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martedì 30 ottobre 2018
Ingoiare il rospo con dignità
Per questo post invoco, non dico comprensione per il patetico gnégnégné che sto per scodellare, ma almeno un cortese silenzio dall'apparenza solidale; perché dove mai una povera insegnante perseguitata dalla ria sorte può effondere il lamento del suo cuore esulcerato se non sul suo blog rigorosamente anonimo?
In Giugno si vociferava che l'assegnazione delle cattedre di Lettere avrebbe seguito criteri diversi dal consueto, il che complicava non poco la questione dell'adozione dei libri, particolarmente per me che al rifiuto consueto dell'Antologia volevo quest'anno unire l'adozione di un delizioso corso di scrittura creativa che mi aveva portato a elaborare un tipo di programmazione piuttosto diversa, anche in funzione della Nuova Prova di Italiano per l'esame.
Così alla fine decisi di prendere il toro, cioè la DS, per le corna e farmi dire con le buone o le cattive le classi che voleva assegnarmi, quali che fossero.
Scoprii così con vivo orrore non disgiunto da acuto raccapriccio che la causa e l'origine di tutto quel casino ero io: assai incerta e dubbiosa sul mio futuro stato di salute, costei aveva infatti deciso di ridurre i danni potenziali togliendomi italiano e lasciandomi un orario spezzato su Storia e Geografia, in modo che una mia eventuale sparizione dalla scuola arrecasse il minor danno possibile agli alunni: "So che mi odierà tantissimo" aveva aggiunto tutta smancerosa* "ma in assenza di una diagnosi preferisco così".
Con assoluta ipocrisia l'ho assicurata che non la odiavo affatto (ma certo che la odiavo, visto che si frapponeva tra me e e la mia nuova e grandiosa Didattica Sperimentale di Lingua Italiana, mancherebbe solo che non la odiassi con tutte le mie forze) e in assoluta sincerità ho assicurato che Storia e Geografia erano materie che amavo moltissimo e che facevo sempre con piacere. Ho anche provato debolmente a difendere la mia diagnosi, che stava per arrivare, sì, era ormai alle porte - ma quasi subito mi sono chetata perché uno dei miei principi cardine in materia di scuola è la legge affida ai DS l'incarico di assegnare le classi, quindi protestare oltre che ingiusto è una perdita di tempo. D'altro canto soffrivo davvero per l'evidente sfiducia che quella donna nutriva nelle mie capacità di ripresa e la mia conseguente impossibilità di sperimentare la mia nuova didattica innovativa di Italiano. Alla fine ho sfoderato un bel sorriso, ho salutato e me ne sono andata a cercare conforto in Sala Insegnanti:
"Mi hanno Cleptomizzato" ho raccontato assai depressa: la leggendaria Cleptomane infatti si era vista assegnare ogni anno una prima diversa dal Ds, nel (vano) tentativo di contenere i danni, poi un collage di storie e geografie nel (vano) tentativo di ridurre i danni spalmandoli nelle varie classi e infine una serie di laboratori pomeridiani, talvolta in compresenza.
Dunque proprio io, da sempre mirabile esempio di dedizione al lavoro, ero ritenuta così deleteria per le classi da dover essere spalmata per ridurre i danni?
Le colleghe mi hanno racconfortato spiegando che il mio caso era diverso; ma io sono pur sempre una insegnante, e perciò portata a pensare in cuor mio che qualsiasi malestro, dall'effetto serra alla crisi di liquidità finanziaria, sia in qualche modo da ricondurre ai miei demeriti professionali** e in effetti, ora che ci pensavo, la DS nuova non aveva mai dimostrato un particolare entusiasmo nei miei confronti...
Le colleghe mi hanno racconfortato ma anche fatto capire con bel garbo che il punto di vista della DS, cui spettava di rappresentare gli interessi di tutti gli alunni dell'Istituto, non era poi del tutto irragionevole e che in effetti la mia diagnosi era ancora piuttosto incerta.
Su quest'ultimo punto non concordavo, ma non ho osato ribattere: sempre in cuor mio, sapevo di essere capace di meravigliose riprese fisiche se mi davano una base di partenza dove appoggiarmi; ma per l'appunto la base di partenza sul momento sembrava latitare, e in fondo al mio cuore ne ero amaramente consapevole.
Insomma, mi sono ben guardata dal riprendere l'argomento in pubblico, mi sono messa il cuore in pace (pur se con un certo sforzo di simulazione) e ho particolarmente curato la scelta dei libri di Storia e Geografia oltre che orientato letture e aggiornamenti estivi in direzione storico-geografica, acquistando tra l'altro un poderoso tomo su Costantino e la Storia dei Franchi di Gregorio di Tours con traduzione rivista e corretta, cara assaettata e che mai avrei pensato di potermi permettere se non passava in edizione economica***.
Che dire del resto? A metà Agosto, mio malgrado, ho dovuto ammettere a malincuore che la diagnosi proprio non c'era, la cura non funzionava ed era ora di brucare altri pascoli, e ho infine strappato al medico generico una richiesta di ricovero al Centro di Eccellenza specializzato in malanni come il mio. Lì, in verità, hanno fatto un buon lavoro. Purtroppo la mia disgraziata sorte mi ha indirizzato poi alla Casa di Cura di Lungacque, con i risultati noti; e ancor più purtroppo e con ancor più grandissimo malincuore ho constatato che la DS aveva avuto ragione su tutta la linea e si era anzi comportata con estrema prudenza e saggezza.
Un po' di vasellina, e anche i rospi vanno giù.
*caratteristica saliente dell'attuale DS è infatti di essere tutta smancerosa qualsiasi cosa dica, sia che porga le congratulazioni per un matrimonio o per una nascita sia che faccia una qualche comunicazione sui morti di Reggio Emilia. Come tutte le persone smancerose tende a fregarti, naturalmente - anche se nel mio caso stava solo facendo onestamente il suo lavoro senza cercare di fregare nessuno ma anzi desiderosa di evitare una fregatura ai miei futuri allievi.
**che esistono, naturalmente, e sono anche molto consistenti - ma che forse non hanno portata ed effetti così globali.
***Cosa che non ha fatto mai e poi mai nonostante la mia trentennale e paziente attesa.
mercoledì 31 luglio 2013
La Pizza dei Giovani, ovvero sul nonnismo
Un insegnante appena arrivato alla scuola media di St. Mary Mead presta il dovuto omaggio alla prof. De Rapacis (The Accolade di E. B. Leighton, 1901)
L'anno in cui per la prima volta approdai alla scuola di St. Mary Mead una buona metà delle cattedre era occupata dai cosiddetti precari. Oltre a svariati precari a contratto annuale, che avevano ricevuto l'incarico in quella sorta di ordalia nota col nome di "convocazione per le supplenze annuali" c'era pure un piccolo ma agguerrito drappello di supplenti di terza fascia - quelli senza abilitazione, insomma. I due più giovani erano stati addirittura scelti come mascotte del gruppo e se ne parlava come di due cuccioletti ancora da svezzare, nonostante Petite andasse per i 29 anni e Petit ne avesse ormai compiuti 31; quanto a me e alla De Angelis, avevamo ormai saldamente varcato la soglia dei 40, come Lucy.
Il fatto di essere nuovi della scuola e in buona parte pendolari da Firenze ci saldò in una specie di gruppo interno che era unito soprattutto da una forte simpatia reciproca. Sotto Natale ci venne spontaneo ritrovarci per una classica cena in pizzeria cui si unì la prof. Marzapane, che non solo era di ruolo da un'eternità, ma apparteneva di diritto al gruppo delle Anziane della scuola; né la sua presenza ci causò dispiacere o disagio alcuno, perché è sempre stata un'ottima compagnia.
Passarono le vacanze di Natale, poi tornammo a scuola. Mi ritrovai così un bel giorno di metà Gennaio a fare la mia consueta sorveglianza mensa con la prof. De Rapacis (responsabile di plesso nonché Eminenza Grigia della scuola), la Cleptomane (che come sempre era "salita a prendere un caffé" per non fare ritorno) e la prof. Casini che già da tempo aveva mostrato di essere sempre disposta a dir male di chiunque. D'abitudine le lasciavo parlare senza intervenire, vuoi perché non sempre sapevo di chi stavano sparlando, vuoi perché esporre opinioni di un qualsiasi tipo in loro presenza, specie riguardo ad un essere vivente, non mi sembrava affatto consigliabile. Ascoltarle però era spesso un'esperienza interessante e formativa.
Ad un certo punto (erano partite dall'indispensabilità del libriccino sulle regioni d'Italia allegato al manuale di prima, transitando tra l'altro da: malattie incurabili, depressione e voti dell'esame di terza) la De Rapacis disse che lei non aveva mai fatto distinzione alcuna tra insegnanti di ruolo, non di ruolo e supplenti, e che per lei i colleghi erano sempre stati tutti uguali*, però non si capacitava del fatto che alcuni degli insegnanti di quella scuola avessero organizzato una cena senza avvisare gli altri colleghi - e seguì un elenco di nomi che comprendeva tutti i partecipanti della nostra innocua pizzata di Natale tranne me.
Siccome con me certe finezze sono del tutto sprecate, ne conclusi semplicemente che si fosse trattato di una seconda cena, che si era svolta in mia assenza.
"Vabbe', non ci trovo niente di male" dissi "Ognuno va a cena con chi gli pare, giusto?".
No, assicurarono, non era giusto. La Casini mi spiegò che all'inizio dell'anno aveva fatto anche lei non so che riunione di colleghi a casa sua e aveva impavidamente invitato anche gente che le faceva schifo.
"Va bene, se mai mi inviterai, mi ricorderò di quanto affettuoso calore può esserci nei tuoi inviti" assicurai.
Siccome non stavo reagendo nel modo giusto la procedura fu riavviata dall'inizio: prima l'elenco dei partecipanti alla cena, poi la data approssimativa dell'evento, e a quel punto, dato che era oggettivamente improbabile che a scuola fossero state fissate due serate con pizza nella stessa settimana, una con me e una senza di me, ma a parte quello con gli stessi identici partecipanti, realizzai di cosa stavano parlando - e addirittura venni sfiorata dal sospetto che sapessero perfettamente che a quella cena c'ero anch'io e stessero cercando di stanarmi senza aver l'aria.
"Veramente c'ero anch'io a quella cena" dissi conciliante "Non c'era nessun intenzione di escludere nessuno, volevamo andare a cena insieme e ci siamo andati, tutto qui".
No, non era tutto lì: i partecipanti erano stati selezionati in base all'età e questo non andava bene. Avevamo fatto la Pizza dei Giovani.
"Bah, per chiamare giovane me ci vuole una bella fantasia" dissi con un bel sorriso, ben consapevole che le altre due avevano rispettivamente cinque e dieci anni più di me "Eravamo solo persone che avevano voglia di cenare insieme. Persone, avete presente?".
No, non avevano presente. Era stata una grave mancanza verso i colleghi non estendere l'invito a tutti. Il Vecchio Preside avrebbe dovuto non chiamarci più per le supplenze, dopo questo (rischiando peraltro non pochi ricorsi - per tacere del fatto che dal Provveditorato avrebbero continuato a mandargli chi pareva a loro, in base alle graduatorie, senza consultarlo).
"Ma, scusate, come funziona? Se voglio andare a letto con un collega o una collega, devo per forza estendere l'offerta a tutti gli altri, compresi quelli che lavorano negli altri tre plessi?" (all'epoca al Collegio Docenti facevamo più di cento presenze).
Il paragone le lasciò alquanto sconcertate. Non c'entrava niente, mi dissero. Non era la stessa cosa.
E come no, ribattei, sul mio facevo quel che mi pareva; e, di sicuro, ero libera di andare a cena con chi mi pareva senza rendere conto a nessuno.
Era, con tutta evidenza, un caso di incomprensione reciproca: io non riuscivo assolutamente a capacitarmi del fatto che qualcuno, sul posto di lavoro, si azzardasse a sindacare su chi frequentavo una volta uscita da scuola, mentre loro erano altrettanto palesemente sbalordite dalla mia totale, completa e assoluta mancanza del sia pur minimo segno di contrizione.
Dissi che il loro era un modo di ragionare folle (e in effetti sbagliai, perché in quel contesto il verbo "ragionare" era del tutto fuor di luogo). Offesissima, la Casini ribatté "Vedi di calmarti, qua nessuno ha offeso nessuno dicendogli che il suo modo di ragionare è folle". "Come no, l'ho detto io. Se volete lo ripeto anche, lo metto per iscritto e lo firmo davanti a testimoni".
Il problema di base era che io non potevo (letteralmente: non potevo. Non ne avevo la facoltà né il diritto) fare l'unica cosa sensata, cioè andarmene sbattendo la porta; non solo perché non c'era alcuna porta da sbattere (eravamo in un ampio cortile) ma anche perché eravamo già sotto il numero regolamentare per sorvegliare i cento e passa ragazzi che in quel momento saltellavano come canguri scorazzando intorno a noi - sorvegliandosi da soli, per nostra buona sorte - perché la Cleptomane era via da venti minuti a bersi il suo eterno caffé. Scelsi adunque l'unica possibilità che mi sembrava dignitosa, ovvero mi chiusi in un silenzio avvolto da dense nuvole di fumo nero, ed evitai di raccogliere ulteriori provocazioni; che, devo dire, continuarono numerose. Ad esempio venne stabilito che la prof. Marzapane doveva smettere di andarsene in giro scroccando cene (evidentemente il loro concetto di "scroccare" era un po' particolare, visto che la Marzapane aveva pagato la sua parte senza minimamente cercare di scaricare su di noi il prezzo della sua pizza). Poi la Casini osservò che Petite faceva tanto la giovane, ma aveva già trent'anni, e suo figlio (il figlio della Casini, che all'epoca aveva sei anni ancora da compiere) aveva una maestra della sua età e la considerava vecchia.
E andarino avanti su questo livello per un bel po'.
Finalmente l'intervallo di mensa si concluse e riportammo in classe i ragazzi.
Ero ben decisa a non riferire nulla di quella deplorevole conversazione ai diretti interessati, ovvero il manipolo dei Giovani e Similgiovani; disgraziatamente un'insegnante ci aveva sentito questionare ed era prontamente corsa dalla De Angelis, e da Petite e Petit dicendo che c'era stata una discussione e avevamo parlato anche di loro (l'arte di cucinarsi qualche teglia di cavoli propri è notoriamente poco praticata, ahimé). E così all'uscita di scuola me li ritrovai davanti, tutti e tre, debitamente preoccupati e ricolmi di domande. Sul momento, ahimé, non mi venne in mente una balla adeguata e non seppi fare di meglio che scodellare un resoconto un po' addolcito di tutta la conversazione (che, per quanto ci provassi, si prestava ben poco ad essere addolcito).
Il saggio Petit trovò la storia divertente e si guardò bene dall'affrontare l'argomento con le due arpie; l'angelica De Angelis provò a mediare, senza sortire grandi risultati, e Petite, semplicemente, andò in crisi, ed essendo di gran lunga la più debole, anche psicologicamente (era alle sue prime supplenze) venne fatta oggetto di lì sino alla fine dell'anno di un moderato bullismo da parte della De Rapacis.
Quanto a me, dismisi ogni forma di rapporto con la De Rapacis (fino a quel momento l'avevo sempre trattata con grande rispetto, anche perché era una brava insegnante) e non contribuii al regalo per il suo pensionamento.
La Gran Tragedia della Pizza dei Giovani fa ormai parte della memoria collettiva ed è stata oggetto di gran divertimento per chi l'ha sentita raccontare; ma io, tuttora, quando ci ripenso sento i canini che si allungano e si aguzzano.
*e già dal fatto che le fosse venuto in mente di fare una precisazione del genere, persino una persona candida e sprovveduta quale mi pregio di essere dovette prendere atto definitivamente che di distinzioni gerarchiche era abituatissima a farne, eccome.
lunedì 2 gennaio 2012
Di troie e di zoccole
Secondo un' amica "zoccola" è una parola che evoca una grande sensazione di libertà, come un cavallo che corre in riva al mare. Immagino sia stata influenzata dalla pubblicità del bagnoschiuma Vidal che circolava quando eravamo bambine.
Sono stata ragazza negli anni Settanta, quando circolava il concetto di sorellanza e la solidarietà femminile era vista come un valore. Certo, non fra tutte e per tutte, ma mi trovai la mia nicchia senza troppa difficoltà. Insomma, essere aggressive tra donne non era visto proprio come un obbligo irrinunciabile, e ai maschi era richiesto di mostrare un certo rispetto formale non solo verso le loro partner, ma anche verso le donne in generale. Il concetto di "troia" e "zoccola", oggi così comune nell'accezione di "parole offensive da rivolgere ad un essere umano femmina in riferimento ad una sua più o meno vivace attività sessuale con una o più persone" non esisteva nella mia famiglia. C'erano le prostitute, a volte chiamate "puttane", ed era l'indicazione di un mestiere - legittimo, se effetto di una libera scelta, o da condannare se la femmina in questione era forzata a farlo. Parlando di donne che avevano una vita sessuale variegata (ma a cui si dedicavano per loro esclusivo piacere) si usavano espressioni soft del tipo "divertirsi" o "fare le corna" (se la signora in questione era sposata). C'erano naturalmente donne di cui si parlava male: se ne criticavano il carattere, la stupidità, la grettezza d'animo o tante altre cose, ma il fatto di avere un appetito sessuale più o meno vivace o una certa disponibilità ad accompagnarsi a più persone erano caratteristiche del temperamento e del carattere che non attiravano il biasimo - insomma, sul suo una donna faceva quel che meglio credeva, salvo rendere conto, eventualmente, al marito o al fidanzato. Le mie due nonne si regolavano allo stesso modo dei miei genitori e, per quel che ricordo, lo stesso faceva l'unico nonno che ho conosciuto. Il linguaggio nel complesso non era particolarmente modesto o pudico, ma, ripeto, il concetto di biasimo legato alla vita sessuale di una donna era assente. La parola "troia" era usata esclusivamente nella locuzione "figliol di troia" che in Toscana non è necessariamente intesa come insulto, mentre "zoccola" veniva pronunciata solo riferendo frasi dette da altri (di cui raramente veniva lodata l'intelligenza).
Le persone con cui ho stretto legami più forti nel corso della vita si regolavano nello stesso modo, anche se da un racconto di Benni è stata mutuata l'espressione "andare a darla in giro come il verderame nei campi" che parve assai carina - viene usata di solito in frasi del tipo "ma quand'anche andasse a darla in giro come il verderame nei campi sarebbero solo affari suoi".A vederla oggi, sembra una roba da museo paleolitico. Il pendolo è girato e oggi "troia" è un offesa generica da rivolgersi serenamente a una femmina umana anche in contesti che col sesso non hanno assolutamente nulla a che fare - poniamo "quella troia mi ha sbagliato le fotocopie" (della vita sessuale di quella troia non sappiamo nulla, solo che quando esegue le fotocopie non controlla cosa viene fuori. Che è un demerito, sia chiaro. Assai grave, ai miei insegnanteschi occhi).
Spesso però viene usato proprio e perlappunto per criticare quel che una signora fa sul suo, con una leggerezza e una stupidità che mi sono sempre risultate del tutto incomprensibili. E passi (cioè, "passi" un accidente. Ma facciamo finta che) se lo fa con tuo marito, il tuo fidanzato o anche solo il ragazzo o l'uomo che piace a te, si può comprendere un certo disappunto e una qualche irritazione che sfocia nell'aggressività verbale. Ma quando la signora in questione si prodiga per far del bene a un sacco di maschi che con te non hanno nulla a che fare, che motivo c'è di biasimarla?
Con questa mentalità antidiluviana, è chiaro che ho delle serie difficoltà a comprendere l'atteggiamento delle giovani generazioni verso il sesso. Intendiamoci, occasionalmente si trovano ancora ragazzi che, vuoi per l'educazione antiquata che hanno ricevuto, vuoi per un senso di discrezione, si astengono da questo tipo di censure. Ma son rari.
Le due principali preoccupazioni delle giovinette di oggigiorno sono: 1) non essere definite troie e 2) dare di troie alle altre. I giovinetti, invece, si limitano alla possibilità 2, anche se per fortuna la loro VERA preoccupazione principale è trovarsi una o più ragazze (all'occorrenza da chiamare troie, ma solo nei momenti di stanca o dopo che ne sono stati piantati).
E non è solo un problema delle giovinette, visto che qualche mese fa un'immane quantità di donne è scesa in tutte le piazze d'Italia per protestare contro la concezione della donna che l'allora presidente del consiglio dei ministri e tutto il suo governo mostravano apertamente di avere. La manifestazione riuscì molto bene, ma io non mi sono mai liberata dal sospetto strisciante che parteciparci significava legittimare un po' il punto di vista di quegli strani esseri che all'epoca avevamo al governo e riconoscergli dignità di interlocutori; ma naturalmente il vero problema in quel caso non era tanto il presidente del consiglio dei ministri, bensì la quantità immane di uomini e donne che lo avevano votato nonostante (o meglio, siccome) avesse quel punto di vista. Un milione di donne ha protestato contro il suo modo di vedere le donne, ma quanti milioni di donne lo hanno votato pensando seriamente che un uomo che disquisiva liberamente sulla bellezza o meno delle sue ministre e avversarie e alleate politiche o risolveva una domanda scomoda invitando la giornalista che l'aveva posta a vestirsi meglio fosse proponibile come presidente del consiglio?
Che gli uomini italiani trovino tanto normale qualificare le donne di troie quando queste fanno qualcosa che a loro non va bene mi sembra deplorevole, ma che le donne, soprattutto quelle delle nuove generazione, accettino di porsi in questi termini anche tra di loro mi sembra, prima di tutto, incomprensibile. E pericoloso. Anzi, mi sembra la vera chiave di volta della questione femminile in Italia.
Il legislatore qui non ha colpa. In Italia il sesso è reato solo quando manca il consenso di una delle parti in causa. In tutti gli altri casi viene considerato legittimo. L'evasione fiscale è un reato, il riciclaggio è un reato, produrre danno ai monumenti è reato, cambiare ragazzo due volte al mese no; eppure i fatti dimostrano che si presta molta più attenzione alle donne che cambiano spesso partner piuttosto che a chi danneggia monumenti pubblici o ricicla denaro di provenienza illecita, e le donne, specie se giovani, sembrano particolarmente ossessionate da questo problema, preoccupandosi assai di giustificarsi, spiegando che loro non sono troie, mentre le altre sì.
Per infischiarsene della questione ci vuole una forte dose di autostima - esattamente quello di cui sembrano mancare le ragazze delle nuove generazioni. E troppa della loro energia e forza mentale viene deviata su questa autentica questione del cazzo per permettere loro di dedicarsi adeguatamente alle vere sfide che la vita gli presenta: studiare, farsi degli amici, trovare un'adeguata quantità di amore, costruirsi una vita su misura per loro. Difendersi dalle compagne e badare alla loro reputazione dovrebbero essere occupazioni minimali, per badare alle quali basta usare un'infinitesimale quantità delle loro grandi forze. Non devono, o meglio non dovrebbero, essere i Grandi Problemi delle loro giovani vite.
Non so cosa possiamo fare a questo riguardo noi insegnantesse, spesso assai preoccupate di stabilire quali delle nostre o altrui alunne sono troie (dedicandoci, già che ci siamo, anche alle di loro madri, troie anch'esse, si capisce) e aggiungendo anche qualche buona parola su qualche collega.
Di certo nessuno ci chiede di far niente, in quanto il problema sembra non esistere. Assai maggiore attenzione viene dedicata, poniamo, all'anoressia. Ma se è vero che di anoressia a volte si muore, è anche giusto considerare che all'anoressia si arriva attraverso varie strade, e passano tutte per la questione dell'autostima e dell'immagine di sé.
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mercoledì 27 luglio 2011
Manuale del Perfetto Insegnante - Le compagne di merende

GERARCHIA AZIENDALE
Il fenomeno è anche detto "dei figli e figliastri" ed è piuttosto diffuso, non tanto tuttavia da poter essere considerato una costante fissa della vita scolastica. Non è affatto tipico ed esclusivo della scuola, e la sua presenza o meno, in una scuola come in qualsiasi altro posto di lavoro, dipende esclusivamente dalla Dirigenza.
In sintesi si tratta di un gruppetto di insegnanti* che godono il favore speciale del Dirigente Scolastico, vuoi perché sono riusciti a renderlo loro succube a forza di lusinghe ed abili manovre, vuoi perché sono in grado di favorirlo a loro volta (ad esempio con prestazioni professionali del coniuge, dandogli la possibilità di tenere lezioni universitarie etc.); talvolta, più semplicemente, si è creato un forte legame di solidarietà e amicizia lavorando insieme nel corso degli anni, che è degenerato definitivamente quando una delle future Compagne è diventata Dirigente Scolastico.
Il fenomeno non va confuso con quei privilegi che finiscono spesso per spettare agli insegnanti con maggiore anzianità di servizio in una scuola (un determinato giorno libero, un orario costruito un po' su misura, classi depurate dai casi più spinosi): le Compagne di Merende godono di privilegi più consistenti, ai limiti dell'illecito: l'assegnazione di progetti particolarmente ben retribuiti, settimane di "aggiornamento" in luoghi turistici, diritto all'assenteismo, esenzione dai compiti più noiosi, uso pubblico del cellulare in ore di lezione per i propri affari personali, gestione alquanto sportiva dell'orario, licenza di ritardo perenne etc.
Questi ultimi tre privilegi sono, in certe scuole, estesi liberamente a tutti gli insegnanti che desiderino accedervi (con eventuale eccezione per i precari con situazioni particolarmente scomode, ai quali è chiesto di non derogare di un capellesimo di millimetro dalla più rigorosa osservanza delle regole); si tratta insomma di casi che si creano quando nella Dirigenza c'è un vuoto di potere, cioè il DS non conta o non vuole contare un cazzo e lascia fare a tutti tutto ciò che vogliono, salvo qualche occasionale sfuriata con i precari con i contratti più precariamente precari (i quali precari di solito, soprattutto per mancanza di esperienza e giovinezza estrema, non sanno ancora difendersi e vivono nel terrore di sbagliare qualcosa e fare un errore grave senza accorgersene, e sono quindi facili capri espiatori qualora questi dirigenti desiderino dimostrare "chi è il capo").
A sua volta questo vuoto di potere della Dirigenza è dovuto a mancanza di personalità del DS e soprattutto a menefreghismo completo di costui verso il proprio incarico: in pratica il DS si è assunto la mansione di dirigenza al solo ed esclusivo scopo di incassare lo stipendio, ed è quella l'unica parte del suo lavoro che gli interessa, lasciando in tutto il resto la gestione della scuola a totale disposizione di chiunque desideri assumersela.
In queste scuole di stampo, diciamo così. "anarchico"** nessuno è tenuto ad osservare regole particolarmente tassative, alunni compresi, e il disastro o l'incidente sono regolarmente dietro l'angolo (ma spesso non lo girano, l'angolo, perché c'è un dio anche per i lavativi e gli incoscienti, e pare anzi essere attivissimo, più di tanti suoi colleghi di divinità). In tali circostanze, il gruppo delle Compagne di Merenda si può creare o non creare, e talvolta si crea per semplice inerzia: i privilegi sono spesso spalmati con equità, con una lieve ma non gravissima discriminazione a danno di quei docenti che, in barba agli usi e costumi locali, osservino scrupolosamente gli obblighi sanciti dal contatto nazionale insegnanti. Ci sono addirittura casi in cui il gruppo delle Compagne di Merenda finisce per creare una Dirigenza ufficiosa riducendo al minimo la licenza sul lavoro, con l'unico inconveniente di una certa prepotenza di fondo, dettata dalle simpatie e antipatie che queste Compagne di Merende, come tutti gli esseri umani, hanno.
Là dove, invece, il Gruppo di Compagne di Merende si crea per volontà esplicita della Dirigenza, si possono avere illeciti anche a livello penale, ad esempio nella gestione dei bilanci.
Come può opporsi a questa situazione l'Insegnante Normale, ovvero quella creatura che desideri guadagnarsi lo stipendio onestamente?
La questione è complessa e spesso senza soluzione. Laddove l'Insegnante Normale è precario,vuoi a contratto saltuario, vuoi a contratto annuale, gli conviene mostrarsi cieco, sordo e pure cerebroleso e non dare l'impressione di aver notato nulla di insolito, salvo sfogarsi occasionalmente con i colleghi precari, meglio se fuori dalla scuola e lontano da orecchie indiscrete; nel caso però in cui vengano lesi i suoi diritti contrattuali (ad esempio quando si pretende da lui la frequenza di tutti gli organi collegiali pur avendo costui un contratto a orario ridotto), qualche occasionale visita ai sindacati potrà essergli di grande aiuto. Imbarcarsi in crociate per il ripristino della legalità, sia pure al seguito dei colleghi di ruolo, è rischioso e senza prospettive particolarmente vantaggiose.
(D'altro canto essere precario lo garantisce molto bene in situazioni come quella in cui la Dirigenza gli chiede di alzare i voti agli scrutini o di diminuire i compiti assegnati per casa alle proprie classi: lì basta fregarsene alla grande, eventualmente scegliendo un'altra sede per l'anno successivo, e tenere i registri in ordine, adattandosi eventualmente a qualche sfuriata occasionale che basterà farsi passare sopra, come acqua sulle penne di un'anatra).
Gli insegnanti di ruolo potrebbero invece coordinare un'azione anche molto decisa di opposizione, che potrebbe portare, sia pure sobbarcandosi qualche conflitto aperto e un po' di rogne, a debellare il gruppo delle Compagne di Merende e costringere la Dirigenza ad emigrare verso altri lidi. Tuttavia, stante che la stragrande maggioranza dei docenti di ogni ordine e grado ama assai la lamentela, il mugugno e la maldicenza ma vive nel continuo terrore di uno scontro frontale, sia pure uno scontro contro un blocchetto di gelatina tenuto insieme dalla colla di pesce, molto spesso tale azione concertata non si appalesa nimmanco di lontano.
Sono del tutto sconsigliabili crociate individuali, anche se apparentemente iniziate con l'appoggio di gran parte dei colleghi - appoggio spesso promesso a gran voce in Sala Professori quanto del tutto invisibile al momento opportuno.
A livello individuale è però possibile far capire con garbo alle Compagne di Merende, in modo velato e quasi casuale ma citando all'occorrenza articoli e norme di legge, che questa e quest'altra intromissione non saranno tollerate, ottenendo così una situazione lavorativa decente, almeno a livello individuale.
*va da sé che "compagne di merende" è indeclinabile, e la categoria include insegnanti di ogni sesso (maschi, femmine, neutri, ermafroditi, altri)
**fermo restando che l'uso del termine "anarchia" in questa accezione è del tutto improprio, anche se entrato ormai nell'uso corrente.
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giovedì 14 luglio 2011
Manuale del Perfetto Insegnante - Fenomenologia del Vero Insegnante di Lettere alla scuola media

Tra i Fiori di Bach, Chicory è il principio attivo di chi si prende a cuore i problemi degli altri ma che, con metodi manipolatori anche molto raffinati ed invisibili tentacoli, li obbliga ad accettare le sue premure. Se armonizzato, invece, è lo spirito di servizio verso gli altri, senza secondi fini.
Di solito l'insegnante di Lettere lavora in due sole classi (nei tempi prolungati addirittura in una) e verso queste classi finisce per sviluppare un senso del possesso (forse prealessandrino) del tutto particolare, indulgendo ad espressioni del tipo "la mia classe", "la mia seconda" o addirittura "i miei ragazzi", lasciando con ciò intendere che gli altri docenti (con la possibile, ma non sempre ammessa, eccezione per Matematica) sono semplici accidenti di passaggio per la classe in questione, appaltati per poche ore e tutt'altro che determinanti. Il Vero Insegnante di Lettere infatti è quello che conosce i ragazzi e spesso ha (o è convinto di avere) con loro un eccellente rapporto di fiducia che lo porta a sapere con certezza se hanno fatto questo o quest'altro, perché con lui i ragazzi sono sinceri. Tale incrollabile convinzione si traduce sovente in osservazioni sarcastiche verso le altre insegnanti di Lettere (i cui ragazzi sono invece maleducati, rumorosi, indisciplinati etc.) e in difese a oltranza piuttosto comiche, se viste dall'esterno, qualora i ragazzi in questione siano coinvolti in risse, litigi o malefatte di vario tipo, specie nelle uscite collettive: ah, i miei non sono stati, e se sono stati loro, è perché i tuoi li hanno istigati, etc. etc. Finisce così non di rado che l'azzuffatina tra più classi si estenda anche ai rispettive insegnanti di Lettere, dando così luogo a invereconde scenate nei corridoi o in Sala Professori dove altri insegnanti, che hanno entrambe le classi, sia pur con meno ore, si guardano bene dall'intervenire essendo assai desiderosi di riportare la pelle a casa e riabbracciare i loro cari.
Capita tuttavia che, ai Consigli di Classe, la granitica immagine che l'insegnante di Lettere che sa ha della sua classe venga messa in discussione da qualche coraggioso collega che osa sostenere che X non è poi così privo di valori morali, Y tende alquanto al ruffiano, Z ha una mente logica, W si mostra molto disciplinato negli sport di squadra e J ha una sensibilità artistica davvero speciale. A seconda del grado di educazione e/o di buonsenso, l'insegnante di Lettere non rifiuta a priori queste osservazioni (talvolta) ma, in cuor suo sempre, fra i denti talvolta, e a piena voce non di rado, proclama che lui, i ragazzi, li conosce e sa come sono e gli altri colleghi non possono pretendere di allargarsi più di tanto.
La questione si presenta in modo particolarmente acuto al momento dell'esame di licenza media: dal punto di vista del Vero Insegnante di Lettere è del tutto scontato che il colloquio dell'esame debba vertere principalmente sulle materie afferenti alla cattedra di Lettere e soprattutto che il voto dato all'alunno debba necessariamente essere quello che l'insegnante di Lettere gli ha dato in cuor suo. Qualora il resto della Commissione non concordi appieno con tale voto, ivi saranno pianto e stridor di denti e scrutini interminabili, finché la Commissione non ceda per puro sfinimento oppure, con un'azione ben concertata, non riesca a mettere infine a tacere Colui Che Conosce i Ragazzi e che, unico tra tutti gli insegnanti, è in grado di valutarne appieno il percorso didattico.
Essendo l'unico in grado di stabilire un vero, profondo e sincero rapporto sul piano umano con la classe, il Vero Insegnante di Lettere ama molto ricevere dai suoi alunni attestati e dichiarazioni in tal senso; spesso anzi i Veri Insegnanti di Lettere gareggiano tra loro su chi abbia avuto gli attestati più appariscenti, sotto forma di elogi sperticati in temi, video, lettere collettive (sono molto ambite, le lettere collettive, e vengono sempre lette in Sala Professori davanti al più numeroso pubblico possibile, spesso coinvolgendo anche l'incauto Dirigente Scolastico che non riesca a spaniarsi con sufficiente prontezza e financo custodi e personale di segreteria), disegni, omaggi di fiori o piccoli oggetti; questi ultimi però perdono quasi tutto il loro valore se la classe non riesce a spremersi almeno un Brillante Bigliettino di accompagnamento in cui si elogino la dedizione, la pazienza e la simpatia umana dell'insegnante in questione. Qualora la classe sia composta, almeno in buona parte, da gentilfanciulle e gentilfanciulli, tali omaggi di fine anno vengono estesi a tutto il Consiglio di Classe, compresi quegli insegnanti che, oggettivamente, un granché con la classe non hanno legato. Tutto questo, se torna a onore della finezza d'animo della scolaresca, costituisce però una vera coltellata per il fegato del Vero Insegnante di Lettere (che è in realtà l'unico Insegnante che i ragazzi abbiano avuto, essendo, come già spiegato all'inizio, tutti gli altri insegnanti meri accidenti del caso).
Altrettanto pericoloso per il fegato del Vero Insegnante di Lettere è rirovarsi colpito da qualche malattia che obblighi la scuola ad assumere un Supplente di Lettere nelle sue classi - non già per le conseguenze dolorose che una malattia o un intervento chirurgico possono arrecare di per sé, quanto per l'orribile eventualità che il Supplente riesca gradito alla scolaresca. L'unica possibile eccezione è costituita dalla gravidanza, che porta in sé tali e tante implicazioni e sì complesse tempeste ormonali che spesso l'insegnamento passa in seconda linea persino se la gestante è una Vera Insegnante di Lettere (spesso, ma non sempre). Il Vero Insegnante di Lettere perciò, in barba a tutte le leggende metropolitane sull'assenteismo dei docenti, compie autentici atti di eroismo (o di idiozia pura, a seconda dei punti di vista) per non lasciare terreno libero al Temuto Rivale e ha gran cura di assillarlo con voluminosi fascicoli di istruzioni, ripetute telefonate, imposizioni di visite a domicilio (del titolare) e rimpiattamento dei registri personali, onde impedire al suddetto Rivale di intervenire con valutazioni sue proprie che, ovviamente, non possono essere che approssimative e arbitrarie.
Gli scopi di tutte queste manovre sono: 1) impedire che il Supplente si allarghi e finisca con lo stabilire un Proprio Autonomo rapporto con la classe (perché potrebbe (orrore!) risultare tollerato e financo più gradito del titolare) e 2) controllare che costui non riveda le bucce al Vero Insegnante di Lettere - cosa che può senz'altro accadere perché in ogni Supplente di Lettere, per quanto alle prime armi e all'apparenza sottomesso, si annida un Vero Insegnante di Lettere in nuce.
Sempre a tal proposito occorre ricordare che niente è più deleterio di un collega, magari mosso dalle migliori intenzioni (ma qualora il collega sia di Lettere, sulle sue migliori intenzioni è lecito nutrire ben più di un dubbio) il quale rassicuri l'infermo nel suo letto di dolore che "i ragazzi si trovano benissimo e il supplente è molto bravo". E' necessario aggiungere poi che il peggiore sgarbo tra i peggiori sgarbi che una classe può commettere verso un Vero Insegnante di Lettere è non dare alcun problema di disciplina o di adattamento in presenza di un Supplente di Lettere: tale sgarbo amareggerà il Vero Insegnante di Lettere per anni e, nonostante le apparenze, non verrà mai perdonato né dimenticato, sebbene un minimo di ritegno possa talvolta inibire al Vero Insegnante di Lettere le reazioni più scomposte.
Il Vero Insegnante di Lettere usualmente sta nelle sue classi dalle nove alle quindici ore a settimana. Capita tuttavia che, vuoi in virtù di quella demenziale istituzione ministeriale che è l'ora di Approfondimento delle Materie Letterarie, vuoi per questioni varie di orario o per una normale rotazione, costui si ritrovi a fare meno di quattro ore (o addirittura due o una sola) in una classe.
Questa condizione, che la maggior parte degli insegnanti considera normale, viene vissuta dal Vero Insegnante di Lettere come declassante e squalificante, una roba al limite del mobbing, nonché come una condizione che limita o addirittura impedisce un normale approccio con la classe, tanto da indurlo a spiegare ai Consigli che di quella classe non è in grado di parlare perché ce l'ha per poche ore e quindi non la conosce.
Tra le materie di Lettere vige una ben precisa gerarchia: in testa c'è Italiano, che è la materia per eccellenza, l'unica in realtà che vale la pena insegnare; a tale materia afferisce Letteratura, che il Vero Insegnante di Lettere coltiva con gran cura, particolarmente quando si tratta di propinare agli alunni generose dosi de I Promessi Sposi, spesso scelto come libro di narrativa per la terza media (il fatto che in linea di massima gli alunni mostrino scarso entusiasmo verso cotal libro non viene considerato minimamente un ostacolo a propinarglielo).
C'è poi il Latino. Molte scuole medie hanno un laboratorio supplementare di Latino (di solito richiesto dalle famiglie e frequentato con scarso entusiasmo dagli alunni in vista di un futuro liceo); chi lo gestisce si sente, ed è effettivamente considerato, l'insegnante di Lettere in cima alla piramide gerarchica della scuola: è noto infatti che il latino apre la mente e insegna un metodo di studio, e nel cuore di ogni Vero Insegnante di Lettere sonnecchia un potenziale Insegnante di Latino (che infatti non di rado cerca di diventare un Insegnante di Latino a tutti gli effetti, tramite passaggio di ruolo ai licei). Le lotte intestine per accaparrarsi l'ambita preda del Laboratorio di Latino sono feroci, benché sotterranee, e per chi non insegna Lettere possono anche risultare divertenti, ma non c'è dubbio che si tratti invece di un affar serio, per il quale scorrono spesso sia sangue (vivaddio di solito solo metaforico) che lacrime (di solito nient'affatto metaforiche). Si sa di pericolose faide che sono cominciate proprio da un'assegnazione sconsiderata del laboratorio di Latino, magari fatta a cuor leggero da un Vicepreside che, insegnando Inglese o Tecnologia, non si era reso conto appieno della micidiale portata che potevano avere le sue decisioni.
Al secondo posto (anzi al terzo, contando anche Latino) viene Storia, spesso considerata con un certo fastidio: di fatto è una materia noiosa e nozionistica, che i ragazzi non sanno mai imparare a dovere e che è comunque stata fissata definitivamente nei suoi canoni all'epoca in cui il Vero Insegnante di Lettere ha studiato a malincuore il paio di esami necessari per la laurea: da allora il dibattito storiografico dorme un sonno profondo e non ha partorito niente di valido o notevole.
Per insegnare Storia ci sono gli schemi: si collegano un po' di cause e un po' di effetti, poi si dà una bella verifica di Vero/Falso per vedere se le creature hanno capito (anche se non sempre risulta che abbiano effettivamente capito). Per scegliere il libro di testo di storia si guardano soprattutto le illustrazioni e le mappe concettuali, poiché è stato stabilito da tempo che se ci sono quelle tutto va bene. anche se il testo contiene un'immane quantità di scempiaggini (che di solito il Vero Insegnante di Lettere non è comunque in grado di riconoscere).
Geografia è considerata meno prestigiosa ma più risposante: ci sono un'infinità di elenchi di nomi di province, capitali, montagne e laghi e fiumi da imparare a memoria - anche se purtroppo, dai tempi della Riforma Moratti, hanno tolto lo studio delle regioni italiane in prima, e quindi i ragazzi non conoscono più il proprio paese (tale infausta circostanza sta letteralmente minando alla base le capacità e lo sviluppo delle nuove generazioni, ahimé).
Ci sono anche, purtroppo, a Geografia, tutti quei noiosissimi indicatori: il Prodotto Nazionale Lordo, il Redduto Pro Capite, il Tasso di Inflazione, la Crescita Demografica... tutta roba piuttosto noiosa che non affina l'animo umano. numeri, e nulla più. Il Vero Insegnante di Lettere di solito non è nemmeno consapevole dell'esistenza di un'entità chiamata Economia (il che gli è di un certo intralcio anche per insegnare Storia): i numeri sono aridi e impenetrabili, e il Vero Insegnante di Lettere li trova piuttosto incomprensibili - occorre considerare poi che spesso il Vero Insegnante di Lettere si è rifugiato a Lettere appunto per scansare i numeri, non avendo mai avuto grande simpatia per la matematica, e sovente ha cura di trasmettere questa sua idiosincrasia anche alla prole: un trattato a parte potrebbe essere scritto sulle figlie delle insegnanti di Lettere che sono tenute, praticamente per contratto, ad andare male a Matematica (per i maschi o i figli di insegnanti maschi di Lettere vengono talvolta concesse speciali dispense).
Del pari poco interessanti vengono ritenute le parti di Geografia che potrebbero collegarsi a Scienze, come vulcani, terremoti, sedimentazioni moreniche e simili, e tuttavia vengono fatte, se pure a malincuore, perché i ragazzi mostrano di gradirle assai. Lo svolgimento di queste parti del programma è solo raramente concordato con l'insegnante di Scienze, vuoi per questioni di programmazione (i libri di testo di entrambe le materie li spostano da un volume all'altro con grande disinvoltura) vuoi soprattutto perché per il Vero Insegnante di Lettere è sempre difficile interagire con i colleghi; naturalmente quest'ultimo problema si complica in maniera esponenziale quando in una classe la cattedra di Lettere è divisa tra due o (ahimé, in questi tempi di degrado morale succede perfino ciò) addirittura tre insegnanti diversi. In quel caso è sottinteso che l'insegnante gerarchicamente più importante è Italiano, che all'occorrenza invade serenamente anche la programmazione altrui. Di questa tacita convenzione gli altri colleghi di Lettere sono perfettamente consapevoli, e spesso in cuor loro la approvano; altrettanto spesso però si ingegnano e adoperano per intervenire a loro volta nella programmazione di Italiano per poi indignarsi davanti alle rimostranze del collega. Anche su questo ogni Sala Professori conserva una ricca aneddotica, e anche su questo i colleghi tendono a non intervenire perché non desiderano lasciare orfani i loro figli e vedovi i loro consorti.
Tornando al piano gerarchico, tra Storia e Geografia prevale, per importanza e prestigio, la prima (fermo restando che solo Italiano è una materia degna di questo nome): l'insegnante che in una classe fa solo Geografia sarà sempre socialmente inferiore all'insegnante che nella stessa classe fa soltanto Storia.
Allo stesso modo, l'insegnante di Lettere che abbia uno spezzone e si ritrovi solo ore di Storia e Geografia o addirittura (dio non voglia!) soltanto ore di Geografia, è considerato e si sente il paria tra tutti gli insegnanti di Lettere e, con chiunque voglia ascoltarlo e anche con molti che di ascoltarlo non avrebbero desiderio alcuno, si lamenta spesso e a lungo di questa sua ingrata condizione.
Esistono infine questioni gerarchiche di minor grado legate all'età, alle mense e alle ore di Alternativa all'Insegnamento della Religione Cattolica, ma variano da scuola a scuola e non coinvolgono solo gli insegnanti di Lettere, per cui non mette conto parlarne qui.
N.B: Naturalmente sia tu che leggi (se insegni Lettere alle medie) sia io che ho scritto non abbiamo nulla da spartire con gli esemplari qui descritti; inoltre - per fortuna nostra e di tutti - non esiste un Insegnante di Lettere che abbia tutti i requisiti qui indicati.
Almeno, si spera.
giovedì 16 ottobre 2008
La scuola dei bei tempi andati
Nei tempi felici in cui i mulini erano bianchi e i mugnai morivano di tisi, le bambine erano angioletti col grembiulino bianco alle elementari e demonietti tentatori da coprire col grembiule nero alle medie e c'era ancora la poliomelite e il maestro era unico e la maestra pure, c'era chi cantava:
Mio buon curato,
Egregio sindaco,
Cara maestra,
un giorno m'insegnavi
che a questo mondo noi
noi siamo tutti uguali.
Ma quando entrava in classe il direttore
tu ci facevi alzare tutti in piedi,
e quando entrava in classe il bidello
ci permettevi di restar seduti.
Mio buon curato,
dicevi che la chiesa
è la casa dei poveri,
della povera gente.
Però hai rivestito la tua chiesa
di tende d'oro e marmi colorati:
come può adesso un povero che entra
sentirsi come fosse a casa sua?
Egregio sindaco,
m' hanno detto che un giorno
tu gridavi alla gente
"vincere o morire".
Ora vorrei sapere come mai
vinto non hai, eppure non sei morto,
e al posto tuo è morta tanta gente
che non voleva né vincere né morire?
A quei tempi i maestri (e i curati e i sindaci) erano ancora rispettati, e infatti Tenco dopo questa sortita venne tenuto lontano qualche annetto dalla televisione.
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