Come molti insegnanti, anch'io sono rimasta piuttosto scossa dopo le prime lezioni in videoconferenza
D'accordo, giocare con la piattaforma era divertente. Facevo le domande e i ragazzi rispondevano. "Chi ha detto che la rivoluzione non era un pranzo di gala?". E tutti a spiegarmi che era stato Mao Zedong (che ai miei tempi si chiamava Mao Tse Tung) e che l'aveva scritto nel Libretto Rosso. Avevo controllato con cura, prima di pubblicare la domanda, e avevo visto che Google forniva subito la risposta. Un modo come un altro per introdurre la Cina. Bene, c'è qualcuno che sa cercare le risposte su Google. Non è poi così scontato. E hanno risposto solo i ragazzi che controllano tutti i giorni la piattaforma. Ma era pur sempre un modo di cominciare. E poi ho chiesto tante altre cose. Ho pubblicato i simboli dell'Irlanda il giorno di san Patrizio, la foto dell'attentato di Sarajevo, le acque del mar Baltico che si incontrano con il mare del Nord, un'immagine di Lady Oscar e così via. Ho pubblicato nella piattaforma video su Tienanmen e la Nuova Via della Seta e li hanno guardati. Ho assegnato compiti a base di ricerche varie e sono stati perfino fatti (quasi da tutti). MA c'erano ancora le lezioni da fare in diretta. Mi sono fatta fare un po' di tutoraggio da una collega e poi da una cara amica, ho imparato come proiettare una immagine per fargliela vedere - sono cose che fanno comodo a Geografia, specie se quello che vuoi proiettare è una carta geografica. Ho bucato ben due appuntamenti perché avevo scritto l'ora sbagliata sul registro Argo, e una è stata recuperata all'ultimo momento perché tanto ero comunque in casa - e tutto ciò servirà per rimpinguare il mio già cospicuo Album delle Figurine. Mi sono scusata col capo cosparso di cenere. E alla fine ho ho fatto le mie lezioni, interrompendo per aprire alla gatta di turno (due volte), facendogli vedere la gatta che camminava sulla tastiera (una volta, e ha riscosso un certo successo di pubblico), scoprendo che il collegamento andava e veniva e che c'era gente che usciva e rientrava cinque o sei volte nel vano tentativo di avere una linea migliore e alla fine si rassegnava ad avere soltanto l'audio e gente che vedeva la figura che proiettavo sempre con due minuti buoni di ritardo - il che mi ha portato a decidere che, se volevo proiettare una presentazione sarebbe stato meglio farlo in una lezione registrata. La Prima Asserpentata ha fatto un gran casino ma siamo riusciti lo stesso a mettere insieme una buona descrizione del settore primario. La Seconda Invasata ha retto singolarmente bene la lezione in cui gli ho raccontato la storia dell'assemblaggio e poi della dissoluzione della Iugoslavia (che ai miei tempi si chiamava Jugoslavia) e alla fine hanno assicurato che non gli sembrava poi così difficile. Mi fa piacere perché io, per fare quella lezione, ci ho messo circa quattro ore (ma nel frattempo ho anche imparato a fare i documenti su Drive, con o senza immaginette). La Seconda Industriosa ha svolto diligentemente i suoi compiti preparatori e ha ascoltato tranquilla la prima parte della rivoluzione francese facendo domande pertinenti e sennate. La Terza Soddisfatta ha seguito con la consueta, educata e apparente attenzione una lezione (da me preparata con gran cura) sulla Cina e le sue trasformazioni negli ultimi cinquant'anni, e immagino che la dimenticherà... no, che l'abbia già dimenticata da un pezzo, perché ormai sono passate quasi dodici ore. Insomma, se proprio, col coltello puntato alla gola, dovessi fare un bilancio complessivo dopo questa prima e turbinosa settimana, la mia impressione è che ogni classe abbia mantenuta intatta la sua identità nonostante in questo momento i suoi componenti vivano vite separate - un fenomeno interessante, visto che sono stati separati ormai da più di tre settimane, che a quell'età sono un tempo lungo. Qualcuno non segue? D'accordo, qualcuno non segue. Ma non è che quando siamo in classe seguano tutti, in verità. C'è però una categoria che rischia di restare tagliata fuori: i ragazzi più silenziosi, quelli che anche in classe intervengono raramente ma che seguono sempre tutto con attenzione. In classe alzano la mano e in quel caso vengono subito fatti parlare, anche solo per rendere onore alla eccezionalità dell'avvenimento. Qui però non si azzardano ad accendere il microfono e intervenire, mentre i più estroversi non mostrano alcun problema. Sarebbe bello che potessero avere un pulsante da accendere quando vogliono parlare o qualcosa del genere, e allora l'insegnante sceglie se sciropparsi la 823sima osservazione di Cicerone o ascoltare il commento di Terenzio, che di tendenza ne fa mezzo al mese.
Non ho ancora fatto lezioni registrate. Non mi ci immagino, non mi ci vedo, non so figurarmici... del resto, a ben pensarmi, non sono io che devo vedermici ma loro.
Di questa lettura sono debitrice al Venerdì del libro di Homemademamma, cui partecipo col presente post: tanto e tanto tempo fa infatti una delle partecipanti presentò questo libro spiegando che era una lettura divertente e gradevole dedicata al mestiere della levatrice. I libri di vita vissuta raccontati con brio mi sono sempre piaciuti e il soggetto prometteva bene: i parti al giorno d'oggi vanno quasi sempre a buon fine, ma da sempre i bambini sono specializzati nel venire al mondo nelle circostanze più strane - tutti hanno nel carnet qualche storia divertente legata a un parto, compresa la sottoscritta. Del resto anche la fascetta parla della "fresca verve" dell'autrice (anche se ammette che la materia è "cruda") e la stessa autrice racconta nella rapida prefazione che il libro è nato in risposta a una sfida di un tale che si chiedeva se mai ci sarebbe stata una ostetrica che avrebbe fatto per il suo pregevole mestiere quel che James Herriot aveva fatto per la veterinaria. E tutti abbiamo letto qualche romanzo di James Herriot con gran divertimento. Per l'appunto cercavo una lettura fresca e allegra e quindi con fiducia sono andata in biblioteca e la sera stessa ho aperto con fiduciosa attesa questo libro tanto lodato per la sua verve - e mi sono ritrovata invece in un vero romanzo dell'orrore; perciò, dopo essere doverosamente inorridita, lo presento in questo Venerdì che apre la settimana di Halloween. Sia chiaro che quel che sto scrivendo non è uno sconsiglio, anzi. Ho letto il libro con estremo interesse e l'ho trovato una lettura assai avvincente - e del resto l'autrice scrive bene e il tutto è assai scorrevole e ben scritto. Ma, ripeto, è un vero romanzo dell'orrore. Siamo a Londra, negli anni Cinquanta del secolo scorso. Quasi ieri, e in uno dei paesi più ricchi del mondo, a due passi da casa nostra. La gloriosa Inghilterra, quella che ha inventato la democrazia parlamentare e l'industria, la letteratura rosa, quella poliziesca, quella fantastica e quella dell'orrore (sì, appunto). In effetti, è anche il paese che ha inventato lo sfruttamento operaio, oltre che l'industria; e il lavoro minorile, gli slums e lo smog. Anche la tratta degli schiavi, ora che ci penso. Poplar è il sobborgo dove ha lavorato l'autrice: un quartiere in una condizione molto particolare in quegli anni, per buona parte distrutto dai bombardamenti e sulla via non tanto del risanamento ma del trasloco generale: gli appartamenti erano piccoli, miserabili, affollatissimi, sprovvisti di servizi igienici e a volte anche di acqua corrente fredda, e per quella calda si doveva comunque provvedere in proprio. In compenso, visto che ormai era stato dichiarato inabitabile, mancavano molti dei servizi più importanti; era stato dichiarato inabitabile ergo non ci abitava nessuno, e il fatto che in realtà continuasse notoriamente ad abitarci un sacco di gente era considerato un dettaglio del tutto trascurabile. Si partoriva in casa. Niente di male fin qui, anche le mie nonne hanno partorito in casa, come tutte le loro vicine. Quindi quando partorivano andava chiamata la levatrice. Che era un'istituzione assai nuova e moderna, perché prima si partoriva aiutate alla meno peggio da parenti e, come dire, da cultrici della materia provviste sì di grande esperienza ma assai digiune di scienza medica. Al lettore contemporaneo si rizzano i capelli ad ogni pagina. È l'Inghilterra di Dickens e di Gaskell, solo che nel frattempo è passato un secolo. È, possiamo anche aggiungere, l'Inghilterra dei filantropi, dove solo con difficoltà si raccattano un po' di soldi per fornire di un minimo di assistenza prenatale alle partorienti - e si raccattano, questi soldi, solo quando arriva la mutua pubblica per tutti. Come dire, ci si occupa delle gravidanze solo in ultimo, quando ormai si è pensato davvero a tutto. Gli ultimi spiccioli del fondo cassa sono per le gestanti: se proprio non è rimasto altro a cui provvedere... Oh sì, qua e là ci sono anche storie divertenti: il parto di Natale, col resto della famiglia che canta a squarciagola gli inni natalizi; il parto nella nebbia giallastra londinese, quando Londra si blocca e non circolano più né auto né mezzi pubblici perché non saprebbero dove andare visto che non si vede a un passo, e così la levatrice va in bicicletta, preceduta e scortata da due poliziotti a piedi che illuminano la strada con una grossa torcia elettrica perché la sventurata possa vedere dove va; i tre parti multietnici a sorpresa, ognuno con un finale diverso. Ma la maggior parte dei racconti è agghiacciante, a partire dal breve e sobrio capitolo sul rachitismo (e sui motivi per cui colpiva soprattutto le bambine) per culminare nella terrificante storia della vagabonda che incrociamo di striscio nei primi capitoli e nella straziante vicenda della prostituta irlandese - un racconto quasi fuori dal tempo, quello, ma anche curiosamente moderno, che ricorda davvero molto certi racconti dell'orrore fatti da talune prostitute straniere assai presenti nel nostro civilissimo paese e che i nostri civilissimi occhi hanno imparato a non vedere. Leggendola, mi sono trovata per la prima volta a nutrire sentimenti non eccessivamente ostili verso le nostre "case chiuse", che al confronto appaiono alberghi di lusso muniti di tutti i confort. L'autrice racconta senza troppo commentare, e del resto quel che racconta di solito si commenta benissimo da solo. L'elemento davvero straniante però è che quel che racconta non è successo in qualche baraccopoli in uno di quei paesi dove il reddito pro capite è di due dollari al giorno, ma a poche centinaia di metri dal tran tran quotidiano di una delle più sfarzose metropoli del pianeta. Prima ancora dell'indignazione arrivano lo sbalordimento e un senso di ghiaccio. Ma davvero un paese ricco e prospero poteva far questo ai suoi concittadini? E alle sue concittadine? Evidentemente sì. E siamo d'accordo che anche noi abbiamo il nostro bel campionario di racconti dell'orrore, ma va pur detto che siamo sempre stati fino agli anni Sessanta un paese notoriamente povero, e dal nostro impero mignon, nel brevissimo tempo in cui ne abbiamo avuto uno, abbiamo ricavato poco più di qualche voragine nei conti pubblici dell'epoca. Consigliato a tutto in qualsiasi momento perché davvero c'è molto da imparare, ma non se state cercando una lettura leggera per rilassarvi. E credo che possa funzionare anche come cura per la depressione, secondo il principio del chiodo scaccia chiodo. Il libro è stato pubblicato in Inghilterra nel 2002 e, dopo che ne hanno tratto una serie televisiva di gran successo (più volte tramessa da noi su vari circuiti, a partire da Netflix) tradotto per Sellerio nel 2014. E' il primo di una serie di tre libri che l'autrice ha dedicato alla sua esperienza professionale negli anni Cinquanta. Sono stati pubblicati anche gli altri due che si intitolano rispettivamente Tra le vie di Londra e Le ultime levatrici dell'East End. Li leggerò non appena mi sarò rimessa dal trauma del primo.
Da quando ho mosso i miei primi, tremebondi passi nel complesso mondo dell'insegnamento, sono ormai passati quasi vent'anni. In tanti mi spiegavano che la scuola era cambiata, i ragazzi erano cambiati - ma io la scuola l'avevo fatta nei rutilanti anni 70 e l'avevo seguita da lontano attraverso mia madre e le mie amiche finite in cattedra, e mi sembrava tutto abbastanza uguale a sempre. Anzi, ricordo ancora il fondo di stupore che provai quando mi accorsi che, gira che ti rigira, il mondo della scuola era sopravvissuto uguale a sé stesso nel corso dei decenni: stare a scuola mi dava una sensazione agrodolce imbevuta di meditabonde considerazioni sui corsi e ricorsi della vita. Il punto è (gli analisti nonché tuttologi della scuola lo dimenticano facilmente, perché è un punto che ammazza qualsiasi generalizzazione) che la scuola non è poi così uguale a sé stessa nemmeno al suo interno e ogni classe e ogni consiglio e ogni professore si portano dietro un microcosmo individuale con regole sue, che magari cambia di anno in anno e di mese in mese, e anche i ragazzi che oggi sono diversi sono ognuno una sua identità propria, e in continuo mutamento, e dunque ognuno di loro è diverso a modo suo. Ad ogni modo, pur arrivando assai spaventata e pronta non già ad affrontare -ché proprio non me ne ritenevo all'altezza - ma a prendere atto di un pianeta diversissimo, trovai tutto abbastanza simile a quel che ricordavo di quando stavo dall'altra parte della barricata. Quello a cui invece non ero preparata erano le domande di chi a scuola non ci lavorava, e che nel corso di questi venti anni sono rimaste molto simili - pure quelle. L'episodio che più mi lasciò sconcertata fu una tranquilla pizza a quattro con amici di freschissima data, quando ormai in cattedra ci stavo da un paio di anni con alterne fortune. Uno di loro mi chiese come mi trovavo con i ragazzi aggiungendo, testualmente se non ti fa schifo a parlarne- che non rischiassi di mandarmi di traverso la pizza ad affrontare sì spiacevole argomento, per carità, la sua era soltanto una curiosità oziosa. Trovai difficile rispondere, proprio per come era stata posta la domanda. Immagino che il mio interlocutore desse per scontata una bella tirata... su cosa, i giovani d'oggi senza valori o senza ideali? La professione del docente ignobilmente svilita e vilipesa? Il mondo di oggi (o, a scelta, la moderna società) che ci impediscono di tramettere solidi punti di riferimento alle nuove generazioni? Questi ingrati ragazzi che rifiutano di eleggerci come modelli di vita? Ma era tutta roba completamente estranea al mio modo di pensare e di sentire, senza contare che ho fatto parte anch'io di una generazione perennemente sotto accusa a causa della sua cronica mancanza di solidi valori morali, e ho sempre trovato estremamente ridicole le analisi che facevano su di noi nonché la pretesa che un tale, solo perché stava su una cattedra, dovesse automaticamente essere preso come valido esempio di riferimento - senza contare che, avendo letto parecchio in vita mia, sapevo benissimo che le classi sociali più alte avevano spesso trattato gli insegnanti dall'alto in basso (tranne quelli universitari, che fanno categoria a sé). Ecco, con l'arrivo della costituzione della repubblica siamo diventati tutti cittadini delle classi più alte e sì, pensa un po', i ragazzi si ritenevano in diritto di avere opinioni proprie, e qualcuno addirittura arrivava all'assurda pretesa che queste idee venissero rispettate. In conclusione probabilmente sgusciai dietro a qualche banale considerazione sul fatto che l'ambiente scolastico non mi sembrava poi tanto improponibile e che i ragazzi nel complesso mi stavano piuttosto simpatici e non provavo alcun disgusto a parlarne e ben presto tornammo tutti a parlare di manga e di Giappone, che era poi il motivo per cui ci eravamo riuniti in pizzeria. In realtà parlare di scuola mi piace molto - come questo blog dovrebbe testimoniare - ma lo faccio malvolentieri con chi non è del mestiere perché mi rendo pur conto che non tutti si divertono a sentir raccontare quale raffinata tecnica hai saputo escogitare per far capire infine alla 1D che mela, me la e me l'ha sono tre cose ben distinte e ognuna di loro va usata a tempo e modo opportuni oppure quanto vi siete divertiti a recitare la conversazione tra Smaug e Bilbo (il tutto tacendo accortamente le cinquanta volte in cui la classe si è annoiata a morte con il drago e ha continuato imperterrita a confondere frutta, pronomi personali e verbo avere). Ma per chi non capisce queste raffinate soddisfazioni (cioè tutti, tranne quelli che a scuola ci lavorano e ci smoccolano sovente maledicendo la ria sorte che li ha fatti nascere nei non rari momenti di frustrazione) cos'è la scuola? Un pianeta strano, mi par di capire, popolato di strane creature indisciplinate e irriconoscenti che rifiutano di farsi indottrinare. So che molti colleghi vivono circondati da esseri sarcastici che passano il tempo a rinfacciarci i nostri quaranta mesi di ferie all'anno. Non io, non so perché (probabilmente perché non me li filo: sono bravissima a rimuovere le persone con cui non ho voglia di parlare). Ma incrocio spesso categorie un po' differenti, che sembrano ignare del fatto che i ragazzi con cui ho a che fare sono proprio gli stessi che abitano a casa loro, e con cui spesso interagiscono piuttosto volentieri. Per esempio i genitori che sospirano e ti spiegano che l'insegnamento è una vocazione, e chi lo pratica è un santo; d'accordo, spesso ci vuole pazienza. Ma sono i vostri figli, gli stessi che avete per casa. Trovate sempre così indispensabile una patente di santità quando ci avete a che fare? Oppure quelli che ti chiedono preoccupatissimi ma tutto questo bullismo di cui si sente tanto parlare? E lì la risposta è più difficile da dare. C'è più bullismo oggi di quel che c'era un tempo? Di sicuro oggi se ne parla di più, e non è un male. Di sicuro oggi gli insegnanti sono chiamati più facilmente in causa, perché i ragazzi hanno smesso di stare zitti e gli insegnanti non possono più cavarsela fregandosene alla grande come succedeva ancora vent'anni fa. Funziona un po' come per gli stupri o le violenze domestiche: sono in aumento o se ne parla di più? Di tendenza propendo per la seconda possibilità, fermo restando che spesso ci arriva solo la punta estrema dell'iceberg e il grosso resta tuttora sott'acqua a navigare, ma vai a sapere, come si fanno ad avere dati attendibili? L'unica vera novità, indiscussa e foriera di grane infinite, è il cyberbullismo, che fino a qualche anno fa non c'era né alcuno ne sentiva la mancanza, e che ci lascia spesso assai inguaiati - ma basta navigare un po' su Facebook per capire che non è purtroppo un problema esclusivo dei giovinetti, ma di tutta l'umanità, giovane o vecchia che sia, e non coinvolge esclusivamente la scuola. È verissimo che gli insegnanti non sanno gestirlo in modo soddisfacente, ma purtroppo sotto questo aspetto siamo ancora tutti in fase sperimentale e dobbiamo faticosamente arrangiarci come possiamo. E sì, certo, ci sono anche i dislessici - ma non è che prima non ci fossero, soltanto erano considerati ciuchi e come tali trattati, o maltrattati. Dargli un nome e conoscere qualche strumento compensativo è stato un aiuto, per noi e per loro. E ci sono anche gli stranieri, ma qui devo confessare che, a parte qualche rarissima eccezione, gli stranieri che ho avuto erano tutti all'acqua di rose e i problemi più seri se li erano sbrigati quelli delle elementari che con grande pazienza e infinita abilità se li erano alfabetizzati. D'altra parte io in classe dislessici e stranieri all'acqua di rose li ho sempre avuti in classe, quindi non riesco a considerarli una grande novità. Va bene, forse rispetto a quando andavo a scuola qualche piccolo cambiamento c'è stato. Non solo dentro la scuola, però. E con i ragazzi io continuo a divertirmi, alla faccia di tutti. Solo che evito di raccontarlo troppo in giro.
Le uniche e vere zoccole di Natale sono, naturalmente, le laboriosissime renne.
All'inizio del 2012 scrissi un post dove riflettevo sulla moderna maniera di usare talune parole di antica e illustre origine. Da allora il tempo è passato e la lingua si è vieppiù evoluta. Una mattina, per via indiretta e tortuosa, venni a sapere che nella Terza Amichevole Alagna aveva dato di troia ad Angela, che ci era rimasta molto male. Rimasi perplessa, prima di tutto perché le due erano (e sono poi rimaste) carissime amiche, ma anche perché ai miei tempi, almeno nel mio giro, questo tipo di offese non usava - senza contare che mai e poi mai mi sarebbe venuto in mente di rivolgermi ad una amica usando quella parola. Ma, mi assicurarono le colleghe, oggi non è così raro. D'altra parte ognuno è fatto a modo suo e com'è noto la lingua si evolve nella direzione decisa dal parlante: tanto per fare un esempio, quando ero ragazza in Toscana "zoccola" era una parola praticamente sconosciuta. Avevo giusto avviato le mie usuali lezioni sulle parolacce da non usare in contesti più formali - scoprendo così che maschi e femmine bestemmiavano alla grande ma che per le femmine era considerato più sconveniente. Mi venne perciò da pensare che forse, più che una lezione dove io insegnavo i giusti costumi secondo cui comportarsi, sarebbe stato il caso di fare una cosiddetta "lezione interattiva", dove sono soprattutto i ragazzi a parlare, onde acculturarmi sugli usi e costumi delle nuove generazioni, più che imporgli modelli magari ormai completamente obsoleti: in fondo, che in contesti ufficiali certe parole non vanno usate in quella classe sembravano tutti saperlo benissimo e dunque battere su quel tasto non sembrava del tutto indispensabile. Così una mattina profittai di una coppia di ore contigue senza intervallo e dopo aver rapidamente sbrigato un po' di grammatica chiusi con cura la porta e scrissi sulla lavagna a grandi caratteri PUTTANA TROIA ZOCCOLA poi sedetti in cattedra dicendo "e speriamo che non arrivi la custode con una circolare" - perché è vero che il Vero Insegnante non teme il Ridicolo, ma ugualmente preferivo che non si diffondesse per la scuola a velocità fotonica la notizia che la prof. Murasaki stava sperimentando nuove metodologie didattiche che comprendevano l'uso di parole altamente sconvenienti. Ebbi fortuna: nessun estraneo arrivò con circolari o avvisi di alcun genere, e la classe godé di una adeguata intimità per il tempo dell'insolita lezione. "Sono la stessa parola" osservò qualcuno. "Niente affatto!" ribatté qualcun altro. "Bene. Chi vuole spiegarmi la differenza?" Dopo breve discussione risultò che la prima era una indicazione professionale che riguarda una donna che in cambio di prestazioni sessuali prende denaro, mentre la seconda indica una donna che elargisce le sue preferenze senza interesse mercenario e la terza risulta una via di mezzo, nel senso che può indicare l'una o l'altra, ma più raramente è usata come indicazione professionale. "Sono intese come parole neutre o come insulti?". A parte la prima, che può essere una semplice constatazione tecnica, la seconda e la terza vengono intese come insulti, mi spiegano. "E perché?" domando "E' normale che una fanciulla apprezzi la compagnia maschile, no?". Socrate alza la mano con fare vagamente annoiato "C'è lo stereotipo che per la donna sia una cosa negativa". Par di capire che lui degli stereotipi ne ha fin sopra i capelli per principio - in effetti è quasi l'unico contributo che darà alla lezione, anche se ascolterà con attenzione. Ma Socrate viene da una famiglia anarchica (anche se ben camuffata) e, come me, funziona a modo suo. Gli altri, o meglio le altre, perché giunta a questo punto mi par di capire che quegli specifici insulti sono usati soprattutto tra donne, cercano di sviscerare la questione, incalzati da amichevoli domande da parte della professoressa - che in cuor suo ha gli occhi sempre più sgranati. "Per esempio se una amica si mette con un ragazzo che piace a te". "Capisco, ma in fondo fa solo quel che vorreste fare voi, giusto?". "Sì, ma magari non ci pensava nemmeno fin quando non gli hai detto che a te interessava quel ragazzo". "Beh, comunque non farà tutto da sola, si suppone che anche il ragazzo dia un contributo accettando le sue attenzioni". Mi assicurano che 1) in quel caso parlano malissimo anche del ragazzo e soprattutto 2) in realtà al parere del ragazzo nessuna mostra di dare molta importanza, considerandolo esclusivamente terreno di caccia. Resto vieppiù perplessa, perché è un aspetto della questione che non sono abituata a considerare: per il mio candido modo di vedere le cose, il ragazzo reagisce solo se sinceramente interessato; ma sia maschi che femmine sembrano considerare valido il punto di vista delle fanciulle. Mi espongono poi un ulteriore caso: la ragazza che "si mette troppo in mostra", attirando così l'esclusiva attenzione maschile. "Ma fa col suo" provo a ribattere "Fa una scelta. Potreste farla anche voi, giusto?". Scopro così che alcune ragazze, secondo il punto di vista femminile, si espongono troppo, capitalizzando la totale attenzione maschile. Bene, se non altro questa è una situazione che conosco. Non sono abituata a deprecarla, o almeno non lo farei mai apertamente, ma ricordo benissimo che quando ero giovinetta c'erano fanciulle che sembravano conoscere d'istinto le corde su cui far leva per attrarre l'attenzione maschile - corde che a me mancavano quasi completamente. Ricordo di averle invidiate e talvolta anche ammirate, ma mai disapprovate - più o meno come facevo con chi riusciva a tradurre una frase di greco all'impronta laddove io mi arrabattavo faticosamente e solo con il tempo e molto uso del dizionario ne venivo a capo. Loro potevano, io no e accettavo la cosa con quieta frustrazione. Sembra però che colei che riesce ad attirare l'attenzione maschile grazie a un trucco e un abbigliamento e a gesti accuratamente ponderati sia da disapprovare. Perché? Qui le risposte si fanno confuse, e un po' faticose. Il campo per loro sembra nuovo da razionalizzare. Perché si prendono un vantaggio sleale. Perché si mettono troppo in mostra svalutandosi. Perché sembrano dare importanza solo a quello. Medito se sia il caso di chiedere se dare tanta importanza al fatto di poter esercitare un generico richiamo sessuale sulla popolazione maschile al completo non tradisca secondo loro una certa insicurezza e non sia da compatire come segno di debolezza, ma scarto con decisione la possibilità: vorrebbe dire indirizzare il discorso in una direzione che spontaneamente non avrebbe preso. E io vorrei capire, più che indirizzare. La conversazione prosegue, fino ad arrivare al momento in cui si parla di quando tali parole si scambiano tra amiche nel corso di un litigio e sono dette con la specifica intenzione di offendere - perché possono essere anche dette in tono scherzoso (?!?); e con grande naturalezza mi raccontano che di recente Angela ha litigato con Alagna chiamandola così, ma Alagna assicura che dopo si sono riconciliate e quindi lei è passata sopra alla cosa perché Angela si è molto scusata. Angela ammette serenamente la sua colpa e dichiara senza cercare scuse di aver sbagliato. Di nuovo sgrano gli occhioni in cuor mio, perché la faccenda mi era stata raccontata all'opposto, e mi avevano detto che quella offesa era stata Angela. Ma, considero, la cosa mi era stata riferita da adulti, e vai un po' a sapere cosa gli era stato detto o cosa avevano capito. La conversazione va sfilacciandosi, l'intervallo si avvicina e dichiaro chiusa la seduta, cancellando personalmente le tre parole dalla lavagna. Solo qualche giorno dopo mi viene in mente un aspetto della questione che non avevo considerato: una volta tanto maschi e femmine si sono confrontati insieme sull'argomento, o per meglio dire i maschi hanno potuto ascoltare con calma e chiarezza il punto di vista femminile spiegato dalle loro compagne. Ed è possibile che l'abbiano trovato piuttosto interessante. Quanto a me, un viaggetto nel Paese delle Meraviglie mi ha fatto solo bene. Potrebbe essere un esperimento da ripetere.
Ed eccoci quasi riallineati col giusto asse temporale, anzi addirittura un po' in anticipo.
Buona fine del mondo a tutti!
Nel 2014 due piccoli e insignificanti episodi mi lasciarono assai scossa e pensierosa sul senso critico di taluni miei connazionali.
All'epoca avevo già una certa dimestichezza con la spinosa questione delle Bufale in Rete (non andava ancora troppo di moda chiamarle fake news): avevo messo il Disinformatico tra i blog che usavo per l'aggiornamento, seguivo sporadicamente qualche pagina sulle bufale su Facebook e avevo compreso alcune regola essenziale:
- se non c'è data, luogo e fonte è una bufala
- se ci sono scritte del tipo SVEGLIAAAAA!!!!! (rigorosamente con almeno quattro a) o Se sei indignato condividi è una bufala
- se parla di musulmani e di scuola insieme è una bufala
- se i parlamentari si sono appena aumentati lo stipendio in gran segreto non vale nemmeno la pena di finire di leggere la scritta indignata
- poi ci sono quelle che non importa controllare se davvero sono bufale, perché è del tutto evidente anche al più idiota degli idioti che sono chiaramente frutto di malafede, pregiudizio o mente assai turbata (tipo la scuola che organizza corsi di masturbazione per i bambini dell'asilo, per intendersi).
Queste poche, basilari regole che a me sembravano del tutto evidenti non erano però patrimonio comune di ogni persona che fosse riuscita a conseguire almeno la licenza media, in particolar modo per l'ultimo punto, quello dove si fa appello al più elementare buonsenso - e questo lo scoprii appunto grazie agli episodi di cui sopra e che vado adesso a raccontare.
Il primo episodio data all'estate del 2014. In Giugno l'allora presidente del consiglio Renzi fece un viaggio in Vietnam, in Cina e forse anche altrove - insomma, nella zona detta "estremo oriente". Ufficialmente il motivo era, come sempre in questi casi, "rafforzare i legami tra i due paesi" e roba del genere. Non sono una esperta di politica internazionale ma, visto che i legami che abbiamo con Vietnam e Cina sono soprattutto di tipo commerciale, immaginavo che ci fosse di mezzo qualche questione legata al commercio: petrolio, tessuti, cellulari, roba così. Roba in grande stile, comunque, se si muoveva addirittura il presidente del consiglio.
Al comparto alimentare non avevo proprio pensato, anche se visito regolarmente i ristoranti orientali di Firenze e faccio anche modesti ma regolari acquisti di salsa di soia, curry, spaghettini di riso, ramen, wasabi e simili nei negozi specializzati.
"Hai visto perché Renzi è andato in Vietnam?" mi chiese un giorno una collega e cara amica, laureata con una delle più complesse e raffinate lauree che l'Università di Lettere di Firenze possa sfornare e felicemente addottorata in ricerca sempre nella raffinatissima materia di cui sopra.
"Boh? Qualche trattato internazionale, immagino".
"Sì, e non del miglior tipo: importazione di carne di cane!".
Risulta così che il nostro presidente del consiglio si è mosso per andare in Vietnam a trattare la vendita di ben 20.000 tonnellate di carne di cane.
Non ho osato contraddire la mia amica senza prove perché l'informazione le veniva da una persona di cui fa gran conto (e che ritenevo all'epoca completamente inaffidabile per tutto quel che riguarda la politica. Dopo questo episodio invece la ritengo completamente inaffidabile su tutto, senza esclusione alcuna).
Appena arrivata a casa però ho cercato su Google e ho trovato questa foto:
Ad inquietarmi davvero che venisse ritenuta credibile da una persona laureata e dottorata e che ai miei occhi è sempre parsa assai provvista di discernimento. Insisto sul suo ricco curriculum accademico perché spesso si attribuisce all'ignoranza il seguito che hanno certe bufale francamente al di là del credibile - ma il livello di istruzione della mia amica è molto alto e il tipo di studi che ha fatto l'ha costretta a lavorare con gran pazienza esclusivamente su fonti di prima mano.
Dunque: il presidente del consiglio d'Italia (un paese che non è una grande potenza, ma ha comunque un certo peso economico nell'economia mondiale) va in Vietnam, che non è proprio dietro l'angolo. E tutto questo per curare l'importazione di 20.000 tonnellate di carne di cane.
Domanda n. 1: forse che non abbiamo carne in Italia? Ci mancano gli allevamenti di pecore, mucche, bufali, maiali, cavalli, struzzi, conigli, pollame vario?
Domanda n. 2: abbiamo nel mercato questa furibonda richiesta di carne di cane?
Domanda n. 3: il mercato della carne è in così grande espansione da dovere importare la carne a botte di 20.000 tonnellate? Non si direbbe, a giudicare dall'espansione dei reparti che i supermercati riservano a polpette vegetali e derivati dalla soia.
Domanda n. 4: forse che in Italia mancano i cani? Non possiamo allevarne anche qui?
Domanda n. 5: Quanti cani hanno, in Vietnam, da potercene sacrificare a centinaia di migliaia per mandarceli (perché per arrivare a 20.000 tonnellate devi macellare un numero di cani decisamente ragguardevole).
Il consumo di carne di cane in Italia ha una modestissima tradizione, legata ad alcune particolari aree geografiche e a poche ricette. Da parecchi decenni è scomparso, o almeno limitato a casi davvero sporadici, ed era già vietato per legge durante la seconda guerra mondiale. Per quanto ne so, nell'Unione Europea non è fra gli alimenti consentiti.
Insomma, il presidente del consiglio se ne va all'altro capo del pianeta a comprare 20.000 tonnellate di un alimento il cui uso da noi non è legale né diffusamente richiesto dal pubblico, senza nemmeno aspettare che siano state fatte le procedure per inserire la carne di cane tra gli alimenti consentiti?
Ma soprattutto: da quando in qua il presidente del consiglio si muove per trattare l'importazione di una partita di cibo, quasi che il telefono e la posta aspettino ancora di essere inventati?
Da qualsiasi parte si rigiri, la notizia è talmente balorda che non si capisce nemmeno come sia potuta venire in mente a qualcuno, fosse pure dopo la terza bottiglia.
Quando, con molta cautela, azzardai la possibilità che la storia della carne di cane non fosse molto attendibile (avendo cura di farlo in presenza di un veterinario che aveva lavorato per qualche anno come ispettore al mercato alimentare e che espresse il suo parere in merito senza mezzi termini) la mia amica scosse le spalle borbottando qualcosa di molto vago sul fatto che forse aveva capito male - che è una classica reazione da persona sbufalata e non convinta, ma troppo cortese per piantare una grana in una cena tra amici.
E veniamo al secondo episodio.
In una tranquilla (per me) sera di Ottobre me ne stavo tranquilla a cazzeggiare su Facebook, tra gattini pucciosi, draghi fiammeggianti e tolkiename vario, mentre a Genova imperversava l'alluvione; ed ecco che mi scorre davanti il post di una amica-di-gatti che rilanciava un avviso indignato che notificava come, a Genova, tra tutte le foto dove si vedeva gente che spalava acqua e fango, naturalmente non c'era nemmeno un immigrato. Seguivano una serie di commenti assai indignati sugli immigrati che non facevano mai nulla di utile.
Rimasi perplessa: prima di tutto perché non ero affatto sicura di riconoscere a prima vista un immigrato da un indigeno, salvo che il primo avesse la gentilezza di portarsi dietro un cartello con su scritto "Ebbene sì, sono un immigrato": albanesi, rumeni, polacchi, serbi - ma anche, diciamocelo, parecchi mediorientali, levantini, sudamericani e perfino cinesi e indiani, se sono vestiti come noi, si possono molto facilmente scambiare per italiani, senza contare che oggi ci sono in giro un sacco di ragazzi magari fisicamente piuttosto diversi dall'italiano medio (qualsiasi cosa si intenda per "italiano medio") che sono arrivati con le adozioni internazionali o con la buona vecchia pratica di prendersi un partner straniero e farci dei figli, e che dunque immigrati non sono. D'altronde l'immigrato più famoso dei nostri anni, che attualmente di mestiere fa il vescovo di Roma, non è poi così facilmente distinguibile da un qualsiasi vecchietto nostrano se gli togli l'abito bianco e la papalina.
Ma la mia vera perplessità nasceva dal ragionamento di base: nelle foto non ci sono persone presumibilmente immigrate (=negri) a spalare il fango, ergo nessun immigrato spala il fango. D'accordo che ci vuole il politically correct, ma un fotografo è tenuto a osservare le quote nere quando infila un paio di foto sull'alluvione di Genova? Se per un qualche caso nella ventina di foto che i giornali avevano pubblicato sui genovesi che spalavano il fango e i servizi dei vari TG non c'era un senegalese più nero del carbone, si poteva ragionevolmente dedurre che solo i genovesi purosangue avevano spalato il fango?
Posso dedurre che in Kenya non ci sono gnu se vedo quindici foto di fila del Kenya senza che ci sia uno gnu?
Non mi pare proprio.
Espressi dunque questa mia banale constatazione nei commenti. Seguì una sorta di crocifissione della sottoscritta che non cessò nemmeno quando un paio di genovesi intervennero per dire che da loro gli immigrati spalavano eccome - anche perché, quando ti entra l'acqua in casa, nessuna persona sana di mente sta a discutere sulla sua origine e provenienza, pulisce e basta. Ma niente, furono crocifissi anche i genovesi, perché era ora di finirla con questo schifo di buonismo, punto e basta. E l'amica-di-gatti mi tolse la sua amicizia (che peraltro era stata lei a chiedermi). Non ne feci un dramma, ma nel mio gran candore mi chiesi com'era possibile che i pregiudizi potessero indurre a sì distorti ragionamenti. Andai però a cercarmi qualcosa sugli immigrati di Genova e l'alluvione e scoprii che la realtà era stata piuttosto diversa da quel che raccontavano su quel post.
Trovai anche la sbufalatura ufficiale della questione. In realtà sembra che né le foto né i servizi dei vari TG si fossero mostrati così selettivi nella scelta delle loro immagini, ma ammetto che non ho approfondito la questione.
Da allora sono diventata più vecchia e più saggia e ho compreso che la bufala era stata artisticamente montata per sfruttare in qualche modo contro gli immigrati un evento come l'alluvione di Genova, di cui non si poteva (ancora) dare direttamente la colpa agli immigrati - ma continuando su questa strada, non dubito che tra qualche anno bombe d'acqua, maremoti e scarse precipitazioni verranno imputate direttamente agli immigrati: non a tutti, si capisce, solo a quelli con la pelle piuttosto scura.
Entrambi questi episodi, nella loro insignificanza, mi hanno reso molto più sensibile alla questione delle fake news, come usa chiamarle oggi (bufale pare ormai troppo domestico e giocoso).
Questo può forse contribuire a spiegare la reazione piuttosto rigida che ho avuto verso un commentatore del blog che provò qualche mese fa a rifilarmi la notizia che J.K. Rowling è una adepta di Satana - e che qualche tempo prima, su un blog dedicato ai film dello Hobbit, una volta che Harry Potter era stato tirato in ballo senza un perché spiegò con grande nonchalance che una persona affidabilissima gli aveva spiegato che J.K. Rowling era non satanista (che è pur sempre tecnicamente possibile, anche se piuttosto improbabile) ma... una strega, e delle più potenti. E rimase ben inchiodato su questa idea per quanto gli venisse fatto osservare che in quel modo ammetteva implicitamente l'esistenza delle streghe, cosa che da parecchio tempo anche la Chiesa si guardava bene dal fare.
In conclusione: chi inventa le fake news lo fa talvolta per mestiere e talvolta per propaganda, ma non vanno sottovalutati quelli che ancora lo fanno per passione... e soprattutto i molti che sono disponibili a credere possibili certe notizie al di là di ogni logica se solo da qualche parte una corda segreta del loro cuore li induce a ritenerle possibili. Un po' di diffidenza verso la classe politica è comprensibile, la paura dell'Uomo Nero dorme un sonno inquieto nel profondo di molti di noi per risvegliarsi al minimo pretesto, sappiamo che la scienza ha compiuto più di un esperimento azzardato, vediamo bene che la nostra vita è piena di insidie, qualche volta è anche rilassante pensare che il male che vediamo intorno a noi nasca esclusivamente dalla crudeltà di alcuni poteri forti che perseguono un ben preciso disegno e non dal casuale scontro di molti idioti, del cieco Caso e di un destino crudele.
Tuttavia, prima di pensare male di qualcuno, occorre pur cercare di avere in mano delle prove precise e circostanziate - altrimenti è tutta discesa per arrivare dal processo alle intenzioni alla caccia alle streghe.
Per quanto, come ho ormai ripetuto più volte, io consideri tutti gli addetti all'Invalsi dei grandissimi cornuti, ciò non è dovuto a una mia specifica avversione per la prova Invalsi in sé, che anzi ritengo un idea piuttosto valida, pur se non del tutto scevra di taluni inconvenienti. E dunque mai ho fatto ostracismo o resistenza a somministrare le prove Invalsi ma al contrario mi sono sempre attenuta a tutte le richieste che il Ministero e la Dirigenza della mia scuola mi hanno fatto in proposito. Quando poi, per un misterioso gioco di prestigio, mi sono ritrovata inserita d'ufficio nella Commissione Invalsi, ebbene, nemmeno allora mi sono ribellata ma anzi docilmente ho partecipato alla prima e all'ultima riunione dell'anno (a quelle in mezzo no, perché il mio disastrato stato di salute me l'ha impedito, ma solo per quello). In pratica, ho scansato tutto il lavoro e mi sono limitata a scaldare la sedia con quieta e paziente dignità.
Alla prima riunione in particolare è stato spiegato che lo scopo del nostro lavoro sarebbe stato cercare di capire in che modo aggiustare la programmazione onde consentire ai nostri alunni di affrontare adeguatamente l'Invalsi*. In realtà, a quanto so, il problema riguarda soprattutto Matematica, che all'Invalsi fa cose piuttosto diverse da quelle che ci sono normalmente nel programma; Italiano si basa invece su due prove di comprensione del testo (ma una è presa da un testo tecnico) e un po' di domandine di grammatica, che sono un po' l'ossatura del nostro abituale lavoro.
L'insieme, per quanto assai soporifero, non mi è sembrato del tutto inutile e mi ero anzi ripromessa di applicarmici con lo zelo della Buona madre di famiglia Insegnante Perfezionista; poi è andata com'è andata, ma questa è un altra storia.
Due punti mi avevano colpito: il primo riguardava il testo tecnico, su cui mi ero ripromessa di lavorare facendo leggere ai fanciulletti affidatimi un po' di testi tecnici, anche utilizzando i manuali di Storia e Geografia ma non solo. Il secondo riguarda il solito lamento che da sempre arriva dalle scuole superiori, ovvero "questi ragazzi non sanno interpretare i comandi". In cuor mio da tempo ritengo che i ragazzi in questione si limitino ad ignorarli, i comandi, come fanno spesso con tante raccomandazioni dei genitori, semplicemente bypassando sia i comandi che le raccomandazioni. Alla ragionevole obbiezione "ma ai nostri tempi noi i comandi li leggevamo" la risposta che davo in cuor mio era ed è "ma ai nostri tempi insegnanti e genitori erano meno ansiosi e non ci ripetevano le cose trecentomila volte, per cui li ascoltavamo con molta più attenzione". Non so se si tratta di un approccio superficiale da parte mia o se davvero è colpa dei telefonini e di Internet eccetera eccetera, sta di fatto che davvero ai miei tempi genitori e insegnanti erano meno ansiosi e di conseguenza non ci obbligavano a staccare l'audio per sopravvivenza (sta di fatto che la Seconda Amichevole ha davvero una forte tendenza a bypassare le istruzioni, più di ogni altra classe in cui abbia avuto in sorte di battere le corna, e qualcosa dovrò pur fare per tentare di arginare il disastro - che si prospetta invero di dimensioni assai ragguardevoli).
Altra cosa che è venuta fuori è stata il problema del cheating, ovvero l'irrefrenabile tendenza degli insegnanti a suggerire durante l'Invalsi. Non io, sia chiaro: non solo in virtù dei miei adamantini principi morali, ma anche e soprattutto perché alle prove Invalsi di Italiano ho avuto occasione di partecipare una volta sola, in una classe non mia - insomma, mi sono mancate le occasioni.
Ad ogni modo non vivo e non ho mai vissuto nel terrore di essere valutata in base ai risultati dell'Invalsi e la cosa non mi è mai sembrata molto credibile, a torto o a ragione - ma in cuor mio sono comunque disponibile ad essere valutata su qualsiasi cosa, purché mi spieghino i miei errori e mi diano modo di rimediarvi. Non dico che godrei come una tinca nel vedermi elencate le mie manchevolezze, ma mi sforzerei comunque di ingoiare il rospo con eleganza in nome di un possibile miglioramento delle mie future prestazioni insegnantesche.
Inoltre sono abbastanza comprensiva con l'idea che i ragazzi cerchino di copiare (per quanto, laddove è capitato, non abbia esternato granché di questa mia comprensione tutta interiore) ma di sicuro sono assolutamente contraria all'idea che un insegnante incoraggi sì scorretta pratica. Perciò quando seppi dell'esistenza del cheating sgranai gli occhioni come mai nessun cerbiatto li sgranò, ripetendo come un disco rotto ma come, ma possibile, ma davvero, cosa mi dite mai. Dopo l'ultima esperienza con le prove Invalsi comunque posso serenamente affermare che il problema esiste, e forse è perfino più involontario di quel che sembra. Diciamo che l'abitudine degli insegnanti delle medie a rispondere a qualsiasi domanda sempre e comunque può finire col diventare una seconda pelle e ritorcersi contro nel modo più imprevedibile.
Nell'epico giorno dell'Invalsi io ero stata delegata, come due anni fa, a leggere le istruzioni ai DSA; solo che due anni fa avevo badato solo alla prova di Matematica, mentre quest'anno nessuno mi ha cacciato dall'aula al momento della prova di Italiano e anzi tutti sembravano dare per scontato che dovevo restare là e continuare. Così ho letto e letto e letto.
Nulla di male in questo, ma mi ha sorpreso l'intervento della mia partner (Tecnologia) che, quando uno dei ragazzi ha chiesto cosa voleva dire la parola "iroso" ha subito iniziato a rispondere.
La domanda riguardava appunto il significato della parola "iroso". Mentre la collega cominciava a parlare mi è sovvenuto improvvisamente che la prova riguardava anche le competenze lessicali - insomma, gli alunni dovevano mostrare se conoscevano o meno il significato della parola "iroso".
"Non puoi spiegarglielo tu" sono intervenuta "è una prova statale, con valore statistico. Se rispondiamo per loro trucchiamo i risultati".
La collega mi ha guardato come si guarda un rettiliano che esce dal pavimento "Cioè... dici che non devo?" ha chiesto sbalordita.
I ragazzi mi guardavano piuttosto perplessi. Quando non si sa una cosa si chiede, giusto? E a chi chiederla, a scuola, se non all'insegnante che hai davanti?
Ad ogni modo la collega si è fermata e i ragazzi hanno dovuto arrangiarsi con quel che sapevano. Ora, stante che la parola "iroso" si può facilmente collegare con la parola "ira", abbastanza nota (e il contesto del discorso in cui era inserita aiutava benissimo a collegarla con l'ira), e stante che un quattordicenne, DSA o meno che sia, può facilmente operare una deduzione di questo tipo, sono fermamente convinta che su questo tentativo abbia inciso una notevole pigrizia del richiedente e la forza dell'abitudine in chi aveva ricevuto la domanda. Resta il fatto che, in pieno esame e in piena prova statale, la domanda era stata fatta e per puro caso non aveva ricevuto una risposta.
Sarebbe stata fatta una domanda analoga durante uno scritto, poniamo, di Spagnolo?
Forse, ma con molta più cautela, e anche la risposta sarebbe stata molto più generica. Ma lo scritto di Spagnolo è considerato sia dagli alunni che dai docenti una Prova dell'Esame, mentre quella che stavamo facendo era la Prova Invalsi - e forse i ricordi collegati alle prove Invalsi dei fanciulli che avevo davanti comprendevano una lunga serie di domande con relative risposte. Può essere, insomma, che il misterioso cheating sia effettivamente assai diffuso e che in pochi si preoccupino del fatto che inquini a tutti gli effetti i risultati di una prova fatta su scala nazionale. Probabilmente nelle scuole la Prova Invalsi non è vista come qualcosa da proteggere come acqua di fonte bensì come una roba senza importanza e il fatto che venga fatta su scala nazionale ne diminuisce il valore invece di aumentarlo, in base a un ragionamento piuttosto italiano.
(Oppure sono io che mi faccio delle gran seghe senza un perché).
Ma non erano certamente seghe quelle che mi facevi due giorni dopo, quando correggevo un pacco di Invalsi di Italiano su carta dove ho avuto il piacere di vedere che:
1) davanti alla richiesta di sottolineare questo e quello, sei ragazzi su ventidue avevano allegramente cerchiato sia questo che quello - e, ahimé, avevano pure cerchiato giusto. Ma certamente il punto non gli spettava, e infatti non l'hanno avuto;
2) richiesti di indicare i soggetti di sei frasette, solo i tre cigni della classe li avevano azzeccati tutti e molti avevano serenamente indicato come soggetti "a voi" e un sacco di altra roba che non lo era affatto, compreso un verbo;
3) richiesti poi di sottolineare una frase ad una riga indicata e che si riferiva a una circostanza indicata, quattro alunni su ventidue erano riusciti a copiarla male;
4) e infine, che i funzionari Invalsi continuano a sfoggiare maestose corna di molti e molti palchi, perché una delle domande, per la quale era indicata una risposta molto precisa, non si riferiva in realtà ad uno specifico rigo del testo ma richiedeva di interpretare qualcosa di non detto che si annidava tra le parole di un intero paio di paragrafi. E va benissimo lavorare sul non detto, ma allora non puoi chiedere una risposta precisa che è solo nella tua cornutissima testa, ma devi accettarne una certa pluralità, come abbiamo infine deciso di fare dopo un non breve concilio cui hanno partecipato due insegnanti di Lettere, uno di Arte e uno di sostegno - nessuno dei quali era riuscito a trovare il punto preciso cui si faceva riferimento nella domanda, salvo poi finire per arrenderci all'evidenza che non lo trovavamo perché non c'era.
E che insomma ognuna di quelle strane domande ha alla sua base un palco di corna ma spesso anche un suo perché, talvolta anche finemente perverso.
Tutto ciò mi ha confermato nel proposito di dedicare un paio di pomeriggi di quest'estate a fare ciò che non ho fatto quest'inverno per eccesso di sonnellini convalescenziali, spulciando prove Invalsi e testi relativi.
(Fermo restando che i funzionari dell'Invalsi sono dei grandissimi cornuti).
*e no, sembra che la soluzione non sia comprare un volumetto di preparazione per la prova Invalsi - e non so perché ma l'ho sempre sospettato, anche perché quei volumetti, almeno per Italiano, mi sono parsi, tutti, fatti singolarmente male e ben poco Invalsiani.