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domenica 27 febbraio 2022

Il volo del calabrone

La Prima Sfigata alla sesta ora di Venerdì
Con la Prima Sfigata faccio ben dieci ore, ma l'orario mi ha molto favorito: prime ore Lunedì, Martedì e Mercoledì, seconda ora Giovedì...
...quinta e sesta Venerdì. 
E' cosa nota che già alla quinta ora, con una prima, si compiccia poco o niente. Figurarsi alla sesta, e figurarsi di Venerdì quando di seste ore ne hanno già fatte cinque nel corso della settimana. E con sette DSA, poi. 
Insomma, si tratta di due ore abbastanza complesse da sbarcare, ecco.
Venerdì scorso, dopo una sessione decisamente movimentata in cui ho cercato di spiegargli i vari mari e canali e stretti e golfi che circondano l'Europa, eccomi ad avviare la parte più spinosa del programma di Grammatica, ovvero i pronomi.
Gli faccio vedere la tabella dei pronomi personali, come sempre divisa in tre colonne: la prima colonna per i pronomi personali forti, la seconda divisa in due parti per i pronomi deboli e quelli enclitici.
"Vedete quella seconda colonna divisa in due? Il vero problema dei pronomi è tutto lì. Sono piccoli, piccolissimi ma terribilmente pungenti, come quelle zanzare piccolissime che vi pungono tra le dita".
Tutti rabbrividiscono al pensiero.
"Sono perfidi, perfidissimi! Arrivano in silenzio e zak...".
"Prof, lei è allergica ai calabroni?" chiede Dotto.
Sospiro.
"Credo di no, non mi hanno mai morso. Però una cosa va riconosciuta, a onor dei calabroni: non arrivano in silenzio per coglierti di sorpresa. Sono perfino più rumorosi di una prima alla sesta ora costretta a fare i pronomi enclitici".
Di nuovo un brivido di terrore percorre la classe, mentre io ho una improvvisa ispirazione.
"Ecco, c'è anche un pezzo che li descrive".
Frugo su quella grande invenzione che è YouTube e scodello il volo del calabrone.
L'effetto va al di là delle mie più rosee speranze: la classe si racqueta e calma, molto interessata. Qualcuno batte le mani a ritmo, qualcuno si muove a tempo.
Così glielo faccio sentire anche in versione fisarmonica.
Pisola, che quel giorno è in DaD, mi chiede di scriverle il nome del pezzo e l'autore.
Ed eccoci qui, dopo cinque minuti di buona musica, calmi e paciosi, che affrontiamo con pazienza i pronomi enclitici. Nel giro di venti minuti abbiamo finito la pagina degli esercizi e anche fatto un giro di frasi.
Poi, certo, ci vorrà ben altro; ma intanto è un inizio.
E dunque una volta in più ecco la riprova che la potenza della musica è tale da ammansire perfino le bestie feroci, come ben sapeva Orfeo.
E un sentito ringraziamento a Rimsky-Korsakov (che pare che con questo brano non descrivesse uno dei nostri calabroni ma son dettagli).

martedì 9 novembre 2021

Raffinate questioni di grammatica speculativa

Socrate e Platone discutono dei massimi sistemi (su gentile concessione di Raffaello)

Dopo due anni di DiD e DaD e quarantene e cazzi vari, la Prima Sfigata (come buona parte delle classi in circolazione) presenta una preparazione a macchie di leopardo: sanno un po' di tutto, ma niente in modo esauriente - e se già per me è un problema, mi figuro quanto si sta divertendo Matematica.
Così ho deciso di applicare la famosa Tecnica del Trasloco: una volta arrivati nella casa nuova e circondati per ogni dove da immani quantità di casse si comincia col sistemare ogni giorno qualche piccola cosa, facendo a meno di quel che non si trova ma che prima o poi salterà fuori; col tempo e la pazienza, andrà tutto a posto.
La classe ha un buon rapporto con la scrittura, e dunque spesso li faccio scrivere. 

Prima tappa. Da due giorni piove e diluvia, quindi l'argomento salta fuori da solo.
"Scrivete un po' quel che vi pare, l'importante è che ci sia dentro un po' di pioggia e che in alto mettiate nome e cognome e data".
Per la data devo dire che non ci sono stati problemi. Quanto ai nomi...
"Quando dico che dovete scrivere il nome intendo che tutti dovete scrivere il nome, non solo alcuni di voi".
Secondo tentativo, dove nel testo devono mettere il nome di quindici colori.
"Ehm. Quando dico che tutti dovete scrivere il nome, intendo il nome e il cognome, non la semplice iniziale. Io i compiti li ordino in ordine alfabetico, per cognome".
"Ma alle elementari bastava l'iniziale..."
"Siamo alle medie e scriverete nome e cognome".

Nel frattempo ho anche affrontato la questione delle maiuscole.
E dunque, eccoci al terzo tentativo, dove partono da una immagine di Monokubo.
"Nome e cognome sì, ma voglio anche le iniziali maiuscole. Alcuni di voi scrivono in stampatello, ed è un modo valido per aggirare il problema. Ma chi scrive in corsivo mi deve mettere l'iniziale maiuscola".
"Ma per me quella è una maiuscola".
"Per te, ma non per chi legge. Fammi una maiuscola che sembri tale, e mettila anche a tutti i nomi propri che metti nel testo".

Nel frattempo ci siamo imbarcati anche nella Spinosa Questione della Punteggiatura.

Quarto tentativo.
"E dovete mettere la maiuscola anche all'inizio di ogni frase. All'inizio del testo e dopo ogni punto".
Ci si mettono d'impegno ma non va benissimo. E infatti eccoci al quinto tentativo.
"Facciamo un bel ripasso generale. Oggi mi presenterete tutta la vostra famiglia, ognuno col suo bravo nome e cognome. Per ognuno  andate a capo e mettete il punto a fine frase e la maiuscola all'inizio della nuova. Voglio sette frasi".

Sono un curioso miscuglio di cialtroneria e di pazienza, e dunque il compito di ripasso generale lo fanno bene.
E siccome non tutti abitano con sei persone, esauriti i genitori, i fratelli e qualche nonno arrivano gli animali. Un profluvio di creature a quattro zampe, ognuna con nome e cognome, tutti scritti con la maiuscola.

La prossima tappa sarà il punto interrogativo: via via che passano le settimane mi faccio ambiziosa.
Nel frattempo ho messo in campo anche la E accentata, e nel testo sui fantasmi le hanno messe quasi tutte giuste.

Sarà un anno interessante.

venerdì 1 maggio 2020

La torre di Babele - Antonia S. Byatt


Passano gli anni, la Byatt si prende il suo tempo ed ecco che nel 1996, ovvero 11 anni dopo Natura morta, arriva il terzo romanzo della quadrilogia.
Questa volta Frederica Potter è il personaggio centrale intorno cui ruota tutta la vicenda.
Sono passati otto anni dalla dolorosa conclusione di “Natura morta” e da sei Frederica è sposata e madre di un bel bambino. Anche per lei, come per la sorella, il matrimonio e soprattutto la maternità ha significato la fine degli studi e la contrazione del vocabolario, ma stavolta la volontà del marito ha avuto una parte determinante in questo e Frederica non riesce a trovare una particolare felicità che faccia da contrappeso a questa rinuncia. In pratica: il matrimonio si è rivelato un errore, e da quel matrimonio appare sempre più chiaro che è necessario liberarsi. Del resto, liberarsi da un matrimonio sbagliato che ha bloccato il processo di crescita è una tappa del tutto indispensabile per ogni protagonista femminile in una storia ambientata negli anni 60 e 70: visto come l’unico sbocco possibile per una ragazza di belle speranze, l’istituzione matrimoniale si presenta ben presto come una trappola, una tagliola, una prigione da cui è indispensabile uscire per ricominciare a vivere.
Liberarsi da un matrimonio però non è affare di poco conto, soprattutto quando il marito è decisamente contrario, e disposto a dimostrare questa sua mancanza di disponibilità nel più tagliente dei modi. In tanti han ricordato, davanti a una determinata scena, il brano Careful with that axe, Eugene dei Pink Floyd che in verità uscì nel 1968, cioè qualche anno dopo la scena in questione. Non saprei dire se il riferimento, per quanto implicito, sia voluto, ma è certo che il brano risuona nelle orecchie di chi legge, specie se il lettore è inglese.
Per divorziare si va in tribunale, naturalmente; e in contemporanea si va in tribunale anche per il processo a La torre del balbettìo, un romanzo di impianto assai spregiudicato e dalla tesi di fondo ancor più spregiudicata, accusato di oscenità - e dietro quest'ultimo processo incombe l'ombra del processo per oscenità all'Amante di Lady Chatterley, che infatti viene più volte ricordato; ed entrambe le sentenze segnalano in modo assai evidente che i tempi, nel bene e nel male, stanno cambiando.
I processi si prendono dunque una bella fetta dl romanzo, ma il vero tema conduttore del libro è la parola: sotto forma di grammatica e di insegnamento, come vediamo seguendo i lavori della commissione governativa istituita appunto per decidere il peso che l’insegnamento della grammatica deve avere nella scuola e le varie correnti di pensiero che in quegli anni si confrontano in merito; la parola come mezzo di diffusione del pensiero, anche di un pensiero tutt’altro che ortodosso, come avviene negli scritti letterari di quegli anni rappresentati ne La torre del balbettìo che richiama sin dal titolo le leggendarie vicende della torre di Babele; e infine la parola come mezzo di sussistenza: proprio grazie alla sua dimestichezza con le parole (oltre che alla rete di amici intellettuali che la sostiene con atti, pensieri e, appunto, parole) Frederica accumula una serie di lavori e lavoretti scarsamente redditizi che le permettono comunque di sopravvivere insieme al figlio: e così la vediamo insegnare letteratura inglese a giovani ed adulti e redigere schede di pubblicazione di manoscritti per una casa editrice un po’ di nicchia il cui proprietario è comunque ben deciso a partecipare al movimento di trasformazione culturale che segna l’Inghilterra negli anni ’60 - tra l'altro accollandosi la pubblicazione de La torre del balbettìo pur rendendosi perfettamente conto delle incognite che presenta tale pubblicazione (e delle grane che puntualmente arriveranno).
Come negli altri romanzi della quadrilogia c’è dunque molta letteratura, molto Lawrence (ma anche parecchio Forster) e, a sorpresa, anche parecchio Tolkien - un autore tra l'altro molto amato dal marito di Frederica. Si parte de Lo hobbit, che Frederica legge al suo bambino come libro della buonanotte, ma abbondano riferimenti a Tolkien come fenomeno editoriale, e al Signore degli Anelli come libro che influenza tutto l'ambiente letterario, talvolta come tormentone, fino ad arrivare alla scena finale dove appunto una rappresentazione ispirata a Tolkien viene bruscamente interrotta. E, in mezzo a tutto ciò, ampi stralci de La torre del balbettìo - romanzo ovviamente stracolmo di richiami letterari di tutti i tipi, ma anche il racconto a puntate che la compagna di appartamento di Frederica inventa per intrattenere un gruppo di bambini - un racconto fantasy, stavolta, ma non troppo tolkieniano.
Frederica ascolta, impara, sperimenta come sempre - in una vita sentimentale che non sarà priva di sviluppi imprevedibili (cosa del resto abbastanza prevedibile) - ma soprattutto si ritroverà a prendere in mano la sua vita e a darle pian piano una forma per lei accettabile nonostante (o grazie a) la presenza che il figlio le impone risolutamente e dal quale, si rende conto infine, lei non potrebbe stare lontana esattamente come lui non può stare lontano da lei per quanto ami suo padre.
Nonostante le complicanze della trama, una incredibile quantità di lumache che imperversano con rara invadenza e il cospicuo numero di personaggi, il romanzo è costruito con tale abilità che la lettura risulta davvero scorrevole, tanto che mi tenne gran compagnia e mi fu di notevole aiuto in uno dei punti più critici della malattia.

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma, ritornato felicemente in salute dopo i problemi della scorsa settimana, e auguro buone feste di fine reclusione a chiunque passi di qua.

martedì 21 novembre 2017

L'insegnante e l'Analisi Logica: un racconto dell'orrore (ripensandoci era un buon post per Halloween)

Una qualsiasi seconda media dopo la restituzione del compito di analisi logica
(Henry Dunant alla battaglia di Solferino, 1860, autore ignoto)
In tale dolorosa occasione, nacque a Dumant l'idea di fondare la Croce Rossa Internazionale.
Che con l'analisi logica non ha proprio niente a che vedere.

Quel che segue è un veridico resoconto di quanto ogni insegnante di Lettere si ritrova a vivere nel corso di una tappa apparentemente innocua del suo insegnantesco percorso, ovvero l'insegnamento dell'analisi logica in seconda media.
Non importa quanti anni di insegnamento hai alle spalle, non importa quanto sia intelligente la tua classe: le tappe che vado a narrare sono quasi inevitabili. 
Si comincia dall'inizio, naturalmente. Analisi logica, è l'analisi della frase semplice.
Cos'è una frase semplice (e tutti capiscono). Cos'è una frase ellittica, una frase nominale, insomma tutto questo genere di cose. 
Nessuno ha dei problemi.
Poi si fa la frase espansa. Prima era il gatto sale sul tavolo, poi diventa il bel gatto bianco sale con eleganza sul tavolo di mogano
E, di nuovo, nessuno ha dei problemi.
Tutti inanellano frasi semplici ed espanse senza perderci il capo né farne inutili drammi: molti gatti bianchi salgono sui tavoli di mogano e molti giovani studenti di Vicenza (tra i quali Bridigala) corrono a scuola sui loro pattini a rotelle.
Poi tocca al soggetto, che tra l'altro conoscono bene perché l'hanno già fatto alle elementari. Non ci sono mai drammi col soggetto, almeno fin quando non viene spostato al di là della prima parola: Agilulfo va al corso di pallanuoto senza problemi, ma se ieri pomeriggio Agilulfo è andato in cartoleria si può scoprire, con una sorta di doloroso stupore, che improvvisamente ieri è diventato il soggetto che compie l'azione, ed è un problema che in certi casi è destinato a trascinarsi.
Viene poi il predicato verbale; lì, già quando Agilulfo ha mangiato due paste alla crema si può scoprire che ha è predicato verbale, mentre mangiato viene promosso a complemento oggetto. Un po' inquietante, visto che in teoria alle elementari hanno fatto sia il predicato verbale che il complemento oggetto. Non parliamo di quando Crodegango ha iniziato a pensare di dover oliare i pattini - ma sono frasi che di solito arrivano molto più avanti, quando il livello di entropia è ormai alto e qualsiasi pretesto è valido per trasformare una frase in un dedalo inestricabile.
Gli attributi vanno via senza troppi drammi, le apposizioni godono di minor fortuna - forse perché tutti capiscono facilmente che cos'è un attributo, ma apposizione è parola strana e repellente: "appo"che?

Viene poi l'acerba primavera del predicato nominale, facilissimo da spiegare e ancor più da capire. Infatti tutti lo capiscono, e svolgono nel migliore dei modi gli esercizi assegnati. Poi lo dimenticano. Quando se ne accorge, il Bravo Insegnante di Lettere lo rispiega con pazienza alla classe, e di nuovo tutti lo capiscono e di nuovo tutti lo dimenticano. Il predicato nominale è il trionfo del Giorno della Marmotta e l'incarnazione del mito di Sisifo.
Col tempo, tuttavia, alcuni degli alunni più diligenti lo imparano in forma stabile  e talvolta ricompare in modo assai inopportuno con i verbi composti: Liutprando soggetto è copula andato parte nominale a Fanculo moto a luogo - e nessuno capisce perché il Bravo Insegnante di Lettere a quel punto comincia a strapparsi i capelli, battersi il petto e invocare un po' di terra da zappare onde smettere di rubare soldi allo stato e fare infine un lavoro utile alla collettività.
A questo punto ci sarebbero pure da affrontare i predicativi del soggetto e dell'oggetto, che finiscono regolarmente in un bagno di sangue. Qualche insegnante reso saggio dall'esperienza li ripropone molto più avanti, ma di solito il risultato non cambia (tuttavia ho conosciuto una intera classe che lo maneggiava con assoluta disinvoltura e proprietà. Ignoro tuttavia a quale tecnica di magia nera sia ricorsa l'insegnante che avevano avuto l'anno prima né ho potuto chiederglielo perché nel frattempo era ritornata nella sua terra di origine, in fondo alla penisola).

Arrivano i complementi nuovi. Ai ragazzi piacciono un sacco, i complementi nuovi e qualcuno si diverte a distinguere complemento di materia e di denominazione e di specificazione, moto da luogo e complemento di allontanamento. Complementi di luogo e di tempo, di fine e di causa, di modo e di argomento scorrono bene. I ragazzi fanno gli esercizi sul libro, costruiscono docilmente frasi con appositi complementi, qualcosa va rispiegato. A volte ci sono problemi specifici: c'è chi va al mercato complemento di termine, c'è chi resta a casa moto a luogo, ma pian piano tutto va a posto.
Un po' più tragica può essere l'analisi delle particelle pronominali, specie se la classe ha ignorato con determinazione i pronomi personali in prima. Che e ne possono riservare un sacco di spiacevoli sorprese.
Il Bravo Insegnante fa approfondimenti e ripassi dell'analisi grammaticale, e un po' se lo filano e un po' no, ma nel complesso la situazione non sembra drammatica.
Giunge il tempo del compito di analisi logica: il Bravo Insegnante pesca un po' di frasette dove il gatto sale sul tavolo, Agilulfo va al mercato e il drago dorme sul suo letto d'oro nella caverna, gli studenti lavorano con impegno e puoi quasi vedere le punte delle lingue che sporgono tra i denti come segno di massima concentrazione. Poi consegnano. Ahimé sì, consegnano.
E giunge infine il tempo della correzione dei compiti, che è regolarmente una tragedia immane. Per l'occasione ritornano in perfetta parata militare tutti gli errori pazientemente bonificati e disboscati nel corso dei mesi precedenti.
Disastro completo e totale. I più bravi hanno fatto schifo, la fascia media ha fatto ribrezzo e pietà, mentre la fascia bassa alla fine, una volta tanto, non ha nemmeno fatto tanto peggio degli altri - del resto, sarebbe stato davvero difficile.
Il Bravo Insegnante di Lettere, che per l'occasione si proclama il Più Inetto Insegnante di Lettere che mai abbia calpestato la terra, piange, si dispera e cerca conforto dai colleghi. Chi non insegna Lettere lo guarda con blando compatimento e prova a offrirgli un caffé o un pasticcino non sapendo che altro fare, mentre i colleghi di Seconda sono troppo occupati a disperarsi a loro volta per dargli adeguata comprensione, e chi per sua buona sorte fa Italiano in Prima o in Terza ringrazia Dio o il Caso che per quell'anno tal tormento gli venga risparmiato.
Seguono dolorose sedute di autocoscienza con la classe, pianto e stridor di denti, piogge di quattro e di tre. I ragazzi non si capacitano che il loro pacioso e simpatico Insegnante di Lettere si sia trasformato in una tigre ircana e alla fine, mossi ben più dall'istinto di conservazione e dall'affetto per il poveretto che vedono così accasciato (oltre che dal legittimo desiderio di non ritrovarsi a fine anno l'insufficienza in pagella) che dall'ambizione o dall'amor proprio si danno infine un po' da fare.
Il secondo compito non andrà bene, no, ma andrà comunque talmente meglio del primo che il Bravo Insegnante di Lettere deciderà di non sfidare oltre la sorte e stabilirà in cuor suo che in fondo basta che sappiano le cose essenziali (sì, quelle che gli hanno già insegnato alle elementari).
In mezzo a tutta questa ordalìa un piccolo gruppetto di ragazzi non necessariamente brillantissimi ma provvisti di una mentalità logica e razionale hanno afferrato il meccanismo base e navigano tranquilli in mezzo alle secche più perigliose, talvolta affrontando senza paura perfino i complementi predicativi. Il resto va a tastoni e si ritiene fortunato se riesce a non infilare due errori per frase.

Sorge spontanea la domanda: perché?
Non è una di quelle domande cui sia facile trovare una risposta.
La prima cosa però che salta agli occhi è che alla classe tutta, tranne forse a un paio particolarmente interessati alle strutture grammaticali, dell'analisi logica non importa assolutamente nulla. Non abbiamo il loro consenso interiore. 
Qualcuno si applica perfino all'analisi logica per ambizione, per orgoglio o perché ha una buona memoria e a forza di inerzia i concetti principali finiscono per restargli appiccicati. I più si applicano assai malvolentieri e per puri fini di sopravvivenza - ma nessuno sembra convinto che l'analisi logica serva a qualcosa.
Il secondo motivo è che, staccata dal latino, l'analisi logica risulta più difficile. Non eccezionalmente difficile, solo un pochino più difficile. Tuttavia nel corso del triennio i ragazzi affrontano cose ben più complicate e ostiche dell'analisi logica - che alla fine è una specie di giochetto da società e nulla di più - spesso con successo; ma a queste cose più difficili riescono a trovare un senso, e finiscono per applicarcisi.
Il terzo, naturalmente, è che ci sono tante cose più divertenti da fare rispetto all'analisi logica, ma anche lì valgono le considerazioni del punto 2.

Tuttavia, pur non avendo mai amato l'analisi logica quando l'ho fatta alle medie (da insegnante mi diverto molto a farla, invece e nonostante tutto) temo di dover ammettere che se continuano a tenerla nel programma c'è il suo perché. Non è affatto inutile, soprattutto quando si affrontano le lingue straniere - e ormai tutti ne affrontano almeno due, per tacere degli stranieri che ne affrontano ben tre. Quando la faccio non mi sembra di sprecare del tempo. Certo, sfoltisco i complementi evitando quelli che chiamo "complementi di chicchera e di piattino" (ad esempio il complemento di allontanamento o di provenienza) ma trovo l'insieme piuttosto utile. Quando dico piuttosto utile intendo dire che, dopo i regolamentari bagni di sangue, quando alla fine per amore o per forza un po' di analisi logica è stata imparata, migliorano anche la produzione scritta e quella orale - in pratica, le creaturine parlano e scrivono più correttamente - che è poi l'unico risultato cui tendo qualsiasi cosa faccia o dica in classe: una corretta esposizione scritta o parlata perché nessuno rida di loro quando parlano una volta che saranno usciti dalle mie mani e dal loro primo ciclo di istruzione; e che è quel che il Ministero si aspetta da loro - giustamente, aggiungo.

E qui finisce la mia desolata autocoscienza. So che il problema è superiore non solo alle mie deboli forze, ma anche alle forze di insegnanti tanto più capaci di me. Tuttavia esiste. Non ha rimedio, ma esiste.

mercoledì 14 giugno 2017

Quattro elefanti si dondolavano lungo il filo di una ragnatela (ultimo giorno di scuola)

Ultimo giorno di scuola. Stavolta la professoressa Murasaki, stanca ma in ottima forma fisica, ha preparato tutto e stampato tutto per tempo. 
Perché la professoressa Murasaki non dà compiti per l'estate se la classe si è adoperata per fare ragionevolmente il programma, ma se dopo tre mesi passati sui pronomi in prima media, più altri due mesi passati su pronomi e aggettivi con la Supplente (che chissà perché ha insistito proprio su quella parte del programma; pòle essere che dipenda dal fatto che tuttora nei testi scritti dalla Seconda Amichevole se appena c'è una subordinatina si fatichi seriamente a capire chi fa che cosa? Non ne ho parlato con lei, resta il fatto che nel compito di analisi logica parecchi hanno risolto la questione scrivendo sotto i pronomi "pronome" senza analizzarli e nessuno si è degnato di riconoscere i pronomi relativi scrivendoci sotto "congiunzione" e risolvendo così il problema, anche se c'erano ben tre che soggetti e pure un che complemento oggetto), se, dicevo anzi scrivevo, i pronomi sono ancora una zona incognita della nostra bella lingua, allora si impone una cura di riparazione - anche perché corre voce che creino parecchi problemi anche in inglese e in spagnolo.
Restituisco i compiti di analisi logica, li rampogno garbatamente, gli consegno una bella sfilata di esercizi e ben tre diverse spiegazioni attinte da tre diverse grammatiche della differenza tra che congiunzione e che pronome, per la serie La vecchia guardia muore ma non si arrende. 
Poi consegno anche le ormai arcaiche verifiche di storia, che avrei dovuto correggere durante le vacanze di Natale e che invece avevo corretto appena in tempo per gli scrutini, e consegno pure i temi fatti due giorni prima delle vacanze suddette, che riguardavano la loro identità personale, di cui gli chiedevo di tracciare un accurata mappa e che avevano fatto con molto entusiasmo. Dopo tre mesi era inutile riportarglieli, ma adesso hanno una graziosa aria vintage che li ha divertiti assai - se c'è un periodo in cui alle medie si cambia particolarmente, è proprio nella seconda parte della seconda media (non che nel resto del triennio restino uguali, si capisce).
Suona la campanella e vado nella Seconda Non Eccessivamente Perfezionista, dove avevo lasciato in sospeso due interrogazioni di cui non mi ricordavo affatto. Dopo che le ho concluse con esito più che positivo scopro con piacere che aggiustando i voti per lo scrutinio (che l'altra Seconda sa benissimo essere già avvenuto, mentre la Seconda Non  Eccessivamente Perfezionista ne sembra beatamente ignara) avevo previsto anche l'esito delle interrogazioni che non  ricordavo di dover fare. Ne concludo che la mia memoria, assai brillante prima dell'operazione, perde tuttora colpi ma ciò nonostante le valutazioni finali continuano a venirmi bene (almeno, a me sembra che mi vengano bene).
Niente compiti per la Seconda Non Eccessivamente Perfezionista, nemmeno l'ombra di un compito formale: perché gli alunni Non Eccessivamente Perfezionisti di quella Seconda  cialtroneggiano assai e di compiti ne farebbero comunque ben pochi, mentre altri hanno assai rispettabilmente lavorato e fatto tutto quel che pretendevo da loro e dunque è inutile e ingiusto dargli dei compiti per l'estate. 
Accenno però che l'anno prossimo lavoreremo in modo molto diverso perché gestiremo stati un tantinello più grandi - e gliene indico qualcuno.
Suona la campana per l'intervallo. Apro la porta per farli uscire e uscire a mia volta in corridoio, e mi trovo davanti la Terza Effervescente in versione trenino che percorre il corridoio cantando a squarciagola il celebre mantra sugli elefanti che si dondolavano lungo il filo di una ragnatela e ritenendo la cosa interessante vanno a chiamare altri elefanti, per poi trovare il tutto un po' pesante e mandare via gli altri elefanti ad uno ad uno; canzoncina assai giocosa, che ho cantato a squarciagola a suo tempo (sì, è una di quelle canzoni senza tempo che viene trasmessa di decennio in decennio dalle vecchie alle nuove generazioni) ma che fino a quel momento avevo associato più alle gite scolastiche che ai rituali di Addio alla Scuola Media - ma in effetti non ci sta niente male.
Ho appena finito di sgranare gli occhioni che il trenino ripassa, sempre a passo assai serrato, e gli elefanti chiaramente sono cresciuti di numero.
Facendo un paio di vasche in corridoio incrocio la prof. Spini, che mi apre il suo cuore: "Tutti gli anni l'ultimo giorno è sempre un incrociare le dita e sperare che non succeda niente di grave".
"Secondo me, se il massimo che combinano è un trenino dove si canta la canzone degli elefanti e della ragnatela, grosse tragedie in arrivo non dovrebbero esserci" provo a confortarla.
Sono frasi sempre pericolose da dire ma in effetti i fatti finiscono per dar ragione al mio incrollabile ottimismo e no, nella Terza Effervescente non succede nulla di grave, o meglio nulla di pregiudizievole per la salute e il benessere fisico dei nostri amati alunni. Nemmeno la loro linea dovrebbe subire grossi danni, perché entro nella loro aula e mi prendo una generosa tangente in patatine fritte - le mie prime patatine fritte dell'anno, e vanno giù tranquille senza far danni.
Alla fine dell'intervallo, piuttosto caotico in verità, striscio verso la Sala Insegnanti dove mi rilasso un po'.
Quando entro, alla quarta ora, nella Terza Effervescente, trovo diversi fanciulli in lacrime.
"Perché piangete?" chiedo come un idiota.
Già, perché mai gli alunni di una Terza dovrebbero piangere l'ultimo giorno di scuola? Davvero non si è mai visto un fenomeno così insolito dall'alba del mondo in poi. Vabbé, immagino che anche questo sia uno strascico dell'operazione (...speriamo...). Ma c'è anche da dire, a mia parzialissima discolpa, che mentre facevano il trenino sembravano tutti di ottimo umore. 
Ma che fenomeno curioso, un adolescente che sembra di ottimo umore e invece è triste! Anche questo, un caso che non si è mai verificato a memoria d'uomo, e meno male che finalmente arrivo io a registrarlo. Pensa se non c'ero per notarlo, l'umanità non avrebbe mai saputo che si verificano eventi così insoliti.
Mi viene comunque fatto osservare in tono polemico che non è proprio una domanda astutissima, e che alcune persone possono essere anche sensibili, eh.
"Ma Roderico e Matilde non si sono mai molto interessati a quel che succedeva qua dentro" ribatto, dimostrando così che a una singolare intelligenza e fine comprensione dell'animo umano unisco anche un tatto davvero notevole. Forse dovrei candidarmi per il Premio Talleyrand? O entrare direttamente nella carriera diplomatica? 
Magari potrei occuparmi di una zona calda, tipo la Siria: chissà che bell'aiuto fornirei a quelle povere popolazioni al momento così in angustia.
Mi viene spiegato che chissà, magari, non è detto che quel che uno mostra coincida completamente con quel che quel qualcuno sente.
Nel mio piccolo cervellino si affaccia faticosamente la considerazione che sì, in effetti Roderico e Matilde non si sono mai molto interessati alle lezioni che gli propinavamo, ma che questo in effetti non gli impediva in alcun modo di essere profondamente legati ai loro pur studiosissimi compagni.
"Prof, ci porta fuori?".
"Sì, mi sembra un ottima idea".
Certamente meglio che stare a conversare con me, visto quel che gli ho scodellato finora.
Nel cortile della scuola, chi vuol piangere piange in libertà e viene adeguatamente consolato (non da me, per sua fortuna), altri si mostrano assai propensi a fare due chiacchiere con me nell'unica, piccola zona d'ombra e un bel gruppo gioca a calcio sparando pallonate a cento chilometri all'ora come hanno sempre fatto nell'intervallo della mensa sin dalla prima (centrandomi più di una volta, devo dire, ma per fortuna risparmiando le vetrate).
All'ultima ora rientro nella Seconda Amichevole, dove i banchi sono stati spostati contro la parete. Accetto di portarli fuori e prometto di non interessarmi minimamente dei bottiglioni d'acqua che possano avere con loro nei bagni, ma li avviso che l'acqua dei bagni è stata chiusa. 
Si lamentano che non è giusto e concordo apertamente con loro. Non mi spingo però a dirgli cosa penso davvero, e cioè che più che non essere giusto la trovo una cazzata di alto livello. Tra l'altro è una splendida giornata, il sole picchia alla grande, in cortile si potrebbero cucinare il pollo al mattone e le uova alla piastra senza problema alcuno, non capisco l'utilità dello sforzo profuso dalla Dirigenza nella Nobile Missione di Evitare i Gavettoni (ormai tornati di sola e limpida acqua: il tempo della farina e delle uova sembra ormai del tutto tramontato).
In quel momento si affaccia un ragazzo della classe accanto a braccia piene: "Scusate, ci sono rimasti quattro pacchi di patatine e ci chiedevamo se vi interessavano...".
"Ma certo che ci interessano, e vi ringraziamo di cuore" assicuro. Sono quattro pacchi di dimensione monstre. Li distribuisco tra quattro volonterosi e tutti insieme scendiamo, nel cortile che non è certo diventato più fresco nel frattempo.
Le patatine spariscono in meno di un quarto d'ora, ma non per questo i ragazzi sembrano annoiarsi. La confusione va raggiungendo livelli da inquinamento acustico ma nessun insegnante sembra preoccuparsene molto, nemmeno la prof. Spini.
La campana libera tutti: con un immane ruggito le classi corrono verso i pulmini e finalmente si scambiano i doverosi gavettoni. Quando in fine i pulmini sono partiti col loro carico urlante, lasciando un piazzale piacevolmente umido, mi domando perché è stato impedito a tutti i costi che quell'ottima acqua venisse usata per rinfrescare il cortile della scuola, che invero raggiunge temperature da forno crematorio.
Poi torno a casa, dove mi aspetta un piacevole pomeriggio di relax e un ancor più piacevole fine settimana di bagordi.
Il virus, molto rispettoso degli orari lavorativi, si dispiegherà in tutta la sua possanza soltanto nella tarda serata di Domenica.

L'Anno scolastico è finito, evviva l'Anno Scolastico.

martedì 9 maggio 2017

In compagnia di un albero o in unione con un albero?


Ad analisi logica non siamo poi molto avanti ma, vivaddio, nemmeno troppo indietro; del resto in terza usa comunque fare un ripasso a inizio anno, e usava già prima che istituissero le prove Invalsi. Insomma, tra tante cose piuttosto insolite che mi trovo a fare questo maggio (ad esempio un bel riepilogo dell'aldilà dantesco, o iniziare il libro di narrativa, per non parlare della marcia su Roma) il Complemento di Compagnia e di Unione non è certo la più strana, né la più difficile.
"In pratica, quando si parla di esseri umani o animali si chiama complemento di compagnia, quando si tratta di oggetti, cioè di qualcosa che non ha un anima, si chiama unione".
Tutti assentono, tranquilli. Ma ecco che Confucio alza la mano "E per le piante?".
Provo a pensarci su. La prima riflessione che mi viene in mente però, e  che non esterno, è che la mentalità è veramente cambiata se a qualcuno viene in mente di farmi una domanda del genere - del tutto sensata, del resto. Nello storico Tantucci dove ho studiato (molto malvolentieri) tanti anni fa, il complemento di unione valeva anche per gli animali, che quando costui aveva redatto il suo insulso libretto erano considerati forme di vita, sì, ma del tutto immeritevoli di essere paragonate a quell'essere superiore che era l'Uomo.
Da quando insegno però non ho mai trovato una grammatica che non specificasse che il complemento di compagnia valeva per uomini e animali - e giustamente, perché nessuno oggi è disposto a considerare il micio o il coniglio di casa alla stregua di un oggetto. 
Delle piante però non mi ricordo si fosse mai preoccupato nessuno; ma non c'è dubbio che le piante siano esseri senzienti, anche se di solito non esci con un albero, caso mai con un mazzo di fiori da portare a qualcuno.
"Se si tratta di una pianta viva, per esempio una sequoia o un azalea, è complemento di compagnia. Se si tratta di fiori recisi, o secchi, o legna da ardere allora è complemento di unione" improvviso "Ma ammetto di non sapere come ci si deve regolare per i bulbi". 
Sembrano piuttosto disponibili a lasciarmi il beneficio del dubbio per i bulbi. Anzi qualcuno alza la mano:
"Che cosa sono i bulbi?".
Una classe molto simpatica ma, ammettiamolo, con un vocabolario piuttosto limitato.

giovedì 24 novembre 2016

Esperimenti per l'educazione all'affettività - 1


Ufficialmente i draghi si accoppiano in volo, ma vai poi a sapere se lo fanno anche altrove


Al primo stormir di Settembre mi sono fatta con qualche collega un corsetto di formazione con le Life Skills (sì, sempre loro) sull’educazione sessuale.

In sintesi, consigliavano un approccio olistico, che partisse già da elementari e materne (ma senza alcun corso di masturbazione dal vivo, per quel che mi è stato dato di capire), non limitandosi solo ai dati più tecnici ma lavorando sulla persona nel suo complesso,  il tutto al nobile scopo di permettere ai fanciulletti un atteggiamento il più possibile sereno e positivo verso sé stessi e poi verso gli altri.
Tutto ciò è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di vibrazioni positive (oooohm), ma io sono un insegnante di Lettere, e dunque sulla parte più tecnica non potrei comunque fare granché. Però….

Fu così che, ricolma e traboccante di ardimentoso zelo, decisi di fare con la mia amata seconda un bel percorso sul Gran Passaggio dell’adolescenza, l’amore, la questione femminile e gli stereotipi di genere (grano, uova, lardo e cinghiale, tutto cotto insieme per far prima, secondo la ricetta del cuoco militare di Asterix Legionario), il tutto sotto specie di purissima innocenza e senza dichiarazione di intenti; e a tal scopo vado tuttora elaborando una bella lista di libri e film,di cui per ora solo Quando c’era Marnie è passato sotto i loro occhi. Del resto, questa classe nello specifico sembra ancora abbastanza assopita sotto questo aspetto. Sembra.
Tuttavia è noto che anche la più  tradizionale e consueta delle programmazioni può portare a sviluppi inaspettati.

Per esempio grammatica. Analisi logica.


perché vedete, c’è il predicato verbale e quello nominale. Il predicato nominale è quella cosa che tutti capiscono al volo ma che altrettanto al volo dimenticano, e così arriviamo alla classica scena dove “Il gatto è bello” viene analizzata come “Il gatto: soggetto; è: predicato 

verbale; bello: complemento oggetto”. Allora l’insegnante urla e strepita e alla fine per un attimo la classe si ricorda che c’è il predicato nominale. Ma due giorni dopo, quando si tratta di fare l’analisi de “La moto di Giampioppo è veloce” siamo di nuovo punto e a capo”.
La classe riflette meditabonda, poi qualcuno chiede “Ma perché il verbo essere sul libro si chiama copula?”.
Perché è la cerniera tra il soggetto e il modo in cui il soggetto viene descritto. “Copula” sarebbe proprio l’unione, nel senso di accoppiamento, e infatti l’altro significato che ha è proprio quello di unione tra maschio e femmina. Anche se io, per la verità, non so immaginarmi un soggetto e un predicato nominale che si accoppiano”.
Di nuovo la classe medita; poi Biancaneve alza la mano “Prof, posso fare una domanda che non c’entra nulla?”.
E’ l’Attimo del Terrore, quando l’insegnante non può prevedere cosa uscirà da quelle bocche. Niente che abbia a che vedere con i predicati, di sicuro. Ma ormai l’ora sta per finire...
Sentiamo” concedo benigna.
“Mi sono sempre chiesta come fanno le balene. Per fare i figli, intendo”.
Oh?
Fanno esattamente come noi: sono mammiferi”.
“Come noi?”.
A parte il piccolo dettaglio che lo fanno in acqua: c’è il baleno, poi c’è la balena, si uniscono e nasce il balenino”. (Mi sento molto sentinella in piedi che spiega che per  un bambino ci vuole il papà e ci vuole la mamma e tutto il resto è contronatura).
Siamo alla fine della quinta ora, ovvero quando ci si mette a ridere con niente e non si riesce più a smettere. La descrizione della vita familiare di Baleno e Balena dà alla classe il colpo di grazia e il resto della conversazione si svolge a voce alta, per farsi sentire al di sopra delle risate convulse che travolgono tutti.
“E le meduse?” domanda Aurora.
Panico. Vecchi frammenti opalescenti di ricordi delle scuole medie, quando stavo anch’io nei banchi.
Ah, le meduse è una roba complicata. Non mi sembra che si accoppi, e dopo diventa un altra cosa...” (a casa scoprirò che “l’altra cosa” è un polipo, anzi molti polipi che a loro volta 

diventano poi meduse).

“Come sarebbe che non si accoppia?”.
Vedete, ragazzi, il mondo è vario, e i modi di riproduzione anche. Noi mammiferi facciamo sesso, poi ci sono le specie che fanno sesso virtuale e quelle che si riproducono da sole, in autonomia”.
“Da sole? Com’è possibile?”
“E’ vero” conferma Dirk Lloyd “Gli organismi monocellulari”.
 “Esatto. C’è l’ameba, tutta tranquilla, che mangia e cresce, e poi a un certo punto si scinde e abbiamo due amebe”.
“E quelli del sesso virtuale?”.
I fiori, per esempio. Le api portano il polline da un fiore all’altro, ma i due fiori non si sono mai conosciuti né parlati, però due fiori che sono stati virtualmente insieme fanno un frutto”.
“E’ per questo che si parla di frutto dell’amore?” si informa Virgilio.
Potrebbe essere” ammetto "E poi i pesci. Certi pesci non si accoppiano, la femmina depone le uova e se ne va per i fatti suoi, poi arriva il maschio e le feconda e se ne va pure lui, Tempo dopo le uova si schiudono e nascono i pesciolini, ma i due pesci genitori non si sono mai visti né frequentati”.
“Quindi ci sono dei pesci che non sanno chi è il loro padre?”
Per la verità ci sono anche un sacco di pesci che non sanno nemmeno chi è la loro madre, e questo è già più insolito”.
“E i serpenti?”
No, le serpentesse depongono le uova già fecondate...” altro momento di panico. Alcune serpene fanno le uova, altri i serpenti... o sono io che ricordo male?
Qualcuno fa le uova, comunque. Nella storia di Rikki-Tikki-Tawi ci sono le uova di Nagaica, e questo è tutto quel che so sull’argomento.
“Ma come fanno i serpenti ad accoppiarsi? Sono lunghi...”
Non ho la minima idea di come facciano i serpenti ad accoppiarsi! Chiedete a Scienze, io faccio Lettere!”.
La classe è ormai completamente andata. Qualcuno prova a mimare due serpenti che si distendono uno sull’altro, qualche altro scuote la testa, ma tutti ridono a più non posso, me 

compresa.
Alzo ancora di più la voce, dopo aver guardato l’orologio “La lezione di biologia è finita. Tirate fuori i diari che vi do gli esercizi!”.
Ecco, appunto: un approccio olistico, dolce e subliminale, soffermandoci sui sentimenti, sull’importanza dell’autostima...
Ho come l’impressione di non essere partita col piede giusto.

venerdì 21 marzo 2014

Sull'evidente sessismo della lingua italiana


Ieri sera sono andata ad ascoltare una conferenza sull'argomento e oggi ho deciso di mettere in evidenza un aspetto della questione su cui mi sembra che non si sia mai riflettuto a sufficienza.
Ovvero l'articolo indeterminativo.
Tutti sappiamo che gli articoli indeterminativi sono tre: un, una, uno.
In realtà sono quattro, perchè c'è anche un', ovvero l'articolo indeterminativo eliso.
Per tutti gli anni della mia onorata carriera scolastica ne ho ignorato l'esistenza, convinta com'ero, sulla scorta del più elementare buon senso, che uno si usasse per i sostantivi maschili che iniziavano con certe consonanti (uno stralisco, uno zuccherino, uno gnomo), una si usasse con i sostantivi femminili che iniziavano per consonante (una dissertazione, una zebra, una gatta eccetera) e un per tutti gli altri casi (un flagello, un albero, un aragosta e via scrivendo). Mi sembrava talmente ovvio che non vedevo l'un' eliso quando leggevo, e tanto meno lo scrivevo. L'aspetto interessante della questione era che nella maggior parte dei casi i miei insegnanti non si accorgevano della cosa: Murasaki scriveva un italiano corretto e impeccabile, ergo non faceva errori. Fece eccezione la mia insegnante di Lettere delle medie, che mi spiegò con cura la regola in un commento a (mi pare) un diario. Lessi la regola e non la capii, per cui rimossi prontamente la questione. 
Al terzo anno di università un caro amico (cui scrivevo spesso lunghe lettere rigorosamente prive di un') mi prese da una parte e mi spiegò i fatti della vita e della grammatica. Costui era probabilmente un insegnante nato, anche se poi si è dedicato alla ricerca - insomma, fu talmente chiaro ed esaustivo che non potei ignorare quel che diceva - e così la mia tesi di laurea ebbe tutti gli articoli determinativi scritti correttamente.
Tuttavia conoscere la regola non mi indusse certo ad applicarla sempre e comunque: nella scrittura privata non uso mai un'. Ne disconosco l'esistenza. Lo ignoro. Ci sputo sopra. Mi fa schifo il solo fatto che qualcuno l'abbia inventato. E' un'elisione maschilista, e io non la uso

Diventata insegnante non mi posi il problema: la regola, per maschilista che fosse, esisteva - e andava dunque applicata. Ho sempre corretto tutti gli un e un' sbagliati che trovavo: i miei alunni erano affidati alle mie amorevoli cure, e ci si aspettava che gli insegnassi l'italiano com'era e non come avrebbe dovuto essere in base ai principi della nostra Costituzione che sancisce la parità di genere.
Tuttavia, quando spiego la questione - e ad ogni classe la questione va spiegata, appunto perché va contro il buon senso e dunque gli errori in merito sono assai frequenti - argomento così:
La lingua italiana è maschilista. Esistono tre articoli indeterminativi. Al genere maschile ne sono stati assegnati due, un e uno, e vengono usati secondo logica e criterio. Il genere femminile invece ne ha uno solo, e con quello deve arrangiarsi a fare tutto, elidendolo quando è il caso. Per motivi imperscrutabili è stato stabilito che il nostro caro amico un non può essere usato quando un nome è femminile "perché altrimenti non si capisce di che genere è il nome". In una lingua che dà un sesso anche a tavoli, seggiole e arcobaleni, si ritiene indispensabile segnalare anche attraverso l'articolo indeterminativo il sesso del sostantivo cui si accompagna, caso mai il tavolo o l'aragosta venissero colti da atroci dubbi sulla loro identità sessuale. E' una regola cretina ma esiste e quindi, finché siete a scuola, voi la dovete applicare e io vi devo correggere se sbagliate ad applicarla.
I miei amati alunni mi guardano perplessi e non osano ribattere, di solito (quando lo fanno è per darmi ragione, probabilmente in base al principio che suggerisce che i pazzi non vanno contraddetti) ma di solito, dopo cotale accorata spiegazione, sbagliano molto più raramente.

Il punto è che io ho ragione, e la grammatica ha torto. Di ciò sono fermamente convinta in ogni mia fibra. Ma, devo ammettere a malincuore, c'è una logica interiore profonda in questa regola balorda: forse non è vero che è consuetudine comune chiedere alle donne di fare di più con meno mezzi a disposizione? E' un po' il principio per cui Ginger Rogers faceva tutto quel che faceva Fred Astaire, ma camminando all'indietro e con i tacchi a spillo.
La regola poggia sul solido e indiscusso principio che il maschio fa comunque la prima scelta e prende la parte più abbondante, e le femmine si devono arrangiare con quel che resta.
A modo suo, e considerando il mondo in cui viviamo, è anche una regola educativa.
Ma non per questo è giusta, o logica.

(I fuochi della rivolta covano spesso nei luoghi più impensati).

domenica 10 novembre 2013

Perchè i nostri amati allievi scrivono così male - Ipotesi 4


Nel corso di formazione che sto seguendo ci sono anche un po' di insegnanti delle elementari dell'Istituto Comprensivo di St. Mary Mead. Da quando facciamo capo allo stesso istituto i rapporti tra di noi fanno decisamente schifo e le cosiddette occasioni di confronto sono praticamente scomparse*, nonostante ci capiti molto più spesso di passare ore intere insieme nella stessa stanza; durante il corso, tuttavia, siamo pur costretti a rivolgerci ogni tanto la parola.

Al seguito di una serie di discorsi di tutt'altro genere, una delle maestre ha osservato, quasi parlando tra sé "come quando correggiamo due errori di ortografia su dieci per non mortificarli". Vedendo che la guardavo con due occhi grandi come tazze da té ha insistito "Sì, non puoi fargli vedere che hanno sbagliato tutto, e allora magari sorvoli. A quell'età sono fragili, appena arrivati a scuola...".
"Sì, ma... penso che non restino gratificati nemmeno quando alle medie si vedono restituire il compito pieno di errori" mormoro, piuttosto stranita.
"Ma è un'altra cosa... comunque non è che ci tappiamo gli occhi per non vedere, eh".
Mi sarebbe interessato approfondire l'argomento, a costo di sfociare in quello che il linguaggio della diplomazia internazionale definisce "un franco e aperto confronto"**, ma azzuffarsi nel bel mezzo del corso che verte, tra tanti argomenti, sull'arte di armonizzare le classi, davvero non mi sembrava cosa - e dunque ho lasciato perdere.

Si tratterebbe per me della prima conferma ufficiale dell'Ipotesi 2 cui avevo vagamente sentito accennare anni fa da una fonte non molto attendibile e soprattutto decisamente portata a enfatizzare i suoi racconti. Una maestra che parla del suo lavoro però potrebbe, mi sembra, essere ritenuta una fonte abbastanza attendibile per il lavoro in questione. E non ne ha parlato come di un metodo, bensì come di una precauzione dettata dal buon senso, quasi una misura protettiva per gli alunni: non mortificare gli alunni che fanno molti errori non facendoglieli notare. 

Questo spezzone di conversazione mi continua a rigirare in testa da più di una settimana, e più ci penso e più mi sembra un vero paradosso educativo, al di là della questione ortografica.

Sono un'insegnante delle medie e naturalmente guardo dall'alto in basso le maestre, come previsto dal Contratto Non Scritto, ma in realtà ne ho un profondo rispetto: il fatto che un essere umano apparentemente uguale a me riesca nella mirabile impresa di prendere un'intera classe di marmocchi e insegnargli a decifrare quegli strani ragnetti che noi chiamiamo lettere dell'alfabeto trasformandole in suoni è uno di quei prodigi davanti ai quali mi inchino con reverenza, consapevole che a me non riuscirebbe mai e poi mai. 

Ma tuttavia.

Quando arrivano alle elementari, i bambini di solito non sanno né leggere né scrivere. Quindi lo imparano lì. Esattamente come quando vanno a un corso di base di nuoto, di sci, di inglese, di sassofono o di batteria. Qualcuno è più portato, qualcuno meno, ma tutti stanno facendo qualcosa di nuovo. Non è strano che sbaglino. Qualcuno sbaglia meno e per breve tempo, e qualcuno all'inizio è un vero disastro e continua ad esserlo per molto tempo. E' normale, non siamo tutti uguali. Soprattutto, sappiamo tutti che alcune delle cose che oggi facciamo meglio sono proprio quelle per cui a suo tempo abbiamo a lungo sputato sangue. Io ho imparato a leggere così, senza accorgermene, ma ho ancora i segni sulle ginocchia di certe disastrose cadute dalla bicicletta - eppure alla fine in bicicletta avevo imparato ad andare proprio bene (e tanto mi fidavo della mia bravura che ho finito per adottare uno stile di guida decisamente spericolato, che ha lasciato ulteriori tracce su ginocchia, gomiti e mani). 
La vita è fatta di facili conquiste ma anche di trionfi pagati a duro prezzo, e l'autostima si nutre degli uni come degli altri. Non c'è motivo di censurare una persona che cerca di imparare qualcosa se sbaglia molto e a lungo, non ha senso tenerla inginocchiata sui ceci o sui chiodi di garofano per punizione, non c'è ragione di impuntarsi a dare per forza voti sin dall'inizio e via dicendo. Sono favorevole ai tempi di apprendimento rilassati, trovo giusto perdonare il peccatore settanta volte sette e anche qualcuna in più, va bene tenere conto di tutti gli ammortizzatori possibili e immaginabili; ma in una questione delicata come l'ortografia non segnare con chiarezza l'errore mi sembra una metodologia folle e sconsiderata: all'alunno deve essere sempre chiaro qual è la forma corretta e quale la forma scorretta. Sempre e comunque. E soprattutto non deve avere modo di evadere nemmeno in sogno dal fatto che aprii si scrive con due i e che l'ho o lo non sono la stessa parola.
Alle scuole medie ci sono difficoltà di vario tipo, genere, forma e qualità. Mandarvi una povera creatura indifesa che oltre a tutto debba improvvisamente combattere con una tigre dai denti a sciabola di nome Ortografia, superando con estrema difficoltà vecchi automatismi nati dalla benevola intenzione dei maestri di risparmiargli traumi, mi sembra assurdo e anche vagamente criminale.
Ma ancor più sconsiderato mi sembra inculcargli il principio che nel resto dell'universo le difficoltà si affrontano e si superano, mentre a scuola se non impari in fretta qualcosa ne resterai tagliato fuori per l'eternità e che lì, e soltanto lì, la vita non ti offre appelli ma soltanto la caritatevole elemosina di fingere di non vedere il tuo errore...

(...per tacere del trauma di quando ti rendono per la prima volta un testo di italiano con più croci che in un cimitero di guerra)

*il che non è affatto logico, e volentieri dedicherei un post alla questione se avessi una pur vaga idea delle cause - al di là, naturalmente, dell'oggettiva e spassionata constatazione che noi siamo buoni e loro sono cattivi.
** cotal definizione indica di fatto un incontro in cui ci si prende a pesci in faccia