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giovedì 2 gennaio 2025

Haeretica - La tortuosissima saga dell'attorcigliata burocrazia scolastica - 1 - La via più breve tra due punti è l'arabesco

Richiesti di un parere sul proprio lavoro, se si interrogheranno cento insegnanti si avranno almeno ottanta risposte diverse*: chi loderà il gran piacere che gli viene dal rapporto con le giovani e fresche energie del futuro, chi deprecherà la mancanza di principi dei giovani d'oggi, chi lamenterà il problema delle strutture fatiscenti, chi deprecherà l'eccesso di uso delle cosiddette nuove tecnologie e chi criticherà la difficoltà di uso delle medesime, qualcuno si dispiacerà delle criticità dei rapporti con le famiglie, altri piangeranno sulla mancanza di fondi e così via; quasi tutti però alzeranno un gran lamento sull'eccesso di burocratizzazione della scuola.
È, questa, una lamentela fondata? 
Ritengo di poter affermare senza tema di smentita che lo è.
Ci sono dei colpevoli?
Ovviamente sì, ci sono: la scartoffia non esiste in natura. In natura abbiamo coppie monogame, unioni plurisessuali, partenogenesi, genitori che sopprimono la prole, partner che si sopprimono, animali metamorfici e tanti altri fenomeni strani e meravigliosi, ma non risulta attestato in alcun modo il caso di un modulo che si autogeneri o si autoproduca dal niente. La scartoffia esiste solo e soltanto qualora qualcuno la fabbrichi e ne imponga l'uso ad altri esseri. È una perversione prettamente umana, e per forza di cose nasce solo dopo l'invenzione della scrittura e della burocrazia, ovvero un ceto appositamente addestrato a gestire documentazione su carta, pergamena o argilla.
La scartoffia esiste perché gli esseri umani l'hanno inventata, e nemmeno il modulo più insignificante è nato di sua spontanea volontà senza intervento umano. Dietro ogni richiesta, presentazione, attestazione ci sono sempre uno o più esseri umani che si sono seduti da qualche parte a riflettere scervellandosi sul Gran Problema "Come posso complicare ancora un po' questa procedura?" - e quasi sempre trovano ispirazione grazie al benevolo intervento di una Forza Superiore che lo pervade o a un/una collega che premuros* lo soccorre.
E dunque passo alle scartoffie legate all'insegnamento - che a ben guardare sono tante, e che un tempo non c'erano. Non parlo di ieri o dell'anno scorso, ma di quando ero bambina. Ai genitori arrivava un voto, più o meno preventivato, un qualche tipo di giudizio a fine ciclo e una sobria comunicazione che attestava se l'alunno era stato promosso o bocciato. 
Bei tempi? 
Non ne sono molto sicura. Come ho già raccontato sono una figlia d'arte e a quanto mi è sembrato di capire non è che quando lei ha cominciato a insegnare si condividesse molto, né con i genitori né con i colleghi, tantomeno con gli alunni, e il Preside era un'entità piuttosto intrusiva. Il singolo insegnante poteva in cuor suo riflettere sull'essere umano X o Y che gli era stato dato in balìa, e magari anche parlarne con qualche collega con cui era particolarmente in armonia confrontandosi e cercando magari di sgusciare l'ostrica per cavarne fuori la saporita polpa, ma era un procedimento affidato soprattutto alla buona volontà del singolo - che non avendo molte occasioni per confrontarsi magari prendeva delle belle cantonate. Sì, vale anche per le elementari. E non è che siccome insegni tu sia automaticamente un genio della psicologia.
La cosiddetta burocrazia scolastica è nata negli anni 70 del secolo scorso, quando  i Decreti Delegati applicarono un principio non esplicitamente scritto ma tuttavia implicito nella Costituzione: la scuola  è libera, e libero è l'insegnamento ma gli alunni sono liberi cittadini e come tali vanno trattati. E dunque sia loro sia chi ne è responsabile (ovvero  i genitori) vanno tenuti al corrente del processo di apprendimento e domesticazione in corso. 
Ai docenti vengono dunque richieste poche ma essenziali cose:
- una programmazione che spieghi cosa l'insegnante si propone di fare nel corso dell'anno riguardo alla sua materia
- una relazione che illustri poi il cazzo che è effettivamente riuscit* a fare**
- un giudizio cumulativo compilato secondo una griglia che vale per tutta la scuola e che sintetizzi come procede il percorso di apprendimento e domesticazione di cui sopra, compilato a metà anno e a fine anno per ogni alunno dal Consiglio riunito al gran completo***; poi un voto per ogni alunno in ogni materia a metà e a fine anno più un voto per Educazione Civica, che è una materia trasversale. In caso di profitto non sufficiente si tratta di indicare cosa c'è che non va e cosa l'alunn* dovrebbe fare, e in caso di bocciatura c'è una formula un po' complessa da scrivere sul verbale dello scrutinio dove in sintesi viene precisato che il Consiglio ha provato a evitare l'increscioso passo ma non ci è riuscito.
Tutto qui?
No, non proprio: per l'eventuale alunno certificato ci sono un paio di riunioni supplementari alll'anno dove sono coinvolti anche i genitori e lo staff esterno che si occupa dell'alunno, più un piano individualizzato (di cui talvolta ma non sempre  si occupa soprattutto l'insegnante di Sostegno); e infine ci sono i PDP per gli alunni DSA, stranieri o che abbiano altro tipo di problemi, e detti PDP sono di numero e soprattutto di complessità di compilazione variabile.
In teoria si tratta quindi di una mole non eccessiva di documentazione che racchiude in sé sempre e comunque una certa dose di utilità. Non è insomma come scrivere 500 volte "non devo più raccontare bugie" scrivendolo col (proprio) sangue****.
E tuttavia queste scartoffie sono spesso e volentieri un vero inno all'assurdo e una perfetta esemplificazione del rendere il facile assai difficile attraverso l'inutile.
Tutto ciò tuttavia è da imputare non tanto alla cattiva sorte o alla perversità del Ministero dell'Istruzione (non sempre almeno) ma principalmente all'italico genio. Non scordiamoci che siamo l'unico paese (almeno spero) del globo che, invece di timbrare il biglietto prima di salire sul treno o quando è sul tram preferisce obliterare il titolo di viaggio
Che titolo e che viaggio? 
Mistero insondabile. 
Addirittura, siccome qualsiasi turista davanti alla richiesta di obliterare eccetera esplicitata nella sua lingua manderebbe, giustamente, tutti quanti a Fanculo, gli avvisi in lingua straniera (inglese sempre, talvolta anche francese, tedesco e spagnolo) invitano con grande sobrietà gli stranieri a timbrare il biglietto.
Ma noi siamo fatti così, dobbiamo obliterare il titolo di viaggio. E' una cosa che ci viene spontanea perché siamo un popolo dalla grande cultura e dall'eloquio raffinato, e riteniamo nostro preciso dovere quando affrontiamo un tema di una qualche serietà, complicare il facile rendendolo difficile attraverso l'inutile. Vidimiamo la scheda elettorale (invece di votare) obliteriamo il titolo di viaggio (invece di timbrare il biglietto) ed evinciamo questo e quello dal testo di una circolare; meglio ancora, pretendiamo che i genitori dei nostri alunni evincano*****; anche gli stranieri, anche i genitori che si sono fermati alla licenza elementare.
Tutto ciò presenta alcuni inconvenienti, e conto di illustrarli nei prossimi post della serie.

* è una statistica generale: qualora si interrogassero cento insegnanti di lettere i pareri si alzerebbero di numero, secondo una forbice che va dai 130 ai 150 pareri tutti diversissimi tra loro. Se invece si provassero a sondare cento insegnanti di Matematica otterremmo un numero di opinioni che oscilla tra le cinquanta e le sessanta.
** entrambi i documenti sono stati mirabilmente sintetizzati da una amica e collega, il primo nella formula "si farà icché si póle" e il secondo in "e s'é fatto icché s'è potuto", entrambe formule assai mirabili per sobrietà, senso della misura e sincerità.
*** Durante il quale Consiglio quasi inevitabilmente salta fuori che l'alunn* è una specie di Giano bifronte: angelico, pestifero, dolce, razionale, ragionevole, capriccioso, lamentoso, brillante o disperatamente stupido a seconda del momento, della materia e della compagnia che si ritrova intorno, per tacere degli sbalzi di umore tipici della crescita.
**** Cfr. Harry Potter e l'Ordine della Fenice.
***** ed essi devono evincere, mai eperdere; questo perché siamo una scuola positiva ed evitiamo di sottolineare sconfitte o perdite.

domenica 16 luglio 2023

Haeretica - Il gender non esiste! (soprattutto in letteratura)

L'immagine è presa da un autentico esercizio in rete. Da notare che tutte le risposte sono giuste, mentre il testo contiene un errore: il romanzo giallo non CI incentra, bensì SI incentra.

Una delle moltissime cose che mi perplimono nelle antologie per le medie sono le sezioni dedicate ai cosiddetti generi letterari.
I motivi sono molti, e alcuni mi sembrano piuttosto oggettivi. Ma il primo è del tutto individuale e pure (per me) un po' esistenziale: ai generi credo poco, alla letteratura specifica divisa in generi ancor meno e di fatto nella suddivisione in generi non vedo alcuna utilità, salvo forse per le librerie che in questo modo hanno possibilità di raggruppare prodotti simili a vantaggio del cliente che così può indirizzarsi verso lo scaffale di questo o quel genere - come in effetti faccio anch'io.
Del resto, quando vado a farmi un giro in libreria, non posso sperare che in mio onore disfino tutto per raggrupparlo secondo il criterio... boh, non ho un criterio specifico. Forse per secoli? Forse per paesi? La mia libreria è divisa appunto per paesi, con gli autori in ordine cronologico, e per argomenti. Piccolo particolare: la libreria dei miei genitori era organizzata così, e un po' per genetica e un po' per abitudine mi è sempre sembrato il modo migliore. Tra l'altro anche la classificazione Dewey delle biblioteche funziona grosso modo così (anche se all'interno delle sezioni si va in ordine alfabetico per autori e non in ordine cronologico).

In che senso non vedo l'utilità della divisione in generi? Nel senso che per me i libri si dividono in due grandi categorie: quelli che mi piacciono e quelli che non mi piacciono. Se mi piacciono, possono essere del genere che gli pare, se non mi piacciono idem. I generi narrativi non mi interessano, per me è comunque letteratura e la qualità la stabilisce il mio gusto individuale.
Di fatto, un'opera di narrativa, indipendentemente dal fatto che mi piaccia o meno, non appartiene mai a un solo genere. Harry Potter è senz'altro fantasy ma è anche un romanzo (diviso in sette volumi) di formazione, ha una forte componente politica, è nato come lettura per ragazzi, è un romanzo di scuola (più esattamente di college), è un romanzo di avventura e infine rientra nella categoria "sogno dell'Inghilterra": in pratica un romanzo vittoriano ambientato nei tempi moderni. Di fatto, buona parte della letteratura fantasy si può tranquillamente incasellare anche nelle categorie "avventura" e "formazione". Twilight , che abbonda di vampiri e lupi mannari, è stato (misteriosamente, ai miei occhi) classificato pure quello come fantasy ma sarebbe letteratura horror ed è soprattutto, oltre che una storia di formazione, una storia d'amore - in effetti il suo vero posto sarebbe forse nel cosiddetto genere "rosa".
I romanzi rosa sono una delle spine nel mio fianco: ebbene sì, sono romanzi d'amore, non necessariamente a lieto fine. Un sacco di classici rientrano nella categoria delle storie d'amore e hanno anzi stabilito i canoni di gran parte delle storie d'amore che ancora oggi leggiamo; e d'altra parte, oltre che romanzi di formazione e qualche volta di avventura, sono non di rado anche romanzi storici, o di scuola e qualche volta anche gialli.
Di fatto, l'unico genere letterario che solo raramente include romanzi storici credo sia la fantascienza - che di solito è ambientata nel futuro; ce n'è comunque parecchia ambientata nel presente o in un futuro molto vicino, e naturalmente abbiamo fantascienza gialla, fantascienza rosa e un sacco di fantascienza di formazione.
I generi, tutti i generi, sono nati a tavolino dopo che un certo numero di romanzi e racconti prodotti nello stesso periodo han mostrato di avere caratteristiche comuni. A un certo punto cominciarono ad andare di moda i romanzi storici - una gran bella invenzione, secondo me - che di solito erano romanzi di avventura e di amore (a secondo dei canoni dell'epoca in cui venivano scritti) ambientati in epoche diverse per dargli un tocco più esotico oppure per raccontare il presente dello scrittore senza compromettersi troppo - come per esempio succede ne I promessi sposi oppure ne Il nome della rosa.
E, guarda un po' i casi della vita, una volta che gli stati moderni ebbero preso forma e fu inventata la polizia, il processo con le testimonianze e tutto il resto, qualcuno cominciò a scrivere storie legate a delitti di cui si doveva scoprire il colpevole. Siccome gli inglesi sotto questo aspetto erano arrivati molto prima di altri paesi non ebbero difficoltà a scrivere gran copia di gialli ambientati nelle più varie epoche, soprattutto dal tempo dell'istituzione degli sceriffi in poi. Una volta che hai in mano il procedimento, naturalmente, puoi ambientare gialli in qualsiasi tempo della storia: basta rinunciare alla polizia e assegnare tecniche diverse all'investigatore di turno.
Ancor più insidiosa è la cosiddetta divisione in generi legata alla forma: il romanzo in versi, il romanzo epistolare, il romanzo a dialogo, il romanzo autobiografico... sono forme con cui puoi raccontare storie di ogni tipo. Perfino il fumetto, che all'apparenza si distingue dalla normale narrativa per un dato formale piuttosto forte, ovvero la narrazione anche per immagini, serve per raccontare storie di tutti i "generi".

Nelle antologie per la scuola media quando si arriva alle sezioni dedicate ai "generi" il problema è esattamente lo stesso di tutta la parte che l'antologia dedica alla storia della letteratura, ovvero una superficialità che sconfina spesso nel più assoluto ridicolo. Molto più sensato sarebbe scegliersi dei temi o degli argomenti e infilarci dentro un po' di testi senza preoccuparsi del genere. Tuttavia l'imperativo categorico di far studiare "i generi" (di cui in verità le indicazioni ministeriali non si occupano né tanto né poco e che dunque è uno di quei fardelli che la scuola si trascina dietro senza un perché) è sentito con tanta forza dagli insegnanti di Lettere che non ho mai osato esternare cotali mie ereticissime idee in presenza dei colleghi e mi limito a non adottare l'antologia se non in prima quando, non sapendo ancora di che morte si va a morire, un volume che racchiude un po' di testi brevi di vario tipo può fare parecchio comodo, soprattutto nei primi mesi.
Veniamo ordunque a raccontare cosa si intende nelle antologie delle medie per "generi".
Il romanzo rosa di solito non c'è, ed è un vero peccato perché l'argomento interesserebbe parecchio l'utenza.
Il fantasy da qualche tempo viene fatto in prima, visto che ben si attacca alle favole - e io le favole le faccio sempre, in quantità industriale, perché mi piacciono e ne conosco tante.
In seconda c'è il giallo e l'horror. In terza si fa la fantascienza, credo perché viene considerata più difficile - il che non sempre è vero; infine spesso c'è una sezione sul romanzo storico in letteratura, che serve di solito da introduzione per i Promessi Sposi.
Per ogni genere vengono indicate delle caratteristiche che mi fanno regolarmente venire l'orticaria - una particolarissima forma di orticaria psicologica di cui soffro con grande facilità ma che fortunatamente su di me non ha ripercussioni fisiche, visto che finora non ho mai sofferto né di orticaria né di allergie alimentari di alcun genere.
Partiamo dalla figurina con cui apro il post: l'alunno deve scegliere fra tre diverse possibilità la caratteristica base di un romanzo giallo. Piccolo e insignificante particolare: tutte le tre risposte sono giuste: un romanzo giallo si incentra sulla soluzione di un enigma o di un mistero, ma anche sulla scoperta di un crimine e a volte sulla ricerca di un serial killer. Certo, se si parla di un giallo della scuola "classica", ovvero scritto tra la fine del XIX secolo e i primi trent'anni del XX, si tratta soprattutto di risolvere un mistero, e spesso infatti nei titoli dei gialli compare la parola mistery o mistero. Abbondano comunque i serial killer (basti pensare all'immane quantità di apocrifi di Sherlock Holmes dedicati alla caccia a Jack lo Squartatore) e, soprattutto nei cold case, si tratta di scoprire che una misteriosa fuga con l'amante o suicidi conclamati o morti all'apparenza naturali sono stati in realtà omicidi di cui è opportuno scoprire l'autore.
I romanzi o racconti di fantascienza non hanno necessariamente a che fare con le astronavi e sono spesso trattati di sociologia o di antropologia più o meno ben camuffati, qualche volta includono un mistero da risolvere, spesso contengono almeno una storia d'amore e non di rado sono ambientati in scuole o accademie militari e non di rado sono romanzi di formazione - spesso comunque si basano soprattutto sull'incontro con il diverso ed evidenziano i pregiudizi della nostra epoca. Altrettanto spesso sono storie che descrivono uno scenario alternativo che viene sviluppato anche solo per curiosità.
Piccolo particolare: i testi scelti sono tutti degli anni 50 o 60 del secolo scorso e che io sappia non si parla nemmeno della saga di Guerre stellari. D'accordo, La sentinella è un bellissimo racconto, di quelli che lasciano il segno, Asimov è davvero bravo, ma è possibile che dopo di lui non sia più stato scritto niente di interessante? Mi permetto di dissentire, pur non essendo certo una grande esperta del ramo.
Quando si arriva alle caratteristiche del fantasy non si tratta più di una semplice orticaria, mi ritrovo regolarmente con una colossale orchite - fenomeno assai insolito in una dama che non ha mai avuto problemi di gender e che non solo dunque non dispone di testicoli, ma nemmeno ha mai desiderato averne, e se ne sta contenta col le sue brave ovaie, tra l'altro ormai andate in pensione dopo lunga vita lavorativa.
Il fantasy, non fanno che ripeterci le antologie, parla parla de la lotta del bene contro il male, dove naturalmente deve vincere il bene, per il quale il protagonista combatte senza tregua. Il tutto ignorando che il tema portante della saga di Harry Potter (oltre all'estrema importanza del libero arbitrio) è che il confine tra bene e male è difficilissimo da distinguere e che è estremamente facile, perseguendo con troppo zelo il male, ritrovarsi schierati in pieno dalla sua parte e per di più con l'assurda pretesa di farlo per difendere il bene, e che in Tolkien, anche nei film, la regola base è che nessuno parte cattivo, anche se a volte si cade (con possibilità di rialzarsi) e nessuno è buono per contratto ma solo per scelta, minuto dopo minuto, e soprattutto buttando allegramente nel cesso la grande abbondanza di letteratura fantasy che tratta spesso di tutt'altro: l'importanza di opporsi all'autorità e superare la tradizione, il problema di svegliare forze troppo forti per potere essere controllate, il rapporto con la natura, l'emancipazione femminile... anche nel fantasy c'è molta antropologia e molta sociologia, e negli ultimi decenni anche una sempre più forte tendenza a mescolarsi con la fantascienza.
Ah, e poi tra queste caratteristiche del menga c'è anche, sempre, l'ambientazione medievale citando tra gli elementi medievali i draghi e la magia (che non  mi risulta fossero più diffusi nel medioevo di quanto lo sono ora, e che si trovano in abbondanza anche nella letteratura classica - intendo quella greca e latina). Capisco che Il trono di spade abbia lasciato le sue belle tracce, ma allora perché non lo citano mai? E perché non spendere nemmeno mezza parola sulla urban fantasy, che è quella che più facilmente leggono i ragazzi?
Dopo queste descrizioni da Bignami dei poveri, regolarmente le antologie suggeriscono ai malcapitati insegnanti di Lettere (che raramente si intendono di letteratura di genere, limitandosi per lo più a leggere, giustamente, quel che gli pare a seconda dei gusti) e agli ancor più malcapitati alunni di scrivere un racconto di questo o quel genere, sorvolando allegramente sul fatto che scrivere un racconto, di qualsivoglia genere, forma e qualità è una roba piuttosto complessa che richiede comunque un po' di addestramento.
Vabbé, lasciando perdere il ciarpame delle caratteristiche di questo o quel genere, mettere i ragazzi a scrivere un racconto in effetti non morde, e può risultare molto catartico o comunque interessante. Dargli qualche paletto, tipo un inizio o uno scenario, o anche l'obbligo di scrivere solo parole di una determinata lettera dell'alfabeto è in realtà una forma di facilitazione perché li aiuta a scartare un po' di possibilità. E naturalmente nessuno obbliga né può obbligare alcun insegnante a mettere in pratica consigli assurdi, né gli impedisce in alcun modo di eliminare le parti più improbabili di questi suggerimenti per confezionare un compito su misura per la singola classe. In effetti non so bene nemmeno io perché mi sto lamentando - a parte forse il problema dello spreco di carta che moli libri di testo costituiscono (ma non c'è alcun obbligo di adottarli, in effetti).

domenica 23 aprile 2023

Haeretica - Lo strano caso della propaganda russa in Italia

                                            

Uno degli aspetti più perplimenti dell'attuale guerra in Ucraina è stato il fiorire in Italia su tutti i media di una immane quantità di propaganda filorussa, che a volte si manifesta in luoghi davvero imprevedibili - questo blog, per esempio.
Un paio di mesi fa, in occasione dell'anniversario dell'inizio dell'invasione russa, ho scritto un piccolo post dedicato a sì deplorevole ricorrenza - e tutto ciò è stato tollerato con buona grazia dai miei (non numerosissimi) lettori, che in generale passano da qua più che altro perché interessati a questioni scolastiche e/o letterarie, e se vogliono pareri competenti sulla guerra in Ucraina hanno a disposizione grandissima quantità di fonti ben più autorevoli cui ricorrere.
A sorpresa, però, un mese e mezzo dopo la pubblicazione del post, è arrivato un lungo commento da tal Marco Poli, che mai ha frequentato questo blog e, darei per certo, mai più lo frequenterà, e che mi rifila una vasta scelta della versione propagandistica russa della storia ucraina negli ultimi anni esortandomi, nella miglior tradizione trollistica, a studiare (la storia ucraina) invece di postare foto di gatti - esortazione che, in tutta sincerità, ho trovato singolarmente fuor di luogo, vuoi perché di foto di gatti ne posto parecchie ma il tempo che impiego per farlo è abbastanza ridotto, vista la grandissima abbondanza con cui la rete mi offre gatti di tutti i generi, forme e qualità; vuoi perché ho aperto un blog per postarci quel che mi pare e non vedo perché dovrei farmi dettare l'agenda di lavoro dal primo che passa, ma soprattutto per l'inutile acidità dell'osservazione: postare bellissime foto di gatti ingentilisce qualsiasi post e ne migliora senz'altro la qualità; inoltre i gatti sono abbastanza graditi alla gran parte dei naviganti e sono in generale considerati soggetto piuttosto neutro - ma occorre comunque ricordare che i poveri micetti ucraini hanno grandemente sofferto e soffrono tuttora a causa di questa orrenda guerra, come del resto tutti gli animali di affezione che allietano e, ahimé, allietavano le giornate di molti stimabili cittadini ucraini e che adesso aspettano i loro umani sul ponte dell'arcobaleno. 

Davanti a quel lungo commento sono rimasta a lungo incerta su come reagire. Potevo naturalmente cancellarlo, ma è una cosa che faccio molto raramente salvo che per la spam: le opinioni diverse dalla mia spesso mi sono risultate molto utili, e poi ognuno ha diritto alle sue insulse opinioni, dopotutto i nostri nonni sono andati sui monti passando due anni molto scomodi proprio perché l'Italia tornasse un paese dove ognuno potesse dire senza paura le sue opinioni, sensate o meno che fossero.
Inoltre quel commento ha un aspetto che lo rende un vero unicum nella storia più che decennale di questo blog: mi inserisce nel mainstream. Questo infatti è un blog di nicchia, scarsamente frequentato e dedicato ad argomenti che, a torto o a ragione, interessano una fetta piuttosto ridotta di pubblico, e i troll non hanno alcun interesse a frequentarlo, né si capisce perché dovrebbero farlo. Le flame sulla guerra in Ucraina imperversano in ogni dove in rete, ma chi le crea e le alimenta predilige luoghi ben più frequentati. Il fatto che ogni tanto facessi un post dove si parlava di questa guerra è rimasto misericordiosamente ignoto ai più, e nessuno prima di Marco Poli, strenuo dispregiatore di gatti* è venuto dal rutilante mondo della propaganda filorussa per cercare di addottrinarmi - e in cuor mio mi domando come diamine sia riuscito ad arrivare fin qui, e soprattutto che tarantola l'abbia morso per cercare di convertire me o i miei lettori.
Potevo, infine, chiudermi in un dignitoso silenzio e per diversi giorni ho pensato appunto di fare così - del resto non è un lettore abituale, e ben difficilmente passerà a leggere una mia eventuale reazione. Tuttavia il suo commento è stato (e, suppongo, resterà) un unicum, e mi dispiace lasciarlo semplicemente lì a prendere polvere. Così risponderò - non punto per punto, perché la vita è breve e il lavoro è tanto, ci sono due pacchi di compiti che aspettano di essere valutati e avrei anche altri programmi per stasera e stanotte, ma insomma risponderò.

Partiamo dall'accusa di non conoscere cosa è successo dal 2014: in effetti prima del 24 Febbraio dell'anno scorso non sapevo granché a parte l'invasione della Crimea, che mi aveva molto, molto colpito (soprattutto il racconto del referendum per l'ammissione, dove votarono anche le truppe occupanti); da allora però ho provveduto a informarmi e ho scoperto che ci sono due versioni assai divergenti sul Maidan: quella che assicura che l'allora presidente Janukovyc venne deposto con un colpo di stato finanziato dagli USA (sostenuta dallo stesso Janukovyc, che per l'occasione scappò rifugiandosi in Russia) e quella che racconta che, a seguito di una serie di provvedimenti volti a reprimere proteste di piazza contro una decisione governativa, il parlamento ucraino che aveva votato la fiducia al governo presieduto dallo Janukovyc di cui sopra, votò a larghissima maggioranza la sfiducia, destituendolo dall'incarico e provvedendo a indire nuove votazioni mentre l'ormai ex-presidente volava via lamentandosi di essere vittima di un colpo di stato. Del tutto casualmente, negli stessi giorni degli strani Omini Verdi** invadevano la Crimea.
Le due versioni sono del tutto incompatibili, quindi ho dovuto fare una scelta. Per tutta una serie di fattori con cui non voglio annoiare nessuno*** ho preso posizione per la versione che parla di sfiducia seguita da nuove elezioni. Se qualcuno mi parla di "Colpo di stato del Maidan" regolarmente smetto di leggere o di ascoltare. Tuttavia, qualora continui a leggere o ad ascoltare, quasi inevitabilmente salta fuori qualche svarione di quelli del tutto visibili, e non di rado si finisce con i laboratori chimici (uno dei quali addirittura situato sotto le acciaierie di Mariupol) finanziati dagli USA dove scienziati americani e ucraini collaboravano a creare virus da mandare in Russia - che poi, in un mondo di libera circolazione dove anche i virus dimostrano una grande attitudine allo sfuggire di mano, non mi sembra nemmeno una mossa molto astuta). Va detto comunque che Marco Poli i laboratori chimici non li ha citati.
Detto questo, non mi sembra comunque che qualcosa che è avvenuto nel 2014 giustifichi una invasione armata otto anni dopo. In effetti un tentativo di invasione di uno stato autonomo non si giustifica in alcun modo, nel diritto internazionale, e il fatto che gli ucraini siano magari cattivi, o anche cattivissimi, finché se ne stanno a casa loro, non autorizza ad invaderli. La storia che se ti violentano è colpa tua che provocavi non mi ha mai convinto granché, a torto o a ragione.
Auguro dunque a Marco Poli di fornirsi di migliori argomenti e di apprezzare di più i gatti, che sono tra l'altro animali molto saggi oltre che molto decorativi.

* il che forse spiega molte cose di lui? Lo ammetto, anche sui gatti sono estremamente di parte.
** E' una specie di soprannome ufficiale: soldati russi non in divisa.
***I sostenitori della versione della sfiducia mi risultavano attendibili, quelli del colpo di stato si configuravano regolarmente come dei colossali cialtroni.

domenica 5 febbraio 2023

Haeretica - Non è, forse, lo stesso parlare del Classico un classico esso stesso?

Molly Brett - Going Back To School

Di primo mattino, sorseggiando il caffè, navigavo placidamente su Facebook. Qualche gattino, qualche coniglietto, qualche draghetto...
E l'ennesima disamina sul Liceo Classico. Pòle, esso liceo classico, essere una buona scuola? Pòle formare le giovani menti? Ha un suo specifico surplus che lascia dentro ai giovinetti che lo frequentano quel certo nonsoché?
La Gran Questione del Liceo Classico viene fuori spesso, non soltanto nella stagione delle preiscrizioni. Stavolta mi ha toccato più da vicino perché ne parlavano persone di cui sono solita condividere le opinioni e che analizzavano la questione in modo più approfondito e sensato dei consueti richiami al latino che apre la mente e consimili. 
Eppure, anche così, non ero d'accordo.
E quando mai sono d'accordo con qualcuno se si parla del Liceo Classico?
Di fatto il solo pensiero che esiste il Liceo Classico mi fa venire l'orticaria.
Eppure, ripensandoci, non mi sono poi trovata male a fare il liceo classico. E ho fatto un classico liceo classico, con tutta la gioventù bene di Firenze e anche con un sacco di gente che con la Firenze bene non aveva molto a che spartire.
Ho avuto fortuna, certo; ma con la scuola un po' di fortuna è indispensabile perché ci sono troppe varianti.
Ho avuto la gran fortuna di incrociare la prof. De Divinis al ginnasio, che era preparatissima e molto brava e assai empatica, ma che non era probabilmente un caso così raro. La prof. De Divinis ha anche molto ben amalgamato la classe, ma forse ci saremmo amalgamati lo stesso. E poi avevo un sacco di persone simpatiche, in classe - e lì si rientra nell'ambito della fortuna. Fossi finita nella classe parallela, ne avrei trovate ben di meno.
Studiavamo tutti abbastanza volentieri - beh, quasi tutti. E alcuni del gruppo dei simpatici son rimasti per strada perché sono andati in sciopero e l'unica cosa era fermarli. Anche allora, da alunna, capivo che i professori non avevano potuto fare diversamente. Alla fine non era gente irragionevole, e han sopportato tutti il mio notevole impaccio col greco con una certa comprensione, senza fermarmi.
D'altra parte io avevo un notevole dente avvelenato nei confronti della cultura classica, anche se a guardare la mia libreria non si direbbe. Di fatto, molti autori mi piacevano, ma deprecavo parecchie cose nella cultura classica; e poi per me il mondo cominciava con l'arrivo dei barbari. Del resto, ognuno ha le sue idiosincrasie.
Non ho mai capito nulla di filosofia, ma del resto nessuno me l'ha mai insegnata.
Mi seccava molto il fatto che mia madre mi avesse iscritta al liceo classico come si porta un pacco alla posta. Ai miei il fatto che io facessi proprio quel liceo classico che loro non avevano potuto fare perché le famiglie non avevano voluto rischiare piaceva molto. A me, molto meno. 
Anche lì, idiosincrasie.
Deprecavo che ci fosse poca matematica, ma onestamente con l'insegnante che avevamo è stato meglio così perché comunque non avrei potuto imparare granché. E poi fisica mi annoiava a morte, anche se forse con un insegnante che ci capiva qualcosa magari ci avrei capito qualcosa anch'io. Gli insegnanti comunque sono un terno al lotto e secondo me lo saranno sempre, qualsiasi sistema di arruolamento si scelga.
Non ricordo che ci chiedessero niente di improponibile - anche se eravamo una utenza ben selezionata; tuttora però chi va al liceo classico ha una certa propensione allo studio teorico, a meno che i suoi genitori non siano dei perfetti idioti. Anche chi era stato mandato al liceo classico perché il liceo classico era l'unica scuola proponibile in società si arrangiò, bene o male. 
Ai genitori tremebondi che mi chiedono "Vorrebbe fare il classico. Secondo lei è in grado?" rispondo di solito con un "Le assicuro che non c'è idiota che non riesca a raccattare una maturità classica". Per la cronaca, quelli che rimasero per strada e non riuscirono a prenderla non erano affatto idioti, e sospetto che soffrissero come me di idiosincrasia - più forte della mia, evidentemente; perché io deprecavo diverse cose della cultura greca e latina, ma alla fine la letteratura mi piaceva tutta e quindi quel che studiavo non mi dispiaceva.
Non so se davvero il liceo classico forma le persone e non sono affatto sicura che garantisca un metodo di studio: quando arrivi all'università le cose cambiano parecchio e il metodo liceale non funziona granché. Ad ogni modo il mio metodo di studio me lo sono formato appunto all'università (dove ho sempre fatto piuttosto bene) ed è strettamente individuale; e poi nel frattempo ero cresciuta.
Sull'effettiva utilità del liceo, classico o non classico, nutro parecchi dubbi ma non c'è dubbio che, come tutti i licei, sia un utile parcheggio che aiuta i ragazzi a capire meglio chi sono, cosa vogliono eccetera - anche se, a dirla tutta, non ci sono grosse garanzia nemmeno in quel senso e magari cinque anni di impostazione liceale possono perfino impedirti di capire che il tuo campo è in quelle lande che il liceo non accosta nemmen di lontano. Comunque, è una onesta possibilità.
Non sono sicura che manderei volentieri i miei figli (che non esistono) al liceo; ma se fossero esistiti e avessero voluto fare il liceo non avrei mosso un dito per impedirglielo. A che titolo, del resto? L'indirizzo di studio è sempre un terno al lotto.
Mentre rimuginavo questi e molti altri pensieri profondi (talmente profondi che il rischio di annegare nell'acqua calda era davvero molto forte) mi sono tuttavia sovvenuta di un piccolo e insignificante dettaglio di cui nessuno sembra tenere conto: quando compri il liceo classico, o l'istituto alberghiero o la scuola d'arte, compri un pacco il cui contenuto è tutto da scoprire.
Non esiste il Liceo Classico. Esistono una serie di scuole che hanno la targhetta con su scritto "Liceo Classico" e che contengono di tutto. E, soprattutto, esiste il singolo alunno che ha fatto il liceo classico in una determinata classe, con determinati insegnanti e con determinati compagni in un determinato ambiente sociale, culturale e storico. Io ho fatto il classico negli anni di piombo, altri lo hanno fatto nei ruggenti anni 80, o negli anni immediatamente successivi al 68 (dove gran parte degli insegnanti si dettero una notevole e assai salutare regolata) o alla fine della Guerra Fredda o con l'arrivo delle prime ondate di stranieri o in tempo di pandemia. Quel che succede fuori dalla scuola influisce sempre molto su quel che succede dentro la scuola.
Le declinazioni latine o i quattro tipi di periodo ipotetico sono piccoli accidenti inseriti in un contesto molto più complesso. Una scuola è quel che i docenti provano a insegnarti (con alterne fortune), più tutto quel che succede intorno a te più le novità che arrivano, anche quando vieni da una famiglia tranquilla e vivi in ambiente protetto (per quanto quasi nessuna famiglia è davvero tranquilla e quasi nessun ambiente è davvero protetto); e una scuola è anche la tua vita in quegli anni, nel bene e nel male. Quando entri in una scuola superiore non sai cosa ci troverai, cosa ci vorrai trovare e come cambierai in quegli anni*. E dunque una scuola inventata da Napoleone due secoli e passa fa - e che inaugurò comunque il concetto del giovane virgulto che studiava un tot di anni invece di tirare avanti a precettori o seminari - può avere un senso ancora oggi, probabilmente. Quel che conta davvero è avere una certa inclinazione ad andarci, e soprattutto avere un po' di fortuna.
Che poi oggi puoi anche cambiare idea a metà percorso senza troppi danni, e questa secondo me è una cosa molto, molto buona**.

sì, è così anche per i primi ordini di scuola; ma quelli sono unificati e quindi non c'è niente da scegliere, ti capitano in sorte e basta

** comunque, se proprio deve essere liceo, secondo me lo scientifico è meglio. A meno che  non si abbia una grande e profonda affezione per la grammatica e la linguistica. Allora sì, il Liceo Classico è la scelta giusta e farà di te una persona felice quando apri i libri di scuola per ben cinque anni.

sabato 18 giugno 2022

Haeretica - La storia del XX secolo à la Murasaki

Foto molto famosa e molto suggestiva sulla fine della seconda guerra mondiale.
Pare che sia un po' ricostruita in laboratorio, come del resto capita spesso per queste foto simboliche
Quando mi sono ritrovata in cattedra a insegnare storia vantavo* una preparazione tutto sommato accettabile nella storia antica, decorosa nella storia moderna e più che rispettabile per la storia medievale. Ma una volta varcata l'unificazione dell'Italia, entravo in una zona oscura dove rabberciavo malamente chiacchiere di casa, scampoli di vaghi ricordi e una ricerca sulla rivoluzione russa fatta per l'esame di terza media - per dirla in sintesi, facevo abbastanza pena. A parziale scusante va detto che, quando andavo a scuola, di solito ci si fermava alla prima guerra mondiale perché quel che veniva dopo era troppo recente.
Quando ho cominciato a insegnare però era stata avviata la sana consuetudine di dedicare il terzo anno delle medie al Novecento - o, più esattamente, alla prima metà del Novecento. Alla fine degli anni 90 del secolo scorso infatti valeva ancora la scansione in cui ero cresciuta: finisce la seconda guerra mondiale ed entriamo nel mondo contemporaneo, quello dove abitiamo tuttora. Il mondo viene sistemato, l'Africa decolonizzata si avvia verso un futuro radioso, come tutto il Terzo Mondo, mentre il mondo occidentale - il nostro - è ben ordinato su due blocchi contrapposti, ovvero capitalisti vs. comunisti, e qui ci fermiamo, in una paciosa stabilità interrotta solo da qualche conflitto rigorosamente al di fuori del nostro tranquillo giardino.
Intorno al 1990 il comunismo (in Russia) finì e l'idea era che ben presto anche loro sarebbero entrati nel Mondo Occidentale. Qualche buontempone anzi azzardò che la storia fosse finita**.
In realtà il mondo prese una strada diversa ma i contemporanei mainstream sembravano non accorgersene. Succede, quando ci sei in mezzo, ed è il motivo per cui non conviene fare la storia troppo recente a scuola: non sai come inquadrarla, meglio che i ragazzi cerchino di fare quel che possono con mezzi propri, perché alla fine è la loro storia, e sono loro che la faranno.
Quindi i manuali ci raccontavano la decolonizzazione e la Guerra Fredda in un paio di capitoli, fatti con qualche difficoltà perché le Terze, già a metà Aprile, cominciano a perdere colpi e si concentrano sull'esame dando per scontato che i programmi siano finiti, e a quel punto eravamo nell'oggi, sorvolando con mirabile pudore sulle guerre jugoslave, le guerre in Cecenia eccetera.

Siccome sono una personcina coscienziosa non mi limitai a vivacchiare preparando le lezioni di storia di Terza sui manuali, ma decisi di migliorare le mie conoscenze storiche sul mondo moderno; a tale nobile scopo ogni estate mi prendo in biblioteca qualche tomo abbastanza blasonato appunto sulla storia del Novecento, così come pazientemente, briciola su briciola, mi sono costruita qualche po' di competenza geografica. 
Cominciai anche a ricamarci su: la Storia, come la Bellezza, è negli occhi di chi guarda e le prospettive mutano col mutare del mondo contemporaneo. Sui manuali di storia però siamo sempre inchiodati alla scansione che usava quando le medie le frequentavo io, ormai mezzo secolo fa. In sostanza, siamo ancora tutti orfani della Guerra Fredda - una roba riposante, per chi non sta in politica ad alti livelli, e piena di confortanti certezze. Tanto era confortevole, quel caldo guscio, che ancora non riusciamo a convincerci che sia finita e soprattutto che da quando è finita il mondo è cambiato; e da questo, sospetto, derivano i vari "nostalgici"*** del comunismo e del fascismo. Il più attaccato tra tutti a questo mondo ormai morto e sepolto, disgraziatamente, al momento ha il potere assoluto in Russia e sospetto sarebbe un paziente molto interessante da studiare per un team di psicanalisti****.
Leggendo tutta quella roba sulla storia del secolo scorso però mi è anche venuto un dubbio: non sarà che la partizione su cui noi insegnanti e i nostri più o meno amati manuali siamo abituati a lavorare andrebbe rivista?
In generale si dà per scontato che il Novecento sia stato un secolo breve, iniziato con la prima guerra mondiale e finito con la caduta del muro di Berlino. Ma forse l'avvenimento da cui nasce tutta la storia del Novecento non è la prima guerra mondiale, bensì la rivoluzione russa, e non ha ancora esaurito la sua spinta propulsiva (anche se si spera la esaurisca adesso. Purtroppo è ancora tutta da vedere).
Andiamo per ordine. La prima guerra mondiale si distingue da tutte le guerre precedenti per essere stata un inqualificabile massacro in grande stile dove una intera generazione venne trucidata. In realtà questo vale soprattutto per alcuni paesi d'Europa; di fatto per come la vedo io è stata una delle tante guerre che l'Europa da secoli riteneva suo dovere fare a scadenze irregolari per decidere chi era più forte di chi - la serie, credo, viene inaugurata dalla Guerra dei Cent'anni e mi sembra che la Francia se le sia fatte assolutamente tutte - dissanguandosi a tempi lunghi perché, di fatto, nessuno era mai davvero molto più forte di nessuno. Siccome c'era stata anche la seconda rivoluzione industriale le armi erano diventate molto più efficaci ed efficienti e fecero molti più danni del solito. Questa volta però era coinvolta anche la Russia (che se non altro ai tempi della Guerra dei Cent'anni si faceva i fatti suoi) che non resse all'impatto e fece una rivoluzione, anzi due perché la prima non aveva sortito l'effetto sperato, ovvero far uscire la Russia dalla guerra.
La seconda rivoluzione russa, quella comunista, cambiò tutto. I capitalisti adesso, avevano il Nemico alle porte di casa. Ed erano terrorizzati. 
Prima di tutto finanziarono la guerra civile russa. Ma persero, e la Russia, per quanto malconcia, continuava ad essere comunista.
Poi venne il fascismo - un movimento che sarebbe rimasto un po' dov'era se non fosse stato abbondantemente foraggiato da questi miei generici "capitalisti" che volevano a tutti i costi che i comunisti e i socialisti si dessero una calmata. Disgraziatamente (o per fortuna, chissà) a capo del movimento fascista c'era un tale che aveva un certo talento per la politica e molti sogni nel cassetto, e inventò un nuovo modello di stato che attingeva anche a certi stilemi comunisti dell'epoca. L'esperimento venne guardato con molto interesse in varie parti d'Europa e anche dal celebre imbianchino austriaco - che aveva idee piuttosto particolari sugli ebrei, colpevoli di essere contemporaneamente troppo ricchi e troppo comunisti***** ma che non combinò poi 'sto granché fin quando i miei generici "capitalisti" (e nobili) tedeschi non decisero di finanziarlo abbondantemente perché impedisse ai comunisti di allargarsi troppo, quando in Germania arrivarono le ripercussioni di quella che chiamiamo "crisi americana del 29" ma che in realtà scosse buona parte del pianeta. Anche l'imbianchino austriaco aveva un sacco di sogni nel cassetto, e spesso viene ricordato per la storia della razza superiore e dello spazio vitale della Germania, ma venne finanziato soprattutto perché voleva fermare i comunisti tedeschi (e allargare di parecchio la Germania). Finì come finì, con la foto di un soldato russo che in piedi sul Reichstag di Berlino, in mezzo a un mucchio di macerie, sventola la sua bandiera con la falce e il martello simboli del comunismo, e che non manco mai di far vedere ai miei alunni spiegandogli che gli ideali, se perseguiti con troppa determinazione, possono portare a effetti del tutto imprevisti, e che se Hitler non si fosse preoccupato troppo di fermare il comunismo la bandiera comunista probabilmente non avrebbe mai sventolato sul Reichstag. Allo stesso modo probabilmente senza la rivoluzione russa l'Europa dell'Est (che guardava alla Russia con una certa preoccupazione, probabilmente non legata solo a questioni ideologiche) non avrebbe avuto tanta fretta di dotarsi di regimi più o meno nazisti.
Finita la seconda guerra mondiale il mondo venne chiamato a scegliere da che parte stare e in molti decisero di approfittare di quella curiosa partita a due per farsi finanziare da una parte o dall'altra (a volte cambiando più volte con una certa disinvoltura). Nel frattempo gli Stati Uniti avevano sviluppato verso il comunismo una vera e propria isteria che li spinse a finanziare colpi di stato militari a destra e a manca per ostacolare l'ascesa di governi "comunisti" anche dove si sarebbero probabilmente potute trovare soluzioni molto più tranquille ed economiche. Inoltre gli Stati Uniti scoprirono che avere un Grande Nemico era estremamente comodo, tanto che, dopo la caduta del comunismo in Russia, ritrovandosi improvvisamente orfani di nemici si precipitarono sul primo Potenziale Nemico che passava di lì per caso e si misero a combattere il Terrorismo Islamico con una serie di operazioni militari una più dissennata dell'altra che sortirono sul Terrorismo Islamico l'effetto di un maraviglioso balsamo ricostituente******.
Ormai la Guerra Fredda è da tempo finita, ma le sue conseguenze rampollano ancora per ogni dove, insieme a gran copia di arsenali militari in gran parte scaduti (...forse...). E sarebbe il caso di trovare un ordinamento mondiale un po' più razionale e smetterla con le guerre, che al giorno d'oggi costano davvero troppo per qualsiasi stato, per quanto florido. 
Qualcuno dirà che anche i fabbricanti di armi hanno diritto a campare e sono d'accordo - tuttavia tutta quella splendida tecnologia che sta dietro alle costosissime armi moderne potrebbe magari essere impiegata con maggior costrutto in altri settori, parimenti produttivi e redditizi.

* in cuor mio, non è che passavo il mio tempo a vantarmene pubblicamente
** sì, lo so, è una roba che è stata presa sul serio, come lo Scontro Tra Civiltà. Il perché non lo so. Non ho mai letto niente su queste due teorie, mi sono sempre parse entrambe assolutamente folli
*** uso le virgolette perché nella gran parte dei casi si tratta di gente che del fascismo e del comunismo ne sa meno del mio servito di bicchieri. Entrambe le dottrine oggi sarebbero del tutto impossibili da replicare, appunto perché il mondo è cambiato.
**** i soli che potrebbero capirlo, perché anche la psicanalisi classica è abbastanza ancorata a un mondo piuttosto lontano nel tempo.
***** e questa non l'ho mai capita bene. Il tutto è stato mirabilmente riassunto da Umberto Bossi nel celebre "complotto demoplutogiudaicomassonico".
****** di quest'ultima teoria mi guardo bene dal parlare in classe, in quanto rientra nella categoria "opinioni personali di cui si discute il libertà in salotto con gli amici dopo una buona cena sgranocchiando cioccolatini".

sabato 23 aprile 2022

Haeretica - Ulteriori raffinatissime considerazioni sull'insegnamento della storia a scuola (ormai giunte ad un livello di raffinatezza davvero incommensurabile)

Esistono vari tipi di propaganda.
Questo rientra in un genere raffinato, direi quasi subliminale.

Come ho già raccontato, mi sono spesso chiesta come mai nella della scuola dell'obbligo è contemplato anche l'insegnamento di storia. 
Tutte quelle teorie sulla storia che ci racconta chi siamo, donde veniamo e anche quale sia nostro codice fiscale* non mi hanno mai convinto granché**:  chi siamo è un concetto scivoloso perché cambiamo in gran fretta, donde veniamo qualche volta ha un suo peso, ma oltre che dal passato*** siamo abbastanza plasmati dal presente, che pure quello cambia di giorno in giorno, e quanto al nostro codice fiscale l'anagrafe nazionale è molto più informata in proposito dei più prestigiosi istituti di storia patria.
La risposta mi è apparsa nella sua luminosa evidenza mentre ascoltavo un minicorso di storia ucraina in cui un ucraino raccontava, tra l'altro, i vari tentativi russi di russificare tale territorio - tentativi che peraltro non sempre hanno sortito un effetto duraturo, se stiamo ancora a parlare di russificare l'Ucraina al giorno d'oggi. Tale risposta, detto per inciso, non c'entra un accidente con la storia ucraina.
La risposta è: propaganda, semplice propaganda.
In sintesi ogni governo si preoccupa di insegnare ai suoi cuccioli (ma anche agli adulti) appunto chi siamo e donde veniamo secondo la narrazione più in voga al momento, che guarda caso è quella che il governo in carica trova più valida (e forse potremmo spingerci a dire la più opportuna).
Anche in Italia?
Sì, certo, anche in Italia. E anche negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Francia, in Olanda e via dicendo, mica solo nelle dittature.
La storia è un elemento che sfida qualsiasi tavola periodica: cambia di valenza a seconda della prospettiva con cui la guardi e lo fa anche in tempi molto rapidi. I buoni e i cattivi cambiano posizione a velocità sbalorditiva, e infatti lo Storico Prudente si riconosce anche dall'attenzione con cui cerca di smussare gli angoli: i cattivi non erano poi del tutto e solamente cattivi, i buoni talvolta picchiavano i bambini eccetera. 
Per smussare questi angoli non importa truccare le fonti, a volte basta semplicemente scoprirne di nuove - perché la storia non è una scienza esatta, piuttosto un caleidoscopio.

Sono nata quando la Repubblica Italiana era già consolidata. Nel corso della mia ormai non breve, ma nemmeno eccezionalmente lunga esistenza ho assistito a diversi cambiamenti nel modo di raccontare la storia di questo e di quello nei manuali usati a scuola. Cito i primi che mi vengono in mente.
Il Risorgimento: quando ero bambina era una favola a lieto fine, dove Dio un bel mattino si era svegliato e aveva stabilito che l'Italia aveva da riunirsi e a tal scopo aveva operato in maniera che quello che in partenza era un eroico gruppetto di uomini lungimiranti diventasse un grandioso fiume in piena che aveva finito per travolgere il consunto impero asburgico. 
In seguito il Risorgimento è diventato un movimento storico che è andato a buon fine ma avrebbe potuto insabbiarsi in qualsiasi momento, e comunque la spedizione dei Mille ha avuto le sue zone d'ombra e la piemontesizzazione fu una stupidaggine bella e buona che portò un bel po' di problemi. 
(In anni recenti  si è parlato anche di un prospero regno delle Due Sicilie biecamente colonizzato e impoverito dal barbaro invasore; in contemporanea nacque la teoria che i popoli dell'Italia Settentrionale avessero subito la barbara annessione di un regno di nullafacenti e nullapensanti che li aveva depredati senza pietà. Ma niente di tutto questo è approdato nei libri di storia per la scuola anche se sono stati introdotti piccoli elementi sparsi dell'una e dell'altra visione, che contengono entrambi alcuni granelli basati su elementi oggettivi, almeno allo stato attuale degli studi).
Le invasioni barbariche sono passate da momento di disastrosa devastazione dove tuttavia la forza della cultura classica e del Cristianesimo riuscì col tempo ad ingentilire le belve umane, a salutare iniezione di nuove forze vitali in un tessuto stanco e decadente, per diventare ai giorni nostri una occasione di incontro tra popolazioni e culture diverse che ha portato a proficui scambi culturali.
La nascita dell'impero islamico un tempo era un elemento sostanzialmente neutro ma di recente è stato guardate con decisa antipatia come dimostrazione di una irresistibile tendenza dei popoli di religione islamica a sottomettere i popoli di religione cristiana (il cosiddetto scontro di civiltà) e molto si è insistito negli ultimi anni sul tema della guerra santa.
La conquista dell'America che quando ero bambina era considerata tutto sommato in chiave positiva e come un vantaggio per gli indigeni che avevano potuto in tal modo conoscere la religione cristiana nonché il progresso occidentale; oggi invece si depreca assai il deplorevole trattamento subito dagli indigeni sia del Nord che del Sud America. In particolare i cosiddetti indiani d'America han conosciuto una netta rivalutazione in quanto popoli di alta sensibilità ecologica e animati da nobili valori morali. Questo fenomeno si è risolto in un certo beneficio a vantaggio dell'immagine dei popoli indigeni australiani, di cui fino a pochi decenni fa non si parlava affatto nei manuali, né male né bene.
L'impero romano, un tempo fiore all'occhiello della nostra storia e autentico vanto della civiltà, si è in seguito molto ridimensionato: era un impero, appunto, e un tantino guerrafondaio (tutti gli imperi lo sono, dopotutto), con una classe dirigente piuttosto corrotta. Nel primo ciclo adesso se ne occupano le elementari, mettendone in risalto soprattutto la notevole capacità organizzativa, la tolleranza religiosa e i molti scambi commerciali. All'arrivo del cristianesimo, la palla passa alle medie che se la sbrigano abbastanza in fretta perché il medioevo incombe. E spesso ci si ricorda adesso di far cenno al fatto che all'epoca c'erano anche altri imperi al mondo - ad esempio quello persiano e quello cinese.
Le crociate han conosciuto un certo declino che le ha viste gradualmente ridimensionate: si insiste molto meno sulla loro portata spirituale e più su quella commerciale (ormai è difficile trovare un manuale di storia che non citi la frase di LeGoff L'unico frutto pregiato delle crociate è l'albicocca) e le vicende del regno di Gerusalemme sono ridotte in poche righe.
Le migrazioni verso l'America di fine Ottocento cui un tempo erano dedicate a malapena un paio di righe sono oggi approfondite con laboratori, ricerche e testimonianze di vario tipo, con la prospettiva di favorire un atteggiamento più accogliente verso i migranti moderni che arrivano da noi (ma che contemporaneamente sono anche parte integrante dello scontro di civiltà).

Tutto questo è stato molto influenzato dall'indirizzo politico di governi che sono andati e venuti e anche dalle nuove posizioni assunte dalla Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II: si cerca di andare verso posizioni più aperte e tolleranti verso le religioni e le culture "altre"; molto spesso inoltre ci si preoccupa di rintracciare origini molto lontane nei conflitti moderni (dove noi di tendenza stiamo dalla parte "giusta"). Starà poi all'insegnante decidere se porre l'accento sullo scontro tra civiltà o sul nostro passato di migranti, o magari mettere entrambe le questioni sul piatto e fare esporre ai ragazzi le loro opinioni in modo più o meno guidato e indirizzato - di fatto l'intervento dell'insegnante può fare una certa differenza anche in presenza di regimi piuttosto opprimenti, soprattutto se costui riesce a stabilire un rapporto di fiducia con gli alunni e se il preside di turno accetta di starsene un po' al suo posto.
Io però non sto parlando di dittature che riscrivono la storia buttando a mare ogni decoro e senso del pudore, ma della repubblica italiana, dove la Costituzione dichiara che L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento**** e dove il margine di manovra dell'insegnante è davvero ampio e limitato solo dalla dimostrabilità di quel che racconta. Posso avere dei problemi se decido di attribuire la causa della caduta dell'impero romano ad una invasione di rettiliani, ma non se decido di non occuparmi dei migranti o riassumo in due parole ci combattimenti nel Pacifico della Seconda Guerra Mondiale*****.
In tutti i casi la storia è una materia che si presta molto bene all'indottrinamento - anzi, è una materia dove è del tutto impossibile non infilare una certa dose di indottrinamento: con la scelta degli argomenti da mettere in rilievo, dei temi da approfondire e della visuale da cui trattarli. Tutte questioni davvero importanti ma che, per un insegnante di storia alla scuola media, sono decisamente in second'ordine rispetto all'onnipresente incubo del "pover* me quanto sono indietro col programma!".
Adesso che l'ho capito, finalmente so cosa rispondere a chi mi chiede "Ma perché dobbiamo studiare storia?" (ce n'è sempre qualcuno, in tutte le classi):
"Perché la storia è la materia con cui lo stato italiano spiega ai cittadini come sono, come dovrebbero essere e come diventeranno un giorno; ma è anche quella materia che ognuno interpreta a modo suo, sia da insegnante che da studente. Benvenuti nel gioco degli specchi".
Quantomeno sarà una risposta un po' più originale del  mio consueto "Non saprei, davvero. Però a me piace".
Non vedo l'ora di sconcertare la prossima prima che mi passa tra le mani.

* (da una vignetta di Altan, disegnata appunto ai tempi in cui venne istituito il codice fiscale, ove era raffigurato un pensieroso bagnante che nuotava ponendosi queste essenziali domande. Non sono riuscita a trovarla in rete.
** più esattamente le classifico automaticamente nella categoria "ciarpame".
*** che la totalità di noi conosce ben poco, anche se magari chi ha studiato a lungo storia può avere qualche vaga idea in proposito, che comunque è costretto a rivedere a scadenze più o meno regolari.
**** articolo 31.
***** le due parole naturalmente con cui riassumerli sono, naturalmente, "ci furono".

venerdì 8 ottobre 2021

Ione - Euripide


Nonostante il titolo, Ione non è un trattato sulla struttura dell'atomo bensì uno dei più screditati drammi di Euripide e nessuno sembra disposto a prenderlo sul serio a parte me.
Chi avesse interesse a documentarsi in merito, infatti, o chi per sua libera scelta ha deciso di seguire un corso di storia della letteratura greca, troverà solo pochi e scarni commenti dedicati a quest'opera, nei quali si mette in rilievo l'insolito intreccio, più adatto a una commedia nuova, di quelle dove c'è sempre un trovatello o una trovatella che inevitabilmente sono riconosciuti da qualche nastro, stemma di famiglia o quant'altro che permette di identificarli alla fine come di libera nascita, di cittadinanza ateniese e spesso anche come discendenti di una nobilissima famiglia - la quale nobilissima famiglia lo stava cercando invano dopo esserne rimasta separata per un deplorevole insieme di circostanze. L'essere di libera nascita (e di cittadinanza ateniese) permette inoltre al non più orfanello di convolare con l'amato bene  a felici nozze, fino a quel momento precluse appunto dal mistero legato alla sua nascita.
Ma mai nessuno che spenda mezza parola sull'aspetto che mi ha colpito sin dalla prima lettura (perché l'ho letto diverse volte ed è uno dei miei drammi preferiti anche se Euripide mi piace un po' tutto).

Non è una tragedia, è un dramma - nel senso che va a finire abbastanza bene. Non si conclude con un matrimonio, ma alla fine della storia ognuno ha ottenuto quel che voleva - Creusa e Xuto un figlio, e Ione una famiglia.
Ma la tragedia c'è stata, diversi anni prima della vicenda rappresentata in teatro, quando il dio Apollo "aveva preteso amore" dalla principessa Creusa. 
E siccome il dio Apollo, com'è noto a chiunque abbia anche solo sfogliato un manuale di mitologia greca, aveva un concetto tutto suo dell'amore che non contemplava minimamente la possibilità che la controparte potesse avere una sua qualche opinione o preferenza, la cosa è finita con uno stupro in una grotta, come Creusa ricorda con amarezza quando anni dopo si ritrova nel tempio di Apollo.
Dopo lo stupro venne poi la gravidanza (com'è noto gli dei sono fertili, molto fertili). Creusa la tenne nascosta a tutti, non disse niente nemmeno a sua madre e partorì da sola, una notte, in quella stessa grotta - altra esperienza che ricorda con comprensibile angoscia.
E dopo mise il figlio in una cesta (con gli usuali contrassegni di cui sopra) e lo abbandonò nel bosco perché le fiere lo divorassero, o perché Apollo lo salvasse - ma quest'ultima possibilità non la vedeva molto probabile.
Invece Apollo, che dopo lo stupro non si era più fatto vedere né sentire, salvò il bambino, facendolo portare in zona Delfi da Hermes e poi facendolo trovare da una sua sacerdotessa che lo adottò e gli diede il nome di Ione (che alla fine, ammettiamolo, è sempre meglio di Protone o Neutrino, e anche di Xuto).

Il piccolo Ione all'epoca della storia è un fanciullo cresciuto nella dimora di Apollo, che lavora al tempio e considera quel tempio la sua casa. Del resto, non ne ha mai avute altre, e da bravo orfanello è molto riconoscente verso chi l'ha adottato.
Proprio a quel tempio, anni dopo, Creusa e suo marito Xuto, re di Atene, che dell'involontaria maternità della moglie non sa niente di niente, approdano per chiedere ad Apollo se potranno mai avere un figlio.
Naturalmente Apollo dà un responso che crea a tutti una gran serie di equivoci, difficoltà e incomodi - notoriamente i responsi del Lossia sono un disastro sempre e comunque e fan più danni della grandine -  tuttavia alla fine le cose si sistemano: madre e figlio si ritrovano e si riconoscono, mentre Xuto rimane convinto che Ione sia suo figlio, avuto da un suo trascorso prematrimoniale (di cui non ha nemmeno chiaro quando e come e con chi) e gli lascerà quindi il trono di Atene.
Il prologo viene recitato da Hermes, l'epilogo da Atena (in qualità di nume tutelare della città di Atene).
Apollo non compare mai in scena, e fa benissimo.

Nessuno, per quanto ne so, si è mai soffermato sulla vera particolarità di quest'opera: è l'unica narrazione, in tutta la letteratura classica, di uno stupro visto dalla parte della vittima.
Per la cultura greca e romana, par di capire, lo stupro è una pratica amatoria come tante altre, e giammai autore alcuno mi risulta essersi soffermato sul fatto che tale pratica possa eventualmente lasciare qualche strascico emotivo alla persona che l'ha subito - chessò, un senso di sopraffazione, una punta di amarezza, qualche traccia di rancore o vergogna, insomma una qualsiavoglia impressione negativa.
Euripide, a quel che sembra, qualche sospetto in merito invece l'ha avuto. 
Del resto Euripide è un autore molto particolare e sul tema della prepotenza e della sopraffazione davvero non c'è chi possa reggere il confronto. Tre delle sue tragedie che il Gran Canone Alessandrino ha ritenuto opportuno conservarci sono dedicate per intero a "le donne schiave dopo la caduta di Troia" e il tema del letto forzato cui le donne si ritrovano costrette è sviolinato per lungo e per largo, per tacere della magnifica tirata che Cassandra fa a sua madre quando la portano da Agamennone (e lei sa benissimo come andrà a finire) dove le spiega che quel suo matrimonio forzato è degno di grandi festeggiamenti e i troiani, che hanno perso, sono assai più fortunati dei greci che hanno vinto - con argomenti all'apparenza folli, ma che filano perfettamente e devono aver lasciato un profondo senso di inquietudine agli ateniesi che assistevano allo spettacolo.
Molti dei personaggi femminili di Euripide, in vari e numerosi drammi, si soffermano spesso sull'ingiusta condizione in cui sono tenute le donne - il passo più famoso è il monologo con cui Medea si presenta al pubblico, ma ce ne sono molti altri - e non uno solo sembra fuor di luogo e campato in aria, letto da occhi moderni. 
Eppure, ho scoperto con grande sorpresa, Euripide era spesso criticato per la sua misoginia dai contemporanei; e davvero, pensare che nella Atene dell'età classica che chiunque fosse passibile di misoginia lascia sbalorditi, considerando che si tratta di un sistema sociale dove la posizione delle donne era di poco migliore di quella delle donne afghane sotto il regime talebano.

Nello Ione  non c'è un racconto dello stupro, naturalmente, e nemmeno una descrizione dettagliata del parto. Eppure i pochi accenni di Creusa mi hanno sempre fatto venire i brividi, e la scena dove nella notte la ragazza madre abbandona a morte praticamente sicura* nella notte il bambino che piange ha qualcosa che buca i secoli. Leggendoli affiorano spontanee alla memoria  tutte quelle storie (alcune anche molto recenti) di donne che partoriscono di nascosto e abbandonano il bambino sulla porta della chiesa o della caserma del paese quando va bene, nel cassonetto della spazzatura quando va molto, molto male, e dalla pagina sale tutto il carico di paura e di orrore che c'è dietro a ognuna di quelle storie, molto meglio che in qualsiasi romanzo verista - e senza in realtà raccontare quasi niente. Tutto quel carico di violenza, sopraffazione e dolore cascato addosso alla povera Creusa, che non aveva fatto assolutamente nulla per procurarselo spezza davvero il cuore. O almeno, ha molto addolorato il mio, ma a quanto pare sono stata l'unica a notarlo.
Vai a capire.

Con questo post alquanto pensieroso partecipo di soppiatto al Venerdì del Libro di Homedemamma e auguro buone letture a chiunque passi da queste parti.

* anche se nella letteratura classica abbandonare un bambino nel bosco in mezzo agli animali selvatici è di gran lunga il modo più sicuro per garantirgli una vita lunga, prospera e ricca di eventi interessanti in barba a qualsiasi tasso di mortalità infantile. Ma Creusa non sapeva di essere un personaggio della letteratura classica, e dunque era convinta di lasciare il bambino a morire di fame e di disperazione o in pasto alle fiere.