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sabato 28 marzo 2015

Incoraggiante - (Il racconto del mese di Febbraio) (La Settimana delle Storie)

La Settimana delle Storie è ormai agli sgoccioli, e per concluderla niente di meglio di un racconto edificante a sfondo scolastico, di quelli che fanno felici i dentisti per la loro estrema zuccherosità e la cui lettura è vivamente sconsigliata a chiunque abbia problemi con la glicemia. 

Correva l'anno 2004 e una travolgente ondata di abilitati SSIS mi era passata davanti nelle graduatorie, così non mi restava che collezionare supplenze brevi di qualche settimana, guardando sconsolata l'estratto conto della banca e meditando se davvero era una buona idea ostinarmi con un lavoro dove nessuno mi voleva.
Venni chiamata per una supplenza di sei settimane in una scuola cosiddetta di frontiera, all'Isolotto. Scrivo "cosiddetta" perché il quartiere dell'Isolotto era effettivamente stato una zona piuttosto avventurosa una trentina d'anni prima, ma ormai da tempo è diventato un pacioso quartiere di periferia con molto verde e l'unico incomodo di un po' di rom che, a conti fatti, non erano poi questo gran disastro. La scuola era, ed è tuttora, grande e bella, con un magnifico giardino colmo di campi sportivi, un laboratorio informatico di eccellente levatura, una squadra di custodi uno più bravo e disponibile dell'altro e tanti ottimi insegnanti afflitti da uno strano complesso di inferiorità verso la sede principale perché loro erano "in quella di frontiera".
Mi capitò una Terza assai simpatica e un po' vivace, legata da grande affetto. Mi accolsero in modo assai amichevole e insieme cominciammo a lavorare. Di loro ricordo le ore passate a leggere L'amico ritrovato, con i ragazzi seduti sui banchi, alcune piacevolissime lezioni di storia a parlare di Hitler e Mussolini (riscossi grande successo quando, per introdurre il tema della propaganda fascista, gli feci trovare alla prima ora la scritta alla lavagna "Re Giorgetto d'Inghilterra / per paura della guerra / chiede aiuto e protezione / al ministro Ciurcillone") e lunghi esercizi per trasformare i complementi di causa e di scopo in proposizioni finali e causali e viceversa. Ricordo anche un bellissimo San Valentino, oggetto di lunghi preparativi, quando entrarono in classe curvi sotto il peso di immani borse di regali per tutti e passarono un buon quarto d'ora a scambiarseli; imparai così che San Valentino non è solo la festa degli innamorati, ma anche e soprattutto la festa di chi si vuol bene - e perché non mi sentissi isolata in tanto amichevole scambio mi portarono alla cattedra un paio di Baci Perugina. Iniziai così la lezione dicendo "Ringrazio chi mi ha regalato i cioccolatini, e ringrazio anche chi NON mi ha regalato i grossi ragni di pelouche". Ricordo anche la micidiale laringite che mi colpì, togliendomi completamente la voce per due giorni, durante i quali la classe seguì le mie silenziose istruzioni a gesti con tale garbo che un giorno,nello spazio note, scrissi che "Oggi la classe è stata assolutamente angelica".
Ad un certo punto sembrò che la titolare non dovesse rientrare, ma era solo una voce di corridoio perché non rinnovò nemmeno il certificato.
Nell'ultimo giorno che passai con loro mi consegnarono una lettera "perché la aprissi quando volevo". Visto che era una bella giornata all'ultima mia ora li portai in giardino e mentre giocavano a pallavolo lessi la lettera.
Mi ringraziavano per le belle settimane passate insieme e perché con lei non abbiamo mai avuto paura di esprimerci, siamo sempre stati liberi di dire la nostra senza alcun timore; questo, oltre a farmi molto piacere, mi lasciò materia per ampie riflessioni, dato che con loro non avevo in alcun modo fatto la Settimana del Libero Studente in Libera Scuola ma semplicemente portato avanti il programma seguendo rigorosamente le indicazioni lasciatemi dalla titolare, con ordinarie lezioni di Storia, di Geografia, di Grammatica eccetera, né a loro volta i ragazzi si erano espressi in modo particolarmente anarchico o insolito.

Nella situazione in cui mi trovavo, quella lettera sortì l'effetto di un olio lenitivo versato in abbondanza su piaghe aperte e fino a quel momento sfregate col sale.
Inutile dire che a cercare un altro lavoro non pensai più e continuai a collezionare le mie piccole supplenze brevi, una dopo l'altra, in attesa di tempi migliori - che arrivarono prima del previsto.

venerdì 27 marzo 2015

Il gatto che andò a Compostela - (La Settimana delle Storie)

Tanti anni fa, subito dopo la tesi, qualcuno mi chiese una storia. Siccome la tesi riguardava (tra le altre cose) il pellegrinaggio a Santiago de Compostela e il culto di san Giacomo saltò fuori dal nulla questo racconto. Mi è tornato in mente due sere fa, forse perché in questi giorni con la Prima Effervescente stiamo studiando il pellegrinaggio e un ragazzo ha portato le conchiglie e il bordone dei nonni che sono appunto andati fino a Compostela. 
Non risulta che san Giacomo si sia mai molto interessato ai gatti, ma per i monaci benedettini il gatto era un simbolo di fedeltà - e sulla via per Santiago i benedettini cluniacensi costruirono molte abbazie dove i pellegrini venivano accolti e rifocillati.

Era la Custode della Biblioteca, l'Usbergo dei Manoscritti, la Prediletta dei Copisti e il terrore dei topi e dei ratti. Da anni Bellatrix la Bella, intrepida cacciatrice,  difendeva le pergamene  e i codici del monastero. I monaci riconoscenti non le facevano mancare né il latte né la panna, così com'era stato con sua madre e con la madre di sua madre, e quando partoriva aveva sempre un bel cesto foderato di panni caldi.
Quell'anno aveva partorito più tardi del solito, mentre l'estate già declinava, e i suoi gattini avevano passato l'inverno nello scriptorium. Adesso che la primavera stava spargendo i suoi fiori nell'orto e nel giardino i tre giovani gatti giravano liberamente per il monastero, e come la madre erano già diventati intrepidi cacciatori di topi e di uccellini. 
Erano tre, uno nero, uno bianco e uno rosso, che venne chiamato Rufus Zampe d'Argento perché le sue zampette e la punta della coda avevano un riflesso argentato. 
Rufus non era molto interessato ai manoscritti, e amava soprattutto girare per l'orto e le cucine. Gli piacevano molto i pellegrini, che dormivano nella foresteria del monastero per riposarsi tra una tappe e l'altra. Rallegrava le loro speranze, consolava la loro tristezza e faceva le fusa mentre loro pregavano.
La mattina quando ripartivano era sempre lì a salutarli, sul portone del monastero. Poi tornava alle cucine dove c'era sempre qualche topo da cacciare.
Quel pellegrino però l'aveva colpito in un modo diverso. Era avvolto da una nube nera di disperazione e alle mani e alle caviglie aveva pesanti catene di ferro. Lo vide parlare a lungo con l'abate, che cercava di convincerlo a segare i ceppi e a liberarsi almeno le mani. "Non c'è colpa che il Signore non perdoni, se il pentimento è sincero" gli aveva detto "E l'eccesso nella punizione può essere esso stesso un peccato".
"Se il Signore mi avesse perdonato mi avrebbe mandato un segno e le mie catene si sarebbero infrante da sole" aveva risposto il pellegrino cupamente. Poi era partito, ma Rufus era riuscito a infilarsi nella sua sacca ed era partito con lui, senza che il pellegrino ne sapesse nulla.
Se ne accorse quando si fermò per pregare in mezzo alla radura e il sole brillava alto. "Cosa ci fai, qui, stupido gatto? Torna indietro".
Rufus l'aveva guardato, spalancando al massimo i suoi occhi color dello zaffiro.
"Meow" aveva detto, poi gli aveva messo la zampetta sulla mano per carezzarla.
"Non ti voglio. Non ho niente per te. Torna al monastero, dove ti trattano bene".
Come tutta risposta, Rufus si era messo a fare le fusa.
Allora il pellegrino si ricordò del formaggio che il monaco aveva insistito per dargli, insieme al pane secco.
"Posso darti un po' di formaggio. Io non devo mangiare il formaggio, il pane è anche troppo per me".
Rufus mangiò volentieri il formaggio e fece le fusa ancora più forte. Si accorse che il pellegrino voleva allontanarlo a calci, ma gli bastò guardarlo con i suoi innocenti occhi color zaffiro per fermarlo. 
"Fai come ti pare" disse il pellegrino alzandosi in un gran rumore di ferraglia "Ma io non ti porterò con me".
Si avviò e Rufus lo seguì, rincorrendo le farfalle sull'erba e le lucertole che guizzavano al sole. Quando fu stanco si arrampicò sulla veste del pellegrino e si accoccolò sulla sua spalla.
"E va bene" si disse il pellegrino "Un peso in più lo posso portare, aumenterà la mia penitenza".
Quando venne la sera il pellegrino si sdraiò per dormire sotto gli alberi e gli offrì un altro pezzo di formaggio, ma Rufus non lo prese e corse via tra gli alberi. Tornò poco dopo con un topolino ancora guizzante in bocca e lo sgranocchiò vicino al pellegrino. Poi si infilò sotto la coperta vicino a lui, facendo le fusa.
Quando il formaggio fu finito arrivarono ad un altro monastero. Il pellegrino andò a confessarsi, poi si addormentò piangendo, dopo aver fatto un lunghissimo atto di contrizione.
Un monaco gli portò del pane secco.
"Potete tenere con voi questo gatto?" gli chiese il pellegrino "Non so perché mi abbia seguito dall'ultimo monastero, ma io non lo voglio".
"Fai male a rifiutare la compagnia di un amico" gli disse il monaco "Questo gatto ti è molto affezionato. Ti darò un pezzo di formaggio per lui, se non ne vuoi mangiare tu".
Il pellegrino sospirò, prese il formaggio e ripartì con il gatto. Finì per abituarsi a quella presenza morbida e amichevole e lo portava nella sacca o sulle spalle tutte le volte che Rufus era stanco, così Rufus decise di stancarsi molto più spesso.
Le notti a volte erano molto fredde e la coperta era leggera. Quando il pellegrino non riusciva a dormire piangeva e pregava, e dopo aver pregato piangeva ancora più forte e si batteva il petto, e Rufus vedeva la nuvola della disperazione che lo avvolgeva, ma quando cercava di avvicinarsi il pellegrino lo cacciava in malo modo. Le piaghe che aveva ai polsi e alle caviglie, sotto gli anelli di ferro, spesso sanguinavano e allora il pellegrino poteva camminare solo molto piano. Quando si fermava in un monastero per dormire i monaci gliele ungevano d'olio ma lui non permetteva mai che gliele fasciassero.
Ogni volta chiedeva ai monaci di prendere il gatto, e ogni volta i monaci rifiutavano e gli davano un pezzo di formaggio fresco in aggiunta al pane secco.
Rufus era sempre più bello e più forte nonostante passasse metà del giorno a fare le fusa e l'altra metà camminando: la dieta di topolini freschi e formaggio lo corroborava e gli uccellini dei boschi erano uno squisito dessert. Però era un po' preoccupato perché, anche se la nube di disperazione che avvolgeva il suo amico sembrava attenuarsi un po' ogni giorno, le ferite ai polsi e alle caviglie erano sempre più profonde. 
Una mattina il pellegrino non riuscì ad alzarsi, per quanto ci provasse. Alla fine si prostrò a terra e, fra le lacrime, si pentì per l'ennesima volta di aver osato sperare di poter essere perdonato. Rufus andò a leccargli le lacrime come aveva già fatto altre volte ma stavolta il pellegrino non solo lo allontanò ma, quando Rufus si avvicinò ancora, lo scaraventò con tutte le sue forze contro un albero. 
Rufus lanciò un urlo straziante e crollò a terra, dove rimase perfettamente immobile, scomposto come una bambola di stracci.
Il pellegrino lo guardò inorridito, poi lo chiamò, sempre più spaventato. Tanta era la forza della preoccupazione che strisciò sui gomiti fino al corpo del suo piccolo amico, su cui pianse a calde lacrime.
"Signore, come posso sperare nella Tua grazia se sono così incapace di meritarla? Ecco, questa creatura era venuta da me in amicizia, per un capriccio ma in buona fede e con sincerità. Mi è stato vicino e ha cercato di confortarmi per tutte queste settimane e in cambio io ho spezzato la sua giovane vita!".
A queste parole Rufus aprì prima un occhio, poi due, sorrise al pellegrino e si alzò con mossa agile ed elastica, mostrandosi in perfetta salute.
Il pellegrino tese le braccia e se lo strinse al cuore.
"O meraviglia! Non eri morto, stavi solo scherzando! O splendido amico, che mi hai finalmente fatto capire l'enormità del mio errore! Come posso sperare nel perdono, se non so vedere la Bontà di colui che ha creato me e te, e ti ha mandato da me?".
Rufus fece le fusa e si strusciò al pellegrino, poi leccò le piaghe dei suoi polsi che si risanarono sotto la sua lingua. Alzando gli occhi il pellegrino vide un uomo di meravigliosa bellezza, circondato da un aura dorata. "Tu sei..."
"Io sono l'apostolo Giacomo, morto in Galilea e sepolto a Compostella" rispose il santo con voce dolcissima "Ti ho mandato questo piccolo amico perché tu imparassi attraverso di lui che non eri solo. Troppo tempo hai vissuto nelle tenebre, vedendo soltanto te e il tuo peccato". 
Il santo fece un gesto e i ceppi si spezzarono, lasciando l'uomo libero e risanato.
"Ti ringrazio di aver avuto compassione della mia immensa miseria" disse il pellegrino "Ero nelle tenebre e mi hai riportato alla luce. Mai più disprezzerò i doni della compassione e dell'amicizia, da chiunque provengano".
L'aria intorno al santo tremò e si ricompose, e quando il pellegrino alzò nuovamente gli occhi vicino a lui c'era soltanto Rufus dalle Zampe d'Argento.
Il pellegrino rise di gioia "Vieni, mio piccolo amico, salimi sulla spalla. Abbiamo ancora della strada da fare, ma al prossimo monastero ci fermeremo e chiederò di prendere i voti".
Rufus si avvolse intorno al collo del pellegrino facendo le fusa. 
"Resterai con me per tutto il tempo che vorrai" promise il pellegrino "Un gatto, in un monastero, è sempre ben accetto".
Rufus sapeva che era vero, ma adesso sapeva anche che non esistevano solo i monasteri. Si sarebbe fermato un po' con l'uomo, ma poi sarebbe ripartito.
Perché lui era Rufus dai Baffi d'Argento, e andava dove voleva.

mercoledì 25 marzo 2015

Pelle d'Asino e il diritto feudale (La Settimana delle Storie)

The End Of The Song (Tristano e Isotta) di Edmund Blair Leighton (1902)

Dopo la società feudale, arriva la cavalleria.
In molti paesi cominciò ad affermarsi il maggiorascato. Voleva dire che il grosso dell'eredità se la prendeva il figlio maschio maggiore, e agli altri restavano le briciole. Quindi c'erano molti ragazzi figli di nobili, cresciuti come nobili ma che in realtà erano quasi poveri. Una parte entrava più o meno spontaneamente nel clero, gli altri diventavano cavalieri.
La Prima Effervescente ascolta e fa domande. Cosa succedeva se c'erano tre fratelli? O un fratello e due sorelle?
Le donne avevano solo la dote. Ereditavano solo quando c'erano esclusivamente figlie femmine. Erano le ereditiere, ed erano considerate ottimi partiti.
Succedeva spesso?
Non spessissimo, ma succedeva, perché c'era una mortalità infantile molto alta. Le famiglie cercavano sempre di avere almeno un erede maschio, ma naturalmente nessuno poteva essere sicuro che l'erede maschio sarebbe sopravvissuto...
Poi qualcuno alza la mano e chiede:
Ma se un fratello voleva sposare la sorella?
Resto assai interdetta. Ma non c'è ombra di curiosità morbosa nei quarantasei occhi scintillanti che aspettano la risposta.
Da dove salta fuori un idea del genere? Forse da lontani racconti su faraoni e faraone?
Non si poteva. Assolutamente. Non ci sono storie a riguardo, tranne quella dell'Eletto...
L'Eletto è praticamente l'unico romanzo di Thomas Mann che ho letto dall'inizio alla fine, dietro segnalazione della prof. De Divinis, e sono almeno vent'anni che non ci penso.
Arrivano le domande sull'Eletto.
Si rifà ad una leggenda su Gregorio Magno... è completamente inventato, comunque.
Chiedono la storia. La tentazione è forte ma il programma incombe. Finisco per rimandare "a un altra volta" non meglio precisata.
Spesso i cavalieri erano mandati alla corte di qualche feudatario. Poteva anche capitare che avessero una storia d'amore con la feudataria, oppure con qualche nobile già sposata. Come Ginevra e Lancillotto, oppure Tristano e Isotta... Conoscete la storia, vero?
No, non la conoscono.
Nemmeno Tristano e Isotta? Sul serio?
Sono molto sorpresa. Non ricordo con precisione quando o dove ho letto la storia di Tristano e Isotta, ma sono sicurissima che alla loro età la conoscevo.
Ce la racconta?
La tentazione è vieppiù forte, ma voglio finire la mia spiegazione. Di nuovo rimando a un improbabile futuro. In fondo in questa classe insegno storia, non leggende e letteratura...
Cavalieri che fanno carriera, cavalieri che muoiono giovani, cavalieri che fanno fortuna per conto loro, come nelle favole.
E poi qualcuno chiede:
Ma i padri potevano sposare le figlie?
Nonono, anche quello era vietatissimo. Anzi, lì non ci sono nemmeno leggende. A parte la storia di Pelle d'Asino, che però si guarda bene dal sposare suo padre, e comunque in molte versioni trasformano il padre in uno zio...  La favola di Pelle d'Asino la conoscerete, spero!
Sguardi vuoti, sguardi che si interrogano vicendevolmente.
Nessuno l'ha mai letta né sentita nominare.
Prof, ce la racconta?

Guardo l'orologio. Ci sono ancora una decina di minuti... Volendo ce la potrei fare...
In fondo sono piuttosto brava a raccontare le fiabe, o così mi hanno detto.
C'erano una volta un re e una regina che si amavano moltissimo. Purtroppo un giorno la regina si ammalò e morì...
(come avessero fatto i sarti del regno a confezionare un vestito color del tempo è oggetto di una piccola ma consistente discussione, in cui la questione viene affrontata con molto criterio. Qualcuno suggerisce un abito con una fantasia a piccole clessidre, altri sostengono che per "tempo" si intenda il tempo atmosferico, e ripensandoci è probabile che abbiano ragione; e molti osservano che fare un vestito del colore di una notte di luna o color del sole è cosa tutt'altro che impossibile, al massimo un po' costosa).

Le prime hanno questo di buono: se gli racconti una buona storia ti stanno sempre a sentire volentieri.

domenica 22 marzo 2015

Cita-un-libro - #ioleggoperché - 6 (La Settimana delle Storie)

Sesta settimana del carosello di citazioni libresche e librarie ideato dalla povna nell'ambito della più vasta iniziativa nazionale #ioleggoperché.
Dopo breve ma viscerale meditazione Iome, Giudice vincitrice di due settimane fa e ideatrice dello scorso tema portante, ovvero Etica e Morale (che ha a sua volta gemmato l'iniziativa della Settimana Etica) ha meritatamente assegnato la palma della vittoria a Gaberricci per una bella citazione da Il buio oltre la siepe di Harper Lee - un romanzo che sull'etica ha decisamente qualcosa da dire. E anche Gaberricci, dopo i rituali ringraziamenti (e l'esposizione accurata del Regolamento per chiunque volesse cimentarsi anche all'ultimo momento a tuffo) ha scelto un tema. O meglio, ha scelto il tema per eccellenza, il Primo Tema dabile: ovvero le storie. Tanto mi è piaciuta questa scelta che ho deciso di dedicare tutta la settimana entrante su questo blog appunto alle Storie - che vorrà dire un paio di post ad andar bene, ma immagino che in questi casi sia soprattutto il pensiero che conta.

Da sempre le storie sono assai gradite agli scrittori, che amano parlarne ma anche analizzarle, discuterle, crearle, esserne creati. Naturalmente una storia non si racconta solo con le parole: la puoi raccontare per immagini, con la musica, con la danza, con un film (anche muto) e in infiniti altri modi; ma quando sei in un libro, per descriverla devi comunque usare le parole.
Raccontare una storia è da sempre un atto molto potente. Ascoltare una storia cambia il pubblico, ma cambia anche il narratore - e l'uno e l'altro continuano a creare il mondo cambiando la storia che hanno raccontato e/o sentito. Le storie si rifanno ad altre storie e ne generano di nuove, in un circolo senza fine e senza inizio. La danza di Shiva, fuori dal tempo e dallo spazio, opera attivamente qui e ora come ha sempre fatto: il racconto della nonna ai nipotini davanti al focolare nelle lunghe sere d'inverno, lo sceneggiato televisivo, la solenne lettura dei primi capitoli della Genesi, il racconto di caccia nelle grotte di Altamira, l'arazzo di Bayeux, il mito dipinto sull'anfora, la filastrocca sul serpente che ha perduto la sua coda e scende giù dal monte per ritrovarla, gli aggiornamenti che infliggiamo agli amici più cari sulle nostre storie d'amore più o meno ben riuscite...
Le storie hanno creato il mondo, e il mondo genera continuamente nuove storie che lo cambiano per essere nuovamente creato ogni giorno e ogni momento. Le storie sono il principio e la fine, ma anche tutto quel che sta in mezzo.
Qualche volta gli uomini, per rassicurarsi o per mettere un po' di ordine in questa strana esistenza sempre in bilico tra realtà e immaginazione, si sono divertiti a immaginare qualche Narratore Onnisciente, ma per meglio confonderci le idee questi Narratori Onniscienti spesso scoprono la storia mentre la raccontano tessendo o cantando, come le Norne del Crepuscolo degli dei che nel prologo, intrecciando la fune, scoprono che il loro mondo sta per finire (cosa che avverrà puntualmente al termine del terzo atto).

La citazione che ho scelto questa settimana viene da una saga fantasy americana pubblicata sulla fine degli anni Ottanta e tradotta solo in parte dai nostri esecrabili editori, ovvero quella del Settimo Figlio di Orson Scott Card. Alvin arriva nella stanza di una bella e cara ragazza, Becca, che tesse, come hanno tessuto sua madre e sua nonna e tutte le altre donne della sua famiglia. E comincia a fare domande: