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sabato 30 ottobre 2021

La decana sono me? - Guida per l'aspirante Bravo Insegnante

La prof. Murasaki, giunta ormai a completa fioritura

Viene uno strano momento, nella vita dell'Aspirante Bravo Insegnante, in cui improvvisamente costui si accorge che la disciplina da tenere in classe non è più un problema. Entra in classe e anche se fino a un attimo prima l'impressione era che stesse per scoppiare una nuova Rivoluzione d'Ottobre, tutti si calmano come per incanto. I ragazzi smettono di urlare, si siedono, tirano fuori il libro e aspettano.
Magari in quella classe succedono cose indicibili, ma mai mentre c'è lui.
Classi note per la loro turbolenza diventano almeno gestibili, classi un po' vivaci si calmano come agnellini.
E cos'ha fatto per produrre sì gran miracolo, l'Aspirante Bravo Insegnante?
Niente, è soltanto entrato, magari dicendo cortesemente "Buongiorno ragazzi" (a volte in lingua straniera, se appunto insegna una lingua straniera).
Non ha urlato, non ha strepitato, non ha minacciato rapporti e sospensioni, è soltanto entrato. 
Le prime volte l'Aspirante Bravo Insegnante si congratula con sé stesso per aver finalmente trovato il modo giusto per rivolgersi alla classe, poi col tempo la cosa si fa del tutto abituale, tanto che finisce per trovarla del tutto ovvia.
Ai consigli di classe i giovani colleghi (e non di rado anche taluni colleghi anziani) criticano la classe perché fan questo e quest'altro e pure quest'altro ancora, e spesso si tratta effettivamente di cose che in una classe non dovrebbero affatto succedere. L'Aspirante Bravo Insegnante, dopo aver tentato una blanda difesa d'ufficio di quella che a lui sembra una classe perfettamente ragionevole, finisce per chetarsi e meditare in cuor suo sullo strano fenomeno. 
Forse la classe ha una speciale preferenza per lui?
Forse solo lui, in tutto il Consiglio, è riuscito a toccare le giuste corde del cuore di quei  giovinetti invero un po' vivaci?
Forse si tratta di una di quelle strane alchimie che nascono principalmente da una gran fortuna, di quelle che cominciano con la lettera c?
Forse la sua materia è l'unica in grado di interessare e tenere buona quell'orda di belve scatenate che i colleghi descrivono con sì accorati accenti?

Tutti questi fattori possono naturalmente concorrere. Ma la spiegazione più probabile è che l'Aspirante Bravo Insegnante sia diventato, non certo da un giorno all'altro, un Insegnante Decano. E tra le prime caratteristiche dell'Insegnante Decano c'è appunto quella di "saper tenere la classe" senza far niente di particolare a parte il fatto di esistere.
Naturalmente ogni classe può essere "tenuta" nel migliore dei modi se è lei a deciderlo, e ci sono classi di animo gentile che lo decidono molto, molto spesso. Incontrarne qualcuna nei primi anni di insegnamento può cambiare la vita di un insegnante, e fermare nell'insegnamento persone che avevano accettato quel lavoro solo come toppa temporanea in un particolare momento di magra.
E ci sono insegnanti simpatici che sin dall'inizio riescono a fascinare gli alunni con il loro entusiasmo da novizi e col loro calore umano. Sono tanti i supplenti alle prime armi che hanno cambiato la vita e le prospettive di certi loro allievi grazie a un tocco magico che non sempre sapranno conservare con gli anni. Ma con i novellini è la classe che sceglie se farsi tenere o no.
Con i Decani, la cosa viene da sé. Si lasciano tenere perché non riuscirebbero a fare diversamente. Si crea una misteriosa corrente che tiene i ragazzi a bada.
I Decani dispongono esattamente degli stessi strumenti che hanno i colleghi più giovani per tenere i ragazzi in riga: richiami verbali e richiami scritti. Sì, è vero che i giovani insegnanti hanno spesso un po' di remore a usare gli uni o gli altri, ma usarli non fa la differenza - e il Decano, tra l'altro, abbastanza raramente ricorre agli uni o agli altri. E nemmeno è vero che i colleghi sono disposti a fregarsene del fatto che il nuovo arrivato viene trattato come un cencio per pulire il pavimento, mentre probabilmente è vero che un po' di decisione da parte di certi Dirigenti Scolastici potrebbe troncare certe deplorevoli abitudini in certi allievi particolarmente amanti dell'odore del sangue. Ma sono comunque questioni complesse e trovare risposte o rimedi è davvero difficile.

Indubbiamente esiste qualche Decano borioso che boriosamente osserva "Ma com'è che queste nuove leve non riescono a farsi rispettare?" con tono di repellente superiorità - denotando tra l'altro una scarsità di memoria che non è nel suo stesso interesse evidenziare; del resto gente così esiste in tutte le professioni, e gli alunni non sono i soli ad amare l'odore del sangue. Ma è indubbio che la gran parte dei Decani, se avesse un buon consiglio da dare al poverello di turno, di tutto cuore lo darebbe e glielo ricamerebbe pure a punto croce. E qualche volta ci provano pure, a darlo, ma i risultati sono scarsi.
Non è, questo, un sapere che si possa trasmettere, e ognuno deve arrivarci per la sua strada - mentre è vero che qualche fortunato impara in fretta ed esistono perfino rari casi di Eletti che non hanno quasi nulla da imparare in merito e a questo felice stadio della loro carriera arrivano in gran fretta; ma sono rari.

Comunque sia, viene un momento in cui le classi sono quasi sempre tutte gestibili, i colleghi si rivolgono a te per avere consigli sulle più strane questioni e quel che dici al Consiglio di Classe o perfino nelle commissioni viene considerato come fosse oro appena colato.
In quel momento ti accorgi che sei diventato un Decano della scuola (il che non significa affatto, per ovvi motivi, che le grane siano finite o che d'ora in poi tutto sarà in discesa). 
A questo curioso stadio della mia esistenza sono arrivata quando sono rientrata a scuola dopo la malattia, anche se ci ho messo un buon tre anni per accorgermene e ho realizzato completamente la cosa solo quando mi hanno spiegato che "con me la Seconda Capricciosa sta buona" (che poi, buona un cavolo. Diciamo che riesco a fare qualcosa di vagamente simile a una lezione).  E sono ancora qui a cercare di capire com'è successo.
Quando lo capirò, naturalmente, non mancherò di raccontarlo sul blog.

domenica 24 maggio 2020

Il complesso ma affascinante mondo dei compiti a casa - Guida per l'aspirante Bravo Insegnante

I gentili lettori sono avvisati: questo non sarà un post molto divertente, anzi è soporifero in sommo grado
(nessuno comunque vi obbliga a leggerlo, a meno che non soffriate di insonnia.
Nel qual caso sì, direi che almeno  un tentativo lo merita)
"Affascinante 'na sega" sbufferebbero tutti gli alunni del mondo a una voce se per avventura passassero di qua (il che, per loro fortuna, è più che improbabile)
"Affascinante 'sto par de cojoni" ringhieranno alcuni genitori approdati per caso su queste rive. Non tutti però, solo i più malaccorti. Perché la prima regola dei compiti a casa è che il genitore non dovrebbe impicciarsene né tanto né poco: i compiti a casa degli alunni infatti sono, per definizione, degli alunni. 
Se tuttavia gli alunni non riescono a farli il genitore può utilmente collaborare in due modi:
1) suggerire alla sua prole di parlarne con l'insegnante
e se il problema persiste, dopo qualche settimana
2) parlare con l'insegnante per chiedergli francamente se la creatura non ha per caso a suo avviso qualche disturbo di apprendimento e regolarsi in base alla risposta. Magari l'insegnante è idiota o ha le traveggole, certo, può essere - nel qual caso una visita andata buca da un medico del settore andrà aggiunta alle tante seccature che il mestiere di genitore include; ma è il classico caso in cui è meglio essere troppo apprensivi che fregarsene perché se il problema esiste non passerà da solo.
Una cauta opera di sorveglianza da lontano mentre la creatura di cui sopra compiteggia può essere rassicurante per lei (e per il genitore); una amichevole risposta a un dubbio può essere un modo come tanti di comunicare; una paziente opera di ascolto della lezione su richiesta della prole può essere uno dei tanti balzelli che la vita ti impone di pagare per goderti le gioie della genitorialità. Fine.
I compiti a casa riguardano solo due categorie di persone: gli insegnanti e gli allievi. Qualche volta anche i pasticceri, se i figli sono creature socievoli e amano ritrovarsi tra amici per svolgerli insieme (nel qual caso una merenda si impone) e se il genitore ospite non sa fare le torte o gli sta fatica imburrare tramezzini, è giusto che si rivolga agli addetti del settore senza inutili sensi di colpa: un genitore è un genitore, non una macchina da cucina.

Spostiamo l'obbiettivo sui compiti, lasciando in pace le famiglie e le loro abilità culinarie.
I compiti nascono con il più o meno lodevole scopo di permettere agli alunni di assimilare quanto gli è stato rifilato a scuola - che magari a volte sono sciocchezze o cose inutili, ma questi son argomenti da discutere altrove e tra specialisti. Come tutti, anch'io ho un bel po' di teorie in merito (e per "tutti" intendo proprio tutti, anche quelli che con la scuola hanno cura di averci a che fare il meno possibile. E anche loro hanno diritto alle loro libere opinioni in proposito). Quindi lascio da parte tutte le opinioni sull'effettiva utilità dell'apprendimento mnemonico delle tabelline, dello studio della storia romana o della genetica e via dicendo - ripeto, tutte opinioni lecite e rispettabili ma non è di questo che stiamo parlando.

I contenuti si assimilano nei più vari modi. Ci sono compiti più noiosi dei giorni di pioggia, ci sono compiti divertenti e gradevoli. Puntare su una categoria o sull'altra a a che fare soprattutto con il rapporto che il singolo insegnante ha con il piacere, che a sua volta si lega al rapporto che il suddetto insegnante ha con la vita e con il sapere. Chi ritiene che solo una grandiosa ipertrofia testicolare conduca ad un giusto apprendimento non esiterà a dare compiti noiosi noiosi, convinto con ciò di fare il bene dell'alunno onde instillargli senso del dovere, disciplina e instradarlo all'esercizio di quell'utilissima virtù che è la pazienza. Altri, più goderecci e portati ad associare all'apprendimento emozioni piacevoli come il gusto della scoperta e il divertimento, cercheranno di darne di vari e di divertenti. 
A questo proposito occorre comunque ricordare che, se è vero che le emozioni piacevoli sono un fissante di grande rilievo per la memoria, questo vale anche per le emozioni negative quali la noia, l'esasperazione e il dispetto - e infatti anche gli insegnanti più goderecci assegnano talvolta compiti noiosissimi e interminabili, e anche gli insegnanti più puritani scodellano a sorpresa compiti variegati e divertenti: il Sapere, invero, è un grandissimo Mistero, e come tutti i veri Misteri ci sono molte strade che vi conducono, e molte porte per entrarvi e nemmeno i saggi conoscono tutte le risposte - per fortuna, vien da dire. Inoltre non tutte le classi reagiscono nello stesso modo: un gruppo di alunni dotati di ambizione, apertura mentale e salda autostima non avrà paura di divertirsi facendo qualcosa per la scuola e un compito insolito non li spaventerà - mentre alunni di mentalità più convenzionale e meno interessati alle scoperte affronteranno con diffidenza e leggerezza un compito dall'apparenza meno seriosa, e se ne faranno sfuggire l'utilità svolgendolo in modo trascurato e assai cialtronesco. In teoria è proprio ai secondi che dovresti dare i gadget più divertenti e riservare le idee più brillanti - ma andranno prima convinti e rassicurati che anche tu sai essere un insegnante noioso come tutti gli altri, prima che si azzardino a prendere sul serio un compito non troppo pedante.

La prima e indispensabile regola perché i compiti vengano presi sul serio è correggerli con grande accuratezza e pazienza e soprattutto controllare sempre che siano stati fatti, almeno nei primi tempi. Se la classe tende allo scioperato andante, conviene partire da dosi leggere, quasi omeopatiche, elargire votacci con grande liberalità una volta appurato   che non sono stati fatti, sopportare con infinita pazienza e dolcezza la torma di genitori che verranno in processione a lamentarsi di tutto ciò (perché una classe scioperata ha spesso alle spalle famiglie iperprotettive), persistere nei votacci e aspettare; e quando i compiti minimali cominciano ad essere svolti (il che a volte comincerà ad avvenire solo dopo il primo giro di colloqui con le famiglie o addirittura dopo la prima scheda di valutazione, ma solo se il voto è estremamente basso - insomma, quattro) alzare gradualmente il carico fino ad arrivare a dosi normali: in sintesi, la buona vecchia regola della bollitura della rana. Nel frattempo, può essere utile assegnare in classe esercitazioni molto facili, dove tutti possano ottenere in un modo o nell'altro valutazioni decorose: dopo qualche quattro un sei può talvolta sortire effetti miracolosi e perfino innescare una perfetta sindrome di Stoccolma. Capisco che possa sembrare una procedura a tinte sadiche ma, come si dice in questi casi, è per il loro bene.
Tutto questo può essere molto complicato quando si tratta di insegnare quelle che io chiamo "materie a trama" (come Matematica o le lingue straniere, dove senza certe basi non si va avanti; mentre alla fine Italiano è una lingua che l'alunno recupera quando vuole e decide di occuparsene, come Storia e Geografia).

La seconda regola consiste nel dare compiti impossibili da copiare, o che anche se "copiati" sortano comunque il loro effetto.
Poniamo di fare una poesia come A Zacinto. Si può assegnare una parafrasi scritta, e a quel punto parecchi rimedieranno con facilità perché una ricerca in rete può fornire in circa mezzo secondo ad andare lenti una buona decina di ottime parafrasi e qualche ventina di parafrasi scadenti - e sotto quest'ultimo aspetto alcuni siti di soccorso per gli alunni sono una vera iattura (ricordo che una volta diffidai apertamente una classe dal ricorrere a non so quale sito e finii con l'indirizzarli verso uno molto più affidabile - perché ce ne sono anche di molto buoni. Diciamo che provai a vincerli di cortesia. Una operazione di questo tipo può col tempo convincerli che sei una persona seria e che non conviene cercare di prenderti in giro. Succede solo con classi sprovvedute, certo. Ma una classe non troppo sprovveduta di solito fa la parafrasi, salvo magari controllarla in rete per sicurezza).
Oppure si può aggirare la questione della parafrasi - per esempio facendo leggere la poesia ai casi sospetti, e una volta avuta la prova con la lettura che chi legge non ha idea di cosa sta leggendo, partire con le domande: perché le sponde sono sacre, che significa inclito e chi è che scrive l'inclito verso eccetera. Dopo un paio di pubbliche figure di palta (e di relativi quattro) l'alunno, piuttosto seccato, finirà per cercare almeno di appiccicare la parafrasi con un po' di criterio, e a quel punto lo scopo del compito è conseguito.
Oppure si può far leggere la parafrasi ad alta voce, chiedendo a quali versi si riferisca, a quali espressioni corrisponda questo quel verso eccetera. Se il malcapitato si è limitato a copiare passivamente dalla rete non saprà rispondere, altrimenti vuol dire che in qualche modo alla fine la parafrasi l'ha fatta - senza usare la vostra, ma pazienza.
(Tutto ciò non è particolarmente gentile verso Foscolo, che quando scrisse A Zacinto aveva ben altri scopi in mente che quello di tormentare poveri ragazzi nei secoli a venire, e può darsi che dopo questa disastrosa esperienza di lacrime e sangue molti dei ragazzi non ne serberanno un gran ricordo. Se volete puntare solo sul piacere che può dare questa bellissima poesia, conviene limitarsi a leggerla e spiegarla, non dare compito alcuno e chiudere lì la questione: ha comunque un bel suono e delle parole molto suggestive*).

Oppure avete fatto la Rivoluzione Francese. Sapete che in quella determinata classe solo quattro o cinque alunni sono in grado di rifilarvi una bella interrogazione distesa sulla Rivoluzione Francese, che è argomento complesso e irto di date e di avvenimenti, e ognuno di questi candidi cigni ha già tre voti. Tuttavia, com'è comprensibile, desiderate che in qualche modo la Rivoluzione Francese resti impressa e sia conosciuta e compresa almeno a grandi linee.
Se volete puntare sulla memorizzazione potete fare una serie di interrogazioni programmate, una pagina per alunno. Ognuno studierò bene solo la sua, ma sentirla ripetere nel complesso sarà un utile esercizio di esposizione.
Oppure potete dare delle domande scritte da fare a casa. Qualche amante delle scorciatoie cercherò un riassunto a sintesi della Rivoluzione Francese (magari quello che c'è a fine capitolo del libro, oppure qualcosa in rete) ma alla fine sempre sulla Rivoluzione Francese lavorerà, volente o nolente. Oppure potete chiedere una cronologia, e per farla dovranno sfogliare e risfogliare quelle maledette pagine; o un riassunto: "La Rivoluzione Francese in 10 tappe, lunghezza massima quaranta righe", ed eccogli servito su un piatto d'argento un utile esercizio di sintesi. Se poi lo fate leggere in classe i poveretti ne ascolteranno una ventina di versioni diverse, e alla fine, stante che le gocce scavano le pietre, i concetti di base li avranno pur assorbiti, anche se per un malefico caso avessero trovato in rete proprio una sintesi in dieci punti della lunghezza richiesta (cosa pur sempre possibile) - e in quel caso avranno anche conseguito il bonus supplementare di  essersi dovuti leggere con cura la sintesi da copiare per controllare che rispondesse in tutto e per tutto ai requisiti richiesti e di essersi cimentati in una ricerca più particolareggiata. D'altra parte, anche quella che trovano sul libro di testo è una sintesi, ben lungi dall'essere perfetta, e per loro si tratta pur sempre di lavorare su materiale premasticato.
Ma potete anche scovare un breve video sulla Rivoluzione Francese e chiedergli di riassumerlo in cinque, sette o quale altro numero vogliate di punti. Se vorranno copiarlo da un compagno, dovranno ritoccare il testo per impedire che scopriate l'inghippo (se non si preoccupano di farlo c'è sempre il buon vecchio quattro a soccorrere l'insegnante in ambasce, e magari una interrogazioncina supplementare di recupero).
Oppure potete fargli fare una scheda individualizzata da leggere in classe dedicata a un singolo personaggio - con la Rivoluzione Francese si può fare tranquillamente anche con le classi più numerose. Lì si parte già dal presupposto che copieranno, o meglio dovranno cercarsi delle fonti; in rete, in questi barbari tempi, ma anche alla biblioteca comunale o dello zio Rodolfo in tempi più gentili.

Terza e ultima regola: i compiti si danno tenendo conto di quel che serve alla classe. Sono un po' incolti e devono sgrezzarsi? Conviene puntare spesso su compiti di ricerca, che gli apriranno nuovi mondi.
Espongono da cani? In quel caso anche le interrogazioni programmate hanno un loro perché.
Ripetono meccanicamente imparando a memoria? Conviene chiedergli l'argomento partendo da una prospettiva particolare.
Scrivono da far pena? Si danno soprattutto compiti scritti, attingendo da qualcosa che ben difficilmente può essere fatta da altri che da loro - magari lezioni preparate a tal scopo che dovranno riferire.
La punteggiatura questa sconosciuta? Si chiede un testo formato da un numero x di frasi che contenga anche almeno una domanda e due esclamazioni, legato a qualche argomento fatto in classe - in questo caso si possono agevolmente acchiappare due materie con una fava, e in più dare anche una mano all'insegnante di italiano.

Domanda: "ma tutta questa gran mole di compiti non sarà troppo lunga e faticosa da gestire?"
Caaaalma, nessuno ha parlato di una gran mole di compiti. Mica gli vanno dati tutti i giorni.
Non c'è da temere: nessuna classe a memoria d'uomo è mai morta di inedia per eccessiva scarsità di compiti. Essi compiti non devono essere troppo frequenti né troppo assidui, anzi il sovraccarico va evitato con cura - anche perché finisce per danneggiare soprattutto i più bravi e coscienziosi, ovvero quelli che i compiti li fanno sempre e comunque, crollasse il mondo. Inoltre non è sempre necessario correggere quelli che vengono letti in classe.

Altra possibile domanda: "non so perché, da qualche tempo avverto l'irresistibile tentazione di fargli fare qualcosa di assai monotono, tipo scrivere tutto il paradigma del verbo essere. Cosa vorrà dire?".
Risposta scontata: è noto che non fa mai bene resistere troppo alle tentazioni; inoltre, se una pensata così pallificante per tutti si è fatta strada, probabilmente c'è il suo bel motivo. Un po' di noia non ha mai ucciso nessuno - e magari tanto si annoieranno che impareranno a usare quel povero verbo in modo adeguato e corretto, non fosse che per la paura di dover rifare di nuovo un sì palloso compito. Dopotutto la vita non è solo un giardino di rose eccetera eccetera.

* E comunque mai dire mai: ricordo di una classe che si arrabattò malamente con In morte del fratello Giovanni tanto che alla fine chiesi scusa pubblicamente dicendo che avevo mancato verso di loro e verso Foscolo e che mai più avrei fatto una cattiveria tale a dei poveri ragazzi e a un sì bravo poeta. Mi guardarono stupiti e molti dissero che no, in realtà la poesia gli era molto piaciuta anche se era effettivamente risultata difficile. Vai a sapere.

domenica 15 settembre 2019

Come presentarsi al Primo Giorno di Scuola - Guida per l'aspirante Bravo Insegnante

Come ci si presenta a una nuova classe?
Partiamo dal primo punto, che è l'abbigliamento. 
Si parla molto dell'abbigliamento degli alunni ma troppo poco di quello degli insegnanti, secondo me. A parte la regola base che gli abiti con cui ci si presenta a quelli che sono destinati a condividere una parte della nostra vita per qualche giorno o per qualche anno devono essere puliti, in ordine e non troppo logori - non state andando a svuotare la cantina, state entrando in una classe, e fate un lavoro al pubblico - la cosa più pratica è indossare qualcosa che effettivamente vi rappresenti, nel concetto che avete di voi stessi, e in cui siate a vostro agio e vi sentiate eleganti
In effetti niente impedisce che decidiate di stupire i vostri alunni con effetti speciali, vuoi sfoggiando un finto casual

vuoi con un abito più sontuoso

ma è noto che l'eleganza è un concetto molto vago da definire e non passa necessariamente per un vestito firmato o per un determinato capo di abbigliamento. Inutile mettersi in giacca e cravatta o in tailleur se li considerate alla stregua di una camicia di forza, e niente al mondo impedisce a un insegnante di essere Autorevolmente Autorevolissimo in jeans e maglietta, in tenuta da metallaro, in salopette a fiorellini o in tunica indiana con sciarpa a campanellini. Nel caso però che si opti per la maglietta tuttavia è opportuno fare molta, molta attenzione a eventuali scritte o disegni: se le Keep Calm di solito vanno benissimo, evitate almeno nei primi tempi quelle che inneggiano alla vostra squadra preferita o fanno seriamente sospettare le vostre inclinazioni politiche e lasciate da parte teschi, sangue e qualsivoglia incitamento alla violenza o all'aggressione anche solo verbale. Magari verrà anche il giorno in cui sarete lieti di sfoggiare minacce implicite o esplicite, ma non è così indispensabile che quel giorno sia proprio il primo in cui vi presenterete alla nuova classe.
Purtroppo, per una serie di noiosissime ragioni con cui non voglio tediarvi, non è particolarmente opportuno che vi presentiate senza abbigliamento alcuno, anche se ciò vi garantirebbe di sicuro uno stupefatto silenzio, e probabilmente l'incondizionata approvazione di almeno una parte della classe, specie se siete giovani e ben fatti.


L'essenziale però è che si tratti di una mise con cui vi sentite a vostro agio perché già la situazione è un po' disagevole per tutti, già i ragazzi vi guarderanno con preoccupazione e sospetto quasi foste una bestia rara (e saranno un po' a disagio pure loro, spesso), davvero non è il caso di peggiorare ulteriormente la situazione. Tenete conto che l'abito dice molto di voi, ma di solito non lo dice in modo prevedibile, perciò mettete qualcosa di cui potrete dimenticarvi non appena l'avete indossato e amen. Sta ai vostri alunni decidere se con quel vestito date una impressione amichevole, casalinga, autorevole o idiota. Starà a loro in ogni caso, del resto, e a meno che non siate un esperto di strategia delle comunicazioni (se lo siete, buon per voi e complimenti, perché non è certo un talento che viene coltivato nei corsi di formazioni per docenti - il che secondo me è un grosso errore) non è affatto detto che il look che sceglierete verrà interpretato come volete voi: perché a volte gli alunni fraintendono, e a volte capiscono fin troppo. Quindi fate il possibile per essere a vostro agio e sperate in bene, ché di più non potete fare.

Se proprio non siete del tutto introversi, un saluto amichevole e un sorriso almeno accennato non ci staranno male; l'importante è che non vi forziate troppo, perché il disagio in questo tipo di situazioni è maledettamente contagioso e, so che mi ripeto, l'importante è non peggiorare la situazione. Se invece di carattere siete estroversi e amichevoli siatelo senza ritegno, di solito la cosa non dispiace purché sia spontanea.
Ci saranno probabilmente una serie di formalità da adempiere: cercare di aprire il registro elettronico che non funziona, fare l'appello sbagliando metà nomi (consiglierei di chiedete sempre se la pronuncia dei nomi stranieri è giusta e attenersi all'eventuale forma semplificata che i ragazzi di origine straniera vi daranno - se non avete paura di dimostrarvi troppo disponibili, intendo), parlare del cosiddetto materiale didattico, ovvero tutte quelle attrezzature che vi aspettate i vostri alunni abbiano: compassi verdi fluorescenti, molti metri di spago, 36 diversi colori di pastelli a olio, carta da pacchi, monete da due euro per fare piccoli cerchi, matite a tratto fine e a tratto grosso, quaderni grandi ma non ad anelli, quaderni piccoli rigorosamente ad anelli, quadernetti microscopici a quadretti, cannocchiali, telescopi, flauti in plastica arancione, tamburelli, dizionari etimologici... tutti gli insegnanti hanno un loro lato di perversione con qualcosa che è diverso da ciò che tutti gli altri colleghi al mondo della loro materia chiedono e pretendono, i ragazzi non sono degli indovini e quando le richieste sono particolarmente stravaganti tendono ad aggiustarlo al grido sottinteso di e se non gli va bene il prof. si attaccherà al treno. Ma non fateli impazzire con tre tipi diversi di rigature, per la prosa, la poesia e la saggistica, se poi siete di quelli che gli va benissimo anche il foglio bianco o a quadretti purché quel che ci sta scritto sia corretto nella forma, perché a quel punto troveranno difficile prendervi sul serio quando ESIGETE che "si" venga scritto con l'accento se è avverbio affermativo - e se gli fate comprare un mazzo di tarocchi a topolini o i pastelli a olio a 36 colori fateglieli usare spesso, sin dai primi giorni, perché quell'acquisto deve avere un senso ai loro occhi.
(E tutto questo sembra abbastanza banale e scontato però se lo scrivo c'è un suo perché)

Il vero punto critico del primo giorno di scuola con la classe nuova però è un altro: il discorsetto introduttivo.
Perché persino ottimi insegnanti ormai rodati da decine di anni in cattedra si sentono in dovere di fare il Discorsetto Introduttivo di Presentazione, nella beata convinzione che "questo servirà a mettere le cose in chiaro".
Ahimé, molti studenti sono di dura cervice sotto questo aspetto, e parimenti desiderosi di mettere le cose in chiaro secondo il loro punto di vista e per giunta spesso dotati di un nobile quanto perverso spirito di contraddizione. Mentre fate il vostro impeccabile discorsetto dichiarando che esigerete sempre e comunque (poniamo) correttezza reciproca, o silenzio durante le spiegazioni o altre cose apparentemente del tutto legittime, i loro occhi spesso brillano della classica luce "Ah sì? Mo' ti cucino io" mentre altri pensano un po' annoiati "Eccheppalle, manca solo che ci ricordi che dobbiamo anche respirare". Peggio ancora se vi lancerete in nobili proclami del tipo "Posso essere il vostro migliore amico o il vostro peggior nemico"*. Senza contare che se in questo adorabile discorsino introduttivo, che magari vi siete studiati elaborandolo con cura e attenzione a ogni singola parola, direte settanta cose sensate e una singola cosa opinabile, proprio quell'unica cosa opinabile verrà diffusa in giro con trombe e tamburi, raccontata in famiglia e agli amici, distorcendola o amplificandola senza pietà e rischiate di venir etichettati in base a quella per mesi. Poi, per carità, col tempo e la pazienza le etichette si staccano anche e non c'è scemenza detta il primo giorno che non possa venire dimenticata, ma è davvero più comodo non infilarsi da soli in un simile ginepraio.
A tal proposito può essere utile ricordare una frase della marchesa di Marteuil* secondo cui un'occasione perduta, checché ne dicano, si ripresenta, ma a un'azione intempestiva può non esserci rimedio: avrete tempo per dispiegare tutta la vostra implacabile severità o il vostro giusto rigore, non è necessario impegnarsi troppo il primo giorno.

Cosa fare dunque per passare il tempo, se quel giorno (com'è molto probabile) i ragazzi non avranno con loro né libri né strumentazione adeguata?
Molti rimediano facendo fare ai ragazzi una presentazione a voce. La cosa ha i suoi pro e i suoi contro, e va saputa gestire: soprattutto, ha senso se avete una buona memoria di quel tipo che permette di ingoiare la mole di informazioni e assimilarla prontamente, ricordandosi poi a chi attribuire quel che è stato detto. Purtroppo, se non gli date una traccia precisa su cui muoversi, può capitare che queste presentazioni si assomiglino un po' tutte e non dicano niente di interessante. Quel che funziona bene in un corso tra adulti di, poniamo, otto persone, che hanno età, stato civile, numero di figli e di animali, storia personale e lavorativa assai varie tra loro non è detto che dia gli stessi risultati in una classe di coetanei, che talvolta vengono tutti dalla stessa scuola, escono ancora caldi dall'abbraccio della famiglia e esperienza lavorativa ne hanno ben poca (sì, sto parlando delle elementari e delle medie) - e insomma, animali d'affezione a parte si rischia di ritrovarsi ventitré presentazioni ventitré fatte con lo stampino.
Tuttavia anche così, e anche se sono intimiditi e tendono a ripetere tutti le stesse cose, qualche informazione si può raccattare e magari potete chiedere cosa pensano della vostra materia, cosa guardano alla televisione, che musica ascoltano, cosa leggono, cosa fanno nel tempo libero e simili. Si possono anche chiedere informazioni all'apparenza innocue, come ad esempio il loro colore o animale preferito, cosa sarebbero se fossero un mobile o un cibo, che lavoro gli piacerebbe fare o un'infinità di altre cose più o meno compromettenti. 
Molti insegnanti fanno fare agli alunni un cartello col loro nome, che nei primi giorni di scuola è una pratica decisamente sensata, e qualcuno glielo fa integrare con qualche altra informazione. Alcuni gli chiedono di presentarsi con un piccolo disegno (hanno tutti qualche pennarello nell'astuccio). Altri li fanno chiacchierare o li mettono a scrivere, e a volte ci sono le cosiddette Prove d'Ingresso che hanno pur sempre il loro perché nei primissimi giorni di scuola - e se l'istituto dove insegnate non le ha preparate, niente al mondo impedisce che le prepariate voi, a vostro gusto personale.
Insomma il Primo Giorno di Scuola è una terra franca dove la routine non vi sostiene, ma le regole le fate voi, anche senza proclamarlo a gran voce. Non preoccupatevi più di tanto dell'impressione che voi fate ai vostri alunni - avranno tutto il tempo, ed è un processo che è in mano a loro e voi non potete gestirlo più di tanto. Preoccupatevi invece dell'impressione che loro fanno a voi e raccogliete un po' di informazioni, giusto per sapere di che morte andrete a morire.
Perché dopo il primo giorno di scuola arriva il secondo, e dal secondo si fa lezione a modo vostro e dovrete capire come vi conviene impostarla. Voi siete lì per lavorare, e per programmare il vostro lavoro in modo funzionale sin dall'inizio vi servono informazioni sul materiale umano che avete tra le mani. Loro invece sono lì perché ce li hanno mandati (e parecchi sono anche piuttosto interessati) e lì dovranno stare per tutto l'anno scolastico: per farsi una opinione su di voi hanno un sacco di tempo e non è necessario impressionarli subito - o convincerli subito che siete una carogna o un imbecille, ma se si mettono subito a lavorare hanno meno tempo per pensare a voi tra uno sbadiglio e l'altro.

Dedico questo post a tutti i miei colleghi, giovani e vecchi e in mezzo al cammino di lor vita; e anche a me, che domani ritorno in cattedra dopo un intero, involontario anno sabbatico e per me sarà di nuovo come la prima volta, perché quest'anno ho staccato davvero.
Ma se volete leggere qualcosa di meglio sull'argomento, qui c'è un bellissimo post di Milady, un tempo eccellente blogger e ora emigrata su Facebook, e una suggestiva descrizione dell'incanto dell'insegnamento di una insegnante delle elementari ripresa da Mel sul suo bel blog.
Buon anno scolastico a tutti, con la solita, consueta immagine rituale che svela il vero stato d'animo di tutti noi (e anche di tutti loro!)




*storico, posso anche fornire la fonte.
** nei Legami pericolosi di Laclois, che non è esattamente un testo di didattica 

lunedì 9 settembre 2019

Sull'importanza di non tradire mai la propria natura - Guida per l'aspirante Bravo Insegnante


Un perfetto esempio di insegnante Autorevole ma non Autoritario, qui ritratto mentre fa colazione prima di andare al lavoro

Quando comincia l'anno scolastico è abbastanza frequente trovare in giro guide e ammonimenti su come il Perfetto Insegnante deve presentarsi in classe per trasmettere un giusto messaggio ai suoi futuri alunni. 
La prima cosa che tutti spiegano è che il Perfetto Insegnante deve essere Autorevole ma non Autoritario - e per capire quanto è importante questo concetto basta vedere come nessuno, ma proprio nessuno, manca mai di sottolinearlo.
L'Insegnante Autorevole, è cosa nota, emana Autorevolezza da ogni poro della pelle e da ogni fibra del suo abbigliamento. Gli basta Essere, e mostrarsi in questa sua Autorevole  Essenza perché la classe diventi all'istante rispettosa e obbediente, adeguatamente sottomessa ma nel contempo anche partecipativa e piacevolmente assertiva.
Succede, specie con gli anni e l'esperienza. Ma succede anche che, nonostante gli anni e l'esperienza, la cosa non sia così automatica: il meccanismo che lega insegnanti e alunni è molto complesso, e ogni classe funziona a modo suo. Ci vuole quasi sempre un po' di adattamento reciproco. 
La cosa sarà più semplice per l'insegnante che avrà imparato a conoscere la propria intrinseca natura e soprattutto ad accettarla, invece di cercare di uniformarsi ad un modello imposto dall'alto. Tutto questo naturalmente sarà estremamente difficile se siete  un Insegnante Insicuro - ma non preoccupatevi: se siete insicuro in sommo grado, qualsiasi lavoro sarebbe per voi una via crucis, per cui tanto vale che continuiate a insegnare; anzi può perfino succedere che insegnando diventiate meno insicuri, perché si tratta di un lavoro dalle singolari capacità terapeutiche.
Per comportarsi secondo la propria natura è prima di tutto necessario stabilire con ragionevole approssimazione quale sia in effetti la vostra intrinseca natura*, senza aver paura di chiamare le cose col loro nome e senza paura che questa natura vi impedisca di diventare un Perfetto Insegnante.
Siete un insegnante Scamorza, privo di aggressività e terrorizzato dai conflitti? 
Siete un Insegnante Istrione, affascinato dal suono della vostra voce e taaanto compiaciuto del vostro splendido carisma? 
Siete un Insegnante Giocherellone, incapace di prendere sul serio le grandi tragedie che ogni giorno avvengono tra i banchi della vostra classe? 
Siete un Insegnante Materno, assillato notte e giorno dalle ansie e i dispiaceri dei vostri alunni e terrorizzato al pensiero di ferire la loro delicata sensibilità? 
Siete un Insegnante Serioso, di quelli che non ridono mai e pronto a vedere solo leggerezza e cialtroneria nei ragazzi che avete in carico, ah questi giovani d'oggi? 
Siete un Insegnante Suscettibile e odiate essere preso in giro? 
Siete un Insegnante Tigre, implacabile e perfezionista? 
Oppure un Insegnante Contentabile, di quelli pronti a prendere quel che passa il mercato? 
O un Insegnante Confusionario, ogni mattina un treno nuovo e mai uno che arrivi alla stazione nel tempo e nel luogo progettato?
O magari un Insegnante Pedante, un po' soporifero e lamentoso?
E qui è meglio darci un taglio per pietà verso chi legge, perché l'elenco che è ancora lunghissimo
In tutti i casi conviene accettarvi per quel che siete. 
Col tempo imparerete a smorzare le  punte troppo appariscenti e con un po' di mestiere farete delle vostre caratteristiche portanti dei punti di forza. 
Molti alunni vi ameranno per quel che siete, altri vi sopporteranno bonariamente e a qualcuno starete un po' sull'anima; ma nessuno può piacere completamente a tutti, nemmeno un Perfetto Insegnante. 
Cercate però di essere coerente con voi stessi accettandovi e non fingete di essere diversi  da quel che siete solo perché qualcuno, magari mosso dalle migliori intenzioni, vi ha detto che quel che siete non si addice al Vero Insegnante. A parte rubare (agli alunni), essere violenti (con gli alunni), prendere vilmente in giro (gli alunni) e non insegnare (agli alunni) non c'è niente che non si addica al Vero Insegnante: è uno strano lavoro e ognuno lo fa a modo suo ma i modi di farlo bene sono assolutamente infiniti. 
Per esempio: ci sono insegnanti talmente seriosi e sicuri di sé che sanno bloccare sul nascere qualsiasi forma di indisciplina con poche e taglienti parole. Quando ci provate voi invece non cavate un ragno dal buco. Come mai?
Forse perché le vostre poche e taglienti parole non suonano esattamente nello stesso  modo di quando le dice un Insegnate Davvero Serioso.

E allora vi conviene cercare di comportarvi secondo la vostra natura invece di sfoggiare una Autorevole Autorità in cui voi per primi non credete. Siete più portati a mediare? La vostra natura vi porta a esaminare la questione in classe e a rigirarla da ogni parte in una lunga seduta collettiva di autocoscienza? Oppure siete portati a fare finta di niente e a lasciar correre, tanto vi basta sopravvivere? 
Certamente il sistema delle poche e taglienti parole è il più efficace, quando funziona. Ma solo alcuni sanno farlo funzionare. Cercatene uno vostro e non schifate compromessi e aggiustamenti: sono i compromessi e gli aggiustamenti quelli che aiutano il mondo ad andare avanti. 
Questo significa che non sapete gestire la situazione? Più che altro significa che non la sapete gestire in quel modo. D'altra parte non è che potete spararvi, per questo: non solo non risolvereste in alcun modo il problema, ma mettereste in grave imbarazzo la vostra scuola, che ad anno scolastico già avviato dovrebbe trovare un altro insegnante, e di questi tempi non è affatto facile. Se siete un tenero micetto non serve a nulla far finta di essere un poderoso leone. Ma sappiamo tutti che il più tenero micetto impara presto a  rigirarsi la sua famiglia di umani sulla punta di una zampetta come fossero tante trottoline.
Analogamente, se siete un Insegnante Materno (o Paterno) i ragazzi finiranno per apprezzarvi proprio per questo: per strano che possa sembrare infatti perfino nell'età della rivolta adolescenziale (che dura come minimo dai dieci ai venti anni di età, e dunque copre assai larga parte del periodo scolastico) la gran parte per non dire la totalità degli allievi è sempre a caccia di nuove figure paterne e materne, anche quando ad un occhio esterno ne sembrerebbe provvisto in abbondanza e perfino in eccesso.
Insomma, le possibilità sono molte, anche imprevedibili, e quasi sempre i ragazzi finiscono per apprezzare i lati positivi di una persona che lavora con dedizione e partecipazione e ha a cuore il loro presente e il loro futuro - anche se gli fa la predica, anche se sorride poco, anche se non ama i loro programmi televisivi preferiti... e anche se gli mette qualche orrido voto in risposta ad eventuali orride prestazioni.
Non tutti e non sempre, certo. Ma apprezzeranno comunque la coerenza se vi vedono comportarvi in modo spontaneo e affine alla vostra natura.
E che il ciel vi assista.

*Naturalmente ci sono casi in cui l'intrinseca natura di un individuo è quella di essere una perfetta carogna, ma è improbabile che sia il vostro caso, altrimenti non stareste a farvi grandi seghe su come diventare un Perfetto Insegnante e vi porreste senza infingimenti come un Insegnante Carogna - nel qual caso susciterete solo un modesto apprezzamento nei vostri alunni, ma farete parte di quella felice categoria di insegnanti che non si fa domande e di conseguenza non perde tempo a darsi risposte: insegnerete e basta, incuranti di ogni critica, e alla fine non ve la passerete peggio di tanti.

giovedì 29 agosto 2019

Quotiens in anno scholastico licet insanire? - Guida per l'aspirante Bravo Insegnante

Cosa c'è di più virtuoso e compassato di un  coro di suore di clausura?
E cosa c'è di più serio e rispettabile di un coro di giovani studenti ben vestiti con divisa azzurro scuro e cravatta papillon?

Tutto ciò che è culturale è, per lunghissima tradizione, molto serio.
E anche tutto ciò che è scolastico è, per tradizione più giovane nel tempo ma molto salda, molto serio. 
Ci aspettiamo che i nostri alunni abbiano modi rispettabili, che intervengano a tempo e in modo rispettoso, che vengano a scuola con i vestiti giusti, che accantonino nelle ore scolastiche la loro inevitabile irrequietezza giovanile e i lazzi e frizzi con cui si beano durante il tempo libero (e che spesso sono di una inaudita idiozia, ammettiamolo) - insomma che considerino la scuola un posto serio e che affrontino gli studi in modo serio. E tutto ciò è cosa buona e giusta (anche se personalmente sono dispostissima a lasciare che si vestano come meglio gli pare e intervengo sempre con molta decisione in difesa dell'alunno quando ai Consigli di Classe si comincia a discutere di come si vestono Epicarmo o Adalgisa) e assolutamente indispensabile per tirare avanti la baracca e impedire che la classe si trasformi in una bolgia infernale.
In più ci aspettiamo che sì seri alunni considerino con grande serietà le materie che cerchiamo di propinargli e gli insegnamenti che tentiamo di instillargli sul viver civile, ma nel contempo che vivano la scuola come un posto domestico e affettuoso, dove si sentano liberi di esprimersi e si appassionino a tutte quelle tematiche serie che con loro affrontiamo - salvo poi addolorarci che si annoino a morte e percepiscano la scuola come una gabbia, e di passione manco a parlarne - a meno che non si intenda la passione nel suo senso letterale di "sofferenza".
Quelli che soffrono, allora, sono gli insegnanti; soprattutto quelli di Lettere, ovvero coloro che tanto hanno amato la letteratura nelle sue più varie forme da essersela scelta come mestiere e di conseguenza sono convinte che qualsiasi persona sana di mente, non importa di quale età, non può che amare a sua volta con gran foga la letteratura.
"Non gli è piaciuto Leopardi" "Non gli è piaciuto Montale" "Non gli piace assolutamente Manzoni" sono frasi sconfortate che capita spesso di sentire in Sala Insegnanti. E se è vero che di questi tempi Manzoni è oggetto di antipatia quasi universale anche quando è fatto nel migliore dei modi, Leopardi di solito non dispiace e Montale nemmeno; peccato che il "di solito" dipenda in maniera imprevedibile non soltanto dal modo in cui viene fatto, ma anche dal tempo, dalle circostanze esterne e da una tale infinità di variabili che nemmeno Silente sarebbe in grado di calcolarle. Non esiste l'autore che piacerà sempre, non esiste il brano musicale che piacerà sempre eccetera, perché ogni classe e ogni alunno son fatti a modo loro, e per giunta cambiano di momento in momento peggio di un caleidoscopio.
Ci sono tuttavia molte cose che piacerebbero se fatte nel modo giusto.
E quale sarebbe, questo "modo giusto"?
Precisiamo: nel "modo giusto" per quella classe in quel momento e in quelle circostanze. Non ci sono ricette universali, occorrono buon senso, attenzione, cautela, buona volontà, antenne lunghe e soprattutto parecchio culo.
Qualcosina però si può fare per intervenire sul metodo. Anche lì, non c'è una ricetta universale ma una certa larghezza di vedute può aiutare e soprattutto prevenire il burn-out, flagello che colpisce tanti di noi.

Il primo video presenta una scena di risveglio: viene dal film Dister Act, in cui una sventurata cantante soul, per una serie di disgraziati accadimenti, si ritrova a dover vivere per un paio di mesi in un convento di clausura sotto protezione della polizia. Guarda caso, si tratta di un convento dove il coro canta malissimo anche se sia le suore che la direttrice del coro si impegnano con passione: del resto, si suppone che per una suora di clausura cantare il suo amore per Dio sia opera che si prende a cuore con grande passione. 
La Madre Superiora, un po' per tenere buona la non-suora che in convento scalpita alquanto e un po' per vedere di nascosto l'effetto che fa la manda appunto in quel coro e nel giro di pochi minuti la cantante si trova a dirigerlo. 
Piccolo particolare: le suore sono tutte bianche, tranne la cantante soul. E sappiamo che i neri hanno una tradizione di canti sacri cantati in modo magari un po' informale alle nostre orecchie abituate a Cherubini e Mozart, ma molto, molto trascinante. Così la non-suora, dopo aver messo in atto un paio di accorgimenti tecnici del tipo raggrupparle le suore per registro vocale, le spinge a un canto molto appassionato.
Le suore accettano con entusiasmo e nel giro di pochi giorni si scoprono cantanti eccellenti. Il piacere fisico con cui cantano il loro amore e la loro devozione per la Vergine Maria è non solo evidentissimo, ma estremamente contagioso e tutti i fedeli apprezzano moltissimo (tranne la Madre Superiora, che comunque alla fine cambierà idea). In questa versione un po' personalizzata l'inno a Maria non cambia le parole né la musica, si limita a ritoccare i tempi - ma la musicista ha spinto le suore a tirare fuori, appunto, la loro passione e l'entusiasmo che provano per Maria e tutte le sue virtù.

Il secondo video è, a tutti gli effetti, una canzonetta, scritta nel 1939 da un  musicista zulu che utilizzò un'aria tradizionale della sua gente. Il musicista in seguito morì povero in canna, il che è una grandissima ingiustizia perché da allora la canzone ha fruttato enormi quantità di soldi ai moltissimi che l'hanno ripresa e ai moltissimi cori più o meno amatoriali che l'hanno cantata - e non scordiamo il piacere di chi se l'è ballata in discoteca negli anni 70. Personalmente ci vado pazza e me la canto spesso, sia in italiano che in inglese, sin dalla tenera età di quattro anni quanto per molti giorni tirai scemi i miei poveri genitori cantandola e ricantandola senza tregua.
Il brano è delizioso e qualsiasi coro è ben lieto di cantarlo, credo: qui però il l'arrangiatore, musicista di gran rinomanza,  ha avuto una pensata geniale: inserirla nella giungla. I coristi partono con rumori assai giungleschi, che occasionalmente riprendono nel corso della canzone con un effetto raffinato che probabilmente è stato piuttosto complicato da ottenere - ma immagino che si siano divertiti tutti come pazzi, nel corso delle prove, e impegnati a sangue. L'insieme è ulteriormente impreziosito dall'aspetto dei giovani coristi, impeccabilmente vestiti con completo blu e tanto di cravatta papillon, i piccoli come i più grandi, che con l'aria più seria imitano i più vari animali. Con grande determinazione il coro ha affrontato un compito che di solito a un coro non spetta, ovvero quello di imitare gli animali della giungla, e sospetto che non sia stata una passeggiata - ma si sa che con l'impegno e il duro lavoro si ottengono spesso grandi risultati.

Tutto questo serve in classe?
Sì e no, dipende da tante cose. Come molti insegnanti hanno imparato a loro spese, svegliare la passione sopita in una classe semiaddormentata può essere pericoloso e fare uscire la classe completamente fuor di controllo, e solo un gruppo di alunni profondamente seri in cuor loro possono affrontare con la necessaria determinazione l'imitazione della risata della scimmia e dello strisciare del serpente, per tacere del cospicuo rischio che la classe pretenda di andare avanti tutto l'anno a fare la risata della scimmia e lo strisciare del serpente*, anche quando l'insegnante tenta di affrontare il teorema di Pitagora. Tuttavia la scuola è piena di esperimenti azzardati che hanno ottenuto un travolgente successo e hanno trasformato una classe di amebe in un gruppo di adolescenti vivi e creativi. 
Di fatto tutti sappiamo che qualsiasi cosa esca dalla routine è destinato a rimanere molto più impresso del normale tran tran quotidiano, e sono questi i ricordi che un giorno i ragazzi ormai diventati adulti rispolvereranno chiacchierando con gli amici o i figli; e infatti tutti noi siamo sempre a caccia di modi nuovi e alternativi per fare questo o quello. Il problema è che questi modi alternativi
1) sono studiati da esperti di didattica che ci fanno su appositi corsi, e molto spesso è roba da far venire il latte alle ginocchia anche a un serpente maschio
oppure
2) sono stati inventati da altri insegnanti assai diversi da noi per modo di fare e di insegnare e, soprattutto, che hanno altre classi - perché nessuno ha la nostra classe, e il rapporto che noi abbiamo con la nostra classe, e insomma è bene lavorarci su per adattarli - sempre con l'aiuto del buon senso, della cautela, della buona volontà eccetera e soprattutto sperando intensamente di avere molto, molto culo.
Cosa può fare insomma l'aspirante Bravo Insegnante per porre in modo appetitoso le varie portate del suo non sempre entusiasmante menù?
Una cosa, di sicuro: allargare le sue vedute. Andare a caccia di curiosità. Cimentarsi in campi nuovi, non necessariamente legati alla sua materia o agli interessi dei ggiovani d'oggi, curare la sua interiorità, andare a vedere spettacoli insoliti o meglio ancora parteciparci, spendere il bonus saggiamente elargitoci a questo scopo dal MIUR - sperando che continuino a darcelo - insomma ricordarsi prima di tutto di essere un individuo ancora in crescita e in formazione (lo siamo fino a un minuto prima di morire, tutti) e in secondo luogo di essere stato anche lui un giovane che all'occorrenza si trasformava in un giovane idiota.
E se idiota non è mai stato, nemmeno un minuto in vita sua, né ha mai avuto la benché minima tentazione ad esserlo?
In quel caso sarà bene che usi la sua luminosa intelligenza per cercarsi un altro lavoro. Al più presto.

*anche se ricordo con piacere Arisu, che dopo una gita scolastica in un parco nazionale aveva imparato a imitate molto bene il richiamo della civetta, che da allora risuonava ogni tanto nel mezzo della lezione dando un pregevole tocco naturalistico a tutto l'insieme.

venerdì 23 ottobre 2015

Guida per l'aspirante Bravo Insegnante - Sull'abbigliamento de' fanciulli (e delle fanciulle)

Nella Terra di Mezzo, vivaddio, ognuno si veste e si pettina come gli pare e nessuno ci trova niente da ridire.

Caggiono i regni, passan genti e linguaggi, ma la scuola mantiene purtuttavia alcune constanti. Tra queste abbiamo, salda e immutabile quant'altre mai, il perenne Lamento di taluni insegnanti sullo Sconsiderato Modo di Vestire e di Porsi di taluni giovinetti e giovinette che affollano i banchi di scuola. Tale lamento risuona ad ogni Consiglio di Classe, laddove i loro cantori, spesso in sparuta minoranza, cercano di depistare l'attenzione dei colleghi da questioni pedestri quali il metodo di studio o l'andamento disciplinare della classe oggetto della riunione.
Ad uso degli insegnanti ancora nuovi del mestiere viene qui esposta una breve lista dei principali capisaldi della questione, veri e autentici must che ricorrrono con indomabile frequenza, insieme a qualche generica linea guida che tenga conto del fatto che l'età scolastica è quella in cui gli alunni ancora implumi cercano di costruire la propria immagine e che ogni singolo dettaglio di questa immagine veicola messaggi e richiami di cui l'insegnante è al corrente solo in modo assai parziale, vuoi perché ogni generazione ha un suo codice interno, vuoi per il continuo evolversi dei costumi.
Occorre inoltre tenere presente un elemento non sempre adeguatamente considerato, ovvero il fatto che, mentre il docente è in una posizione che gli consente di commentare a suo comodo l'abbigliamento dei suoi alunni, dal canto loro gli alunni sono vincolati a non esprimere in alcun modo la loro opinione sull'abbigliamento dei loro docenti, sul quale non possono naturalmente intervenire in alcun modo. Questa notevole disparità di posizione, se da una parte è utilissima per evitare travasi di bile e arrabbiature infinite all'insegnante che è convinto sempre di vestirsi e presentarsi in modo più che adeguato, dovrebbe comunque indurre l'insegnante in questione ad usare grandissima prudenza nei suoi eventuali commenti, o meglio ancora ad evitarli del tutto.

Berretti e cappucci

Per qualche misterioso e insondabile motivo, una buona fetta di insegnanti trova del tutto intollerabile che un alunno stia in sua presenza in classe con il capo adorno di un qualsivoglia berretto o cappuccio; la cosa viene anzi vissuta come una grave mancanza di rispetto - e se è pur vero che un tempo il cappello veniva levato in segno di cortesia in presenza di creature appartenenti al sesso femminile, quando detto cappello era portato sempre e comunque all'atto di uscire di casa, va pur ricordato che le nuove generazioni sono cresciute in un mondo quasi privo di cappelli e non conoscono quindi il galateo che ne regolava l'uso nei tempi passati. Quanto al cappuccio, nei tempi andati lo portavano solo gli esquimesi e i Cavalieri Neri e i galatei dei tempi passati non se ne sono mai occupati (nel caso dei Cavalieri Neri di Mordor, comunque, discuterci era difficile). 
Altrettanto misterioso, peraltro, è il motivo che spinge i fanciulli a tenere addosso un berretto o un cappuccio nel corso delle attività scolastiche - o anche al di fuori delle suddette salvo, per quel che riguarda il cappuccio, nei casi di temperature estremamente rigide. Tuttavia i cappucci odierni costituiscono un ostacolo assai modesto all'ascolto di una lezione, mentre i berretti non lo costituiscono affatto. 
Assai maggior tolleranza viene usata per veli e foulard indossati dalle fanciulle, specie quelle di retaggio musulmano e nel loro uso non viene vista alcuna mancanza di rispetto verso il docente.
Gioverà tuttavia osservare che l'alunno che, a richiesta del docente, toglie prontamente il berretto o abbassa il cappuccio, non muta in alcun modo il suo comportamento e la sua attitudine all'ascolto. Quei rari casi che mantengono saldamente in testa berretto o cappuccio si distinguono usualmente per un comportamento spesso del tutto inadeguato ad un contesto scolastico e disturbano la lezione in analogo modo con cappuccio o senza.
L'uso di cappelli a punta il 31 Ottobre, in previsione della notte di Halloween, andrà preventivamente concordato con il docente, che non è obbligato a consentire ma che facendolo si procurerà l'approvazione della classe con poca spesa. Altrettanto dicasi per le corna da renne e le coroncine di stelle il 23 Dicembre, ultimo giorno prima delle vacanze di Natale. In entrambi i casi però sarebbe più prudente concedere licenza solo per l'ultima ora e preparare lezioni piuttosto leggere per l'occasione.

Spalline

Le spalline imbottite sono passate di moda ormai da secoli, e del resto non hanno mai creato disturbo in alcun docente, a memoria d'uomo o di donna. Per spalline oggi si intendono quelle sottili strisce di tessuto che tengono un top legato alle spalle, oppure quelle larghe fasce di tessuto che distinguono una maglietta da una canottiera. Vengono giudicate del tutto sconvenienti dagli insegnanti (che tuttavia al di fuori della scuola ne fanno spesso uso, nei mesi più caldi). Il loro apporto ai fini di un corretto apprendimento risulta del tutto irrilevante, sia in positivo che in negativo. 
Al contrario dei berretti non possono essere tolte, se non insieme al top o alla canottiera di cui fanno parte. Raramente però gli insegnanti insistono perché tali capi di abbigliamento vengano tolti dall'alunno nel corso della lezione, mentre è probabile, considerando le temperature che usualmente si accompagnano al loro uso, che ben volentieri l'alunna/o in questione toglierebbe volentieri tutto ciò che ha indosso, se solo ne venisse richiesto.
L'obiezione portata dagli insegnanti al loro uso è, di solito, che "la scuola non è una spiaggia". E' pur vero però che, nella maggior parte delle spiagge, sia pure in pieno Agosto, non si raggiungono nemmeno lontanamente le temperature presenti in molte classi con l'arrivo dell'estate.

Trucco

Per trucco qui non si intendono i molti e numerosi espedienti cui ricorrono gli alunni per aggirare o sbarcare compiti o interrogazioni, bensì l'uso, in larga prevalenza femminile, di decorare con vari colori occhi, labbra, viso e unghie. Tali decorazioni, per quanto generosamente applicate, non influiscono in alcun modo sulla capacità dell'alunna/o di seguire una lezione o di esporla nel modo corretto, anche se le unghie rimovibili possono talvolta risultare dannose in caso di caduta, soprattutto per i compagni incautamente vicini all'unghiuta creatura che rischiano di ritrovarsele nel collo con non scarso nocumento per il loro benessere. Qualora si verifichi un incidente in tal senso, un richiamo del docente non sarà fuor di luogo.
Diverso è il caso in cui le alunne, nel corso della lezione, decidano di ritoccarsi il maquillage o di modificarlo, magari coadiuvate dai consigli delle loro vicine di banco. Tale pratica è senz'altro distrattiva dalla lezione (e proprio a questo scopo viene avviata) e dunque è senz'altro opportuno che il docente la interrompa con la massima fermezza. Anche la laccatura delle unghie, qualora svolta in orario scolastico, non è di alcun aiuto nella didattica, oltre a rischiare di lasciare segni indelebili sul banco.

Pantaloni

I pantaloni degli alunni sono diventati negli ultimi due decenni fonte inesauribile di commenti e osservazioni per il corpo docente tutto in virtù della moda cosiddetta "della vita bassa", che impone ai giovinetti di indossare pantaloni che, talvolta anche quando costoro sono in piedi, lasciano scoperte generose porzioni della loro biancheria intima o dell'epidermide della parte più bassa della schiena. Per dirla più chiaramente, l'insegnante si ritrova spesso a possedere molte più informazioni di quel che vorrebbe sull'abbigliamento più intimo dei suoi alunni, con molti dettagli sul tipo e la marca di mutande che detti alunni indossano. Tuttavia sarebbe opportuno che i molti e molti commenti che salgono spontanei alle labbra del docente restassero confinati alla Sala Insegnanti o, meglio ancora, non venissero esternati affatto in alcun luogo. La scelta del colore e della fantasia delle mutande da indossare infatti è piuttosto personale e assai raramente discuterne può apportare miglioramenti all'andamento didattico della classe.
In realtà un alunno che indossi mutande a piccoli rombi azzurri su fondo cenere è in grado di seguire una lezione esattamente nello stesso modo di un alunno di cui al docente sia consentito misericordiosamente di ignorare fattura e colore dell'importante indumento intimo di cui sopra, perché non è con i pantaloni né con le mutande che si ascolta una lezione, bensì con le orecchie.
Qualora sembri che le circostanze consentano un cauto avviso, può forse talvolta essere utile ricordare alla scolaresca o ai singoli alunni mediante colloquio privato che i pantaloni a vita bassa sono indumenti traditori, che svolgono in modo assai approssimativo il loro compito quando si è seduti, e che chi è seduto dietro di loro può talvolta disporre di cellulari in grado di scattare foto di eccellente qualità da distribuire poi copiosamente agli amici.

Esiste poi il problema, ritenuto gravissimo, dei pantaloni corti. Con pantaloni corti va precisato che non ci si riferisce in alcun modo a quei devastanti pantaloni a mezza gamba che solo alcuni maschi di mirabilissimo pregio estetico possono permettersi di indossare senza apparire completamente ridicoli - perché non risulta che mai alcun docente si sia mai irritato nel vedere cotali orrori. Vengono invece gravemente sanzionati i pantaloni corti nelle alunne, in ispecial modo quando cotali alunne risultano in possesso di due gambe particolarmente pregevoli per lunghezza e armonia delle forme. Non è mai stato chiarito cosa ci possa essere di inadeguato o improprio in un paio di belle gambe (maschili o femminili che siano), tuttavia numerosi insegnanti vedono in dette gambe una mancanza di rispetto verso l'intera istituzione scolastica, nonostante nessuno abbia spiegato in modo soddisfacente in qual modo il fatto di avere delle gambe ostacoli un alunno nel suo percorso scolastico, laddove tutti i docenti sarebbero disposti a lamentare come ingiustissimo il triste caso in cui l'alunno si trovasse privo delle due gambe in questione. 
Va ricordato che, salvo rarissimi casi, la visibilità delle gambe in questione si accompagna usualmente alle alte temperature citate nel paragrafo Spalline - e sarà forse il caso di ricordare che, al contrario del possesso di due gambe, le alte temperature possono senz'altro causare gravi cali di concentrazione degli alunni, troppo occupati ad annaspare per prestare grande attenzione al docente che cerca di istruirli sulla rotazione delle figure geometriche, il corretto uso dei pronomi nella lingua inglese o altri argomenti di analogo fascino.

Piercing

Chiamasi così l'uso di traforarsi varie parti del corpo per decorarle con ornamenti in metallo più o meno pregiato, da arricchire eventualmente con piccole gemme, naturali o artificiali che siano.
Per la maggior parte dei docenti nati prima del 1980 l'unico tipo di piercing accettabile a scuola è la foratura delle orecchie nelle fanciulle, e la presenza di qualsivoglia altro foro è spesso ritenuta indice di scarsità di valori morali e mancanza di decoro. Tuttavia, considerando che ormai il piercing conta almeno due generazioni, è probabile che il calo dei valori morali e del decoro non c'entri molto e ancor meno è probabile che il piercing venga vissuto dagli alunni pierciati come mancanza di rispetto verso i docenti. In alcuni casi si tratta di una tradizione di famiglia, come può essere agevolmente dimostrato al momento del ricevimento generale dei genitori, che non necessariamente, ove pierciati, si distinguono per una rilevante scarsità di valori morali o di decoro.
Non risulta che uno o più piercing ostacolino il percorso di apprendimento dell'alunno. In realtà non esistono nemmeno studi che attestino che la presenza di molti piercing influisca in tal senso; e se è vero che capita di trovare alunni pierciati e refrattari allo studio, non è stato mai provato che l'assenza di piercing li renderebbe più studiosi o anche solo più attenti o più silenziosi durante le lezioni.

Capelli

Viene oggi dato per scontato che le ragazze debbano avere i capelli lunghi almeno fino alle spalle e i ragazzi piuttosto corti, e staccarsi da questo modello può contrariare vivamente i docenti.
Molti insegnanti reagiscono negativamente alle teste rasate, le creste, i capelli maschili trattati con coloranti chimici e financo ai capelli femminili corti. Talvolta anche i capelli femminili lunghi ma non raccolti da apposite pinze sono oggetto di deprecazioni. 
L'uso di portare lunghi ciuffi che coprano completamente un occhio viene spesso visto come grave intralcio ad un corretto apprendimento in quanto impedisce una lettura agevole. Tuttavia spesso l'alunno riesce ad aggirare l'ostacolo qualora sia in possesso di due occhi discretamente funzionanti, servendosi di quello non coperto. Quest'ultima moda, tuttavia, sembra in regresso - il che rappresenta una vera fortuna perché permette al Consiglio di Classe di concentrarsi su questioni più strettamente pertinenti al percorso didattico intrapreso (o scansato) dall'alunno/a.
Qualora una fanciulla prediliga tagli corti o cortissimi per i suoi capelli, spesso l Consiglio si sofferma a ponderare con attenzione se colei abbia inclinazioni sessuali alternative a quelle etero o problemi di identità sessuali, oppure se viva  un rapporto conflittuale con la propria femminilità; in tal caso, riportare l'attenzione dei docenti all'ordine del giorno può rivelarsi piuttosto arduo per il Coordinatore (per strano che possa sembrare, queste argomentazioni vengono discusse con grande serietà anche da insegnantesse con capelli corti che hanno avuto una vita eterosessuale senza cedimenti verso altre sponde e abbiano partorito uno o più figli).

Tette

Capita abbastanza di frequente che le giovani studentesse dispongano di ghiandole mammarie ben sviluppate, della cui parte alta talora consentano la visione mediante scollature, più o meno ombreggiate da decorazioni in pizzo sul bordo delle medesime. Nessuno, per quel che si sa, è mai riuscito a spiegare a un Consiglio di Classe che lo scopo di tali scollature non è quello di mancare di riguardo all'istituzione scolastica bensì quello di attirare gli sguardi altrui - scopo di solito conseguito con un certo successo.
Normalmente gli insegnanti in quel caso chiedono all'alunna di munirsi di un qualche tipo di giacchetto per coprire la parte incriminata, e il fatto che il giacchetto finisca spesso per restare sganciato (mancando così a quello che gli insegnanti presumevano essere il suo compito) o dimenticato in un angolo della classe è oggetto di vaste recriminazioni e rimproveri, che finiscono sovente per rallentare il normale svolgimento delle attività didattiche e attirare vieppiù l'attenzione su ciò che taluni vorrebbero fosse coperto (e che talaltri desiderano forse contemplare). Tutto ciò porta, oltre ad un consistente numero di scene tra lo sgradevole e il comico, a lunghe diatribe nei Consigli di Classe e gran sfoggio di conversazioni vibranti di indignazione nei corridoi cui si aggiungono spesso numerose considerazioni inerenti alla vita privata delle studentesse in questione. Osservare pacatamente che il possesso di un bel paio di tette non ha mai impedito a nessuna femmina umana di seguire con profitto un corso di studi raramente basta a placare gli insegnanteschi animi; tuttavia sarà forse opportuno ricordare che, se è vero che una lezione non si ascolta con i pantaloni, altrettanto vero è che non si ascolta con le tette.
Tale osservazione di solito cade nel vuoto perché viene risposto che, quand'anche l'alunna sia disposta a concentrarsi con impegno e profitto nello studio, le sue tette risultano un elemento di distrazione per taluni compagni di classe - mai tuttavia quanto l'eterna diatriba del "Mettiti il giacchino!".

Vestiti non lavati

Il caso non è rarissimo e può effettivamente compromettere seriamente la socializzazione dell'alunno in quanto spesso i compagni non gli si accostano molto volentieri - e ogni docente sa che un alunno mal inserito nella classe raramente si concentra in modo preponderante sullo studio.
Purtroppo la questione non si presenta di facile soluzione perché molto spesso anche i docenti più ciarlieri e impiccioni hanno forti remore ad affrontare francamente l'argomento con l'alunno - e d'altra parte l'alunno in questione presenta spesso problematiche tali, e viene da una situazione di tale complessità che il fatto che i suoi vestiti non siano ben lavati si presenta come l'ultima e la più insignificante tra le sue criticità.