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mercoledì 3 settembre 2025

Lo strano caso degli squali nel bosco durante il Medio Evo (Tralalero Tralalà)


Siccome il manuale di storia, fresco di adozione, si soffermava con cura e in modo efficace sui cambiamenti del paesaggio europeo dopo la caduta dell'impero romano e durante l'altro medioevo, con tutto il relativo corredo di impaludamenti, rimboschimenti eccetera; e siccome i ragazzi della Prima Radioattiva sembravano essersi presi abbastanza a cuore i vari modi con cui i nostri antenati usavano prati, boschi, fossi e paludi, decisi di farci una bella verifica scritta, di quelle a domande aperte.
I ragazzi si misero sotto e il paio di ore a ciò preposto passò piuttosto tranquillamente. In seguito venne per me il momento della correzione e come sempre partii da quelli che erano secondo me i più scarsi. Corressi, appuntai, emendai, a tratti inorridii, finché arrivò Qualcuno - ebbi cura di rimuovere dalla mia memoria chi era, quindi non starò a far nomi; ma insomma questo Qualcuno scrisse che nelle foreste c'erano anche gli squali
Guardai, riguardai, inorridii, misi un punto esclamativo, accennai in una nota a lato che nessuno squalo aveva la minima possibilità di restare vivo a lungo in una foresta (detto e non concesso che riuscisse ad arrivarci, e davvero non capivo perché mai comunque avrebbe dovuto provare a farlo) segnai a lapis un bel 4 e continuai a fare il mio lavoro.
Per ultimi arrivarono il gruppetto dei bravi, che avevano braveggiato come previsto, senonché Carbonio (ragazzo molto interessato alla storia che tra l'altro ci aveva una fissa per Napoleone sul quale, mi aveva raccontato la madre, si era letto diversi libri - e le avevo detto che era cosa buona e giusta interessarsi a Napoleone, e sia chiaro che Carbonio non studiava Napoleone invece del programma che stavamo facendo, era un interesse che coltivava a parte, com'era suo pieno diritto) e insomma trovai anche lì degli squali nella foresta. 
Rimasi interdetta: Carbonio era un ragazzo sensato e studioso, e comunque cos'era quella fissa collettiva sugli squali? 
Guardai, e guardai meglio; finii così per accorgermi  che non di squali si trattava, bensì di soldati. Ora, non mi ricordo come e in che modo ma c'era effettivamente un passo del manuale che parlava di soldati nella foresta, ed erano inseriti in un contesto logico e ragionevole, e dunque quanto scritto da Carbonio era del tutto pertinente.
Se poi qualcuno si stesse domandando come fosse possibile mettere dei soldati che somigliassero molto a degli squali, la cosa si spiega col fatto che Carbonio è certificato come disgrafico - in pratica, scrive male, con lettere che non hanno sempre le stesse dimensioni e hanno un tratto approssimativo,  insomma se l'han certificato per disgrafia c'è bene il suo motivo e, per quanto si impegni, i suoi compiti scritti a mano sono sempre piuttosto avventurosi da leggere.
Provai a ricordare la disposizione dei posti e finii per concludere che il Qualcuno aveva copiato da Carbonio sbirciando il foglio che Carbonio scriveva davanti a lui, ma senza applicare alcun filtro di correzione, e insomma aveva serenamente messo gli squali nella foresta senza farsi domande, e questo era un segnale talmente negativo e indice di tal stupidèra che, appunto, decisi di rimuovere dalla mia mente il nome dello squalificante, onde non renderlo vittima in futuro di pregiudizi da parte mia. Magari lo squalo era stato un punto molto basso ma a quell'età si cresce e ci si redime molto velocemente anche da orribili colpe, e insomma non volevo vincolarlo per tre anni a un giudizio così fortemente negativo.
Riconsegnai i compiti e  dopo aver riferito la questione degli squali spiegai loro:
"Durante i compiti di Storia non mi preoccupo mai molto di controllare se qualcuno copia, perché tanto la cosa viene sempre fuori, in un modo o nell'altro. Copiare è un lavoro che richiede intelligenza e anche un po' di conoscenza dell'argomento su cui si copia, e se hai intelligenza e un po' di conoscenza dell'argomento trattato, a quel punto copiare non ha molto senso in una verifica di prima media a risposte aperte. Chi ha trasformato i soldati in quali senza nemmeno soffermarsi a pensare a cosa stava scrivendo ha preso il suo bravo quattro ma io lo invito a cercare di usare un po' di buon senso in futuro anche se prometto che la cosa non gli verrà mai rinfacciata". E del resto, anche se non avevo fatto il nome, loro con tutta probabilità sapevano chi era, anche se il suo non era l'unico quattro.
L'incidente si chiuse lì, per quanto mi riguardava, a parte far sganasciare i colleghi in Sala Insegnanti perché gli squali nelle foreste dell'alto medioevo erano davvero troppo carini.

Tuttavia la storia ha un suo seguito, perché un giorno, mentre cercavo un po' di musica lo fi per sottofondo mentre correggevo, inciampai in un video dove c'era davvero uno squalo nel bosco, e se ne stava molto riflessivo, seduto a meditare mentre intorno a lui le foglie cadevano ondeggiando nel venticello leggero. Uno squalo con scarpe Adidas (lo squalo in questione ha le gambe), e in seguito ho scoperto che si chiama Tralalero Tralalà e fa parte di un gruppo di strani personaggi che vanno sotto il nome di Brian Riot, che piacciono molto agli adolescenti. Il personaggio in questione non mi è rimasto molto simpatico quando ho provato a conoscerlo più a fondo, ma dopotutto i Brian Riot non sono stati fatti per adulti pedanti e politically correct come me.
Così ho caricato il video sulla Classroom di storia spiegando che, a quanto pare, gli squali nelle foreste ci possono essere davvero. 
In effetti la presenza delle scarpe Adidas tenderebbe a escludere che si tratti di foreste altomedievali, ma su questo ho evitato di soffermarmi: pedante sì, ma non è necessario esserlo sempre.

domenica 17 marzo 2024

La sezione degli Ottoni

Ed ecco a voi Ottone III di Sassonia in tutta la sua gloria
Un tempo per me questa immagine era una pallida larva grigiolina: il manuale di storia medievale di Giorgio Cracco infatti si segnalava per accuratezza e abbondanza di dettagli, ma aveva pochissime immagini, tutte rigorosamente in bianco e nero (o meglio in grigio-su-grigio). Questione di soldi, immagino.
Ottone III era un personaggio che mi rimase molto impresso sin da allora: un giovane di grande cultura che prometteva grandi cose e che aveva perfino avviato una renovatio imperi che rimase però ferma dov'era perché il poverino morì a soli 22 anni.
Mi ha fatto piacere ritrovarlo nel manuale di storia adottato nella sezione dove quest'anno faccio la prima: di solito della casa di Sassonia si parla molto poco e quel poco riguarda solo Ottone I, quello che sconfisse gli ungari nella battaglia di Lechfeld e fondò un impero destinato ad accompagnarci fino alla fine della prima guerra mondiale.
E invece eccolo lì, il mio caro Ottone III, e stavolta sfolgorava di colori!
"Molto bene" ho detto "Questa è la posa tipica in cui vedrete gli imperatori per un bel po' di capitoli. Tanto vale analizzarla subito, visto che il manuale ce lo permette" e infatti la scintillante figura era circondata da grossi rettangoli di testo che spiegavano un sacco di cose, anche più del necessario.Voglio dire, è vero che le prime corone erano ghirlande di foglie, ma nel X secolo siamo abbastanza oltre quella fase. Ma insomma l'ho data da studiare ai primini e la volta dopo li ho interrogati.
Ed ecco che il primo alunno che chiamo esordisce dicendo "In questa immagine è rappresentato Ottone II sul trono...".
"Ottone II?" chiedo perplessa. E sì, nella didascalia dice proprio Ottone II.
Che caspita hanno combinato in quel manuale? O tempora, o mores, o indicibile cialtroneria degli editori...
Così vado in rete a cercare lumi, e trovo che sì, esiste anche un Ottone II in una immagine molto, molto simile a quella che ricordavo, e il libro ha ragione.
Faccio vedere entrambe le immagini sulla LIM, affiancate, e meno di un minuto dopo siam tutti lì che giochiamo a Trova le differenze.
"Ci sono i colori invertiti tra manto e drappo sullo sfondo".
"Rosso e verde. C'è qualche significato nel rosso e nel verde?".
"Penso proprio di sì, quando raffiguri un imperatore tutto ha un qualche significato".
"La posizione della mano è diversa".
"Ottone II ha intorno quattro ragazze, Ottone III quattro uomini".
"Due uomini di chiesa e due di spada". Non mi dispiacerebbe sapere chi sono e cosa ci fanno lì. Per quanto riguarda le quattro ragazze, il libro ci informa che rappresentano i quattro regni (o forse sarebbe meglio dire "le quattro regne"?) che formano l'impero: Germania, Gallia, Italia e Illiria.
"La capanna è piuttosto simile, invece".
"Ehm, credo che quel tipo di edifici all'aperto si chiamino edicole".
"Sembra piuttosto un gazebo".
"Lo escludo. Non c'erano gazebo, nel X secolo". O forse sì, ma li chiamavano con un altro nome.
"La passamaneria della veste di Ottone III ci ha le gemme, e non ha le stelline dorate"
"Cambia anche il colore del cuscino".
Cerca che ti cerca, scopro che invece le immagini di Ottone I a colori scarseggiano, però, volendo, ci sarebbe questa:
Non c'è il gazebo, ma in effetti non si vede se è all'aperto o al chiuso.
"Bene, ragazzi, tenete conto che a partire da questo momento e per molti, molti capitoli, gli imperatori li vedrete sempre raffigurati in questo modo, seduti in trono con lo scettro nella sinistra e una palla con la croce nella destra. Di solito però la faccia e la posizione cambiano, al contrario di quel che succede qui".
"E il vestito?".
"Di solito cambia anche il vestito" assicuro.
"Qui davvero non si sono sprecati".
"Però, certo, un po' di fantasia non avrebbe guastato".
"In effetti" convengo "siamo d'accordo che sono padre e figlio, va bene che la corona era la stessa, però tenere lo stesso drappeggio mi sembra eccessivo".
Fin quando Crucigero non trova la spiegazione: "Evidentemente nel medioevo c'era già il copia&incolla".
In effetti è difficile trovare un'altra spiegazione.
Eppure tutti continuano a pensare al medioevo come a un periodo buio e senza tecnologia, vai a capire perché.

venerdì 28 luglio 2023

La divina commedia - Go Nagai


Verso Novembre, quando stavamo ancora vagando per la selva oscura con risultati tutt'altro che commendevoli, Odisseo arrivò una mattina recando seco un enorme tomo. Quando entrai in classe lo vidi in mezzo a un capannello che sfogliava il tomo con grande interesse.
"Prof, ho comprato la versione manga della Commedia" mi annunciò trionfante.
I miei occhi diventarono grandi come tazze da tè.
"Una versione manga della Commedia?" chiesi interdetta.  Ed ero interdetta, sia perché non avevo mai sentito nemmeno vagamente dire che esistesse una roba del genere, con tutte le pagine specializzate che seguivo, sia perché trovavo sbalorditivo che a un qualsivoglia mangaka fosse mai venuto in mente di disegnare la Commedia. D'accordo, Dante è abbastanza famoso anche all'estero, ma insomma era una roba davvero molto occidentale.
Quando poi Odisseo mi spiegò che l'autore era Go Nagai miei occhi diventarono grandi come ruote da mulino.
Nagai da noi è decisamente famoso: dai suoi manga sono state tirate fuori le grandi serie della prima invasione dei cartoni animati giapponesi, ovvero Mazinga, il Grande Mazinga, Jeeg e Goldrake. Ma pur essendo universalmente molto apprezzato (non da me: lo trovavo troppo scuro nel tratto, e infatti di lui non ho niente in casa. Ma credo che presto rimedierò appunto con la sua Divina Commedia) non ce lo vedevo a entusiasmarsi per...
Evidentemente sbagliavo.
Faticosamente presi l'enorme (e pesantissimo) tomo e lo sfogliai. 
"C'è dentro tutta la storia, dall'inizio alla fine" mi spiegò Odisseo.
Ma poi, continuavo a pensare dietro ai miei occhi grandi come ruote da mulino, com'era possibile che non ne avessi mai sentito parlare? C'è stato l'anno di Dante, ci hanno fatto verdi a righe rosa con Dante e ancora Dante e poi Dante, ma forse adesso dovremmo anche parlare un po' di Dante. Avevano ristampato Dante in tutti i modi, possibile che non mi fosse giunta nemmeno una vaga voce...
Evidentemente era possibile. 
Lo sfogliai distrattamente, mi informai sul prezzo (30 euro, praticamente un regalo) e stabilii che quella roba doveva arrivare al più presto nella biblioteca di scuola.
Senza il prezioso apporto di Odisseo avrei continuato a non sapere niente della versione della Commedia di Nagai, perché la pregiata libreria che organizza la Mostra del Libro non ci pensò nemmeno a portarlo. Glielo chiesi io. Con mio disappunto non se lo filò nessuno nei giorni della Mostra, ma lo misi comunque da parte tra gli omaggi e ancor prima di catalogarlo me lo portai a casa per leggerlo con cura. Quella che segue è la presentazione del pesantissimo libro. Un vero mattone, garantisco (ma ben rilegato). 

A un certo punto della sua vita Go Nagai incrociò la Divina Commedia illustrata da Gustave Doré. Come già tanti prima di lui ne rimase molto affascinato, e ne trasse spunto per un paio di opere: prima Mao Dante*, poi Devilman, entrambe degli inizi degli anni 70.
Ma venne il giorno, più di vent'anni dopo, in cui decise di disegnare proprio la Divina Commedia, quella dove un tal Dante si ritrovò vincitore di un viaggio premio nei i tre regni dell'aldilà. All'apparenza l'argomento era piuttosto estraneo alle storie dove grandi robot combattevano contro invasori dal passato e dal presente - ma chi ha frequentato anche solo la regina Himika e il suo successore, l'Imperatore delle Tenebre, sa che Nagai si è sempre occupato volentieri di demoni più o meno perversi e sempre da un punto di vista piuttosto partecipe. Ebbene sì, i demoni gli piacciono, e li disegna molto volentieri (in modo davvero efficace, tra l'altro).
La Commedia è un testo molto particolare e, verrebbe da pensare**, poco esportabile: una roba terribilmente cristiana, secondo una religione che si basa su un impianto completamente diverso dalle religioni orientali. Tuttavia Nagai decise di disegnarla e, senza una particolare preparazione teologica e con nozioni relativamente scarse sul medioevo italiano decise di raccontare quella storia, proprio quella.
Ne è venuto fuori un racconto che forse Dante avrebbe seguito con una certa sorpresa, ma nemmeno tanto. Strano ma vero, i concetti base ci sono. Quasi tutti. Magari un po' rielaborati, alla luce di una personalità davvero differente.
Sul piano grafico Dante (intendo proprio il personaggio di Dante) non è molto sorprendente: si sa che a un certo punto qualcuno fece un ritratto di Dante e a quel ritratto Dante si trovò inchiodato per l'eternità.
Questo a sinistra è il ritratto più famoso, di Botticelli (1495) e deriva in parte da un altro ritratto fatto per il Duomo di Firenze da Domenico di Michelino (1465):

 

Da sempre e per sempre Dante per noi è così: perennemente vestito di rosso, col cappuccio,  una ghirlanda di alloro in testa e l'aria fra l'irritato e lo scocciato. Che viene da domandarsi: ma sul serio andava in giro con una ghirlanda di alloro in testa? Davvero non gli capitava mai di portare vestiti di un altro colore? Non sorrideva mai? Proprio mai? E sempre il cappuccio, sempre, sempre, sempre?
D'altra parte dobbiamo pure ammettere che vedere raffigurato Dante con i capelli al vento e con un sorriso smagliante ci lascerebbe tutti un po' traumatizzati. E così Go Nagai - che del resto non è uso a raffigurare personaggi sorridenti, con l'aria allegra e vestiti pastello - ci offre un Dante perfettamente intonato alla nostra immaginazione. Lo fa più giovane, però, con lo sguardo molto intenso e, spesso, con l'espressione sconvolta (considerando quel che vede, ci può  stare). Del resto, anche Doré lo disegnava così, e dalle immagini di Doré Nagai prende diverse tavole. Belle scure, come piace a lui, con tonnellate di linee cinetiche e molte ombre. Insomma, col suo stile.
La prima cosa che mi ha colpito però è stato il panorama di Firenze, con una bella cupola di Brunelleschi ben stagliata sullo sfondo.
La cupola del Brunelleschi Dante non l'ha mai vista, perché è arrivata diverse generazioni dopo di lui. Probabilmente Nagai ha preso il panorama di Firenze dal secondo ritratto - che sta appunto dentro il Duomo, quello della cupola, e dunque è relativamente normale che uno dei più tipici simboli di Firenze venga citato, a costo di confondere un po' le date.
La cupola di Firenze con Dante che la guarda, lo confesso, mi ha divertito molto; che un giapponese non si sia preoccupato di documentarsi più di tanto in proposito mi sembra comunque più che scusabile.

La Divina Commedia di Nagai è un tomo enorme, spesso cinque centimetri e con diverse centinaia di pagine, 24x17 cm. Non un tascabile di quelli che puoi farti scivolare in borsetta per leggerlo in treno. Mi farebbe piacere anche dire quante sono le pagine, ma per saperlo dovrei contarle una per una: perché in tutto il libro e nemmeno nell'indice c'è un numero che sia uno***. Dallo spessore però garantisco che l'Inferno occupa più di due terzi, il Purgatorio prende a malapena un sesto e per il Paradiso restano gli spiccioli. Che Nagai traesse assai maggiore ispirazione dall'Inferno non mi sorprende, anzi avrei trovato strano il contrario. D'altra parte, per quanto Dante avesse costruito tre cantiche del tutto simmetriche e di lunghezza praticamente identica, nell'immaginario collettivo la Commedia è soprattutto l'Inferno: è più facile da seguire, ci sono un sacco di effetti speciali e il quadro è molto più animato. Io, che di natura non amo molto né le storie di avventura né le tinte fosche preferisco di gran lunga il Purgatorio e mi compiaccio molto delle cascate di luce che adornano il Paradiso, anche se non di rado mi accascio durante certe raffinate disquisizioni teologiche che riesco a seguire solo fino a un certo punto.
Ci sono poi delle differenze. Prima di tutto Beatrice - la più deliziosa e simpatica Beatrice che abbia mai visto. Nagai, dopo che Virgilio l'ha nominata spiegando perché è venuto ad aiutare Dante, parla di lei e spiega al lettore chi è - in pratica riassume la Vita Nova. Non solo, riesce anche a spiegare molto bene l'essenza della storia d'amore tra i due, che è decisamente particolare. Come ho detto, Beatrice è simpatica e gentile: quando ritrova Dante nel paradiso terrestre non gli fa una drammatica piazzata come avviene alla fine del Purgatorio, gli sorride. E sorride anche Dante. Ebbene sì, abbiamo anche delle immagini dove Dante sorride di gioia. Secondo me vale la pena di comprare il volume anche solo per quello.

Provo adesso a scendere più nel dettaglio.
Prima di tutto una nota di demerito: c'è sì un indice. Senza il numero delle pagine, e vabbé, tanto le pagine non sono comunque numerate - che non mi sembra poi questa bella cosa.
Ma non c'è un indice dei nomi. Come nel poema, Dante si ferma ogni tanto a parlare con qualche anima. Alcune sono famose di per sé, altre, come Pier delle Vigne, sono famose principalmente perché Dante ne ha parlato - anche se ne ha parlato perché ai suoi tempi erano molto famose. Perché il lettore non deve avere una lista dei nomi, e magari anche dei personaggi che ci sono e parlano ma il cui nome è stato tralasciato perché tanto ai giapponesi, o almeno a Nagai, non interessava dirlo? Alcune anime sono anonime ma un nome nel poema lo avevano. Altre hanno nome, cognome e magari l'autore ne racconta qualcosa, ma dove sono? E naturalmente non ci sono solo le anime, ci sono diavoli, spiriti malvagi e pure spiriti buoni, e ci sono i luoghi: Cocito, Stige, paradiso terrestre. Uno vede subito che non c'è Bertran de Born e non perde tempo a cercarlo. Manca un sacco di gente ed è normale, altrimenti il volume di pagine avrebbe dovuto averne tremila e forse Nagai starebbe ancora lì a disegnare per finirlo.
Non viene sforbiciata alcuna delle minuziose classificazioni in cui tanto Dante si diletta, e questo in parte spiega perché l'inferno, che è pieno di gironi, cerchi, sottogironi, bolge e non so che altro prende tanto più spazio. No, un momento: nel paradiso vengono indicati solo i cieli, con un vago accenno alla rosa mistica (che però non viene mai nominata), e della Madonna non si fa cenno. Nemmeno di Gesù, ora che ci penso. Il futuro esilio viene gratificato di un solo, piccolo accenno, laddove nel testo originale ogni cinquanta versi Dante trova qualcuno che glielo predice. La parte politica è completamente cassata, come buona parte delle, ehm, spiegazioni scientifiche. E anche le parti dove si parla della redenzione. E', come dire, un aspetto del tutto secondario della questione su cui Nagai non ha ritenuto indispensabile soffermarsi.
In realtà Virgilio dichiara di non sapere cosa succederà dopo il giudizio finale, quando le anime si ricongiungeranno ai loro corpi, ma ritiene probabile che riavere il corpo dovrebbe comunque costituire un miglioramento per loro. In sostanza, l'autore lascia capire (ma non dice esplicitamente) che le pene dell'inferno potrebbero non essere eterne, almeno non con quella intensità.
Virgilio, a proposito, sta nel purgatorio (ma non viene precisato in quale balza del monte) e non nel limbo, che pure esiste e viene rapidamente descritto.
Abbiamo anche una scena aggiunta di tutto punto: quando arrivano da Minosse c'è una donna, molto perbenino, che grida e strepita che c'è stato un errore e che lei non ha mai commesso alcun peccato. Lascio immaginare la reazione di Minosse e la fine che farà la poveretta, ma è una scena davvero efficace, e secondo me a Dante non sarebbe affatto dispiaciuta perché spiega molto bene perché si finisce all'inferno.
Non è l'unico cambiamento: per esempio nel girone dei golosi la pioggia dissolve i corpi e quindi la schifida poltiglia su cui Dante e Virgilio camminano è formata dai corpi dei dannati, che poi riprenderanno forma per continuare a patire - la cosa impressiona abbastanza Dante, e possiamo capirlo.
Ci sono Paolo e Francesca, naturalmente, e la storia è raccontata con molta cura, anche se è saltata la parte letteraria dove i due innamorati leggono. Molto estesa è anche la scena con Brunetto Latini.
Ulisse non parla, anche se Virgilio racconta nei dettagli la storia dell'inganno del cavallo. Il conte Ugolino invece racconta nel dettaglio tutta la sua storia e anche se non racconta esplicitamente di essersi mangiato i figli, si capisce comunque che c'è qualcosa di cui rifiuta di parlare - il tutto è davvero straziante e molto efficace.
Molto forte è anche la scena della città di Dite, avvincente come solo la miglior fantasy sa essere (e io l'ho vista sempre come una scena fantasy, in effetti).
Tra un girone e l'altro Dante e Virgilio parlano molto: del peccato, del peso del peccato, di ciò che porta l'uomo verso il peccato.
Nel purgatorio i due parlano ancora di più, soprattutto del libero arbitrio, del destino dell'uomo, del senso della vita e di tante altre cose molto interessanti, a volte in un modo che mi suona strano - certe discussioni mi suonano un po' diverse da come Dante le ha scritte, ma suonano molto interessanti. Non so se Dante avrebbe sottoscritto tutto, ma certo avrebbe ammesso che non si tratta di discussioni superficiali.
Dante si arrampica su per la montagna, con le sue sette P sulla fronte che via via scompaiono. C'è molta attenzione ai colori, e vengono spiegati con cura sia i colori dei tre gradini della scala che porta all'angelo che incide le P (che indicano la trasmigrazione alchemica dell'anima durante la confessione) sia quelli delle vesti delle fanciulle del paradiso terrestre, mantate nei tre colori di bianco, rosso e verde (che sono le tre virtù teologali, dove la carità, molto correttamente, è tradotta con "amore"). Piuttosto interessante dato che, a parte le due pagine introduttive, il manga è completamente in bianco e nero. Viene descritto molto bene anche il corteo che Dante incrocia e il suo significato.
Con grande dispiacere da parte mia Virgilio non incorona Dante in qualità di anima ormai padrona di sé stessa, ma il mancato addio (Virgilio sparisce senza dir niente) è molto commovente.
Il paradiso, temo, tranne per le parti con Beatrice, è più che altro un compitino ben fatto ma le tavole finali sono davvero belle e probabilmente sono la cosa più gioiosa che Nagai abbia mai disegnato nella sua lunga carriera.

* Mao Dante non è, come qualcuno potrebbe essere portato forse a pensare, la storia di un gatto di nome Dante, bensì una roba assolutamente demoniaca che racconta le vicende di un demone di nome Dante. Altro non so né bramo sapere.
** o almeno a me è sempre venuto da pensare
** a occhio dovrebbero essere tra le ottocento e le novecento

mercoledì 15 dicembre 2021

Diario di Natale - 13 - Il Natale si addice a re Artù

Yule Stag, di Briar.
Nelle Nebbie di Avalon si ricama molto sul tema del re-cervo, sacro e pure sacrificato.

La lettura più tipica per me durante le vacanze di Natale sin dai tempi del liceo è quella delle storie della Tavola Rotonda. 
Quando ero bambina sulla Tavola Rotonda non si riusciva a trovare niente se non qualche patetico riassuntino - per dirne una credo di aver scoperto l'esistenza di quel personaggio tutt'altro che secondario che si chiama Galvano soltanto al liceo. C'erano i riassuntini per bambini, accuratamente espurgati (te ne accorgevi subito. Perché anche i bambini sapevano come cosa nota che Lancillotto e Ginevra ci avevano una relazione preferenziale di un qualche tipo, di cui il marito di lei Artù era ampiamente a conoscenza) e c'erano quelli per adulti, altrettanto corti ma dove si parlava di Lancillotto e Ginevra più un misterioso Galeotto che non era un carcerato ma che veniva citato nelle note del passo di Dante su Paolo e Francesca.
Qualche film americano, anche. Soprattutto uno, uscito nel 1963 


che non è mai stato tra i miei preferiti ma insomma non credo si possa definire brutto.
(In realtà La spada nella roccia versione Disney è tratto, abbastanza fedelmente, dal romanzo di Whyte Re in eterno che era stato sì stampato negli anni 60, ma, sospetto, solo in edizione sforbiciata e che Mondadori si decise a ripubblicare solo nel 1989, quando ormai mi ero laureata).
Al liceo però il professor Blasio ci accennò ai romanzi della Tavola Rotonda di Chretien di Troyes, che circolavano dagli anni 50 nella collana dei classici Sansoni e che - wow! - erano presenti nella biblioteca del liceo. Due giorni (e no, non era Natale, anche se era comunque inverno) dopo il suo casuale accenno li tenevo in mano e finalmente cominciai a capire qualcosa di quello strano mondo che conoscevo soltanto a piccolissimi spizzichi.
Fu amore a prima vista. Per mia gran fortuna proprio in quegli anni, forse sulla scia del successo che Tolkien cominciava ad avere, forse perché alla fine perfino tra gli editori italiani c'era un po' di vita, cominciarono ad apparire storie sulla Tavola rotonda: rifacimenti moderni, ma anche testi medievali tradotti e talvolta perfino con un pochino di introduzione critica. Pian pianino cominciai a capire di che si trattava, e spesso le letture sono avvenute nelle vacanze di Natale, probabilmente perché era proprio sotto Natale che tutti gli anni veniva pubblicato qualcosa - oppure perché l'ispirazione all'acquisto arrivava sempre per me sotto Natale, vai a capire. Comunque molto spesso a Natale mi ritrovo qualcosa di arturiano in mano, talvolta messo appunto da parte appunto per leggerlo intorno a Natale perché ormai l'imprinting è quello, e forse quell'imprinting mi è stato dato dalla lettura della Grotta di cristallo la notte del 23 Dicembre, a vacanze di Natale appena avviate, cui seguì subito un rifacimento del Malory ad opera di, nientemeno, che Steinbeck - che è assolutamente l'unica cosa che ho letto e probabilmente mai leggerò di costui, che di solito si occupa di temi che mi attirano quanto un leone può essere attratto da un piatto di broccolini lessi fumanti.
Anni dopo, sempre a Natale, arrivò Le Nebbie di Avalon - un libro che ha avuto un'eco straordinaria ma che non mi ha mai convinto molto; però mi venne regalato da una persona molto cara con un bellissimo biglietto di auguri in scrittura gotica. La chiave di lettura, se non ho capito male, era contrapporre la versione tradizionale della storia, narrata dal punto di vista maschile, ad una versione al femminile e pagana dove le vicende venivano gestite da lontano da un gruppo di donne altamente magiche; in pratica una narrazione in chiave femminista della Tavola Rotonda, o così venne interpretata dalla critica. 
Devo ammettere che il senso dell'operazione mi è sempre sfuggito, un po' perché le storie della Tavola Rotonda ai miei pur sensibili occhi non sono mai apparse come maschiliste, ma soprattutto perché la confraternita segreta delle donne magiche perde sistematicamente una battaglia dopo l'altra. Visto che si tratta di una leggenda, e per giunta di una leggenda che è stata raccontata in molti modi diversi, non si poteva far vincere la parte "buona", delle donne pagane, contro quella cattiva e maschilista della Chiesa?
Del resto, anche sulla contrapposizione tra cristianesimo e culti pagani nelle storie di Re Artù mi sembra che ci sia ancora parecchio da indagare, e per giunta senza troppe speranze di venirne a capo. Tanto per cominciare non abbiamo le idee molto chiare su quando è nata la leggenda di re Artù, e forse nemmeno sulla cristianizzazione dell'Inghilterra, che quando venne invasa dai pagani angli e sassoni era cristiana. Il lavoro fu poi rifatto ai tempi di Gregorio Magno perché la zona inglese si era abbastanza dimenticata di essere stata cristiana, ma insomma tutto l'insieme non è proprio tra i più chiari - anche perché per quei secoli si va avanti parecchio a tastoni avendo poche fonti scritte, e per giunta anche quelle poche sono spesso piuttosto misteriose. 
A dire il vero tutto l'impianto della leggenda sembra molto, molto intrecciato tra elementi cristiani, elementi pagani e soprattutto tantissimi elementi altamente efficaci sul piano narrativo, e le teorie che raccontano dell'arrivo di una Chiesa oscurantista che stravolge tutto dando una verniciata cristiana a leggende pagane non mi convince molto - o quanto meno, va pur ammesso che si tratta di una verniciatura dove l'intonacatura era stata preparata con molta, molta cura e che risulta piuttosto impermeabile alle macchie di umidità.

Cos'ha in comune Artù con il Natale?
Parecchie cose. Corre voce che appunto a Natale sia nato; inoltre proprio il giorno di Natale apparve, davanti a una qualche importante chiesa di Londra, una roccia con dentro una spada dove era scritto "Chi mi estrarrà sarà legittimo re d'Inghilterra".
Com'è noto in tanti provarono, nessuno ci riuscì ma qualche anno dopo un ragazzino al seguito come scudiero del fratello, il cavaliere Kay che era venuto a Londra per farsi onore in un torneo, giusto la mattina di Natale si accorse che aveva dimenticato la spada di suo fratello nella locanda, tornò indietro per riprenderla ma la locanda era chiusa perché tutti erano andati a guardare il torneo e allora, girando molto sconsolato per Londra, capitò proprio nella piazza dov'era la spada nella roccia e pensò che in fondo anche quella era una spada e la prese, autoproclamandosi così re d'Inghilterra senza saperlo e senza averne la benché minima intenzione.


Com'è noto, ci furono inizialmente un po' di difficoltà e i vari baroni increduli davanti a quel ragazzino - che poi risultò comunque essere il discendente diretto dell'ultimo re - insistettero per rimettere la spada nella roccia ed estrarla di nuovo, per poi scoprire che l'unico che riusciva ad estrarla era, ahimé, proprio il ragazzino. Dopo parecchi tentativi i baroni si rassegnarono e incoronarono Artù re d'Inghilterra.
Il meno che si possa dire di questa storia è che suona piuttosto strana, a partire dallo scudiero che si dimentica di prendere la spada del cavaliere che assiste.
Ma ancora più strano è un torneo a Natale: se già ascoltare un Messiah di due ore e mezzo in una chiesa, che almeno ci ha un tetto, è una vera prova di carattere, non so immaginare cosa sia starsene tutto il giorno su una gradinata a guardarsi un torneo all'aperto a fine Dicembre. Nel migliore dei casi, il giorno dopo corte e popolo l'avrebbero passata a letto a curarsi il principio di congelamento con tisane e ponci. 
In effetti i tornei li facevano in primavera o all'inizio dell'estate, a quanto ci risulta.
La spada nella roccia estratta a Natale c'entra forse qualcosa col fatto che Carlo Magno venne incoronato imperatore la mattina di Natale?
Vai a sapere, ma è una vita intera che mi domando quanto si sono influenzate e incrociate le leggende dedicate a questi due re (unici sovrani di tutto il medioevo ad avere cicli cavallereschi a loro dedicati) dei quali solo uno è sicuramente esistito ma ha fatto comunque cose diversissime da quelle che vengono narrate su di lui nella leggenda.

Ad ogni modo, dopo sì natalizio avvio, ci si aspetterebbe che alla corte di Artù tutti gli anni il Natale venisse festeggiato in modo sontuoso e desse inizio alle più strabilianti avventure; ma al contrario non ricordo una sola storia della Tavola Rotonda legata al Natale. Non si pretende di vedere Lancillotto che appende le mele e le candeline mentre Galvano gli regge la scala, ma almeno qualche vago accenno ci potrebbe stare.
Invece no, le avventure cominciano sempre a Pasqua, il primo giorno di Primavera o addirittura a Pentecoste.

Comunque io leggo queste storie soprattutto nel periodo di Natale, e sempre con grande soddisfazione, anche e soprattutto perché sono un vero concentrato di tutto quel che mi piace in una lettura: le leggende, prima di tutto, e particolarmente a sfondo magico; poi anche le storie legate al destino e alla predestinazione. Inoltre prediligo in altissimo grado le storie d'amore, e in modo particolare quelle che vanno a finire bene e mi piace molto anche lo scenario medievale delle storie d'avventura, con tutte le descrizioni di armi magiche, armature magiche, castelli magici, fontane e boschi magici eccetera eccetera.
Naturalmente tutto questo mi piace in ogni stagione dell'anno. Resta il fatto che le storie arturiane mi scivolano tra le mani soprattutto nel periodo natalizio, magari con libri che stavano ad aspettare buoni buoni nel loro cantuccio da mesi se non da anni.

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venerdì 30 luglio 2021

La caduta dell'impero romano. Una nuova storia - Peter Heather

Ammetto senza problemi che la copertina non è tra le migliori sul piano estetico, davvero. Tuttavia, l'unico modo per scansarla almeno in parte è ricorrere al formato elettronico, dove se non altro non si è obbligati a guardartela ogni volta che si apre il libro; perché detto libro conta svariate edizioni e ristampe da quando è apparso in Italia nel 2006, ma l'editore Garzanti è rimasto deplorevolmente fedele a quella, senza nemmeno dirci di chi è quella brutta faccia (credo sia Costantino, ma collegarlo alla caduta dell'impero... boh?).
E dunque, un libro di storia sulla fine dell'impero romano. 
Con che coraggio l'autore mette come sottotitolo Una storia nuova
Sì, certo, un pelino di provocazione c'è. Si tratta però e prima di tutto di una sintesi della storiografia degli ultimi cinquant'anni sull'argomento (all'epoca della prima pubblicazione, ovvero il 2005). Gran profluvio di considerazioni basate sui recenti scavi archeologici, ma anche sulle analisi recenti delle fonti scritte, che nel frattempo ovviamente sono un po' aumentate: ricerca di qua, spulcia di là, è inevitabile che qualcosa di nuovo salti fuori. E poi naturalmente vale il classico slogan che esorta a "guardare le fonti vecchie con occhi nuovi".
Ne esce un quadro rivoluzionario, che stravolge e rivolta come calzini le vecchie teorie?
Ovviamente no, ma qua e là qualcosa cambia, e tanti piccoli cambiamenti finiscono per alterare notevolmente il quadro d'insieme.
Inoltre, per Heather come per tutta la storiografia inglese, c'è l'enorme totem dell'antico e sacrale testo di Gibbon The Decline and Fall of the Roman Empire, che in Inghilterra è tuttora il classico testo che se non l'hai letto puoi solo andare a nasconderti con la tua vergogna in un cantuccio  - mentre da noi è stato letto solo da pochi eletti nelle cui file non posso ad alcun titolo vantarmi di essere inclusa. E già dal titolo c'è una nota polemica, visto che si parla senza infingimenti di caduta dell'impero romano, ma si mette da parte il declino; e infatti il quadro che traccia Heather non è di un impero in declino, bensì di un impero che declinò, alla fine, solo e soltanto perché stava cadendo - perché se crolli vuol dire che tanto in forze non sei più. Oppure, spingendosi un pelo più in là: se cadi vuol dire che chi ti ha fatto cadere era più forte di te, che tu stessi declinando o meno.
Dunque una onesta opera di compilazione con qualche teoria innovativa accennata qua e là.

Il tema delle motivazioni della caduta dell'impero romano è molto sentito e discusso sin dal 476 d.C., come scoprii con un certo divertimento mentre preparavo non so quale esame (Storia della Chiesa, mi sembra) appunto a tema tardoantico, e tra i testi da studiare c'era una raccolta di saggi data alle stampe da Einaudi nel 1968 dedicata a Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV che apriva con una conferenza di Arnaldo Momigliano che vantava un inizio di quelli che restano impressi:
Possiamo forse cominciare con una buona notizia: in quest’anno di grazia 1959 è ancora possibile considerare verità storica il fatto che l’Impero romano declinò e cadde. Nessuno, a tutt’oggi, è disposto a negare la scomparsa dell’Impero romano. Ma qui comincia il disaccordo degli storici: quando si domanda perché l'Impero romano sia caduto, si ottiene una sconcertante varietà di risposte.
Seguiva poi la garbata constatazione che le cause della caduta in questione erano invece tuttora assai discusse, e tra le possibilità più carine c'era una teoria marxista che sosteneva che il declino iniziò con la fine della guerra del Peloponneso (ovvero parecchio prima della nascita del suddetto impero). Di quel saggio, che da anni mi propongo di recuperare e fotocopiare, ricordo soprattutto le gran risate che mi feci leggendolo e di come perseguitassi chiunque mi capitasse a tiro leggendone passi scelti (senza far troppi danni, perché si trattava comunque di gente che faceva Lettere e dunque non sempre era completamente disinteressata alla questione). Ancora oggi, ogni volta che in classe devo parlare della caduta dell'impero romano o anche più in generale delle discussioni storiche cito quel passo introduttivo ai ragazzi, spiegando che la storia è materia molto più mutevole e ondivaga di quanto si sia tradizionalmente portati a pensare.
Giusto per sintetizzare un minimo e uscire dalla palude dei bei ricordi della mia giovinezza, la frase di Momigliano sta ad indicare che già 60 anni fa, con buona pace di Gibbon, la questione delle cause e concause della caduta dell'impero romano era ancora tutt'altro che definita. E, del resto, quale argomento di storia lo è stato mai?

Ma veniamo al libro.
In sintesi, si divide in tre parti. La prima è una dettagliata descrizione del Signor Impero Romano: come funzionava, com'era strutturato, quali erano i suoi limiti di fondo - limiti per certi versi non aggirabili, per esempio il problema della lentezza delle comunicazioni: all'epoca, più che organizzare una bella rete di strade con tanto di stazioni di cambio per i cavalli non si poteva fare, anzi sotto quell'aspetto i romani erano stati molto bravi ed efficienti. Ma l'impero era grande e le comunicazioni lente. Per lo stesso motivo l'impero non era veramente centralizzato, a piramide: c'era il potere centrale e c'erano i poteri locali, piuttosto autonomi. Era una soluzione che per molto tempo si dimostrò piuttosto valida.
C'era poi un grosso esercito, molto ben addestrato e pagato con le tasse. I problemi con le tasse arrivarono nel momento in cui le tasse smisero di arrivare con regolarità perché una parte sempre maggiore dell'impero era in mano ai barbari, che le tasse, detto e non concesso che le riscuotessero, se le tenevano per sé.
La classe dirigente era corrotta, ma lo era in modo sistemico, e lo era sempre stata anche quando l'impero rifulgeva sì come gemma.
I confini... è noto che a un certo punto l'impero smise di espandersi. Perché?
Perché da una parte c'erano i persiani, che all'inizio del IV secolo diventarono molto forti e pericolosi. Una parte delle truppe venne infatti dedicata da allora al confine con i Sasanidi, ma non sempre con grandi risultati. Inoltre, le truppe che schieravi contro i Sasanidi non le potevi schierare da altre parti, che in certi momenti si dimostrò un serio limite.
L'altro confine erano i Germani, divisi in millemila tribù occupatissime spesso a combattersi tra loro e tutte decisamente poverelle. A un certo punto Roma stabilì che, visto che tanto da loro non c'era da raccattare granché, tanto valeva lasciarli stare salvo occasionali scorrerie quando gli servivano rinforzi per le truppe o nuovi coloni - e, naturalmente, quando cercavano di allargarsi. Modesti contingenti di migranti erano accolti senza problemi, ma sempre facendo molta attenzione a impedirgli appunto di allargarsi, spesso con sistemi davvero tutt'altro che cortesi.

La seconda parte è dedicata al primo Problema Serio che si presentò per l'impero, ovvero l'arrivo in massa nel 375-76 di ben due popoli germanici, greutungi e tervingi, che si presentarono in massa alla frontiera chiedendo di entrare, finirono per entrare in modo decisamente caotico e rimasero per anni a scorazzare all'interno dell'impero sostentandosi a razzie fino alla battaglia di Adrianopoli del 378 dove i romani persero. Il problema dunque da occasionale si fece permanente, anche se venne in vario modo arginato. Solo che, una volta arginato in qualche modo, entrò in scena Attila con gli unni al seguito - guarda caso proprio il popolo che aveva convinto greutungi e tervingi a scappare verso l'impero ad imlorare protezione e asilo.
Gli unni guidati da Attila furono un problema ancor più serio, anche perché al contrario dei Germani sapevano gestire un assedio e prendere una città, per quanto ben cinta di mura. Se dal disastro di Adrianopoli l'impero era riuscito a riprendersi, sia pure con qualche cedimento, con Attila e i suoi le cose andarono molto peggio. Ma l'impero di Attila, è noto, durò pochissimo. Tuttavia...

La terza parte è dedicata al disastro vero e proprio che secondo l'autore cominciò, ebbene sì, proprio al crollo dell'impero unno: a quel punto infatti i Germani non erano più tanti rivoletti di scarsa rilevanza, ma avevano imparato a riunirsi in grandi confederazioni (con grandi eserciti) e gestirli era tutt'altra storia. In particolare un problema decisamente serio furono i vandali di Genserico, che decisero di improvvisarsi navigatori; con un certo successo, visto che approdarono sulle coste africane. Di tutto questo il problema più drammatico fu proprio la perdita, per la parte occidentale dell'impero, delle cospicue tasse africane.
Nel 468 però la parte orientale dell'impero armò e finanziò una grandiosa spedizione per il recupero dell'Africa (che finì in un disastro abbastanza simile a quello dell'Invincibile Armata del 1588) e secondo Heather il vero punto di non ritorno fu proprio quello: dopo quel disastro militare non c'erano più soldi né esercito da giocare per la parte occidentale e la parte occidentale dell'impero entrò dunque in agonia. Quella orientale però, com'è noto, sopravvisse e anzi ben presto ricominciò ad allargarsi e prosperare per un buon paio di secoli prima dell'arrivo degli arabi - il che starebbe ad indicare che i problemi esistenziali dell'impero romano non erano tali da minarlo alle radici, visto che le due parti dell'impero erano organizzate e funzionavano esattamente nello stesso modo.

I veri cattivi dunque sono gli unni: che fecero la loro brava parte di danni scorazzando su e giù per le steppe e per l'Europa, insegnando ai Germani - già in evoluzione e in espansione per conto loro - che "uniti si vince, da soli non è bello". E l'impero romano d'occidente cadde infine, a causa delle invasioni barbariche.
E qualcuno dirà che dopotutto non si tratta poi di una teoria così nuova, e che qualche dubbio che le invasioni barbariche ci avessero messo lo zampino, nella caduta dell'impero romano, circolava già da tempo negli ambienti storici - così come in parecchi tendevano a pensare che l'impero romano era caduto principalmente perché si era dimostrato meno forte dei suoi nemici, in base alla vecchia teoria che "di solito chi è più forte vince, e l'altro perde".
In realtà qualcosa di nuovo c'è, nel senso che almeno o per la prima volta ho letto uno studio approfondito sull'impero unno e sull'evoluzione degli usi e costumi e politiche germaniche in quel  secolo tanto movimentato che va dagli anni di Adrianopoli alla deposizione di Romolo Augustolo; naturalmente è uno studio approfondito che va avanti a frammentini, briciole e schegge faticosamente incollate con tanti periodi ipotetici e tanti buchi nella trama, però è comunque molto interessante.

L'autore appartiene alla scuola degli storici inglesi, che ritengono loro dovere esprimersi in uno stile comprensibile, chiaro e amichevole, evitando deliberatamente di tirar scemo il lettore a ogni singola frase e accumulando la pedanteria soprattutto nelle note (che hanno soprattutto lo scopo di spiegare al lettore specialistico o particolarmente interessato come ripercorrere il percorso che ha portato a questa o quella conclusione). In tanti han lodato la sua squisita scorrevolezza e brillantezza, e probabilmente considerando la materia ha fatto davvero miracoli. Tuttavia, via via che si assemblano le schegge e le briciole, quando di ogni briciola è data una accurata analisi storico-filologico-bocciofila, la scorrevolezza non sempre è proprio così totale - mentre la parte introduttiva, dove si viaggia su fonti più solide e soprattutto più abbondanti e si possonop fare discorsi più distesi, va davvero giù come acqua di fonte. Di sicuro comunque Heather riesce a coniugare chiarezza e precisione - e anche un notevole disappunto perché la fonte che sarebbe davvero più utile per sdipanare questo o quel groviglio regolarmente manca e al più si riesce a intravederla per speculum in aenigmate (e nell'alto medioevo, sotto questo aspetto, andrà pure peggio).

Con questo post partecipo in sempre più totale anarchia al Venerdì del Libro di Homemademamma, che al momento latita assai, e auguro buone letture e soprattutto vacanze molto rilassanti a chiunque passi da queste parti.

giovedì 29 luglio 2021

Haeretica - Migrazioni umane e confronti cinofallici

Sappiamo che Attila aveva un atteggiamento molto assertivo verso la vita

Al giorno d'oggi i manuali di storia delle medie si sentono moralmente obbligati a fare richiami e approfondimenti alla società contemporanea.
Fermo restando che questa è una parte che andrebbe lasciata all'insegnante - perché il mondo è mutevol cosa per definizione, e quindi i confronti che si presentano più opportuni cambiano di anno in anno in modo assolutamente imprevedibile*, un approfondimento sensato e fatto con criterio non morde e sarà pur sempre una utile risorsa per l'insegnante (o anche solo per il singolo alunno che si sfoglia il manuale per conto suo) che deciderà in proprio se occuparsene o meno. 
Purtroppo però la gran parte di questi confronti sembra  fatta senza criterio alcuno.
Tanto per citare Vivi la storia!, manuale di cui già gran bene ho avuto occasione di dire, i primi due li ho trovati davvero agghiaccianti.
Editto di Rotari; ed ecco che parte l'approfondimento per spiegare come qualmente oggi si approva una nuova legge in Italia.
Per carità, se proprio un alunno fa una domanda specifica in proposito è giusto  rispondere (molto a grandi linee), fermo restando che tutta la trafila di approvazione di una legge in un moderno sistema costituzionale non è proprio adattissimo a coinvolgere degli undicenni. Ma, insomma, l'editto di Rotari non era se non in minima parte una nuova legge: al contrario, si trattava di mettere per la prima volta in forma scritta un diritto nato per consuetudine - e allora, se proprio davvero vogliamo tirare in ballo il confronto con la società contemporanea, ci sarebbe magari qualcosa da dire sul diritto consuetudinario (che esiste ancora, ed è molto importante) e magari sulla Costituzione inglese, che a tutt'oggi non è scritta in forma completa ed è nata appunto per una serie di consuetudini accumulate a partire dall'XI secolo, ovvero dall'arrivo dei normanni.

Peggio che peggio l'altro esempio: un confronto, nientemeno, tra le migrazioni dei popoli barbari... e i migranti che arrivano in Italia in questi anni.
Qui non c'è solo un confronto fuor di luogo, ma che alla fine non morde e al massimo addormenta. Al contrario, c'è proprio un confronto tossico. La stravagante teoria che proclama che i barconi che approdano malamente a Lampedusa portano truppe di invasione è una roba che in una classe onorata non andrebbe sfiorata nemmeno col pensiero, e pazienza se nei centri sociali dell'estrema destra ne parlano, mi sembra davvero un caso da "lasciamo stare i bambini", che a undici anni difficilmente sono appassionati alla questione - e se lo sono, di solito lo sono perché se ne parla in famiglia, e meno ci si mette in contrasto apertamente con il modello educativo delle famiglie e meglio è, quando i ragazzi sono così giovani.
Ad ogni modo, da una parte abbiamo qualche centinaia (a volte qualche decina di centinaia, ma sempre e comunque alla spicciolata) di uomini, donne e bambini di varia provenienza che nel migliore dei casi sbarcano un po' straniti e a volte piuttosto malandati e non hanno con sé armi - qualcuno per restare in Italia, molti per andarsene altrove; dall'altra intere popolazioni con carri, provviste e bestiame al seguito e truppe di dieci-quindicimila armati guidati da uno o più re che vengono con intenzioni più o meno invasive e, come si usa dire in questi casi, con un progetto comune - o, quanto meno, con un itinerario comune.Quasi sempre via terra, ma questi son dettagli.
Certo, fai il confronto e dici che sono cose diverse.
Il punto è che sono veramente due cose diverse. E' come fare un paragone tra un colpo di stato militare e un referendum per una scissione politica del territorio; è verissimo che sono due cose diverse, e infatti non c'entrano nulla tra loro.

Già che ci sono ne approfitto per agganciarmi a un curioso dibattito storiografico attualmente in corso (spero solo in Italia) appunto sulle invasioni barbariche (di cui però va detto che Vivi la storia! è del tutto innocente).
Tale dibattito parte dalla constatazione che, al momento delle prime, vere invasioni (in sintesi: l'arrivo improvviso dei due popoli germanici tervingi e greutungi al confine dell'impero romano che chiedevano accoglienza in modo assai insistente nel 376), già da tempo i romani accoglievano o si procacciavano mediante deportazione gruppi piccoli o medi di popolazioni germaniche stanziati vicino al confine dell'impero, arruolandoli o usandoli come contadini.
Secondo alcuni curiosi individui, non troppo usi forse a frequentare libri di storia di una qualche qualità, questo deplorevole uso romano di flirtare con il potenziale invasore portò al disastro di Adrianopoli e in seguito alla caduta dell'impero romano. E dunque non va bene per noi accogliere i migranti sui barconi.
A questa strampalata corrente di pensiero se ne contrappone una seconda, composta se non altro in parte da persone che qualche volta e in un qualche momento della loro vita una scorsa a qualche libro di storia tardoromana l'han data (pur se, vien da dire, senza gran costrutto) che sostiene che per molto tempo il sistema funzionò a meraviglia e che infatti l'impero romano è stato a lungo una fiorente società multietnica (entrambe affermazioni senz'altro valide, all'attuale stato delle nostre - tuttora scarse - conoscenze del periodo); e che dunque accogliere i migranti non comporta per noi alcun pericolo e anzi è nostro dovere e fonte di salvezza.

Fermo restando che sul fatto che è nostro dovere (come ci dice la Costituzione) sono d'accordo, e che al momento grossi pericoli non ne vedo neanch'io all'orizzonte, entrambi i ragionamenti mi sembrano parimenti accampati per aria e basati su presupposti piuttosto balordi - per tacere del fatto che il collegamento tra orde barbariche e barconi di migranti stressati mi sembra all'altezza di quello che legherebbe il culo con le quarant'ore, e visto che il blog è mio e lo gestisco io ne approfitto per spiegare perché tutti costoro mi sembrano delirare, da una parte come dall'altra.

E' verissimo che l'impero romano è stato a lungo una fiorente società multietnica, e qualsiasi manuale (compreso il tanto da me deprecato Vivi la storia!) lo afferma senza mezzi termini. Del resto, impero giapponese a parte - che, come tutto ciò che è giapponese funziona con regole tutte sue - gli imperi sono sempre stati per definizione società multietniche, altrimenti si chiamerebbero regni monoetnici. Qualche volta han funzionato bene, qualche volta male, ma quello sono. E, molto spesso, questi imperi funzionano che tutti sono abbastanza uguali ma l'etnia fondante dell'impero è molto più uguale delle altre, anche se può includere larghe percentuali di altre etnie, purché ben addomesticate  agli usi e costumi dell'etnia dominante. Nel caso dell'impero romano, infatti, non importava se eri greco, numida, tervingio o quant'altro, se facevi (o meglio, se tuo figlio cresciuto in ambiente romano faceva) il normale corso di studi e di formazione romana, potevi arrivare anche alle cariche più alte ed eri un romano a tutti gli effetti; altrimenti potevi scegliere di restare nella zona grigia, mantenere usi e costumi e lingua della tua gente e venivi usato per la manovalanza.
E' altrettanto vero che i piccoli contingenti di barbari venivano spesso accolti, e talvolta anche cercati, quando appunto serviva un po' di manovalanza supplementare - soprattutto nell'esercito, che a partire dal III secolo era spesso a corto di personale perché erano aumentati i nemici (cioè i persiani rompevano assai).
Il massiccio arrivo di turvingi e greutingi (causato da un vivo desiderio di queste popolazioni di sfuggire agli unni, piombatigli addosso all'improvviso come disgrazie) era però un caso molto diverso, principalmente perché stavolta i barbari erano davvero tanti.
Le fonti non sono facilissime da interpretare, ma quel che appare chiaramente è che, mentre fino a quel momento i romani facevano grandissima attenzione a rispettare un protocollo che mettesse sempre i barbari in condizione di assoluto svantaggio, stavolta il protocollo saltò, principalmente perché i richiedenti asilo erano davvero troppi per essere gestiti nel solito modo. E insomma entrarono, scorazzarono e non si riuscì a fermarli. Il risultato finale fu la battaglia di Adrianopoli.
Col tempo, la pazienza e un grande uso delle armi si finì per venirne a capo in un qualche modo. Quando però tutto sembrava riavviato verso il meglio, arrivarono gli unni - anche loro tanti, ma anche molto ben armati e con tecniche di guerra più efficienti di quelle delle popolazioni di origine germanica. Da lì l'impero non riuscì più a riprendersi, anche se in più di una occasione  sembrò che le cose si fossero riavviate per il meglio.
In pratica, le migrazioni diventarono pericolose quando smisero di essere migrazioni alla spicciolata e diventarono invasioni. Tuttavia, con le invasioni i romani non flirtarono proprio per niente - semplicemente i nemici erano troppi (e continuava in più ad esserci l'onnipresente problema dei persiani). 
L'impero romano quindi non cadde per eccesso di ospitalità o soverchio buonismo, cadde perché venne sconfitto dopo aver tentato di resistere con le unghie e con i denti.

Due considerazioni si affacciano, in questa curiosa discussione che avrebbe la pretesa di avere qualcosa a che fare con la storia:
1)Ma tutti quei popoli al confine, non si poteva pensarci prima e sorvegliarli con più attenzione invece di fidarsi tanto?
Beh, tutti quei popoli al confine per molto tempo non c'erano. Forse i romani avrebbero dovuto sorvegliare meglio non tanto la frontiera (quello lo facevano già) quanto i territori interni - anche se, naturalmente, è molto facile dirlo standosene in poltrona a fare la calza in un mondo dove i social ti mettono in contatto quando vuoi con buona parte del globo terracqueo. All'epoca si viaggiava a piedi o a cavallo, fuori dall'impero le strade erano quel che erano... e soprattutto le infinite e piccolissime popolazioni germaniche solo raramente avevano dato dei veri problemi, e in quelle rare occasioni erano state ben rimesse in riga. Che senso aveva preoccuparsi di quattro straccioni accampati più o meno in prossimità del confine?
In effetti, forse avrebbe avuto senso, considerando che nel corso delle generazioni anche gli straccioni si evolvono e imparano a confederarsi eccetera. Magari si può dire che fra le concause della caduta dell'impero romano c'è anche stata la convinzione dei romani che "tanto da lì grandi problemi non ne venivano". Un eccesso di confidenza, forse. Ma, di sicuro, non un eccesso di ospitalità.
2) Ma tutta questa confidenza, non spingeva i barbari ad andare nell'impero, dove tanto sapevano che sarebbero stati ben accolti?
Non so, a me sembra piuttosto normale che, dal momento che l'impero romano era là, non troppo lontano, i germani pensassero di andare lì piuttosto che dagli atzechi. E d'altra parte dalla zona in cui si trovavano i barbari era abbastanza difficile andare da qualche parte che non fosse l'impero romano o il Polo Nord. 
Va comunque riconosciuto che i romani non cercavano in alcun modo di tenere nascosta la loro esistenza, e nel caso dei germani sarebbe stato invero piuttosto complicato, dopo essersi tanto azzuffati sui confini con loro.

In conclusione: la tarda antichità e l'alto medioevo sono epoche assai interessanti da studiare per moltissimi motivi, ma l'utilità di questo studio per affrontare certe questioni strettamente contemporanee mi sembra abbastanza discutibile.

* Vogliamo parlare degli infinitissimi approfondimenti su peste del Trecento e la peste ne I promessi sposi nonché sull'improvvisa ondata di spagnola dopo la prima guerra mondiale che in tanti abbiamo fatto, spesso anche a gran richiesta della platea, negli ultimi 18 mesi, laddove fino a due anni fa si trattava di argomenti che riscuotevano sì un certo successo di pubblico, ma offrivano scarsissimi raffronti con la vita quotidiana contemporanea?