Il mio blog preferito

Visualizzazione post con etichetta Questione Femminile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Questione Femminile. Mostra tutti i post

venerdì 5 agosto 2022

Il diario geniale della signorina Shibata - Emi Yagi


Quello che vado oggi a presentare è un perfetto romanzo giapponese. Infatti si tratta di un romanzo corto (poco più di 150 pagine), molto denso, dove succedono tante cose ma tutte senza parere, e dove c'è anche un sacco di atmosfera. Inoltre è un romanzo strano, e con una trama molto particolare, tanto che non si sa nemmeno bene come raccontarlo.

In apparenza è una storia quasi normale: la signorina Shibata annuncia di essere incinta e vive la sua gravidanza, che come sempre succede è una esperienza profonda e coinvolgente, che muta profondamente chi la vive e le fa guardare tutta la sua vita e il mondo intorno a lei con occhi nuovi.
Al termine, la signorina Shibata trova che si è trattato di una esperienza molto soddisfacente, tanto che è fermamente decisa a ripeterla al più presto per avere un secondo figlio. Diciamo insomma che si tratta del racconto di una maternità. 
In apparenza niente di troppo originale, per quanto naturalmente ogni gravidanza sia un'esperienza unica per chi la vive.
E allora, cosa c'è di tanto particolare? Libri dedicati all'Attesa ce ne sono tantissimi, molti scritti in prima persona. Si tratta in effetti di un genere piuttosto gettonato.
Naturalmente c'è il fatto che questa esperienza è vissuta in Giappone, e si sa che il Giappone è un paese dove tutto viene fatto in modo piuttosto particolare.
Ma per quanto la cultura del tuo paese possa essere particolare, alla fine la gravidanza è un processo che segue le stesse tappe in tutte le parti del mondo: resti incinta, il bambino cresce e a un certo punto partorisci. Di solito.
Ecco, qui ci sarebbe molto da questionare su ognuna di queste tre tappe essenziali.
Per esempio la prima: resti incinta.
Ecco, per quanto ogni nascita abbia la sua storia, una gravidanza comincia sempre nello stesso modo: c'è un uomo (o un istituto di quelli che lavorano alla procreazione assistita) che fa la sua parte, e una donna che si ritrova un ovulo fecondato (qualche volta più di uno). Certo, ci sono racconti che contemplano altre possibilità ma, ammettiamolo, si tratta per lo più di leggende.
Ma qui è diverso: la signorina Shibata racconta "Ecco come rimasi incinta" - e segue una scena che si svolge nell'ufficio dove lavora.
Niente di strano, certo - fare un figlio con qualcuno che incontri nell'ufficio dove lavori è abbastanza comune. Ma qui la questione principale consiste in una serie di tazzine da lavare.
Un lavoro da donna, giusto? E l'unica donna dell'ufficio è la signorina Shibata.
La quale signorina Shibata improvvisamente scopre che l'odore del caffè, ora che è incinta, le dà la nausea, e anche quello del fumo - per tacere del fatto che in ufficio è vietato fumare.

La gravidanza inizia così. 
Poi la signorina Shibata stabilisce che non può lavorare troppo, visto che è incinta, e smette di fare gli straordinari, e questo le lascia improvvisamente molto più tempo libero. Meglio, così smette di nutrirsi di precotti e cura di più l'alimentazione - una alimentazione a base di prodotti freschi e genuini è molto importante, per una donna incinta e per chi cresce dentro di lei.
Ma una gravidanza è molto più di questo: è necessario preparare il proprio corpo al lavoro che sta intraprendendo. Corsi di yoga e di stretching, un po' di esercizio fisico, camminate.
Parlare con altre donne incinta aiuta molto: con quelle che hanno già avuto figli, certo, ma anche con chi, come te, non ne ha mai avuti. Si creano nuovi legami e amicizie. Si impara a riconoscere le altre donne incinta quando le incontri per strada. Mica tanto semplice, quando la gravidanza è appena agli inizi; eppure ci si riesce. No, non "ci si riesce": non si fa nulla perché succeda, succede e basta.
Ci sono le app che ti accompagnano, naturalmente, e ti spiegano passo passo come cambia il tuo corpo e come cresce il bambino. Si compilano schede e tabelle che ti aiutano a capire se tutto procede bene, ma ti permettono anche di sintetizzare quel che ti sta succedendo.
C'è la questione della scelta del nome del futuro bambino (che in Giappone è più complicato che da noi, perché oltre a scegliere il nome devi scegliere anche il modo con cui va scritto e pronunciato e gli ideogrammi che lo formano, ma questo chi legge manga lo sa bene).
Poi il bambino dentro di te cresce e incomincia a muoversi. A volte si muove moltissimo. 
E ci sono i controlli medici e le ecografie. Lo sbalordimento quando si vede per la prima volta quell'insieme di punti che è un bambino - il tuo bambino.
E c'è anche una anticipazione di quel che succederà dopo, in una bellissima scena che è l'ultima prima del parto (...prima del parto? Chissà...) dove una madre descrive con chiarezza e sincerità cosa può essere la vita quando hai un figlio piccolissimo.

E' un romanzo che parla di cosa è la gravidanza in una società maschilista come quella giapponese, e come può essere complicato il rapporto con il lavoro per una donna - non di una madre, di una donna. Ma è soprattutto un romanzo che parla del complesso rapporto tra realtà e immaginazione, e di come l'immaginazione possa a volte creare la realtà. Anzi, il tema principale è proprio questo: dove finisce la realtà, dove comincia l'immaginazione e quanto la prima possa essere influenzata dalla seconda. Un evento esiste quando c'è un osservatore ad osservarlo. Ma esiste di per sé oppure è la presenza dell'osservatore a crearlo?

Una lettura fresca e vivace, molto divertente e molto piacevole, con una prosa accattivante e molto ben scritta. 
Lettura consigliatissima a tutte le donne, anche (o forse soprattutto) a chi non ha figli e non ne avrà mai. Ma forse potrebbe essere molto interessante anche per un uomo, chissà. Dopotutto, tratta temi universali.

La copertina non c'entra niente, e credo che il titolo sia stato rimaneggiato. Se non ho capito male in origine era qualcosa tipo "Diario vuoto" oppure "Diario del vuoto".
Siccome è uscito da pochissimo, in rete non si trovano quasi recensioni. Spero che abbia successo ma non ne ho visto parlare da nessuna parte.

venerdì 8 ottobre 2021

Ione - Euripide


Nonostante il titolo, Ione non è un trattato sulla struttura dell'atomo bensì uno dei più screditati drammi di Euripide e nessuno sembra disposto a prenderlo sul serio a parte me.
Chi avesse interesse a documentarsi in merito, infatti, o chi per sua libera scelta ha deciso di seguire un corso di storia della letteratura greca, troverà solo pochi e scarni commenti dedicati a quest'opera, nei quali si mette in rilievo l'insolito intreccio, più adatto a una commedia nuova, di quelle dove c'è sempre un trovatello o una trovatella che inevitabilmente sono riconosciuti da qualche nastro, stemma di famiglia o quant'altro che permette di identificarli alla fine come di libera nascita, di cittadinanza ateniese e spesso anche come discendenti di una nobilissima famiglia - la quale nobilissima famiglia lo stava cercando invano dopo esserne rimasta separata per un deplorevole insieme di circostanze. L'essere di libera nascita (e di cittadinanza ateniese) permette inoltre al non più orfanello di convolare con l'amato bene  a felici nozze, fino a quel momento precluse appunto dal mistero legato alla sua nascita.
Ma mai nessuno che spenda mezza parola sull'aspetto che mi ha colpito sin dalla prima lettura (perché l'ho letto diverse volte ed è uno dei miei drammi preferiti anche se Euripide mi piace un po' tutto).

Non è una tragedia, è un dramma - nel senso che va a finire abbastanza bene. Non si conclude con un matrimonio, ma alla fine della storia ognuno ha ottenuto quel che voleva - Creusa e Xuto un figlio, e Ione una famiglia.
Ma la tragedia c'è stata, diversi anni prima della vicenda rappresentata in teatro, quando il dio Apollo "aveva preteso amore" dalla principessa Creusa. 
E siccome il dio Apollo, com'è noto a chiunque abbia anche solo sfogliato un manuale di mitologia greca, aveva un concetto tutto suo dell'amore che non contemplava minimamente la possibilità che la controparte potesse avere una sua qualche opinione o preferenza, la cosa è finita con uno stupro in una grotta, come Creusa ricorda con amarezza quando anni dopo si ritrova nel tempio di Apollo.
Dopo lo stupro venne poi la gravidanza (com'è noto gli dei sono fertili, molto fertili). Creusa la tenne nascosta a tutti, non disse niente nemmeno a sua madre e partorì da sola, una notte, in quella stessa grotta - altra esperienza che ricorda con comprensibile angoscia.
E dopo mise il figlio in una cesta (con gli usuali contrassegni di cui sopra) e lo abbandonò nel bosco perché le fiere lo divorassero, o perché Apollo lo salvasse - ma quest'ultima possibilità non la vedeva molto probabile.
Invece Apollo, che dopo lo stupro non si era più fatto vedere né sentire, salvò il bambino, facendolo portare in zona Delfi da Hermes e poi facendolo trovare da una sua sacerdotessa che lo adottò e gli diede il nome di Ione (che alla fine, ammettiamolo, è sempre meglio di Protone o Neutrino, e anche di Xuto).

Il piccolo Ione all'epoca della storia è un fanciullo cresciuto nella dimora di Apollo, che lavora al tempio e considera quel tempio la sua casa. Del resto, non ne ha mai avute altre, e da bravo orfanello è molto riconoscente verso chi l'ha adottato.
Proprio a quel tempio, anni dopo, Creusa e suo marito Xuto, re di Atene, che dell'involontaria maternità della moglie non sa niente di niente, approdano per chiedere ad Apollo se potranno mai avere un figlio.
Naturalmente Apollo dà un responso che crea a tutti una gran serie di equivoci, difficoltà e incomodi - notoriamente i responsi del Lossia sono un disastro sempre e comunque e fan più danni della grandine -  tuttavia alla fine le cose si sistemano: madre e figlio si ritrovano e si riconoscono, mentre Xuto rimane convinto che Ione sia suo figlio, avuto da un suo trascorso prematrimoniale (di cui non ha nemmeno chiaro quando e come e con chi) e gli lascerà quindi il trono di Atene.
Il prologo viene recitato da Hermes, l'epilogo da Atena (in qualità di nume tutelare della città di Atene).
Apollo non compare mai in scena, e fa benissimo.

Nessuno, per quanto ne so, si è mai soffermato sulla vera particolarità di quest'opera: è l'unica narrazione, in tutta la letteratura classica, di uno stupro visto dalla parte della vittima.
Per la cultura greca e romana, par di capire, lo stupro è una pratica amatoria come tante altre, e giammai autore alcuno mi risulta essersi soffermato sul fatto che tale pratica possa eventualmente lasciare qualche strascico emotivo alla persona che l'ha subito - chessò, un senso di sopraffazione, una punta di amarezza, qualche traccia di rancore o vergogna, insomma una qualsiavoglia impressione negativa.
Euripide, a quel che sembra, qualche sospetto in merito invece l'ha avuto. 
Del resto Euripide è un autore molto particolare e sul tema della prepotenza e della sopraffazione davvero non c'è chi possa reggere il confronto. Tre delle sue tragedie che il Gran Canone Alessandrino ha ritenuto opportuno conservarci sono dedicate per intero a "le donne schiave dopo la caduta di Troia" e il tema del letto forzato cui le donne si ritrovano costrette è sviolinato per lungo e per largo, per tacere della magnifica tirata che Cassandra fa a sua madre quando la portano da Agamennone (e lei sa benissimo come andrà a finire) dove le spiega che quel suo matrimonio forzato è degno di grandi festeggiamenti e i troiani, che hanno perso, sono assai più fortunati dei greci che hanno vinto - con argomenti all'apparenza folli, ma che filano perfettamente e devono aver lasciato un profondo senso di inquietudine agli ateniesi che assistevano allo spettacolo.
Molti dei personaggi femminili di Euripide, in vari e numerosi drammi, si soffermano spesso sull'ingiusta condizione in cui sono tenute le donne - il passo più famoso è il monologo con cui Medea si presenta al pubblico, ma ce ne sono molti altri - e non uno solo sembra fuor di luogo e campato in aria, letto da occhi moderni. 
Eppure, ho scoperto con grande sorpresa, Euripide era spesso criticato per la sua misoginia dai contemporanei; e davvero, pensare che nella Atene dell'età classica che chiunque fosse passibile di misoginia lascia sbalorditi, considerando che si tratta di un sistema sociale dove la posizione delle donne era di poco migliore di quella delle donne afghane sotto il regime talebano.

Nello Ione  non c'è un racconto dello stupro, naturalmente, e nemmeno una descrizione dettagliata del parto. Eppure i pochi accenni di Creusa mi hanno sempre fatto venire i brividi, e la scena dove nella notte la ragazza madre abbandona a morte praticamente sicura* nella notte il bambino che piange ha qualcosa che buca i secoli. Leggendoli affiorano spontanee alla memoria  tutte quelle storie (alcune anche molto recenti) di donne che partoriscono di nascosto e abbandonano il bambino sulla porta della chiesa o della caserma del paese quando va bene, nel cassonetto della spazzatura quando va molto, molto male, e dalla pagina sale tutto il carico di paura e di orrore che c'è dietro a ognuna di quelle storie, molto meglio che in qualsiasi romanzo verista - e senza in realtà raccontare quasi niente. Tutto quel carico di violenza, sopraffazione e dolore cascato addosso alla povera Creusa, che non aveva fatto assolutamente nulla per procurarselo spezza davvero il cuore. O almeno, ha molto addolorato il mio, ma a quanto pare sono stata l'unica a notarlo.
Vai a capire.

Con questo post alquanto pensieroso partecipo di soppiatto al Venerdì del Libro di Homedemamma e auguro buone letture a chiunque passi da queste parti.

* anche se nella letteratura classica abbandonare un bambino nel bosco in mezzo agli animali selvatici è di gran lunga il modo più sicuro per garantirgli una vita lunga, prospera e ricca di eventi interessanti in barba a qualsiasi tasso di mortalità infantile. Ma Creusa non sapeva di essere un personaggio della letteratura classica, e dunque era convinta di lasciare il bambino a morire di fame e di disperazione o in pasto alle fiere.

venerdì 2 luglio 2021

I ragazzi di Jo - Louise May Alcott

Ed eccoci infine arrivati al quarto volume del ciclo delle Piccole donne. Ho scelto la copertina qui a fianco, di una edizione che risale alla notte dei tempi per un certo suo tocco assurdo. Tutto il libro in effetti è in un certo senso assurdo.

Il titolo è stato abbreviato nell'edizione italiana: nell'originale sarebbe Jo's Boys and How They Turned Out ovvero I ragazzi di Jo e come si rivelarono. 
La storia parla soprattutto dei protagonisti di Piccoli uomini, si svolge nell'arco di qualche mese e parte, come ci avvisa il titolo del primo capitolo, dieci anni dopo la fine del romanzo precedente.
Durante quell'intervallo di dieci anni sono cambiate diverse cose: il nonno di Laurie è morto e ha lasciato una grossa donazione ai coniugi Baher perché fondassero un college in grande stile - e infatti il piccolo vivaio umano di Plumfield è diventato un grande college misto, con allievi e allieve - uno dei primi, sembra di capire, ma non certo l'unico. Ci sono quindi un sacco di alunni e di professori di cui non sappiamo niente, e nemmeno abbiamo una qualche idea dei metodi didattici impiegati; sappiamo però che ogni anno c'è una classica cerimonia di consegna dei diplomi e intravediamo qua e là qualche allievo, e di un paio abbiamo una visione abbastanza dettagliata.
Jo è diventata una famosa scrittrice anche se si occupa ancora del college - per esempio tenendo un corso di cucito e ricamo alle ragazze che finisce per diventare una specie di circolo al femminile. Meg abita con loro, in una casetta a parte. Laurie ed Amy sono rimasti lì nella loro casa, la stessa che occupavano in Piccoli uomini. La loro bellissima figlia, creatura assai angelica, è molto dedita alle arti figurative. Alla fine della storia i figli di Fritz e quelli di Meg si fidanzeranno (o sposeranno) e lo stesso faranno Tom e Nat (rispettivamente l'aspirante commerciante e l'aspirante violinista di Piccoli uomini). Nan la monella invece non si sposerà, cosa di cui è estremamente soddisfatta, quasi quanto del fatto di essere medico.
Dan invece avrà un suo percorso tormentato ma farà cose eroiche. Anche lui comunque non si sposerà mai, ma al contrario di Nan la cosa non lo entusiasma granché.
Dunque c'è una trama, da cui volendo si potrebbe tirare fuori un buon romanzo per gli amanti del genere del romanzo formativo/sentimentale, che sono parecchi (e nel numero ci sono anch'io).
Peccato che invece ne esca un libro di una noia micidiale, anche perché tutti - e quando dico tutti intendo davvero tutti - i personaggi sono insulsi: fanno cose a volte anche eroiche e nobili (ma sempre in modo assai insulso) si innamorano di persone insulse e in con loro vivono amori insulsi e in tutto il libro non c'è una sola conversazione o descrizione o narrazione che non sia assolutamente insulsa. 
Pure, stranamente, il romanzo si lascia leggere, e scorre anche in fretta (pur essendo una lettura noiosa), tra uno sbadiglio e l'altro - ma in tutta sincerità credo che non ci sia una sola singola riga che mi abbia in qualche modo coinvolta emotivamente, salvo qualche occasionale lampo di indignazione quando Jo attacca una delle sue (insulse) prediche o Meg dice una delle sue insulsaggini. E giuro che anche il paio di capitoli dedicati ai diritti delle donne sono assolutamente insulsi, nonostante vi vengano dette cose ragionevoli (ma sempre in modo insulso).
Meg è un vero impiastro. Non le piace la carriera di giornalista che il figlio ha scelto (ma non osa opporsi. Del resto, lui è un maschio) e non le piace il ragazzo di cui la figlia è innamorata. La differenza è che il figlio fa il suo lavoro (con solo un vago senso di colpa addosso) mentre la figlia accetta di non fidanzarsi col suo innamorato - sperando in cuor suo che arrivino tempi migliori, certo - e quando lui parte Meg stabilisce che nemmeno si possano scrivere. Da brava eroina di Trollope la figlia è obbedientissima, perfino nel pensiero; peccato che non siamo in un romanzo di Trollope (in quel caso non ci sarebbe il problema della noia) ma nella libera America, e che a dire tutte quelle sciocchezze sia la figlia dei signori March.
Jo (sì, proprio Jo) è diventata una fabbrica di luoghi comuni e frasi fatte, ma sono luoghi comuni e frasi fatte molto, molto prolissi. Gira per tutto il libro come una chioccia dispensando consigli banali a tutti i suoi figli e parteggiando molto per loro - e, garantisco, chiunque tranne quei personaggi insulsi preferirebbe perdere un piede in una tagliola piuttosto che essere consolato o appoggiato da lei.
Laurie e Amy sono insulsi, ma almeno a quello siamo abituati. E comunque non lo sono certo più della media.
Le scene d'amore stroncherebbero un elefante, vuoi per prolissità vuoi per i concetti.
Nessuno ha la minima idea di come si fa a tenere un segreto anche se tutti si considerano la discrezione in persona. Nessuno è capace di esprimere il minimo concetto se non a prezzo di cinque-settecento parole.
Le conversazioni tra gli adulti sono noiose,  le conversazioni degli adulti con i ragazzi sono noiose, ma le conversazioni tra ragazzi sono davvero estremamente noiose. 
Insomma, si tratta di una lettura perfetta per chi vuole annoiarsi per un pomeriggio. Secondo me però è meglio evitare di comprarlo, visto che ci sono un sacco di ottime biblioteche in giro.
Inoltre, per una volta, mi sento di appoggiare le versioni ridotte rispetto a quella integrale, visto che contengono meno pagine noiose da leggere.

Con questo post non esattamente elogiativo partecipo in forma autonoma al Venerdì del Libro di Homemademamma, di cui da ormai tre settimane si sono perse le tracce - e auguro di cuore buone letture a chiunque passi da qui, esortandolo però a non leggere il libro qui presentato, se proprio non lo ritiene indispensabile alla sua formazione interiore o se non è tra quei non pochi sventurati che quando cominciano un ciclo devono assolutamente completarlo tutto (come me, ad esempio).

venerdì 25 giugno 2021

Piccoli uomini - Louise May Alcott



In tutta onestà, se dovessi fare un elenco dei miei libri preferiti questo non ci sarebbe. Tuttavia leggerlo è stato interessante sotto diversi aspetti, primo fra tutti per la sua notevole modernità didattica. Inoltre, facendo parte del  ciclo di Piccole donne è un classico per luce riflessa, senza contare che ha la sua brava parte di fan (alcuni lo ritengono anzi superiore al primo), anche se in rete non si trova molto in italiano, e persino la voce di  Wikipedia è piuttosto stringata.

Primo punto: più che un romanzo è un trattato sull'educazione, per ammissione della stessa autrice che dichiara che "questo libro non segue una vera e propria trama ed è, più che un romanzo, il resoconto di quel che succede nella scuola di Plumfield".  
E allora cominciamo spiegando cos'è la scuola di Plumfield, che magari non è mai esistita esattamente in quei termini, ma ha basi più reali di molte delle scuole narrate in letteratura.
Louise Alcott non ha mai gestito una scuola, ma era figlia di un insegnante decisamente molto avanti rispetto ai suoi tempi (e che per questo motivo passò la sua brava parte di guai) e frequentava gran copia di educatori e filosofi decisamente all'avanguardia.
La scuola gestita da Jo March e dal suo consorte, il professor Baher, non poteva quindi essere una scuola ordinaria.
Si tratta prima di tutto di una scuola altamente inclusiva: nel carnet di presentazione dei primi alunni troviamo un ragazzo che, a causa di quelle che un tempo venivano chiamate "febbri cerebrali" da intelligente è diventato idiota e un altro con una malformazione alla spina dorsale (di quelli che un tempo erano chiamati "gobbi"), e il nuovo alunno, introdotto nel primo capitolo, è disperatamente povero e viene da quello che oggi nelle relazioni scolastiche definiamo "un contesto socio-culturale degradato": in pratica, un trovatello che vive (male) suonando il violino per strada e dormendo in una cantina umida e fredda, dove si è ammalato di una brutta tosse che la malnutrizione ha contribuito a peggiorare. Più avanti, a rimorchio del trovatello, che se non altro nei primi anni della sua vita ha ricevuto un po' di educazione, anche se ben poca istruzione a parte quella musicale, arriva un altro trovatello, con alle spalle una infanzia ancor più disastrata. Per entrambi paga Laurie Lawrence, promosso per l'occasione da Reagente a Mecenate. Più avanti ancora arriverà una ulteriore orfanella dotata di un carattere piuttosto irruento, nota nella zona come "Nan la monella". Ma naturalmente i problemi possono arrivare anche con alunni all'apparenza normalissimi - e del resto, già intendersi sul concetto di normalità, in particolare se applicato a un ragazzino in età scolare, non è affatto semplice.
Che dire della disciplina? In realtà c'è, ma è una disciplina à la March, basata soprattutto sull'autocontrollo e la condivisione dei valori - il sogno della didattica moderna, insomma.
Cioè no, non del tutto: ad esempio sono previste anche zone franche, dove i ragazzi hanno l'esplicito permesso di scatenarsi - un accorgimento prezioso che vorrei tanto fosse a nostra disposizione anche nella moderna scuola, che vive nel terrore di incidenti, traumi (fisici), incidenti mortali e simili e per la quale, ahimé, il nobile principio improntato al migliore buon senso e citato nelle prime pagine risulta del tutto improponibile:
"Insomma come si fa a non concedere un po' di tempo libero in cui possano gridare, scatenarsi e combinarne di cotte e di crude come pare a loro?" osserva saviamente Jo durante una di queste zone franche, mentre intorno a lei i ragazzi si prendono festosamente a cuscinate e cavalcano i corrimano delle scale facendo un baccano fuor dall'umano.
Giusto, come si fa? Purtroppo sembra che oggi ci si riesca benissimo - ma non per questo scansiamo incidenti e traumi (fisici) vari; in compenso ci lamentiamo molto per le classi che, chissà perché, risultano spesso piuttosto irrequiete.

Quindi, una scuola che rientra nel ramo permissivo, dove fruste e bacchette sono del tutto fuor di questione: l'unica volta che infatti viene presa in mano la frusta si ha cura di notare come fosse coperta da uno spesso strato di polvere - e detta frusta non viene usata dall'insegnante sull'alunno bensì...dall'alunno sull'insegnante, in un passo didatticamente davvero geniale. Le sanzioni sono quindi del tutto non-violente (per gli alunni) e accuratamente motivate al diretto interessato.
E' poi una scuola con programmazione individuale: al momento del saggio di fine anno infatti chi sa scrivere scrive, in modo assolutamente personalizzato, ma chi non sa ancora scrivere perché è troppo piccolo se la sbriga in altra maniera, per esempio con una esposizione orale.
Una scuola molto laboratoriale: nel corso del romanzo assistiamo all'allestimento di un museo di scienze naturali con ampia scelta di animali vivi e morti; gli alunni tengono i loro pet (no, non solo cani, gatti, tartarughe e topolame vario, ma anche vermi, cavalli, polli e quant'altro) e hanno ognuno un orto a disposizione da coltivare a loro piacimento - e qualcuno ci riesce e qualcuno no, e allora gli viene spiegato alla fine dell'anno dove e come abbia sbagliato, acciocché possa migliorare nell'anno successivo. C'è anche un corso di cucina (se ne occupano le ragazze. Evvabbé). Inoltre viene incoraggiato lo spirito imprenditoriale, consentendo ai ragazzi di organizzare piccoli commerci di animali, piante, uova e altro.
Oltre alle ordinarie lezioni, ha grande importanza anche l'apprendimento tra pari in varie forme, e all'insegnamento partecipano anche giardiniere, cuoca e personale domestico in generale.
E si fa molto esercizio fisico, di tutti i tipi: non solo Scivolata sul Corrimano, Arrampicata sugli Alberi e Lotta con i Cuscini, ma anche tante altre tipi di sport.
Scuole di quel tipo esistevano e sono esistite anche in seguito, e sono sempre state scuole di nicchia - ma gli alunni che le hanno frequentate e le frequentano di solito le apprezzano assai e ne ricevono una preparazione assai completa. Naturalmente sono molto complicate da gestire, ed è per questo che sono piuttosto rare. Piazzare tutti i ragazzi in una stanza fornita di banchi e limitarsi a interrogarli è senz'altro più pratico per chi ci lavora, anche se meno stimolante. Inoltre, funzionano solo con numeri piuttosto ridotti, e va pur riconosciuto che le Grandi Scuole hanno qualcosa di rassicurante per molti, se non per tutti.

Sul piano educativo dunque è un libro molto interessante. Come romanzo però mi attento a dire che si è visto di molto meglio, anche nel resto della produzione della Alcott.
Abbiamo un ottimo primo capitolo, quando arriva il Violinista Randagio, e un eccellente capitolo intitolato "Damone e Pizia" (ma pare che il vero nome dei protagonisti della leggenda  fosse Damone e Finzia) sul valore dell'amicizia, che ripercorre molto bene le dinamiche interne di un gruppo di ragazzi in quelle circostanze. Poi c'è un bel gruppetto di storie e storielline che l'autrice assicura essere prese di peso dalla vita reale, e non vi è motivo di dubitarne. Tuttavia la narrazione nel suo insieme non è delle più avvincenti e anche se una trama in qualche modo c'è, o meglio anche se alcun i dei protagonisti seguono un loro percorso, non è una di quelle letture che mi ha spinto a tenere la luce accesa più del dovuto per andare avanti. E va anche detto che quella bellissima cosa che si chiama sintesi non sempre brilla per la sua presenza e insomma il brodo a tratti non è dei più sostanziosi.
Insomma, in certi punti mi sono proprio annoiata.
Alla fine del libro comunque, oltre ad avere individuato alcuni commercianti in erba, sappiamo che tre dei protagonisti hanno già individuato chiaramente la loro strada: il Violinista Randagio è, appunto, vocato al violino; il suo amico ancor più randagio è decisamente vocato allo studio delle scienze naturali, cui è stato instradato da tale Mr. Hyde (che immagino sia un alter ego di Henry Thoreau); e infine la monella Nan, fermamente decisa a studiare medicina (con l'appoggio di Jo).

In ultimo, una curiosità letteraria: verso la fine del libro spunta dal nulla un capitolo intitolato "John Brooke". Niente di strano, all'apparenza, visto che John Brooke è il marito della sorella maggiore di Jo, e anche il padre di due dei bambini di Plumfield. In questo capitolo John Brooke muore, dopo brevissima malattia, e ne viene tessuto un lunghissimo elogio funebre (che è anche una delle parti più scialbe del romanzo) dove, tra le altre cose, si racconta come il signor Baher aveva perduto con John Brooke un amico e un fratello insostituibili anche se nelle uniche due occasioni in cui li abbiamo visti insieme, i due non scambiano una parola che sia una.
Molto perplessa, dal momento che tale morte non incide minimamente sulla trama, sono andata a controllare; e ho scoperto che il vero John Brooke è morto nel 1870, dopo dieci anni di matrimonio - un dettaglio che viene ripetuto più volte durante quel micidiale capitolo. Sembra anzi che l'intero romanzo sia stato scritto proprio per provvedere alla sorella ormai vedova e con figli a carico.
In tutti i casi, oltre che di una noia mortale, quel capitolo contraddice il romanzo precedente: dove dieci anni dopo il matrimonio con Meg, John Brook gode ancora ottima salute, e anzi  ben due anni dopo la sua morte se ne stava a Plumfield a giocare a cricket con i ragazzi senza mostrare alcun segno di malessere fisico, nel capitolo finale.

Come ci ricorda Wikipedia, il romanzo ha avuto ben due adattamenti cinematografici e pure una serie televisiva di 26 puntate, ma anche un anime in 26 puntate che da noi è stato titolato Una classe di monelli per Jo ma l cui titolo originale era La piccola donna Nan e l'insegnante Jo dove la vicenda è incentrata appunto su Nan e su quella specie di passaggio di testimone tra lei e Jo accennato anche nei libri.

Con questo post partecipo in pectore al Venerdì del Libro di Homemademamma che da un paio di settimane latita e, come sempre, auguro piacevoli letture a tutti.

lunedì 19 aprile 2021

Lunedì Film - La bicicletta verde (film per le medie)


L'Arabia Saudita è un paese strano, per molti versi sconosciuto per noi comuni mortali occidentali. Sappiamo che esporta un sacco di petrolio, e che in quel modo si è arricchito assai. 
Tendiamo invece a dimenticare, o a non sapere, che è una monarchia assoluta, che prende volentieri i turisti occidentali ma rifiuta parecchie cose del nostro mondo (le sale cinematografiche, per esempio, chiuse 35 anni fa e cautamente riaperte, pochissime e in pochissimi posti ben scelti, solo poco tempo fa), che ha un sacco di immigrati per i lavori più umili ma che, come noi, ha cura di tenerli in uno strano stato di precarietà per cui è difficilissimo che siano in regola - e tante altre cosette, tua cui una legislazione sulle donne che al confronto l'Iran è un trionfo del femminismo.
Di recente ha fatto alcune caute aperture appunto verso le donne, per esempio dandogli il diritto di voto e di guida; tutte cose però che valgono fino a un certo punto perché per farle  ci vuole il permesso del wali, ovvero il tutore maschio appartenente alla famiglia che ogni donna deve avere, e senza la cui autorizzazione non può nemmeno uscire di prigione - come hanno scoperto con comprensibile stupore gli alunni della Terza Brillante quando gli ho assegnato appunto una ricerchina sulla condizione legislativa della donna in Arabia Saudita. E devo dire che su quest'ultimo punto mi sono sorpresa anch'io, tanto che sono perfino andata a controllare pensando "Ma chissà cos'hanno capito, questi qui". Ma sembra proprio che avessero capito benissimo, perché le conferme in rete abbondavano.

Nel 2012, grazie ad aiuti e finanziamenti internazionali vari, è nato il film La bicicletta verde - primo film girato in Arabia Saudita da una donna regista, Haifaa al-Mansour, quando ancora i cinema erano chiusi e gli arabi i film li noleggiavano per guardarseli a casa. Ed è un film con un certo tocco artigianale, girato tutto in interni o in esterni molto contenuti - un paio di strade, il tetto di un palazzo, un negozietto di quelli che vendono di tutto. Da allora la regista ha fatto altri film (all'estero, immagino, visti i soggetti) e solo nel 2019 ne ha scodellato un altro, La candidata ideale, ambientato in Arabia. Comprensibilmente, anche questo parla della condizione femminile in quel paese. E di che volete che parli, una donna che vive lì?

Da noi La bicicletta verde non è conosciutissimo al grosso pubblico, ma nelle scuole viene somministrato con una certa generosità, specie in occasioni tipo l'8 Marzo. Nonostante sia un po' statico e non vanti particolari effetti speciali, i ragazzi lo guardano con interesse, come si fa con un documentario ambientato su Marte. Cinquant'anni fa, devo dire, sarebbe suonato meno strano - ma questo i ragazzi non lo sanno e non sarò io a spiegarglielo. 
A un certo punto ho fermato la proiezione - Sapete perché non va bene che una ragazza così giovane vada in bicicletta? - ho chiesto - Attenzione, ci vuole un certo grado di perversione per arrivarci.
Han provato qualche ipotesi: perché si scopre le gambe, perché sembra troppo intraprendente... Poverelli, giustamente non ci arrivavano. Oggi è un altro mondo.
-No, per paura che si rovini la verginità - spiego.
Mi guardano perplessi.
-Avete presente, c'è l'imene, quella piccola membrana che si rompe al primo rapporto...
Sguardi sempre più perplessi - Sì ma...
Ci vuole davvero un certo grado di perversità per arrivarci: tutte le ragazze vanno in bicicletta, vergini o spulzellate che siano, tutti i ragazzi sono abituatissimi a vedere coetanee che vanno in bicicletta. Nessuno di loro, comprensibilmente, ha mai stabilito connessioni tra questo e un qualche rischio per l'imene. Ma io ho letto molto, ho una certa età e so che ancora all'inizio del secolo qualche dubbio in materia c'era, almeno in Italia.
Il film riprende. Ma quando arriva la scena che più mi aveva colpita quando l'avevo vista la prima volta - con  la protagonista che cade dalla bicicletta e la madre si precipita preoccupatissima, non, come qualsiasi madre sarebbe, per la paura che la figlioletta si sia rotta, ferita o anche solo sbucciata, ma appunto per il timore che abbia compromesso la sua verginità - non devo interrompere. Perché adesso lo strano passaggio risulta perfettamente chiaro.

La storia è molto semplice: c'è una ragazzina che vuole una bicicletta, e per comprarsela comincia a risparmiare e nel frattempo si fa insegnare da un amico come andarci. La madre non è affatto contenta. Il padre, a quanto si capisce, non è neppure informato della cosa. Del resto in casa non ci sta molto.
Non è una famiglia particolarmente arretrata, comunque: la madre insegna - anche se per andare alla scuola dipende da un autista uomo che porta lei e altre colleghe, e si fa cadere molto dall'alto per farlo. E il marito sarebbe molto disponibile a tenersi una sola moglie, ma disgraziatamente la madre non può più fare figli (dopo un parto molto rischioso è stata sterilizzata) e quindi non può dargli l'ambito figlio maschio che la famiglia pretende, così lui finirà per cedere e prendere una seconda sposa. 
Il singolo non può fare molto contro la società, specie in uno stato dove i limiti di libertà sono davvero ristretti. E non occorre spiegare che le feroci custodi dell'Ordine Stabilito (le insegnanti della scuola, per esempio) sono convinte di lavorare per il bene delle ragazze loro affidate: è evidente anche senza dirlo.
Non è colpa dei singoli, che sarebbero anche disponibili a cambiare le cose: l'amico della protagonista che le insegna ad andare in bici, il negoziante che la prende in simpatia e le tiene da parte la bicicletta verde (convinto che prima o poi lei riuscirà a trovare i soldi per comprarla), l'amica di famiglia che prova a convincere la madre a lavorare in ospedale, dove potrà stare senza velo (ma lei non si lascerà convincere).

Per procurarsi i soldi per la bicicletta, la protagonista affronta con mirabile determinazione una gara di lettura del Corano a scuola - ma al momento di ritirare il consistente premio in denaro fa la sciocchezza di dire che lo userà per comprarsi una bicicletta verde, e la direzione decide che il premio verrà invece devoluto ai profughi palestinesi.
Tuttavia la bicicletta  verde arriverà: sarà la madre a comprargliela, stufa di rispettare le regole, e il finale vede la bambina pedalare... ma sul tetto del palazzo.
Vabbé, è il pensiero che conta e si spera che la lasceranno pedalare anche per la strada.
Magari in futuro.

Il film dura novanta minuti. Anche se è un po' statico è molto scorrevole, e ai nostri occhi occidentali risulta talmente ricco di dettagli uno più sconcertante dell'altro che i novanta minuti passano in un lampo.
Ed è istruttivo, davvero molto istruttivo.

venerdì 5 febbraio 2021

Le ultime levatrici dell'East End - Jennifer Worth

 


Nel 2009, quattro anni dopo Tra le vite di Londra arriva il terzo e ultimo frutto di questo interessante studio in tre volumi sul rapporto tra il cittadino delle classi basse e lo stato inglese, tra la fine dell'Ottocento e gli anni 50 del secolo scorso iniziato con Chiamate la levatrice.
Ci sono tutti gli ingredienti dei due libri precedenti: le suore di Nonnanton House, un po' di autobiografia, i racconti di parti decisamente avventurosi, il colore locale e la ricerca storica.
Parti gemellari e financo trigemini non previsti; la Gran Questione dell'espulsione della placenta (un momento, dal punto di vista medico, importante quanto l'uscita alla luce del nuovo nato ma molto più critico se intorno non c'è una persona preparata a gestire questa particolare fase del parto, importante quanto misconosciuta dai non addetti ai lavori e che, se non ben gestita, rischia di lasciare il nuovo nato orfano o a forte rischio di diventarlo;  la sorpresa di ritrovarsi a gestire un parto su una nave mercantile, ovvero un posto dove in teoria non è ammessa la presenza di donne - ma evidentemente se c'è un parto allora c'è anche almeno una donna; e tante altre sorprese inevitabili in un lavoro come quello della levatrice, dove il bambino quando arriva arriva e non importa se non te ne sei accorta, se non è il momento giusto, se la situazione non è adeguata o semplicemente se quel bambino lì non dovrebbe proprio esserci.
La presenza della levatrice forza la situazione verso l'ufficialità, che ai tempi del parto in casa era tutt'altro che scontata - e ai bambini non registrati all'anagrafe è dedicato un capitolo che va dal fascinoso al terrificante, ma che dovrebbe portare gli storici al riflettere sulle lacune inevitabili in una storia ricostruita con fonti i redatte quasi esclusivamente al maschile.
Come nel primo libro Chiamate la levatrice ci sono sezioni storiche dedicate a tematiche mediche di vario tipo, ma stavolta sono più approfondite, e soprattutto vanno più indietro nel tempo aiutandoci a comprendere meglio l'Inghilterra della seconda metà dell'Ottocento.

Prima di tutto la tubercolosi - un argomento di cui tutti sappiamo qualcosa, non fosse che per avere visto un qualche adattamento della Signora delle camelie o di un qualche romanzo ottocentesco dove  assai spesso si moriva per consunzione (magari in apparenza innestata da qualche dispiacere, di solito sentimentale) ma che difficilmente abbiamo presente con chiarezza in tutta la sua portata. Una pandemia, volendo - ma mai davvero registrata come tale, che ha covato sottotraccia in tutta Europa per molti e molti decenni, fin quando il vaccino è riuscito ad eliminarla in un paio di generazioni, e così bene che la scompoarsa della malattia ha a sua volta fatto sparire la vaccinazione.
Oppure le lavorazioni pericolose in fabbrica - per esempio la mandibola del fosforo. Vogliamo parlare della durata media della vita di un operaio o, peggio ancora, di una operaia?
E, di nuovo, la prostituzione e le malattie veneree - nonché la legge inglese ben oltre i limiti del sadismo che serviva, in teoria, a limitarne la diffusione; e qui di nuovo rientra in scena sorella Monica Joan che, forte di una esperienza che parte dalla fine dell'Ottocento, racconta molte cose all'autrice, che poi in seguito deciderà di approfondirle.
E anche, trattato molto diffusamente, un argomento che sembrerebbe agli antipodi per una levatrice: l'aborto volontario.
Ho così scoperto che l'Inghilterra sempre tanto all'avanguardia non lo era poi tanto: l'aborto lì divenne una pratica legale solo nel 1967 (da noi nel 1978, non molto tempo dopo a ben guardare) e fino a quel momento anche le donne inglesi dovevano arrangiarsi sui tavoli da cucina con i ferri da calza, i cucchiai e altre piacevolezze ma solo quelle povere, perché per quelle ricche c'erano da tempo medici ben attrezzati a disposizione).
Descritti dal punto di vista medico questi aborti erano non soltanto spaventosamente pericolosi, ma talvolta, addirittura inefficaci - e questa per me è stata una sorpresa, ma dopo la descrizione medica mi sono resa conto che in effetti la possibilità c'era, ed era tutt'altro che remota. Certo, quando ero ragazzina e i cortei femministi infuriavano la tragica realtà degli aborti clandestini era descritta per sommi capi in tanti articoli di giornale (molto, molto meno nelle trasmissioni televisive) ma sempre da gente che di medicina ci capiva il giusto e si concentrava soprattutto su cupe descrizioni della cruenta pratica dall'esterno. Ma di nuovo viene da domandarsi con che coraggio i vari parlamenti tollerassero (e ahimé, tuttora tollerino in tanti paesi) che le cittadine del loro paese si ritrovassero così sole e abbandonate in momenti così difficili - perché, esattamente come il parto e anzi ancor più a lungo, l'aborto è sempre stato considerato un affare che riguardava solo e soltanto le donne anche se il figlio è, per antica tradizione, qualcosa di cui si avvia la produzione in due.

Come annunciato dal titolo, il volume si chiude con la descrizione della fine di questa eroica avventura: la morte di Sorella Monica Jean, l'arrivo della pillola che indirizzerà le suore di Nonnantus House verso nuove missioni, risolvendo molti problemi alla radice, e le diverse scelte di vita delle varie infermiere, ognuna con la sua storia - a volte, invero, assai complicata, perché complicata è la vita, e non soltanto per le levatrici.

Lettura assai consigliata, dunque; e mi ha fatto davvero molto piacere scoprire dai commenti che,  dal mio piccolo blog di periferia, anch'io ho contribuito in minima parte a diffonderne la lettura.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, in tono un po' minore perché, dopo diverse settimane tranquille, oggi la scuola media di St. Mary Mead festeggia l'entrata in classifica di ben due positivi in un giorno solo. E dunque, insieme ai soliti auguri di buona lettura, aggiungo per chiunque passasse di qua un caldo invito a  mantenersi negativo e la solerte raccomandazione di usare sempre adeguati dispositivi di protezione e curare il distanziamento sociale.

venerdì 1 maggio 2020

La torre di Babele - Antonia S. Byatt


Passano gli anni, la Byatt si prende il suo tempo ed ecco che nel 1996, ovvero 11 anni dopo Natura morta, arriva il terzo romanzo della quadrilogia.
Questa volta Frederica Potter è il personaggio centrale intorno cui ruota tutta la vicenda.
Sono passati otto anni dalla dolorosa conclusione di “Natura morta” e da sei Frederica è sposata e madre di un bel bambino. Anche per lei, come per la sorella, il matrimonio e soprattutto la maternità ha significato la fine degli studi e la contrazione del vocabolario, ma stavolta la volontà del marito ha avuto una parte determinante in questo e Frederica non riesce a trovare una particolare felicità che faccia da contrappeso a questa rinuncia. In pratica: il matrimonio si è rivelato un errore, e da quel matrimonio appare sempre più chiaro che è necessario liberarsi. Del resto, liberarsi da un matrimonio sbagliato che ha bloccato il processo di crescita è una tappa del tutto indispensabile per ogni protagonista femminile in una storia ambientata negli anni 60 e 70: visto come l’unico sbocco possibile per una ragazza di belle speranze, l’istituzione matrimoniale si presenta ben presto come una trappola, una tagliola, una prigione da cui è indispensabile uscire per ricominciare a vivere.
Liberarsi da un matrimonio però non è affare di poco conto, soprattutto quando il marito è decisamente contrario, e disposto a dimostrare questa sua mancanza di disponibilità nel più tagliente dei modi. In tanti han ricordato, davanti a una determinata scena, il brano Careful with that axe, Eugene dei Pink Floyd che in verità uscì nel 1968, cioè qualche anno dopo la scena in questione. Non saprei dire se il riferimento, per quanto implicito, sia voluto, ma è certo che il brano risuona nelle orecchie di chi legge, specie se il lettore è inglese.
Per divorziare si va in tribunale, naturalmente; e in contemporanea si va in tribunale anche per il processo a La torre del balbettìo, un romanzo di impianto assai spregiudicato e dalla tesi di fondo ancor più spregiudicata, accusato di oscenità - e dietro quest'ultimo processo incombe l'ombra del processo per oscenità all'Amante di Lady Chatterley, che infatti viene più volte ricordato; ed entrambe le sentenze segnalano in modo assai evidente che i tempi, nel bene e nel male, stanno cambiando.
I processi si prendono dunque una bella fetta dl romanzo, ma il vero tema conduttore del libro è la parola: sotto forma di grammatica e di insegnamento, come vediamo seguendo i lavori della commissione governativa istituita appunto per decidere il peso che l’insegnamento della grammatica deve avere nella scuola e le varie correnti di pensiero che in quegli anni si confrontano in merito; la parola come mezzo di diffusione del pensiero, anche di un pensiero tutt’altro che ortodosso, come avviene negli scritti letterari di quegli anni rappresentati ne La torre del balbettìo che richiama sin dal titolo le leggendarie vicende della torre di Babele; e infine la parola come mezzo di sussistenza: proprio grazie alla sua dimestichezza con le parole (oltre che alla rete di amici intellettuali che la sostiene con atti, pensieri e, appunto, parole) Frederica accumula una serie di lavori e lavoretti scarsamente redditizi che le permettono comunque di sopravvivere insieme al figlio: e così la vediamo insegnare letteratura inglese a giovani ed adulti e redigere schede di pubblicazione di manoscritti per una casa editrice un po’ di nicchia il cui proprietario è comunque ben deciso a partecipare al movimento di trasformazione culturale che segna l’Inghilterra negli anni ’60 - tra l'altro accollandosi la pubblicazione de La torre del balbettìo pur rendendosi perfettamente conto delle incognite che presenta tale pubblicazione (e delle grane che puntualmente arriveranno).
Come negli altri romanzi della quadrilogia c’è dunque molta letteratura, molto Lawrence (ma anche parecchio Forster) e, a sorpresa, anche parecchio Tolkien - un autore tra l'altro molto amato dal marito di Frederica. Si parte de Lo hobbit, che Frederica legge al suo bambino come libro della buonanotte, ma abbondano riferimenti a Tolkien come fenomeno editoriale, e al Signore degli Anelli come libro che influenza tutto l'ambiente letterario, talvolta come tormentone, fino ad arrivare alla scena finale dove appunto una rappresentazione ispirata a Tolkien viene bruscamente interrotta. E, in mezzo a tutto ciò, ampi stralci de La torre del balbettìo - romanzo ovviamente stracolmo di richiami letterari di tutti i tipi, ma anche il racconto a puntate che la compagna di appartamento di Frederica inventa per intrattenere un gruppo di bambini - un racconto fantasy, stavolta, ma non troppo tolkieniano.
Frederica ascolta, impara, sperimenta come sempre - in una vita sentimentale che non sarà priva di sviluppi imprevedibili (cosa del resto abbastanza prevedibile) - ma soprattutto si ritroverà a prendere in mano la sua vita e a darle pian piano una forma per lei accettabile nonostante (o grazie a) la presenza che il figlio le impone risolutamente e dal quale, si rende conto infine, lei non potrebbe stare lontana esattamente come lui non può stare lontano da lei per quanto ami suo padre.
Nonostante le complicanze della trama, una incredibile quantità di lumache che imperversano con rara invadenza e il cospicuo numero di personaggi, il romanzo è costruito con tale abilità che la lettura risulta davvero scorrevole, tanto che mi tenne gran compagnia e mi fu di notevole aiuto in uno dei punti più critici della malattia.

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma, ritornato felicemente in salute dopo i problemi della scorsa settimana, e auguro buone feste di fine reclusione a chiunque passi di qua.

venerdì 17 aprile 2020

Natura morta - Antonia S. Byatt


Il secondo volume della quadrilogia  viene pubblicato nel 1985, a sette anni di distanza dal primo ma si snoda su un percorso di qualche anno.
Continuiamo a seguire le vicende del  drammaturgo Alexander Wedderburn, che stavolta si dedica alla scrittura di un dramma incentrato su Van Gogh - si tratta quindi senza dubbio di un romanzo dove il giallo limone e il blu notte predominano e contrastano con ogni altro colore, dove si parla molto di pittura e di sbalzi di umore e di problematiche legate all’espressione del genio e dove la luce si rifrange con molta forza, soprattutto nei paesaggi provenzali così spesso evocati nella loro luce abbagliante, ma anche visitati e abitati, in un fascinoso intrecciarsi di relazioni e di ricordi.
Seguiamo poi in parallelo  le vicende delle due sorelle Potter: Stephanie, assorbita e assorta nella sua parte di moglie innamorata e madre prolifica e affettuosa, immersa in una felicità naturale cui è stato però pagato un pedaggio piuttosto forte: quello delle parole, con un vocabolario che si è andato contraendo e dove la tensione verso l’infinito è stata necessariamente ridimensionata a favore delle occupazioni più concrete e terrene. La gioia di essere madre, e una madre felice, si lascia dietro un carico di rinunce, a volte impreviste, a volte definitive.
Frederica, ormai sempre meno acerba, compie invece un complesso apprendistato sentimentale, sociale, culturale e sessuale che la porta a diventare un personaggio di rilievo, nel bene come nel male, della cerchia intellettuale di Cambridge, dove cercando di ritagliarsi uno spazio personale finisce per riscriversi le regole su misura cominciando a costringere gli altri a regolarsi su di lei e non viceversa. 
Tra un amante e l’altro, una relazione intellettuale e l’altra, un esame e l’altro, un articolo di critica letteraria e l’altro, un circolo letterario e l’altro pian piano la trasmigrazione alchemica si compie permettendo di intravedere il materiale originale di cui Frederica è costituita.
Il quadro dei personaggi si amplia, ospitando gradualmente la vivace corte che le si forma intorno. E tuttavia, pur nell’originalità di un percorso così variegato, lo sbocco finale previsto sembrerebbe quello canonico: il matrimonio, quasi mai citato se non nei suoi pensieri, quando si rende conto che lì inevitabilmente sembra destinata ad approdare, pur non desiderandolo esplicitamente, pur non vedendolo come uno sbocco naturale, pur non sentendolo come necessario… e pur non avendo in effetti nessuno con cui effettivamente desidera sposarsi. Perché, quale altro destino può sigillare la storia di una ragazza pur così originale e diversa dal canone consueto? Alla fine è lì che si dve arrivare: è una donna, e la carriera accademica per lei non è prevista. Potrebbe, forse, sposare un professore di letteratura. Oppure...
Le pagine scorrono, i capitoli si susseguono e la lettrice si domanda il perché di quello strano titolo, in una storia dove tutti i protagonisti sembrano decisamente vitali, e cosa accidenti ci sta a fare la citazione di Beda che apre il romanzo e parla di un pettirosso che entra per caso in una stanza.
La risposta arriva vicinissimo alla fine, brutale e sconcertante come solo la vita riesce ad essere. Perché le sorprese hanno per l'appunto questa caratteristica, e cioè di arrivare in modo sorprendente, scuotendo il lettore all'improvviso.
Su questa nota cruda il romanzo si chiude, lasciando la lettrice un po' stordita. Ma sapeste i personaggi!

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e gaiamente mi accingo ad un ennesimo fine settimana a base di lezioni e di programmazioni - stavolta tutto in rete. Ma non per questo mi farò mancare delle lunghe sedute di lettura. Molto, molto lunghe.

venerdì 27 marzo 2020

Papà Gambalunga - Jean Webster


Quello che vado oggi a presentare è un classico intramontabile - anche se, a dire il vero, non conosco una singola persona che l'abbia letto a parte me.
Quando l'ho letto la, prima volta? Sono quasi sicura che sia stato alle elementari, quando avevamo la biblioteca di classe. Non posso averlo preso in biblioteca perché quando ero ragazza le biblioteche di quartiere non c'erano - eppure sono sicura che mi è passato almeno tre o quattro volte tra le mani, in edizioni diverse, e probabilmente la prima che ho letto era la più completa.
Infatti questo classico per ragazzi che non è affatto nato come tale e al più, forse, si potrebbe ascrivere alla misteriosa categoria che va sotto la generica etichetta di "letteratura femminile" (di fatto è un onesto "romanzo per tutti") in Italia è sempre stato relegato tra i classici della letteratura per l'infanzia, o meglio per ragazze, e sempre è stato sforbiciato in tutte le sue edizioni.
Forse per la sua eccessiva lunghezza?
Ma no, in questa edizione ben spaziata, con i disegni dell'edizione originale e una serie di note tutto sommato quasi tutte superflue si fanno 260 pagine circa. Qualsiasi ragazzina di dodici anni (e forse anche di dieci, se ha un po' di inclinazione per la lettura) ne viene a capo in un paio di giorni.
Forse per le scenate scene di sesso estremo che contiene?
No. Raramente è dato trovare un romanzo dove il sesso abbia sì picciola parte.
Forse per scene di dissolutezza, dissipazione e vizio?
Neppure. Niente droga, non sono sicura che l'alcool nemmeno sia nominato, nessuno gioca d'azzardo, nessuno viene maltrattato, non c'è ombra di violenza né alcuno sprezzo per la religione.
L'America è un paese felice, vien da pensare, dove il peggio che ti possa capitare è finire in un orfanatrofio - dove non soffrirai fame, freddo o percosse, solo una notevole inedia intellettuale dal momento che ti è sottratto ogni stimolo intellettuale - beh, quasi, perché comunque nessuno può privarti della possibilità di pensare e ci sono cervelli che riescono a sopravvivere anche se privi di ogni nutrimento esterno.
Ad ogni modo questo povero libro, più maltrattato di un orfanello in un libro di Dickens è stato finalmente onorato di una traduzione completa e integrale e pubblicato l'anno scorso dall'editore Caravaggio in un rispettabile formato tascabile con copertina cartonata al prezzo tutto sommato accettabile di circa 16.00 euro. L'ho riletto con gran piacere e ho scoperto che avevano tagliato la parte più interessante: quella in cui la protagonista impara a costruirsi una certa indipendenza.
Una ragazza che vuole essere indipendente economicamente, pur avendo un benefattore alle spalle che le offre tutto quel che le interessa su un piatto d'argento? Addirittura che vuole restituire i soldi che costui ha speso per la sua istruzione?
Immagino che l'abbiano trovato sconveniente. 
Dove andremo a finire, signora mia, se le donne decidono di guadagnarsi da vivere pur avendo la possibilità di risparmiarsi tal fatica mantenendo il decoro?

La storia è abbastanza nota e oggetto di una discreta serie di film sin dai tempi della sua prima pubblicazione (1912) e nel 1991 anche di un anime di cui non ricordo di avere mai visto nemmeno un fotogramma ma che gode di buona reputazione nel giro:
Jerusha Abbott è una povera orfanella, cresciuta in un istituto di carità. Nessuno l'ha mai adottata ma la bambina andava bene a scuola e così il consiglio direttivo dell'ente benefico gli ha pagato un po' di studi per poi tenerla nell'orfanotrofio come donna di fatica, bambinaia, ripetitrice eccetera, insomma una tuttofare senza stipendio che si può usare a piacimento.
Uno dei benefattori, però, colpito dal senso dell'umorismo che ha mostrato in un tema a scuola ha deciso di pagarle gli anni del college. In cambio la ragazza dovrò scrivergli delle lettere dove racconta la sua vita - e appunto le lettere sono quelle che compongono il romanzo, un romanzo epistolare del tipo più classico, dove la storia è vista solo attraverso gli occhi della protagonista.
Papà Gambalunga è il nome che lei decide di dare al suo sconosciuto benefattore, che non le scriverà mai una riga ma che, alla fine il lettore si accorge, è entrato in scena piuttosto presto nel romanzo.
Al momento dell'agnizione ci accorgiamo così che il benefattore ha tentato un esperimento simile a quello di uno dei personaggi de La scuola delle mogli di Molière: allevarsi una ragazzina lontano da possibili concorrenti per poi prenderla in moglie. Ma siamo in America e anche da un college femminile è possibile che una ragazza impari a costruirsi la sua vita e riservi qualche sorpresa al suo "benefattore" uscendo di sua volontà dall'incubatrice.
Papà Gambalunga, nella sua versione misteriosa e fantomatica fa un po' i capricci, li fa anche nella sua versione più reale, ma Jerusha (che decide quasi subito di cambiarsi il nome in Judy) lo smonta con grande candore, una logica inappuntabile e una calma fermezza. Alla fine le cose andranno come voleva Papà Gambalunga, ma Judy nel frattempo si sarà costruita una vita a modo suo.
Judy è un carattere solare, giocoso, allegro, affamata di vita e soprattutto di letteratura. Al college impara le buone maniere, il programma dei corsi, si costruisce una cerchia di amicizie e soprattutto una cultura, partendo dai classici che si leggono da bambini e che nessuno le ha mai dato in mano e placando così la fame accumulata in tanti anni di bigio orfanotrofio. Per tutto il tempo però non dimentica di essere una orfanella che dovrà imparare a vivere con le sue forze. Il piacere con cui vive tutte le scoperte e i divertimenti di cui l'orfanotrofio l'aveva privata si trasmette al lettore trasmettendogli una visione solare dl mondo. È uno di quei romanzi che cura e guarisce senza impegnare troppo il lettore anche quando, come in questo periodo, è un po' depresso per circostanze esterne.
Consigliato sempre e comunque.

Copn questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro serenità e forza d'animo a chiunque passi di qua.