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martedì 28 gennaio 2014

Vita privata degli hobbit (di cui non sappiamo praticamente nulla)

Peregrin Took e Diamante di Lungo Squarcio
http://www.deviantart.com/morelikethis/206903627?offset=10
(garantisco che trovare un'immagine di questi due è davvero difficile, persino in rete)


Se alla fine della lettura dei due romanzi più famosi di Tolkien sappiamo tutto sulla tempra morale degli hobbit, il loro strenuo coraggio e la loro immensa capacità di resistenza, manchiamo quasi completamente di informazioni sulla loro vita affettiva. Sappiamo come si comportano con draghi, re, regine, elfi, ent e altre meraviglie, come riescano a ritagliarsi angoli tranquilli in mezzo alle situazioni più assurde, di come sappiano rendersi simpatici a tutti tranne che agli orchetti, e di come il loro sogno sia trovare sempre e comunque una bella mensa imbandita, ma non abbiamo quasi la minima idea di come siano in famiglia, e men che meno di come si corteggiano. 
Si suppone, dal momento che la Contea è piena di hobbit, che in qualche modo si riproducano, sappiamo che si sposano giovani (purché non incappino nell'Unico Anello, nel qual caso non si sposano affatto) ma le uniche scene vagamente domestiche cui assistiamo sono una cena a casa Maggot e un ritorno a casa di Sam. 
All'inizio della storia di Bilbo ci viene spiegato che "lo hobbit amava moltissimo ricevere visite" e quindi aveva gran copia di attaccapanni per gli ospiti, ma l'unica visita che riceve Bilbo all'inizio, ovvero dodici nani più uno stregone, non lo entusiasma affatto ed è decisamente di tipo particolare. 
Bilbo parte per la sua avventura a cinquant'anni, che per gli hobbit sono equivalenti all'incirca ai nostri trentacinque (ricordiamo che diventano maggiorenni a 33 anni mentre gli umani, all'epoca, in Inghilterra lo diventavano a 21) senza salutare nessuno. D'accordo, dopo arriva l'Anello, ma prima?
Fidanzate, nemmeno l'ombra. Amici del cuore nemmeno. Nessuno che gli getti le braccia al collo dicendo "Meno male che sei tornato sano e salvo! Sapessi quanto sono stato/a in pensiero per te, un anno intero senza nemmeno l'ombra di una notizia!". I legami emotivi più forti per lui sono quasi tutti fuori dalla Contea: Gandalf, gli elfi di Gran Burrone, i superstiti della Cerca di Erebor. Unica eccezione è Frodo - guarda caso un orfanello, preso in casa perché rimasto solo al mondo, più qualche ragazzo con cui si comporta come uno zio ma con cui non entra davvero in confidenza.
Lo stesso Martin Freeman, che su Bilbo Baggins è la massima autorità vivente essendone diventato la reincarnazione in 3D, dichiara di non avere la minima idea di quale fosse la vita sessuale di Bilbo prima del viaggio, e tanto meno se ne avesse una. Qualcuno ha suggerito la possibilità che il suo grande amore sia stato un nano dal temperamento piuttosto burrascoso - ma quand'anche sia vero, non risolve la questione del prima.
Infine, non rimane che archiviare la questione ricordando che sì, gli hobbit hanno la reputazione di essere gente socievole, ma che in ogni gruppo ci sono delle eccezioni, e dunque se esistono tigri vegetariane (esistono?) possono pur esserci hobbit un po' asociali - non a caso Bilbo viene reputato piuttosto stravagante all'interno della Contea (e anche fuori dalla Contea, ma non per gli stessi motivi).

Frodo è diverso, e assai socievole: ha un bel gruppo di amici del cuore e un giardiniere che lo adora. Insieme fanno passeggiate ed escursioni, bevono grandi quantità di birra, mangiano come cavallette, ridono e scherzano. Gli amici si occupano di lui, all'occorrenza (come si suppone lui si occuperebbe di loro, se si presentasse l'occasione): gli organizzano il trasloco, lo accompagnano nei suoi perigliosissimi viaggi, lo assistono quando è malato eccetera. Sono amici allegri e socievoli, molto giovani (Pipino addirittura non è nemmeno maggiorenne) e di buona compagnia - ma al gruppo non è associata nemmeno una ragazza hobbit, sorella, amica, cugina o compagna di scuola che sia. Fidanzate, men che meno. Alla fine del libro scopriamo che Samvise aveva, diciamo, "lasciato a mezzo" una ragazza di cui fino a quel momento non avevamo nemmeno sentito parlare nel più casuale dei modi: Rosie Cotton - nel senso che non si erano scambiati nessuna promessa ufficiale, ma che entrambi sapevano benissimo che c'era qualcosa tra loro. 
Gli altri hobbit della Compagnia ne sapevano niente? 
Oso dire di no, altrimenti Sam sarebbe stato lasciato a casa. La cosa più sbalorditiva è che non ne sapesse niente nemmeno Gandalf, che altrimenti non l'avrebbe certo precettato per quel pericolosissimo viaggio.
Altre ragazze, non pervenute. Frodo, Merry e Pipino sono allegri, socievoli, simpatici e decisamente ricchi. Non sappiamo se sono particolarmente belli, ma niente lascia immaginare che non siano almeno carini. E sono giovani e freschi. Dovrebbero averci la fila di ragazze davanti a casa e, stante l'età e l'inclinazione alla vita conviviale, dovrebbero farla loro, la fila, davanti alle case delle ragazze. Invece niente.
Niente fidanzate né innamorate, dunque.
Certo, quando l'eroe parte per un viaggio finisce sempre per trovare la sua principessa (o il suo principe, se si tratta di un'eroina), ma per gli hobbit questo è impossibile, perché vivono solo nella Contea o in prossimità, e il resto del mondo ne ignora financo l'esistenza. Certo, Bilbo incontra Gollum, che un tempo era uno hobbit ma... non so, vederlo come una principessa non mi sembra molto proponibile.
Gli hobbit della seconda generazione invece nel viaggio trovano un po' di tutto, ma niente hobbit (a parte il solito Gollum, ancor meno appetibile che nel primo romanzo) e in generale pochissime creature di sesso femminile. Tutte già sposate, per giunta, con l'unica eccezione di Eowyn.

Le cose non cambiano molto con il ritorno nella Contea: se Frodo a questo punto incontrerebbe serie difficoltà a costruirsi una piacevole vita familiare hobbit, tanto che finisce ben presto per lasciare non solo la Contea ma addirittura la Terra di Mezzo, e Sam si butta il ricordo di Mordor alle spalle e ricomincia la sua vita esattamente al punto in cui l'aveva lasciata sposando Rosie in tempi assai brevi, i due hobbit più giovani se la prendono piuttosto comoda: Pipino si sposa otto anni dopo, con Diamante di Lungo Squarcio (ma lo scopriamo casualmente solo spulciando cronologia e alberi genealogici) e Merry non si sposa affatto, e nessuno ci spiega il perché.

Ora, non è che Tolkien sia di quegli autori che ritengono obbligatorio infilare storie d'amore dappertutto, però all'occorrenza non si tira indietro, e tra un Anello e un lupo mannaro il tempo per parlare d'amore si trova: ne parlano gli Ent, ne parlano gli elfi, ne parlano gli uomini (che non si limitano solo a parlarne come di qualcosa che riguarda i tempi antichi), ne parlano Tom Bombadil e Baccadoro, che fanno coppia fissa e anche Gimli il Nano, unico rappresentante della sua razza nella Compagnia, ha un intermezzo romantico. Ma per quanto riguarda gli hobbit, l'unico che dedica qualche pensiero alla questione è Sam, e solo dopo che l'avventura è completamente finita.

Meno degli hobbit, solo gli orchetti.

martedì 31 dicembre 2013

Non siamo noi, bensì quelli che verranno dopo di noi, a creare le leggende sui nostri tempi

La pergamena dove Isildur descrive l'Anello, antica testimonianza di un evento scivolato pian piano nella leggenda, svolge un non piccolo ruolo nel romanzo

Eomer di Rohan è uomo concreto e sensato, al punto da inghiottire senza difficoltà sia la ricomparsa improvvisa di un erede di Isildur (con tutte le conseguenze che la cosa si porta dietro) sia la reale esistenza della Signora del Bosco d'Oro, nota a Rohan solo dalle antiche storie. Gli uomini di Rohan infatti sono saggi ma non dotti; non scrivono libri ma cantano canzoni; e Eomer si rende conto che quando i tempi sono strani, come quello che stanno vivendo sogni e leggende divengono realtà e sorgono dall'erba dei prati
Tuttavia anche per i cavalieri di Rohan c'è un limite, e curiosamente questo limite arriva quando Aragorn cita gli hobbit, detti anche Mezzuomini.
"Mezzuomini!" esclama ridendo un cavaliere "Ma è soltanto un popolo di piccoli esseri di cui parlavano vecchie canzoni e leggende del Nord. Stiamo camminando in un mondo di favole o su verdi praterie alla luce del sole?".
Aragorn, che di certe cose si intende perché è nato in una leggenda, ha vissuto  circondato da leggende e ne sta pure realizzando alcune, soprattutto nel tentativo di rimediare a un errore commesso da un suo leggendario antenato riguardo a un piccolo oggettino d'oro, non ha difficoltà a spiegare che una cosa non esclude l'altra perchè non siamo noi, bensì coloro che verranno dopo, a creare le leggende sui nostri tempi, e del resto le verdi praterie sono ottimi argomenti per una favola, anche quando vengono calpestate alla luce del sole.
Leggende, favole e realtà sono qui equiparate e infilate in un unico calderone - quello stesso calderone dove, secondo Tolkien, elementi reali e spunti narrativi ben fusi producono alla fine le storie, che nascono e si evolvono con un percorso tutto loro*.

Undici giorni dopo, in cima alle scale di Cirith Ungol, giusto prima di entrare nella Terra di Mordor, Frodo e Sam discutono lo stesso argomento, ma con una visuale più ampia - perché ormai hanno capito benissimo di essere dentro a un futuro racconto eroico, e hanno anche capito come nascono, questi racconti: semplicemente, i protagonisti ci si trovano in mezzo. Spesso hanno la possibilità di tornare indietro, non una ma molte volte, ma noi conosciamo le storie di chi non l'ha fatto, ed ha proseguito, non tutti verso una felice fine, o comunque non verso quella che i protagonisti di una storia chiamano una felice fine come è stato per Bilbo (ma sappiamo che anche per lui la fine non è stata poi così felice); e le storie con una fine felice sono quelle magari migliori da vivere ma probabilmente non sono quelle migliori da ascoltare.
A quel punto della vicenda né Sam né Frodo sanno ancora in quale delle due categorie sono finiti (anche se di lì a poco Frodo comincerà a chiarirsi le idee in proposito) ma è così che accade nelle storie vere: Tu potresti sapere o indovinare di che genere di storia si tratta, se finisce bene o male, ma la gente che la vive non lo sa, e tu non vuoi che lo sappia. E loro due, osserva Frodo, sono proprio nel punto peggiore della storia, quando il bambino chiede al padre "Chiudi il libro adesso, non ho più voglia di leggere". Anche se Sam è sicuro che non chiederebbe mai una cosa dl genere perché ciò che è passato e finito e fa parte di un lungo racconto è ormai diverso.

In principio dunque è la vita, e chi la vive procede a tastoni, non ha letto il libro, non sa la trama e si arrangia come può. Altri verranno dopo, riordineranno il materiale e gli daranno la giusta direzione (un problema che Tolkien conosce bene, perché proprio scrivendo il seguito de Lo Hobbit ha capito che il punto centrale della storia non era quello che aveva immaginato all'inizio). E magari perfino Gollum potrebbe venire bene, in una favola, osserva Sam, e si domanda se in quel caso si vedrebbe come l'eroe o il cattivo; ma molto giustamente Gollum non risponde ed anzi è scappato ben lontano da questo tipo di discorsi: perché in tutti i casi la sua parte è spiacevolissima da vivere dall'inizio alla fine - e quanto a dire se è l'eroe o il cattivo, non ci riesce nemmeno l'autore, e figurarsi lui.

Le storie nascono dalla vita, dunque; ma nascono anche come prosieguo di altre storie, anche lì seguendo un corso imprevedibile a tutti (...autore compreso...). E non hanno mai fine. Quella che i due hobbit stanno vivendo è il seguito della storia di Bilbo, ma anche di Sauron e di Isildur; e con loro ad aiutarli c'è una scintilla della luce del Silmaril, e Silmaril vuol dire anche Beren e Luthien (e la famiglia di Aragorn al seguito), la luce degli alberi di Arda, la creazione di Arda...    davvero la Via prosegue senza fine, lontano dall'uscio da cui parte, e chi imbocca il sentiero lo fa a suo rischio e pericolo, senza sapere dove andrà.

*così spiega Tolkien nel saggio Sulle fiabe che la maggior parte dei tolkieniani e la quasi totalità dei critici letterari sembra non avere ancora digerito a dovere - mai capito perché, dal momento che la tesi di base mi sembra tanto concreta quanto sensata. Forse che tra i miei antenati c'è qualche cavaliere di Rohan?

mercoledì 11 dicembre 2013

Di ragni, di pungiglioni e di stelle (A Elbereth Gilthoniel)

Gordon Sumner, in arte Sting, è una stella del rock che ci ha donato splendide canzoni in cui ha parlato di vari argomenti, comprese le tartarughe azzurre, ma mai di ragni - e non è che uno dei suoi molti pregi. Questo post non parla di lui; per chi vuole, però, qui c'è una canzone.

Qualcuno (e mi dispiace molto non ricordare chi) ha scritto che Il Signore degli Anelli, più che un seguito de Lo Hobbit, è una riscrittura, e in In effetti le due strutture si somigliano davvero molto. Ma c'è di più: abbiamo delle somiglianze anche con il terzo libro che Tolkien ha dedicato alla Terra di Mezzo, ovvero l'incompleto Silmarillion, bloccato dopo la morte dell'autore in una forma che non era e non poteva essere quella definitiva, anche perché in fondo Tolkien una forma definitiva al Silmarillion non l'ha mai data, e forse non ha nemmeno mai davvero voluto completarlo (altrimenti, vien da supporre, l'avrebbe completato).

E qual è il punto in comune tra i tre libri?
Forse gli elfi?
Beh, sì, gli elfi ci sono in tutti i tre libri, ma fare un libro sulla Terra di Mezzo senza elfi non sarebbe semplice.
Oppure l'accentramento su un gioiello di tal valore che sarebbe impossibile dargli un prezzo?
Ah, certo, anche quello, ma in fondo nello Hobbit è un tema che arriva solo verso la fine.
Oppure la perenne lotta della Luce contro le Tenebre?
In effetti, la lotta della Luce contro le tenebre c'è, ma insomma è un tema diffuso anche al di fuori dell'universo tolkieniano. Però un ramo di questo tema è presente in tutti e tre i libri... 

...

I ragni. 
Enormi ragnacci dai poteri smisurati che è quasi impossibile sconfiggere. Molto  tenebrosi. Ragni che odiano la luce.

Ma io mi domando e dico, tra tanti temi nobili ed elevati, proprio i ragni?
E poi, che ragni! Ma nemmeno quelli della foresta amazzonica, che gli indigeni fanno alla griglia. Ragni enormi, immensi, incommensurabili. In effetti non sono nemmeno ragni, sono... ragne. Femmine. E se è pur vero che il ragno è una delle forme della Grande Dea (come mi hanno spiegato una volta ma io mi sono ben guardata dal cercare conferme o chiedere dettagli) certamente non è la forma che prediligo. Anche perché a me i ragni stanno antipatici. Tutti, senza distinzioni. E tuttavia non sono mai arrivata a figurarmeli in quel modo.

Ma andiamo per ordine. Si comincia con Ungoliant, la tessitrice di tenebre che in origine era addirittura una Maiar. Sì, una dea, come Gandalf. Ad un un certo punto della sua divina esistenza si ragnò, si avvolse ben bene nelle tenebre da lei stessa medesima tessute e distrusse i due Alberi di Valinor... sì, quelli dalla cui luce furono tratti i Silmaril. Le ragne tolkieniane non hanno alcuna simpatia per la luce, e amano soffocarla con la tenebra più cupa.

Tra i discendenti di Ungoliant c'è anche Shelob, il ragno-femmina per eccellenza, quello che Frodo e Sam incontrano nel momento... beh, certamente nel momento più buio del loro viaggio. Shelob custodisce uno degli ingressi laterali di Mordor ormai da tempo immemorabile, ben prima che arrivasse Sauron. Vive nella sua tana a Cirith Ungol (il Crepaccio del Ragnaccio, appunto), è invincibile e praticamente immortale, mangia carne viva e tesse, o meglio vomita, oscurità. Vive circondata da un terrore accecante, in una tenebra senza scampo e in un posto che... ma no, non c'è motivo di descrivere la tana di Shelob: lo fa già Tolkien, e nel più efficace dei modi.

Per chiudere il cerchio, o meglio per invischiarci ulteriormente nella ragnatela di rimandi, da Shelob discendono i ragni di Bosco Atro (sì, certo, ragni di quel tipo in un bosco luminoso alla Lothlorien sarebbero piuttosto a disagio). E proprio i ragni tessono il punto chiave di svolta del romanzo, quando Bilbo, non avendo assolutamente più nessuno che lo badi, si decide infine a badarsi da solo, con eccellenti risultati. Tuttavia, nonostante il coraggio e l'accortezza che mostra in quell'occasione, è dubbio che ne sarebbe venuto a capo senza l'Anello e soprattutto senza la sua piccola spada elfica, che proprio in quell'occasione riceve da lui il nome di Sting (in italiano Pungolo o Pungiglione, a seconda del traduttore). La spada elfica sembra infatti avere un discreto feeling verso i ragni e laddove spade più blasonate hanno fallito, Sting affonda come nel burro e lascia segni indelebili.

L'incontro con Shelob sarà molto meno felice: l'unico concreto vantaggio per i due hobbit (se vogliamo chiamarlo un vantaggio) sarà quello di riuscire bene o male - più male che bene, in effetti - ad entrare nella terra di Mordor, oltre a una temporanea liberazione da Gollum, che in effetti li ha portati lì come delicatesse per Shelob, nella speranza che la ragna gli consegni vestiti e accessori dei due hobbit, Anello compreso.

E tutto va bene (dal punto di vista di Gollum e di Shelob) finché Sting non entra in scena: Shelob morde Frodo per addormentarlo, in attesa di succhiarlo come un sorbetto (e la sua ferita è uno dei motivi per cui Frodo non riuscirà più a vivere nella Terra di Mezzo, dopo, e dovrà passare il mare) ma l'intervento di Sting rovina il suo snack: la lama elfica infatti riuscirà non soltanto a tagliare l'enorme ragnatela (cioè, la chiamano ragnatela, anche se dalla descrizione sembra più un cancello elettrificato con l'alta tensione) ma addirittura a  tagliare seriamente lei, impresa mai riuscita ad alcuno prima.

Ma non c'è solo Sting, c'è anche la Stella di Cristallo: perché la saggia Galadriel, stabilito che Frodo sarebbe andato nella Terra d'Ombra, presso l'Oscuro Signore e la Torre Nera eccetera eccetera, pensa bene di provvederlo di un po' di luce: nientemeno che una scintilla di luce dei Silmaril, le tre gemme che racchiudono la luce dei Due Alberi di Valinor creati da Yavanna. La luce, imprigionata in una fiala di cristallo, svolgerà egregiamente il suo compito fin quasi alla fine, spegnendosi solo nel cuore di Mordor, là dove più forte è il potere di Sauron, ma su Shelob avrà addirittura un effetto micidiale, perché è una luce antica come lei. L'infezione di luce, quella lucentezza inesorabile, unita ai colpi della piccola ma indomabile spada elfica la feriranno così a fondo da spingerla a rintanarsi nella sua oscura tana a leccarsi le repellenti ferite, sparendo di circolazione forse per sempre.

Si tratta in buona parte di un duello al femminile: Galadriel tesse luce di origine paradisiaca, Shelob tesse tenebra immonda: stavolta vince la luce, e di molte distanze.
Quanto ai due hobbit, ormai abbandonati da Gollum, più che vincere riescono a non perdere nel più disastroso dei modi.
Considerate le circostanze, si tratta comunque di un'impresa non da poco.

Ultima nota strettamente culturale: da Shelob e Ungoliant, o, più probabilmente, dai ragni di Bosco Atro (corre voce che Lady Rowling abbia dichiarato di non aver mai letto il Signore degli Anelli, ma solo lo Hobbit) discende per via letteraria Aragog, il ragnetto allevato amorevolmente da Hagrid in una cantina di Hogwarts e poi liberato nella Foresta Proibita, dove si riproduce generosamente. E di nuovo la lettrice si domanda: ma insomma, tra tanti nobili ed elevati temi, proprio i ragni giganti?!?

sabato 7 dicembre 2013

Se mi attacco Gollum, non si stacca più



Mi scuso con i gatti Sphynx e i loro umani per l'implicito paragone, ma non ho voluto lasciarmi sfuggire questa possibilità assolutamente unica di associare Gollum con un gatto

Nello Hobbit Gollum vive il suo momento di gloria in un capitoletto e l'autore lo lascia lì a strepitare,  con scarso rimpianto del lettore. Nel Signore degli Anelli invece è un'ombra che riappare sin dal primo capitolo, quando Bilbo lo cita, e prende sempre maggior consistenza: a Moria un eco fantasma di soffici passi, a Lotholorien un'apparizione indistinta sugli alberi vicino al confine, sull'Anduin un ceppo con gli occhi che rema....
Infine, dopo settecento pagine rieccolo in tutta la sua sibilante e scheletrica concretezza. Sam e Frodo riescono a catturarlo e infine a vincolarlo con un giuramento sul Tessoro, l'unico che possa avere un valore per quella sventurata creatura.
Oppure è Gollum che ha imprigionato loro?

I vincoli che legano il singolare terzetto sono perversi in sommo grado: gli hobbit si portano dietro Gollum perché averlo con loro è pur sempre un modo di sorvegliarlo ed evitare che li strangoli mentre dormono per poi allontanarsi col suo Tessoro; Gollum li segue e li guida per restare vicino al suo Tessoro e nella speranza di riuscire a vederlo, toccarlo, RIPRENDERSELO e ricominciare la stessa miserabile vita che ci conduceva prima che Bilbo arrivasse a spezzare il cerchio malefico che lo aveva imprigionato.

Per Gollum tutto ritorna come in quel maledetto giorno di quasi ottant'anni prima, quando avviò una gara di indovinelli nella speranza di mangiarsi un tenero hobbit, eppure tutto è diverso: c'è una promessa che lo lega e che vuole infrangere, ma infrangere un giuramento fatto sul Tessoro non è così semplice; c'è un Baggins che ha l'Anello, ma non è lo stesso Baggins, e Gollum lo odia perché ha l'Anello e lo ama perché ha l'Anello, immerso in una micidiale sindrome di Stoccolma in cui è coinvolta perfino una parte di sincero affetto e di riconoscenza per la gentilezza che Frodo gli dimostra,  insieme ad un legame ancor più perverso dato da una comune comprensione - perché Frodo è l'unico essere vivente sulla faccia della Terra di Mezzo che può capire cosa prova lui, e viceversa. E come allora c'è una spada elfica che lo minaccia, ed è la stessa spada che, allora come adesso, non lo ferirà mai ma potrebbe  farlo; e infine c'è Sam, che all'epoca non c'era, e che Gollum odia in sommo grado perché è del tutto immune al potere dell'Anello e perché l'altro Baggins, quello buono, lo ama. Perfino Sam finisce invischiato in questi legami perversi, perché oltre a temere Gollum ne è in parte geloso, dato che Gollum è l'unico che conosce quella parte dell'anima di Frodo ormai legata indissolubilmente all'Anello. E insomma, se i nodi del cuore sono duri da sciogliere, i nodi dell'Anello sono peggio che mai.

In queste condizioni il terzetto fa il suo cammino, prima nelle stomachevoli Paludi Morte - con spettri buoni e cattivi incorporati, poi al Cancello Nero che sbarra la strada per la Torre Oscura, fino all'avvelenata valle di Morgul e all'orribile Crocevia che li porterà al peggio del peggio, ovvero Cirith Ungol. E invero, se i luoghi sono spiacevoli, la compagnia di Gollum lo è ancor di più.
Come un raggio di luce che attraversa la tenebra più fitta, la traversata dell'Ithilien porta una pausa di sollievo agli hobbit, ma proprio in questa pausa Frodo si troverà a tradire Gollum per aiutarlo, in una sequenza del tipo "Devi solo entrare nella gabbietta e tutto andrà bene" che ogni umano che porta il micio dal veterinario conosce molto bene (Gollum però non ha niente di micioso, proprio no, tesssoro mio). E c'è poi il tradimento più nero che incombe dietro l'angolo: la povera creatura derelitta che guida Sam e Frodo crede di seguire il suo amatissimo Tessoro e non sa che lo sta portando verso la distruzione. Oppure non vuole saperlo, o non può nemmeno riuscire a immaginarlo - resta il fatto che Frodo l'ha fatto giurare su qualcosa che ha la ferma intenzione di distruggere.

C'era un'altro modo per entrare a Mordor? Oh no, Tessoro, non c'era. Gandalf ed Elrond e Glorfindel hanno discusso e programmato e pianificato, ma per loro il problema era passare le montagne. Di come entrare a Mordor nessuno di loro aveva idea, di come raggiungere il Monte Fato men che meno. Nessuno dà istruzioni agli hobbit su come fare arrivati al dunque, perché nessuno ha la minima idea di come potrebbero fare. E' vero, come ricorda Frodo sulla torre di Cirith Ungol, che senza Sam non avrebbe combinato granché. Ma, e questo Frodo preferisce non dirlo, o non pensarlo, senza Gollum non avrebbero combinato niente del tutto.

I nodi dell'Anello sono davvero impossibili da districare.

venerdì 22 novembre 2013

Il pugnale di Morgul

Risveglio a Gran Burrone dove tutto è bello, perfino le coperte

Nessuno ha spiegato a Frodo che invocare il nome di Elbereth (nelle Terra di Mezzo certi nomi e certe parole sono più forti delle spade più acuminate) è un'eccellente difesa contro le armi del Nemico, ma ci arriva da solo. Purtroppo però l'idea gli viene solo dopo che la lama di Morgul lo ha ferito.
Per effetto di quel nome la lama si disfa come neve al sole - tutta, tranne la scheggia che è rimasta dentro lo hobbit e che lo cambierà per sempre. 
La ferita non è grave e si richiude in fretta. Il gelido frammento però lavora dentro di lui, lasciandogli dentro un freddo e una pena che né le mani da guaritore di Aragorn né il tocco di Glorfindel né la potentissima athelas riusciranno altro che ad attenuare per breve tempo.
Frodo soffre, in silenzio e con ammirevole forza, e un po' per volta la sua vista si annebbia. Prima sembra un velo dovuto alla stanchezza, che arriva alla sera e che i raggi del sole disperdono; ma col passare dei giorni la visuale si fa sempre meno chiara finché non vede più la cosiddetta realtà fenomenica, ma solo "l'altro mondo": la fiamma di Glorfindel, potente su entrambi i livelli, i gelidi cavalieri neri e ombre vaghe e indefinite. Il tenace organismo hobbit alla fine cede, ma il cuore hobbit non viene scalfito e i suoi pensieri e i suoi sentimenti non cambiano: gli uomini cedono facilmente alle lame di Morgul, ma per gli hobbit ci vuole ben altro.
Alla fine, dopo un grandioso inseguimento che splende davanti al lettore come una sequenza cinematografica, l'ammirevole e assai magico cavallo Asfaloth porta Frodo oltre il guado che conduce alla terra di Elrond. I Cavalieri Neri ormai impazziti per il richiamo sempre più forte dell'Anello provano a varcare il guado a loro volta, dimenticandosi dei problemi che hanno con l'acqua; ma Elrond scatena le acque del Rombirivio e li travolge. Pesti e ammaccati, dovranno tornare a piedi a Mordor (e il fatto di non avere piedi né cavalli complicherà alquanto il loro viaggio, con grande soddisfazione di chi legge e che non prova per loro alcunissima simpatia).

Il frammento però continua a lavorare, e solo dopo tre giorni Elrond riesce infine ad estrarlo, proprio prima che raggiunga il cuore di Frodo, che stava ormai cominciando a svanire, lasciando per sempre la terra dei comuni mortali.
Una ferita di questo tipo non resta senza conseguenze, solo che non sono  affatto le conseguenze previste dal Nemico. Il cuore di Frodo è intatto, ma la sua anima è in un certo senso raffinata. Frodo continua a non sentire alcuna  attrazione verso il lato oscuro della Forza, ma sviluppa una sensibilità più acuta e una maggior consapevolezza del Male quando lo ha vicino - per certi versi anche una maggiore capacità di comprensione; diventa però più facilmente percepibile per i servitori del Nemico (per esempio il misterioso mostro acquatico che vive nello stagno davanti alle porte di Moria e che cerca di afferrare soltanto lui).
E' una ferita magica e produce effetti magici. Se ci fosse stata solo quella però lo hobbit sarebbe potuto tornare a vivere nella Contea senza troppi problemi, probabilmente. Restando comunque segnato, certo: non si possono passare due settimane tenendosi dentro un frammento di lama di Morgul e tornare a vivere come se niente fosse. Qualcosa è comunque cambiato.
Ma forse è proprio quel Qualcosa che è cambiato che lo spinge, infine, ad accollarsi l'intera missione e ad accettare di portare l'Anello fino al Monte Fato, adesso che non è più "solo" un hobbit.

martedì 19 novembre 2013

Un lungo addio



La fonte di ogni delizia, ovvero Casa Baggins

Bilbo parte in una bella mattina di tarda primavera, di corsa e senza pensarci, in uno slancio di entusiasmo. 
Frodo lascia Casa Baggins molto a malincuore in una sera di inizio autunno dopo lunga, lenta e snervante preparazione. Lo strappo si consuma solo dopo che ogni ragionevole e decente pretesto di rinvio si è trascinato fino ai limiti della sopportazione.
E' uno stacco lento e doloroso: prima la vendita di Casa Baggins ai Sackville-Baggins (Orrore! Profanazione!) insieme a una parte dei mobili. I preparativi per il trasloco si trascinano per settimane, con quattro prodi amici che hanno preparato le casse con le cose da portare via, verso la futura dimora di Crifosso dove gli hobbit dormiranno una sola notte.
Nel cuore di Frodo alberga da tempo una blanda disponibilità verso un Viaggio di Avventure anche e soprattutto in cerca di Bilbo, che a diciassette anni dalla sua partenza ricorre ancora con grande frequenza nei pensieri suoi e degli amici; ma, appunto, è una disponibilità blanda, prova ne sia che non ha mai lasciato la Contea né pensato seriamente di farlo.
Quando sa di dover partire davvero, o meglio quando si accolla la responsabilità di portare l'Anello fuori dalla Contea, il suo atteggiamento infatti è di viva contrarietà e trova modo di rimandare di un bel po' - una scelta che si porterà dietro deplorevoli conseguenze. Aspetta il compleanno di Bilbo, che è anche il suo. Aspetta il tramonto. Lui,  Sam e Pipino danno l'addio a Casa Baggins, stanza per stanza, Sam si congeda anche dal barile di birra. E' una partenza dolorosa, con le ombre che crescono fino a invadere le stanze - e al loro ritorno la troveranno profanata oltre ogni dire.
Soprattutto, Frodo aspetta Gandalf, che gli aveva promesso di tornare in tempo per partire con loro. Ma Gandalf ha faccende assai pericolose da badare e gli aveva infatti scritto di partire prima, solo che la lettera è rimasta bloccata all'osteria del Puledro Impennato, come scopriranno più avanti.
Alla fine il primo strappo avviene, appena in tempo: a casa Gamgee qualcuno, vestito di nero, su un cavallo nero, è venuto a cercare "il signor Baggins" (che non è il signor FRODO Baggins, scopriremo più avanti) proprio qualche minuto prima della loro partenza - e non è qualcuno che abbia intenzioni amichevoli, questo Frodo lo immagina sin dall'inizio.
Alla fine l'addio si compie e i tre hobbit partono per quella che all'inizio sembra una graziosa escursione di tre giorni, con canzoni intorno al fuoco e piacevoli colazioni all'aperto, più un breve temporale che gli farà ancor meglio apprezzare l'acqua calda che l'efficientissimo Meriadoc Brandybuck ha preparato per il loro arrivo a Crifosso (in cui gli hobbit  si tuffano, cantando naturalmente una canzone scritta da Bilbo).

lunedì 18 novembre 2013

Quest'anello! Ma com'è possibile che l'abbia io?


Bilbo compie in modo istintivo due scelte che determineranno il futuro della Terra di Mezzo. La prima è risparmiare Gollum perché "non volle colpire senza necessità", la seconda è scegliere il futuro Portatore dell'Anello - e il tratto più notevole della seconda scelta è di farla senza sapere, almeno a livello conscio, che sta scegliendo qualcuno per qualcosa. E' il primo Portatore che regala l'Anello, e a sua volta Frodo, che dell'Anello è entrato in possesso in modo perfettamente legale, si dichiara più volte disponibile a offrirlo a persone che possano gestirlo meglio di lui (Gandalf e Galadriel che giustamente rifiutano inorriditi) e a chi secondo lui ne è il proprietario legittimo (Aragorn, in quanto discendente di Isildur che l'aveva vinto in battaglia, il che vuol dire rubato, al suo legittimo proprietario).
Frodo si rivela fin da subito la scelta migliore che Bilbo poteva fare - ed è stata effettivamente una scelta: Bilbo l'ha adottato, dopo diversi anni che lo conosceva, e ne ha fatto il suo erede. Non aveva particolare necessità di farlo: anche considerando che non voleva lasciare nemmeno uno spillo ai Sackville-Baggins, poteva comunque regalare le sue proprietà a chiunque altro. Ha scelto Frodo. E ha scelto di regalargli l'Anello perché non voleva più tenerlo per sé.

Il carattere di Frodo non viene mai descritto, nemmeno per quel poco che Tolkien descrive i suoi personaggi. Frodo, semplicemente, compare sulla scena e comincia a fare e a dire. Sin dall'inizio appare un individuo perfettamente centrato e non farà mai niente in contrasto con la sua personalità se non un paio di volte, verso la fine del Viaggio, quando l'Anello riuscirà in qualche momento a sopraffarlo. Accetta il suo destino con consapevolezza e lo segue con grande pazienza - ed è, invero, un destino decisamente perfido.
Secondo ogni logica le forze che gli si contrappongono dovrebbero schiacciarlo in cinque pagine scarse, ma contro ogni previsione e ogni ragionevole possibilità Frodo ce la farà, affrontando le sue scelte senza farsi molte illusioni né coltivare particolari speranze.

Quello che è uno dei migliori eroi della letteratura occidentale si distingue per un carattere dolce e affettuoso. Si affeziona a tutti, non porta rancore a nessuno (beh, a qualche orchetto forse un pochino sì. E magari anche a Shelob o agli Spettri dell'Anello. Ma non sembra pensarci molto, in effetti) e con garbo e cortesia, da pari a pari, parla con stregoni, dame elfiche di altissimo rango, principi elfici, re di Gondor e quant'altro di personaggi importanti incrocia sulla sua strada - e ne incrocia davvero parecchi. 
Giustamente ha molti amici, sin dall'inizio, e sono tutti amici disposti letteralmente a morire per lui - cosa che però lui non gli permetterà mai di fare. E non resta mai solo, nemmeno dopo che l'Anello viene distrutto, in quei terribili momenti in cui il mondo sembra letteralmente crollargli addosso, nemmeno quando dovrà abbandonare la Terra di Mezzo per andarsene a guarire al di là del Mare. Chiunque incontri Frodo ne resta incantato*, e perfino Gollum, vicino a lui, sfiora per un attimo la possibilità di redenzione - perché anche lui lo ama, alla fine, e vorrebbe risparmiarlo. Almeno un po'.

Il coraggio di Frodo non è molto appariscente - all'occorrenza mostra anche una certa dose di coraggio fisico, ma niente di spettacolare. E' un tipico coraggio hobbit: non permette a niente e a nessuno di farlo essere diverso da quel che è. Solo l'Anello, in uno sforzo supremo, riesce per un breve attimo a sopraffarlo; ma contro questo Frodo ha già provveduto da tempo, portandosi dietro, a dispetto di tutto e di tutti, il più scomodo e sgradevole antidoto di cui la medicina della Terra di Mezzo disponga - ovvero l'insopportabile Gollum.
E dunque Frodo, l'hobbit dolce e pacifico, cresciuto in mezzo agli agi e al benessere, riesce dove chiunque dei molti eroi di cui la Terra di Mezzo dispone non osa avventurarsi, dopo aver avuto la forza di sopportare stenti e privazioni di ogni tipo, perdendo perfino, alla fine della strada, la memoria di quel che è stata la sua vita.

Grandi ricompense alla fine non ce ne sono, ma immagino che essere Frodo Baggins sia comunque di per sé una ricompensa.

*Sì, certo, purché non sia un orchetto o uno spettro dell'Anello. C'è un limite a tutto.

domenica 11 aprile 2010

Onorateli con grandi onori!



Il campo di Cormallen: "Onorateli con grandi onori!"



Con gli anni in Italia è arrivata anche un po' di critica tolkieniana; spulciando qua e là ho scoperto con mio immenso stupore che c'era anche un ramo di pensiero che considerava una "caduta" e un "fallimento" da parte di Frodo (che risultava così un "eroe mancato") essersi arrogato l'Anello quando arriva sull'orlo della Voragine del Fato. Da questa caduta poi si partiva per una serie di considerazioni legate alla fede (cristiana) che mi sembra che con tutta la questione c'entrino veramente il giusto. Evidentemente, per questi critici, era almeno vagamente immaginabile che Frodo, giunto davanti alla Voragine, buttasse l'Anello nel fuoco con un sospiro e un bacio d'addio, come una sposa con la fede nuziale ai tempi del fascio: ahimé, mi dispiace farlo ma è necessario (aggiungendo, eventualmente: "La Patria / Il Consiglio lo vuole").
Sfugge alla mia umana comprensione come si possa vedere una "caduta" nell'essere sopraffatto da forze schiaccianti. Forse che Pompei "cadde" sotto la lava? Forse che "fallirono" gli impiegati che lavoravano nelle Twin Towers in quello sciagurato 11 Settembre? Mancarono di fede gli sventurati spazzati via dallo tsunami?
Ad impossibilia nemo tenetur. Nessuno è tenuto a far miracoli. Missione o non missione, negli ultimi capitoli del viaggio verso l'Orodruin viene spiegato chiaramente, molto chiaramente, che l'Anello logora le forze e divora vivi i portatori. Sono cose che in teoria sapevamo fin dal secondo capitolo, ma con cui solo adesso ci confrontiamo davvero. Frodo viene divorato fino all'osso: perde il sonno, i ricordi, la sensibilità. La volontà lo sostiene quasi sino all'ultimo, la compassione anche (l'ultimo suo gesto è risparmiare Gollum per la 797ima volta). Quando il potere dell'Anello raggiunge il suo apice, lì, proprio dove venne forgiato, Frodo viene travolto.

Tutto questo era prevedibile, e forse il Consiglio l'aveva previsto. Qualcuno* ha  infatti ricordato che durante il Consiglio Frodo si era impegnato soltanto a portare l'Anello, non a distruggerlo, e questo Elrond lo ripete al momento della partenza quando espone il giuramento che vincola Frodo - e nessuno dei punti di quel giuramento viene tradito, in effetti.
Frodo era l'unico che poteva portare l'Anello fin lassù, e anche lui non ce l'avrebbe fatta senza Sam; distruggere l'Anello volontariamente è fuori della portata di qualsiasi mortale e (sembra di capire) pure degli immortali; ma è comunque grazie a Frodo che l'Anello viene distrutto, perché Gollum è vivo solo e soltanto perché Frodo l'ha risparmiato un'infinità di volte, perfino quando le frecce degli uomini di Gondor avrebbero potuto farlo fuori senza che gliene venisse incomodo alcuno - ed è Gollum che alla fine salva la situazione, anche se in modo abbastanza involontario
I vecchi peccati hanno le ombre lunghe, ma anche i gesti di misericordia possono avere conseguenze del tutto imprevedibili. Il Consiglio, che ha rischiato il tutto per tutto con un gesto azzardato che sconfina nella follia, dimostra di aver visto giusto.
Tra l'altro nessuno nel libro ha mai una parola di biasimo per il "fallimento" di Frodo - anzi, giustamente, tutti onorano con grandi onori lui e Samwise, al Campo di Cormallen.

E vorrei anche vedere.

*Gianluca Casseri Frodo Baggins, l'eroe che non ha fallito in "Albero" di Tolkien, cur. G. De Turris, Milano, Bompiani (Tascabili Bompiani 377), pp. 183-198.