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giovedì 7 giugno 2018
"Se non ti fa schifo parlarne", ovvero quel che molti pensano sull'insegnamento
Da quando ho mosso i miei primi, tremebondi passi nel complesso mondo dell'insegnamento, sono ormai passati quasi vent'anni. In tanti mi spiegavano che la scuola era cambiata, i ragazzi erano cambiati - ma io la scuola l'avevo fatta nei rutilanti anni 70 e l'avevo seguita da lontano attraverso mia madre e le mie amiche finite in cattedra, e mi sembrava tutto abbastanza uguale a sempre. Anzi, ricordo ancora il fondo di stupore che provai quando mi accorsi che, gira che ti rigira, il mondo della scuola era sopravvissuto uguale a sé stesso nel corso dei decenni: stare a scuola mi dava una sensazione agrodolce imbevuta di meditabonde considerazioni sui corsi e ricorsi della vita. Il punto è (gli analisti nonché tuttologi della scuola lo dimenticano facilmente, perché è un punto che ammazza qualsiasi generalizzazione) che la scuola non è poi così uguale a sé stessa nemmeno al suo interno e ogni classe e ogni consiglio e ogni professore si portano dietro un microcosmo individuale con regole sue, che magari cambia di anno in anno e di mese in mese, e anche i ragazzi che oggi sono diversi sono ognuno una sua identità propria, e in continuo mutamento, e dunque ognuno di loro è diverso a modo suo.
Ad ogni modo, pur arrivando assai spaventata e pronta non già ad affrontare -ché proprio non me ne ritenevo all'altezza - ma a prendere atto di un pianeta diversissimo, trovai tutto abbastanza simile a quel che ricordavo di quando stavo dall'altra parte della barricata.
Quello a cui invece non ero preparata erano le domande di chi a scuola non ci lavorava, e che nel corso di questi venti anni sono rimaste molto simili - pure quelle.
L'episodio che più mi lasciò sconcertata fu una tranquilla pizza a quattro con amici di freschissima data, quando ormai in cattedra ci stavo da un paio di anni con alterne fortune. Uno di loro mi chiese come mi trovavo con i ragazzi aggiungendo, testualmente se non ti fa schifo a parlarne - che non rischiassi di mandarmi di traverso la pizza ad affrontare sì spiacevole argomento, per carità, la sua era soltanto una curiosità oziosa.
Trovai difficile rispondere, proprio per come era stata posta la domanda. Immagino che il mio interlocutore desse per scontata una bella tirata... su cosa, i giovani d'oggi senza valori o senza ideali? La professione del docente ignobilmente svilita e vilipesa? Il mondo di oggi (o, a scelta, la moderna società) che ci impediscono di tramettere solidi punti di riferimento alle nuove generazioni? Questi ingrati ragazzi che rifiutano di eleggerci come modelli di vita?
Ma era tutta roba completamente estranea al mio modo di pensare e di sentire, senza contare che ho fatto parte anch'io di una generazione perennemente sotto accusa a causa della sua cronica mancanza di solidi valori morali, e ho sempre trovato estremamente ridicole le analisi che facevano su di noi nonché la pretesa che un tale, solo perché stava su una cattedra, dovesse automaticamente essere preso come valido esempio di riferimento - senza contare che, avendo letto parecchio in vita mia, sapevo benissimo che le classi sociali più alte avevano spesso trattato gli insegnanti dall'alto in basso (tranne quelli universitari, che fanno categoria a sé). Ecco, con l'arrivo della costituzione della repubblica siamo diventati tutti cittadini delle classi più alte e sì, pensa un po', i ragazzi si ritenevano in diritto di avere opinioni proprie, e qualcuno addirittura arrivava all'assurda pretesa che queste idee venissero rispettate.
In conclusione probabilmente sgusciai dietro a qualche banale considerazione sul fatto che l'ambiente scolastico non mi sembrava poi tanto improponibile e che i ragazzi nel complesso mi stavano piuttosto simpatici e non provavo alcun disgusto a parlarne e ben presto tornammo tutti a parlare di manga e di Giappone, che era poi il motivo per cui ci eravamo riuniti in pizzeria.
In realtà parlare di scuola mi piace molto - come questo blog dovrebbe testimoniare - ma lo faccio malvolentieri con chi non è del mestiere perché mi rendo pur conto che non tutti si divertono a sentir raccontare quale raffinata tecnica hai saputo escogitare per far capire infine alla 1D che mela, me la e me l'ha sono tre cose ben distinte e ognuna di loro va usata a tempo e modo opportuni oppure quanto vi siete divertiti a recitare la conversazione tra Smaug e Bilbo (il tutto tacendo accortamente le cinquanta volte in cui la classe si è annoiata a morte con il drago e ha continuato imperterrita a confondere frutta, pronomi personali e verbo avere). Ma per chi non capisce queste raffinate soddisfazioni (cioè tutti, tranne quelli che a scuola ci lavorano e ci smoccolano sovente maledicendo la ria sorte che li ha fatti nascere nei non rari momenti di frustrazione) cos'è la scuola?
Un pianeta strano, mi par di capire, popolato di strane creature indisciplinate e irriconoscenti che rifiutano di farsi indottrinare.
So che molti colleghi vivono circondati da esseri sarcastici che passano il tempo a rinfacciarci i nostri quaranta mesi di ferie all'anno. Non io, non so perché (probabilmente perché non me li filo: sono bravissima a rimuovere le persone con cui non ho voglia di parlare). Ma incrocio spesso categorie un po' differenti, che sembrano ignare del fatto che i ragazzi con cui ho a che fare sono proprio gli stessi che abitano a casa loro, e con cui spesso interagiscono piuttosto volentieri.
Per esempio i genitori che sospirano e ti spiegano che l'insegnamento è una vocazione, e chi lo pratica è un santo; d'accordo, spesso ci vuole pazienza. Ma sono i vostri figli, gli stessi che avete per casa. Trovate sempre così indispensabile una patente di santità quando ci avete a che fare?
Oppure quelli che ti chiedono preoccupatissimi ma tutto questo bullismo di cui si sente tanto parlare?
E lì la risposta è più difficile da dare. C'è più bullismo oggi di quel che c'era un tempo?
Di sicuro oggi se ne parla di più, e non è un male. Di sicuro oggi gli insegnanti sono chiamati più facilmente in causa, perché i ragazzi hanno smesso di stare zitti e gli insegnanti non possono più cavarsela fregandosene alla grande come succedeva ancora vent'anni fa. Funziona un po' come per gli stupri o le violenze domestiche: sono in aumento o se ne parla di più? Di tendenza propendo per la seconda possibilità, fermo restando che spesso ci arriva solo la punta estrema dell'iceberg e il grosso resta tuttora sott'acqua a navigare, ma vai a sapere, come si fanno ad avere dati attendibili?
L'unica vera novità, indiscussa e foriera di grane infinite, è il cyberbullismo, che fino a qualche anno fa non c'era né alcuno ne sentiva la mancanza, e che ci lascia spesso assai inguaiati - ma basta navigare un po' su Facebook per capire che non è purtroppo un problema esclusivo dei giovinetti, ma di tutta l'umanità, giovane o vecchia che sia, e non coinvolge esclusivamente la scuola. È verissimo che gli insegnanti non sanno gestirlo in modo soddisfacente, ma purtroppo sotto questo aspetto siamo ancora tutti in fase sperimentale e dobbiamo faticosamente arrangiarci come possiamo.
E sì, certo, ci sono anche i dislessici - ma non è che prima non ci fossero, soltanto erano considerati ciuchi e come tali trattati, o maltrattati. Dargli un nome e conoscere qualche strumento compensativo è stato un aiuto, per noi e per loro.
E ci sono anche gli stranieri, ma qui devo confessare che, a parte qualche rarissima eccezione, gli stranieri che ho avuto erano tutti all'acqua di rose e i problemi più seri se li erano sbrigati quelli delle elementari che con grande pazienza e infinita abilità se li erano alfabetizzati.
D'altra parte io in classe dislessici e stranieri all'acqua di rose li ho sempre avuti in classe, quindi non riesco a considerarli una grande novità.
Va bene, forse rispetto a quando andavo a scuola qualche piccolo cambiamento c'è stato. Non solo dentro la scuola, però.
E con i ragazzi io continuo a divertirmi, alla faccia di tutti. Solo che evito di raccontarlo troppo in giro.
venerdì 18 agosto 2017
Dov'è finita Audrey? - Sophie Kinsella
Sophie Kinsella ha cominciato a scrivere come Madaleine Wickham, e appunto con questo nome l'ho conosciuta grazie a Mamma Avvocato che ha presentato per il Venerdì del Libro il suo primo romanzo A che gioco giochiamo, che mi era piaciuto molto.
Così avevo provato altri suoi libri, ma dopo due tentativi avevo lasciato perdere perché c'era sempre qualcosa che non mi andava, nonostante l'idea di partenza che mi sembrava molto buona e la storia che nonostante tutto finiva per prendermi... a tratti. La verità è che la chick lit mi dà proprio sui nervi - probabilmente avrò scelto le autrici sbagliate, vai a sapere; ma dopo un po' invece di rilassarmi e divertirmi, come dovrebbe succedere nelle intenzioni di chi scrive, mi vengono dei gran nervi. Limite mio, senz'altro.
Dov'è finita Audrey? è stata presentata diverse volte sul Venerdì del Libro, da Mamma Avvocato, da Tazze Spaiate e probabilmente da qualcun altro che non riesco a ritrovare. Le recensioni mi avevano lasciato una buona impressione, come di qualcosa dove le corde dell'autrice avevano dato il suono giusto - senza contare che sono sempre in cerca di bocconcini prelibati per la biblioteca di scuola; ma per molto tempo il libro spariva dalla biblioteca comunale non appena cercavo di avvicinarmi, per ricomparire solo quando ero strapiena di altre cose da leggere e magari pure in ritardo con le restituzioni (prima o poi qualche bibliotecario mi ucciderà e spero che quel giorno qualcuno vada a testimoniare che ci sono state numerose provocazioni gravi, per ottenergli almeno uno sconto di pena ma magari anche la piena assoluzione).
Infine quest'estate sono riuscita a prenderlo e spolparlo è stata questione rapidissima. Non solo non mi sono innervosita, ma mi è piaciuto molto.
Si tratta del primo tentativo dell'autrice nel periglioso mondo della letteratura per giovani adulti, per giunta trattando l'insidiosissimo tema del bullismo dove già tanti autori anche blasonati hanno dato miserevole prova di sé. Kinsella ha scelto una strada piuttosto interessante, lasciando parlare la protagonista in prima persona ma senza mai raccontare con precisione cosa è successo. Lo intravediamo in trasparenza, per accenni, ma alla fine abbiamo le idee piuttosto chiare in materia.
Dopotutto, ci rendiamo conto, non ha importanza sapere cos'è successo esattamente e quali sono stati gli esatti movimenti in successione che hanno sprofondato la ragazza ion una grave depressione. Ad un certo punto comunque a scuola la faccenda è venuta fuori, c'è stato un gran casino, con tutto il relativo corollario di sospensioni, espulsioni e quant'altro e Audrey è finita in clinica, dove ha avviato un lungo percorso di riabilitazione a base di terapie varie e psicofarmaci. Dopo qualche mese è tornata a casa, dove vive una segregazione volontaria, accortamente seguita da una psicologa - una creatura miracolosa che non sbaglia un colpo che è uno (ne esistono davvero? Forse sì).
Conosciamo quindi Audrey quando in parte è già uscita dal tunnell e quel che ci viene raccontato è la parte centrale della sua guarigione. Vive reclusa, parla solo con i suoi familiari (e con sé stessa, molto) combattendo col suo cervello-lucertola che cerca continuamente di prendere il sopravvento per evitarle contatti traumatici, porta sempre occhiali scuri per non dover guardare nessuno negli occhi e passa le sue giornate leggendo fumetti e seguendo distrattamente la vita di casa, un po' come se fosse a pensione in casa sua.
La famiglia sembra un po' squilibrata, all'inizio, con un fratello ben determinato a passare le sue giornate col videogame di Lord of Conquest (LOC), una madre il cui unico scopo nella vita sembra sia impedire al figlio di giocare a LOC (la quale madre dopo un po' il lettore vorrebbe ardentemente strozzare) e un padre che prende la cosa molto meno sul drammatico della moglie e cerca di barcamenarsi tra lei e il figlio senza gran successo. Solo nel corso della storia il lettore, attraverso gli occhi di Audrey che lentamente si risveglia e torna al mondo reale, si rende conto che la vera causa dell'inquietudine della famiglia è proprio Audrey: la madre ha lasciato il lavoro perché lei non si sentisse trascurata, ma il lavoro le manca molto, il padre - che a lavorare continua perché la famiglia deve pur mangiare - è soprattutto preoccupato delle ripercussioni che qualsiasi cosa possa avere su Audrey e anche il fratello, apparentemente avvolto nella sua bolla incantata di videogiochi è altrettanto scosso e preoccupato dei genitori; che insomma il barbaro trattamento che Audrey ha subito dalle compagne - tanto più crudele perché inizialmente travestito sotto le forme insidiose dell'amicizia - non ha colpito solo Audrey, ma tutta la famiglia, che si è ritrovata nuda e disarmata e avvolta dalla cappa del senso di colpa perché come abbiamo potuto non accorgerci di nulla? - l'eterno, angoscioso interrogativo di ogni famiglia quando salta fuori una storia del genere.
In realtà appare chiaro che non è affatto colpa della famiglia e delle gravi carenze affettive che ha inflitto alla ragazza se è successo quel che è successo, perché gravi carenze affettive in effetti non risultano: è stata solo la classica storia di un componente del gruppo (non necessariamente debole o fragile) con cui alcuni elementi hanno deciso di allestirsi un morboso banchetto mentre altri stavano a guardare inorriditi ma senza riuscire a capire in che modo intervenire e a chi chiedere aiuto. Cose di tutti i giorni, si sa, e che succedevano anche un tempo.
Nel corso del romanzo Audrey riprende lentamente i contatti col mondo, uscendo dal suo bozzolo: ricomincia a uscire, avvia una storia con un ragazzo (naturalmente un amico del fratello. Chi altri avrebbe avuto la possibilità di accostarla se non qualcuno che ha accesso alla casa ma in apparenza non viene lì per lei?) riprende i contatti con le amiche (quelle vere); c'è addirittura un incontro con una delle bulle, che ufficialmente vuole rivederla per chiederle scusa ma che gioca in realtà un gioco molto più sporco (probabilmente il capitolo più affascinante del libro perché all'incontro partecipano anche i genitori della bulla e il lettore insieme ad Audrey deve malinconicamente convenire che il sangue non è acqua); soprattutto, osserva attentamente la sua famiglia, girando per casa con una telecamera per preparare il documentario che la psicologa ha richiesto.
La visuale di Audrey, inizialmente claustrofobica, si va allargando, il cervello-lucertola si ritira in buon ordine, la famiglia comincia lentamente a rilassarsi. La storia si avvia verso un lieto fine che però il lettore si limita a intravedere.
L'ho trovato superiore di parecchie lunghezze a qualsiasi altro romanzo sul tema che mi sia mai capitato tra le mani - un interessante gioco di sfumature e chiaroscuri dove il lettore deve darsi parecchio da fare e molto di quel che gli viene detto e fatto capire non è narrato esplicitamente; e come tutti i buoni libri per giovani adulti ha parecchio da dire anche a chi adulto lo è ormai da un pezzo.
Naturalmente è adattissimo per tutte le ragazze dai dodici anni in su, ma non sarebbe male se si riuscisse a farlo finire anche nelle mani di qualche ragazzo. Certo, la copertina rosa, con la protagonista in primo piano con la sua telecamerina violetta, l'aria deficiente che più deficiente non si può e la maglietta decorata a cuoricini e stelline certamente non aiuta in questo senso: non solo qualsiasi ragazzo cresciuto nei nostri anni, ma qualsiasi essere umano dotato di un barlume di senso estetico non può ragionevolmente sentirsi attratto da una roba del genere. Le copertine originali sono molto, molto più decorose:

Comunque l'ho ordinato per la biblioteca, e ho fotocopiato un capitolo per farne una delle prime letture per la Terza, l'anno prossimo.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture - ma non sui prati perché, almeno dalle mie parti, non abbiamo più prati ma solo una grande sterpaglia.
Così avevo provato altri suoi libri, ma dopo due tentativi avevo lasciato perdere perché c'era sempre qualcosa che non mi andava, nonostante l'idea di partenza che mi sembrava molto buona e la storia che nonostante tutto finiva per prendermi... a tratti. La verità è che la chick lit mi dà proprio sui nervi - probabilmente avrò scelto le autrici sbagliate, vai a sapere; ma dopo un po' invece di rilassarmi e divertirmi, come dovrebbe succedere nelle intenzioni di chi scrive, mi vengono dei gran nervi. Limite mio, senz'altro.
Dov'è finita Audrey? è stata presentata diverse volte sul Venerdì del Libro, da Mamma Avvocato, da Tazze Spaiate e probabilmente da qualcun altro che non riesco a ritrovare. Le recensioni mi avevano lasciato una buona impressione, come di qualcosa dove le corde dell'autrice avevano dato il suono giusto - senza contare che sono sempre in cerca di bocconcini prelibati per la biblioteca di scuola; ma per molto tempo il libro spariva dalla biblioteca comunale non appena cercavo di avvicinarmi, per ricomparire solo quando ero strapiena di altre cose da leggere e magari pure in ritardo con le restituzioni (prima o poi qualche bibliotecario mi ucciderà e spero che quel giorno qualcuno vada a testimoniare che ci sono state numerose provocazioni gravi, per ottenergli almeno uno sconto di pena ma magari anche la piena assoluzione).
Infine quest'estate sono riuscita a prenderlo e spolparlo è stata questione rapidissima. Non solo non mi sono innervosita, ma mi è piaciuto molto.
Si tratta del primo tentativo dell'autrice nel periglioso mondo della letteratura per giovani adulti, per giunta trattando l'insidiosissimo tema del bullismo dove già tanti autori anche blasonati hanno dato miserevole prova di sé. Kinsella ha scelto una strada piuttosto interessante, lasciando parlare la protagonista in prima persona ma senza mai raccontare con precisione cosa è successo. Lo intravediamo in trasparenza, per accenni, ma alla fine abbiamo le idee piuttosto chiare in materia.
Dopotutto, ci rendiamo conto, non ha importanza sapere cos'è successo esattamente e quali sono stati gli esatti movimenti in successione che hanno sprofondato la ragazza ion una grave depressione. Ad un certo punto comunque a scuola la faccenda è venuta fuori, c'è stato un gran casino, con tutto il relativo corollario di sospensioni, espulsioni e quant'altro e Audrey è finita in clinica, dove ha avviato un lungo percorso di riabilitazione a base di terapie varie e psicofarmaci. Dopo qualche mese è tornata a casa, dove vive una segregazione volontaria, accortamente seguita da una psicologa - una creatura miracolosa che non sbaglia un colpo che è uno (ne esistono davvero? Forse sì).
Conosciamo quindi Audrey quando in parte è già uscita dal tunnell e quel che ci viene raccontato è la parte centrale della sua guarigione. Vive reclusa, parla solo con i suoi familiari (e con sé stessa, molto) combattendo col suo cervello-lucertola che cerca continuamente di prendere il sopravvento per evitarle contatti traumatici, porta sempre occhiali scuri per non dover guardare nessuno negli occhi e passa le sue giornate leggendo fumetti e seguendo distrattamente la vita di casa, un po' come se fosse a pensione in casa sua.
La famiglia sembra un po' squilibrata, all'inizio, con un fratello ben determinato a passare le sue giornate col videogame di Lord of Conquest (LOC), una madre il cui unico scopo nella vita sembra sia impedire al figlio di giocare a LOC (la quale madre dopo un po' il lettore vorrebbe ardentemente strozzare) e un padre che prende la cosa molto meno sul drammatico della moglie e cerca di barcamenarsi tra lei e il figlio senza gran successo. Solo nel corso della storia il lettore, attraverso gli occhi di Audrey che lentamente si risveglia e torna al mondo reale, si rende conto che la vera causa dell'inquietudine della famiglia è proprio Audrey: la madre ha lasciato il lavoro perché lei non si sentisse trascurata, ma il lavoro le manca molto, il padre - che a lavorare continua perché la famiglia deve pur mangiare - è soprattutto preoccupato delle ripercussioni che qualsiasi cosa possa avere su Audrey e anche il fratello, apparentemente avvolto nella sua bolla incantata di videogiochi è altrettanto scosso e preoccupato dei genitori; che insomma il barbaro trattamento che Audrey ha subito dalle compagne - tanto più crudele perché inizialmente travestito sotto le forme insidiose dell'amicizia - non ha colpito solo Audrey, ma tutta la famiglia, che si è ritrovata nuda e disarmata e avvolta dalla cappa del senso di colpa perché come abbiamo potuto non accorgerci di nulla? - l'eterno, angoscioso interrogativo di ogni famiglia quando salta fuori una storia del genere.
In realtà appare chiaro che non è affatto colpa della famiglia e delle gravi carenze affettive che ha inflitto alla ragazza se è successo quel che è successo, perché gravi carenze affettive in effetti non risultano: è stata solo la classica storia di un componente del gruppo (non necessariamente debole o fragile) con cui alcuni elementi hanno deciso di allestirsi un morboso banchetto mentre altri stavano a guardare inorriditi ma senza riuscire a capire in che modo intervenire e a chi chiedere aiuto. Cose di tutti i giorni, si sa, e che succedevano anche un tempo.
Nel corso del romanzo Audrey riprende lentamente i contatti col mondo, uscendo dal suo bozzolo: ricomincia a uscire, avvia una storia con un ragazzo (naturalmente un amico del fratello. Chi altri avrebbe avuto la possibilità di accostarla se non qualcuno che ha accesso alla casa ma in apparenza non viene lì per lei?) riprende i contatti con le amiche (quelle vere); c'è addirittura un incontro con una delle bulle, che ufficialmente vuole rivederla per chiederle scusa ma che gioca in realtà un gioco molto più sporco (probabilmente il capitolo più affascinante del libro perché all'incontro partecipano anche i genitori della bulla e il lettore insieme ad Audrey deve malinconicamente convenire che il sangue non è acqua); soprattutto, osserva attentamente la sua famiglia, girando per casa con una telecamera per preparare il documentario che la psicologa ha richiesto.
La visuale di Audrey, inizialmente claustrofobica, si va allargando, il cervello-lucertola si ritira in buon ordine, la famiglia comincia lentamente a rilassarsi. La storia si avvia verso un lieto fine che però il lettore si limita a intravedere.
L'ho trovato superiore di parecchie lunghezze a qualsiasi altro romanzo sul tema che mi sia mai capitato tra le mani - un interessante gioco di sfumature e chiaroscuri dove il lettore deve darsi parecchio da fare e molto di quel che gli viene detto e fatto capire non è narrato esplicitamente; e come tutti i buoni libri per giovani adulti ha parecchio da dire anche a chi adulto lo è ormai da un pezzo.
Naturalmente è adattissimo per tutte le ragazze dai dodici anni in su, ma non sarebbe male se si riuscisse a farlo finire anche nelle mani di qualche ragazzo. Certo, la copertina rosa, con la protagonista in primo piano con la sua telecamerina violetta, l'aria deficiente che più deficiente non si può e la maglietta decorata a cuoricini e stelline certamente non aiuta in questo senso: non solo qualsiasi ragazzo cresciuto nei nostri anni, ma qualsiasi essere umano dotato di un barlume di senso estetico non può ragionevolmente sentirsi attratto da una roba del genere. Le copertine originali sono molto, molto più decorose:

Comunque l'ho ordinato per la biblioteca, e ho fotocopiato un capitolo per farne una delle prime letture per la Terza, l'anno prossimo.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture - ma non sui prati perché, almeno dalle mie parti, non abbiamo più prati ma solo una grande sterpaglia.
domenica 14 agosto 2016
Haeretica - La Disciplina - 5 - Il rapporto tra pari
Tra le mie molte stravaganze insegnantesche ce n'è una che è talmente stravagante che a malapena per molti anni ho osato confidarla in privato a carissimi colleghi amici con cui non ho mai lavorato e assai difficilmente avrò occasione di lavorare. La loro reazione unanime mi ha convinto di aver agito con molta accortezza evitando con cura di espormi sull'argomento a scuola.
Col tempo le cose sono un po' cambiate, anche perché sono alla media di St. Mary Mead - e forse sono cambiate anche fuori da St. Mary Mead. Ma insomma la stravaganza di cui vado adesso a parlare continua a godere della generale disapprovazione nel corpo insegnantesco e solo raramente può essere apertamente esposta a piccolissimi gruppi di docente selezionati con cura senza scatenare la generale e totale disapprovazione.
Così, ben nascosta dietro il mio paravento, mi confiderò con il mio blog, in estiva e tranquilla solitudine, cercando di esporre i motivi morali, culturali, temperamentali, sociali e bocciofili per i quali codesta stravagante idea si è radicata nel mio animo perverso - perché è proprio radicata, e il massimo di compromesso che riesco ad accettare è tacerla, regolandomi su di essa ma parlandone il meno possibile.
Ed eccomi che esco allo scoperto: valutando la condotta, trovo molto più grave la mancanza di garbo e/o rispetto verso i compagni che quelle verso un insegnante.
Passo ora a spiegarne i motivi.
Il primo e basilare motivo è che, se io sono lì dove sono, in quella classe con l'alunno che mi cencia, è perché ho firmato un contratto in merito. Certamente nel contratto non era scritto che avrei trovato alunni che mi cenciavano, ma in fondo sono lì in una classe a insegnare per mia libera scelta. Potevo fare un altro lavoro, o scegliermi un'altra scuola. E poi a fine mese mi pagano, e in fondo nel contratto non era nemmeno scritto che avrei trovato solo angeli rispettosi. Inoltre a fine quadrimestre e a fine anno io darò il voto a chi mi cencia, lui no. Non è un rapporto alla pari, ho modo di rivalermi (che scelga o no di farlo è un'altra questione) e l'alunno che mi cencia lo sa.
Un alunno che cencia un insegnante può avere le sue ragioni. Attenzione, non sto parlando di garbate rimostranze o di un opposizione motivata basata su torti più o meno reali da me inflitti, sto parlando di autentici sgarbi o male parole. Il problema, tanto avvertito e così spesso tirato in ballo nei Consigli di Classe che l'alunno Tale o Talaltro "è polemico" e "mi guarda dall'alto in basso" e insomma "non è rispettoso" o critica certe mie scelte o comportamenti non lo ritengo tale: se mi guarda dall'alto in basso penso che a questo mondo ognuno guarda gli altri come gli pare, se è polemico cerco di rispondergli spiegando come e perché faccio quel che faccio e lo ascolto - e se alla fine mi sembra che abbia ragione mi regolo di conseguenza. Lavoriamo insieme, ed è mio dovere fare quel che posso per creargli un ambiente di lavoro confortevole.
Sto parlando di dispetti, scherzi del cavolo, offese, aperti tentativi di sabotare la lezione. Certe volte sono comportamenti dettati da estrema leggerezza, ma c'è sempre sotto qualche problema del ragazzo - e quando l'alunno ti rende sistematicamente impossibile la lezione i problemi sono decisamente seri.
Ma, per quel che mi risulta, non si dà mai il caso in cui l'alunno che rende impossibile la lezione si comporti correttamente con i compagni, per cui si ritorna al discorso di prima: tanto vale intervenire soprattutto sul secondo aspetto, perché il primo a quel punto risulta marginale.
Tralasciamo dunque il caso dell'alunno con scompensi neurologici che, poniamo, sputa addosso all'insegnante; perché lì non è questione solo del voto di condotta - e sono quei casi in cui gli insegnanti si ritrovano abbastanza disarmati e i compagni pure (perché di solito sputa anche addosso a loro, e con molta più frequenza di quel che fa con l'insegnante).
Un alunno che manca di rispetto a un insegnante ed è compiutamente in grado di intendere e di volere fa una scelta e sceglie di opporsi all'elemento più forte della classe. Corre consapevolmente un rischio e si prende le sue responsabilità - anche nel peggiore dei casi, quando è convinto di godere di una certa impunità, sa che qualche conseguenza potrebbe comunque esserci.
Un alunno che prende in giro i compagni o li sottopone a prepotenze varie (di solito facendo ben attenzione a non farsi notare dall'insegnante) fa anche lui una scelta, e prende di mira un elemento debole. Di solito, anzi, ha cura di scegliere l'elemento più debole: lo straniero, quello in posizione sociale più bassa, quello malvisto dai compagni, quello che i compagni non si preoccupano di difendere, quello che non è capace di difendersi da solo. Oggi lo chiamano bullismo, quando a farlo sono ragazzi minorenni, ma di fatto si tratta di prepotenza pura e semplice compiuta su qualcuno che per i più vari motivi non reagisce, ed è una prepotenza fatta con la beata convinzione (spesso, ahimé, assai fondata) che la cosa resterà senza conseguenze disciplinari, vuoi perché gli insegnanti non se accorgono, vuoi perché fanno conto di non accorgersene, vuoi perché stabiliscono che "non è grave" e che "sono cose tra ragazzi e non è bene interferire".
Lo spettro delle possibilità è molto ampio: si va dal singolo alunno che prende di mira un compagno o due e li offende nei modi più classici, fino a gran parte della classe che prende di mira uno o più elementi che vengono usati come punching ball, ideali quando uno si sente un po' giù e vuole scaricarsi i nervi. Oh sì, anche in questo caso ci sono delicate motivazioni psicologiche legate al disagio interiore del molestatore ma, siamo seri: quale adolescente su questa terra non è a disagio? Anzi, quale essere umano su questa terra non è a disagio? E una volta sfogato il disagio sul malcapitato di turno, quale adolescente (o essere umano) ne trae un concreto e duraturo beneficio?
La risposta a tutte e tre le domande mi sembra una sola: NESSUNO.
Usare dunque i compagni di classe come punching ball è una pratica inutile nel migliore dei casi per chi la fa, piuttosto dannosa nel migliore dei casi per chi la subisce e del tutto deleteria per l'ambiente di classe. E' dunque opportuno sanzionarla con grande decisione, senza farsi troppe seghe e senza perdersi nell'autocoscienza collettiva per portare avanti il discorso.
Anche perché c'è un altro fattore da considerare, e ogni tanto lo ripeto in classe: Gli adulti sono per voi un incidente di percorso, ma i coetanei sono quelli con cui avrete a che fare per tutta la vita. Dovete imparare a trattarli correttamente e a evitare gli attriti non necessari, e soprattutto prima imparerete a lavorarci insieme e meglio sarà, perché per tutta la vostra vita lavorativa avrete a fianco i coetanei, e se non saprete lavorarci la vostra carriera ne risentirà.
Per difendere questo mio eretico punto di vista sono perciò entrata nella sottocommissione POF addetta alla preparazione della tabella delle motivazioni del voto di condotta. E siccome là dentro non ero del tutto sola in cotal eresia, dopo qualche discussione, un po' di lamentele e un accorto uso del metodo panzer, la fazione eretica ha infine prevalso, non senza qualche merito da parte mia, e adesso all'Istituto Comprensivo di St. Mary Mead, almeno sulla carta, il comportamento con i pari è uno dei principali indicatori di cui tenere conto nell'assegnazione del voto in condotta.
E di ciò sono molto fiera
anche se evito di vantarmene in pubblico.
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giovedì 26 giugno 2014
Progetto Lenford, ovvero il Corso di Formazione che credevi di avere scelto
La più bella storia di tutti i tempi sugli stereotipi di genere è senz'altro Ranma 1/2 di Rumiko Takahashi.
Per una bella sfilarata di luoghi comuni sull'argomento, invece, basta andare qua
"Visto che sei interessata a questi temi potresti farlo" mi disse.
Lo guardai e lo riguardai "Per essere interessata lo sono" garantii "Però non capisco di che si tratta".
"Nemmeno io l'ho capito bene" ammise la prof. Therral.
La prof. Therral non è una sciocca, e ha comunque conseguito una laurea in Lettere più un abilitazione SSIS tramite corso biennale. Quanto a me, non mi ritengo certo fornita di senno sovrabbondante, ma ho anch'io la mia laurea in Lettere e ben due abilitazioni, con la SSIS e con il concorso. Due lauree e tre abilitazioni comunque non ci sono bastate per venire a capo di quel paio di cartelle scritte in corpo 12. Chi è del ramo sa che la cosa è tutt'altro che insolita, quando si tratta di progetti presentati alla scuola.
Dopo una seconda e una terza rilettura ci convincemmo trattarsi di un corso per docenti "Loro ti formano, e così diventi il punto di riferimento per la scuola se ci sono episodi di bullismo omofobico o se decidiamo di trattare tematiche legate all'omosessualità".
"Perché no?" dissi io. A St. Mary Mead non c'era mai stato l'ombra di un episodio di bullismo omofobico ma mai dire mai, e poi l'argomento mi interessava "Se la Preside lo firma lo faccio volentieri". Sarebbe stato il mio primo corso di formazione, e non c'era dubbio che sull'argomento andassi formata perché ne sapevo ben poco.
La Preside firmò di buon grado e il modulo fu spedito.
A Settembre poi mi telefonarono per sapere se confermavo la mia adesione. La confermai, e mi dissero che mi avrebbero contattato loro.
Poi l'anno scolastico cominciò e dimenticai il tutto, anche perché nessuno mi chiamò.
Passarono i mesi e la Seconda d'Ogni Grazia Adorna si rivelò improvvisamente d'Ogni Scheletro Ingombra: tra le ragazze si aprirono misteriose fratture, tre di loro formarono un Malefico Trio che era al centro di ogni pettegolezzo del paese e di molte insufficienze, e una mattina la madre di Cuorcontento (che da qualche tempo si mostrava assai poco contento e molto spento) mi spiegò che parte della classe aveva avviato la simpatica abitudine di chiamare "frocio" suo figlio, anche mediante coretti, e che il ragazzo ne risentiva fortemente.
Un fulmine scoppiato due passi davanti a me mi avrebbe senz'altro fatto meno impressione.
La Seconda d'Ogni Grazia Adorna, nientemeno! La mia classe di bravi bambini, i cigni della scuola, la delizia del genere umano!
Una volta ingoiato il rospo informai i colleghi e avviai una serie di colloqui individuali per capire cosa diavolo stesse succedendo.
I colloqui si rivelarono altrettanto sconvolgenti della traumatica scoperta. Anni prima mi ero ritrovata ad affrontare uno strano racket di merendine, ma era stato tutto più semplice perché era un caso in cui il Torto e la Ragione si potevano facilmente separare con un bel taglio netto e la frattura si era saldata nel giro di poche settimane.
Stavolta la questione era più complessa, era coinvolta una metà della classe e non tutti ammisero il fatto. Alcuni genitori deprecarono l'accanimento crudele dei professori per una sciocchezza simile, mentre altri caddero con doloroso stupore dal pero assicurando che la loro prole, alle elementari, era stata a sua volta oggetto di bullismo e, visto quanto ne aveva sofferto, mai nemmeno nei loro incubi peggiori avrebbero mai immaginato che la creatura avrebbe mai bullato alcun essere vivente**; molti dei bullatori spiegarono che "era uno scherzo e lui non aveva mai detto che la cosa gli dava noia, per cui non pensavano che gli importasse" (in effetti era quasi tutta gente che si conosceva dalla nascita, che uno di loro potesse capire cosa passava per la testa di un altro era del tutto improbabile, certo)... insomma, mi vidi sfilare davanti il più colossale carico di situazioni da manuale in cui mi sia mai ritrovata in quindici anni di onesto insegnamento, e non avevo la minima idea di come venirne a capo senza fare troppi danni.
Cuorcontento è effettivamente gay? Ecco, fermo restando che sono affari suoi e non deve renderne conto a nessuno, Cuorcontento sembrava ancora in quella fase in cui non ci si pone il problema ("né carne né pesce" lo definì efficacemente Inglese) e ogni tanto mi domandavo, per puro esercizio di masochismo, se una persecuzione del genere è più dolorosa se si è o non si è gay. Probabilmente messa così la questione non ha senso perché il vero problema per lui è stato che chi lo prendeva in giro era suo amico - o meglio, fino a poco prima si era mostrato tale.
La storia si chiuse formalmente con una settimana di intervallo fatto in classe e cinque esclusi dalla gita di fine anno - per noi di St. Mary Mead sono state punizioni davvero esemplari. E, per quel che mi è stato dato vedere, nonostante tutti alla fine si siano scusati, la crisi non è rientrata, e temo che fosse già insanabile quando Cuorcontento ha deciso di parlarne infine con sua madre. Se il Consiglio ha agito bene, male o così-così non saprei dire, eravamo tutti come pulcini nella stoppa e personalmente, a torto o a ragione, l'ho vissuta sin dall'inizio come una cosa senza rimedio: Cuorcontento nella Seconda d'Ogni Scheletro Ingombra non sarebbe stato a suo agio mai più. Ma forse la stessa Seconda d'Ogni Scheletro Ingombra non sarà mai più a suo agio con sé stessa.
Durante i vari colloqui in cui cercavo di sdipanare la matassa avevo colto diverse cose inquietanti. Per esempio alla domanda "Come vi è venuto in mente di chiamarlo così?" la prima risposta delle bulle era stata "Perché sta sempre con le femmine" e la seconda "Perché con lui si può parlare di tutto, come se fosse una ragazza".
Ad un certo punto mi ricordai del magnifico Corso di Formazione dove avrebbero dovuto insegnarmi a gestire cotali spinose situazioni, ripescai il numero di telefono che mi era stato lasciato a Settembre e chiamai. Che ne era del corso?
Venni così a sapere che ero stata dimenticata, ma si mostrarono ansiosi di rimediare e mi diedero un altro numero di telefono che chiamai prontamente.
Scoprii così che mi ero impelagata nientemeno che nel temutissimo Progetto Lenford sugli stereotipi di genere e le discriminazioni, che già tante (e surreali) polemiche aveva scatenato a Lungacque al suo apparire. Per giunta non ne avevo mai parlato ai genitori quando avevo presentato le attività in programmazione, convinta com'ero che si trattasse di un corso per me. Ed eravamo ormai alla fine dell'anno (quest'anno eravamo a fine anno scolastico già a fine Aprile, tra ponti vari e scadenze elettorali) quando tutti difendono le loro ultime ore di lezione con la spada sguainata.
Che fare?
Si capisce che accettai con profonda riconoscenza quel dono insperato della sorte: ben otto ore con un tecnico esterno a parlare di stereotipi, per quella classe che negli stereotipi ci sguazzava e ci annegava, erano assolutamente irrinunciabili. E, visto che infine anch'io avevo una programmazione da completare, presi il piattino e andai senza ritegno a mendicare in giro, ottenendo due ore da Scienze e una da Musica e garantendomi così almeno di fare un tema, un compito di grammatica e una comprensione del testo di fine anno. Poi raccontai ai ragazzi com'erano andate le cose e dettai un avviso ai genitori sul fatto che a fine anno era comparso all'improvviso un nuovo Progetto Regionale contro la Discriminazione. A St. Mary Mead però le famiglie sono quasi tutte chiesine, ma non palmine - e ottenni quindi senza colpo ferire una bella serie completa di firme sgombre di qualsivoglia commento o perplessità. Del resto ce n'era ben donde, perché il percorso del progetto era calibrato in modo assai ragionevole.
Resta il fatto che l'unico corso di formazione da me volontariamente scelto per quest'anno non me l'hanno fatto, anche perché non era pensato per i docenti bensì per gli alunni - e che se quando presentano un progetto cercassero di farsi un po' capire, secondo me non sarebbe poi questo gran male.
*misteriosa funzione impostaci dalla Nostra Preside il cui senso e scopo non è mai stato chiaro ad alcuno di noi, ma che riguardava soprattutto organizzazioni di uscite didattiche alla Prefettura e simili. Quest'anno è misericordiosamente scomparsa.
**in realtà il caso è relativamente comune ma per loro, che di figli ne avevano solo uno, non c'era proprio nulla di comune, in quella storia
mercoledì 31 luglio 2013
La Pizza dei Giovani, ovvero sul nonnismo
Un insegnante appena arrivato alla scuola media di St. Mary Mead presta il dovuto omaggio alla prof. De Rapacis (The Accolade di E. B. Leighton, 1901)
L'anno in cui per la prima volta approdai alla scuola di St. Mary Mead una buona metà delle cattedre era occupata dai cosiddetti precari. Oltre a svariati precari a contratto annuale, che avevano ricevuto l'incarico in quella sorta di ordalia nota col nome di "convocazione per le supplenze annuali" c'era pure un piccolo ma agguerrito drappello di supplenti di terza fascia - quelli senza abilitazione, insomma. I due più giovani erano stati addirittura scelti come mascotte del gruppo e se ne parlava come di due cuccioletti ancora da svezzare, nonostante Petite andasse per i 29 anni e Petit ne avesse ormai compiuti 31; quanto a me e alla De Angelis, avevamo ormai saldamente varcato la soglia dei 40, come Lucy.
Il fatto di essere nuovi della scuola e in buona parte pendolari da Firenze ci saldò in una specie di gruppo interno che era unito soprattutto da una forte simpatia reciproca. Sotto Natale ci venne spontaneo ritrovarci per una classica cena in pizzeria cui si unì la prof. Marzapane, che non solo era di ruolo da un'eternità, ma apparteneva di diritto al gruppo delle Anziane della scuola; né la sua presenza ci causò dispiacere o disagio alcuno, perché è sempre stata un'ottima compagnia.
Passarono le vacanze di Natale, poi tornammo a scuola. Mi ritrovai così un bel giorno di metà Gennaio a fare la mia consueta sorveglianza mensa con la prof. De Rapacis (responsabile di plesso nonché Eminenza Grigia della scuola), la Cleptomane (che come sempre era "salita a prendere un caffé" per non fare ritorno) e la prof. Casini che già da tempo aveva mostrato di essere sempre disposta a dir male di chiunque. D'abitudine le lasciavo parlare senza intervenire, vuoi perché non sempre sapevo di chi stavano sparlando, vuoi perché esporre opinioni di un qualsiasi tipo in loro presenza, specie riguardo ad un essere vivente, non mi sembrava affatto consigliabile. Ascoltarle però era spesso un'esperienza interessante e formativa.
Ad un certo punto (erano partite dall'indispensabilità del libriccino sulle regioni d'Italia allegato al manuale di prima, transitando tra l'altro da: malattie incurabili, depressione e voti dell'esame di terza) la De Rapacis disse che lei non aveva mai fatto distinzione alcuna tra insegnanti di ruolo, non di ruolo e supplenti, e che per lei i colleghi erano sempre stati tutti uguali*, però non si capacitava del fatto che alcuni degli insegnanti di quella scuola avessero organizzato una cena senza avvisare gli altri colleghi - e seguì un elenco di nomi che comprendeva tutti i partecipanti della nostra innocua pizzata di Natale tranne me.
Siccome con me certe finezze sono del tutto sprecate, ne conclusi semplicemente che si fosse trattato di una seconda cena, che si era svolta in mia assenza.
"Vabbe', non ci trovo niente di male" dissi "Ognuno va a cena con chi gli pare, giusto?".
No, assicurarono, non era giusto. La Casini mi spiegò che all'inizio dell'anno aveva fatto anche lei non so che riunione di colleghi a casa sua e aveva impavidamente invitato anche gente che le faceva schifo.
"Va bene, se mai mi inviterai, mi ricorderò di quanto affettuoso calore può esserci nei tuoi inviti" assicurai.
Siccome non stavo reagendo nel modo giusto la procedura fu riavviata dall'inizio: prima l'elenco dei partecipanti alla cena, poi la data approssimativa dell'evento, e a quel punto, dato che era oggettivamente improbabile che a scuola fossero state fissate due serate con pizza nella stessa settimana, una con me e una senza di me, ma a parte quello con gli stessi identici partecipanti, realizzai di cosa stavano parlando - e addirittura venni sfiorata dal sospetto che sapessero perfettamente che a quella cena c'ero anch'io e stessero cercando di stanarmi senza aver l'aria.
"Veramente c'ero anch'io a quella cena" dissi conciliante "Non c'era nessun intenzione di escludere nessuno, volevamo andare a cena insieme e ci siamo andati, tutto qui".
No, non era tutto lì: i partecipanti erano stati selezionati in base all'età e questo non andava bene. Avevamo fatto la Pizza dei Giovani.
"Bah, per chiamare giovane me ci vuole una bella fantasia" dissi con un bel sorriso, ben consapevole che le altre due avevano rispettivamente cinque e dieci anni più di me "Eravamo solo persone che avevano voglia di cenare insieme. Persone, avete presente?".
No, non avevano presente. Era stata una grave mancanza verso i colleghi non estendere l'invito a tutti. Il Vecchio Preside avrebbe dovuto non chiamarci più per le supplenze, dopo questo (rischiando peraltro non pochi ricorsi - per tacere del fatto che dal Provveditorato avrebbero continuato a mandargli chi pareva a loro, in base alle graduatorie, senza consultarlo).
"Ma, scusate, come funziona? Se voglio andare a letto con un collega o una collega, devo per forza estendere l'offerta a tutti gli altri, compresi quelli che lavorano negli altri tre plessi?" (all'epoca al Collegio Docenti facevamo più di cento presenze).
Il paragone le lasciò alquanto sconcertate. Non c'entrava niente, mi dissero. Non era la stessa cosa.
E come no, ribattei, sul mio facevo quel che mi pareva; e, di sicuro, ero libera di andare a cena con chi mi pareva senza rendere conto a nessuno.
Era, con tutta evidenza, un caso di incomprensione reciproca: io non riuscivo assolutamente a capacitarmi del fatto che qualcuno, sul posto di lavoro, si azzardasse a sindacare su chi frequentavo una volta uscita da scuola, mentre loro erano altrettanto palesemente sbalordite dalla mia totale, completa e assoluta mancanza del sia pur minimo segno di contrizione.
Dissi che il loro era un modo di ragionare folle (e in effetti sbagliai, perché in quel contesto il verbo "ragionare" era del tutto fuor di luogo). Offesissima, la Casini ribatté "Vedi di calmarti, qua nessuno ha offeso nessuno dicendogli che il suo modo di ragionare è folle". "Come no, l'ho detto io. Se volete lo ripeto anche, lo metto per iscritto e lo firmo davanti a testimoni".
Il problema di base era che io non potevo (letteralmente: non potevo. Non ne avevo la facoltà né il diritto) fare l'unica cosa sensata, cioè andarmene sbattendo la porta; non solo perché non c'era alcuna porta da sbattere (eravamo in un ampio cortile) ma anche perché eravamo già sotto il numero regolamentare per sorvegliare i cento e passa ragazzi che in quel momento saltellavano come canguri scorazzando intorno a noi - sorvegliandosi da soli, per nostra buona sorte - perché la Cleptomane era via da venti minuti a bersi il suo eterno caffé. Scelsi adunque l'unica possibilità che mi sembrava dignitosa, ovvero mi chiusi in un silenzio avvolto da dense nuvole di fumo nero, ed evitai di raccogliere ulteriori provocazioni; che, devo dire, continuarono numerose. Ad esempio venne stabilito che la prof. Marzapane doveva smettere di andarsene in giro scroccando cene (evidentemente il loro concetto di "scroccare" era un po' particolare, visto che la Marzapane aveva pagato la sua parte senza minimamente cercare di scaricare su di noi il prezzo della sua pizza). Poi la Casini osservò che Petite faceva tanto la giovane, ma aveva già trent'anni, e suo figlio (il figlio della Casini, che all'epoca aveva sei anni ancora da compiere) aveva una maestra della sua età e la considerava vecchia.
E andarino avanti su questo livello per un bel po'.
Finalmente l'intervallo di mensa si concluse e riportammo in classe i ragazzi.
Ero ben decisa a non riferire nulla di quella deplorevole conversazione ai diretti interessati, ovvero il manipolo dei Giovani e Similgiovani; disgraziatamente un'insegnante ci aveva sentito questionare ed era prontamente corsa dalla De Angelis, e da Petite e Petit dicendo che c'era stata una discussione e avevamo parlato anche di loro (l'arte di cucinarsi qualche teglia di cavoli propri è notoriamente poco praticata, ahimé). E così all'uscita di scuola me li ritrovai davanti, tutti e tre, debitamente preoccupati e ricolmi di domande. Sul momento, ahimé, non mi venne in mente una balla adeguata e non seppi fare di meglio che scodellare un resoconto un po' addolcito di tutta la conversazione (che, per quanto ci provassi, si prestava ben poco ad essere addolcito).
Il saggio Petit trovò la storia divertente e si guardò bene dall'affrontare l'argomento con le due arpie; l'angelica De Angelis provò a mediare, senza sortire grandi risultati, e Petite, semplicemente, andò in crisi, ed essendo di gran lunga la più debole, anche psicologicamente (era alle sue prime supplenze) venne fatta oggetto di lì sino alla fine dell'anno di un moderato bullismo da parte della De Rapacis.
Quanto a me, dismisi ogni forma di rapporto con la De Rapacis (fino a quel momento l'avevo sempre trattata con grande rispetto, anche perché era una brava insegnante) e non contribuii al regalo per il suo pensionamento.
La Gran Tragedia della Pizza dei Giovani fa ormai parte della memoria collettiva ed è stata oggetto di gran divertimento per chi l'ha sentita raccontare; ma io, tuttora, quando ci ripenso sento i canini che si allungano e si aguzzano.
*e già dal fatto che le fosse venuto in mente di fare una precisazione del genere, persino una persona candida e sprovveduta quale mi pregio di essere dovette prendere atto definitivamente che di distinzioni gerarchiche era abituatissima a farne, eccome.
domenica 22 aprile 2012
Quel che gli scolari non dicono
E' noto che alcune divinità hanno più di una faccia. E anche alcuni scolari.
Entro, saluto, mi metto a sedere. Uno dei ragazzi di prima fila fa vedere che ha i pantaloni bagnati fino al ginocchio "perché Acquacheta mi ha schizzato". Gli altri intorno a lui mi confermano che è vero, è stato Acquacheta. Suggerisco al giovinetto inzuppato di chiamare a casa, se c'è qualcuno, per farsi portare un cambio asciutto, perché stare così zuppo non mi par cosa; e il giovinetto va a telefonare.
Poi mi informo sul come mai il giovinetto in questione è stato inzuppato. Non c'è un motivo, mi assicurano. Acquacheta fa così. Fa anche altre cose, spiegano: picchia, insulta, bestemmia in modo esasperante. A scuola, all'entrata della scuola, sul pulmino della scuola e anche altrove, ad esempio a calcio. Lo fa da sempre, dai tempi delle elementari; scocciava abbastanza anche all'asilo, ma meno. Lo fa senza un particolare motivo: non con qualcuno in particolare, non per ottenere elargizioni forzate di soldi o merende o altro. Lo fa e basta.
Non ci sono incertezze né contraddizioni nelle accuse. Non c'è traccia di omertà. Non c'è nemmeno livore, solo una certa (comprensibile) esasperazione. I ragazzi inanellano una sequela di capi d'accusa invero notevole. Piglio qualche appunto, poi, presa dal dubbio di star facendo una cosa inutile chiedo: "Naturalmente di tutto questo avete già parlato con i vostri professori, vero?".
Mi assicurano che no, mai.
Trasecolo. "Scusate, io conosco poco la prof. Palmina, ma mi è sembrata una persona molto disponibile e interessata ai suoi allievi".
Tutti confermano, e mi fanno vedere prove di tal disponibilità e interesse - ad esempio un bel cartellone fatto in classe dove per ognuno erano state elencate dai compagni le qualità positive. Poi mi raccontano aneddoti vari dove la prof. Palmina si è prodigata in vario modo per loro.
"E allora" chiedo "Come mai di questa cosa non avete parlato con lei, invece che con me che vedete per la seconda volta dall'inizio dell'anno?".
Perché io, mi spiegano serenamente, insegno nella classe di Acquacheta (un'ora alla settimana, per il malefico Approfondimento). Quindi, siccome è un mio alunno, posso fare qualcosa.
Resto vieppiù sconcertata. La classe intera ha taciuto per più di sei mesi non per omertà, non per una malintesa solidarietà verso Acquacheta, non per paura, ma semplicemente perché convinti che solo un'insegnante di Acquacheta avesse la possibilità di intervenire - e loro, insegnanti di Acquacheta in classe non ne vedevano mai, finché per caso non sono arrivata io. E sembrano in sincerissima buonafede.
Due ore dopo raggiungo gli insegnanti della classe di Acquacheta e scodello il tutto, compresi i nomi di chi ha reclamato - nomi elargiti senza esitazioni né precauzioni né remore. E le insegnanti ascoltano e sgranano gli occhioni perché mai nessuno in classe si è minimamente lamentato di Acquacheta. Anzi, è sempre parso loro un ragazzo un po' troppo controllato, quasi compresso, con genitori iperformalisti. E' vero, ammetto, Acquacheta ha proprio l'aria di un ragazzo un po' compresso da una famiglia iperformalista. Un po' ansioso, anche.
Li lascio a gestire la patata bollente come meglio credono e torno nella classe di Cristaccecami (dove, nonostante le squadre e le forbici che volano alla luce del sole e senza infingimenti, i conflitti nascosti non mancano di certo); e una volta di più invidio quelle candide creature che con tanta convinzione discettano su come son fatti i ragazzi e come funzionano, e che con tanta precisione descrivono i loro processi mentali.
E' così riposante, avere delle certezze. Non so se sia sempre utile, ma riposante lo è di sicuro. Almeno credo, perché io di certezze ne ho ben poche.
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domenica 14 giugno 2009
Bastard Inside (ultimo giorno di scuola)

E viene l'ultimo giorno di scuola: una mattinata calda e serena, con l'aula sempre più simile a un forno nonostante la porta aperta. L'umore della classe è medio-alto e circolano numerose bottiglie d'acqua che faccio del mio meglio per ignorare (i gavettoni di fine anno sono una tradizione ben radicata a St. Mary Mead e io sono sempre stata molto rispettosa delle Tradizioni Culturali, specie quelle legate ai Riti di Passaggio).
Riporto gli ultimi temi, gli ultimi esercizi, le ultime verifiche. Riporto anche una caramellina del tutto inattesa: per tre anni il primo giorno di scuola gli ho fatto compilare una scheda con preferenze letterarie e cinematografiche, qualche aggettivo per descriversi, cibi preferiti e simili. Oggi la restituisco. La classe frulla deliziata confrontando le schede con quelle dei compagni e degli anni passati. Ne approfitto per infilare un commento sull'importanza della memoria, dei documenti e delle fonti storiche che ci riportano frammenti dimenticati del nostro passato.
Poi una piccola chiacchierata sull'esame prossimo venturo. Le bottiglie vagano. Alcune, forate in un angolino, lasciano una scia d'acqua. Il pavimento comincia a grondare.
Mando i due colpevoli a prendere il mocio per pulire, ma poi pulisce soltanto uno.
"Perché vuoi fare tutto tu?" chiede l'altro.
"Non ho mai pulito un pavimento e voglio vivere quest'esperienza fino in fondo" risponde l'interessato passando il mocio sotto i banchi.
"Eh, aspetta a sposarti e poi di pavimenti ne pulirai quanti ne vuoi!".
Ascolto e approvo in cuor mio.
"Mica è necessario sposarsi" puntualizzo "Basta andare a vivere da soli".
I maschi convengono che sì, anche quando andranno a vivere da soli, ma è chiaro che la considerano un'ipotesi molto improbabile: St. Mary Mead è un paese dove la struttura familiare si mostra assai robusta.
Le bottiglie stanno allineate sulla cattedra, il mocio viene riportato ai custodi. Entrano tre allievi dell'anno scorso. Sono passati a trovare il loro ex-compagno, il Ripetente. Che nonostante il caloroso saluto che i tre gli rivolgono non sembra proprio entusiasta di rivederli.
Due pacche sulle spalle, poi gli infilano una frase dove riescono a mettere non so quanti accenni al fatto che ha ripetuto l'anno. Gli altri li guardano perplessi.
"Vedete di sparire" suggerisco con garbo "E abbiate la gentilezza di non farvi mordere da una vipera perché la poveretta potrebbe morire avvelenata".
Escono.
"Ha ragione la collega di matematica" considero in cuor mio "Quella era una vera classe di carogne".
Il pavimento è asciutto, il cortile libero, le prediche pre-esame le ho finite. I ragazzi chiedono di scendere. Non c'è motivo di non accontentarli.
Giù troviamo un'altra terza. Qualcuno gioca a palla sotto il sole a picco, qualcuno si rimpiatta dietro i cipressi per chiacchierare dei fatti suoi, un buon gruppo rimane su panche e tavolo, nella zona all'ombra, vicino alle due professoresse. Tra questi il Ripetente e il Teppista.
Ritornano i tre. Hanno stampato in faccia un sorriso dolciastro e un'aria divertita. Prima si rivolgono al Teppista, infilando una strana storia sul fatto che l'hanno chiamato poco prima al cellulare e lui ha risposto. Il Teppista risponde a monosillabi ma dichiara con fermezza che lui non ha risposto a nessuna chiamata di nessun cellulare.
Non so che dire e quindi mi taccio. Che io sappia, mentre eravamo in classe nessun cellulare ha squillato. D'accordo, il Teppista avrebbe potuto avere la vibrazione inserita, invece della suoneria. Oppure la chiamata potrebbe essere arrivata mentre i ragazzi si scambiavano le schede dei tre anni, o si leggevano passi scelti dei temi e il rumore di fondo era alto quanto bastava a coprire la suoneria. In tutti i casi, chissenefrega? Se l'ultimo giorno qualcuno ha usato il cellulare in classe non bandirò certo una crociata sull'argomento.
Stante che il Teppista non se li fila né poco né tanto e io nemmeno, i tre tornano a puntare sul Ripetente, il Grande Ripetente, Ripetente Per Sempre, la certezza della scuola dove resterà per sempre (a ripetere, si capisce).
Il Ripetente non ribatte. Ha un'aria un po' rassegnata.
Siamo tutti piuttosto interdetti. Comunque gli dico di levarsi dai piedi.
Mi guardano con un sorriso sempre più dolciastro, del tipo "Tanto lo sappiamo che non puoi mandarci via".
Alzo la voce, dichiaro che non hanno nessun diritto di stare lì e dunque se ne devono andare. Subito. In cuor mio però sospetto che non sarà tanto semplice.
Invece se ne vanno, zitti zitti e senza replicare. E hanno anche l'aria un po' sorpresa.
Nessuno commenta l'accaduto (tanto meno il Ripetente, che è ancor più privo di espressione del solito) ma qualcuno si stringe nelle spalle con l'aria di pensare "certo che i cretini non mancano mai".
Ci ripenso su; e più ci ripenso e più ho l'impressione di aver assistito a qualcosa di veramente brutto. Che i ragazzi si prendano in giro tra loro, anche in malo modo, non mi è del tutto nuovo; e la collega di matematica mi aveva ben spiegato che, nella classe precedente, il Ripetente faceva di mestiere lo scemo del villaggio e che nella mia terza "l'atmosfera era molto più gradevole". Però quei tre imbecilli avevano tranquillamente fatto il loro show in presenza di due insegnanti, una delle quali (io) li aveva già mandati al diavolo.
Peggio ancora: ritornando in visita nella vecchia scuola si erano ben premurati non una ma due volte di venire a perculare il loro caro, vecchio compagno di classe un tantino ripetente.
Possibile che in un anno non gli sia venuto in mente un modo un po' più divertente per passare il tempo?
E, soprattutto: possibile che trovassero tanto normale farlo in presenza di due insegnanti?
Il che porta ad altre due domande.
1) Possibile che l'insegnante di lettere che avevano li lasciasse fare, limitandosi a qualche vaga rimostranza? Dopotutto, lei stessa aveva inventato il "Teorema Ripetente", che si basava sul fatto che per lo sventurato ragazzo, in verità non troppo portato all'analisi linguistica, il soggetto della frase era sempre quello che veniva per primo (teorema, in verità, molto diffuso anche tra gli alunni che non ripetono affatto, e che ogni insegnante di Lettere trova qualche difficoltà a scardinare); e si racconta che per ogni classe tenga un quaderno, detto "Libro delle cazzate" dove riporta le più notevoli sciocchezze dette dagli alunni, e dove a suo tempo il Ripetente faceva la parte del leone.
2) Possibile che i ragazzi che lanciano i sassi dal cavalcavia e allagano i corridoi dei licei tanto per vedere di nascosto l'effetto che fa abbiano quello stesso sguardo vuoto e quel sorriso un po' dolciastro?
Perché, certo, le Istituzioni, la Società, i Modelli, le Famiglie, i Traumi dell'Infanzia. Ma c'è pure qualcuno che, semplicemente, nasce stronzo. No?
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