio di testimone tra lei e Jo accennato anche nei libri.

Con questo post partecipo in pectore al Venerdì del Libro di Homemademamma che da un paio di settimane latita e, come sempre, auguro piacevoli letture a tutti.

venerdì 29 maggio 2020

Portami il diario. La mia scuola e altri disastri - Valentina Petri


Quando aprii il blog eravamo un bel gruppetto di insegnanti, soprattutto delle medie, in gran parte di Lettere, che ci rimbalzavamo racconti, esperienze e commenti. I miei punti di riferimento erano LaProf, da qualche anno scomparsa senza lasciare recapito, La Noisette, riaffacciata da poco in occasione della malefica Didattica a Distanza e Milady.
Milady teneva un salotto, ora scomparso dalla rete ma di cui si trova ancora traccia navigando con ostinazione. Raccontava un precariato abbastanza avventuroso e classi abbastanza feroci. Dal mio tranquillo paesello di campagna seguivo con grande interesse le sue avventure, intervallate da spassose trame di opere liriche e spiccioli di vita quotidiana: era una Milady di frequentazioni d'artagnane e suo marito, ovviamente, si chiamava Athos.
Poi anche Milady (come La Noisette) dirazzò e passò alle superiori, nel complesso e faticoso mondo degli istituti tecnici, dove l'insegnante di Lettere deve guadagnarsi la vita e soprattutto l'attenzione delle classi frusto a frusto, senza che niente le sia garantito per contratto. Continuò ad allietarci con i suoi racconti ed era chiaro che in mezzo a quella bolgia ci stava come un topo nel formaggio.
Poi un bel giorno migrò su Facebook, lasciandoci il recapito (che è tuttora sul mio blogroll, colonna a destra, se voleste servirvi).
Misi subito il Like di rigore e continuai così a seguire le sue avventure scolastiche, dalle quali ahimé Athos era scomparso, così come l'Erede, ovvero la graziosa fanciullina nata da sì letterario connubio: e non c'erano più nemmeno le opere liriche, anche se sembra che adesso la signora stia seriamente pensando di aprire una rubrica a loro dedicata.
Su Facebook la non più Milady, ormai Portami il diario fece un salto non tanto di qualità (che era già altissima) bensì di pubblico, e da blogger di nicchia - una nicchia ben nutrita, comunque - passò, in crescita esponenziale, a contare i  lettori in decine di migliaia. Così a qualcuno che lavorava a Il Fatto Quotidiano venne in mente di contattarla e adesso l'ex-Milady tiene una brillante rubrica dedicata alla scuola, che si contraddistingue per la vivacità e la pertinenza dei suoi articoli e per la balordaggine assoluta dei commenti che raccoglie (e per una volta Facebook batte la carta stampata 30 a 0, perché lì i commenti sono molto sennati oltre che divertiti).

Poco dopo Portami il diario venne contattata anche da qualcuno che lavorava alla Rizzoli e furono presi accordi per un romanzo. Che cosa mai poteva andare storto?
Nel romanzo niente, certo; ma questo è un anno, come dire, con caratteristiche molto particolari; e così il primo romanzo di Portami il diario (che nel frattempo aveva ripreso la sua legittima identità di Valentina Petri) sarebbe dovuto uscire in quel di Marzo ed essere presentato al pubblico in librerie ed eventi vari ma l'uscita è stata rimandata di due mesi causa totale chiusura delle librerie e blocco delle rotative, ed è stato pubblicizzato con una serie di Presentazioni a Distanza rigorosamente prive di contatto umano*. Nonostante questo le vendite non devono essere andate malissimo, perché a una settimana dall'uscita era già in ristampa.
Un sospetto in merito mi era già venuto quando avevo chiamato in libreria al secondo giorno dall'uscita per chiedere che me lo procurassero.
"Ce l'abbiamo, puoi venirlo subito a prendere" aveva detto la libraia festosa "Vado a mettertelo da parte".
È poi tornata spiegando che ce l'avevano, sì, ma poi lo avevano anche venduto e quindi non lo avevano più e dovevo ripassare a settimana nuova quando ne avrebbero ricevuto nuove copie.
Così ho fatto, e adesso mi accingo a dare il mio minuscolo contributo per incrementare le vendite della ristampa presentandolo al Venerdì del Libro di Homemademamma - vendite che, nonostante il mio apporto, sembrano comunque destinate ad andare piuttosto bene. 

Il libro costa 18.00 euro, un prezzo tutto sommato accettabile per 400 e passa pagine discretamente fitte. Sulla copertina sorvolo pietosamente, ma so che a qualcuno è piaciuta - e naturalmente richiama le copertine del Diario di una schiappa
Personalmente la trovo angosciosa - al contrario del libro che è molto solare.
La Rizzoli però poteva ben degnarsi di mettere un indice, in cambio di diciotto euro, visto che il romanzo è diviso in capitoletti, molti e numerati, ognuno con il suo bravo titolo, e spartito per mesi. 
Perché un romanzo ambientato a scuola nel corso di un anno scolastico, chiaramente, va diviso per mesi. Come potrebbe essere altrimenti?

Quanto alla trama, si racconta in fretta. Il libro è ambientato a scuola e parla di scuola, la protagonista è una giovane insegnante che racconta il suo primo anno in un tumultuoso istituto tecnico e che stabilisce con le sue varie classi un rapporto tutto sommato positivo dove la sindrome di Stoccolma gioca un bel ruolo. Parte dell'intreccio è dedicato anche alla rappresentazione di uno Shakespeare assai alternativo: no, non un dramma di Shakespeare, bensì tre storie di Shakespeare frullate insieme fino a tirarne fuori un lieto fine. Il copione della commedia è poi fornito in una sorta di appendice e già da solo vale il prezzo del libro; giusto per dire che non è un obbligo mettere sempre in scena i Promessi Sposi, si può anche cercare qualcos'altro.
La non-storia è scritta nel classico stile di Milady, con un particolarissimo miscuglio di ironia e di realismo che ha sempre goduto di gran successo tra i suoi lettori e che personalmente mi ricorda un po' Pratchett (che per me è un grandissimo complimento, ma immagino che non significhi molto per chi non ha mai letto Pratchett). 
La protagonista però non è l'insegnante, che racconta in prima persona quel che vede, e non sono nemmeno i ragazzi, quella meravigliosa schiera di pestiferi alunni uno più adorabile dell'altro, e che sono fotografati e riprodotti su lastra d'argento con una rara capacità nonché dotati di soprannomi altamente descrittivi quanto indimenticabili (ce li ricordiamo tutti, credo, i leggendari soprannomi di Milady. Molti blogger han tentato di imitarli, di solito con risultati su cui è cortese sorvolare. Davvero, dare un soprannome ad un alunno è un serio affare, non un passatempo per bagnanti oziosi).
La protagonista è la Scuola, ed è per questo che il romanzo è adorabile e può essere letto tutto di fila, o a ritroso, o a spizzichi e carotaggi o come accidente vi pare: perché la Scuola è sempre sé stessa, sempre immutabile e sempre in continuo cambiamento e cresce e muta aspetto ad ogni istante, come quelle figure mitologiche che danzano e sotto i loro piedi nasce e rinasce il mondo.
Esistono molti romanzi ambientati a scuola, per ragazzi e per adulti. Ce ne sono di didascalici, di avventurosi, di saccenti, di boriosi, di missionari. Quelli per ragazzi talvolta possono essere molto buoni**. Quelli per adulti di solito suonano falsi come la proverbiale moneta da tre euro perché sono molto preoccupati di dare un senso e di trasmettere un messaggio. La scuola è buona o cattiva? È repressiva o maestra di vita? Gli adulti sanno porsi come modelli o sono in realtà più cattivi degli scolari? Ma soprattutto, qual è il modo giusto di portare avanti il discorso?

Tutto ciò non ha il minimo senso nel momento in cui un essere umano di questa terra si pone in veste di docente davanti a un gruppo di altri esseri umani di questa terra, più giovani, radunati in un gruppo che per convenzione si chiama "classe" ma è in realtà una creatura vivente che contiene in sé molto più che la somma dei suoi componenti.
La società (il Potere, se preferiamo chiamarlo così) stabilisce che gli adulti abbiano determinate funzioni e insegnino una determinata quantità di cose (non sempre e soltanto nozioni, "cose" di vario tipo: metodi di lavoro, tecniche, criteri di giudizio); a questo scopo si elaborano infinite quantità di regole e linee guida e modalità, cercando di aggiornarle e migliorarle in continuazione, e si cerca di insegnarle agli insegnanti (che di solito scalpitano perché gli sembrano per lo più grandissime cazzate).
Poi, le cose vanno come gli pare. La scuola è una centrale atomica in continua ebollizione. La scuola è un processo alchemico di perenne trasformazione che a volte produce piombo, a volte oro, a volte quegli strani composti chimici che non sono né piombo né oro ma sono utilissimi per cose del tutto imprevedibili e che devono ancora essere inventate. La scuola va come gli pare, perché si tratta di qualcosa che è composto da esseri umani, ognuno dei quali funziona a modo suo; e questo vale sia per gli alunni che per gli insegnanti (ma sarebbe il caso di ricordare che il processo riguarda anche molti custodi e perfino qualche preside).

Siamo piene di storie in cui intrepidi e carismatici insegnanti affrontano con consumata abilità classi turbolente e intrattabili, instradandole sulla retta via, e risvegliano classi addormentate dalla noia riportandole a nuova vita; e parimenti abbondiamo di storie dove impavidi alunni affrontano valorosamente insegnanti crudeli sconfiggendoli lealmente e talvolta eroicamente oppure infondono nuova linfa ed entusiasmo in insegnanti disillusi e abbrutiti. Tutto ciò è molto gratificante da leggere o da veder raccontato su pellicola ma la scuola è un meccanismo molto più complicato di così - più un posto dove le pecore vanno rassomigliando ai pastori e i pastori alle pecore, per citare Barbalbero, in una continua interazione che non si sa mai dove va a finire e che a volte cambia direzione senza un apparente perché - anche se, naturalmente, un perché c'è sempre.
Valentina Petri ha scelto di raccontare quella scuola, perché è l'unica che conosce e che le sembra valga la pena di raccontare. Non ci sono ragazzi sbagliati da redimere, campioni da esaltare o modelli sociali da discutere, solo un vasto campionario di umanità a tratti decisamente incomprensibile e di cui è difficile capire l'esito a meno che tu non sia Dio nel suo massimo fulgore. Ma in quelle quattrocento e passa c'è la scuola vera, in tutta la sua disperante imprevedibilità e nella sua imprevedibile capacità di farsi male e guarirsi da sola.
In quelle pagine dove l'insegnante annusa la classe entrando e sa giù se potrà o non potrà fare la lezione che ha progettato, magari con qualche aggiustamento, o dovrà giocare carte completamente diverse; dove la classe ha reagito di malagrazia a una qualche proposta apparentemente allettante, e dopo averci sputato su per giorni e giorni conclude svolgendo un impeccabile lavoro; dove i Preziosi Insegnamenti scivolano giù dal lavandino senza lasciar traccia e altri - probabilmente altrettanto Preziosi ma serviti per caso, sbadatamente o senza un perché (anche se naturalmente, un perché c'è sempre) sortiscono effetti del tutto insperati, dove qualcosa produce frutti completamente diversi da quelli previsti, o dove un alunno lascia scivolare una frasetta casuale che fa capire all'insegnante che sta sbagliando tutto e che probabilmente avrebbe fatto meglio a non essere mai nato; dove seguiamo gli sviluppi di quelle bellissime iniziative avviate nel plauso corale, organizzate con ogni cura e dove circostanze impreviste conducono a disastri epocali (e lì davvero a volte non c'è un perché, solo una grandissima sfiga che come è risaputo ci vede benissimo); dove assistiamo a improvvise gratificazioni piovute assolutamente dal cielo senza un perché (e non starò a ripetere che naturalmente un perché c'è sempre, ma vai a capire qual è) - ecco, quelle pagine (più di quattrocento, insisto) sono scuola, nella sua più pura e incomprensibile realtà.
In conclusione, si tratta di un libro altamente consigliato a chi lavora nella scuola, a chi la frequenta, a chi con la scuola ha avuto a che fare almeno qualche volta nella sua vita ma anche a chi della scuola se ne frega nel più completo, totale e assoluto dei modi: un libro dove c'è molto da imparare ma anche parecchio da divertirsi.
Un libro, ahimé, che sarebbe stato davvero adatto ad essere letto nel corso della lunga e cupa quarantena appena passata. Ma funziona bene anche così.
Funziona bene comunque perché ci ricorda che il mondo è in continua costruzione e vivendo c'è sempre molto da imparare, a tutte le età.

*ne trovate in abbondanza a semplice ricerca, comunque sono tutte segnalate nella pagina di Facebook. Io non ho ancora avuto tempo di guardarne nemmeno mezza, ma conto di recuperare qualcosa nel ponte prossimo venturo, dove almeno la pianteranno di fissarmi riunioni e prescrutini.
** poniamo, quelli di Harry Potter, ma ce ne sono anche altri.

venerdì 5 luglio 2019

Terza liceo 1939 - Marcella Olschki

Per puro caso ho sentito nominare questo libro di ricordi di scuola. Il nome dell'autrice mi ha fatto suonare un campanello in testa: possibile che fosse una Olschki degli Olschki di Firenze, celebri editori (anche) di testi di letteratura latina medievale e rinascimentale?
Ma certo che era lei.
Possibile quindi che la terza liceo fosse una terza liceo classico di uno dei licei storici di Firenze?
Sissignori, lo era: il celebre liceo classico Dante, il migliore di Firenze. Perché a Firenze avevamo tre licei classici (poi sono diventati quattro ma uno si è fuso appunto col Dante, per cui adesso sono di nuovo tre), ognuno dei quali era il Miglior Liceo Classico di Firenze (sì, anche il Galileo era il Miglior Liceo Classico di Firenze, e lo era anche il Michelangelo, naturalmente).
E' un piccolo libretto, un centinaio di pagine del formato Sellerio, che è piuttosto piccolo, e dieci sono occupate dalla prefazione di Piero Calamandrei. L'autrice lo ha scritto nel 1954, quindici anno dopo gli avvenimenti narrati e Calamandrei le ha scritto la prefazione perché Marcella Olschki è stata sua allieva all'università; nella prefazione, a suo modo notevole quanto il libro stesso, disserta assai sul lavoro, il ruolo e la funzione dell'insegnante nella formazione dell'alunno, ma ci ricorda anche un piccolo particolare che spesso sembra sfuggire quando si parla di fascismo: i ragazzi della Resistenza sono proprio quelli che sin dalla nascita sono stati imbevuti e assediati da ogni lato dalla propaganda fascista - il che lascia aperta la porta a molte utili e interessanti riflessioni sull'opportunità e l'utilità dell'indottrinamento precoce, a volte secondo me decisamente sopravvalutato sui suoi effetti a lungo termine.
Il libretto è stato poi ripreso da Sellerio negli anni 90, con la prefazione di Calamandrei al seguito (che a a quel punto era diventata anch'essa un prezioso documento storico) e ha avuto diverse edizioni, ma ormai è esaurito, straesaurito e mi è parso di capire che si faccia una certa fatica anche a trovarlo all'usato. Per giunta non ne esiste una versione liquida, e qui tramonta il mio sogno di acquistarlo per la biblioteca della scuola, dove starebbe come un topo nel formaggio, e magari di adottarlo pure come testo di narrativa in qualche terza.

Si tratta di uno di quei testi felici per loro brevità, ricco di ogni tipo di aggancio didattico, di lettura rapida e davvero assai gradevole, che descrive in modo divertente e divertito un classe, un liceo, un sistema scolastico e un momento assai particolare della nostra italica storia.
1939, a un passo dall'inizio della seconda guerra mondiale, che avrebbe ridimensionato tanti drammi che sul momento sembravano così seri, compreso quello che chiude la vicenda. Le leggi razziali erano state già approvate ma la protagonista, nonostante il cognome e il padre ebreo, ne è sfiorata solo in modo marginale perché l'arianità della madre la protegge; descrive però molto bene l'atmosfera di casa, dove il padre soffre per i problemi che la sua esistenza in vita procura alla figlia - e di fatto la vera colpa del pover'uomo è per l'appunto quella di essere nato, come osserva l'autrice. 
Una classe allegra, simpatica e un po' scervellata, molto simile a quella in cui ho passato la mia personale terza liceo in un momento storico completamente diverso; e davvero molte cose in questo racconto mi rafforzano nella teoria che la scuola  ha in sé qualcosa di immutabile, indipendentemente dalla cornice storica che la circonda. Compagni simpatici ma anche misteriosi, come il ragazzo o meglio l'uomo descritto nel primo capitolo, pluriripetente, elegante e assai educato, che rifiuta ostinatamente qualsiasi compromesso con lo studio ma che per i compagni è fonte di perenne allegria. Professori che...
Ecco, sì: qualcosa di strano nei professori effettivamente c'è. Ma quando mai nei professori non c'è qualcosa di strano? Rassegniamoci: se tutti ci descrivono come una categoria stravagante, c'è pure un suo motivo.
Qui gli sventurati docenti sono costretti a barcamenarsi con la propaganda fascista - e il fatto che molti la approvino anche incondizionatamente non gli semplifica in alcun modo la vita; e il lettore scopre con sincera sorpresa che certi giorni, a ore prefissate, la radio nazionale in tutte le scuole ammaniva saggi insegnamenti di regime, spesso con un notevole sprezzo del ridicolo (assolutamente favoloso e, temo, assolutamente reale e anzi narrato con singolare rigore filologico il capitolo dedicato all'autarchia e al risparmio dei fondi di caffè, che mi meraviglio molto che non sia ormai da decenni in tutte le antologie delle medie); quanto a come le scolaresche accogliessero tali saggi consigli, beh, ogni insegnante o anche solo chiunque abbia fatto parte di una classe per più di dieci minuti può ben immaginarselo.
C'è il professore carogna, naturalmente - nessuno può nemmeno sognarsi di scrivere un libro sulla scuola senza metterci un professore carogna, soprattutto se il libro è rigorosamente autobiografico - e in un racconto ambientato in questo periodo il cattivo della storia quasi inevitabilmente è fascista, e pure un po' suonato; un po' parecchio, nel caso specifico.
Sta di fatto che l'adorabile, solare e un po' stordita Marcella (così l'autrice si descrive per tutta la narrazione) gli manda una cartolina decisamente fuori dalle righe, avendo cura di firmarla, quando ormai il liceo è finito e i loro rapporti anche - e il professore è ben felice di cogliere la palla al balzo e denunciarla per oltraggio a pubblico ufficiale: una vera denuncia, cui farà seguito un vero processo - anzi due: il primo grado e l'appello. Perché il professore, certo, è suonato, ma anche il giudice del primo processo non scherza mica e insomma, dopo la condanna inflitta alla delinquente nel primo grado si rende necessario un ricorso in appello per riportare le cose sui binari della normalità e del buon senso; e nel ricorso viene chiamato anche in causa il preside, che contribuisce non poco a guidare il procedimento verso una sentenza di assoluzione - e tutto sommato di questa vicenda ci sarebbe molto da ridere, se non ci fosse ancor di più da piangere.
A conti fatti un libro ancora molto attuale, oltre che una piacevole lettura dall'apparenza leggera.
Consigliato a tutti, in qualsiasi circostanza o stato d'animo o stagione, ma particolarmente adatto per l'estate.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti una bella estate e felici vacanze.

venerdì 3 maggio 2019

La crociata dei gatti - Wilhelm Speyer

Il libro che vado a presentare oggi è una storia di pazzi e il lettore italiano del XXI secolo è portato a sgranare gli occhi sempre di più mentre lo legge.
Dire che è una storia di pazzi tuttavia non è lo stesso che dire che manca di un suo fascino, e aggiungo che il fascino è solo in piccolissima parte dovuto ai gatti, che nonostante il titolo e la storia fanno solo minime comparse - che forse è un peccato, ma l'autore probabilmente non ha avuto torto a regolarsi così.

Tutti noi abbiamo sentito parlare di molte crociate: la prima crociata, la crociata contro gli albigesi, la crociata bizantina, la crociata dei bambini, le crociate contro Internet eccetera. Di crociate dei gatti però credo che nemmeno il più esperto di storia abbia mai sentito dire niente - e a ragione, perché non c'è stata. Sarebbe magari più esatto parlare di una crociata per i gatti, ma comunque storicamente non è attestata nemmeno quella.
Il libro tra l'altro nell'originale tedesco avrebbe un titolo diverso, che fa riferimento alla lotta sostenuta da una classe di liceo. La vicenda ivi narrata è inventata di sana pianta - insomma si tratta di un racconto di fantasia, scritto da un tedesco di origini ebraiche nel 1928, tradotto in italiano per la prima volta nel 1930 (con in copertina un fantastico gatto certosino che guarda il mondo con aria sognante) e purtroppo completamente dimenticato per molto tempo. Nel 2006 è stato pubblicato dalla casa editrice Medusa con lo stesso titolo e una nuova traduzione,  e a quel che ho capito è tuttora in commercio per chi avesse voglia di comprarlo - che non sarà operazione indolore perché spennano l'acquirente con ben 16,50 euro per un volumetto di 172 pagine che oltretutto contiene una non scarsa quantità di errori di stampa. Il quadro in copertina, dipinto da tal George Cruiksbank nel XIX secolo,si intitola Pioggia diluviana immagino si riferisca al celebre detto inglese "piovere a cani e gatti" che sta ad indicare una pioggia molto intensa.
Siamo alla fine degli anni 20, in Germania, in un liceo classico e quindi ci sono tutte le caratteristiche di ogni liceo classico dell'epoca: rivalità tra le classi, precise gerarchie sociali anche all'interno delle classi in questione, rapporti talvolta conflittuali con gli insegnanti e una popolazione in gran prevalenza maschile. Come tutti i licei dell'epoca è diviso in un ginnasio di due anni e in un liceo di tre (quindi la prima liceo è il terzo anno delle superiori e via scorrendo; mi pare che ora invece in Italia anche il classico sia diventato una normale scuola in cinque anni dove il primo anno si fa la classe prima, il secondo la classe seconda eccetera - che non mi sembrerebbe poi una cosa così illogica).
Il liceo però afferisce a una particolare scuola di pensiero sull'educazione, diffusasi tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX in diverse zone d'Europa, che richiede grandi spazi aperti intorno alla scuola (boschetti, laghetti, campi coltivati e via dicendo) e fa passare ai ragazzi la maggior parte della giornata all'aperto, a contatto con la natura e li coinvolge anche in lavori manuali. Troviamo così i nostri liceali che riparano staccionate, tengono con sé animali da compagnia (che rispondono soprattutto ai loro padroni umani anche se appartengono a tutta la classe) assai ben tratteggiati nella loro natura canina e felina (ahimé, in realtà il gatto è uno solo), coltivano campi aiutando i contadini del luogo e insomma fanno un sacco di cose che noi al liceo non saremmo mai stati capaci di fare nemmeno se ci avessero sparato. A proposito, c'è anche una ragazza nella Prima, Daniela: è una sorta di leader spirituale della classe, tenuta in una considerazione che somiglia molto all'adorazione e che come arma ha arco e frecce, mentre i ragazzi si contentano di spade di legno (no, noi al liceo non avevamo né arco né frecce e nemmeno spade di legno e ripensandoci è un vero peccato).
L'ambientazione dunque è piuttosto particolare. Ma che dire dello stile della narrazione? E' epico, assolutamente epico e molto, molto omerico. Più che giusto perché a un liceo classico, e in particolar modo in un liceo classico tedesco di inizio secolo, nella letteratura greca ci si vive, inzuppati come tante madaleine nel tè e il linguaggio omerico finisce per essere la lingua di tutti i giorni. Daniela per esempio per buona parte del romanzo... è Achille, ritiratasi sotto le tende, pardon, in un suo territorio personale nel bosco, a seguito di un torto che le è stato fatto (o che ritiene le sia stato fatto?) e i compagni non osano avvicinarla per chiederle di tornare tra loro anche se lo vorrebbero più di ogni cosa al mondo.
Mentre il lettore arranca sempre più stranito in una realtà assai particolare e descritta in tono epico, la trama si avvia - perché c'è una trama per quanto epica e un po' delirante, e riguarda un pellicciaio a caccia di pelli di cane e di gatto che la classe è decisissima a non fargli avere perché convinta che le pelli dei cani e dei gatti stiano bene addosso ai cani e ai gatti cui appartengono per diritto di nascita. Decidono perciò non soltanto di intervenire in difesa dei loro animali, ma anche di quelli che abitano la città lì vicino, che siano randagi oppure abituati a vivere in famiglia. A tal scopo si organizzano con gran cura, elaborando un piano complesso e ben ramificato, cercano di ottenere la complicità o almeno il silente appoggio degli insegnanti, affrontano con grande coraggio ma anche con mirabile dialettica le autorità civili della del luogo...
Se lo spunto non è poi molto insolito nella narrativa per ragazzi dell'epoca, la trama che lo sviluppa è assai originale e lo stile di narrazione è decisamente folle, di quel tipo di follia che affascina oltre a far sgranare gli occhi.
Non so quanto possa essere appetibile per un ragazzo normale di oggi, salvo le solite eccezioni che più gli dai un libro particolare e più li fai contenti. Di sicuro non è il classico libro dove il lettore non deve fare altra fatica che quella di compitare le parole una dopo l'altra e tutto gli si squaderna davanti con grande chiarezza e senza tanti giri di parole; certamente non è scritto in uno stile asciutto e piano. Ma c'è dentro parecchio, e il lettore contemporaneo che sa cosa successe in Germania qualche anno dopo gode di un vantaggio rispetto ai primi lettori e ci trova una serie di spunti che fanno decisamente riflettere. Ad ogni modo ho deciso di comprarlo per la biblioteca di scuola e probabilmente anche per la mia, perché voglio rileggerlo.
La narrazione è corale e non c'è un vero protagonista. Due personaggi però spiccano tra la folla: Daniela, che compare pochissimo (ma sempre in momenti determinanti) pur essendo molto spesso evocata, nei pensieri più che nelle parole; e Borst, il più giovane, il più ingenuo, il più sprovveduto e il più imbranato dei protagonisti possibili, che come tutti i protagonisti imbranati più di una volta risolve le situazioni più aggrovigliate in modo apparentemente pasticciato ma in realtà molto acuto e  che nel corso della storia vive una sua personale iniziazione.

Con questo post che nonostante le apparenze ha scarso contenuto felino partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro felici letture in questo fine settimana che promette pioggia e gelo e che quindi alle letture sembrerebbe adattissimo - anche se, immagino, prima o poi anche quest'anno la primavera si degnerà di arrivare.

venerdì 13 ottobre 2017

L'età meravigliosa - Lucy Maud Montgomery

Secondo episodio della serie di Anna dai Capelli Rossi:   Anne of Avonlea, tradotto  in Italia col titolo L'età meravigliosa, sauppongo per indicare che ormai Anne è nell'età in cui le fanciulle fioriscono. Come nel primo romanzo la protagonista è onorata dalle edizioni Mursia di una copertina dove sembra reduce da uno spinello di notevole efficacia; ma siccome si tratta dell'unica traduzione italiana conviene adattarsi senza far troppo gli schifiltosi, anche perché magari la copertina non è un granché ma il romanzo è decisamente bello.
Avonlea è il paese dove abita Anne. Secondo quanto osservava la 'povna nei commenti della recensione al primo libro, i titoli associano sempre Anne a un luogo, secondo una prospettiva che via via si allarga. Anne ha ormai sedici anni; non è ancora adulta ma lo sta diventando: giusto in chiusura del primo libro aveva fatto la sua prima scelta importante, preferendo restare a casa per aiutare Marilla nella sua delicata congiuntura, invece di andare all'università a studiare. Questo le permette di mantenere il confortevole guscio di Green Gables, l'unica casa che abbia conosciuto; ma una personalità come quella di Anne non può restare confinata in una casa, e già all'inizio di questo libro la vediamo fondare una società per il miglioramento estetico del paesello di Avonlea, che tra alti e bassi consegue anche lusinghieri successi coinvolgendo pian piano l'intera comunità. Ma, soprattutto, comincia a lavorare - in pratica diventa la maestra del paese, anche lì con buoni risultati.
Per chi insegna questo è un ulteriore motivo di interesse: per molti di noi il primo giorno di scuola dall'altra parte della barricata è stato traumatico e meraviglioso nello stesso tempo e i dubbi e i proponimenti di Anne riguardano temi con cui tutti noi insegnanti ci siamo confrontati notte e giorno  - salvo quello di decidere se picchiare o no i ragazzi, che per noi non è più un dubbio in quanto è rigorosamente vietato dalla legge. 
Nello stesso tempo ci troviamo a conoscere una scuola profondamente diversa sin nelle strutture, dove i ragazzi dei più vari anni sono riuniti insieme e l'insegnante di turno si occupa un po' degli uni e un po' degli altri - un lavoro di alta acrobazia, viene da pensare, almeno a me che una pluriclasse non l'ho mai nemmeno sfiorata; e comunque da noi anche nei rari casi in cui c'è è la pluriclasse è una roba completamente diversa.
Compare qui anche una caratteristica di Anne Lucy Montgomery, ovvero la capacità di seminare i suoi romanzi di casette assolutamente deliziose e circondate da una profusione di bellissimi fiori dove la lettrice guaiola per andare a vivere e dove Anne finirà regolarmente per approdare. Qui ne abbiamo due: una specie di cimitero di lusso per una giovane sposa che amava molto i fiori, e una casetta di zucchero molto fiabesca dove abitano una signorina sognatrice e la sua giovanissima e più concreta cameriera - e proprio nella signorina sognatrice Anne scoprirà qualcosa di cui è in perenne ricerca, ovvero uno spirito affine al suo e tra le due nascerà una forte amicizia che altri e più stretti legami rinsalderanno.
Altro tema sotterraneo è l'amore: non tanto per Anne (a Gilbert verranno dedicati solo tre passaggi dicesi tre, anche se nel loro genere piuttosto espliciti) ma, come dire, intorno a lei: il malinconico ma dolce romanzo della sposa morta giovane tra i suoi amati fiori, il fidanzamento della migliore amica di Anne - all'apparenza meno romantico di quanto previsto nei loro sogni di fanciulle, ma con una piacevole concretezza che fa risuonare una corda nascosta nella protagonista, il prosaico racconto dei contrasti coniugali del vicino intrattabile di Green Gables (che tanto intrattabile a dire il vero non è, specie dopo che la moglie decide di ritornare) e soprattutto la storia di un amore perduto che una serie di coincidenze riesce finalmente a concretizzare.
Il romanzo si chiude dunque in una girandola di coppie felici mentre Anne prepara le valigie: stavolta all'università ci andrà davvero: l'efficientissima Marilla, che non ha mai accantonato il sogno di vederla laureata, si organizza una comoda sistemazione che preserverà la sua salute e i suoi risparmi. Per Anne è tempo di volare fuori dal nido, il comodo nido che, forse, cominciava a andarle stretto ma in cui stava comodissima. Anne lascerà i suoi amici, il suo allievo preferito e tante altre cose; ma per lei è ormai tempo di volare lontano da Avonlea.
Credo di aver trovato questo secondo romanzo anche migliore del primo, forse perché meno frammentato - e insomma ne consiglio la lettura a tutti gli amanti delle piccole storie di provincia, nel cui numero sono fiera di annoverarmi.

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a tutti un fine settimana pieno di piacevoli letture o di quant'altro vi piaccia fare.

venerdì 2 dicembre 2016

Jamie Thomson - Dark Lord. Le origini


Il libro che vado oggi a presentare è un libro per ragazzi. Può piacere anche agli adulti (io, almeno anagraficamente, sono tale) ma solo se sono nerd inside. Non importa che siano appassionati di fantasy, ma devono avere un fondo di scervellaggine e una certa propensione per l'assurdo. Tutti gli adolescenti ce l'hanno, salvo qualche triste caso, e dunque a loro si può regalare con una certa fiducia.

Si tratta, in sintesi, del primo Diario di una schiappa in versione fantasy.
Alla voce narrante esterna si uniscono brani di diario del protagonista, trafiletti di giornale, immaginifiche illustrazioni, pagelle con commenti eccetera; lo stesso protagonista è, in sintesi, una specie di schiappa, anche se solo per colpa della ria sorte.
Si tratta di un Oscuro Signore che viene da una dimensione parallela del Multiverso. Il suo più temuto avversario, un Mago Bianco, gli ha fatto un incantesimo catapultandolo nel nostro mondo, in una cittadina inglese, nel parcheggio di un supermercato... nel corpo di un ragazzino di dodici anni e senza più poteri magici.
Prontamente soccorso da due poliziotti che chiamano un ambulanza e ricoverato in ospedale, gli viene diagnosticata una grave amnesia dovuta a qualche serio trauma. Tutti sono molto compassionevoli e comprensivi verso i suoi discorsi completamente sballati, traslitterano il suo nome "Dark Lord" in Dirk Lloyd e, dopo una serie di esami clinici che ne testano la buona salute, confusione mentale a parte, i servizi sociali lo affidano a una coppia benissimo intenzionata che si prende cura di lui con grande affetto.
Per l'Oscuro Signore inizia così un duro calvario: circondato per ogni dove da radiazioni benefiche (per lui letali) e privato dei suoi poteri, è costretto a sottomettersi e a iniziare una normale esistenza di dodicenne. 
Arrivano i primi amici, molto divertiti da quel ruolo vagamente fantasy che lui mostra di prendere terribilmente sul serio, e inizia lo studio.
Il fatto che i suoi amici non si scompongano più di tanto quando lui comincia a farneticare di Maleficio della Nona Dipartita e di Torre della Ferrea Disperazione è un grazioso tocco di genio: tutti abbiamo avuto (o siamo stati) un compagno stravagante che faceva finta di essere questo e quest'altro, estendendo il gioco anche agli amici, e spesso ne abbiamo tratto gran divertimento.
Le sue pagelle sono interessanti: come tanti alunni geniali (e tutti noi che insegniamo ne abbiamo avuti alcuni) studia solo quello che gli pare, ma riesce a prendere dei buoni risultati in tutte le materie - perché, infine, se sei diventato un Oscuro Signore è chiaro che non sei uno sciocco e i disturbi dell'attenzione sono l'ultimo dei tuoi problemi. Nondimeno gli insegnanti sono piuttosto perplessi: "Spesso svolge i compiti in modo insolito: La replica di un elmetto romano con la visiera coperta di sangue e cervella di marzapane che spuntano fuori è molto interessante, ma avevo chiesto una ricerca scritta sulle guerre galliche di Cesare".

Anche un Oscuro Signore, specie se intrappolato in un giovane corpo piuttosto inoffensivo, finisce inevitabilmente per essere influenzato dall'ambiente che lo circonda: col passare del tempo Dirk si trova sempre più spesso turbato da sentimenti positivi e insoliti, scopre di provare una certa affezione per i suoi amici (che considera comunque suoi servitori) ma vuole assolutamente tornare nel suo mondo e vendicarsi del Mago Bianco. A questo scopo allestisce un complesso rituale con l'aiuto della sua personale servitù.
Il rituale si risolverà in un mezzo disastro (alla fine del libro scopriremo perché) ma in qualche modo apre un varco tra i due mondi, e proprio quando Dirk si stava convincendo di essere effettivamente un normalissimo ragazzino affetto da confusione mentale in seguito a innominabili traumi, improvvisamente arriva un aiuto dall'altra dimensione.
Sarà allora la volta degli amici che dovranno convincersi che le farneticazioni di Dirk non erano affatto tali. Dopo aver affrontato e sconfitto la Candida Belva, il giovane Oscuro Signore tenterà un nuovo rituale, che questa volta i suoi amici vivranno con qualcosa di più della curiosità mossa dagli effetti speciali di un compagno assai fantasioso - dimenticando però il piccolo dettaglio che a suo tempo aveva causato il fallimento del primo tentativo.
Il romanzo si chiude su un nuovo incidente causato dal tentativo di aprire un portale tra i due mondi: il portale si aprirà, ma porterà via non Dirk, bensì la sua migliore amica (che, scopriremo nelle ultimissime pagine, nella nuova dimensione dove è stata catapultata sembra non trovarsi poi male). Nel nostro mondo però Dirk e gli amici sono molto angosciati per i nuovi e imprevisti sviluppi, oltre che divorati dai sensi di colpa.

Il libro è il primo di una serie, e spero caldamente che la Salani si sbrighi a tradurre gli altri due già usciti in Inghilterra - augurandomi di tutto cuore che siano all'altezza del primo, perché storie di questo tipo sono relativamente facili da iniziare ma se non sono maneggiate con estrema destrezza ci mettono davvero poco a trasformarsi in tavanate galattiche.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro gustose letture a tutti, in questo primo fine settimana prenatalizio.

venerdì 3 ottobre 2014

A scuola con Sun Tzu. Arte della guerra per studenti - Anonimo (del quarto anno)


Per quel che ci racconta di sé, l'autore è uno studente che, dopo aver pasticciato malamente con la scuola per diversi anni, si è imbattuto nel trattato strategico L'arte della guerra di Sun Tzu, ne è rimasto folgorato e ha provato con successo ad applicarne i principi nella vita scolastica. Il sottotitolo di copertina infatti recita La scuola è una guerra, se vuoi sopravvivere impara l'arte.
Entrare nell'ottica che "la scuola è una guerra" non vuol dire porsi in atteggiamento ostile verso quel che la scuola può dare, al contrario: il manuale anzi è inteso come guida per trarre dalla scuola tutto quel che può offrirci e anche di più. La scuola può dare una preparazione per il lavoro, o comunque un metodo per studiare ma anche per affrontare il lavoro e la vita. Riuscire bene è importante, imparare quel che viene richiesto di imparare anche. Questo intende l'autore per vincere la guerra: non si tratta di apparire più forti o più ganzi o sbarcare occasionalmente questo o quel compito o interrogazione, si tratta di imparare a studiare bene ottimizzando i tempi, venire a capo delle materie "difficili" concentrando gli sforzi nella giusta direzione invece di piangersi addosso, uscire dal vittimismo spicciolo che tanta parte ha nella vita quotidiana di ogni studente e applicarsi verso soluzioni concrete, evitando di prendersi in giro e risparmiandosi quelle tirate di fine anno sul filo della bocciatura che, anche quando non si rivelano inutili, sono comunque esperienze spiacevolissime.
Intelligenza è la parola chiave del libro: uno studente che impara ad usare il cervello, esaminando il terreno dello scontro (le verifiche), osservando con attenzione e accortezza i suoi avversari (non solo l'insegnante e il suo metodo di lavoro, ma anche il libro di testo, e la materia di turno), lavorando con accortezza su di sé riesce a vincere la guerra... e, aggiungo, si esercita assai utilmente per quella grande guerra* che è tutta l'esistenza.

Con una piccola ma significativa rivoluzione copernicana rispetto alla mentalità corrente nazionale si parla sì di astuzia e di stratagemmi, ma mai intesi come trucchi o espedienti: non si tratta di prendere in giro nessuno, si tratta di vincere, in modo durevole e continuativo, che è ben altra cosa.
Molta attenzione viene dedicata ai nemici interni: vittimismo, rassegnazione, pigrizia psicologica, paura di mettersi in gioco e tanti altri. Sedersi in un angolo piagnucolando che "tanto le cose sono così e saranno sempre così" è inutile e inconcludente: il cambiamento è sempre possibile e i cambiamenti minimi, se ben coltivati, aprono la porta a quelli grandi.

Molti capitoli vengono dedicati al rapporto con gli insegnanti, spiegando come  osservarli e capirli per individuare il modo migliore per approcciarli e... all'occorrenza costringerli a diventare dei buoni insegnanti - un idea, questa, che ho trovato molto interessante.
L'insegnante inadeguato è quello che non conosce la materia che insegna, quello che la conosce ma non la sa insegnare, quello che la sa insegnare ma non ne ha voglia, e quello che ha problemi personali che lo rendono inefficace nell'insegnare.
Questa limpida definizione racchiude tutti i casi dabili. Ma cosa deve fare lo studente che incappa (e prima o poi incapparci è quasi inevitabile) in uno o più insegnanti incapaci? Si può non reagire affatto, oppure reagire in modo scomposto e inadeguato. L'Anonimo invece suggerisce un attacco mirato condotto dalla classe con accortezza per cambiare le condizioni di lavoro in aula, e per rivolgersi ai superiori seguendo le procedure previste dai regolamenti e dalle leggi. Non lo scontro frontale, dove è inevitabile perdere, ma un lavoro ben meditato ai fianchi, per costringere l'insegnante a fare il suo lavoro e/o per rendergli il clima di lavoro più confortevole. Può funzionare, se ben applicato. Anzi, se ben applicato funzionerà sicuramente: chiunque lavori nella scuola sa che "certe classi sono più facili" e in altre "lavorare è impossibile". Chiunque lavori nella scuola sa che, per amore di sopravvivenza, qualsiasi insegnante può mettersi a lavorare o decidere di tagliare la corda e andarsene.

Sulla conoscenza di leggi e regolamenti l'Anonimo insiste molto: il buon stratega  esamina con cura il terreno dello scontro e impara ad utilizzarlo in suo favore, usa i punti deboli del nemico per far leva, evita di farsi sorprendere in condizioni sfavorevoli, soprattutto sa che a volte il modo migliore per vincere è evitare lo scontro. Le classi "dove si lavora meglio" sono, appunto, quelle che hanno imparato ad evitare lo scontro o hanno impedito che lo scontro avvenisse su questioni minori che distraggono dal vero obbiettivo. Muovere un intera classe in modo razionale e proficuo è molto difficile, ma con un accorto lavoro di strategia e di osservazione delle forze in campo si può fare.
Imparare a conoscere il terreno di battaglia, cioè ad usare in modo consapevole e proficuo leggi e regolamenti, è un abilità che servirà per tutta la vita e fa la differenza tra un buon cittadino e una persona inconcludente. 

Il libro è senz'altro utile ad ogni studente a partire dalla scuola media, ma anche ad ogni genitore di studente; è inoltre più che raccomandabile anche per gli insegnanti perché li aiuta a porsi in modo costruttivo nella loro guerra personale di ogni giorno - una guerra che è essenziale vincere ma dove è opportuno evitare quanto più possibile lo scontro: perché il bravo stratega, ci ricorda il manuale, è quello che riporta il trionfo senza spargere sangue e non quello che vince tutte le battaglie con gran numero di morti e feriti. Sun Tzu predica prima di tutto l'arte della flessibilità mentale, della soluzione imprevista, che riesca a spiazzare il nemico - e il nemico numero uno degli insegnanti, da sempre, è proprio quello della rigidità mentale, effetto collaterale spesso apparentemente inevitabile del nostro lavoro.

Ho incrociato questo testo per puro caso alla Mostra del libro organizzata dalla scuola. Ne ho presa una copia per la biblioteca, e una per me. Da buon manuale è breve, scorrevole, molto denso e può essere riletto più volte anche a spizzichi, o semplicemente aprendolo a caso.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici letture e un bel fine settimana a tutti, lettori e non lettori.

*è noto che Sun-Tzu adopera il termine guerra in un accezione molto vasta.

venerdì 6 settembre 2013

Ascolta il mio cuore - Bianca Pitzorno




Quella a sinistra è la copertina disegnata da Quentin Blake per la prima edizione. Da notare  il Cuore scritto con la maiuscola, un gioco che si perde completamente in molte delle edizioni successive - ad esempio quella che ho letto io, sulla destra, e che in copertina ha una bellissima foto dello studio Alinari. Perché, signori, cosa c'è di più bello della soavità impressa sul viso di una bambina che si avvia, pensierosa e riflessiva, verso la fine dell'infanzia? E cosa c'è di più pestifero di una bambina che si avvia etc. etc.?

Il Cuore con la maiuscola rimanda al Cuore di De Amicis, di cui l'autrice usa la formula base: un anno nella classe unisex di una scuola elementare di città, scandito per mesi, e ogni mese un racconto. Ne viene fuori uno splendido romanzo che, sin dal suo apparire, nel 1991, è sempre stato apprezzatissimo dai bambini nonché da chiunque altro avesse la fortuna di metterci sopra le mani.
Il "cuore" del titolo però ufficialmente si riferisce alla tachicardia di Prisca, una tachicardia che si risveglia soprattutto in presenza di ingiustizie, e più grande e più evidente è l'ingiustizia e più il cuore di Prisca sembra uscire di controllo. "Lo fai apposta" l'accusa l'amica Elisa; Prisca naturalmente non lo fa apposta, almeno a livello consapevole; ma la tachicardia è una delle poche forme socialmente accettabili con cui una bambina di buona famiglia alla fine degli anni 40 poteva esprimere la sua giusta collera: l'aggressività doveva ritorcersi dentro di lei e non poteva uscire allo scoperto davanti agli adulti. 

La storia è ambientata nell'anno scolastico 1949/50 in una piccola città della Sardegna, scuola pubblica, quarta elementare, classe femminile. Epoca arcaica, quando ai ragazzi poveri (che erano terribilmente poveri) veniva dato l'olio di ricino come ricostituente, quando non c'era ancora la televisione, quando ancora non tutti i bambini prendevano la licenza elementare e alcuni facevano solo l'esame di terza per poi andare a lavorare, checché ne dicesse la legge, e quando i ricchi se la tiravano in modo davvero sbalorditivo. E tutto quanto viene raccontato nel libro, assicura l'autrice, è vero, episodio per episodio, anche se non tutto è avvenuto nella stessa classe e nello stesso anno.
Le protagoniste sono tre fanciulline brave e studiose, di buona o ottima famiglia: Prisca, Elisa e Rosalba. Più la tartaruga Dinosaura, fedele amica a quattro zampe di Prisca. Più la nuova maestra, Argia Sforza, appena arrivata dalla prestigiosa scuola privata femminile  (l'unica scuola privata femminile della città, in effetti) dell'Ascensione. Più il resto della classe, le famiglie, i bidelli, il Direttore, negozianti vari... insomma, un sacco di gente.

La classe è suddivisa in file ordinate secondo la gerarchia sociale: ci sono le Leccapiedi, benestanti o ricche, che comprendono anche la terribile Sveva Lopez del Rio, di discendenza aragonese, che in verità più che leccapiedi è una stronza fatta e finita; poi i Conigli, poveri ma dignitosi e assai timidi, e i Maschiacci, di buona estrazione sociale pure loro ma provviste anche di tempra e senso della dignità. Una classe ben selezionata per censp ma, ahimé, con grande dispiacere della nuova maestra, fornita proprio quell'anno di due Autentiche Povere DOC, di quelle che in casa non solo non hanno il bagno, ma nemmeno l'acqua corrente, l'elettricità o le finestre.
La maestra Argia Sforza è un tipo di insegnante che in quegli anni era relativamente comune e che tuttora non è impossibile trovare (in forma estremamente addomesticata e quasi esclusivamente ai licei) ovvero l'insegnante arrampicatore sociale (o Leccapiedi, come sintetizza Prisca) e devota a un folle culto della (sua) personalità: più che agli alunni è estremamente interessata alle famiglie di alto rango, con le quali diventa assolutamente untuosa e da cui desidera disperatamente essere considerata alla pari, o almeno considerata in qualche modo. Con lo scendere del reddito e dell'importanza sociale cala anche il suo interesse verso l'alunna, fino ad arrivare all'odio feroce per i  Poveri DOC, che desidera far sparire dalla sua vita e dalle sue classi appena possibile. 
Per purificare la sua classe dalle due immonde e stracciate creature la maestra usa non solo tutti i mezzi leciti o almeno con una qualche parvenza di liceità, ma anche molti mezzi del tutto illeciti, sostenuta con entusiasmo dalle Leccapiedi, Sveva Del Rio in testa, nonché ostacolata per quanto è possibile dalle protagoniste, appoggiate all'occorrenza da altri Conigli o Maschiacci - per quanto tutti gli interventi delle benintenzionate bambine riescano regolarmente e soltanto a peggiorare la situazione delle malcapitate, grazie anche ad una certa strisciante complicità degli adulti (particolarmente squallida in questo senso la figura del Direttore, mirabilmente tratteggiata in poche paternalistiche battute).

L'anno si snoda attraverso questo conflitto continuo, e se in apparenza alla fine sembra che la perfida Argia non abbia vinto ma nemmeno ha perso e le tre amiche non abbiano ottenuto niente di risolutivo, tuttavia è indubbio che l'Arpia Sferza si ritrovi a passare dei gran brutti momenti, mentre le bambine non solo hanno imparato molte e molte cose sui perversi meccanismi mentali che regolano gli adulti, ma hanno anche affrontato scelte importanti.
Quanto alle Povere DOC, abituate a non aspettarsi comunque nulla dalla vita, accettano la loro sorte con una certa filosofia.

Consigliato a qualunque età, purché si sia frequentato almeno per due anni un qualche tipo di scuola. Adattissimo anche per essere letto ad alta voce. E' opportuno programmare con attenzione i tempi di lettura, perché è un libro che si lascia interrompere malvolentieri, e i 73 brevi capitoletti inducono facilmente alla sindrome del "ancora uno e poi basta".

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, dove il libro è già stato recensito da La Bionda Prof, l'anno scorso, e auguro felici letture e un buon ritorno a scuola a tutti gli studenti di ogni ordine e grado. Che la Forza sia con voi!