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mercoledì 7 marzo 2018

Cronache del ghiaccio e del fuoco (pochissimo il fuoco)


Tutto andava normalmente, febbraio febbraieggiava tranquillo e l'azalea dei miei amati alunni stava mettendo su una sterminata quantità di boccioli, quando sulla scuola medi di St. Mary Mead si abbatté come un turbine la notizia: arrivava il freddo, un terribile freddo, con tanto di neve inclusa. Anzi, con tanta neve inclusa.
All'inizio sembrava trattarsi solo di due giornatelle un po' ghiacciate. Poi le previsioni le hanno fatte diventare tre, poi quattro... la neve comunque c'era sempre, solo che doveva venire di pomeriggio e sciogliersi durante la notte quindi sembrava non riguardarci granché.
Un tempo, prima dell'operazione, il freddo mi piaceva: non mi dava noia e bastava poco per coprirmi. Adesso uno sbalzo di temperatura basta a trasformarmi in un essere dolorante e lamentoso; insomma, da pinguina che ero sono diventata una lucertola tremebonda (e lagnosa).
Comunque ho cercato di organizzarmi per essere all'altezza della situazione.
Per l'azalea rimediare è stato facile: via dalla terrazza e dentro l'appartamento. 
Un po' più complicati sarebbero stati gli spostamenti verso la scuola: tutti i giorni dell'anno vado e torno dalla stazione ferroviaria con un pregiato Liberty a due ruote, ma in questi giorni la temperatura sarebbe rimasta ben salda sotto lo zero anche durante il giorno. Uscendo dal suo tiepido garage il Liberty si sarebbe senz'altro messo in moto, ma dopo qualche ora passata sotto zero nel parcheggio della stazione? Chissà...
Meglio puntare sulla corriera. Così, Lunedì mattina a dieci alle sette, decorosamente intabarrata, aspettavo alla fermata.
Ho aspettato mezz'ora: la corriera era in ritardo - probabilmente per colpa del freddo, pensavano gli altri aspiranti passeggeri. Viene giù dalle montagne (beh, insomma, montagne...), le strade sono ghiacciate...
Sta di fatto che mezz'ora dopo, quando la corriera è infine arrivata, avevo ormai esaurito le batterie per tutta la settimana per tacere delle mani completamente congelate - talmente congelate che mentre compilavo il registro elettronico in classe muovevo ancora male le dita - e meno male che almeno il treno aveva fatto il suo dovere, arrivando e partendo con esemplare puntualità.
Decisamente malandata ho adempiuto come potevo alle mie incombenze, sempre continuando a rabbrividire perché la scuola non era sufficientemente calda: infatti il riscaldamento alla scuola media di St. Mary Mead produce una e una sola (moderata) quantità di calore, senza alcuna considerazione di quanto calore servirebbe (o, più spesso, non servirebbe affatto) alla malcapitata utenza. Insomma, era freddino - il che, vedevo bene, non era comunque di eccessivo incomodo nemmeno per i più freddolosi tra i  miei colleghi, nonostante qualche moderata lamentela di sottofondo. Io invece stentavo assai.
Vivaddio, al ritorno un collega compassionevole mi ha preso in carico e portata fin sull'uscio di casa. Da lì infilarmi sotto molte calde coperte è stato affare di tre minuti, ma scaldarmi... ho cominciato seriamente a scaldarmi solo verso le sei del pomeriggio, e non si può proprio dire che stia in una casa fredda.
Per giunta, da qualche parte della mia gola aleggiava un sospetto di infiammazione. Ma ho fatto finta di niente. In sottofondo c'era anche l'amara consapevolezza che ero soltanto a Lunedì.

E venne il Martedì mattina, quando ugualmente entravo alla prima ora ma nell'aria c'erano quei due-tre gradi in più che rendevano l'esistenza tollerabile.
La corriera è arrivata con mirabile puntualità e alla stazione tutto procedeva regolarmente... tranne per i cinque minuti di ritardo del mio treno, che sono poi diventati dieci, quindici e infine venti "a causa delle avverse condizioni climatiche". 
Qui andrebbe aperto forse un discorso (in effetti ne sono stati fatti parecchi, in questi giorni) sul funzionamento dei treni e su cosa si intenda per avverse condizioni climatiche. Sta di fatto che sulla piana fiorentina non c'era un fiocco di neve che fosse uno, eravamo solo moderatamente sotto zero e soprattutto il mio treno partiva da Firenze, dove le condizioni climatiche non avrebbero dovuto avere nulla di particolarmente avverso rispetto al resto della zona.
Ad ogni modo quei venti minuti di attesa al binario si sono rivelati letali, e quando infine il treno è arrivato avevo i piedi letteralmente gelati. Nemmeno il breve viaggetto verso St. Mary Mead è bastato a sgelarli, nemmeno la passeggiatina verso la scuola, e la mia mente ha cominciato a popolarsi di inquietanti e lugubri riflessioni legate al congelamento degli arti, oltre che di ansiose domande su come avranno mai fatto nei campi di deportazione in Siberia (di fatto, per quanto ne so, facevano infatti piuttosto male). Dopo dieci minuti in classe comunque la circolazione è ripresa, prima dolorosamente e poi normalmente. 
In realtà mi sentivo piuttosto bene e, svolte coscienziosamente le due ore che il mio orario richiedeva, ho festeggiato con un bombolone alla crema mentre mi dedicavo a una serie di rogne, circolari, stampe, fotocopie, chiacchiere di corridoio eccetera - insomma al consueto contorno del nostro affascinante mestiere - per poi riprendere il treno più adatto a incrociare una simpatica corriera che mi avrebbe riportato a casa.
Tutto bene, dunque?
Sì e no. Tra l'altro la temperatura era calata, o comunque qualcosa non funzionava più a dovere. Sta di fatto che avevo la febbre, e anche se la tachipirina mi ha garantito una lunga notte di sonno (pesante e non troppo continuato) non mi sono granché riposata, e Mercoledì mattina la mia interiorità era piuttosto dolorante.
C'era il suo perché: a sorpresa, era molto più freddo del giorno prima. La tentazione di ritornare a letto era molto forte, e ripensandoci avrei probabilmente dovuto darle ascolto visto che era piuttosto insolita. Sta di fatto che entravo alla terza ora quindi ho fatto le cose con una certa calma, anche se la prospettiva di andare a piedi alla stazione mi lasciava dubbiosa. A sorpresa però ho trovato una bella corriera scodellata su un piatto d'argento e il resto è venuto da sé. A fine mattinata però ero decisamente scontenta della vita, e per giunta il bollettino prometteva neve per il giorno dopo - come del resto prometteva con grande costanza da una settimana: neve Giovedì, e solo e soltanto Giovedì, ma nel frattempo erano cambiati gli orari: la neve sarebbe caduta copiosa sin dalle ultime ore della notte e per tutta la mattinata.
Già nel primo pomeriggio si sarebbe sciolta, perché le temperature sarebbero risalite, ma che garanzie c'erano di arrivare a scuola, a che ora sarei riuscita ad arrivare, con quell'abitudine balorda di piazzare sui treni mezz'ore di ritardo come fossero noccioline ad ogni fiocco di neve che caratterizza la provincia di Firenze? D'altra parte per me Giovedì è un giorno molto pregiato perché ho tre ore con la Terza, e già so che mi scipperanno il prossimo Lunedì e Martedì con il ponte elettorale...
Il consulto in Sala Insegnanti è animato. Per chi abita a St. Mary Mead naturalmente non ci sono grandi problemi: basterà alzarsi e guardare fuori dalla finestra. Ma gli altri, tutti gli altri? In parecchi veniamo da fuori. 
Infine il Comune decide di sollevarci dall'imbarazzo proclamando la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado per il giorno seguente. Gran tripudio tra le scolaresche, ma anche il corpo docenti è piuttosto sollevato e si ripromette di godersi serenamente lo spettacolo dei giardini e dei tetti innevati guardando dalla finestra con la tradizionale tazza di cioccolata calda in mano invece di arrancare per le provinciali o vagare per le stazioni ferroviarie.
Torno a casa di umore assai festoso, ma anche infreddolita a morte perché nel corso delle ore la temperatura è ulteriormente scesa. Di nuovo sotto le coperte, con la tazza di tisana calda. Il sospetto alla gola ritorna, la febbre pure. Altra notte inquieta nonostante la tachipirina, e il giorno dopo lo passo in uno stato di rincretinimento notevole perfino per i miei standard. 
La neve arriva, la prima neve da quando abito in casa nuova. Molto suggestiva, sui giardinetti e sul prato e sui tetti, molto romantica, ma io la degno a malapena di uno sguardo. Come promesso, nevica generosamente tutta la mattina e i marmocchi del condominio si divertono alla follia; in compenso continua a nevicare con sentimento anche per buona parte del pomeriggio. Quando infine la neve si trasforma in pioggia siamo ancora molto vicini allo zero e la prospettiva di una bella ghiacciata incombe minacciosa.
Per il giorno dopo comunque ci hanno promesso dodici gradi.

La mattina dopo dei dodici gradi non c'è traccia, probabilmente siamo ancora sotto lo zero. Comunque non c'è ghiaccio, almeno sulle strade, e ci si muove senza troppi problemi. Non sono affatto convinta di stare bene ma ho il mio preziosissimo compito di storia sulla prima guerra mondiale e la rivoluzione russa da fare e la febbre sembra essersene andata. Inoltre il ponte elettorale dovrebbe infine aver ragione della mia stanchezza cronica e condurmi spedita verso un mondo migliore, dove una folta schiera di parlamentari di PiùEuropa ingentilirà con la sua savia presenza un parlamento che si prospetta come piuttosto rozzo.
La pioggia imperversa per tutta la mattinata, il mio stomaco decisamente di malumore si rifiuta di accogliere cibo, la febbre è tornata e sembro la morte in vacanza. Ottengo comunque il mio pacco di compiti e strappo perfino qualche interrogazione più che decorosa nella Terza Cignala.
Strisciando verso casa comunque ammetto perfino con me stessa che andare a scuola è stata una pessima idea e mi propongo fermamente, per Lunedì Mattina, di andare dalla dottoressa e insistere vivacemente perché trovi un modo per riportarmi ad uno stato di salute compatibile con una vita un po' più emozionante di quella di un fungo. La pioggia intanto mi ruscella gelidamente addosso.
Piuttosto sfavata, dopo una lunga seduta con un asciugacapelli mi infilo a letto e scivolo in un inquieto dormiveglia mentre ascolto la rassegna stampa. Combino poco per tutto il pomeriggio, ma sono troppo sfavata per preoccuparmene.

Il giorno dopo però la temperatura si alza davvero e la vita cambia prospettiva, nonostante la vaga sensazione di avere un po' di umori bloccati in gola.Tosse poca, in compenso un raffreddore fluviale mette a dura prova la mia pur consistente scorta di fazzoletti rigorosamente di stoffa. Decido di fregarmene dei compiti di storia e di dedicarmi al romanzo di Trollope che in questi giorni mi tiene meravigliosamente avvinta. Ci sono anche diverse faccende di casa che chiederebbero un certo disbrigo, ma le ignoro risolutamente.
Domenica il raffreddore sembra piuttosto placato, la gola non dà problemi (a parte quella strana sensazione di qualcosa che si è fermato dentro e non riesce a uscire) ma mi sento piuttosto giù di corda - e insomma finisco per ritrovarmi al seggio nell'ora di punta invece che la mattina presto come mi ero ripromessa. Un po' di coda, niente di che, però fa caldo - probabilmente ho messo un golf di troppo perché non ho tenuto conto che la temperatura si è alzata davvero... fa caldo, tanto caldo... e tutto diventa sempre più grigio...
Sto svenendo ma so che potrei anche riuscire a non farlo, perché mi è già successo una volta quarant'anni fa e anche allora riuscii ad evitarlo mettendomi lentamente a sedere per terra.  Fortunatamente si vota nelle scuole, dove una sedia non manca mai. Riesco a procurarmene una e ad accasciarmici sopra con scarsa grazia. Ormai è quasi il mio turno, non sarebbe bene aspettare almeno di aver votato prima di svenire? 
E' una strana sensazione, stare seduti ad aspettare il turno per entrare nella stanza del seggio e non sapere se si riuscirà ad alzarsi, o a fare quei due passi fino alla soglia della stanza. Ma, a sorpresa, una volta entrata nella stanza va subito molto meglio e stare in piedi non è un gran problema. Anche la scheda sembra piuttosto visibile, nonostante qualche zona grigia. Faccio quel che devo fare, riprendo i documenti, ringrazio con un sorriso cadaverico e guadagno l'uscita senza troppi problemi. A casa però mi sento come se fossi passata sotto uno schiacciasassi.
La mattina dopo, in discreta forma, approdo dalla dottoressa. Accenno di sfuggita al mio quasi svenimento, poi attacco a parlare del mio precario stato di salute. Non è che mi fili più di tanto.
"Si faccia sentire" ordina. I polmoni sono senz'altro la cosa che conosce meglio di me, a parte la gola.
"C'è qualcosa in basso" stabilisce "Non è stato un capogiro, lei non respirava".
Oh? In effetti è vero, il corridoio era pieno.
Antibiotico, cortisone, una lastra ai polmoni... "Stia in riposo per una settimana".
"Veramente oggi sto piuttosto bene, penso che potrei andare a sc...."
"Guardi che come le è venuta al seggio le può venire anche in classe".
Decido di rassegnarmi.

Comunque stavolta non è stata questione né di eroismo né di stupidità. 
E' stata pura e semplice sfiga - che, com'è noto, ci vede benissimo.

lunedì 6 febbraio 2012

Facebook nei giorni della neve

Dice "Ma i giapponesi gestiscono le nevicate meglio di noi". Bella forza, i giapponesi dispongono di ben altri mezzi: quale nevicata ce la può fare contro Gundam?

Sua Maestà la Neve era attesa da tempo, a St. Mary Mead, e il suo arrivo era stato annunciato con largo anticipo per Martedì pomeriggio e per Mercoledì, con eventuali code Giovedì.
A me la cosa aggradiva assai, perché Mercoledì è il mio giorno libero e quindi pregustavo un sereno pomeriggio in casa accanto al finestrone a ricamare a punto croce ammirando il paesaggio innevato (casa mia offre invero scorci panoramici assai suggestivi).
Martedì mattina i ragazzi erano fiduciosi e scalpitanti e guardavano ammaliati le finestre: nevica, non nevica?
Con grande bontà d'animo, Sua Maestà la Neve ha lasciato intatte le mie quattro ore e ha cominciato a dar segni di vita solo durante l'unica ora di inglese, rendendola piuttosto travagliata. I pochi fiocchi però non avevano attaccato ed erano poi svaniti nel nulla, con grande delusione di tutti e un certo sollievo della professoressa di inglese, che aveva potuto alfine fare un po' di lezione.
In Sala Professori, dove ero rimasta a decidere voti e contare assenze in vista degli scrutini, molti drammatizzavano voluttuosamente prevedendo immani nevicate seguite da epiche ghiacciate - o meglio, più che drammatizzare interpretavano alla lettera le previsioni del tempo. Tutti tranne me cercavano di indovinare se la scuola avrebbe chiuso o no (a St. Mary Mead, al contrario di Hogsmeade, c'è la sana tendenza a chiudere un po' prima di ritrovarsi cpn i pinguini in classe).
Finiti gli ultimi fiocchetti ai registri ho raggiunto la stazione con la prof. De Angelis e insieme abbiamo preso il treno, in una totale assenza di fiocchi di neve. A Lungacque di neve se ne vedeva ancor meno, se possibile. Mi sono rifornita di pane fresco, mi sono tappata in casa e ho alzato il ponte levatoio, in fidente attesa,.
Ma la neve non arrivava. Se ne avevano notizie in un sacco di paeselli vicini e meno vicini, ma a Lungacque nulla, e anche a St. Mary Mead latitava, a giudicare dai messaggi delusi che i miei allievi si scambiavano su Facebook.
Piuttosto delusa anch'io ho rinunciato al ricamo, non avendo nessunissima neve da contemplare, e mi sono dedicata a una banale seduta di correzione e stiratura. In serata, libro sulla corazzata Potemkin.

Al risveglio trovo che durante la notte qualcosa è arrivato: un tre centimetri scarsi, già parzialmente sciolti dal traffico e dai pedoni. Caffé in mano, entro su Facebook e ci trovo mezza classe. 
Entro in chat con Fulvia, che mi informa che la scuola è chiusa. Le chiedo se sarà chiusa anche il giorno dopo, ma giustamente non lo sa. In rapida successione cinque diversi alunni mi domandano se il giorno dopo la scuola sarà chiusa. Proclamo la mia assoluta ignoranza, dall'alto del caffé che sto ancora bevendo e mi informo sulla situazione. Cercano di descrivermela con toni apocalittici, ma alla fine risulta che, se le cose rimangono così, il paese è percorribile senza problemi. Al sesto che mi chiede candidamente se la scuola il giorno dopo sarà chiusa rispiego con pazienza che queste cose le decide il Comune, non io - e ho la prudenza di non aggiungere che, se il Comune fossi stata io, il giorno dopo saremmo andati tutti a scuola punto e basta.
Da Hogsmeade intanto arrivano notizie epiche, con tanto di fotografie. Lì la neve c'è sul serio, in gran copia, e sta pure gelando - ma la scuola naturalmente è aperta.
Il cielo si apre, arriva qualche raggio di sole. Di neve non si vede più traccia. In compenso il Comune di St. Mary Mead manda a dire che le scuole saranno chiuse anche il giorno dopo.
Passo la notizia  ai ragazzi, sicura di fare cosa gradita. Poco dopo alcuni di loro mi chiedono se il giorno dopo le scuole saranno chiuse. Per fortuna il computer ti permette di contare fino a dieci prima di rispondere, e così riesco a non urlare "Oh, ma vu' siete grulli, se vi ho appena mandato a dire che il Comune ha deciso di tenere le scuole chiuse!" e rispondo invece col consueto e doveroso garbo.

Infatti il giorno dopo le strade nella zona sono libere e percorribili (mentre a Hogsmeade, in un turbinio di fiocchi di neve, la scuola rimane aperta) e volendo a St. Mary Mead ci si potrebbe andare anche in bicicletta.

Venerdì, in una quasi totale assenza di neve (qualche traccia permane in qualche punto all'ombra, nei prati e nei giardini) faccio la consueta trafila e prendo un treno di assoluta puntualità, arrivando a una St. Mary Mead del tutto spoglia di neve. Fa freddo, questo sì, e la scuola, dopo essere stata chiusa per due giorni, è una vera ghiacciaia.
In serata, senza traccia di neve ma col cielo un po' coperto, l'ineffabile Comune di St. Mary Mead manda a dire che, in presenza di una cospicua nevicata, le scuole il giorno dopo saranno chiuse. Da dove possa venire la cospicua nevicata non è dato sapere, ma il tamtam di Facebook riporta speranzoso l'allettante comunicato. Io mi chiudo in un dignitoso silenzio telematico, ma preparo il vestito per il giorno dopo e lucido gli stivaletti (quelli senza para di gomma, gli stessi che ho messo quella mattina: la para di gomma non serve).
Qualche effetto comunque le tragiche previsioni della Protezione Civile l'hanno avuto, perché in classe Sabato mattina mi aspetta esattamente la metà degli alunni.
Ci stringiamo nella gelida aula e facciamo lezione, sfidando coraggiosamente la morte bianca.
A Hogsmeade intanto continuano a fare a palle di neve.

lunedì 20 dicembre 2010

Ad Hogsmeade c'era la neve (ma, per mia fortuna, il fumo non saliva lento)

La mia canzone preferita sulla neve è Snow, degli Red Hot Chili Pepper.
Qui una versione con il testo, che mi piace molto anche se non ci ho mai capito nulla

La neve, in inverno, non dovrebbe essere un fenomeno tanto insolito. Quando però vivi in una zona particolarmente pianeggiante della piana fiorentina, la neve finisci per vederla soprattutto in cartolina e in rete, quando accumuli sotto Natale mucchi di zuccherosissime immagini di case innevate, pendii innevati, boschi coperti di neve, turbini di fiocchi con bambini festanti...
Poi arriva la neve vera e ti ritrovi a pensare che la neve delle immagini zuccherose ha i suoi bei vantaggi, primo fra tutti quello di non bagnare.

Venerdì era annunciata neve su tutta la Toscana. A seconda delle zone, si sapeva anche quando arrivava.
A Hogsmeade, dalle dieci in poi, il comitato di accoglienza delle giovani generazioni guardava speranzoso dalle finestre.
Le aspirazioni dichiarate dai ragazzi erano modeste e del tutto ragionevoli: qualche corsa sugli slittini, qualche battaglia a palle di neve.
Alle undici è arrivato il sig. Nevischio.
"Tutto qui?" chiedevano i ragazzi delusi.
"Date tempo al tempo" esortavo io bonariamente. Tanto poi loro sarebbero rimasti a fare palle di neve mentre io mi sarei ritirata nella piana di Lungacque, dove qualche spruzzata candida avrebbe allietato un week-end consacrato soprattutto (ma non solo) alla Correzione dei Compiti.
All'una, quando sono scesa verso la piana, il nevischio stava attaccando con vigore.
Ammirando lo splendido paesaggio nevoso dal caldo del mio bello scompartimento ho pensato che nel pomeriggio avrei potuto fare un viaggetto supplementare in ferrovia, per gustarmi meglio quella gigantesca cartolina di Natale.
Tanto, si sa, con la neve i treni viaggiano.

Nella piana, a Lungacque, mi aspettava la tormenta.
Abbandono nel parcheggio della stazione il mio mezzo di trasporto, accantono ogni progetto pomeridiano di neve-tour perché fa un freddo allucinante e faticosamente zampetto verso casa. Poco più di un chilometro, niente di che; ma il freddo ha già ghiacciato tutto, la neve nevica all'impazzata, le auto viaggiano e sbandano a passo d'uomo e io per una volta tradisco la mia amata Coop e rinuncio anche alla megabusta di salmone in offerta speciale per soci per limitarmi a prendere un po' di pane in una bottega della concorrenza straniera. La Coop sono io, ma io ho fame e freddo e il pan mi manca mentre sono provvista di tutto il resto, e se non ho salmone pazienza, vorrà dire che mangeremo del caviale.
Mi tappo in casa in piena cartolina di Natale. La caldaia lavora a pieno ritmo ma la casa non è calda.
Le auto scompaiono, coperte da un fitto manto di neve.
Tanto durerà poco, domani piove e si alza la temperatura.
Dal computer arrivano notizie raggelanti - e i treni, ci dicono, sono completamente bloccati.
Come bloccati, mi dico, d'accordo che fa freddo, ma non certo da fermare i treni!
Comunque fuori nevica furiosamente. Nevica, nevica e nevica.
I miei più cari affetti rientrano a casa e lamentano scene e avventure allucinanti.
E fuori nevica, nevica e nevica.
Preparo una cena a menù invernale, mi dispiaccio di non avere ancora comprato nemmeno un dolce di Natale e correggo.
Fuori nevica, nevica e nevica.
Veramente avevo pensato di fare un salto a Firenze per un paio di acquisti...
Tutti mi assicurano che è molto meglio che Firenze mi limiti a pensarla stando al relativo calduccio a correggere.
Così correggo, mentre fuori nevica, nevica e nevica. Smette solo durante la notte.
Ma tanto domani piove e si alza la temperatura.

Passano due giorni e non rialza un accidente. Nella notte di domenica comincia a pioviscolare.
Provo a controllare se ad Hogsmeade le scuole saranno chiuse.
No, ad Hogsmeade le scuole sono aperte. Tanto in nottata piove e si rialza la temperatura.
Continua a pioviscolare.
Nessuno ha sparso il sale.
La strada si copre si una densa poltiglia... ghiacciata.
Le catene sferragliano gioiosamente.

Stamani, alle prime luci dell'alba, mi intabarro con i vestiti più caldi che ho (gli stessi che indosso da qualche giorno perché nella scuola di Hogsmeade il riscaldamento funziona se e quando gli pare, in questi giorni ha fatto troppo freddo perché gli paresse e nemmeno ventisette stufe umane nel pieno radiare della giovinezza bastano a scaldare la gelida aula - e infatti ho una tosse che non mi piace nemmeno un po').
Poi mi avventuro cautamente all'aperto, zampettando precariamente sulla poltiglia gelata, fino a raggiungere fortunosamente la fermata della corriera che passa quasi davanti a casa.
Viaggiare in corriera mi dà noia, ma quando c'è neve i treni per Hogsmeade riescono ad accumulare ritardi assurdi e comunque la stazione è quasi irraggiungibile a piedi: tutto è coperto da una bella poltiglia ghiacciata e nessuno ha sparso il sale.
Anche la corriera comunque ritarda. L'anno scorso, con le nevicate sotto Natale, fu puntuale; ma l'anno scorso avevano sparso il sale. Quest'anno l'autista avanza con cautela e non sarò io a insistere perché acceleri. Se non se la sente di andare veloce, mi dico, avrà ben i suoi motivi.
Arrivo a Hogsmeade con cinque minuti di ritardo sula campana di ingresso. Arranco faticosamente fino al cancello della scuola e poi scendo cautamente verso la scuola (due tratti di cinquanta e trenta metri, rispettivamente). Scuoto la poltiglia dagli stivali e cerco di riattivare la circolazione nelle mani.

Entro in ghiacciaia, voglio dire in classe, alle otto e quindici.
Manca il gruppo che viene da fuori dal paese: i pulmini stamani non passano.
Come mi sembra di aver già scritto, nessuno ha sparso il sale.
"Avete fatto le corse sugli slittini e le battaglie a palle di neve?" mi informo.
Mi assicurano che si sono dati il loro da fare.