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domenica 28 dicembre 2025

Di sfide di lettura e altre sciocchezze


Ogni tanto, spelluzzicando blog e vlog di lettura vari, incrociavo quelle strane cose che vanno sotto il nome di Reading Challenge. Si tratta, in sintesi, di una lista di libri con determinate caratteristiche da leggere in un dato periodo di tempo e sono cose che si fanno in pubblico, annunciando che si vuol partecipare, magari indicando come, e a fine periodo raccontando com'è andata. Molto spesso il tempo che ci si dà è un anno, o comunque io mi sono interessata soprattutto a quelle.
C'è la Sfida dello scaffale strabordante, con cui ci si propone di alleggerire la pila di libri che ancora non si è letta ma che si è stati molto solleciti a comprare - e che regolarmente va buca perché durante l'anno si affacciano decine di interessanti suggerimenti di lettura che finiscono per lasciare la pila ben poco diminuita se non aumentata, e questo rientra nella natura delle cose e i vari vlogger la vivono con divertita autoironia, di solito raccontando che l'anno prima era stata un vero disastro ma che quest'anno è andata pure peggio, poi ci sono sfide con tappe mensili di verifica oppure con temi da accettare o rifiutare, insomma possono essere anche robe piuttosto complicate.
Ci sono poi quelle semplici, con una ventina di volumi, e quelle belle lunghe. Ho trovato una sfida per lettori pigri, dove basta leggere un libro al mese e le indicazioni su come sceglierlo erano piuttosto lasche, e sfide dettagliatissime: un libro pubblicato nel 1934, uno ambientato a Roccacannuccia di Sotto, uno che deve avere in copertina dei fiori di pesco, un romanzo storico di un autore nero e via dettagliando.
Lo scopo ufficiale sarebbe di spingere il lettore a cercare di uscire dalla comfort zone ed evitare di fossilizzarsi sempre sugli stessi generi, autori e periodi.
Con lo spirito di contraddizione che da sempre mi contraddistingue, il primo anno mi cimentai in assoluta discrezione e senza farne parola ad anima viva in una sfida da 25 libri dove aggiunsi la perversa clausola di leggere solo e soltanto libri che avrei comunque letto, in quanto mi ritengo assai varia nelle mie letture - il che in parte è perfino vero. Completai brillantemente il tutto in pochi mesi.
L'anno successivo, visto che la cosa aveva esercitato su di me una sua perversa fascinazione, e avendo trovato due liste che mi ispiravano abbastanza, completai abbastanza facilmente i 45 libri richiesti. Una delle liste era pure in inglese, così, tanto per tirarmela un poco - sempre in privato, si capisce. nemmeno i miei più intimi amici hanno mai sentito da me una parola al riguardo.
L'anno scorso, mossa da ulteriore perversione, decisi di strafare: due liste in italiano di 20 e 25 libri, una lista per lettori pigri di 12 titoli e una in inglese di 50 titoli. Dato che il troppo, quando è troppo, finisce per troppeggiare, ho completato solo quella di 12 libri per lettori pigri, e le altre hanno ancora una ventina di voci da spuntare. Non c'è problema perché tanto non devo rendere conto a nessuno (anche quest'anno tutto si è svolto in grandissima discrezione) e le completerò con comodo nei primi mesi dell'anno prossimo. Tuttavia la cosa non è stata senza conseguenze.
Prima di tutto: ho letto molto più del solito - non perché sentissi un particolare affanno a finire presto, quanto perché ho finito per riprendere le vecchie abitudini di quando dedicavo alla lettura gran parte del mio tempo libero e ho scoperto che, con il progredire dell'esercizio, riuscivo molto più facilmente a concentrarmi nella lettura - cosa che mi ha fatto molto piacere perché ne sentivo la mancanza. Il blog ne ha risentito, probabilmente, perché mi concentravo molto più facilmente per leggere di quanto facessi al momento di scrivere; ma se mi concentro con più difficoltà sulla scrittura probabilmente dipende dal fatto che non sono al momento in buoni rapporti con quel che scrivo mentre sono molto più ricettiva verso quel che scrivono gli altri - immagino siano fasi della vita legate a complesse questioni energetiche che non ho ben chiarito nella mia interiorità e che sono legate al rapporto con la realtà che mi circonda - che detto così suona molto misterioso ma se riuscissi ad esprimerlo meglio lo esprimerei senza farne inutili misteri.
Punto secondo, sono infine uscita dalla mia pur vasta comfort zone di lettrice - perché nel momento in cui mi chiedono un romanzo ambientato in montagna o un libro sulla follia (due libri sulla follia, in due diverse liste) o un libro dove l'invecchiamento viene visto come positivo o un libro scritto a quattro mani, insomma, se non ce l'hai sottomano non ce l'hai e ti tocca metterti a cercarlo, e quando in tre liste diverse ti chiedono un autore sudamericano e di norma scansi con una certa convinzione gli autori sudamericani, l'unica cosa che resta da fare è andare a cercare se c'è qualche testo sudamericano che ti ispiri almeno vagamente.
Fruga che ti frugo mi sono ritrovata a leggere un bel po' di cose che lasciata a me stessa avrei evitato. Questo ha fatto sì che colmassi una certa serie di lacune e rispolverassi cose che in un tempo lontano avevo pensato che sì, forse, chissà, magari un piccolo tentativo, prima o poi... a partire dalle voci che mi chiedevano di leggere un libro che stesse a prender polvere da anni nella libreria di casa, magari perché me lo avevano regalato.
E questo mi ha portato a una considerazione finale piuttosto interessante: uscire dalla propria comfort zone di lettura non sempre è una grande idea, specie se quella comfort zone è stata elaborata in molti anni.
In sintesi: la mia comfort zone è varia ma canonica: romanzi inglesi e talvolta americani (soprattutto fantascienza) un po' di giapponesi, qualche francese e qualche classico ottocentesco anche di altre lingue. Greci e un po' di latini. Libri medievali e libri  sul medioevo. Qualcosina di storia anche di altri periodi. Libri giapponesi. Fumetti soprattutto giapponesi. Qualcosina di indiano, ma solo moderno e quasi sempre salta fuori che è stato scritto in inglese. Pochissimi italiani, non di rado scuotendo la testa prima durante e dopo. Quando esco dalla comfort zone sbuffo e scalpito.
Per l'anno prossimo comunque sono messa abbastanza bene: ci sono le rimanenze delle elefantiache challenge di quest'anno, la sfida dello scaffale strabordante che comprende cose decisamente sostanziose, diversi classici soprattutto russi che aspettano e un po' di riletture.
Mi conforterò con ogni cura e gli esperimenti per un po' aspetteranno.
Ad ogni modo sono stata anche in libreria per un attento sopralluogo sulle novità e ho preso due paginate di appunti, aspettando con pazienza che le biblioteche comunali facciano il loro dovere.
Tanto per non perdere l'abitudine potrei anche farmi una lista...

mercoledì 5 luglio 2017

Il bravo bibliotecario e i misteri dell'aritmetica


Mentre ancora giacevo nel mio letto di dolore tenendo l'anima con i denti era arrivata la lettera di #ioleggoperché dove mi esortavano ad andare in libreria a ritirare i libri del raddoppio: infatti l'iniziativa consisteva in due parti, una in cui i genitori acquistavano, l'altra in cui gli editori ci regalavano un libro per ogni libro acquistato dai genitori - con quale criterio non era dato saperlo.
Nonostante sia un insegnante di Lettere non sono di quelle che ha scelto Lettere perché aveva paura di matematica: no, io in matematica sono sempre andata piuttosto bene e qualche volta prendevo anche 8. La parte che preferivo era geometria, ma anche i calcoli a mente mi riuscivano bene e con le tabelline sono tuttora molto brava.
Applicando dunque le mie vaste conoscenze e la mia capacità di calcolo sono riuscita facilmente a venire a capo di quel che mi spettava: quattro libri avevamo ricevuto dai genitori, e dunque altrettanti quattro ce ne spettavano dagli editori, perciò da #ioleggoperché la biblioteca di scuola aveva guadagnato 4+4 = 8 libri - perché io i conti li so fare e a matematica ero piuttosto brava.
In una delle mie prime uscite di prova strisciai dunque in libreria a prendere i miei quattro libri di omaggio.
"Ma ce la fai a portarli via tutti?" si informò premurosa la libraia.
"Beh, penso di sì. Fino a portare quattro libri dovrei arrivarci".
"Quattro? Macché, è una cassa piena".
No, la cassa piena non ce la facevo a portarmela via nella sportina, ammisi. A quel punto però chiesi di vedere la cassa e la libraia mi accontentò, sciorinandomi davanti quella che sul momento mi apparve come la più curiosa raccolta di ciarpame che avessi mai visto. Comunque mi portai via qualche esemplare e promisi che sarei venuta poi a prendere il resto.

Finito il duro anno scolastico ho potuto finalmente dedicarmi con un po' di attenzione alla biblioteca. Mi sono dunque ritrovata ad inventariare
- i numerosi omaggi ricavati con la Mostra del Libro
- i venti libri del Bancarellino (che quest'anno mi sono sembrati un po' meno peggio dell'edizione dell'anno scorso, forse perché l'operazione e la lunga degenza mi hanno addolcito il carattere oppure perché non ne ho ancora letto nemmeno uno)
- un po' di libri di varia provenienza incluso un lussuoso Dizionario Treccani illustrato preso dalla scuola con i punti della Coop
- e i diciannove libri del raddoppio di #ioleggoperché.
Ho così scoperto che il raddoppio di 4 è 19, suppongo in base al principio 4=19; evidentemente la matematica si è parecchio evoluta da quando frequentavo le medie, e anche le tabelline non sono più quelle di una volta (come, del resto, anche le mezze stagioni).
Palpando e maneggiando adeguatamente i 19 libri li ho trovati assai meno ciarpamosi di quanto mi fossero sembrati a una prima occhiata. Non sono molti quelli che avrei scelto di mia spontanea volontà, ma l'essere sollevata dal faticoso privilegio della scelta mi ha permesso di riflettere che di molti, in effetti, si sentiva la mancanza, o potremmo sentirla. 
A parte una (finalmente!) decorosa edizione del Piccolo Principe e una fascinosissima raccoltina di detti e gesta di santi islamici (nonché una analoga raccolta di Confucio) c'è un libro con le parole essenziali dell'arte, una storia a fumetti disegnata molto bene, un Patterson ad argomento robotico, un Grande Gatsby che mai e poi mai avrei pensato a prendere ma che è chiaramente un edizione non ridotta ma studiata per ragazzi, diversa roba Salani che va bene per definizione e via dicendo. 
A conti fatti, la promozione #ioleggoperché ci ha procurato con nostro minimo incomodo ben 23 volumi che altrimenti ben difficilmente sarebbe approdata a questi lidi, anche perché di 19 di quei 24 ignoravo financo l'esistenza, Piccolo Principe a parte. 
E tutto ciò mi ha reso molto recettiva alla lettera di invito a partecipare alla nuova edizione di #ioleggoperché dell'anno prossimo; perché il mondo è bello anche perché è vario e l'editoria per ragazzi è un mare sconfinato dove il gusto individuale non permette sempre di trovare le perle migliori - senza contare che una bibliotecaria sola e autodidatta, per giunta provvista di gusti molto decisi sin da piccola, finisce troppo facilmente per fare le cose a modo suo.

sabato 10 dicembre 2016

#ioleggoperché: niente di meglio di un Buon Classico

Gatti e lettura: un rapporto talvolta controverso

Il 15 Novembre sono apparsi i numeri definitivi dell'operazione di #ioleggoperché dedicata alle biblioteche scolastiche: nulla di travolgente ma certo molto meglio di quanto sembrava nel primo post che gli avevo dedicato.
Nel frattempo c'è stato qualche sviluppo per St. Mary Mead che rende onore alla saggezza del proverbio vichingo che esorta a non dire male di una giornata finché non è conclusa.
Infatti un bel giorno nella mia casella postale apparve una mail dalla Feltrinelli RED di Firenze (una delle librerie con cui avevo gemellato la scuola), che mi chiedeva di andare a ritirare i libri che erano stati acquistati per noi.
Inizialmente rimasi sorpresa, poi ricordai che la stessa organizzatissima Feltrinelli RED aveva a suo tempo mandato una circolare a tutti noi solerti bibliotecari spiegandoci come aveva organizzato tutto l'evento, preparando tra l'altro una rastrelliera con i libri più richiesti dalle scuole*. Mi dissi quindi che parimenti dovevano avere mandato una circolare a tutti indistintamente perché passassero a ritirare i loro libri.
Invece, quando passai da loro la settimana seguente, scoprii con mia infinita sorpresa che ben quattro famiglie di St. Mary Mead erano andate a prendere un libro ciascuna per la nostra biblioteca. Guardando con attenzione piazza della Repubblica (dove si trova la Feltrinelli RED) che in questi ultimi anni è molto cambiata, mi sono accorta che un giro di compere a Firenze può portare molto facilmente fin là e che dunque non era così strano che da St. Mary Mead i genitori più spendaccioni (nel nostro caso: munifici) avessero preferito la caotica libreria fiorentina alla paciosa ma molto efficiente libreria di Lungacque.
#ioleggoperché li aveva forniti di un adesivo enorme su cui scrivere qualche considerazione sulla lettura, e tre di loro l'avevano usato, coprendo con ciò una buona metà della quarta di copertina. A nessuno di loro comunque era venuto in mente di firmare anche col cognome, così i libri adesso risultano inventariati come "dono di #ioleggoperché", il che un po' mi secca ma non sapevo come altro fare.

Ma veniamo al dunque. Cosa hanno comprato questi generosi donatori?
Ho aperto la borsa di carta di Feltrinelli e in cuor mio ho smoccolato alquanto:
* Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne
* Il gran sole di Hiroshima di Karl Bruckner
* Il giardino segreto di Frances Burnett
* Bar Sport di Stefano Benni
Ventunesimo secolo, non pervenuto.
In pratica, quattro classici: due dell'Ottocento e due del Novecento.

Forse ho qualcosa contro i classici?
No: Il giardino segreto è sempre stato uno dei miei romanzi preferiti e Il gran sole di Hiroshima ha illuminato e anche istruito la mia infanzia.
Di Verne per la verità non ho mai letto nulla, anche se questa potrebbe essere un occasione per rimediare; e Bar Sport non mi è piaciuto - ma immagino sia un limite mio, perché molti lo trovano assai divertente**. Se non altro però Bar Sport costituiva una novità per la nostra biblioteca, perché è l'unico dei quattro che non avevamo già.
Perché proprio questo è uno dei problemi con i classici per ragazzi dell'Ottocento: è facilissimo trovarli in regalo, e infatti ne abbiamo una discreta quantità, in ottimo stato e in belle edizioni complete e ben rilegate. Addirittura di alcuni titoli ho copie in ottimo stato non catalogate perché già disponevamo di due esemplari e cominciamo ad avere problemi di spazio. Ma è rarissimo che qualcuno li prenda in prestito.
Perché questo è il secondo problema con i classici dell'Ottocento: ai ragazzi non interessano se non (a volte) dopo paziente e accorta attività dell'insegnante che li indirizza abilmente.

Il canone cambia col passare del tempo. Fa parte dei fatti della vita. 
Al momento le nuove generazioni si ingegnano quanto possono di scansare i classici dell'Ottocento - sì, proprio quelli con cui noi amanti della letteratura siamo cresciuti. Al più ne leggono uno ogni tanto a titolo di curiosità. Ma scordarsi di vederli scalpitare intorno agli scaffali di Stevenson, Twain e Malot.
So che questo causa grande dispiacere agli adulti. Non a me, che trovo l'evoluzione dei gusti un segno di vitalità culturale e sostengo che il cliente ha sempre ragione. Non credo ai libri indispensabili (probabilmente non è del tutto indispensabile nemmeno Shakespeare) e forse non credo nemmeno all'indispensabilità dei libri; credo invece fermamente ai libri che piacciono.

In realtà, come ho poi scoperto in biblioteca, in questo caso ha avuto ragione anche il cliente-genitore: perché della Burnett avevamo sì due belle copie in ottima edizione del Piccolo Lord, ma solo un esemplare molto gualcito del Giardino Segreto, per giunta in edizione scolastica e piena di insulsi esercizi, e altrettanto dicasi per Il gran sole di Hiroshima, e anche Ventimila Leghe sotto i mari c'era, sì, ma era un edizione ridotta e che per giunta stava cadendo a pezzi. Adesso abbiamo delle belle copie nuove e croccanti, che resteranno probabilmente tali ancora a lungo (ma va detto che il Giardino Segreto, oltre che un classico per le vecchie generazioni è anche piuttosto gradito dalle nuove).

In cuor mio però alberga una certa perplessità: i nostri bravi quattro genitori sono venuti decisi ad acquistare quei libri, o hanno preso qualcosa dalla rastrelliera dedicata a #ioleggoperché?
E in quel caso, che gioco hanno giocato alla Feltrinelli RED? Possibile che l'unica biblioteca scolastica del granducato fornita di una ricca sezione di classici sia proprio quella di St. Mary Mead, e che tutte le altre implorassero per avere le ventimila leghe sotto i mari e il giardino segreto, di cui sarebbero altrimenti state sprovviste?
Probabilmente lo scopriremo vivendo.
Intanto resta in sospeso la questione del raddoppio, che ci dicono scatterà in Febbraio. Forse.

*sì, avevano chiesto una lista di desiderata. No, non l'avevo mandata perché ero convinta che da loro non sarebbe andato alcun genitore. Capita di sbagliare per eccesso di preveggenza (o, più esattamente, di stupidità)
**No, Benni mi piace molto, almeno quel che ho letto. Tranne Bar Sport, che mi ha annoiato a morte. Capita.

sabato 29 ottobre 2016

E' il genitore un agrume succoso / ed ognuno ne brama uno spicchio

Una fresca e dissetante riunione di genitori, pronti per essere spremuti

Quest'anno #ioleggoperché, la campagna promossa dall'Associazione Italiana Editori per diffondere la lettura, è indirizzata (anche) alle biblioteche scolastiche.
Siccome l'iniziativa godeva dell'appoggio delle Alte Sfere della scuola la nostra disastrata segreteria, in un poderoso sforzo di efficienza,  è riuscita a mettermene al corrente  con un rispettabile anticipo invece di avvisarmi due giorni dopo la scadenza definitiva come è solita fare; e il fatto che una volta tanto fossi già informatissima sulla faccenda per vie private è un dettaglio del tutto secondario. 
In effetti mi ha fatto piacere vedere che, lentamente ma in modo continuativo, nelle viscere della scuola si va diffondendo la consapevolezza che nella scuola media di St. Mary Mead esiste una biblioteca che vive e lotta insieme a noi.

In verità la biblioteca esiste, ma l'anno per lei è iniziato proprio male: solo poche, fortunate classi sono riuscite a farci almeno una visita per prendere libri, perché la poverina era perennemente invasa da tecnici che cercavano di far funzionare una rete che a tutt'oggi si rifiuta ostinatamente di fare il suo dovere per tempi più lunghi di due giorni. 
E assolutamente nessuno tranne me ha potuto vedere le due scatole di nuovi libri che la scuola ha alfine acquistato dopo lunghe insistenze, più qualche regalo sparso arrivato alla spicciolata più la nuova serie del Giralibro, perché ancora non sono riuscita a catalogarli.
E tutto ciò è assai irritante, ma non cancella il fatto che la biblioteca stia effettivamente prendendo forma e garbo: addirittura, quest'anno, una volta conclusa definitivamente  l'invasione dei tecnici, dovrebbe partire un pingue orario di apertura di ben due ore a settimana, in virtù del mio indefesso stakanovismo e soprattutto di un ora del mitico potenziamento della Buona Scuola, che si è infine degnata di fornirci almeno un ritaglio di ore di Lettere (oltre alla cattedra aggiuntiva di Arte che è stata subito fagocitata da un Grandioso Progetto assai artistico).

Ma torniamo a #ioleggoperché.
L'iniziativa si presenta con l'assai eroico titolo di Pronti a tutto per donare un libro ed ha anche il suo bravo banner:
che ha se non altro il pregio di descrivere con una certa chiarezza il procedimento.

Prima di tutto la scuola si iscrive all'iniziativa. 
Poi, sempre la scuola, sceglie tre librerie con cui gemellarsi, dall'elenco di quelle che hanno accettato di partecipare. 
E qui cominciano i problemi, per le piccole scuole di paese. 
Mi rendo conto che in città tutto è più semplice, specie se la città è Firenze, dove notoriamente le librerie non mancano (anche se, ahimé, sono meno di un tempo e quelle più belle e storiche sono quasi tutte scomparse). Ma, per l'appunto, St. Mary Mead è un paesello, e librerie non ne ha. Ci sono sì un paio di cartolibrerie, una delle quali tiene sempre in vetrina una mezza dozzina di titoli che rivelano un certo gusto nella scelta - ma, naturalmente, a gemellarsi non ci avevano nemmeno pensato, anche perché probabilmente del tutto ignare dell'evento in corso.
A Lungacque, il paese dove abito e che dista pochi chilometri da St. Mary Mead, di librerie ce ne sono invece ben tre, piuttosto fornite, e all'apparenza sembrano godere di una discreta salute. Una sola di loro però era gemellabile. Nei due grandi paesi più vicini le librerie non erano gemellabili, e insomma, per le altre due toccava rivolgersi a Firenze.
Così ne ho scelte un paio vicino alla stazione ferroviaria, con molti dubbi; i quali dubbi, sia chiaro, non erano rivolti alla qualità delle librerie, entrambe assai note e degne di ogni stima,  bensì alla effettiva possibilità che qualche genitore fosse disposto a farsi il viaggio necessario al solo scopo di andare a comprare  libri da regalare alla nostra biblioteca scolastica.
Perché, in sintesi, l'iniziativa consisteva appunto in questo: si potevano comprare libri da regalare alla biblioteca scolastica, in un arco di tempo di circa dieci giorni, con il vantaggio che gli editori, per ogni libro acquistato dai munifici genitori, ne avrebbero donato un altro alla biblioteca.
Ho cercato invano indicazioni su come sarebbero stati questi ipotetici libri in omaggio: scelti dalla scuola? Dai librai? Dall'Associazione Italiana Editori? Proporzionati al prezzo dei libri acquistati? Non è specificato in nessun modo.

#ioleggoperché ha messo a disposizione in rete un certo numero di banner, e una locandina in A3 - e già lì si andava oltre alle modeste possibilità della nostra scuola, che non ha una stampante per fogli A3. In A4 comunque sia i banner che il volantino rifiutavano ostinatamente di farsi stampare. 
Forse perché consapevoli di non essere un granché?





Magari un giorno qualcuno mi spiegherà perché nelle campagne pubblicitarie pro-lettura il lettore debba sempre apparire come un perfetto deficiente, ma se lo farà gli serviranno un bel po' di argomenti per convincermi che questo sia materiale pubblicitario valido.
Bello o brutto che sia (e a me pare decisamente brutto) non si capisce comunque perché fosse così complicato da stampare. Non sono una grafica né un fulmine di guerra informatico, ma non sono nemmeno più imbranata della media: quel che non riesce a me lascia a piedi anche molti altri, senza contare che al momento nelle scuole quasi tutti si arrangiano con il personale che hanno, il che obbliga a limitare molto le pretese sui requisiti necessari (e anche sulle attrezzature necessarie).

La propaganda vera e propria comunque dovevano farla le scuole, col passaparola e simili. E solo le scuole potevano farla, perché l'iniziativa non ha fatto molto parlare di sé in giro. 
Giusto perché ormai ero in ballo e per onor di bandiera ho stampato uno dei banner orizzontali, a prezzo di eroici sforzi e di molte imprecazioni, e l'ho usato come intestazione per un volantino che ho fatto fotocopiare e distribuire nelle classi, giusto perché a quel punto tanto valeva provarci e se l'esperimento avrà un futuro (cosa di cui personalmente dubito) in questo modo ho aperto il solco di una tradizione.
E poi è tutta esperienza, immagino.

Tuttavia secondo me l'iniziativa ha un problema di base: poggia sul consueto assunto dei genitori visti come agrumi da spremere.
Vediamola dal punto di vista dell'agrume, voglio dire del genitore.
E supponiamo, per amor di dialettica, che l'agrume in questione sia un genitore, o anche un alunno, molto amante della lettura: grazie a questa grandiosa iniziativa egli, o ella, gode del  mirabile privilegio di comprare dei libri per regalarli a una biblioteca scolastica - una cosa, peraltro, che può fare esattamente allo stesso prezzo ogni mese dell'anno e ogni qual volta gliene punga vaghezza.
In cambio cosa ne ricava?
Il piacere di fare un regalo alla biblioteca in questione, e nient'altro - niente sconti, o facilitazioni su futuri acquisti, o punti su eventuali tessere fedeltà legate all'iniziativa, o omaggi di un qualsiasi tipo. Niente di niente di niente.
Quindi la scuola di turno, dopo avere sfinito il genitore con gli acquisti dei libri di scuola, di attrezzature varie e pure del famoso contributo volontario (che da qualche tempo, mi dicono, i genitori stanno prendendo l'abitudine di scegliere volontariamente di non pagare) ad anno scolastico appena iniziato, richiedere altri soldi per i libri della biblioteca.
Lasciamo perdere il fatto che in Italia la maggior parte delle famiglie legge poco; ma anche quelle famiglie dove si legge molto e che in libreria ci vanno spesso e volentieri, se devono spendere soldi per dei libri, non preferiranno forse spenderli per comprare qualcosa per la libreria dei loro figli invece che per la biblioteca scolastica che, infine, è la biblioteca di una scuola pubblica e dunque dovrebbe essere sovvenzionata dallo Stato, come tutto ciò che riguarda la scuola pubblica?
Oso dire che è possibile. Sì, ritengo possibile ciò. 
Aggiungo che io stessa, se fossi un genitore, probabilmente mi comporterei così.
Per questo di solito le Mostre del Libro a scuola funzionano bene: i ragazzi si scelgono per proprio diporto dei libri che li ispirano (e che i genitori pagano) e una parte dell'incasso si trasforma in omaggi per la biblioteca della scuola. E' un meccanismo virtuoso, dove tutti ricavano qualcosa e nessuno ci rimette. Le famiglie, ad esempio, ci mettono dei soldi ma ne ricavano un po' di libri e un figlio almeno temporaneamente di buon umore - una cosa, quest'ultima, che corre voce i genitori apprezzino moltissimo e per la quale spendono sempre volentieri avendone la possibilità.
Non so se un acquisto per la biblioteca di scuola innescherebbe lo stesso circolo psicologico virtuoso, anche perché la biblioteca della scuola è costruita con criteri diversi dalla libreria di casa - e in effetti serve anche scopi che vanno oltre al "prendiamo un buon libro per rilassarci o smaltire questa giornata che è andata proprio storta". La famiglia compra un libri a tastoni, su indicazione della scuola o dei librai, non ha nessuna certezza che il figlio ne beneficerà in qualche modo e l'unica, modesta soddisfazione che ne ricava è di aver tappato una falla dello stato.
Mah.

Naturalmente una scuola con grossi numeri, uno zoccolo duro di studenti abituati ad andare per librerie e una biblioteca ben organizzata e perfettamente funzionante potrebbe ricavarne qualcosa, o anche più di qualcosa, con un accorta opera di propaganda; in effetti dalla classifica dei risultati risulta che una manciata di queste scuole c'è, e ha tratto buon frutto da questa campagna acquisti. 
Tuttavia la gran parte delle biblioteche scolastiche non se la passa molto meglio di quella di St. Mary Mead ed è parimenti gestita in modo assai acrobatico da insegnanti che se ne occupano nei ritagli di tempo e con gran sfoggio di volontariato, spesso senza tempo o competenza da dedicare ad operazioni di marketing e con bacini di utenza decisamente ridotti.
E infatti a un giorno dalla scadenza la classifica nazionale comprende 108 biblioteche scolastiche, di cui le ultime 8 hanno nel carniere un libro, e le ultime 21 hanno ottenuto dai cinque libri in giù. Non mi sembrano esattamente grandi numeri. E sospetto che di questa iniziativa abbiano beneficato le biblioteche che già funzionano, più che quelle che si arrangiano alla meno peggio.

Come usa dire in questi casi, l'idea di fondo ha delle potenzialità ma presenta notevoli margini di miglioramento.

venerdì 30 ottobre 2015

La valle dell'orco - Umberto Matino



Del libro che questa settimana vado a presentare per il Venerdì del Libro non avrei probabilmente mai sentito parlare se non fosse stato citato da Bridigala nell'ambito del torneo di citazioni letterarie Cita-un-libro che quest'anno, nel passaggio tra inverno e primavera, ha folleggiato su iniziativa della povna in un gruppo di blog nell'ambito della più vasta iniziativa #ioleggoperché.

Così citava Bridigala:

"E perché mai costui si era impiccato?" mi domandai.
Per scoprirlo non restava che leggere il libro - cosa non facilissima perché, messe insieme  tutte le biblioteche dei dintorni c'era a disposizione solo una singola copia; in compenso il libreria si trova con facilità, e infatti penso che lo comprerò. 
Qua in Toscana in effetti è piuttosto sconosciuto, ma nel nord Italia gode di una certa notorietà e di assai buona reputazione: pubblicato nel 2007 da un esordiente, si è rivelato un longseller grazie al passaparola - insomma, chi lo ha letto ne ha parlato bene in giro, lo ha regalato e prestato eccetera (in effetti anch'io sto facendo proprio questo);  e tuttora continua a vendere, insieme ai libri che l'autore ha pubblicato in seguito.
Siccome in questo caso la vicenda proprio non si può raccontare, perché il lettore deve scoprirla nell'ordine che l'autore ha deciso per lui, parlerò... già, di cosa parlerò?

Siamo nell'autunno del 1994 e un triste giorno un ingegnere assai inquadrato scopre che il suo più caro amico, Aldo, si è impiccato, lasciandolo erede dei suoi beni. Per capire come e perché l'amico si è impiccato, e soprattutto perché l'ha nominato erede, l'ingegnere, tale Carlo, si reca nello sfigatissimo paesino citato qui innanzi e in seguito anche nella contrada dove l'amico, reduce da un pesante attacco di depressione, aveva preso casa - un angolino nelle Prealpi non privo di un suo rustico fascino, ma decisamente lontano dal mondo. Lì, in uno di quei villaggetti di montagna che vanno a morire perché i giovani si sono stabiliti tutti a fondovalle, Carlo prende possesso della casa dell'amico, guardato con fiero sospetto e non eccessiva cortesia dai pochi abitanti: chi è quell'estraneo, cosa vuole, cosa rompe, di che s'impiccia?
Pure, nella casetta che Aldo ha praticamente ricostruito con l'aiuto dei suoi nuovi amici del paese (lui no, non era stato guardato con grande diffidenza, anzi accolto volentieri e con grande ospitalità, tanto che gli abitanti lo consideravano quasi uno di loro), Carlo trova, ben nascosta, una lunga lettera dell'amico e un ancor più lungo diario.

Una lunga lettera e un ancor più lungo diario lasciato in un luogo ben nascosto da un caro amico morto, una sorta di estremo viatico. Ho sempre desiderato leggere un romanzo con questi ingredienti, possibilmente ambientato in montagna, in uno di quei paesini dove all'apparenza non c'è niente da scoprire ma dove un  passato lontano e misterioso getta lunghe ombre inquietanti...

Ecco, questo è un libro inquietante, e via via che prosegue la storia lo diventa sempre di più.
Una lettura perfetta per le lunghe e fredde serate d'autunno, quando grosse zucche color arancio aspettano con pazienza di essere scavate e illuminate spettralmente con una candela che conferisca un apparenza inquietante a tutto quel che ci circonda.
E' un giallo, con un mistero che aspetta di essere spiegato, ma non c'è dentro nulla di davvero soprannaturale - tranne, forse, un pizzico di atmosfera... no, facciamo due pizzichi, e abbondanti. Tuttavia, in un certo senso, è una storia di fantasmi. Fantasmi veri, quelle presenze che vagano senza dare né trovare pace e che tutti nascondiamo nell'armadio, cercando di dimenticare con tutte le nostre forze che stanno là dentro, e di cui neghiamo l'esistenza con falsissima disinvoltura. 

Bene, ho detto anche troppo. Non è un horror, non è una vera storia di fantasmi, ma è sicuramente un gothic novel. Molto adatto da mettere sotto la zucca.

Con questo lugubre post partecipo ai Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture e una lugubre notte di Halloween.

sabato 25 aprile 2015

Cita-un-libro - #ioleggoperché 10bis (Fuori Concorso)

In chiusura di torneo, mi piace ricordare il punto più alto raggiunto nell'arte del romanzo: Jane Austen.
Grandissima scrittrice ma anche appassionata lettrice, così Jane Austen parla di un tipo di lettura ai suoi tempi piuttosto sottovalutato: il romanzo, appunto


... e quelli scritti da lei sono proprio così.

Haeretica - #iononleggoperché

Dentro un libro si può trovare di tutto. E non sempre ciò è un bene

In occasione della Giornata Internazionale del Libro quest'anno è stata deciso di avviare una complessa iniziativa nomata #ioleggoperché, che aveva come obbiettivo principale l'avvicinamento dei non-lettori, in Italia assai più numerosi che nel resto dell'Europa, a un oggetto sconosciuto detto libro nella nostra lingua. 
Tale iniziativa è stata naturalmente oggetto di numerose polemiche (ché davvero non esiste che fai qualcosa, anche qualcosa che non fa male a nessuno, e non ti criticano quantomeno spiegando che ben altrimenti la faccenda avrebbe dovuto essere condotta). Per esempio ci si è lamentati che fosse un iniziativa promossa dall'Associazione Editori Italiani (e chi l'avrebbe dovuta promuovere, il Consorzio per la tutela del Brunello di Montalcino?) dunque mossa non da puro amore per la cultura ma dall'intento di vendere più libri - e in effetti ci si aspetterebbe, da un editore, che scappi inorridito alla sola idea di vendere libri e farsi pubblicità - ma si sa che al giorno d'oggi la gente non guarda altro che ai soldi.
E ci sono state anche le consuete lamentele sul libro ridotto a merce e bene di consumo (quasi ci fosse qualcosa di male ad essere una merce o un bene di consumo. Ma forse chi si è lamentato di questo vive solo dei prodotti spontanei della terra e di manna celeste, sdegnando bistecche, ciliegie e zucchine e vestendosi unicamente di foglie di fico made in Heaven).

Ci sono poi state anche critiche rivolte al meccanismo di base, in base al noto principio che  Come Fai Sbagli, e, ovviamente, ai titoli scelti, perché  mancavano questo o quell'autore di gran rilievo, bellezza e importanza - per quanto, è chiaro che se scegli 24 titoli saranno ben di più i titoli che non hai scelto, senza contare che, a prescindere dagli intralci che i compilatori della lista possono aver incontrato, per forza di cose erano Lettori, e dunque nella condizione più ardua per compilare una lista perfetta per adescare i Non Lettori.
Molto più sensato mi è parso un piccolo intervento che domandava perché i 24 titoli scelti fossero tutti romanzi, con l'unica eccezione di un testo che non è vera e propria narrativa ma che di narrativa parla, ovvero Come un romanzo. L'editoria non si basa solo sulla narrativa, osservava costui, anzi la narrativa è solo una piccola parte dell'editoria: un quarto a malapena. Di fatto anche noi lettori cosiddetti "forti" non leggiamo solo narrativa.

Nelle campagne pubblicitarie pro-lettura il Lettore è sempre presentato come un personaggio positivo (e siam d'accordo che presentarlo come un povero scemo non sortirebbe grossi risultati) ricco di immaginazione, capace di immedesimarsi con i suoi personaggi preferiti e di vivere le loro vite. Venite con noi, sarete Anna Karenina e Pierre Bezuchov, sarete Julien Sorel e la contessa di Sanseverino, sarete Frodo e Voldemort e la regina dei Caraibi, diventerete intelligentissimi e colti e viaggerete per pianeti sconosciuti, foreste incantate e mari in tempesta, a bordo di vascelli maledetti, aerei dirottati e meravigliose creature alate. Mai uno che dica: venite con noi e imparerete a liberarvi dei sensi di colpa, a mangiare vegano, a trombare meglio e scoprirete come vivono le formiche e i tassi, com'è nato l'universo, cosa visitare a Parigi e perché Hitler ha perso la guerra e dio non esiste (o esiste). 

I Lettori amano pascersi di nobili citazioni che inneggiano al valore aggiunto conferito dalla lettura (incrementando così il loro tasso di autostima) e che descrivono il mondo incantato che si apre agli occhi del Fortunato Che Legge (letteratura) rispetto alla vita squallida e deprimente condotta dal Poveretto Che Non Legge (letteratura). Tutto ciò è molto autoreferenziale, un tantino patetico e piuttosto irritante per chi dispone di uno spirito polemico forte come il mio - e lo spirito polemico, temo, si sviluppa in assoluta parità tra lettori e non lettori, senza indulgere a sciocche distinzioni; il che può forse spiegare perché queste campagne pubblicitarie funzionano peggio di quelle per dentifrici e smartphone: come vi permettete di dire o far capire che sono  una persona insulsa e priva di creatività e immaginazione solo perché scanso i vostri pidocchiosissimi libri? O di sostenere che al contrario sono intelligente e creativa solo perché leggo? Forse che mi va in pappa il cervello, se non leggo? Da quando in qua intelligenza e creatività viaggiano solo su carta stampata? E siamo sicuri che voi, sì, proprio voi che tranciate giudizi su chi legge e chi non legge, siate così incredibilmente intelligenti, indipendentemente dal numero dei libri che avete letto (basso, a giudicare dalla qualità delle vostre deduzioni)?
In effetti intelligenza e creatività esistono da ben prima dell'invenzione della scrittura, e anche l'amore per le storie è assai precedente. Il lettore (di narrativa) è essenzialmente una persona che preferisce leggere per conto suo una storia piuttosto che sentirsela raccontare da qualcuno o vederla raccontata per immagini (o sentirla descrivere attraverso la musica e le parole cantate). Va abbastanza di moda dire che leggere una storia stimola la partecipazione attiva del lettore, mentre vederla rappresentata no - ma ammetto che mi è sempre parsa una stupidaggine: se è vero che leggendo sei costretto a immaginarti certe cose che non vedi, vedendo sei parimenti costretto a interpretare quel che non ti viene detto (i pensieri o i sentimenti dei protagonisti, per esempio). Qualsiasi serie di telefilm può suscitare discussioni, dibattiti e percorsi creativi quanto e più di qualsiasi romanzo. Sono storie, chi ama le storie ci ricama sopra, indipendentemente dal mezzo con cui le storie vengono raccontate. Per la gran parte della sua vita su questa terra l'umanità non ha letto - nondimeno qualcosa ha combinato, a quel che ci risulta, né si è fatta mancare storie cui appassionarsi.

Un essere umano che non legge funziona benissimo lo stesso. Certo, se l'essere umano che non legge è italiano potrebbe essere interessante indagare se si tratta di una persona che non legge perché a malapena sa che esistono i libri. In un paese come il nostro, che sconta ancora il ritardo con cui la carta stampata è arrivata a portata della gran parte della popolazione, il dubbio è legittimo; ma non c'è nessun motivo di guardare dall'alto in basso una persona che, cresciuta in un ambiente culturale decorosamente ricco, ben
istruita negli anni di scuola, messa saldamente in condizione di leggere e scrivere correttamente e che si è vista propinare durante il suo percorso scolastico una vasta scelta di testi letterari e non letterari, avendo a disposizione adeguata scelta di librerie e biblioteche, liberamente decida che di leggere non gliene frega un accidente. 
Sarebbe insomma auspicabile un approccio più rispettoso e meno missionario che facesse leva sul fatto che leggere, il semplice e banale atto di leggere, prima di stimolare la creatività e ampliare l'intelligenza (detto e non concesso che lo faccia, e da lettrice abituale circondata da molti lettori abituali qualche dubbio ce l'ho) prima di tutto fornisce informazioni (anche false e tendenziose) di vario tipo.

lunedì 20 aprile 2015

Cita-un-libro - #ioleggoperché 10 (Fuori Concorso)

Siamo ormai giunti alla decima sessione del torneo di citazioni ideato dalla povna nell'ambito dell'ampia iniziativa di #ioleggoperché - e questo vuol dire che sono ormai passati due mesi e mezzo da quando abbiamo cominciato a duellare a colpi di citazione e la Giornata Internazionale del Libro è ormai alle porte.
Per tutta la settimana dunque si parlerà di lettura, e possiamo concorrere con tutte le citazioni che vogliamo, anche se non ci sarà vincitore - e del resto questo non è stato mai un torneo troppo competitivo, anche se i partecipanti hanno combattuto con ardore e dispiegato gran copia di ingegno e cultura.
L'ultima vincitrice, per la nona sessione, incoronata da Wolkerina, è appunto la povna, e da lei vanno depositati i link che rimandano alle citazioni di questa settimana.

Ma veniamo alla mia citazione: ho scelto di parlare di una persona che ha grandemente contribuito alla causa della lettura, anche se non ha mai scritto libri (e vedremo poi perché): non solo perché su di lui sono stati scritti immani quantità di testi a carattere storico, e non solo perché ha dato non piccolo contributo alla letteratura epica e ispirato gran copia di romanzi, ma anche per alcuni interventi di notevole portata che ha avviato sul piano tecnico della lettura: infatti dietro sua ispirazione è stata inventata una scrittura libraria chiara e armoniosa (littera carolina, secondo alcuni; littera antiqua secondo l'isolato ma assai competente prof. Emanuele Casamassima che ha illuminato di sua scienza almeno due generazioni di studenti all'Università di Firenze, tra cui la sottoscritta) - perché per leggere è ben necessario che qualcuno prima abbia scritto. Inoltre riunì alla sua corte un bel gruppo di studiosi che, tra le altre cose, riformarono il latino, che dai tempi dell'impero romano era andato assai dirazzando, e lo riavvicinò alla lingua usata da Livio, Virgilio e Cicerone; perché non va dimenticato che, se per leggere occorre che prima qualcuno abbia scritto, per scrivere serve una lingua da mettere sulla carta.

Insomma, Carlo Magno amava molto le belle lettere. Eppure, ci racconta il suo biografo Eginardo, non imparò mai a scrivere bene, e non perché non ci avesse provato:

Per maggior sfoggio di erudizione, citerò anche il passo in latino:

Carlo Magno non si può certo definire una persona priva di intelligenza e di cultura: l'organizzazione del suo impero è ancora oggi famosa e le sue leggi erano fatte con criterio. Parlava diverse lingue tra cui il latino, in cui si esprimeva con la stessa facilità che nella lingua materna. Studiò con molta cura dialettica e retorica (anche astronomia, ma qui ci interessa meno) e, ci dice Eginardo, "sapeva esprimere molto chiaramente ciò che voleva", che per un sovrano è cosa assai importante. Inoltre contribuì largamente a diffondere le lettere e a corte era tutto un profluvio di codici manoscritti dei più vari generi. Eppure non riuscì mai a imparare a scrivere - e forse nemmeno a leggere, visto che Eginardo sorvola garbatamente sulla questione.
Non era persona che non sapesse impegnarsi, quando il caso lo richiedesse. Non era persona usa a "volere e disvolere", non era noto per la sua incostanza e sapeva esprimersi più che bene. Eppure non venne mai a capo della scrittura semplice e chiara ideata per sua iniziativa, che tanto ha contribuito e contribuisce tuttora alla diffusione della lettura e che è quella che tuttora adoperiamo, con qualche piccola variante, per stampare i nostri libri. 
Poco più di venti lettere più qualche legatura. Ma lui non riuscì mai a padroneggiarla in maniera soddisfacente. Se ci provò pur senza vera necessità (aveva senz'altro a disposizione lettori e segretari in abbondanza) vuol dire che desiderava imparare, ed era uomo abituato a portare a termine quel che aveva iniziato.

Alla mia perversa mente di insegnante si affaccia un dubbio: che fosse dislessico?

domenica 19 aprile 2015

Mostre del Libro e Mostri del Libro (considerazioni sparse di dubbia levatura)


La Mostra del Libro della Scuola Media di St. Mary Mead si è infine conclusa, dopo una settimana di duro lavoro. 
L'organizzazione stavolta è stata più efficiente: sulla base dell'esperienza dell'anno scorso i volantini sono stati preparati rapidamente e senza intralci, come i poster, e la scuola ha fatto bene la sua parte.
Molto meno la libreria prescelta, che nel frattempo ha cambiato gestione - e ben lo si è visto.
Nei due anni scorsi verso le nove di mattina arrivava un fulmine di guerra che, coadiuvato da una piccola truppa scelta di alunni da lui richiesti e da noi amorevolmente selezionati, nel giro di poco più di un ora allestiva i tavoli nel migliore dei modi. Alle undici portavamo le prime classi ad una non meglio definita "lettura animata" dove il fulmine di guerra in questione blandiva gli alunni presentando vari volumi e leggendo loro passi scelti dai medesimi.
Verso l'una il fulmine di guerra ci lasciava e le prime classi già scendevano in gita turistica. Le vendite iniziavano immediatamente.

Stavolta sono arrivati due topi singolarmente imbranati che non hanno voluto l'aiuto dei ragazzi e hanno finito di montare il tutto un buon quarto d'ora dopo il suono dell'ultima campanella della mattinata. Chiaramente, le vendite sono iniziate solo il giorno dopo. Letture più o meno animate e propagandistiche, nemmeno l'ombra.
Il vero problema però sono stati i libri. C'era una vasta scelta di libri per bambini piccolissimi (avevo chiesto qualcosina per eventuali fratellini minori e nipotini delle colleghe, come tutti gli anni; ma, appunto, qualcosina, non un tavolo pieno); più una bella scelta di libri su questioni didattiche e rapporto genitori-figli (anche per quelli c'era qualcosina anche gli altri anni, ma mirato soprattutto alla dislessia, cavallo di battaglia della libreria e Grande Punto Interrogativo per le scuole tutte) di cui è stato venduto un libro a un insegnante di sostegno - che sta cercando invano da una settimana di riavere i soldi dalla scuola, visto che per la scuola l'ha comprato, e non per il tinello di casa sua - e non disperiamo, nonostante tutto, che col tempo e la pazienza ci riesca. Poi una sezione di scienze adattissima a bambini tra i sette e i dieci anni, una serie di libri da cucina per bambini (?) - e ne abbiamo piazzati ben due - più una serie di non-libri con tecniche per smaltarsi le unghie e simili (assai guardati ma non acquistati) e una vasta scelta di classici per ragazzi, di quelli che allietavano le nostre letture una cinquantina di anni fa. Non li avevo assolutamente richiesti perché la biblioteca di scuola è assai fornita di Verne, Salgari, Twain e simili (è facilissimo trovarli in regalo); ne abbiamo comunque venduti tre, più una Capanna dello zio Tom che ci mancava e che ho preso per la biblioteca.
C'erano poi due tavoli su sei dedicati a letture prettamente adolescenziali. E grazie al cazzo.
In questi due tavoli non c'era l'ombra di Harry Potter né di Hunger Games né alcun libro di Paul Dowswell, Lia Levi, Neil Gaiman, Licia Troisi, Cornelia Funke, Silvana Gandolfi, Jacqueline Wilson, Isaac Asimov, Paul Van Loon, Silvana De Mari.... Michael Ende. E nemmeno Agatha Christie, se vogliamo dirla tutta.
Non c'erano nemmeno i libri che avevo chiesto, come Maus, Flavia de Luce nel campo di cetrioli, l'Evoluzione di Calpurnia o Io sono Malala (che nella nostra scuola è figura popolarissima). Non c'era l'ombra di un hobbit, anche se a questo punto mi sembra il minore dei mali.
C'erano la Ladra di libri e grande abbondanza dei romanzi di Green, ma a questo punto mi sorge il dubbio che ci fossero solo perché mi ero ricordata di chiederli (e infatti Green è andato come il pane).
C'erano nove libri nove della Salani, quattro dei quali per l'infanzia. In compenso c'era una vastissima scelta delle edizioni San Paolo e un po' di roba della Giunti - d'accordo, sono due case editrici che stanno facendo delle buone scelte nella letteratura per ragazzi, ma insomma non mi potete fare una mostra del libro per ragazzi con nove libri nove della Salani, e oltretutto di questi nove uno è l'Ascensore di Cristallo illustrato (peraltro unica presenza di Dahl su quei tavoli) e uno è un libro sulla Costituzione che fa venire il latte ai ginocchi (e qualcosina la dovrà pur cannare anche la Salani, ogni tanto).
Naturalmente mancavano anche le Brutte Scienze e le Brutte Storie. Eccerto, sono Salani pure quelle. 

Quando ho chiesto come mai non c'era nemmeno Harry Potter (che non mi ero preoccupata di chiedere dando per scontato che l'avrebbero portato) ho avuto due risposte diverse da due commesse diverse: una ha detto che era una scelta gestionale della libreria non avere Harry Potter né Geronimo Stilton (al che sorge spontanea la domanda "Ma siete scemi?") mentre l'altra ha infilato una storia su problemi di distribuzione, perché avevano cambiato fornitore - più credibile la seconda, in effetti, ma vai a sapere se almeno una delle due è vera.
Sta di fatto che a St. Mary Mead quest'anno la mostra del libro della scuola media è stata fatta con i fondi di magazzino, i ragazzi si sono lamentati che "non c'era niente" e che "l'anno scorso era meglio" (vere entrambe) e abbiamo incassato il 25% in meno invece di fare il 10% in più come l'anno scorso, senza contare che la biblioteca di scuola ha avuto meno libri in omaggio visto che gli omaggi ce li danno in percentuale, e di scienze non abbiamo potuto comprare nulla perché nulla c'era da comprare. E tutto ciò mi ha alquanto irritato.

Non per questo ho demorduto, anzi mi son subito detta "Guardiamo a chi altri possiamo rivolgerci per organizzare la mostra del libro l'anno prossimo". 
Un viaggio su Google con un paio di stringhe di ricerca ad hoc mi ha però svelato una realtà meno allettante del previsto: abbiamo sì una certa scelta di librerie specializzate per ragazzi (quattro, una delle quali però non è ben chiaro se esista ancora), ma più che libri per ragazzi ho visto che puntano molto sui libri per bambini, settore assai fiorente nella disastrata editoria italiana. Anche i numerosi eventi che organizzano puntano soprattutto sull'avvicinamento dei bambini alla lettura, si suppone in base al criterio che il lettore va catturato appena possibile, meglio se assai prima che abbia imparato a leggere. Anche le mostre del libro, ho avuto l'impressione (e mi piacerebbe molto essere smentita da qualche addetto ai lavori che conoscesse bene il settore invece di andare a tastoni come me) sono eventi assai più comuni nelle scuole elementari che alle medie.
Infatti, con mia grande perplessitudine, vedo che siamo stracolmi di libri - anche molto belli - che sono quasi senza testo ma con brillantissimi disegni, pop-up ed effetti grafici di grande richiamo, come quel delizioso libro di animali con le orecchie in pelliccia (sintetica, immagino) che qualche ragazzo mi ha portato a far vedere. "Prof, ma a chi può interessare un libro così?". Un attimo, e già stavo ad accarezzare le varie orecchie "A me, temo, se non me lo portate subito via" ho risposto. E per fortuna me lo hanno gentilmente sottratto, altrimenti adesso in casa avrei un libro con orecchie in pelliccia da accarezzare - il che mi porterebbe a trascurare indegnamente le belle orecchie delle micie di casa.

Molti genitori, desiderosi di accostare per tempo i loro pargoletti ai piaceri della lettura, devolvono notevoli cifre all'acquisto di questi deliziosi gadget, e i bambini mostrano di gradirli assai. Tuttavia, per quanto questi oggetti siano piacevoli e ben fatti, non sono sicura che rappresentino un effettivo incoraggiamento alla lettura in età più avanzata. Sono senz'altro ottimi giocattoli e va benissimo che i bambini ne abbiano a vagonate, ma non credo costituiscano un effettiva garanzia che la creaturina che a tre anni carezzava le orecchie in pelliccia sintetica dell'orsetto a tredici si legga Hunger Games, la Bussola d'oro o il Giovane Holden. Senza voler distogliere editori e genitori dalla produzione e dall'acquisto dei libri-giocattolo, mi viene da pensare che il vero lavoro di costruzione del lettore andrebbe iniziato lavorando sui ragazzi dai dieci anni in su, curando cioè quell'età in cui le cose si cominciano a fare non tanto per far piacere ai genitori e agli insegnanti delle scuole elementari (o della prima media) ma perché piacciono a noi stessi medesimi o, al limite, all'amica/o del cuore - insomma quando si comincia a decidere in proprio.
Per questa fascia di età i libri ci sono, eccome se ci sono. Ma in un paese librescamente disastrato come il nostro, dove la maggior parte degli adulti non legge nemmeno il tradizionale libro all'anno, fino a che punto ci si preoccupa di accostare i giovinetti in età di sviluppo a librerie e biblioteche - che ci sono, in abbondanza, ma se non stai in una grande città non sempre sono dietro l'angolo? Fino a che punto ci si preoccupa di formare o aggiornare gli insegnanti di Lettere (e di Scienze!) in merito, o di indirizzare le collane di narrativa per la scuola o le mai tanto vituperate antologie di lettura in questa direzione? Non è questo un compito che possa essere delegato più di tanto alle famiglie, perché la maggior parte delle famiglie non leggono e quindi non possono trasmettere quello che non sanno; ma anche la scuola non sembra all'altezza perché, se molti insegnanti delle elementari sanno destreggiarsi assai bene nel mare dell'editoria per l'infanzia, quando si arriva alle medie le cose cambiano, anche perché non sono molti gli insegnanti di Lettere che amano effettivamente la lettura e soprattutto la narrativa per adolescenti ma soprattutto perché non si tratta tanto di consigliare, quanto di far avvicinare i ragazzi alla tavola imbandita perché decidano cosa vogliono mangiare, o anche solo che mangiare non gli va, ma con cognizione di causa e vasta possibilità di scelta qualora decidessero eventualmente di mangiarsi almeno un paio di tartine o un cioccolatino.