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domenica 29 settembre 2019
mercoledì 9 maggio 2018
E tu dov'eri, quando hanno rapito Aldo Moro?
Aldo Moro fu rapito il 16 Marzo 1978 dalle Brigate Rosse e rilasciato da cadavere il 9 Maggio. All'epoca avevo diciassette anni e frequentavo la prima liceo (classico).
Per quanto ricordo, nella mia vita Aldo Moro c'è sempre stato, come Andreotti e Fanfani. Ricordo una vita senza Pannella, senza Craxi e senza Scalfaro (che già c'era, naturalmente, ma non era personaggio di gran spicco) ma non senza Aldo Moro. Niente di strano, perché da quando c'era la repubblica aveva sempre ricoperto cariche di rilievo. Non mi stava granché simpatico, ma nemmeno lo detestavo. C'era, e lo sopportavo con paziente rassegnazione.
Le Brigate Rosse invece erano molto più recenti, anzi erano entrate nella vita di tutti i giorni di noi comuni mortali solo nel 1974, quando rapirono il giudice Sossi (poi rilasciato). Scrivevano dei comunicati fluviali noiosissimi e un tantino deliranti dei quali non sono mai riuscita ad andare oltre la terza riga e mi davano l'impressione di essere dei pazzi incautamente lasciati in libertà. Probabilmente non era una impressione priva di fondamento.
Il giorno del suo rapimento Moro con la sua scorta (cinque uomini che per l'occasione furono tutti assassinati) stava andando ad assistere alla presentazione di un qualche governo Andreotti. Nel frattempo la 1E stava svolgendo con grande impegno e determinazione un tema.
Entrò un custode, si avvicinò al prof. Blasio e gli disse qualcosa a bassissima voce. I due scambiarono qualche parola, poi il custode uscì ratto ratto. Seguimmo il tutto con scarsissimo interesse: la nostra attenzione era concentrata tutta sul tema.
Il prof. Blasio ci guardò un instante, poi a voce bassa e chiara disse "Le Brigate Rosse hanno rapito Aldo Moro".
Ventisette paia di occhi assai indifferenti si alzarono dai fogli protocolli, più per cortesia che per altro. In ognuna di quelle paia di occhi era scritto a chiare lettere "E chi se ne frega?".
Il prof Blasio rimase chiaramente spiazzato davanti al nostro gelatinoso e plateale disinteresse.
"Mi sembrava giusto che lo sapeste" mormorò in tono di scusa, poi si chetò e riprese a leggere il giornale, mentre noi ci rituffavamo nei nostri temi con ardore.
Ebbene sì, professore, non era poi così fuor di luogo informare tempestivamente una classe del fatto che uno dei massimi esponenti della politica italiana era stato rapito da un gruppo di terroristi, e no, non lo si poteva definire un morboso tentativo di forzare i ragazzi verso un esasperato interesse verso la politica. Lei si comportò nel modo più opportuno. Ma per noi, tutti noi, in quel momento era molto più importante il tema.
Così facemmo il tema, lo consegnammo, prendemmo atto che il giorno dopo o due giorni dopo ci sarebbe stata l'assemblea straordinaria dedicata al rapimento di Aldo Moro (il cui senso mi sfuggiva completamente, ma perché negarsi una assemblea saltando qualche ora di lezione? Poteva essere una buona occasione per attaccare discorso con X o con Y, scopo della vita di tutti quanti).
In noi non c'era stupore, paura o sconcerto: le Brigate Rosse avevano sequestrato Aldo Moro, ebbene sì. Era pur giunto il momento che cominciassero a sequestrare politici, e allora perché non Aldo Moro? Tutto avveniva nel corso naturale delle cose, perché eravamo negli anni di piombo. E no, non era colpa dei comunisti, e nemmeno dei fascisti, e gridare in corteo "Fascisti, carogne, tornate nelle fogne" contro le Brigate rosse era una stupidaggine, né piú né meno. Ma di stupidaggini nei cortei in quegli anni se ne dicevano tante - né l'abitudine si è persa al giorno d'oggi, anche se ci sono meno cortei.
Per quel che ricordo il sequestro Moro non incise molto nella vita e nei discorsi della gente comune, e perfino nella mia piuttosto politicizzata famiglia se ne parlava assai poco, salvo all'ora dei notiziari.
Per quel che ricordo nemmeno per un minuto ho seriamente pensato che Moro sarebbe uscito vivo da quella storia, né mai me ne è fregato qualcosa che ci riuscisse. Di una cosa però ero assolutamente convinta: lo Stato doveva trattare e cercare di farlo rilasciare, a costo di "ammettere l'esistenza delle Brigate Rosse": primo perché Moro di mestiere faceva il politico e non l'aspirante martire e aveva tutto il diritto di uscir vivo da quella storia, secondo perché ad ogni modo le Brigate Rosse esistevano, piacesse o no, e per favore la smettessero fra tutti di prendersi in giro. Ricordo che apprezzai molto la mirabile franchezza con cui Paolo VI avviò il suo appello: Mi rivolgo a voi, fratelli delle Brigate Rosse, pur sicura com'ero che non sarebbe servito a niente.
Chi era favorevole alle trattative, possibilmente affiancate a robuste indagini tese a fare gran sfracello dei rapitori una volta messo in sicurezza l'ostaggio, a parte Murasaki e la sua famiglia?
Quasi nessuno tra politici e giornalisti, che fra tutti stavano facendo della vicenda un vero affare di stato (quale in effetti era), loro sì, parlandone moltissimo.
Quasi nessuno: Craxi, Pannella e i radicali, Sciascia, autore di un celebre motto "Né con questo stato, né con le Brigate Rosse", che gli procurò il biasimo quasi universale in qualità di Immondo Traditore della Patria ma che rendeva perfettamente il punto di vista di chi, come me, non nutriva molta simpatia per uno stato autoritario, arbitrario e molto probabilmente implicato in una parte delle stragi di quegli anni, ma ne nutriva poca anche per chi straparlava di popolo al potere un un linguaggio astruso e noiosissimo ma pieno di una retorica insopportabile.
Di tutto questo per strada non si parlava mai, nemmeno con casuali accenni: il rapimento Moro non scosse le nostre coscienze né turbò la quiete del viver nostro: erano gli anni di piombo.
Qualche tempo dopo, commentando l'importanza del 16 Marzo 1978 nell'umano calendario, la nostra politicizzatissima compagna di classe (che anche lei aveva continuato imperterrita a fare il tema) commentò svagata "sì, successero un casino di cose, quel giorno: mi misi con Andrea, rapirono Moro...".
Non c'è dubbio che, tra i due, per lei l'avvenimento più importante sia stato essersi messa con Andrea, col quale ha poi fatto due figli all'interno di un matrimonio che mi risulta essere stato felice. Ma, garantisco, anche il resto della classe diede assai maggior peso all'avvio di questo legame che al rapimento di uno dei più importanti uomini politici del paese.
Nel corso degli anni ho maturato tre convinzioni sul rapimento Moro, non una delle quali supportata dalla benché minima prova concreta:
1) Moro fu rapito perché era favorevole all'ingresso del PCI nei governi italiani.
2) E i mandanti furono gli USA, che hanno sempre nutrito un irragionevolissimo terrore verso il PCI, senza mai accorgersi che era di fatto un partito borghese e moderatamente conservatore che avrebbe costituito un utile contrappunto alla DC.
3) Cossiga, allora ministro degli interni, seguì all'epoca le istruzioni ricevute, convinto di fare la cosa migliore per l'Italia e con grande sacrificio personale; ma poi se ne pentì amaramente e il rimorso di aver abbandonato il suo amico lo ha tormentato per tutta la vita.
Col corollario aggiuntivo che, a ben guardare, la DC fu assai pronta a cogliere la palla al balzo e liberarsi da quel rompiscatole moralizzatore - qui però non si tratta di ipotesi, ma di banale constatazione.
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