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giovedì 25 aprile 2019

25 Aprile ovvero il giorno del Maiale Cremisi

"Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale" proclama Porco Rosso

Quando ero bambina il 25 Aprile per me era un giorno di vacanza. 
Evviva, non si va a scuola!
Perché non si va a scuola?
Boh, c'è una di quelle feste di storia.
Prima o seconda guerra mondiale?
Mah, mi pare seconda...

Non ci facevamo 'ste gran domande, anche se gli adulti un po' ci tampinavano per raccontarci di che si trattava. 
Ce lo raccontavano ogni anno, noi ascoltavamo con educazione e poi lo dimenticavamo pochi giorni dopo.* Gli adulti invece sembravano prendere la cosa molto più sul serio. Per loro non era storia, erano ricordi, nemmeno troppo lontani. Eravamo alla fine degli anni 60, inizio dei 70. Intorno a noi abbondavano le commemorazioni, i ricordi commossi eccetera. 

Più avanti per me le cose cambiarono, e il 25 Aprile diventò il giorno del compleanno della mia amica del cuore. Regalo da scegliere con cura, torta con candeline eccetera. Sua madre che diceva "Per me è stato davvero il giorno della liberazione" perché la sua gravidanza era durata quasi dieci mesi, e comprensibilmente l'ultimo mese era stato decisamente sul faticoso (a quei tempi non si precipitavano a farti il cesareo al primo giorno di ritardo, e del resto non so perché avrebbero dovuto: la mia amica nacque forte e sana, solo si era presa il suo tempo per fare le cose per bene).

Adesso le cose sono cambiate: l'amica l'ho persa di vista da più di vent'anni, anche se tutti i 25 Aprile ripenso a lei.
In compenso quando arriva il 25 Aprile tutti intorno a me litigano. Non soltanto i politici, che passi. No, un sacco di gente molto più giovane parla e straparla del 25 Aprile e l'ha trasformato in una saga fantasy imbottendolo di leggende metropolitane.
La generazione dei miei padri l'ha vissuto, e se lo ricorda bene anche se è in via di estinzione; e anche se dopo settanta e più anni nessuno ricorda mai bene niente, perché sopra i suoi ricordi si è stratificato di tutto e di più.
La mia generazione l'ha vissuta come una cosa che non mordeva: era finita la guerra, quindi tutti erano contenti. Comprensibile, perché gli ultimi due anni erano stati davvero un bel casino. La guerra era finita e amen. 
Festeggiamo la fine della guerra? 
Massì, certo che la festeggiamo. Ci mancherebbe.
La generazione successiva ne ha fatto una roba stranissima su cui ogni anno ci si deve necessariamente accapigliare. E non è cominciato quest'anno, no, è cominciato quando Alleanza Nazionale, nata sulle ceneri del Movimento Sociale Italiano a sua volta nato dalle ceneri del disciolto partito fascista salì al governo nel 1994. Com'è comprensibile, sulla fine della seconda guerra mondiale aveva idee leggermente diverse da quelle di altri partiti. E voleva il revisionismo. Che non era, come pensavo ingenuamente agli inizi, una giusta rivisitazione della storia ad acque calme per rifare il punto della situazione, ma qualcosa di più profondo. Molto più profondo.

I partigiani erano cattivi, cattivissimi!
Beh, sì, effettivamente alcuni partigiani non avevano l'aureola.
I partigiani erano solo comunisti / i partigiani non erano affatto comunisti (una a scelta tra le due)
Beh no, veramente i partigiani erano un po' di tutto... alcuni erano perfino monarchici...
E i ragazzi di Salò non erano cattivi!
No, certo, non erano cattivi. Non tutti, almeno. Però avevano preso qualche abbagl...
E i comunisti erano peggio dei fascisti!
Mah, forse, in Russia... ma che cazzo c'entra? 
Anche in Jugoslavia! I partigiani comunisti erano cattivissimi!
Beh, può darsi, ma, di nuovo, che cazzo c'entra con noi?
E poi ci sono state le foibe!
Vero, le foibe non sono state una bella cosa...
Di cui non si parla nei libri di storia delle scuole!
Giusto, rimediamo subito.
E il 25 Aprile l'Italia fu sconfitta!
Eh, sssì, effettivamente dalla seconda guerra mondiale l'Italia uscì sconfitta ma...
Non c'è nessun motivo di festeggiare una sconfitta!
Via, adesso non esageriamo!
eccetera eccetera eccetera.

Da allora il 25 Aprile è diventato un gran tormento, soprattutto per chi ha fatto la stupidaggine di studiarsi un po' di storia; e ogni anno si sentono dire nuove scempiaggini in proposito, soprattutto da politici a caccia di polemiche e di visibilità.
Come per tutti i paesi che hanno fatto una guerra civile, il giorno della fine della guerra  risulta amaro per molti anche se poi dà quasi sempre frutti di notevole dolcezza (siamo sinceri, già il fatto che smettano di spararti addosso segna comunque un certo miglioramento nella qualità della vita).

Gli storici amano con passione la fine della seconda guerra mondiale in Italia e l'inizio della ricostruzione: è una torta a strati dove ogni strato riserva sorprese ancora a settanta e passa anni di distanza, e i documenti sono così abbondanti (soprattutto quelli individuali: epistolari, diari, libri di memorie) da farti quasi morire schiacciato dal gran peso; ma è un dolce peso, come lo era la mia amica per sua madre nelle ultime settimane prima della sua nascita. Purtroppo la manica di invasati che ogni anno parla del 25 Aprile come se fosse stato due mesi fa - inventandosi rancori personali e ingiustizie subite dal dì della sua nascita, rimproverando nel contempo gli ebrei sopravvissuti perché continuano a lagnarsi dei campi di sterminio che non erano esattamente degli alberghi a cinque stelle e si ostinano a insistere che, LORO, durante la seconda guerra mondiale han subito un po' di torti (robetta da poco: qualche deportazione, un po' di morti in famiglia, ecchessaràmai) - crea un tal rumore di fondo da disturbarli nel loro lavoro. Il che è un peccato, perché gli ultimi anni della seconda guerra mondiale in Italia sono stati una vera seccatura per chi li ha vissuti, ma per chi li guarda da lontano, da una tranquilla sala di studio in archivio, sono un soggetto fascinosissimo.
Sarebbe davvero bello che si inaugurasse un nuovo movimento di Resistenza - contro la stupidità, stavolta. Magari a colpi di torsoli di frutta e di verdura o di sguaiatissime risate - perché c'è pur un limite alle sciocchezze che un povero cittadino rispettoso della legge  e della storiografia ha il dovere di sopportare senza ribattere.

Nel breve periodo in cui sul 25 Aprile e dintorni in Italia stava aleggiando un cauto accenno di buonsenso, all'inizio degli anni 90 e più esattamente nel 1992, mentre la fine della seconda guerra mondiale sembrava avviarsi a diventare storia passata e non più storia contemporanea, il grandissimo Hayao Miyazaki creò e diresse lo splendido film a cartoni animati Kurenai no buta che tradotto significa "il maiale cremisi" e che da noi venne tradotto con Porco Rosso, ambientato in Italia fra le due guerre, in cui racconta le non banali vicende di un eroico asso dell'aviazione italiana che diventò (...scelse di diventare?) un maiale rosso, il tutto continuando a fare il pilota d'aereo, ma non più nell'esercito italiano, perché "piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale", unico film storico (beh, storico... cioè, insomma...) che il regista giapponese ha ambientato nella reale geografia politica europea dell'epoca. Per una serie di misteriosi motivi (politici, viene da pensare) il film però in Italia non arrivò, nonostante nel fandom se ne facesse un gran parlare e tutti gli amanti degli anime smaniassero per vederlo. Nel 2003 fu fatto il doppiaggio ma poi il tutto fu lasciato a candire in un angolo finché i diritti del film non scaddero e in conclusione fino al 2010 il film in Italia non si vide, nemmeno in DVD**. E tutto ciò gli ha impedito di conseguire in questo paese l'universalissimo plauso che gli spettava più che di diritto.

Ma ogni anno su Facebook, mentre in tante pagine imperversano in lungo e in largo polemiche e commemorazioni sul 25 Aprile, negli angolini occupati dagli appassionati di anime, nella fatidica data appare regolarmente qualche foto da Porco Rosso, a volte addirittura senza la didascalia "meglio maiale che fascista", ché tanto è implicita.

Buon 25 Aprile a tutti.

*sto parlando del mio piccolissimo entourage, non sto descrivendo l'universale stato d'animo di una generazione. Io e i quattro gatti che avevo intorno, insomma.
**e FINALMENTE potei farlo vedere alle mie Terze, che assai lo gradirono.

martedì 7 luglio 2015

Sulla complessa e delicata questione se sia etico e decoroso per l'insegnante concedere l'amicizia su Facebook agli alunni

Amleto, prence di Danimarca, pondera con grande serietà profonde questioni esistenziali

A lungo in questi anni si è discusso (anche qui) se fosse cosa buona e rispettabile e opportuna per un docente accordare ai suoi alunni l'amicizia su Facebook e, qualora questa amicizia venisse poi effettivamente accordata, di come si dovesse regolare il docente in questione per non venir meno al suo Alto Compito di Educatore. 
Tuttavia le Nuove Tecnologie hanno questo di buono: ti pongono delle domande, ma ti danno anche delle risposte - anche se né le une né le altre sono sempre facilissime da prevedere.

Qualche settimana fa realizzai improvvisamente che, nella Prima Effervescente, nessuno, assolutamente nessuno degli alunni mi aveva chiesto l'amicizia su Facebook, nonostante i rapporti fossero all'apparenza più che buoni.
Così ho fatto un rapido controllo e ho scoperto che (al di là di altri ed eventuali motivi) non me l'hanno chiesta perché nessuno di loro è su Facebook.
Si tratta di una classe altamente informatizzata, dove alcuni fanno gli schemi su chiavetta e altri dissertano sui vari programmi che ci sono o non ci sono nel computer della LIM. Però al momento nessuno di loro è su Facebook.
In compenso alcuni di loro sono già riusciti a incasinarsi mirabilmente con assai complessi litigi su WhatsApp.
"Ormai Facebook per loro è un po' antiquato" mi ha spiegato una collega "Si trovano meglio su WhatsApp. E ci si incasinano meglio, anche".

WhatsApp, come Twitter, è qualcosa da cui mi sono tenuta volontariamente fuori perché ho una densa vita informatica ma una vita telefonica limitata alle telefonate normali, quelle dove si parla, e a qualche sporadico SMS. Dal momento però che, a parte me, tutti usano WhatsApp e sanno benissimo come funziona non è necessario che mi perda in spiegazioni: tutti i ragazzi e gran parte dei bambini hanno un telefono che gli permette di usare WhatsApp, e visto che si tratta di un giocattolino ancora nuovo, gran parte degli utenti vecchi e nuovi lo usa con scarso discernimento e prudenza. Insultarsi su WhatsApp è facile e gratuito, infilare la gente suo malgrado nei gruppi con WhatsApp è cosa alla portata di tutti e fare sciocchezze su WhatsApp al momento sembra il divertimento favorito per tutte le età. I professori si limitano a raccattare i cocci dei vari disastri telefonici combinati tra compagni di classe e di corridoio e a scomodare la Polizia Postale perché venga nelle scuole a portare qualche parola di saggezza (e loro vengono, e fanno anche dei begli interventi sensati. Peccato che, negli anni delle medie, il buon senso sia tenuto in assai scarsa considerazione dai ragazzi).
Passerà anche questa come ne sono passate tante, immagino. Tra qualche anno si creeranno nuovi equilibri ed abitudini, oppure WhatsApp passerà di moda con l'arrivo di qualcosa di più recente e al momento imprevedibile. Al momento però, come sempre quando c'è qualche novità ancora non ben digerita, la situazione è fluida e un tantinello incasinata.

Io intanto mi godo una bacheca a prevalenza adulta, dove dominano incontrastate le Brigate Takahashi. E, visto che ormai tra gli amici di Facebook ho soltanto ex-allievi, ovvero persone con cui non sono più legata da obblighi, sto seriamente meditando di dare un tono un po' meno neutrale al mio personale profilo. Solo un po'.

mercoledì 13 maggio 2015

Progetto Kitten, ovvero un uso alternativo per le foto di gattini iperdiabeticissimi su Facebook

A tutela della dentatura di chi passasse di qua, i gattini della foto sono un po' meno diabetici del solito

Il Progetto Kitten è un operazione non eccessivamente seriosa che è decollata nei giorni scorsi su Facebook, con esiti sorprendenti.
In pratica si tratta di una forma diabetica di spamming: si sceglie qualcuno che ha una pagina su Facebook di contenuto non particolarmente soft o cortese e si inondano i post con commenti impreziositi da foto di gattini iperdiabetici, magari corredati con scritte lievemente sarcastiche. 
A sentire i progettisti, non è un iniziativa politica ma solo un modo per incitare queste pagine a moderare i toni. Il flooding dura un paio di giorni, poi l'invasione migra.
Il primo e fortunato prescelto è stato Matteo Salvini, cui è stato dedicato l'hashtag #gattinisusalvini. Ne è venuta fuori una bacheca spassosa dove c'era perfino un barcone di gattini migranti di una singolare pucciosità:
Tocca dire che né Salvini né i consueti commentatori della pagina l'hanno presa troppo male. Qualcuno si è lamentato che i gatti non costituiscono né una critica politica seria né un dissenso costruttivo e che postarli non aveva senso (difficile dargli torto, in effetti) ma i più hanno sopportato con pazienza o commentato con una certa ironia - insomma nel complesso per un paio di giorni quella pagina è stata assai meno aggressiva del solito e Salvini si è fatto un po' di propaganda extra.

Decisamente meno pacifica si è rivelata la campagna #gattosulmatto, dedicata alla pagina Facebook di Beppe Grillo, anche perché il flooding è cominciato più o meno in contemporanea con la surreale dichiarazione di Grillo sulle mammografie, che ha contribuito a scaldare alquanto i toni, e a poco sono valsi i pur zuccherosissimi gattini postati in gran quantità
Il grillino medio è intervenuto senza ritegno lamentando non solo l'insipienza dei postatori di gattini ma anche stabilendo a priori che detti postatori erano elettori del PD e perciò provvisti di una lunga serie di difetti che ha provveduto a elencare usando toni tutt'altro che signorili.
Per fortuna i postatori di gattini si sono attenuti saldamente ai principi che ispiravano la campagna e le flam sono state condotte in autonomia dai grillini senza che i gattini rispondessero agli insulti - il che ha reso tutto l'insieme molto più comico.

No, io non ho partecipato, nemmeno con un piccolo, innocente gattino. Sono assolutamente d'accordo sul fatto che il dibattito politico in questi anni è troppo aggressivo, mi sono divertita molto scorrendo i commenti, ho trovato l'iniziativa piuttosto valida nella sua totale e completa follia, ma sono convinta che queste cose non fanno per me.
Tuttavia non ho potuto fare a meno di trarre qualche conclusione - ad esempio che la base del Movimento 5 Stelle è ancora più sprovveduta di quel che credevo, e che il Grande Comunicatore della Rete sembra inchiodato a un uso della rete piuttosto antiquato.
Ma anche che effettivamente il tono del dibattito (dibattito? Mah, sembra una parola eccessiva, in effetti. Diciamo "lo scambio di insulti") politico in Italia è da gran tempo ben oltre il livello di guardia e che qualsiasi riflessione in materia è la benvenuta; e che Internet 2.0 cela risorse e possibilità finora solo scarsamente utilizzate dall'utenza.

martedì 30 dicembre 2014

Quattro anni su Facebook (casa è là dov'è il tuo cuore)


In una di quelle fredde mattinate di fine Dicembre quando c'è tempo di fare tutto con calma e il mondo ha la gran gentilezza di starsene quasi fermo, cinque anni fa, dopo aver ascoltato una puntata di Media e dintorni su Radio Radicale dedicata appunto a Facebook feci il grande passo e mi iscrissi anch'io.
Rigorosamente con un nome alternativo, ché desideravo scansare come la peste le persone che conoscevo... o meglio, volevo essere io a trovarli, e non farmi trovare. E poi, dopo tanti anni passati sotto il lussuoso manto dell'anonimato, rientrare in rete con il mio vero (e comunissimo) nome mi faceva uno strano effetto.
I miei primi amici - gente che frequentavo abitualmente nella cosiddetta Vita Reale - mi segnalarono siti sui gatti e sui cartoni animati giapponesi. Qualcuno di loro mi avviò sulla perversa via dei Giochini - e diventai del tutto dipendente da una graziosa caccia al tesoro dove sono un archeologa.
Poi arrivarono i primi Amici degli Amici - una strana categoria di gente con cui chiacchieri prima per interposta persona ma di cui poi finisci per conoscere tante cose.
Infine arrivarono i draghi: splendide immagini di draghi, tonnellate di draghi dei più vari generi, che a volte condividevo ma più spesso salvavo in apposite cartellette per poi ripescarli per i più vari usi (ad esempio postarli sul blog).
Arrivarono anche gli alunni, ed è stato spesso altamente formativo guardarli discutere, litigare, corteggiarsi e sdilinquirsi variamente dal mio tranquillo angolino. Anche quelli di cui non ero amica. Soprattutto quelli di cui non ero amica e che non si immaginavano, sia pur lontanamente, che avessi accesso alla loro bacheca colabrodo.

E scoprii che c'era una pagina dedicata praticamente a qualsiasi argomento e un gruppo su qualsiasi cosa. Strani legami si formarono e poi si sciolsero - sono di quelli che ripuliscono periodicamente la lista degli amici - e imparai che c'è della strana gente che ritiene necessario informare gli altri anche di quando fa colazione e altra gente che in rete ha un senso dell'umorismo assai diverso da quello che dimostra nella vita di tutti i giorni, e che se hai voglia di leggerti intere paginate di luoghi comuni e frasi fatte non hai che da attaccarti alla pagina di qualche politico e leggerti i commenti ai suoi post. Tutte cose molto utili, che mi sono servite a crescere come persona e che mi hanno fatto spalancare gli occhi fino a farli diventare grandi come tazze da tè.
Ho anche imparato che uno dei molti usi per cui Facebook è assai utile è criticare Facebook - non per come funziona o cose del genere, ma per lamentarsi che tiene lontano dai rapporti autentici, che fa male alle persone, che deteriora i rapporti sociali e simili. E' molto utile anche per criticare l'egoismo umano, la superficialità con cui si giudica la gente e i politici che (va da sé) sono tutti ladri, nonché per dire male dell'universo mondo e per prendere in giro la gente che sta molto su Facebook. Tutte cose molto importanti e che senza Facebook sarebbe molto più difficile fare.

Come molte cose che ero assolutamente sicura che non fossero adatte a me, Facebook si è dimostrato assai utile e divertente.
Naturalmente il video di fine anno non l'ho fatto. Ma, visto che tutti quelli che l'hanno fatto lo hanno titolato (immagino su suggerimento di Facebook) "Un anno meraviglioso, grazie a tutti voi che mi avete aiutato a viverlo" o qualcosa del genere, mi sento incline a concordare con l'ignoto postatore di Facebook che ha scritto il cartello con cui apro il post.

lunedì 6 febbraio 2012

Facebook nei giorni della neve

Dice "Ma i giapponesi gestiscono le nevicate meglio di noi". Bella forza, i giapponesi dispongono di ben altri mezzi: quale nevicata ce la può fare contro Gundam?

Sua Maestà la Neve era attesa da tempo, a St. Mary Mead, e il suo arrivo era stato annunciato con largo anticipo per Martedì pomeriggio e per Mercoledì, con eventuali code Giovedì.
A me la cosa aggradiva assai, perché Mercoledì è il mio giorno libero e quindi pregustavo un sereno pomeriggio in casa accanto al finestrone a ricamare a punto croce ammirando il paesaggio innevato (casa mia offre invero scorci panoramici assai suggestivi).
Martedì mattina i ragazzi erano fiduciosi e scalpitanti e guardavano ammaliati le finestre: nevica, non nevica?
Con grande bontà d'animo, Sua Maestà la Neve ha lasciato intatte le mie quattro ore e ha cominciato a dar segni di vita solo durante l'unica ora di inglese, rendendola piuttosto travagliata. I pochi fiocchi però non avevano attaccato ed erano poi svaniti nel nulla, con grande delusione di tutti e un certo sollievo della professoressa di inglese, che aveva potuto alfine fare un po' di lezione.
In Sala Professori, dove ero rimasta a decidere voti e contare assenze in vista degli scrutini, molti drammatizzavano voluttuosamente prevedendo immani nevicate seguite da epiche ghiacciate - o meglio, più che drammatizzare interpretavano alla lettera le previsioni del tempo. Tutti tranne me cercavano di indovinare se la scuola avrebbe chiuso o no (a St. Mary Mead, al contrario di Hogsmeade, c'è la sana tendenza a chiudere un po' prima di ritrovarsi cpn i pinguini in classe).
Finiti gli ultimi fiocchetti ai registri ho raggiunto la stazione con la prof. De Angelis e insieme abbiamo preso il treno, in una totale assenza di fiocchi di neve. A Lungacque di neve se ne vedeva ancor meno, se possibile. Mi sono rifornita di pane fresco, mi sono tappata in casa e ho alzato il ponte levatoio, in fidente attesa,.
Ma la neve non arrivava. Se ne avevano notizie in un sacco di paeselli vicini e meno vicini, ma a Lungacque nulla, e anche a St. Mary Mead latitava, a giudicare dai messaggi delusi che i miei allievi si scambiavano su Facebook.
Piuttosto delusa anch'io ho rinunciato al ricamo, non avendo nessunissima neve da contemplare, e mi sono dedicata a una banale seduta di correzione e stiratura. In serata, libro sulla corazzata Potemkin.

Al risveglio trovo che durante la notte qualcosa è arrivato: un tre centimetri scarsi, già parzialmente sciolti dal traffico e dai pedoni. Caffé in mano, entro su Facebook e ci trovo mezza classe. 
Entro in chat con Fulvia, che mi informa che la scuola è chiusa. Le chiedo se sarà chiusa anche il giorno dopo, ma giustamente non lo sa. In rapida successione cinque diversi alunni mi domandano se il giorno dopo la scuola sarà chiusa. Proclamo la mia assoluta ignoranza, dall'alto del caffé che sto ancora bevendo e mi informo sulla situazione. Cercano di descrivermela con toni apocalittici, ma alla fine risulta che, se le cose rimangono così, il paese è percorribile senza problemi. Al sesto che mi chiede candidamente se la scuola il giorno dopo sarà chiusa rispiego con pazienza che queste cose le decide il Comune, non io - e ho la prudenza di non aggiungere che, se il Comune fossi stata io, il giorno dopo saremmo andati tutti a scuola punto e basta.
Da Hogsmeade intanto arrivano notizie epiche, con tanto di fotografie. Lì la neve c'è sul serio, in gran copia, e sta pure gelando - ma la scuola naturalmente è aperta.
Il cielo si apre, arriva qualche raggio di sole. Di neve non si vede più traccia. In compenso il Comune di St. Mary Mead manda a dire che le scuole saranno chiuse anche il giorno dopo.
Passo la notizia  ai ragazzi, sicura di fare cosa gradita. Poco dopo alcuni di loro mi chiedono se il giorno dopo le scuole saranno chiuse. Per fortuna il computer ti permette di contare fino a dieci prima di rispondere, e così riesco a non urlare "Oh, ma vu' siete grulli, se vi ho appena mandato a dire che il Comune ha deciso di tenere le scuole chiuse!" e rispondo invece col consueto e doveroso garbo.

Infatti il giorno dopo le strade nella zona sono libere e percorribili (mentre a Hogsmeade, in un turbinio di fiocchi di neve, la scuola rimane aperta) e volendo a St. Mary Mead ci si potrebbe andare anche in bicicletta.

Venerdì, in una quasi totale assenza di neve (qualche traccia permane in qualche punto all'ombra, nei prati e nei giardini) faccio la consueta trafila e prendo un treno di assoluta puntualità, arrivando a una St. Mary Mead del tutto spoglia di neve. Fa freddo, questo sì, e la scuola, dopo essere stata chiusa per due giorni, è una vera ghiacciaia.
In serata, senza traccia di neve ma col cielo un po' coperto, l'ineffabile Comune di St. Mary Mead manda a dire che, in presenza di una cospicua nevicata, le scuole il giorno dopo saranno chiuse. Da dove possa venire la cospicua nevicata non è dato sapere, ma il tamtam di Facebook riporta speranzoso l'allettante comunicato. Io mi chiudo in un dignitoso silenzio telematico, ma preparo il vestito per il giorno dopo e lucido gli stivaletti (quelli senza para di gomma, gli stessi che ho messo quella mattina: la para di gomma non serve).
Qualche effetto comunque le tragiche previsioni della Protezione Civile l'hanno avuto, perché in classe Sabato mattina mi aspetta esattamente la metà degli alunni.
Ci stringiamo nella gelida aula e facciamo lezione, sfidando coraggiosamente la morte bianca.
A Hogsmeade intanto continuano a fare a palle di neve.

sabato 17 dicembre 2011

Manuale del Perfetto Insegnante - Come convivere con Facebook


Com'è noto, al giorno d'oggi la tecnologia si evolve a gran velocità e talvolta avviene perfino che gli insegnanti riescano a starle dietro: ormai da tempo infatti il docente capace di compilare un piccolo file di testo in Word, una tabellina in Excel e financo di gestirsi una o più caselle di posta elettronica hanno smesso di essere rarissime eccezioni. Anzi, taluni insegnanti, soprattutto se giovani, hanno perfino un profilo - altrimenti detto account - su Facebook.

Si è aperto quindi un ampio dibattito sulla Spinosa Questione Etica di come debbano tali insegnanti gestire tali profili nei rapporti con i propri alunni: è lecito accordare loro l'amicizia (ovvero l'accesso alla propria bacheca)? Se sì, con quali limitazioni?
Questa piccola guida, pur non pretendendo di risolvere tutti i dubbi, perché ogni caso fa scuola a sé, può costituire un utile vademecum per i casi più comuni, in ordine di complessità. Tale guida può essere naturalmente ampliata sulla base di suggerimenti ed esperienze personali che sono sempre i benvenuti.

CASO 1: l'insegnante non ha alcun profilo su Facebook, e di Facebook se ne frega alla grande. E' il caso più semplice da gestire e anche il più sicuro, perché non occorre fare niente. Facebook basterà a se stessa e gli allievi gestiranno come gli pare la loro vita virtuale. Non sorgeranno mai complicazioni a riguardo. Altamente consigliabile, e assai comodo.

CASO 2: l'insegnante ha uno o più profili su Facebook e non ha alcuna intenzione di ritrovarsi una manica di ragazzini tra i piedi. Anche in questo caso la soluzione è semplice: l'insegnante non fa niente e non dice niente sull'argomento in classe. Qualora qualche allievo impiccione chiedesse "Prof, l'ho vista su Facebook" l'insegnante deve limitarsi a negare con serenità aggiungendo eventualmente qualche frase neutrale del tipo "Sarà un omonimo". Vanno però osservate alcune semplici precauzioni.
Primo, se l'insegnante si chiama Crodegango Sorbelloni Viendalmonte o con altro nome piuttosto inconsueto è opportuno che scelga uno pseudonimo per il proprio profilo (non è difficile. Nel caso preso in esame Croddy Sorbelli va benissimo, ad esempio, ma si può optare per un nome decisamente di fantasia come Aram Benjo o Giovanna Fini. Quest'ultima possibilità naturalmente funziona solo se l'insegnante non si chiama davvero Giovanna Fini).
Secondo: occorre bloccare l'accesso ai dati a chiunque non sia amico, togliendo quindi l'accesso anche a quella vasta e infida categoria che va sotto il nome di "amici degli amici", che può includere alunni, genitori di alunni, colleghi, dirigenti scolastici e quant'altro.
Terzo: occorre porre una certa attenzione alla scelta della foto del profilo. Animali, piante e simboli vari costituiscono valide possibilità, ma anche una foto del soggetto in età infantile può sortire egregiamente lo scopo di conservare un certo anonimato.
Quarto: l'insegnante eviterà di stringere amicizia virtuale con insegnanti della stessa scuola, soprattutto se costoro interagiscono con gli alunni o gli ex alunni.
Una volta prese queste precauzioni il Caso 2 si assimila a tutti gli effetti al Caso 1.

CASO 3: l'insegnante, se richiesto, dichiara apertamente che è su Facebook e che non ha la benché minima intenzione di interagire con i suoi allievi. Tiene una bacheca bloccata a chiunque non è suo amico virtuale, evita foto particolarmente discinte nell'avatar per non dare il cattivo esempio e si fa serenamente i fatti suoi. Il suo caso dovrebbe essere assimilabile al CASO 2 e a quel punto sul suo account può fare quel che meglio crede, purché si attenga al rispetto del codice civile e penale. Un filo di rischio è comunque presente perché il mondo della rete è un vero colabrodo, che cola talvolta nei posti più impensati.

CASO 4: l'insegnante, sia o non sia su Facebook, apre un Gruppo con i suoi studenti dove vengono prodotti contenuti inerenti alla didattica. Qualora l'insegnante in questione stia su FB a questo solo scopo, può tranquillamente aprire un profilo vuoto. Aprire un profilo vuoto è una valida soluzione anche se l'insegnante è già da tempo su FB e lo usa per gestirsi un suo personale giro di scambio di coppie o simili, purché eviti di chiedere l'amicizia a sé stesso.

Caso 5: l'insegnante è su Facebook ed è convinto di avere una bacheca del tutto innocua o perfino vagamente pedagogica, dove i buoni sentimenti e le massime di filosofi orientali si sprecano e abbondano appelli per gattini abbandonati o consigli per la cura delle piante.
Fermo restando che può sempre regolarsi come prescritto per i casi 2 e 3 nei confronti dei suoi allievi (perché non è detto che chi ha una bacheca del tutto innocua e rispettabile abbia voglia di essere insegnante anche quando si occupa di gattini abbandonati o coltivazione delle piante) si aprono altre possibilità qualora l'insegnante in questione non sia avverso ad avere contatti telematici con i suoi amati alunni. Elenchiamo qui le scelte più comuni:
A) l'insegnante accetta solo l'amicizia di ex-alunni che non possono vedere la sua bacheca né gli amici. E' una soluzione tutto sommato abbastanza sicura (fermo restando che la rete è un colabrodo etc. etc.). Non è detto che entusiasmi l'ex allievo, ma questo è affare esclusivamente delle parti in causa.
B) l'insegnante accetta esclusivamente amicizie maggiorenni. La scelta è meno sicura di quel che può sembrare a prima vista perché non tutti gli studenti hanno una bacheca bloccata, anzi la maggior parte la tiene aperta anche agli amici degli amici... che possono essere i loro allievi del momento.
C) l'insegnante accetta esclusivamente gli allievi che gli stanno simpatici e rifiuta gli altri. Può presentare degli inconvenienti perché spesso gli allievi che gli stanno simpatici e quelli che gli stanno antipatici sono amici tra loro, e ci sta che dialoghino allegramente.
D) l'insegnante accetta indiscriminatamente qualsiasi alunno lo richieda di amicizia. A quel punto deve essere consapevole che tutto quel che scriverà potrà essere usato contro di lui.

Caso 6: l'insegnante è su Facebook, usa in piena libertà la sua bacheca e accetta l'amicizia di chiunque glielo chieda senza stare a sottilizzare. Non è detto che vada sempre a finire benissimo ma, in effetti, non è detto nemmeno il contrario. Quello che è praticamente certo, ad ogni modo, è che i fatti suoi diventeranno di pubblico dominio nella scuola. Il che non è un problema per quella rama di insegnanti che passa comunque buona parte del suo tempo in classe a istruire i ragazzi su tutti i dettagli della propria vita privata (quest'ultimo caso può in effetti presentarsi problematico per alcuni alunni, che con tutto il cuore accetterebbero una lezione su Leopardi o sul periodo ipotetico in greco pur di smettere di sentirsi sciorinare i problemi casalinghi del docente. Si tratta comunque di una questione che esula dall'argomento qui trattato).

Caso 7: l'insegnante è nato e cresciuto nel paese (o cittadina o quartiere) dove insegna. I genitori dei suoi allievi erano a scuola con lui, gli allievi passano a scampanellargli ad Halloween e regolarmente sono riforniti di dolcetti comprati all'uopo, sanno tutto di lui (o lei) e lui (o lei) sa tutto di loro, brache familiari incluse.
In quest'ultimo caso qualsiasi scelta compia riguardo a Facebook è del tutto ininfluente nel rapporto insegnante-alunno, e in nessun caso si rischia che l'alunno sia più informato di prima sulla vita personale dell'insegnante o finisca col prendersi con lui maggiore confidenza di quella che già abbia. Qualora però l'insegnante desiderasse mantenere un minimo di controllo sulla sua privacy, sarebbe opportuno per lui prendere in considerazione la possibilità di un pendolarismo leggero (cioè la scuola del paese più vicino).

lunedì 4 luglio 2011

La scuola ai tempi di Facebook

Sin dallo scorso anno la Classe dei Tordi mi domandava a scadenze regolari se ero su Facebook. Sapevano che avevo una mia vita informatica e non si capacitavano che la vivessi altrove.
"Perché dovrei andarci?" avevo provato a chiedere "Cos'ha di tanto speciale Facebook?".
"Ci si diverte" avevano provato a spiegare "Poi puoi chattare con gli amici".
"Ho un programma di chat e una linea telefonica passabilmente funzionante. Cosa me ne faccio di Facebook?".
"Manda i messaggi".
"Ho varie caselle di posta elettronica perfettamente funzionanti".
"Possiamo diventare suoi amici, così chattiamo con lei".
"Mi vedete dieci ore alla settimana più intervalli, non direi che ci mancano le occasioni per scambiare due parole. E potete scrivermi tutte le mail che volete, prometto di rispondere".
Loro scuotevano la testa con compatimento e passavamo ad altro.
Non è che avessi qualcosa contro Facebook, ma non mi sembrava una roba adatta a me.
Poi, per tutta una serie di circostanze* su Facebook sono entrata, anche se sotto pseudonimo per scansare i vecchi compagni di liceo con cui avevo interrotto i contatti da trent'anni e le infinite persone con cui non volevo avere a che fare. Così, all'ennesima domanda dei Tordi, un bel giorno ho ammesso che adesso su Facebook c'ero anch'io.
Mi hanno chiesto se ero disposta a diventare loro amica.
Avevo avuto tutto il tempo per ponderare la questione. Ci sono svariate scuole di pensiero, in merito: qualche insegnante sostiene che con gli allievi mai, altri che con gli allievi a volte, specie dopo che hanno smesso di essere allievi. Sary ritiene che con gli allievi sì, eccome; e dal momento che non usavo il mio account per gestire traffici illegali o gruppi terroristici e che per la parte più personale della mia vita privata continuavo ad arrangiarmi col telefono, ho seguito la sua scuola di pensiero e promesso che avrei accordato la mia amicizia senza problemi a chiunque di loro me l'avesse chiesta; tra l'altro ero convinta che me la chiedessero soprattutto per far numero, perché nelle nuove generazioni il numero di amici su Facebook è un indice di stato sociale.
Le prime ad arrivare sono state le ragazze, prima alla spicciolata e poi a gruppo. I ragazzi sono arrivati dopo, più lentamente e non tutti. Alla fine mi sono ritrovata due terzi della classe più l'Assenteista, unico della Seconda Domandiera (dove si sono sempre disinteressati della mia vita informatica), ma del resto lui era una specie di membro esterno della classe dei Tordi che solo per un susseguirsi di sfortunate circostanze non era più con loro.
Ancor più a sorpresa è arrivata anche una fanciulla che alla fine dell'anno scorso ci aveva lasciato per trasferirsi con la famiglia all'altro capo dell'Italia e che non aveva mai mostrato grande entusiasmo nei miei confronti, ma che mi ha fatto una gran bella sviolinata via chat (della serie "non abbiamo la minima idea di quel che passa per la testa di quei figllioli"). Mi ha chiesto l'amicizia anche qualcuno dei ragazzi che avevo avuto l'anno scorso per l'Approfondimento, e lì mi sono regolata a mio esclusivo capriccio.
Aggiungo che in quel di Maggio qualcuno ha avuto la brillante idea di aprire un gruppo dedicato alla classe, ammettendo anche me e Matematica e mettendoci così in contatto con tutti (esclusi i due che su Facebook non ci sono mai entrati).
Ho così scoperto (beh, l'avevo già intuito da circa 700.000 indizi grossi come case seminati in temi e diari) che buona parte di quella classe su Facebook ci viveva, letteralmente. Come me ne sono accorta? Beh, perché ad un certo punto è scattata in me una folle dipendenza da un demenziale giochino di caccia al tesoro per fare il quale andavo su Facebook tre, quattro e pure cinque volte al giorno. Dalla fine di Maggio poi ho lasciato aperta la finestra su Facebook ogni volta che stavo al computer per i fatti miei (e, sinceramente, caccia al tesoro a parte, ci sto abbastanza).
La cosa è stata molto interessante, e anche molto utile. Prima di tutto, scorrendo le varie bacheche, sono venuta a conoscenza di tutta una serie di vicende che ignoravo o avevo solo intuito a grandi linee - e in cui naturalmente ho evitato con ogni cura di intervenire.
Poi, soprattutto negli ultimi mesi, mi sono ritrovata a gestire una sorta di help desk sulle più varie questioni scolastiche. Visto che in classe non avevamo mai molto tempo per parlare - erano ventisette - abbiamo avuto diversi chiarimenti sulle tesine, i percorsi d'esame e simili. C'è stata anche una modesta terapia di sostegno - ogni tanto qualcuno, soprattutto tra le ragazze, andava in crisi mistica e allora una piccola chat era l'ideale per racconfortare la creatura di turno con buone parole e lievi frustatine.
Naturalmente (era pur sempre la classe dei Tordi) c'era anche qualche anima candida che chiedeva "Ma domani mi interroga?" a cui seguiva una garbata risposta del tipo "Caro/a, quel che stai facendo non è molto corretto, lo sai?".
Ho fustigato, cardato e racconsolato più volte l'Assenteista che, ho scoperto, in chat era molto, molto più disponibile e sottomesso di quanto non fosse in territorio scolastico, soprattutto quando nelle ultime settimane temeva di essere nuovamente segato (il che non è avvenuto, vivaddio). Ho elargito consigli su come trovare carte geografiche in rete (basta dare la stringa di ricerca in inglese), ho rassicurato sulla possibilità di portare percorsi informatici (si sa con quali risultati), ho dato consigli di redazione e impaginazione e perfino scodellato all'impronta le cause e concause delle rivoluzioni industriali, mentre in contemporanea un'amica mi aggiornava sulle sue aggrovigliate vicende sentimentali. Nell'area del gruppo ho elargito consigli, auguri, complimenti per l'esame e gran copia di messaggini di buon auspicio (soprattutto a base di lupi). E tutto questo è stato molto bello e ha senz'altro aiutato a saldare il gruppo & la coscienza di classe di tutti noi e la sintonia tra me e Matematica.
Non sono state solo rose e fiori, naturalmente: proprio su Facebook mi sono arrivati, ai primi di Luglio, i messaggi stizziti di Lunastorta che chiedeva "senza polemiche" come mai gli avevamo dato solo sei, rovinandogli così l'ingresso al liceo (artistico), mentre lui agli scritti aveva preso cinque solo a francese e matematica - e non ho potuto nemmeno rispondergli come meritava, perché nel frattempo il ragazzo si era rotto una gamba ed era in trazione sui un letto di dolore.
Ma tanto anche se non ero su Facebook mi avrebbe scritto una mail.
Ho avuto anche occasione di riflettere su alcuni particolari.
Primo, quelli che studiavano meno non erano necessariamente quelli che passavano più tempo su Facebook, bensì quelli che ci stavano ancora dopo mezzanotte. Per la cronaca, l'orario in cui il computer si trasformava in zucca andava intorno alle undici di sera. Lì sparivano tutti... cioè quasi tutti. E quando vedevo il segnale che l'Assenteista era on line, sapevo che la mattina dopo non lo avrei trovato in classe.
Non mi sembrava corretto intromettermi e quindi mi sono risparmiata le prediche; ma è chiaro che se entri a scuola alle otto devi svegliarti almeno intorno alle sette, o anche prima, se hai il pullmino da prendere, e a quattordici anni sei ore di sonno non bastano. In questi casi, e non ci son santi, è la famiglia che deve provvedere, se l'alunno da solo non è assistito da bastevole buon senso, e nel caso dei due nottambuli è chiaro che la famiglia non era granché presente.
Secondo, gli album di foto: quei bellissimi e interminabili album di foto dedicati alle gite scolastiche, alle uscite, al gemellaggio, al viaggio agli ex campi di concentramento... e alla tua classe.
Cosa c'è di più bello di un bell'album di ottanta foto dedicato alla tua amata classe e condito di vari "Non vi dimenticherò mai" e "Siamo i + ganzi"? Vabbe', un sacco di cose, comunque si capisce che a loro possano piacere.
Senonché, scorrendo le molte foto, risulta evidente che le suddette erano state fatte in gran parte... in classe. Certo, alcune durante l'intervallo. In teoria nella scuola di Hogsmeade l'uso del cellulare è vietato, durante l'intervallo, ma io sono del parere che non si debba essere troppo fiscali, anche se non li ho mai incoraggiati. Altre sono state fatte durante il cambio dell'ora, perché la cattedra risulta vuota. E stando al regolamento non si dovrebbe usare il cellulare durante il cambio dell'ora, ma infine se lo si fa non mi sembra che si arrechi danno a nessuno.
Però ci sono anche le foto fatte durante le lezioni. Le riconosci dall'insegnante in cattedra, dai primi piani di studenti che seguono più o meno attentamente, dalla presenza dei libri sul banco, dal fatto che tutta la classe è seduta... insomma, le riconosci.
No, io non sono mai inquadrata, e dunque posso illudermi che durante le mie ore nessuno abbia fatto foto con il cellulare (e come no). Buona parte degli altri colleghi però c'è.
Non ho detto niente nemmeno in questo caso, perché ho scorso quegli album in un pomeriggio ai primi di Giugno, quando ormai ero assai prossima a non essere più una loro insegnante; ma non ho potuto fare a meno di pensare che alcuni di questi ragazzi sono davvero un po' troppo fiduciosi nel loro approccio al mondo: quanto a me, al posto loro, se avessi qualche insegnante tra gli amici, terrei una bacheca pulita e scintillante e mi guarderei bene dal far postare qualcosa che lasci supporre che non sono la più diligente degli alunni possibili, e farei anche attenzione a quel che posto in giro; perché, a seconda del grado di sicurezza che scegli, la tua bacheca può essere vista non solo dagli amici, ma anche dagli amici degli amici - e i commenti che lasci in giro e le foto che mandi agli altri "per condividere" possono essere visti praticamente da chiunque, perché compaiono in bacheche che possono essere meno protette della tua o alla quale accedono amici, magari recenti, che non hai considerato.
Buona parte dei ragazzi questo lo sa d'istinto o per riflessione; ma i più sprovveduti sono per l'appunto quelli che scrivono le cose meno accorte o seminano in giro le foto più compromettenti.
Forse sarebbe ora di avvisare questi fanciulli, destinati a convivere con la Grande Rete per tutta la vita, che i rischi di internet non sono solo improbabili maniaci che ti chiedono il numero di cellulare per appostarsi sotto casa tua e violentarti, come sembrerebbe dai video che la polizia postale proietta nelle scuole: la Fuga di Notizie Riservate è un inconveniente molto più comune, e può portare gran copia di rogne.

*le circostanze sono che Sary mi ha fatto il lavaggio del cervello finchè non mi sono arresa a discrezione.