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mercoledì 12 ottobre 2016

Un racconto per Halloween

Guest star la Morte di Mondo Disco

Ora di Geografia, nella Terza Effervescente, e stavo spiegando le regioni polari col relativo clima, con l'aiuto delle mie belle slide*: e l'Artide qua, e l'Antartide là, e questi sono gli igloo, e queste sono le tigri bianche...
"Mi scusi prof, volevo fare una domanda, ma non c'entra molto con i poli..." chiede Lydia.
Visto che, in via del tutto eccezionale, ha anche alzato la mano sospiro e acconsento "Sentiamo".
"Ecco, che cosa si prova prima di morire?".
Spalanco gli occhi grandi come tazze da tè, respingo una serie di rispostacce del tutto inadeguate al contesto scolastico e infine dico "Non ti preoccupare, avrai senz'altro occasione di saperlo in futuro".
"Ma io lo voglio sapere! Lo domando sempre e nessuno mi risponde!".
La classe rumoreggia, e non posso darle torto.
"Lydia, non puoi sperare che qualcuno ti risponda finché lo chiedi a persone che non sono ancora morte".
"Ma io... ma lei...".
"Lydia, secondo te quante volte sono morta, in vita mia?".
Lydia si cheta e io ritorno alle delizie della banchisa e del krill.
In Sala Professori mi sfogo "Ma insomma, va bene domande impossibili, ma c'è un limite a tutto!".
"Ma lei lo vuol sapere perché è morto suo padre" mi spiega una collega.
Resto di sale. So benissimo che suo padre è morto un anno fa, dopo lunga e crudele malattia, e che lei ne è rimasta comprensibilmente assai scossa, ma non avevo minimamente pensato a collegare a questo la sua domanda. 
In effetti la collega ha ragione, almeno a livello inconscio il motivo per cui lo domanda è questo. E mi sento un po' in colpa per avere liquidato così la domanda dell'orfanella ma, onestamente, rimane il fatto che io non sono mai morta né conosco alcuno che lo sia stato, e dunque, anche se avessi collegato sul momento la domanda al triste lutto che ha funestato i suoi verdi anni, cosa mai le avrei potuto rispondere?

Tuttavia nel corso della serata mi viene in mente una possibilità.
La mattina dopo, entrando in classe, riprendo l'argomento.
"Riguardo alla tua domanda di ieri, Lydia, mi è venuta in mente una risposta. In realtà ci sono casi di persone che sono quasi morte, o forse morte davvero temporaneamente, per un arresto cardiaco, e quando sono ritornate coscienti hanno raccontato quel che hanno provato. Dicevano di essersi viste dall'alto, con tutte le persone intorno che cercavano di rianimarle e i parenti che si disperavano per la loro morte, mentre loro si sentivano serene e felici e si dispiacevano solo per tutte quelle persone che si preoccupavano e piangevano, e avrebbero voluto dir loro che andava tutto bene così ed erano contente. Qualcuno addirittura dopo essere stato rianimato dal massaggio cardiaco si è detto dispiaciuto perché là dov'era stava benissimo."
La classe mi guarda perplessa. Tuttavia questi racconti esistono, e tutti ne abbiamo sentito parlare qualche volta.
"Ma io avevo anche sentito dire che chi muore di malattia un mese prima vede una bandiera...".
"No, non so nulla di bandiere. E adesso aprite i vostri libri, e vediamo di finire la Prima Guerra di Indipendenza".

Vabbe', sono solo un insegnante di Lettere. E non sono mai morta. 
Ho fatto del mio meglio e di più non son capace.

*e meno male che ci ho quelle, frutto di lunghe ore di paziente ricerca, perché il collegamento in rete continua a latitare.

domenica 14 giugno 2015

La supplente riconoscente (Il racconto del mese di Giugno)

Finita la terza ora approdo in Sala Insegnanti, dove il grande tavolo è ingentilito da due enormi vassoi pieni di splendidi pasticcini. Il bianco della panna, l'oro dei minibabà al rum, il nero del cioccolato fondente e il verde e il rosso dei canditi si fondono in armoniosi contrasti e in dolci simmetrie.
"A cosa dobbiamo il piacere?" chiedo prima di tuffarmi.
"Sono da parte di Rossana" mi spiega la prof. Therral "Ha anche messo una lettera sul tavolo".
Rossana è la nostra giovane e preziosa precaria di Lettere, al momento assai barbaramente tormentata dal PAS e per giunta in procinto di affrontare il suo primo esame con ben due terze in contemporanea. Caso mai dovremmo essere noi che offriamo generi di conforto a lei, non viceversa.

Quanto alla lettera, è una sviolinata in piena regola dove in pratica ci ringrazia di esistere e di averla trattata così bene: le abbiamo riservato un'accoglienza fantastica, facendola sentire da subito una di noi, l'abbiamo guidata  insegnandole i trucchi del mestiere  senza il timore di mostrarle fiducia, le abbiamo insegnato il significato della collaborazione e della vera condivisione: solo in questa scuola ha imparato cosa vuol dire che i ragazzi sono tutti di tutti, e via e via. Praticamente un panegirico.

D'accordo, non era nella mia sezione e dunque la mia collaborazione si è limitata a insegnarle dov'era il frigorifero, dove stava la cancelleria e come si facevano le fotocopie fronte-retro, oltre a qualche occasionale intervento di supporto morale - il più lo hanno fatto i colleghi del suo corso, invero tutti assai gentili; ma la domanda che mi sorge spontanea è: che razza di stronzi quella povera ragazza ha incrociato prima di noi, se un accoglienza mediamente amichevole le ha fatto tanta impressione? D'altra parte è vero che a St. Mary Mead l'ambiente di lavoro è buono, anzi dopo qualche anno che ci stai ti abitui a considerarlo normale e a darlo per scontato - ma in effetti dovrebbe essere scontato. Chi meglio di un insegnante può aiutare un altra/o insegnante, per lo meno offrendole/gli comprensione e caffè caldo quando i ragazzi sono lunatici e la stampante si inceppa?

Ho staccato con delicatezza la lettera e l'ho portata via.
"Dove vai?" ha chiesto la prof. Therral.
"A fare una fotocopia" ho risposto "Tutti noi abbiamo ricevuto lettere di ringraziamento dai ragazzi e perfino dai genitori, ma è la prima volta che ne ricevo una da una collega, e voglio conservarla".
"Giusto".

sabato 28 marzo 2015

Incoraggiante - (Il racconto del mese di Febbraio) (La Settimana delle Storie)

La Settimana delle Storie è ormai agli sgoccioli, e per concluderla niente di meglio di un racconto edificante a sfondo scolastico, di quelli che fanno felici i dentisti per la loro estrema zuccherosità e la cui lettura è vivamente sconsigliata a chiunque abbia problemi con la glicemia. 

Correva l'anno 2004 e una travolgente ondata di abilitati SSIS mi era passata davanti nelle graduatorie, così non mi restava che collezionare supplenze brevi di qualche settimana, guardando sconsolata l'estratto conto della banca e meditando se davvero era una buona idea ostinarmi con un lavoro dove nessuno mi voleva.
Venni chiamata per una supplenza di sei settimane in una scuola cosiddetta di frontiera, all'Isolotto. Scrivo "cosiddetta" perché il quartiere dell'Isolotto era effettivamente stato una zona piuttosto avventurosa una trentina d'anni prima, ma ormai da tempo è diventato un pacioso quartiere di periferia con molto verde e l'unico incomodo di un po' di rom che, a conti fatti, non erano poi questo gran disastro. La scuola era, ed è tuttora, grande e bella, con un magnifico giardino colmo di campi sportivi, un laboratorio informatico di eccellente levatura, una squadra di custodi uno più bravo e disponibile dell'altro e tanti ottimi insegnanti afflitti da uno strano complesso di inferiorità verso la sede principale perché loro erano "in quella di frontiera".
Mi capitò una Terza assai simpatica e un po' vivace, legata da grande affetto. Mi accolsero in modo assai amichevole e insieme cominciammo a lavorare. Di loro ricordo le ore passate a leggere L'amico ritrovato, con i ragazzi seduti sui banchi, alcune piacevolissime lezioni di storia a parlare di Hitler e Mussolini (riscossi grande successo quando, per introdurre il tema della propaganda fascista, gli feci trovare alla prima ora la scritta alla lavagna "Re Giorgetto d'Inghilterra / per paura della guerra / chiede aiuto e protezione / al ministro Ciurcillone") e lunghi esercizi per trasformare i complementi di causa e di scopo in proposizioni finali e causali e viceversa. Ricordo anche un bellissimo San Valentino, oggetto di lunghi preparativi, quando entrarono in classe curvi sotto il peso di immani borse di regali per tutti e passarono un buon quarto d'ora a scambiarseli; imparai così che San Valentino non è solo la festa degli innamorati, ma anche e soprattutto la festa di chi si vuol bene - e perché non mi sentissi isolata in tanto amichevole scambio mi portarono alla cattedra un paio di Baci Perugina. Iniziai così la lezione dicendo "Ringrazio chi mi ha regalato i cioccolatini, e ringrazio anche chi NON mi ha regalato i grossi ragni di pelouche". Ricordo anche la micidiale laringite che mi colpì, togliendomi completamente la voce per due giorni, durante i quali la classe seguì le mie silenziose istruzioni a gesti con tale garbo che un giorno,nello spazio note, scrissi che "Oggi la classe è stata assolutamente angelica".
Ad un certo punto sembrò che la titolare non dovesse rientrare, ma era solo una voce di corridoio perché non rinnovò nemmeno il certificato.
Nell'ultimo giorno che passai con loro mi consegnarono una lettera "perché la aprissi quando volevo". Visto che era una bella giornata all'ultima mia ora li portai in giardino e mentre giocavano a pallavolo lessi la lettera.
Mi ringraziavano per le belle settimane passate insieme e perché con lei non abbiamo mai avuto paura di esprimerci, siamo sempre stati liberi di dire la nostra senza alcun timore; questo, oltre a farmi molto piacere, mi lasciò materia per ampie riflessioni, dato che con loro non avevo in alcun modo fatto la Settimana del Libero Studente in Libera Scuola ma semplicemente portato avanti il programma seguendo rigorosamente le indicazioni lasciatemi dalla titolare, con ordinarie lezioni di Storia, di Geografia, di Grammatica eccetera, né a loro volta i ragazzi si erano espressi in modo particolarmente anarchico o insolito.

Nella situazione in cui mi trovavo, quella lettera sortì l'effetto di un olio lenitivo versato in abbondanza su piaghe aperte e fino a quel momento sfregate col sale.
Inutile dire che a cercare un altro lavoro non pensai più e continuai a collezionare le mie piccole supplenze brevi, una dopo l'altra, in attesa di tempi migliori - che arrivarono prima del previsto.

sabato 17 gennaio 2015

Attila va in vacanza (il racconto del mese di Ottobre)

Ritratti di Attila non ce ne sono rimasti - ma niente ci impedisce di pensarlo come un giovine prestante

Una mattina la prof. Quadrella (Funzione Strumentale Inserimento) mi annunciò che presto avrei avuto un nuovo alunno per la Terza Casinista, fresco fresco dalle pianure dell'Europa dell'Est: "Appena arrivato, e non sa una parola di italiano".
"Glielo insegneranno i compagni" dissi fiduciosa "E poi farà il corso di alfabetizzazione, no?"
"No, perché a causa dei tagli eccetera eccetera adesso gli spettano solo dieci ore di alfabetizzazione, e cinque con il mediatore culturale".
Sgranai gli occhioni.
"Cos'è, uno scherzo? Non è possibile alfabetizzare nessuno con dieci ore!".
"Sembra che potrai chiedere i soldi del Fondo di Istituto, presentando un progetto".
Entusiasmante, considerato quanto la DS piangesse miseria ormai da mesi.
In cuor mio ero terrorizzata: non avevo (e tuttora non ho) la minima idea di come si fa ad alfabetizzare qualcuno.
"Immagino che anche i suoi genitori non conoscano l'italiano..." azzardai.
"Abita con gli zii, che lo parlano benissimo. I suoi genitori sono rimasti a casa".
Tutto ciò era abbastanza insolito: per quel che ne sapevo di solito i genitori stranieri arrivano per primi, poi mandano a chiamare i figli quando si sono sistemati. Oppure arrivano tutti insieme, genitori e figli. Il figlio mandato in avanscoperta mi giungeva nuovo.
"Dice che in genitori hanno un ristorante, che non va molto bene.  Così l'hanno mandato qui a studiare" spiegò la Quadrella con la sua migliore aria da "Non me la contano giusta neanche un po' ."

La storia era abbastanza insolita - ma del resto tutto quel che riguardava Attila è sempre stato abbastanza insolito. Alle prove di matematica e inglese, richiesto dal mediatore sul perché fosse venuto in Italia, era seguito una pausa di silenzio e poi un discorso molto vago sulle maggiori opportunità che offriva l'Italia. Peraltro sembrava sapere poco inglese e pochissima matematica - che nemmeno gli piaceva.
Come contava di coglierle, le grandiose opportunità offerte dall'italica economia, viaggiando raso sulla sufficienza o anche sotto?

Passarono i giorni.
"Ma Attila quando arriva?".
"Quando lo iscrivono. Dice che aspettano i documenti da casa".

I documenti arrivarono a dorso di tartaruga, con calma. Nel frattempo cercai una grammatica elementare per stranieri e avvisai la Terza Casinista della novità.
La classe entrò in fibrillazione, e già prima non è che scherzasse. Decisi di cercare di cavare il meglio dalle circostanze, quali che fossero, e visto che Blackie supplicava per avere vicino il nuovo arrivato la accontentai disponendo i posti in maniera che Attila avesse vicino il Calciatore, che un po' conosceva la sua lingua parlandone una simile, Wasp, che parla inglese assai bene e il maggior numero possibile di belle fanciulle. Credo molto nell'apprendimento tra pari (o peer education, come si dice tra persone fini e colte). 
Poi aspettai, tremando in cuor mio ma ostentando grande ottimismo con i colleghi, seguendo l'adagio "chi schivare non può la propria noia, l'accetti di buon grado".
Tentai anche di convincermi che un nuovo elemento in quella classe sarebbe stato prezioso, per rompere l'incantesimo negativo in cui era bloccata. Con scarsa convinzione, ma tentai.

Infine una mattina Attila arrivò. Era un bel ragazzo, alto e assai ben fatto, con bellissimi occhi azzurri, sorriso sarcastico e gran copia di tatuaggi ben visibili grazie alla canottiera attillata che indossava. Piuttosto borchiato, anche. Gli feci un cortese discorsetto di benvenuto in inglese, esortandolo a rivolgersi con fiducia a me come a qualsiasi altro insegnante e ai suoi compagni per qualsiasi necessità, e lui mi rispose con qualche vago monosillabo e nemmeno l'ombra di un sorriso; poi attaccai la lezione. 
La classe era già notevolmente incasinata, ma con l'arrivo di Attila perse completamente la bussola: le ragazze gli ronzavano intorno come api all'alveare, i ragazzi (tranne Wasp e il Calciatore) si struggevano nella più nera gelosia e insomma portare avanti il programma si rivelò una vera impresa. 
Dal canto suo Attila sembrava singolarmente disinteressato a tutto - tranne alle ragazze che lo corteggiavano. Al primo intervallo scese al piano di sotto senza chiedere alcuna autorizzazione (poverino, non lo sapeva che doveva chiedere il permesso per scendere) e cercò di uscire per andare al bar (poverino, non sapeva che in Italia non puoi uscire da scuola durante le lezioni). Le custodi lo fermarono appena in tempo. Scoprimmo così che non aveva colazione ma solo i soldi per comprarla. A quel punto estrasse il cellulare e chiamò la zia che gli portasse del cibo (poverino, non sapeva che a scuola non si può usare il cellulare).
Una volta nutrito, chiese a Wasp se si poteva fumare in classe. Lì cominciai a dubitare della sua buona fede: eccheccazzo, nessuno in classe ha tirato fuori una singola sigaretta, nessuno sta fumando in corridoio, non c'è in giro l'ombra di un portacenere; come fai a pensare che si possa fumare in classe, per quanto straniero e perciò sprovveduto?

Al terzo giorno la classe era sull'orlo della fusione atomica, mentre noi insegnanti navigavamo nella più totale perplessità: Attila non faceva gli esercizi di matematica assegnati, non filava né tanto né poco la professoressa di inglese, girava per la classe durante la lezione di scienze offrendo in giro patatine e, ragazze a parte, sembrava sommamente scocciato di essere lì. Quel giorno, comprensibilmente, arrivò il primo rapporto, e non lo incassò di buon grado.
Gli zii ci spiegarono che anche a casa si comportava malissimo, e che voleva assolutamente tornare nel suo paese. In cuor mio disapprovai, pensando che le belle ragazze della Terza Casinista avrebbero meritato ben altro entusiasmo da parte sua, ma mi limitai a esternare la domanda che ci stavamo facendo tutti: se non voleva stare in Italia, perché mai era venuto qui?
A questo gli zii non diedero risposta rifugiandosi in un discorso dei più vaghi. Ma perfino il mio assoluto candore era ormai venato dal fiero sospetto che dal suo paese natale lui fosse scappato, né più né meno, in quanto coinvolto in qualche pasticcio assai poco commendevole.
Lo zio comunque assicurò che di Attila ne avevano entrambi fin sopra i capelli, e se non si fosse dato al più presto una regolata lo avrebbero rimandato là donde era venuto.

Dopo un paio di giorni di malattia Attila rientrò a scuola, ancor meno desideroso di prima di inserirsi nell'italico sistema di istruzione. Trattava le ragazze con blanda superiorità e i ragazzi con aperto menefreghismo, e non parliamo degli insegnanti; non mostrava alcun interesse per la lingua italiana e non parliamo della matematica e a metà della seconda settimana si addormentò platealmente per più di un ora, lasciandomi interdetta perché mai avrei creduto possibile dormire in mezzo alla bolgia che era ormai diventata la Terza Casinista, nemmeno per un povero ragazzino cinese stremato dal turno di notte. 
Lui invece dormì per più di un ora, si svegliò di malumore lamentando un forte mal di testa e andò prima a misurarsi la febbre e poi a telefonare alla zia, che venne a prenderlo. Il giorno dopo era assente.

Mancò anche nei giorni seguenti. Chiesi ai ragazzi se ne avevano notizie ma assicurarono che no, anche se avevano provato a chiamarlo. Infine la segreteria della scuola ci avvisò che si era disiscritto ed era tornato nel suo paese. Senza mandare a dire nemmeno "Crepa!" alla  sua ex-classe.
Lo trovai piuttosto scortese da parte sua - ma, in effetti, sin dall'inizio era stato piuttosto scortese con tutti noi.

Da allora non ne abbiamo più saputo niente. E, naturalmente, nessuno ci ha spiegato né perché era venuto né, tanto meno, perché se n'era andato o cosa ne sia stato di lui.
Resterà uno dei misteri irrisolti di St. Mary Mead (forse).
La Terza, comunque, continua ad essere Casinista.

domenica 14 luglio 2013

Commovente (il racconto del mese di Giugno)

Come Eowyn, anche Marfisa è una ragazza di animo intrepido


Dopo i primi tre incontri a base di giochini e considerazioni sul Bene, il Male, il Rapporto Con gli Altri, i Ricordi, i Sentimenti e il Viaggio, il Progetto Multiculturale entra infine nel vivo; e il vivo consiste nell'intervistare sotto l'occhio spietato delle telecamere tre adulti nati in terre lontane ma, ad un certo punto della loro vita, approdati in Italia e ivi stabilitisi.
Dove trovare cotali adulti? Per la Prima d'Ogni Grazia Adorna, dove sei alunni su diciotto non hanno solo italiani tra i loro ascendenti più prossimi, è stato facile: ben presto infatti è stato stabilito che i nostri intervistati sarebbero stati tre dei loro multiculturalissimi genitori, nella fattispecie una svedese e due albanesi.
Divisa la classe in tre gruppi, dove ognuno aveva il suo bravo incarico, e preparate con cura le domande, giunge anche il Gran Giorno. Un po' emozionati ma pronti al cimento i ragazzi si dispongono ai posti di combattimento, i cameraman pure, e le riprese hanno inizio.

A rompere il ghiaccio è la madre svedese, che ci racconta di come sia arrivata a Firenze per specializzarsi in restauro e di come nei primi mesi si sia sentita sola e isolata*. In qualche modo, comunque, a un certo punto deve avere allacciato qualche contatto umano al di fuori della pensione dove alloggiava, perché ha finito per sposarsi un indigeno e scodellarci una bella bambina bionda con gli occhi azzurri ormai saldamente avviata verso l'adolescenza.

Quando entrano in scena Europa e Ulisse, i due albanesi, il tono cambia drasticamente. 
Europa arrivò con un barcone, per curarsi da qualcosa che la stava uccidendo e di cui laggiù non venivano a capo** - ed era il secondo barcone, perché il primo tornò indietro, con gli elicotteri della polizia che ruotavano minacciosi su di loro,  riuscendo ancora a galleggiare più per caso che per altro, tanta era l'acqua che imbarcava. Il secondo barcone invece approdò sulle coste italiane e i migranti vennero sbarcati ancora vivi, per quanto piuttosto provati, e prontamente abbandonati dagli scafisti senza nemmeno un panino o un'aranciata per fargli compagnia. Dopo diverse ore e parecchi chilometri raggiunsero in ordine sparso una strada e fecero l'autostop. Quelli che scarrozzarono Europa e suo marito fino alla più vicina stazione ferroviaria erano anche disposti a offrirgli la colazione, ma Europa era terrorizzata e non conosceva la lingua, così rispose di no. Gli erano comunque rimasti un po' di soldi. Fecero il biglietto, salirono sul treno e all'altra stazione erano attesi. Tramite la Caritas e il tanto vituperato Sistema Sanitario Nazionale Europa venne curata, e anche se in Albania le avevano assicurato che non avrebbe mai potuto avere figli ce ne ha scodellati due, sani e robusti,  uno dei quali sta seduto in silenzio, con gli occhi grandi come ruote di carro, ad ascoltare il racconto.
"Non la conoscevi, questa storia?" gli chiedo, a bassa voce. Scuote la testa. E' tutto nuovo, per lui come per noi.

Per Ulisse fu ancora più complicato: di barconi all'epoca non c'era neanche da parlarne così lui e il suo gruppo vennero a piedi passando per l'ex-Iugoslavia, allora in guerra. Ogni tanto qualcuno gli prendeva dei soldi e gli indicava un punto dove avrebbero trovato qualcuno che li avrebbe accolti, e regolarmente non trovavano nessuno. I giorni di digiuno non si contano, la paura mentre i soldati intorno a loro sparavano nemmeno. Con l'accendino scaldavano la batteria dei cellulari quel minimo che bastava per mandare un SMS a casa per avvisare che erano ancora vivi. Arrivare in Italia non fu la fine dell'incubo, perché per molto tempo rimasero in assoluta clandestinità e anche chi gli dava lavoro rischiava***. La sposa Penelope e la piccola Marfisa passarono tre anni senza vederlo, e qualche altro anno prima di ricongiungersi con lui in Italia. E anche Marfisa, che ai tempi dell'epico viaggio aveva pochi mesi, ascolta con grandi occhi spalancati una storia che nessuno le aveva mai raccontato.

Finita l'intervista i tecnici raccolgono l'attrezzatura e se ne vanno, insieme alla madre svedese che deve entrare al lavoro. Europa e Ulisse restano, e i ragazzi continuano a fare domande. Anch'io comincio a farne. Per un'ora i due epici viaggi e il drammatico tempo dell'ambientazione vengono sviscerati e dettagliati, e ogni dettaglio è più epico del precedente. 
I compagni conoscono questi genitori e sono cresciuti con i loro figli: giocano a calcio nella giovanile del paese, hanno condiviso gare, compleanni, passaggi in macchina, merende, pranzi e cene collettive. Improvvisamente, queste figure umane consuete del loro paesaggio si sono trasformati in eroici viaggiatori, rivelando una parte della loro storia del tutto inimmaginabile. L'impatto della rivelazione è forte e ha scosso tutti. Nonostante il Progetto sia piaciuto nel complesso, le relazioni dei ragazzi parlano quasi soltanto delle interviste (con l'unica eccezione, si capisce, dei figli degli intervistati).

Passano le settimane e arriva la festa di paese in cui il filmato (che è venuto molto bene) viene proiettato. Ai ragazzi viene chiesto di leggere, prima della proiezione, passi scelti delle interviste. A sorpresa Marfisa, la figlia di Ulisse, si offre per leggere gli stralci del racconto di suo padre. E' una ragazzina quieta e introversa che non alza mai la voce, ma legge il racconto con voce forte e chiara, mentre i due genitori si sciolgono in lacrime cercando di non farsi notare.
Mentre li guardo e la ascolto ho l'impressione di partecipare a qualcosa di particolarmente solenne, una specie di rito magico. Forse di riconciliazione. Ma riconciliazione con che? I rapporti in famiglia sono buoni, per quanto mi risulta, i rapporti con l'Italia anche: Marfisa è qui da pochi anni ma ha una vita sociale assolutamente nella norma ed è apprezzata da tutti. Straniera, ma tutt'altro che estranea o emarginata.
Forse è qualcosa di diverso: la figlia ha voluto affermare in pubblico il suo orgoglio per quel che il padre ha fatto e sopportato per lei, rivendicando quel terrificante viaggio fra le glorie  della sua famiglia. 
In tutti i casi è stata una scena molto commovente e sono convinta che parteciparci ha fatto di me una persona migliore.

I rapporti con i tre Viaggiatori sono cambiati: adesso, quando ci incontriamo, ci facciamo grandi feste e ci salutiamo come vecchi amici che hanno condiviso, poniamo, l'assedio di Minas Tirith - un'altra cosa che non mi era mai successa.

*infatti noi fiorentini godiamo dell'immotivata reputazione di non essere accoglienti ; ma si tratta solo di biechi pregiudizi, perché una volta che ci siamo abituati agli estranei (il che avviene immancabilmente entro  dieci-quindici, massimo venti anni) poi smettiamo di far finta che siano trasparenti e arriviamo perfino a invitarli a casa nostra a cena o per il tè.
**Come mai ha viaggiato da clandestina, se veniva per cause mediche? Non ne ho la minima idea e mi sono ben guardata dal fare domande in proposito.
***Traendone comunque il suo bravo tornaconto. Ma questa è un'altra storia.

lunedì 6 maggio 2013

Edificante (il racconto del mese di Maggio)

Direttamente dal libro Cuore, ecco il Piccolo Scrivano Fiorentino

Quest'anno i previdenti e solerti insegnanti di St. Mary Mead si sono attrezzati per tempo per l'emergenza gite e, attraverso un mercatino pasquale, hanno raccolto una cifra che ci permetterà di mandare in gita anche gli alunni con famiglie squattrinate. Una delle insegnanti è passata nelle classi a spiegare che le famiglie in difficoltà potevano contattare il coordinatore nella più completa discrezione; poi, caso mai il concetto non fosse chiaro, è passata nuovamente. Ma non per questo la cosa è stata semplice, e alla fine i coordinatori hanno dovuto armarsi di telefono e chiamare una per una le famiglie che, con i più vari pretesti, stavano ritardando troppo il pagamento.
Io mi ero limitata a segnalare a suo tempo la famiglia di Ibn al-Arabi spiegando che non avrebbero pagato, all'insegna del motto "prevenire è meglio che curare". Poi era stato fatto il sondaggio sulla base del preventivo e la famiglia aveva firmato la sua intenzione a partecipare, così mi ero cullata nell'illusione che il problema si fosse risolto a monte e che avrebbero pagato (ma non per questo avevo fatto cancellare il suo nome dalla lista dei beneficiandi).
A riscuotermi era arrivato l'avviso a voce del ragazzo che "lui in gita non sarebbe venuto", senza altre spiegazioni. Visti i precedenti, non ci voleva un grande intuito per tradurlo con "I miei non hanno i soldi".
Il giorno dopo Matematica mi ha accolto al cambio dell'ora spiegando che aveva messo un rapporto sul registro a Ibn Al-Arabi perché il suddetto non le aveva risposto con adeguata cortesia quando lei si era rifiutata di mandarlo al piano di sotto durante l'intervallo, e che dovevo farglielo trascrivere sul diario perché lo facesse firmare a casa secondo come vuole la consuetudine della nostra scuola.
Siccome proprio quel pomeriggio dovevo telefonare alla famiglia per offrire la gita aggratis, che è sempre affare delicato, ho ritenuto più opportuno dimenticarmi di fargli trascrivere alcunché, almeno fin quando non fosse arrivata l'autorizzazione firmata per la gita, onde non rischiare di compromettere la delicata operazione (la famiglia è di quelle abbastanza severe per la disciplina) e d'altra parte il ragazzo era di un umore tra l'elettrico e il piangente che non mi faceva sperare di ottenere molto da lui durante la lezione se ci aggiungevo anche il carico del rapporto da firmare.
Nel pomeriggio ho poi fatto la spinosa telefonata, che con mia grande soddisfazione è filata liscia e senza intoppi.

La mattina dopo Ibn al-Arabi mi ha portato la sospirata autorizzazione e un bigliettino da parte della madre "Non so cosa ci ha scritto ma mi ha detto che è per lei" (e dal tono immagino che sapesse benissimo cosa c'era scritto)*. "Ah, e poi devo farle controllare anche la firma del rapporto".
"Firma del rapporto?" chiedo perplessa.
"Sì, ieri si è dimenticata di farmelo scrivere, allora me lo sono scritto da solo".
E mi ha portato il diario, con il rapporto corredato dalla firma materna.

Sono rimasta assolutamente edificata - anche perché, al posto di Ibn al-Arabi, credo proprio che non mi sarei posta il problema e avrei di buon grado sorvolato anch'io su ciò che l'insegnante mostrava di aver dimenticato.

*Si trattava di una specie di attestato di gratitudine, breve ma commovente, che conto naturalmente di conservare tra le mie carte più care sino alla morte.

sabato 7 marzo 2009

Un racconto per l'Otto Marzo (Il racconto del mese di Marzo)


"Ha ancora senso festeggiare l'8 Marzo o protestare in occasione dell'8 Marzo?"

Questi sono i consueti temi di dibattito ogni anno. 
Personalmente sono della scuola di pensiero che ogni scusa è valida per festeggiare e la mimosa mi è sempre piaciuta moltissimo, sia sotto forma di fiori che di torta o di tartine. Inoltre sono sempre stata molto soddisfatta di essere nata donna, e trovo cosa buona e giusta essere festeggiata in quanto tale e festeggiare amiche, congiunte e conoscenti.

Per quanto riguarda i motivi per protestare, ho deciso di raccontare un fatterello che nelle ultime settimane ha fatto gran rumore in quel di St. Mary Mead.
Torniamo indietro nel tempo di poco più di un mese, quando il nostro Nuovo Preside aveva stabilito che i coordinatori di tutte le classi dei quattro plessi della Grande Scuola dovevano andare a firmare le schede del primo quadrimestre alla Sede Centrale*. Tutti i coordinatori sono andati tranne, nella nostra scuola, la prof. Casini, che lo chiamò per spiegargli che era all'ospedale del distretto per farsi curare: il marito l'aveva picchiata, lei aveva problemi a muovere il braccio destro e a guidare (la Sede Centrale dista una quindicina di chilometri da St. Mary Mead, dove la Casini abita) e comunque non si sentiva proprio in gran forma; la mattina dopo sarebbe andata a scuola, ma quel pomeriggio le schede non poteva firmarle.
Ne è seguita una scena estremamente sgradevole in cui il Nuovo Preside ha rifiutato di accettare il certificato dell'ospedale "in quanto infamante per la scuola" e ha tolto alla prof. Casini l'incarico di Coordinatore della sua classe.
La notizia filtra lentamente attraverso la scuola di St. Mary Mead, ma Lunedì mattina il VicePreside ci spiega che la Casini è stata convocata dal Nuovo Preside che le restituirà l'incarico di Coordinatore.
"Ah, beh, ci sarebbe mancato solo che non glielo rendesse,  chissà che gli era preso, boh, avrà avuto uno dei suoi scatti di nervi" (il Nuovo Preside ha una quantità impressionante di scatti di nervi, soprattutto quando viene contraddetto; e siccome ha idee tutte sue sulla gestione di una scuola, capita che venga contraddetto anche abbastanza spesso). 
Quando arriva a scuola, piuttosto alterata, la collega Casini ha però una storia ben diversa da raccontarci: il Nuovo Preside le ha spiegato come:
1) il certificato per percosse è infamante per la scuola, e lei non avrebbe mai dovuto raccontare che è stata picchiata dal marito. Lo ha detto anche sua moglie (la moglie del Nuovo Preside) che una donna che racconta una cosa del genere "è un'infame"
2) il fatto che lei sia sotto separazione implica necessariamente che, al momento, non è in grado di intendere e di volere. Del resto "basta guardarla in faccia" per accorgersi che è pazza. Dunque toglierle la carica di Coordinatore è misura ovvia e opportuna.
(Ovviamente nessuna infamia ricade su colui che picchia, ma questo lo diamo per scontato)

La prof. Casini non si è mai distinta per manifesta insania mentale, ma dopo una scena del genere è abbastanza alterata e vuole la testa del Nuovo Preside su un piatto d'argento (desiderio, agli occhi di molte colleghe, più che legittimo). Purtroppo, ahimé, c'è una causa di separazione in corso con tanto di affido di tre figli  e questo complica parecchio le cose. Sindacati e avvocati sconsigliano vivamente di muoversi (dice) perché, qualora risultasse che il Nuovo Preside ha avanzato riserve sull'equilibrio mentale della separanda, l'affido dei figli potrebbe essere messo in pericolo. A me sembra una sciocchezza, perché un marito che picchia così forte da lasciare tracce riscontrabili dai medici non mostra di avere grandi titoli per l'affido di tre figli uno dei quali di otto anni, e chiunque parli per tre minuti con il Nuovo Preside non pensa certo che costui sia affidabile nel parlare di sanità o insania mentale propria o altrui - ma chi ha il coraggio di rischiare sulla pelle degli altri, quando avvocati e sindacati ci assicurano che?

A scuola siamo perplessi. Non possiamo protestare con il Nuovo Preside in forma ufficiale perché l'episodio non va tirato  in ballo (anche se ormai a St. Mary Mead è probabile che lo sappiano tutti, visto che la collega Casini non ne ha certo fatto mistero) senza contare che all'episodio non abbiamo assistito. Il Vice Preside parimenti non ha assistito, ma il tutto gli è stato amichevolmente raccontato dal Nuovo Preside. Potrebbe dunque testimoniare ma...
"No, io non ho sentito dire niente. Qui lo dico e qui lo nego".
Sempre il VicePreside ci spiega poi che certamente il Nuovo Preside ha fatto male a comportarsi come si è comportato, ma la collega Casini, che pure nel suo lavoro è brava, ha un carattere fragile perché racconta sempre i fatti suoi in giro. Ora, che la Casini racconti i fatti suoi  è cosa verissima (personalmente conosco anche il tasso del suo mutuo, con tanto di variazioni contrattate con la banca negli ultimi due anni) ma proprio non capisco cosa c'entri questo con la fragilità di carattere. Anzi, ripensandoci ci vuole certamente maggior forza di carattere per raccontare apertamente che il marito ti ha picchiata che per occultare l'accaduto simulando improbabili cadute per le scale.
"Insomma, sei d'accordo col Nuovo Preside" taglio corto. Il Vice Preside spiega che no, assolutamente, anzi lui ha...
"Se non sei d'accordo perché non ti sei dimesso?" domando.
No, certo, ma, cioè, dunque...

In effetti noi colleghi non possiamo fare molto. Non c'eravamo, la stessa diretta interessata si raccomanda che non tiriamo in ballo la vicenda direttamente... decidiamo di scrivere una lettera di protesta al Nuovo Preside senza far nomi. Ma protesta su che cosa?
Così cominciamo a informarci. Le schede del primo quadrimestre non sono state firmate dalla Presidenza. Non esiste una circolare che chiedesse al coordinatore di firmarle (quindi non averle firmate non può venire inteso come motivo di biasimo). Non esisteva nemmeno una circolare sui prescrutini, che abbiamo fatto senza Ordine del Giorno. Non abbiamo ancora approvato un verbale del Collegio dei Docenti, dall'inizio dell'anno scolastico. L'ultimo verbale che ci è arrivato dichiara che abbiamo approvato le schede (e non le abbiamo approvate) e non fa cenno della discussione sui giudizi (e ci abbiamo discusso quaranta minuti). La nomina dei coordinatori è avvenuta in modo illegale. E via spulciando.
A conti fatti, l'unica cosa che il Nuovo Preside si è dimostrato capace di fare è incassare lo stipendio. Ce n'era venuto più volte il sospetto, ma non avevamo mai indagato troppo a fondo.

I giorni passano. Ogni volta che incontro il VicePreside gli racconto tutte le belle nuove scoperte che stiamo facendo e di come ci apprestiamo a scrivergli, al Nuovo Preside, una garbata letterina di contestazione inviandola per conoscenza al Direttore dell'Ufficio Scolastico Regionale. Il mio sindacalista preferito ci ha suggerito di spedirne due o tre, con vari capi di lagnanza, e di mandare la quarta direttamente al Direttore dell'Ufficio Scolastico, chiedendogli di intervenire.
Il VicePreside scalpita e si divincola. No, non è sicuro che la firma del Dirigente Scolastico sia indispensabile per le schede di valutazione (e il giorno dopo trova sul tavolo fotocopia ingrandita dell'apposita comunicazione ministeriale), non si ricorda che al Collegio avessimo discusso sui giudizi (il verbale l'aveva scritto lui), è vero, non c'erano circolari sull'ordine del giorno dei prescrutini ma in fondo il Nuovo Preside aveva detto in Collegio dei Docenti...
"Sì, ma il verbale del Collegio non è stato approvato, e d'altra parte non è approvabile perché è del tutto inaffidabile" gli spiego con dolcezza.
Riferirà a chi di dovere? Non riferirà? Non possiamo saperlo.
Qualche giorno fa però spunta fuori un simpatico articoletto su Italia Oggi (qui però è possibile leggerselo aggratisse) che racconta di un preside condannato per mobbing dal giudice del lavoro  a pagare più di 10.000 euro tra spese legali e danni; c'era voluto qualche annetto, ma infine la cosa era andata in porto.
Prima è stato incollato sul tavolo in Sala Insegnanti in bella vista (magari il Preside l'avrebbe visto?)
Poi è stato attaccato alla vetrata d'ingresso,  giusto per sicurezza: lì il Preside l'avrebbe visto senz'altro. 
Ma alla fine, per evitare ogni possibile rischio che il Preside non lo veda, l'articolo viene spedito per fax, dalla scuola alla Cortese (cortese?!?) Attenzione del Dirigente Scolastico. Chissà se il Preside coglierà l'implicito e ben nascosto messaggio subliminale?
Il fax parte un Giovedì pomeriggio. Martedì arriva l'annullamento della revoca da coordinatore per la collega Casini. Senza una riga di scusa, ma tant'è.
Qualche giorno dopo trapela la notizia che il Nuovo Preside ha chiesto il trasferimento.**

Intendiamoci: non ho nessuna prova che esista un rapporto di causa-effetto tra le nostre manovre e i deliri di quello strano essere; e non voglio nemmeno sostenere che questa sia una storia a lieto fine (anche se abbiamo definitivamente chiarito di che pasta son fatti sia il Nuovo Preside che il VicePreside, che è pur sempre una cosa utile). 
E' soltanto una storia, figlia del nostro tempo e del nostro mondo.
Volendo, avrebbe potuto essere migliore.

*abbiamo poi scoperto che lui non le ha firmate "nel caso che qualche genitore avesse protestato" ma questa è un'altra storia
**naturalmente "chiedere" non vuol dire "ottenere". Ma c'è sempre speranza...