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venerdì 19 novembre 2021

Le Baccanti - Euripide


La tragedia greca, come la conosciamo, era rappresentata all'interno delle feste dedicate a Dioniso. Raccontare quindi una storia su Dioniso e la nascita del suo culto in una tragedia greca è un po' come fare un film che racconta di gente che fa un film, oppure un lavoro teatrale che racconta di gente che allestisce un lavoro teatrale o un'opera che racconta di gente che allestisce un'opera - praticamente una tragedia al quadrato.
"Tragedia", come mi hanno insegnato al liceo, deriva da due parole greche che significano rispettivamente "canto" e "capro".
Canto del capro? Canto per il capro? Canto in onore del sacrificio del capro?
Non si sa, o almeno non si sapeva con certezza quando ho fatto il liceo.
Il capretto era l'animale sacrificale per eccellenza da consacrare a Dioniso, che a sua volta era stato un dio sacrificale e pure sacrificato: un dio che muore smembrato e poi rinasce. 
Ma anche il dio dell'ebbrezza, dell'estasi dionisiaca (che è un tipo particolare di estasi) e del delirio mistico. Un dio che è anche un alterfaccia di Zeus (e da Zeus appunto è stato generato, per meglio confonderci le idee). Ma non ha niente a che fare col dio dei morti.
E' anche il dio del vino, che dà gioia agli umani e sollievo alle loro pene.
Figura complessa, senza dubbio. Non a caso i suoi riti erano "misteri": la parola per tutto quello che ci sconcerta perché non lo capiamo è stata inventata per lui.
Cosa succedeva nei riti dionisiaci?
Non lo sappiamo, perché erano segreti (di nuovo, per meglio confondere le idee ai posteri, immagino).

L'unica tragedia che conosciamo dedicata a Dioniso è stata scritta da Euripide prima di morire all'incirca di vecchiaia (andava ormai per gli ottanta). Suppongo che sia morto proprio per evitare di dare spiegazioni su qualcosa di inspiegabile.
Si intitola Le Baccanti.
In una tragedia greca il titolo è dato dal protagonista, oppure dal coro (il coro de Le Trachinie per esempio è formato da donne della città di Trachis) e qualche volta anche dalla vicenda (per esempio Edipo a Colono che racconta cosa fa Edipo quando arriva a Colono). Nel caso delle Baccanti il titolo corrisponde a tutte e tre le possibilità: la storia racconta un rito dionisiaco (dove le baccanti avevano gran parte), il coro è composto da baccanti e sono loro le protagoniste della vicenda perché oltre che cantare nel coro fanno anche parecchie altre cose.
La vicenda di questa tragedia è, appunto, un lungo canto in onore del sacrificio di un capro, e il capro canta parecchio e cantano parecchio anche parlando di lui (le tragedie erano, almeno in parte, cantate). 
L'inconsapevole capro sacrificale è Penteo, eletto a questo nobile incarico sin dall'inizio e abilmente condotto da Dioniso brano per brano (della tragedia) fino al punto in cui le baccanti lo faranno, appunto, a brani. 
L'officiante è Dioniso in persona, che lavora sotto falso nome per portare Penteo in trappola.
A sbranarlo saranno tutte le baccanti, ma prima tra tutti la madre di Penteo.
Mai si vide e mai, credo, si vedrà tragedia più tragedia di così.
Piccolo particolare aggiuntivo: Penteo, sua madre eccetera sono tutti parenti di Dioniso.

Dioniso è l'unico dio che Euripide manda in scena. Ufficialmente ne manda in scena molti altri, ma sono figure abbastanza scialbe e mai, assolutamente mai, fanno qualcosa di commendevole. A Euripide, in sostanza, gli dei stavano antipatici. Gente irritabile e irritante, che tiene il muso per un nonnulla, ordina sacrifici a destra e a manca e alla fine passa a spazzare via i resti. Capuffici annoiati, in sintesi.
Dioniso è, decisamente, qualcosa di diverso. Prima di tutto sta in scena un sacco di tempo, partecipando direttamente alla vicenda e dirigendola punto per punto. Ma soprattutto è un vero dio: grandioso, terribile, orrendo, potentissimo e comunque posto su un piano del tutto incomprensibile per un mortale, anche quando gioca a fare il bel ragazzino smanceroso. La catarsi certo non manca - mai tragedia fu più catartica di così - ma lascia addosso un senso di paura tutt'altro che spiacevole: quella paura che nasce davanti a qualcosa di incomprensibile e bellissimo.

Il coro canta canti splendidi, ma del tutto folli: le baccanti sembrano del tutto incapaci di seguire un filo logico che intessa un accidente di discorso senza contraddizioni interne di dimensioni enormi. Chiaramente, la coerenza del discorso è l'ultimissima delle ultime cose che può interessare una baccante. Sono in un rito dionisiaco, che vuoi coerentare? Si insegue un'impressione, poi un'altra, e un'altra ancora, in una follia grandiosa, e alla fine il lettore (e ancor più, immagino, lo spettatore) non sa più né di cosa si sta parlando né in che modo se ne sta parlando - e va benissimo così, anzi sarebbe strano se ci fosse una qualche logica.

Dopo tutto questo mio straparlare che, limiti letterari a parte, sarebbe senz'altro adatto come base per un coro da baccanti, passo a raccontare un po' di trama - giusto per spiegare su cosa sto delirando.
Siamo a Tebe, qualche tempo dopo la nascita di Dioniso. Sua madre Semele è morta*, ma restano Cadmo (fondatore di Tebe, quello che seminò i denti di drago, nonché padre di Semele e di Agave, che generò con la sua sposa Armonia), Agave, appunto, figlia di Cadmo e sorella di Semele nonché madre di Penteo, e infine Penteo,  inconsapevole capretto sacrificale già consacrato agli dei.
Dioniso sta affermando il suo culto, che proprio a Tebe incontra ostacoli: infatti le sorelle di Semele (tra le quali c'è Agave, madre di Penteo), per invidia, rifiutano di ammettere che l'amante della sorella fosse un dio e il frutto di questo amore un dio a sua volta, e avversano il culto.
Penteo invece è schifato anche dal culto in sé: tutte queste donne che abbandonano il focolare domestico per andarsene nei boschi a folleggiare, presumibilmente per fare sesso illecito in modo del tutto scomposto e col primo che passa... robaccia, tutta robaccia. Le donne hanno da stare a casa a fare la calza e soprattutto vivere castamente.
Risultato: Dioniso ha invasato le sorelle di Semele, che adesso vanno a fare le baccanti come tutte le altre. Nel corso della vicenda ci rendiamo conto che ha  gradualmente invasato anche Penteo, che è il capo della città e che al culto reagisce stizzosamente con gli argomenti perbenisti già sopra elencati, vantandosi assai del fatto che lui no, non si fa prendere in giro, e anzi prenderà seri provvedimenti contro quel ragazzino arrivato da fuori per istituire quel falso culto che è solo una scusa per fare sesso illecito eccetera - una lagna da non dirsi, perché il concetto viene ripetuto non so quante volte anche se qualcuno ogni tanto osserva che le donne, sia di giorno che di notte, non han certo aspettato l'istituzione del culto di Dioniso per darsi al bel tempo, mentre d'altro canto una donna di savio comportamento non cambierà improvvisamente abitudini e costumi solo perché diventa baccante (cosa, quest'ultima, che in effetti si rivela vera soltanto in parte).
Invano Cadmo e pure Tiresia, indovino di lungo corso e dal passato piuttosto movimentato, lo avvisano in tutti i modi che contrastare gli dei è piuttosto pericoloso e che rifiutarsi di riconoscere un dio non è sufficiente a far sì che il dio in questione svanisca nel nulla. I due riconoscono Dioniso come dio senza farsi alcun problema, e vanno a fare "i baccanti" al grido di "lo vuole il dio, e noi facciamo quel che vuole il dio". Comportamento assai savio, se mai qualcosa nel culto dionisiaco può richiamare la saviezza, ma che non basterà a proteggere Cadmo e la sua famiglia - che è poi anche la famiglia di origine di Dioniso, come già detto.

Il bel ragazzo licenzioso mandato a istituire il culto di Dioniso è, naturalmente, Dioniso in persona e lo spettatore se ne accorge ben presto, per quanto possa essere duro di comprendonio. Penteo no, non lo capisce, e figurarsi se capisce di essere stato designato al sacrificio, anzi è beatamente convinto di essere lui a guidare il gioco. Fa catturare il bel giovane, lo affronta in un dialogo in cui promette che farà sfracelli di Dioniso e del suo presunto culto e infine lo fa incatenare in una stalla al buio - o almeno così crede. 

In realtà Penteo non lo ha nemmeno incatenato: Dioniso gli ha già confuso la mente e Penteo ha legato... un toro. Poi Dioniso lo scuote con visioni, fantasmi e prodigi vari e Penteo fa una sciocchezza dopo l'altra finché Dioniso, libero e sorridente, gli riappare.
Arriva un messaggero, che è stato mandato a spiare le baccanti, e racconta quel che fanno: no, niente sesso, anzi dormono tranquille come bambine, quando dormono. Da sveglie però, pur facendo attenzione a mantenere decorose le vesti, fanno scaturire sorgenti di acqua e vino, attingono latte e miele direttamente dalla terra graffiandola... e fanno a brani gli animali selvatici che incontrano, così, a mani nude o a colpi di rami di edera. Gli animali selvatici, o domestici, ma... anche i bambini.
Così Penteo insorge e chiama le guardie armate:
Si va in guerra
darem battaglia alle Baccanti! No,
questa è cosa che va oltre ogni limite,
che delle donne facciano di noi
quello che fanno, e noi le sopportiamo 
E insomma facciamoci valere, siamo o non siamo uomini?
Così il povero Penteo, con grandissima boria, promette che sì, sacrificherà al dio, ma sacrificherà le baccanti.
Dioniso si offre di aiutarlo a coglierle di sorpresa. Perché prima di tutto Penteo le vuol vedere, anche se sa che soffrirà vedendole ubriache...
L'assai scarso raziocinio di cui aveva dato prova fino a quel momento vacilla vieppiù. Avvolto ormai nella rete degli inganni, Penteo si lascia vestire da baccante, con un abito da donna, una parrucca, una pelle di cerbiatto... e in questa insolita tenuta traversa la città, ma senza rendersi conto che tutta la città lo vede - perché Dioniso gli ha promesso che lo farà passare per strade poco frequentate, e dunque cosa mai potrebbe andare storto?
Docile come un agnellino, Penteo si avvia docilmente al sacrificio (il suo): perché si sa che un vero sacrificio prescrive che la vittima sia consenziente.
Raggiunti i boschi le cose vanno come devono andare: la vittima sacrificale si ritrova improvvisamente abbandonata da Dioniso e circondato di baccanti festose, che allegramente lo sbranano - e la prima a sbranarlo sarà Agave, sua madre, che  all'alba ritorna a palazzo tutta contenta portando come trofeo la testa del "leoncello" (che all'inizio è un "vitellino", in barba a ogni logica - ma è stato già detto e ridetto che alle baccanti la logica scarseggia assai) da lei sbranato. Suo padre deve essere ben fiero di lei, che ha compito questa bellissima impresa da cacciatrice, anzi l'intera città deve lodarla per questa sua prodezza!
E suo padre, in una delle scene più belle e sconvolgenti del teatro umano e divino di tutti i tempi, prima la ascolta, poi grado per grado, mentre la luce cresce, la riporta alla realtà facendole capire quel che ha fatto. 
Poi c'è da fare la cerca del resto del corpo del "leoncello", sparpagliato a pezzi per i boschi. E quanti sono i pezzi, e quanto distanti l'uno dall'altro!

Dioniso infine ritorna in scena a spiegare tutto e ad assegnare punizioni: Cadmo e le sue figlie andranno in esilio e avranno una sorte piuttosto complicata, ma alla fine Cadmo si ricongiungerà con la sua sposa nella Terra dei Beati**.
Così vengono puniti tutti, colpevoli e innocenti, per volere di Zeus e dello stesso Dioniso, e sia Cadmo che Agave escono da questa vicenda piuttosto amareggiati ma non è che ci sia molto da discutere.
E dunque: la vendetta del dio è stata davvero fuor di misura, e gli dei non ne escono benissimo sul piano etico. Ma che gliene frega?

Sono molte le forme degli eventi.
Contro la nostra attesa spesso l'opera 
degli dei si rivela.
Quello che si credeva non s'avvera,
e un dio trova la via
a cose in cui fede non s'aveva.
Così questa vicenda è terminata.
canta il coro di chiusura.
La critica è molto divisa sull'opera (pur ammettendo che è molto bella), ma ho l'impressione che alla critica sfugga abbastanza il punto centrale, che non mi sembra una posizione di Euripide sulla religione e gli dei, ma una semplice constatazione che gli dei a volte ti sovrastano e chissà, forse hanno ragione a farlo anche se agiscono in modo del tutto al di fuori delle normali concezioni di bene, male, premio e punizione. Gli dei sono un'altra cosa, e gli uomini non li capiscono né possono farlo altro che con un atto di sottomissione, che comunque non sempre basta. Un'opera religiosa, dunque, ma non un'opera che parla di religione: un rito messo in scena, con tanto di sacrificio - ma senza una vera soluzione finale.

Lettura consigliata a chi è in cerca di qualcosa di forte e ha fame di domande che non abbiano una risposta. Ma va bene sempre e comunque, perché è davvero bella.

Con questo post segnalo per l'ultima volta l'esistenza del Venerdì del Libro di Homemademamma, che ormai ha tolto financo l'etichetta dal suo blog. Io comunque mi tengo il tag e continuerò a recensire le mie letture solo di Venerdì, così come parlerò di film solo di Lunedì perché ormai mi sono abituata così.
Buon fine settimana a chi passa di qui e buone letture a chi ama leggere, perché la stagione davvero si presta ed è tornato il tempo del buon libro accanto al caminetto, o sotto il kotatsu, tisana fumante in mano e piattino di dolcetti a lato.

* fulminata dall'apparizione di Zeus, cui aveva chiesto di apparirle in tutta la sua potenza. Zeus ormai aveva promesso e dovette mantenere e Semele morì incenerita ma Zeus riuscì a salvare Dioniso, bambino ancora in formazione nel grembo materno, cucendolo all'interno della coscia e inventando così l'incubatrice. Il piccolo ebbe una infanzia travagliata, dove venne smembrato e poi ricomposto; poi  diventò un gran bel ragazzo, istituendo un suo proprio culto con caratteristiche del tutto insolite.

** una strana specie di serraglio, o forse di discarica, dove finiscono quasi tutti gli eroi greci al termine delle loro strampalate e complesse vicende.

venerdì 8 ottobre 2021

Ione - Euripide


Nonostante il titolo, Ione non è un trattato sulla struttura dell'atomo bensì uno dei più screditati drammi di Euripide e nessuno sembra disposto a prenderlo sul serio a parte me.
Chi avesse interesse a documentarsi in merito, infatti, o chi per sua libera scelta ha deciso di seguire un corso di storia della letteratura greca, troverà solo pochi e scarni commenti dedicati a quest'opera, nei quali si mette in rilievo l'insolito intreccio, più adatto a una commedia nuova, di quelle dove c'è sempre un trovatello o una trovatella che inevitabilmente sono riconosciuti da qualche nastro, stemma di famiglia o quant'altro che permette di identificarli alla fine come di libera nascita, di cittadinanza ateniese e spesso anche come discendenti di una nobilissima famiglia - la quale nobilissima famiglia lo stava cercando invano dopo esserne rimasta separata per un deplorevole insieme di circostanze. L'essere di libera nascita (e di cittadinanza ateniese) permette inoltre al non più orfanello di convolare con l'amato bene  a felici nozze, fino a quel momento precluse appunto dal mistero legato alla sua nascita.
Ma mai nessuno che spenda mezza parola sull'aspetto che mi ha colpito sin dalla prima lettura (perché l'ho letto diverse volte ed è uno dei miei drammi preferiti anche se Euripide mi piace un po' tutto).

Non è una tragedia, è un dramma - nel senso che va a finire abbastanza bene. Non si conclude con un matrimonio, ma alla fine della storia ognuno ha ottenuto quel che voleva - Creusa e Xuto un figlio, e Ione una famiglia.
Ma la tragedia c'è stata, diversi anni prima della vicenda rappresentata in teatro, quando il dio Apollo "aveva preteso amore" dalla principessa Creusa. 
E siccome il dio Apollo, com'è noto a chiunque abbia anche solo sfogliato un manuale di mitologia greca, aveva un concetto tutto suo dell'amore che non contemplava minimamente la possibilità che la controparte potesse avere una sua qualche opinione o preferenza, la cosa è finita con uno stupro in una grotta, come Creusa ricorda con amarezza quando anni dopo si ritrova nel tempio di Apollo.
Dopo lo stupro venne poi la gravidanza (com'è noto gli dei sono fertili, molto fertili). Creusa la tenne nascosta a tutti, non disse niente nemmeno a sua madre e partorì da sola, una notte, in quella stessa grotta - altra esperienza che ricorda con comprensibile angoscia.
E dopo mise il figlio in una cesta (con gli usuali contrassegni di cui sopra) e lo abbandonò nel bosco perché le fiere lo divorassero, o perché Apollo lo salvasse - ma quest'ultima possibilità non la vedeva molto probabile.
Invece Apollo, che dopo lo stupro non si era più fatto vedere né sentire, salvò il bambino, facendolo portare in zona Delfi da Hermes e poi facendolo trovare da una sua sacerdotessa che lo adottò e gli diede il nome di Ione (che alla fine, ammettiamolo, è sempre meglio di Protone o Neutrino, e anche di Xuto).

Il piccolo Ione all'epoca della storia è un fanciullo cresciuto nella dimora di Apollo, che lavora al tempio e considera quel tempio la sua casa. Del resto, non ne ha mai avute altre, e da bravo orfanello è molto riconoscente verso chi l'ha adottato.
Proprio a quel tempio, anni dopo, Creusa e suo marito Xuto, re di Atene, che dell'involontaria maternità della moglie non sa niente di niente, approdano per chiedere ad Apollo se potranno mai avere un figlio.
Naturalmente Apollo dà un responso che crea a tutti una gran serie di equivoci, difficoltà e incomodi - notoriamente i responsi del Lossia sono un disastro sempre e comunque e fan più danni della grandine -  tuttavia alla fine le cose si sistemano: madre e figlio si ritrovano e si riconoscono, mentre Xuto rimane convinto che Ione sia suo figlio, avuto da un suo trascorso prematrimoniale (di cui non ha nemmeno chiaro quando e come e con chi) e gli lascerà quindi il trono di Atene.
Il prologo viene recitato da Hermes, l'epilogo da Atena (in qualità di nume tutelare della città di Atene).
Apollo non compare mai in scena, e fa benissimo.

Nessuno, per quanto ne so, si è mai soffermato sulla vera particolarità di quest'opera: è l'unica narrazione, in tutta la letteratura classica, di uno stupro visto dalla parte della vittima.
Per la cultura greca e romana, par di capire, lo stupro è una pratica amatoria come tante altre, e giammai autore alcuno mi risulta essersi soffermato sul fatto che tale pratica possa eventualmente lasciare qualche strascico emotivo alla persona che l'ha subito - chessò, un senso di sopraffazione, una punta di amarezza, qualche traccia di rancore o vergogna, insomma una qualsiavoglia impressione negativa.
Euripide, a quel che sembra, qualche sospetto in merito invece l'ha avuto. 
Del resto Euripide è un autore molto particolare e sul tema della prepotenza e della sopraffazione davvero non c'è chi possa reggere il confronto. Tre delle sue tragedie che il Gran Canone Alessandrino ha ritenuto opportuno conservarci sono dedicate per intero a "le donne schiave dopo la caduta di Troia" e il tema del letto forzato cui le donne si ritrovano costrette è sviolinato per lungo e per largo, per tacere della magnifica tirata che Cassandra fa a sua madre quando la portano da Agamennone (e lei sa benissimo come andrà a finire) dove le spiega che quel suo matrimonio forzato è degno di grandi festeggiamenti e i troiani, che hanno perso, sono assai più fortunati dei greci che hanno vinto - con argomenti all'apparenza folli, ma che filano perfettamente e devono aver lasciato un profondo senso di inquietudine agli ateniesi che assistevano allo spettacolo.
Molti dei personaggi femminili di Euripide, in vari e numerosi drammi, si soffermano spesso sull'ingiusta condizione in cui sono tenute le donne - il passo più famoso è il monologo con cui Medea si presenta al pubblico, ma ce ne sono molti altri - e non uno solo sembra fuor di luogo e campato in aria, letto da occhi moderni. 
Eppure, ho scoperto con grande sorpresa, Euripide era spesso criticato per la sua misoginia dai contemporanei; e davvero, pensare che nella Atene dell'età classica che chiunque fosse passibile di misoginia lascia sbalorditi, considerando che si tratta di un sistema sociale dove la posizione delle donne era di poco migliore di quella delle donne afghane sotto il regime talebano.

Nello Ione  non c'è un racconto dello stupro, naturalmente, e nemmeno una descrizione dettagliata del parto. Eppure i pochi accenni di Creusa mi hanno sempre fatto venire i brividi, e la scena dove nella notte la ragazza madre abbandona a morte praticamente sicura* nella notte il bambino che piange ha qualcosa che buca i secoli. Leggendoli affiorano spontanee alla memoria  tutte quelle storie (alcune anche molto recenti) di donne che partoriscono di nascosto e abbandonano il bambino sulla porta della chiesa o della caserma del paese quando va bene, nel cassonetto della spazzatura quando va molto, molto male, e dalla pagina sale tutto il carico di paura e di orrore che c'è dietro a ognuna di quelle storie, molto meglio che in qualsiasi romanzo verista - e senza in realtà raccontare quasi niente. Tutto quel carico di violenza, sopraffazione e dolore cascato addosso alla povera Creusa, che non aveva fatto assolutamente nulla per procurarselo spezza davvero il cuore. O almeno, ha molto addolorato il mio, ma a quanto pare sono stata l'unica a notarlo.
Vai a capire.

Con questo post alquanto pensieroso partecipo di soppiatto al Venerdì del Libro di Homedemamma e auguro buone letture a chiunque passi da queste parti.

* anche se nella letteratura classica abbandonare un bambino nel bosco in mezzo agli animali selvatici è di gran lunga il modo più sicuro per garantirgli una vita lunga, prospera e ricca di eventi interessanti in barba a qualsiasi tasso di mortalità infantile. Ma Creusa non sapeva di essere un personaggio della letteratura classica, e dunque era convinta di lasciare il bambino a morire di fame e di disperazione o in pasto alle fiere.

venerdì 26 giugno 2020

Ifigenia in Aulide - Euripide


A seguito di una interessante conversazione con un cugino* ho ripreso in mano quest'opera teatrale che da molti anni non rileggevo. 
La trama è abbastanza nota, e siccome si tratta di un dramma greco si può raccontare tranquillamente senza problemi di spoiler, dato che anche gli spettatori che lo videro la prima volta conoscevano benissimo la storia.
Siamo in Aulide, appunto, e la flotta greca scalpita per partire per Troia e fare la famosa guerra per riprendersi Elena. Agamennone è stato eletto capo della spedizione** ma fa una qualche stupidaggine che offende Artemide, la quale decide perciò di mandare venti contrari per impedire la partenza della flotta. 
Il povero Calcante, indovino al seguito dell'esercito, viene interrogato, indaga e scopre che, appunto, Artemide è arrabbiata e impedirà la partenza finché Agamennone non le sacrificherà la sua figlia maggiore, Ifigenia, una fanciulla appena in età da marito.
Agamennone comprensibilmente recalcitra, ma alla fine si fa convincere e manda a chiamare la figlia dicendo che la vuol dare in sposa.
Durante il prologo vediamo che Agamennone è molto pentito e scrive alla moglie Clitemnestra (del tutto ignara dei problemi creati da Artemide) per dirle che non se ne fa di niente. Il fratello Menelao intercetta la lettera e inizialmente fa una bella piazzata ad Agamennone, ma poi ci ripensa, capisce il punto di vista del padre che non vuole sacrificare la figlia innocente per rendere al fratello una moglie che tanto innocente non è e che sembrerebbe meglio persa che trovata e dice che, pazienza, farà a meno di Elena.
Disgraziatamente è troppo tardi; ed ecco arrivare Ifigenia, ovviamente accompagnata dalla madre molto contenta perché la figlia va a sposarsi, e al seguito c'è pure il piccolo Oreste, così il padre vedrà come cresce bene.
Agamennone si dispera, cerca di convincere la moglie a tornare indietro senza assistere al matrimonio (pretesa assurda che Clitemnestra non prende in minima considerazione) e si inventa che Ifigenia verrà data sposa ad Achille. Guarda caso, nel giro di un paio di strofe Clitemnestra scopre che Achille non ne sa niente.
Messo alle strette, Agamennone finisce per rivelare la verità. Clitemnestra cerca di farlo ragionare, Ifigenia piange perché non vuole morire, Oreste non dice una parola in tutto il testo ma probabilmente si sta già domandando in che razza di famiglia è finito e Achille proclama che farà di tutto, a costo di combattere contro l'intero esercito, per salvare Ifigenia - che poi, se crede, lo sposerà, lui ne sarebbe anche contento, ma non è quello il punto: il punto è che il suo nome non va usato per cogliere in trappola povere ragazzine innocenti e infilarle a forza in oscure trame. Quanto a Clitemnestra, esterna con molta decisione il suo estremo disappunto e dichiara che se Agamennone fa il sacrificio, lei troverà modo di fargliela pagare - una reazione più che comprensibile, in effetti.
L'esercito, informato della faccenda da (si suppone) Ulisse, si dimostra invece molto meno comprensivo di Menelao e molto meno cavalleresco di Achille e proclama che questo sacrificio s'ha da fare.
A questo punto - ma solo quando è chiaro che non c'è speranza, perché anche Achille avrebbe i suoi problemi ad affrontare l'esercito greco, Ifigenia toglie del castagne dal fuoco a tutti e accetta di sacrificarsi in nome dell'Ellade e della libertà. Clitemnestra disapprova e rifiuta decisamente di assistere al sacrificio - che non sarà tale perché all'ultimo momento Artemide rapisce la fanciulla e manda una bella cerva bianca da sacrificare al suo posto. 
Com'è noto, allo scambio con la cerva Clitemnestra non crede, anche perché nel frattempo Ifigenia è scomparsa - e di conseguenza il futuro coniugale di Agamennone non sarà dei migliori***.
Siccome sto parlando dell'Ifigenia in Aulide di Euripide, classico tra i classici, universalmente lodato, è inutile che perda tempo a dire quanto è bella e cose del genere, e anche che spieghi quanto mi è piaciuta: Euripide è uno dei miei autori preferiti, sin da quando l'ho incontrato la prima volta ai tempi del ginnasio, e l'ho sempre letto molto volentieri. Ma la storia di Ifigenia la conoscevo già da prima, perché è fra quelle raccontate in Storie della storia del mondo. Quando la lessi per la prima volta però ero una bambina, e ai miei occhi Ifigenia era, per quanto giovane, una ragazza "grande", e la sua era solo una delle tante storie greche, spesso drammatiche, che mi passavano sotto gli occhi.
Qualche anno fa, invece, scoprii che non era affatto una buona idea far leggere quel capitolo di Storie della storia del mondo a una prima media. Avevo portato con molta serenità le fotocopie a scuola e solo arrivata al punto in cui Ifigenia dice "Babbo, tu non vuoi che io muoia, vero?" mi accorsi del silenzio assurdo che c'era in classe. Venti ragazzi ciarlieri assolutamente ammutoliti e con l'espressione choccata. Perché per loro Ifigenia non era grande, era una coetanea. E suo padre l'aveva tradita nel più definitivo dei modi.
Una scelta didatticamente infelice, ammettiamolo.
E così per la prima volta vissi la storia di Ifigenia non come ascoltatrice da intrattenere, ma dal punto di vista della protagonista.
Quando arriva al campo, Ifigenia è una ragazzina. Corre tutta contenta dal padre, per cui ha una predilezione che anche Clitemnestra vede con benevolenza ("sei sempre stato il suo preferito, sin da quando era piccola"), e quando il padre accenna a un sacrificio che va fatto prima delle sue nozze dice tutta convinta che sì, è importante non trascurare gli dei.
Quando si rende conto di essere lei il piatto principale del sacrificio, improvvisamente le piomba addosso anche la consapevolezza di un mucchio di altre cose: che suo padre è disposto a sacrificarla; che ci sono ragioni politiche per cui un sacrificio come il suo (atto empio, impuro e sacrilego lo definisce Eschilo nell'Agamennone) è accettabile agli occhi degli adulti; che ci sono forze che suo padre non è in grado di fermare - né suo padre né il pur famosissimo Achille; che lei, per quanto potesse essere la coccola del papà, conta talmente poco da poter essere privata della vita pur non avendo mai fatto niente di male; che suo padre, anche se poi si è (un po') pentito, l'aveva già venduta; che la vita può essere molto ingiusta e gli dèi peggio che peggio; che per suo padre la politica conta più di tutto, anche della figlia prediletta.
Costretta a crescere tutto insieme, finisce per comprendere che la sua sorte è già segnata, che nessuno può più aiutarla e che l'unica scelta che le resta è di evitare un combattimento interno tra greci e la morte di Achille (che nel difenderla non sarebbe aiutato nemmeno dai suoi stessi uomini (che anzi sono quelli che scalpitano più di tutti perché il sacrificio ordinato da Artemide venga compiuto). Messa così con le spalle al muro decide di piegarsi all'inevitabile senza creare problemi a nessuno, facendo perfino del suo meglio per evitare rimorsi a suo padre: non solo accetta di morire, proclama fieramente di volerlo.
Io l'ho vista così.
Aristotele criticò quell'improvviso mutar d'animo sostenendo, appunto, che era troppo improvviso per lasciare coerenza al personaggio. Non sono d'accordo. Un po' di più posso forse condividere la teoria che dice, in sintesi, che Ifigenia sceglie di fare la brava bambina fino alla fine, ma a me sembra che Euripide racconti una storia diversa e una scelta più lucida.
Ufficialmente Ifigenia in Aulide è considerata una "tragedia a lieto fine", ma un vero lieto fine a ben guardare non c'è, perché proprio l'atto empio, impuro e sacrilego, per quanto non realmente avvenuto, dà la stura ad una serie di atti ancor più empi, impuri e sacrileghi che finiscono quasi per sterminare l'intera famiglia degli Atridi (che d'altra parte hanno una storia familiare fra le più agghiaccianti della letteratura di tutti i tempi anche prima del sacrificio di Ifigenia). 
È però un classico dramma euripideo, dove il vero cattivo è la divinità di turno, nessuno a parte Ifigenia si può definire buono ma in fondo tutti fanno del loro meglio: Clitemnestra che cerca di salvare la figlia, Agamennone che quasi rinsavisce e non vuol più sacrificarla, Menelao che rinsavisce del tutto, ma non prima di aver reso il sacrificio inevitabile, i greci che ormai sono lì e vogliono combattere, Calcante che fa il suo mestiere (ma parla con un po' troppe persone), Achille che sembra preoccupato soprattutto del suo prestigio personale, almeno all'inizio... ma c'è un altro grande Cattivo dietro le quinte: la Politica. Agamennone ama svisceratamente il suo posto di comando e per mantenerlo è quasi disposto a sacrificare la figlia, Ulisse manovra dietro le quinte perché la guerra si deve fare, l'esercito una volta scatenato non intende ragioni e nessuno riesce più a fermarlo, tanto che perfino i Mirmidoni di Achille trovano normalissimo e anzi doveroso sacrificare una ragazza innocente. Ifigenia dalla sua ha soltanto il (legittimo) desiderio di vivere e continuare a vedere la luce. Non basta, nemmeno un po'. Lo sappiamo tutti che a volte non basta.
Così questa storia vecchia di quasi tremila anni risulta deplorevolmente attuale anche ai giorni nostri: l'innocenza non ti dà diritto alla vita, se nasci nella famiglia o dalla parte sbagliata.
Di tutto questo però non ho parlato con mio cugino, anche perché mi è venuto in mente solo due giorni fa, dopo la rilettura.
Invece abbiamo parlato del sacrificio di Isacco. Siamo partiti dal catechismo**** e di come ai giorni nostri tendesse a sorvolare su certi episodi della Bibbia.
Per esempio, appunto, il sacrificio di Isacco.
A ben guardare le due storie sono davvero simili: una mattina un qualche dio si alza e dice "ehi, tu, sacrificami il tuo amatissimo figlio". Così, senza un motivo (del resto, non esiste un motivo valido per una richiesta del genere). In entrambi i casi la madre non viene messa al corrente (chissà perché), il fortunato prescelto prende per mano la vittima ignara e insieme si avviano all'ara e solo all'ultimississimo momento il dio o la dea di turno cambiano idea. Cosa pensa l'agnellino sacrificale di turno quando si accorge che era tutto uno scherzo non è dato sapere, anche se ci sono diversi racconti più o meno seri sul trauma che Isacco si porta dietro, e un bel po' di quadri dedicati ad entrambe le storie. Per esempio per Ifigenia abbiamo Tiepolo che senza dubbio presenta con molta chiarezza il concetto di vittima all'altare, ma molti altri si sono occupati del soggetto, con alterni risultati.

A Isacco invece è dedicato una delle tele più celebri di tal Caravaggio, che tra l'altro esprime con estrema chiarezza il punto di vista del ragazzo.



Tra le due storie ci sono però anche delle differenze.
Sono diverse le motivazioni dei due genitori, prima di tutto; Abramo è mosso da puro  spirito di obbedienza e sottomissione e nessuno (tranne forse Isacco, almeno sul momento) ci trova da ridire. Più avanti il sacrificio di Isacco verrà interpretato come una prefigurazione del sacrificio che Gesù compie in obbedienza al Padre, cioè dell'evento più importante nel cristianesimo*****. Comunque dopo aver salvato Isacco dio mostra di apprezzare molto l'obbedienza di cui Abramo ha dato prova davvero notevole.
Agamennone invece fa quel che fa in nome della guerra ventura, e secondo Euripide anche per il potere e la carriera (e per come ci viene di solito descritto Agamennone, ciò sembra assai probabile). Artemide a lodarlo non ci pensa nemmeno, e nessun altro lo fa anzi l'atto viene descritto come empio, impuro e sacrilego; più avanti nessun dio si preoccupa di proteggerlo dalle conseguenze di quell'atto, che saranno lunghe, assai articolate e finiranno col ricadere sull'innocentissimo Oreste. Perché il bello degli dei greci è anche questo: a disobbedirgli te la passi malissimo, a obbedirgli talvolta pure, e il povero Oreste ne sa qualcosa perché dopo aver ucciso sua madre in obbedienza a un preciso ordine di Apollo, mezzo pantheon si deve dar da fare per ottenerne l'assoluzione e la purificazione, che comunque arriva solo dopo che il poveretto ha condotto una vita decisamente grama.

Quel che io e mio cugino concludemmo dopo questa lunga e colta conversazione fu che, sì, certe storie è meglio maneggiarle con cautela quando gli ascoltatori sono molto giovani.
E comunque il gelato era ottimo e il pomeriggio fu molto piacevole.
Erano i bei tempi in cui si poteva riunire una tavolata di una dozzina di congiunti stretti per stare allo stesso tavolo senza che ad alcuno venisse in mente nemmen di lontano di biasimare la cosa.

Con questo post molto variegato partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma augurandomi che l'estate ci porti anche qualche raduno, oltre a molto tempo libero per leggere.

* che nonostante sia un cugino a pieno titolo non è particolarmente interessato alle leggende metropolitane
** carica che ricoprirà facendo non poche sciocchezze, peraltro.
*** molto giustamente, secondo me.
**** no, nelle intenzioni non era una conversazione colta. Eravamo a un compleanno multiplo estivo, e ci stavamo ingozzando di gelato dopo un pasto di quelli che cominciano con tre antipasti.
***** si potrebbe osservare che Gesù obbedisce al Padre, ma lo fa volontariamente e consapevolmente, al contrario di Isacco: d'altra parte la questione è abbastanza complicata perché, di fatto, Gesù è il Figlio ma è anche il Padre, quindi sarebbe strano se non obbedisse a ciò che lui stesso ha stabilito di fare. Ma sto divagando, né ho alcuna speranza di districarmi da un tal teologico ginepraio.

venerdì 19 giugno 2015

Medea - Euripide


Quello che presento oggi è un classico tra i classici, che ha plasmato non solo la letteratura occidentale ma anche la musica lirica. L'autore è Euripide, piuttosto controverso tra i contemporanei ma apprezzatissimo tra coloro che sceglievano chi  mandare in scena, per cui poteva avere il suo coro quando voleva (e alla fine i canonisti alessandrini conservarono più opere sue che dei blasonatissimi e rispettatissimi Eschilo e Sofocle) e capace di parlare senza difficoltà anche a chi lo legge 2500 anni dopo.

Il teatro tragico greco aveva delle caratteristiche piuttosto particolari - per esempio lo spettatore conosceva già la storia, perchè si trattava di miti assai noti; non solo, ma quando per avventura l'autore avesse deciso di lavorare su qualche variante non troppo famosa del mito, era sua precipua premura informarne lo spettatore appena possibile, sin dal prologo. Anche quando la versione era quella più consueta, comunque, si faceva spesso un riassuntino appena possibile, caso mai chi ascoltava avesse avuto un piccolo vuoto di memoria. Insomma, si evitava con ogni cura di cogliere lo spettatore di sorpresa e il concetto di "colpo di scena" non era minimamente contemplato, anzi il coro presente sulla scena non faceva che predire i successivi svolgimenti. Lo spettatore aveva così modo di godersi ogni singolo dettaglio e sfumatura e non perdeva tempo e attenzione cercando di indovinare il seguito. Io, che sono fra quelli che prima di tutto in un libro leggono il finale, approvo totalmente questo tipo di procedimento e lo preferisco assai al barbaro procedere di oggi, dove è considerata colpa grave raccontare il finale financo della Bibbia o di Cenerentola.

Medea è un opera che tocca tanti temi: l'ingratitudine, i matrimoni misti, la condizione degli stranieri fuori dalla patria, ma soprattutto la condizione femminile (non soltanto nell'Atene del V secolo a.C.) e la solidarietà che lega le donne tra loro.
Medea era una principessa della Colchide che, per volere di Afrodite, si innamorò pazzamente di Giasone, il capo degli Argonauti venuti fin là per prendere il Vello d'oro. E' una ragazza molto esperta di arti magiche, figlia del figlio del Sole (no, Apollo non c'entra). Il suo intervento salva la spedizione: tradirà il padre, tradirà il fratello, permetterà a Giasone di superare le prove che gli sono state imposte per avere il Vello d'oro (e che mai e poi mai Giasone avrebbe potuto superare senza di lei) e lo seguirà in Grecia come sua legittima sposa bruciandosi i ponti alle spalle.
E' passato del tempo - non sappiamo quanto, ma ci sono due figli già in età di parlare ma ancora affidati a un pedagogo. Facciamo una decina di anni?
La coppia è approdata a Corinto. Medea viene guardata con sospetto dalla popolazione, ma soprattutto dal re della città. Con le donne di Corinto invece i rapporti sono più che buoni, tanto che il coro è appunto composto di corinzie che solidarizzano in tutto e per tutto con lei e perfino quando disapprovano quel che fa non intervengono per fermarla, perché trovano che lei abbia ragione e Giasone torto.

Il re di Corinto suggerisce a Giasone di divorziare da Medea e di sposare sua figlia. Giasone accetta e all'inizio della tragedia i due sono già sposati. Medea viene a sapere la cosa solo a nozze già avvenute, e la prende malissimo. Si accorge, finalmente, di aver dato il suo cuore a un uomo inaffidabile e superficiale - quanto inaffidabile e superficiale lo scopriamo insieme a lei nel confronto tra i due. Si accorge, soprattutto, di essere in trappola: a Corinto il re non la vuole perché ne ha paura e la scaccia (e Giasone la rimprovera garbatamente: perché l'hai fatta tanto lunga e hai lanciato tanti accidenti sul re e sua figlia? Adesso per forza ti mandano via, è colpa tua), fuori da lì non ha amici ma solo nemici - e sono tutti nemici che si è fatta per aiutare Giasone e quel suo accidente di spedizione. Come tantissime donne piantate di fresco, ha anche due figli che sono scacciati insieme a lei, e di cui deve in qualche modo occuparsi. 
Proprio i due bambini sono il perno su cui ruota tutta la vicenda. 

Medea non è l'unica donna che ha creduto a un greco e se ne è trovata male: ai tempi di Euripide molte straniere si erano sposate con i commercianti ateniesi, e ci avevano fatto dei figli. E, come succede spesso in questi casi (adesso anche noi sappiamo che succede), di punto in bianco gli ateniesi decisero che c'erano troppi stranieri e figli di stranieri in giro e stabilirono che la cittadinanza ateniese andava concessa solo ai figli di genitori entrambi ateniesi. Molte donne di origine straniera erano perciò state ripudiate, loro e i loro figli spurii, per essere rimpiazzate da donne purosangue ateniesi che avrebbero dato ai loro mariti ateniesi figli purosangue ateniesi e perciò in possesso della cittadinanza ateniese. Per buona sorte degli ateniesi, queste donne scacciate dal talamo coniugale erano magari piene di rancore, ma del tutto digiune di incanti magici. Per disgrazia di Giasone (ma un tempo era stata la sua fortuna e la sua salvezza) Medea invece era una donna piena di talenti e capacità - e proprio quelle stesse capacità che le avevano permesso di salvare più volte la spedizione degli Argonauti dal disastro le serviranno a meraviglia per vendicarsi; ma Giasone, che la conosceva, avrebbe dovuto aspettarselo. Anche il re di Corinto, che ne aveva (giustamente) tanta paura avrebbe dovuto maneggiarla con più attenzione. E che dire della scervellatissima figlia del re, che all'inizio non ne vuol sapere dei figli di primo letto di Giasone e subito cede davanti a un bel vestitino con coroncina annessa?
Medea riesce a vendicarsi nel più efficace dei modi, ma anche a prepararsi una via d'uscita. Non solo, il Sole padre di suo padre le manda un bel carro tirato da draghi volanti che la porterà via, lontano dai suoi nemici - perché evidentemente la sua famiglia di origine le serba rancore per quel che ha fatto, ma non tanto da lasciarla in balia dei suoi nemici (altro aspetto carico di spunti di riflessione: i potenti solidarizzano sempre tra loro, quando è necessario).
Giasone, del tutto illeso, sopravviverà per meglio soffrire, e finirà amaramente i suoi giorni - del che, allo spettatore, davvero non potrebbe fregare di meno: se l'è proprio cercata.

Medea è una donna lucida e coraggiosa che si è messa in mano a un idiota che si accompagna volentieri ad altri idioti - destino non rarissimo per una donna. Analizza la condizione femminile in pochi, efficacissimi versi, descrive l'amore materno con parole indimenticabili, elenca nel più chiaro dei modi i suoi errori, i torti subiti, i torti inflitti ad altri; conosce i suoi mali, i rimedi per questi mali e le devastanti conseguenze che questi rimedi avranno anche per lei. Lo spettatore non la giustifica, la capisce - non soltanto perché Medea sa spiegarsi assai chiaramente, ma soprattutto perché riesce ad evocare con le sue parole qualcosa che dorme dentro ognuno di noi.

E' un testo breve: si legge in due-tre ore, scorre benissimo e un paio di note o qualche riga di introduzione (che non mancano mai) aiutano a orizzontarsi nei riferimenti mitologici, che abbondano ma non sono troppi. Consigliato a tutti, dai quindici anni in su. Come tutte le tragedie greche, lascia alla fine un senso di piacevole serenità nonostante le vicende narrate siano piuttosto cupe - catarsi, la chiamavano i greci, ed è una sorta di ripulitura dell'anima.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, auguro un buon fine settimana con felici e catartiche letture a chiunque passi per di qua e invoco un piccolo pensiero di solidarietà per noi sventurati insegnanti che stasera correggeremo le prove Invalsi dell'esame di terza media per via telematica - ché se il sistema va in crisi come l'anno scorso rischiamo di passarci la nottata.