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martedì 12 novembre 2019
Il complotto demoplutogiudaicomassonico ai danni di Tolkien (post ad alto contenuto cultural-filologico)
Abstract: è uscita la prima parte della nuova traduzione del Signore degli Anelli. Do anch'io il mio parere senza averla letta, come fanno tanti. E anch'io come tanti cito Cannarsi, ma solo di striscio.
Cominciamo dalle basi: la prima parte de il Signore degli Anelli è stato tradotto nel 1967 per lo sconosciutissimo (da me) editore Astrolabio senza gran successo commerciale dalla giovanissima Vicky Alliata di Villafranca. Poco dopo, credo nel 1971, uscì una traduzione completa, sempre di Alliata ma rivista da Quirino Principe e pubblicata da Rusconi. Nel 1973 Adelphi pubblicò la traduzione dello Hobbit ad opera di Elena Jeronimidimis Conte. In seguito la traduzione del Signore degli Anelli subì alcuni ritocchi (per esempio gli Gnomi tornarono Elfi, con mio grande sollievo).
Nel 1978 arrivò in Italia la versione a cartoni animati del film tratto dal Signore degli Anelli (più esattamente dalla prima parte, poi finirono i soldi), a partire dal 2002 ci furono i film di Peter Jackson, in seguito Bompiani rilevò i diritti editoriali e pubblicò una versione ritoccata della traduzione Alliata-Principe correggendo alcuni errori, dal 2012 arrivarono i film di Peter Jackson tratti da Lo Hobbit e Adelphi rivide un po' la traduzione. Nel doppiaggio dei film furono adottati nel complesso i nomi delle traduzioni italiane, con qualche ritocco (per esempio i troll de lo Hobbit dopo essere stati sia Uomini Neri che Vagabondi tornarono appunto troll) oppure fu scelta la versione Alliata-Principe che non era sempre uguale a quella di Jeronimidimis (per esempio Gran Burrone invece che Forraspaccata, Pungolo invece di Pungiglione).
A questo punto, e siamo ormai ai giorni nostri, Bompiani decide di fare una nuova traduzione de Il Signore degli Anelli.
E fu grande festa nell'universo tolkieniano dove da tempo si diceva che la traduzione Alliata-Principe non era cosa, traboccava di errori, praticamente un cimitero di croci più che una traduzione.
Poi la traduzione, ad opera di Ottavio Fatica, ha cominciato a uscire - per adesso è arrivata solo la prima parte, ovvero La Compagnia dell'Anello, e il fandom tolkieniano è letteralmente impazzito. No, non di gioia. Improvvisamente quasi tutti hanno cominciato a dire un gran bene della versione Alliata-Principe, descrivendola come un vero capolavoro a parte alcuni trascurabili errorucci di cui nemmeno metteva conto parlare. In compenso la nuova traduzione è un vero cesso - più esattamente una serie di water chimici sotto usura di quelli che si trovano a qualsiasi grande fiera - l'orrore fatto traduzione, l'abominio degli abomini. Addirittura, sembrava essere stata fatta dal mitico Gualtiero Cannarsi, una sorta di creatura mitologica la cui fama al momento è legata soprattutto ad alcuni adattamenti di anime che si sono distinti per una impronta piuttosto personale, tanto che gli è stato dedicato un gruppo su Facebook*. Insomma, una traduzione così brutta, ma così brutta che non si era ancora mai vista.
All'inizio ho seguito la discussione con blando disinteresse: bella o brutta che sia, la versione Alliata-Principe mi tiene compagnia da quasi mezzo secolo con una buona ventina di riletture e il suono che ho nelle orecchie ormai è quello.
Tuttavia poche settimane di ardenti polemiche sono bastate per ammorbidire le mie posizioni, tanto da farmi decidere che, non appena la traduzione sarà stata pubblicata per intero e acquistata da una delle biblioteche del mio circuito le dedicherò una lettura completa e accurata.
Nell'attesa continuo a seguire i thread con il tradizionale sacchetto di pop corn in mano, il quale sacchetto è ormai diventato una gigantesca balla, di quelle che si usano per trasportare grandi quantità di patate, e a forza di seguirli mi è venuta voglia di dare anch'io il mio augustissimo parere; cosa importa se della traduzione conosco solo qualche frasetta sparsa e qualche diatriba sui nomi? Un parere gratuito non si nega a nessuno e anche se non ho letto la traduzione io so. E dunque è giusto che parli, o meglio che scriva.
Fine della premessa.
Due sono i temi a cui ho deciso di dedicare questo lungo post (so già che sarà molto lungo, anche se ancora non l'ho scritto, allo stesso modo con cui so come criticare una traduzione che non ho ancora letto): il primo è il complotto demoplutogiudaicomassonico dal quale questa traduzione è generata, allo scopo di reclutare politicamente Tolkien, e l'altro sono naturalmente i nomi, argomento principale della maggior parte delle diatribe.
Partiamo dal Perfido Complotto: una bieca macchinazione al cui confronto il leggendario piano Kalergi per sterminare la razza europea è una ragazzata e nulla più; perché la nuova traduzione si dice che sia stata fatta per spostare a sinistra Tolkien e sdoganare il suo romanzo in direzione LGBT. Dietro a questa traduzione ci sarebbe la sinistrissima mano del collettivo Wu Ming che, oltre a varie altre tematiche, si interessa effettivamente da tempo anche di questioni tolkieniane e dei curiosi rapporti che la politica italiana ha avuto con Tolkien sin dai tempi in cui il Signore degli Anelli fu tradotto in italiano la prima volta. Qui potrei infilare una giungla di link sulla questione, ma mi rifiuto. Una stringa di ricerca del tipo "Signore degli anelli nuova traduzione" oppure "Tolkien e Wu Ming" fornirà facilmente a chiunque passi di qui e non sia ancora scappato urlando "Mai più e mai poi!" materiale più che sufficiente a riempire un fine settimana passato forzatamente in casa per colpa di un raffreddore. Mi limito a segnalare un articolo di due anni fa, appunto di Wu Ming 4, dove viene effettivamente ammessa senza mezzi termini la ferma intenzione di disincrostare dal santo nome di Tolkien le interpretazioni della destra più estrema (ma senza alcun riferimento alle tematiche LGBT, di cui onestamente si fatica assai a trovare traccia in un testo dove nessuno fa sesso e gran parte dei personaggi non mostra di pensarci nemmen di striscio) - proponimento tutto sommato legittimo quanto qualsiasi altro del genere - e una sintesi sulla complessa nascita della traduzione e i misteriosi ma intricati rapporti tra Tolkien e politica italiana fatto da Cardini, che è persona sensata e soprattutto informata dei fatti perché c'era, oltre ad essere un buon medievista assai esperto di guerre sante.
Personalmente non sono molto interessata alla questione se non, moderatamente, sul piano storico. Le reali opinioni politiche di Tolkien contano fino a un certo punto: ha pubblicato il Signore degli Anelli e così facendo lo ha messo a disposizione di tutti, e ognuno può trovarci quel che meglio crede. "La letteratura è un fiume, e il lettore ci pesca la sua cena" diceva un personaggio di Erica Jong, e io la penso nello stesso modo. D'altra parte siamo in un periodo in cui va assai di moda indinniarsi moltissimo su qualunque cosa, soprattutto per partito preso e senza curarsi troppo di sapere su cosa effettivamente ci si stia indinniando. La cosa mi irrita alquanto, ma indinniarmi perché gli altri si indinniano mi sembra sport troppo faticoso e troppo poco fruttifero perché ai miei occhi valga la pena di praticarlo, e d'altra parte è forse meglio che chi sente l'inderogabile necessità di indinniarsi almeno tre volte al giorno lo faccia a spese di un presunto complotto tolkieniano piuttosto che screditando i vaccini o il parto assistito - dopo tutto Tolkien dispone di uno zoccolo di ammiratori abbastanza duro da permettergli di superare anche questa tempesta, credo.
Detto questo, ammetto senza riserve che ai miei occhi si tratta di "una quantità di chiacchiere degne degli orchetti", per citare il saggio Sam, e non nego che leggere le grida straziate di chi lamenta che la nuova traduzione sia il mezzo per sfregiare una cosa troppo bella, anzi bella al punto di causare solo rabbia e invidia negli indegni che non sono in grado di capirla nella sua purezza e suprema bellezza e piange perché d'ora in poi, più se ne parlerà e più il mondo di Tolkien perderà quell'aura di sacralità che a ragione lo contraddistingueva, lungi dal ricavarne nuova dignità con chi aveva preteso di dargliene** mi fa un po' male al cuore - non già per la perdita di sacralità cui il mondo di Tolkien rischia di andare incontro, ma per l'evidente (ai miei occhi) perdita del raziocinio in chi parla del mondo di Tolkien con accenti che a malapena Bernard de Clairvaux avrebbe riservato al culto della Madonna.
In questi casi non viene criticata dunque la nuova traduzione (non sia mai che ti toccasse addirittura leggerla, o almeno dargli una scorsa) ma il fatto stesso che essa esiste e i biechi scopi con cui Big Pharma e le lobby ghei ce l'hanno inflitta, sperando di dannare le nostre anime a colpi di Forestali.
Grande scontento han suscitato anche le traduzioni delle poesie, e sono polemiche in cui ho molta difficoltà a prendere posizione. Personalmente ritengo le poesie di Tolkien quasi intraducibili, o comunque la versione Alliata-Quirino non mi è mai piaciuta e quella Jeronimidimis mi ha sempre fatto accapponare la pelle. In effetti ho comprato lo Hobbit e il Signore degli Anelli in inglese soprattutto per vedere com'erano le poesie in lingua originale e mi son piaciute molto di più che leggendole in italiano, tanto che parecchie me le sono pure mandate a memoria. Quel po' che ne ho visto nella nuova traduzione onestamente non mi è piaciuto, ma in effetti è roba che mi piace solo in inglese e quindi per conto mio tendo ad assolvere chiunque provi a fare una buona traduzione delle suddette poesie e non cavi un ragno dal buco perché mi sembra molto difficile che qualcuno possa riuscirci.
Ma veniamo al grave problema dei nomi, dove di posizioni sempre ne ho prese e sempre ne prenderò. Sui nomi discutono, con assoluta parità di astio, fan di destra, di sinistra, di centro e pure quelli che votano solo occasionalmente o non votano affatto non entusiasmandosi per alcuna formazione politica, oltre a etero e gay, sovranisti e europeisti, bianchi e neri, carnivori e vegani, giovani e anziani, cattolici e agnostici; e quasi tutti deprecano assai. E depreco anch'io, naturalmente. E perché mai non dovrei deprecare? Ma mi rendo conto che la questione è davvero complessa.
Prima di tutto: detti nomi tengono compagnia all'immaginario italico ormai da decenni, e quindi sarebbe stato forse il caso di lasciarli proprio stare secondo come si erano variamente stratificati. Col tempo si è sedimentata nell'immaginario collettivo una bizzarra miscellanea di nomi italiani, nomi stranieri e adattamenti vari. Il cuore ha le sue ragioni, e sono ragioni che della fonetica e della linguistica se ne sbattono alla stragrande. Vale la pena cercare di intervenire rischiando di spezzare il cuore a tanta brava gente? Personalmente penso di no. Trent'anni fa, forse, avrebbe potuto scivolar via senza troppi danni. Ma ormai...
Ad ogni modo, se decidi di prendere in mano la situazione e riponderare i nomi uno per uno, il disastro è garantito: perché ogni nome deve tenere conto di infiniti fattori ed è impossibile usare un criterio omogeneo dato che ogni caso è diverso e in più c'è l'affetto per la tradizione che fa velo e induce a prediligere cose francamente indigeribili rifiutando magari di accettare eventuali miglioramenti. Sul momento comunque l'effetto è atroce e tutti si lamentano e ululano come tante banshee. In cuor mio, devo dire, davanti a certe scelte ululo un po' anch'io.
Prendiamo i Forestali, oggetto di disapprovazione quasi universale (e che personalmente mi piacciono, ma a quel che sembra sono un caso unico).
L'originale è Rangers. Tradurlo con Raminghi mi è sempre parso una sciocchezza: già quando venne scelta questa traduzione, negli anni 60, era parola decisamente aulica, da libretto d'opera, per intendersi. "Ramingo ed esule, in suol straniero", roba di questo tipo; d'altra parte l'originale Ranger all'epoca evocava irresistibilmente l'ombra dell'orso Yoghi; adesso dopo non so quanti anni di Texas Ranger è ancor meno proponibile. Ottavio Fatica l'ha tradotto con "Forestali" riscuotendo una disapprovazione davvero universale, anche se a me non dispiace: mi evoca l'immagine di persone serie e ben formate professionalmente, che proteggono l'ambiente loro affidato avendo cura di intervenire il meno possibile e addirittura di non farsi notare. Ma tutti erano abituati ai Raminghi e tutti ululano alla luna come tanti coyote. Che dire? Magari hanno torto, ma ormai è fatta. Anche se la tua mamma si chiamava Ruodperta era la tua mamma, e non si tocca, inutile dire che chiamarla Roberta suona meglio in italiano.
Ancor più se ti metti in testa di dar retta alle istruzioni dell'autore - che magari aveva le sue buone ragioni, o faceva finta di averle quando dava certi suggerimenti a eventuali traduttori, ma era anche piuttosto biforcuto e prendeva in giro i lettori alla grande.
Nelle appendici per esempio il nostro caro professore universitario J. R. R. Tolkien, filologo nonché buontempone, finge che il romanzo sia stato tradotto da una lingua ormai scomparsa parlata un tempo nella Terra di Mezzo, dove a sua volta alcuni dei nomi erano stati tradotti dalle più varie lingue. Uno dei risultati di tutto questo gran tradurre e ritradurre nomi è... Brandywine, tradotto assai sennatamente in maniera assai letterale da Alliata-Principe in "Brandivino" - una roba assai alcolica e inebriante, insomma. Ebbene, non si tratta né di brandy né di vino bensì di Baranduin, che vorrebbe dire acqua di confine MA gli hobbit amavano chiamarlo"Braldahim" ovvero "birra inebriante" perché tal fiume aveva le acque di un bel colore bruno-dorato, proprio come la birra.
Ma tu guarda che coincidenza, non è brandy né vino, ma una bella birra un po' scura.
Tolkien quindi non intendeva assolutamente tirare in ballo né il vino né il brandy, giusto?
Ma no, certo. Perché mai pensare a una cosa così terraterra come il colore del brandy?
Il nome del Brandivino significa "acqua di confine", brandy, birra e sidro non c'entrano assolutamente nulla. E del resto tutti sappiamo che Tolkien era astemio e che gli Inklings quando si ritrovavano bevevano esclusivamente camomilla e tisane di equiseto.
Qualcosa del genere deve essere successo con Samwise, che la prima traduzione traslittera con un semplice e innocuo "Samvise". Di fatto, per quasi tutto il tempo Samwise è semplicemente Sam, un comunissimo Sam. Poi Tolkien ci spiega che in antico sassone e in antico inglese Samwise vuol dire più o meno "sempliciotto". Ma Tolkien sapeva benissimo che il lettore medio, anche quello abbastanza acculturato verso cui puntava, di antico inglese e di antico sassone di solito non sa molto mentre conosce benissimo la parola wise, che vuol dire "saggio" (nel senso di "savio" e non di "trattato, dissertazione"). Abbiamo così un nome a triplo fondo: il personaggio apparentemente sempliciotto e un po' sprovveduto, che si rivelerà molto saggio e che al momento giusto prenderà decisioni assai accorte anche se passerà le milleduecento pagine del romanzo a darsi continuamente di scemo e a guardare con occhi tondi tutti quei grandi saggi che incrocia continuamente e che senza di lui sarebbero andati tutti a ramengo, Ramingo compreso. Tradurlo Samplicio ci può stare, come non tradurlo affatto e affidarsi a quell'infarinatura di inglese che tutti noi abbiamo grazie alla scuola pubblica e che ci permetterebbe comunque di fare il passaggio "wise = saggio". Di fatto, salvo pochissime volte, Sam rimane Sam. E perché proprio Sam?
Omaggio letterario: a Charles Dickens, per la precisione, e ai suoi Documenti postumi del Circolo Pickwick dove il giovane Sam Weller, di umile condizione, uso a citare sempre suo padre che a sua volta si esprime per detti e modi di dire, servo fedele e devoto, si dimostra abilissimo nello spaniare il suo amato padrone Pickwick dai più vari impicci e a fine romanzo si sposerà con la cameriera Mary con cui ha flirtato per numerose pagine.
Ma c'è anche un altro omaggio dickensiano: Pipino (che nella nuova traduzione mantiene il nome Pippin) che a un certo punto ci racconta che "gli amici a volte lo chiamano Pip". In realtà nel corso del romanzo, dove con i suoi amici passa parecchio tempo, nessuno fa niente del genere. Ma Pip, guarda caso, è il nome del protagonista di "Grandi speranze": giovane, ingenuo, con una buona educazione alle spalle. Batte qualche cornata ma alla fine, come tutti i protagonisti dickensiani, se la cava abbastanza bene. Ma tu guarda che coincidenza.
Sui nomi del quartetto hobbit c'è poi un altro giochetto, che mi è sempre piaciuto molto: il servo ha un nome abbastanza comune, mentre i tre hobbit possidenti hanno tutti e tre nomi regali, ma di diversa origine. Fino a Pippin, giustamente lasciato com'era in inglese nella nuova traduzione (ma altrettanto giustamente tradotto con "Pipino" nella prima traduzione) ci arriviamo tutti: nella stirpe di Carlo Magno ce ne sono ben due, entrambi molto abili a destreggiarsi in politica come nel campo di battaglia - mentre lo hobbit Pippin a destreggiarsi in politica non ci prova neppure né gli interessa. Ma in realtà anche Pippin è un soprannome, perché il vero nome è Peregrin - nome abbastanza raro ma che si trova senza troppa difficoltà nei romanzi inglesi con protagonisti aristocratici, o almeno io ne ho incrociati almeno due. Volendo proprio tradurlo comunque non sarebbe "Peregrino", come avevano messo nella Alliata-Quirino, bensì "Pellegrino" (sì, proprio come il santo e la magnesia bisurata). Giusto per completare il quadro suo padre si chiama Paladin, nientemeno (che sì, si traduce "paladino", pari pari, con tutte le sue implicazioni ciclocarolineggianti).
Meriadoc (Merry per gli amici) è invece un antico e semileggendario re di Bretagna - la Bretagna francese, quella di Asterix e di Lancillotto. La voce di Wikipedia che ne parla mi forza ad ammettere una volta di più la mia immensa ignoranza sulle fonti dell'alto medioevo inglese, però i due testi che ne parlano di più li ho almeno sentite nominare: Gilda era un monaco inglese che scriveva in un bellissimo latino che nessuno mi ha mai fatto la gentilezza di tradurre in italiano**, mentre del gallese Sogno di Macsen conosco almeno la trama grazie ai romanzi di Mary Stewart su Merlino.
Frodo infine richiama apertamente Frotho, semileggendario re di Danimarca le cui gesta sono narrate da Saxo Grammatico*** e che in gioventù uccise un drago per recuperare un tesoro che detto drago gli aveva rubato, guarda un po' la combinazione.
Dunque abbiamo un personaggio che fa riferimento all'epica carolingia, uno che richiama quella arturiana o comunque anticoinglese, e un rappresentante dell'epica norrena.
E di nuovo: ma tu guarda la curiosa combinazione.
Dopo questo ignobile sfoggio di cultura nozionistica di terza mano si impone una domanda: di tutto ciò, quanto conosce il lettore medio inglese? E quello italiano?
Immagino che nel primo caso la risposta sia "qualcosina certamente. Almeno l'origine dei nomi". Per quello italiano darei per sicuro che la risposta giusta sia "ben poco, se non rientra nella ristretta categoria di quelli che son diventati medievisti perché hanno letto Tolkien".
Vanno tradotti? Non tradotti? Va ignorata la questione? Lasciamo starte, ché tanto la storia si leggerebbe bene anche se i protagonisti si chiamassero Luca, Claudio, Antonio e Bertoldino? Recuperiamo qualcosa? Come lo rendiamo visibile, questo qualcosa? Tolkien avrebbe voluto che lo recuperassimo, questo qualcosa?
La nuova traduzione (che, ripeto, non ho ancora letto e per un bel pezzo ancora non leggerò) sarà anche sponsorizzata dalla sinistra ma i problemi che Fatica si è trovato davanti non erano né di destra né di sinistra, erano problemi e basta, e anche parecchio rognosi.
Personalmente, non trovo poi così strano che non li abbia risolti tutti nel più soddisfacente dei modi.
*"Gualtiero Cannarsi, cambia lavoro!!!" https://www.facebook.com/groups/132361799200/
** giuro che lo scrivono davvero, e anche di peggio. Controllate pure su una qualsiasi pagina tolkieniana su Facebook, se non ci credete. O su un qualsiasi altro social, perché temo che le cose non migliorino bussando ad altre porte.
*** anche se potrei pur sempre darmi una mossa e leggermelo in inglese o, meglio ancora, in latino visto che il governo ha la gentilezza di pagarmi perché mi aggiorni.
domenica 13 agosto 2017
La forza della bufala scorre potente in questi giovani (ma sapeste negli anziani!) - 2
Ed eccoci quasi riallineati col giusto asse temporale, anzi addirittura un po' in anticipo.
Buona fine del mondo a tutti!
Nel 2014 due piccoli e insignificanti episodi mi lasciarono assai scossa e pensierosa sul senso critico di taluni miei connazionali.
All'epoca avevo già una certa dimestichezza con la spinosa questione delle Bufale in Rete (non andava ancora troppo di moda chiamarle fake news): avevo messo il Disinformatico tra i blog che usavo per l'aggiornamento, seguivo sporadicamente qualche pagina sulle bufale su Facebook e avevo compreso alcune regola essenziale:
- se non c'è data, luogo e fonte è una bufala
- se ci sono scritte del tipo SVEGLIAAAAA!!!!! (rigorosamente con almeno quattro a) o Se sei indignato condividi è una bufala
- se parla di musulmani e di scuola insieme è una bufala
- se parla della Teoria Gender è una bufala
- se i parlamentari si sono appena aumentati lo stipendio in gran segreto non vale nemmeno la pena di finire di leggere la scritta indignata
- poi ci sono quelle che non importa controllare se davvero sono bufale, perché è del tutto evidente anche al più idiota degli idioti che sono chiaramente frutto di malafede, pregiudizio o mente assai turbata (tipo la scuola che organizza corsi di masturbazione per i bambini dell'asilo, per intendersi).
Queste poche, basilari regole che a me sembravano del tutto evidenti non erano però patrimonio comune di ogni persona che fosse riuscita a conseguire almeno la licenza media, in particolar modo per l'ultimo punto, quello dove si fa appello al più elementare buonsenso - e questo lo scoprii appunto grazie agli episodi di cui sopra e che vado adesso a raccontare.
Il primo episodio data all'estate del 2014. In Giugno l'allora presidente del consiglio Renzi fece un viaggio in Vietnam, in Cina e forse anche altrove - insomma, nella zona detta "estremo oriente". Ufficialmente il motivo era, come sempre in questi casi, "rafforzare i legami tra i due paesi" e roba del genere. Non sono una esperta di politica internazionale ma, visto che i legami che abbiamo con Vietnam e Cina sono soprattutto di tipo commerciale, immaginavo che ci fosse di mezzo qualche questione legata al commercio: petrolio, tessuti, cellulari, roba così. Roba in grande stile, comunque, se si muoveva addirittura il presidente del consiglio.
Al comparto alimentare non avevo proprio pensato, anche se visito regolarmente i ristoranti orientali di Firenze e faccio anche modesti ma regolari acquisti di salsa di soia, curry, spaghettini di riso, ramen, wasabi e simili nei negozi specializzati.
"Hai visto perché Renzi è andato in Vietnam?" mi chiese un giorno una collega e cara amica, laureata con una delle più complesse e raffinate lauree che l'Università di Lettere di Firenze possa sfornare e felicemente addottorata in ricerca sempre nella raffinatissima materia di cui sopra.
"Boh? Qualche trattato internazionale, immagino".
"Sì, e non del miglior tipo: importazione di carne di cane!".
Risulta così che il nostro presidente del consiglio si è mosso per andare in Vietnam a trattare la vendita di ben 20.000 tonnellate di carne di cane.
Non ho osato contraddire la mia amica senza prove perché l'informazione le veniva da una persona di cui fa gran conto (e che ritenevo all'epoca completamente inaffidabile per tutto quel che riguarda la politica. Dopo questo episodio invece la ritengo completamente inaffidabile su tutto, senza esclusione alcuna).
Appena arrivata a casa però ho cercato su Google e ho trovato questa foto:
Si tratta dunque di una bufala; comprensibilmente non ha nemmeno avuto una gran diffusione ed è durata pochi giorni.
Ad inquietarmi davvero che venisse ritenuta credibile da una persona laureata e dottorata e che ai miei occhi è sempre parsa assai provvista di discernimento. Insisto sul suo ricco curriculum accademico perché spesso si attribuisce all'ignoranza il seguito che hanno certe bufale francamente al di là del credibile - ma il livello di istruzione della mia amica è molto alto e il tipo di studi che ha fatto l'ha costretta a lavorare con gran pazienza esclusivamente su fonti di prima mano.
Dunque: il presidente del consiglio d'Italia (un paese che non è una grande potenza, ma ha comunque un certo peso economico nell'economia mondiale) va in Vietnam, che non è proprio dietro l'angolo. E tutto questo per curare l'importazione di 20.000 tonnellate di carne di cane.
Domanda n. 1: forse che non abbiamo carne in Italia? Ci mancano gli allevamenti di pecore, mucche, bufali, maiali, cavalli, struzzi, conigli, pollame vario?
Domanda n. 2: abbiamo nel mercato questa furibonda richiesta di carne di cane?
Domanda n. 3: il mercato della carne è in così grande espansione da dovere importare la carne a botte di 20.000 tonnellate? Non si direbbe, a giudicare dall'espansione dei reparti che i supermercati riservano a polpette vegetali e derivati dalla soia.
Domanda n. 4: forse che in Italia mancano i cani? Non possiamo allevarne anche qui?
Domanda n. 5: Quanti cani hanno, in Vietnam, da potercene sacrificare a centinaia di migliaia per mandarceli (perché per arrivare a 20.000 tonnellate devi macellare un numero di cani decisamente ragguardevole).
Il consumo di carne di cane in Italia ha una modestissima tradizione, legata ad alcune particolari aree geografiche e a poche ricette. Da parecchi decenni è scomparso, o almeno limitato a casi davvero sporadici, ed era già vietato per legge durante la seconda guerra mondiale. Per quanto ne so, nell'Unione Europea non è fra gli alimenti consentiti.
Insomma, il presidente del consiglio se ne va all'altro capo del pianeta a comprare 20.000 tonnellate di un alimento il cui uso da noi non è legale né diffusamente richiesto dal pubblico, senza nemmeno aspettare che siano state fatte le procedure per inserire la carne di cane tra gli alimenti consentiti?
Ma soprattutto: da quando in qua il presidente del consiglio si muove per trattare l'importazione di una partita di cibo, quasi che il telefono e la posta aspettino ancora di essere inventati?
Da qualsiasi parte si rigiri, la notizia è talmente balorda che non si capisce nemmeno come sia potuta venire in mente a qualcuno, fosse pure dopo la terza bottiglia.
Quando, con molta cautela, azzardai la possibilità che la storia della carne di cane non fosse molto attendibile (avendo cura di farlo in presenza di un veterinario che aveva lavorato per qualche anno come ispettore al mercato alimentare e che espresse il suo parere in merito senza mezzi termini) la mia amica scosse le spalle borbottando qualcosa di molto vago sul fatto che forse aveva capito male - che è una classica reazione da persona sbufalata e non convinta, ma troppo cortese per piantare una grana in una cena tra amici.
E veniamo al secondo episodio.
In una tranquilla (per me) sera di Ottobre me ne stavo tranquilla a cazzeggiare su Facebook, tra gattini pucciosi, draghi fiammeggianti e tolkiename vario, mentre a Genova imperversava l'alluvione; ed ecco che mi scorre davanti il post di una amica-di-gatti che rilanciava un avviso indignato che notificava come, a Genova, tra tutte le foto dove si vedeva gente che spalava acqua e fango, naturalmente non c'era nemmeno un immigrato. Seguivano una serie di commenti assai indignati sugli immigrati che non facevano mai nulla di utile.
Rimasi perplessa: prima di tutto perché non ero affatto sicura di riconoscere a prima vista un immigrato da un indigeno, salvo che il primo avesse la gentilezza di portarsi dietro un cartello con su scritto "Ebbene sì, sono un immigrato": albanesi, rumeni, polacchi, serbi - ma anche, diciamocelo, parecchi mediorientali, levantini, sudamericani e perfino cinesi e indiani, se sono vestiti come noi, si possono molto facilmente scambiare per italiani, senza contare che oggi ci sono in giro un sacco di ragazzi magari fisicamente piuttosto diversi dall'italiano medio (qualsiasi cosa si intenda per "italiano medio") che sono arrivati con le adozioni internazionali o con la buona vecchia pratica di prendersi un partner straniero e farci dei figli, e che dunque immigrati non sono. D'altronde l'immigrato più famoso dei nostri anni, che attualmente di mestiere fa il vescovo di Roma, non è poi così facilmente distinguibile da un qualsiasi vecchietto nostrano se gli togli l'abito bianco e la papalina.
Ma la mia vera perplessità nasceva dal ragionamento di base: nelle foto non ci sono persone presumibilmente immigrate (=negri) a spalare il fango, ergo nessun immigrato spala il fango. D'accordo che ci vuole il politically correct, ma un fotografo è tenuto a osservare le quote nere quando infila un paio di foto sull'alluvione di Genova? Se per un qualche caso nella ventina di foto che i giornali avevano pubblicato sui genovesi che spalavano il fango e i servizi dei vari TG non c'era un senegalese più nero del carbone, si poteva ragionevolmente dedurre che solo i genovesi purosangue avevano spalato il fango?
Posso dedurre che in Kenya non ci sono gnu se vedo quindici foto di fila del Kenya senza che ci sia uno gnu?
Non mi pare proprio.
Espressi dunque questa mia banale constatazione nei commenti. Seguì una sorta di crocifissione della sottoscritta che non cessò nemmeno quando un paio di genovesi intervennero per dire che da loro gli immigrati spalavano eccome - anche perché, quando ti entra l'acqua in casa, nessuna persona sana di mente sta a discutere sulla sua origine e provenienza, pulisce e basta. Ma niente, furono crocifissi anche i genovesi, perché era ora di finirla con questo schifo di buonismo, punto e basta. E l'amica-di-gatti mi tolse la sua amicizia (che peraltro era stata lei a chiedermi). Non ne feci un dramma, ma nel mio gran candore mi chiesi com'era possibile che i pregiudizi potessero indurre a sì distorti ragionamenti. Andai però a cercarmi qualcosa sugli immigrati di Genova e l'alluvione e scoprii che la realtà era stata piuttosto diversa da quel che raccontavano su quel post.
Trovai anche la sbufalatura ufficiale della questione. In realtà sembra che né le foto né i servizi dei vari TG si fossero mostrati così selettivi nella scelta delle loro immagini, ma ammetto che non ho approfondito la questione.
Da allora sono diventata più vecchia e più saggia e ho compreso che la bufala era stata artisticamente montata per sfruttare in qualche modo contro gli immigrati un evento come l'alluvione di Genova, di cui non si poteva (ancora) dare direttamente la colpa agli immigrati - ma continuando su questa strada, non dubito che tra qualche anno bombe d'acqua, maremoti e scarse precipitazioni verranno imputate direttamente agli immigrati: non a tutti, si capisce, solo a quelli con la pelle piuttosto scura.
Entrambi questi episodi, nella loro insignificanza, mi hanno reso molto più sensibile alla questione delle fake news, come usa chiamarle oggi (bufale pare ormai troppo domestico e giocoso).
Questo può forse contribuire a spiegare la reazione piuttosto rigida che ho avuto verso un commentatore del blog che provò qualche mese fa a rifilarmi la notizia che J.K. Rowling è una adepta di Satana - e che qualche tempo prima, su un blog dedicato ai film dello Hobbit, una volta che Harry Potter era stato tirato in ballo senza un perché spiegò con grande nonchalance che una persona affidabilissima gli aveva spiegato che J.K. Rowling era non satanista (che è pur sempre tecnicamente possibile, anche se piuttosto improbabile) ma... una strega, e delle più potenti. E rimase ben inchiodato su questa idea per quanto gli venisse fatto osservare che in quel modo ammetteva implicitamente l'esistenza delle streghe, cosa che da parecchio tempo anche la Chiesa si guardava bene dal fare.
In conclusione: chi inventa le fake news lo fa talvolta per mestiere e talvolta per propaganda, ma non vanno sottovalutati quelli che ancora lo fanno per passione... e soprattutto i molti che sono disponibili a credere possibili certe notizie al di là di ogni logica se solo da qualche parte una corda segreta del loro cuore li induce a ritenerle possibili. Un po' di diffidenza verso la classe politica è comprensibile, la paura dell'Uomo Nero dorme un sonno inquieto nel profondo di molti di noi per risvegliarsi al minimo pretesto, sappiamo che la scienza ha compiuto più di un esperimento azzardato, vediamo bene che la nostra vita è piena di insidie, qualche volta è anche rilassante pensare che il male che vediamo intorno a noi nasca esclusivamente dalla crudeltà di alcuni poteri forti che perseguono un ben preciso disegno e non dal casuale scontro di molti idioti, del cieco Caso e di un destino crudele.
Tuttavia, prima di pensare male di qualcuno, occorre pur cercare di avere in mano delle prove precise e circostanziate - altrimenti è tutta discesa per arrivare dal processo alle intenzioni alla caccia alle streghe.
venerdì 11 agosto 2017
La forza della bufala scorre potente in questi giovani (ma sapeste negli anziani!) - 1
Sì, il giorno di Star Wars è il 4 Maggio. Ma io sono rimasta un po' indietro. Capita.
Sta di fatto che, arrivata alla tesi, mi ritrovai tra le mani un argomento molto scivoloso dove si andava avanti soprattutto a colpi di interpretazione. Occorreva dunque tenersi ben stretti quei pochi elementi concreti di cui si disponeva, e utilizzarli con gran cura - e ricordo infatti che venni lodata in sede di discussione per non avere tratto conclusioni laddove i dati che avevo a disposizione non me lo consentivano.
Proprio mentre preparavo la tesi un evento insignificante venne a scuotere molta della mia fiducia nel genere umano: scorrendo un testo che esponeva una teoria assai articolata dandola assolutamente per certa ed elencando fieramente le infinite pezze d'appoggio di cui il suo ideatore era convinto di disporre, trovai un riferimento al fatto che il Tal dei Tali, nella biblioteca del suo convento, aveva certamente a disposizione un dato testo, com'era stato ampiamente dimostrato dallo studioso XY.
Io l'articolo di XY l'avevo letto, e anche con una certa attenzione; e mi meravigliai fortemente di non aver minimamente fatto caso a quel particolare tutt'altro che secondario. Così tornai nella biblioteca apposita, ripresi in mano l'articolo, andai al punto segnalato... e scoprii che XY accennava vagamente alla possibilità che forse, magari, il Tal dei Tali avrebbe potuto anche avere in biblioteca quel testo, qualora il testo in questione fosse stato fatto copiare dal monastero ZZ (cosa di cui non risultava l'ombra di una prova ma che in effetti non era nemmeno impossibile).
Rimasi attonita. Guardai meglio. Riguardai.
Ma, niente, era proprio come sembrava: uno studioso si era inventato senza una prova al mondo, semplicemente per aggiungere un altro punto d'appoggio alla sua teoria, la possibile presenza di un manoscritto in una biblioteca dove non ne restava traccia, e un altro studioso sulla base di questa fantasiosa ipotesi aveva deciso che quel manoscritto c'era senz'altro, anzi che la sua presenza in quella biblioteca era stata dimostrata.
Orrore e abominio! Com'era mai possibile tanta cialtroneria e faziosità in due nobili filologi, cioè gente che per contratto era tenuta ad avere la minor quantità di fantasia possibile, almeno quando scriveva saggistica?
Ebbene sì, era possibile. Peggio, era successo davvero.
O mondo infido e crudele, in chi mai si poteva confidare se perfino i filologi ti raccontavano serenamente un mare di balle?
Con gli anni scoprii che il fenomeno non era così insolito, e che non erano rari gli studiosi che ritoccavano qua e là un po' di dati per amore di una teoria - e non solo, ahimé, nel campo della filologia mediolatina e della storia medievale; e nemmeno erano rari gli studiosi che su teorie confermate da dati taroccati lavoravano e ricamavano con impegno per costruirci teorie ancor più taroccate. In effetti uno degli studiosi che aveva lavorato di più sul mio argomento aveva imbastito una teoria fascinosissima (e che credo in parte fosse anche valida) utilizzando all'incirca lo stesso metodo del "quattro indizi fanno una prova, anche se due dei quattro indizi stan su solo con gli stecchini" che aveva guidato gli autori del mio amatissimo Santo Graal nella costruzione della teoria storica che parte da Gesù sposo di Maria Maddalena fino ad arrivare al priorato di Sion che custodisce tuttora la sua discendenza. A me la teoria del Santo Graal era piaciuta moltissimo e per certi aspetti mi aveva anche convinto, ma vedevo bene che buona parte dei dati era piuttosto opinabile e i blocchi della storia non erano collegati tra loro in modo valido. La cosa non mi disturbava in un libro di storiografia alternativa; da un filologo però mi aspettavo una roba scialba ma attendibile e un metodo di lavoro rigoroso.
Passarono gli anni. Scoprii l'esistenza delle leggende metropolitane e imparai che i coccodrilli uscivano talvolta fuori dallo scarico della doccia mentre la Polizia (per motivi mai del tutto chiariti) lanciava vipere nei boschi dagli elicotteri, e che la sigla di Jeeg Robot era stata cantata da Piero Pelù ancora giovanissimo. E tutto ciò era piuttosto divertente e, mi sembrava, assolutamente innocuo - tranne che per le povere vipere che si spiaccicavano al suolo, naturalmente.
Ma davo per scontato che solo qualche sprovveduto molto anziano potesse prendere sul serio queste storie (tranne nel caso della sigla di Jeeg Robot, che veniva creduta soprattutto dai giovanissimi che però venivano prontamente redarguiti dai postatori più navigati sui siti specializzati nell'animazione giapponese).
Col tempo queste leggende assunsero un colore più inquietante.
Qualche anno fa un collega Tuttologo portò un giorno dei volantini a scuola che raccontavano dei parlamentari che si erano alzati la settimana prima lo stipendio (il tutto condito con i soliti "Vergogna!" e "Il mondo deve sapere!").
Lo mangiai per pane dicendo che su quel cazzo di volantino non c'era un cazzo di data e nemmeno si diceva da dove cazzo avevano preso la notizia, e per giunta la storia che la settimana prima i parlamentari si erano alzati lo stipendio la vedevo non meno di una volta al mese da almeno sei anni, e insomma a questo punto quanto cazzo di stipendio prendevano questi parlamentari?
Il Tuttologo ci rimase molto male, e borbottò qualcosa del tipo che "era il pensiero che contava" e che qualche volta l'avevano pur fatto.
Me lo mangiai vieppiù per pane dicendo che un insegnante era tenuto a valutare con un po' di senso critico le notizie che diffonde, visto che si suppone che avendo studiato abbia qualche strumento critico per farlo.
Lo lasciai molto deluso.
Non era la prima volta che sotto questo aspetto gli insegnanti mi deludevano: il primo anno a St. Mary Mead una collega di Tecnologia (emigrata per nostra fortuna in altra scuola l'anno dopo, e meno male perché era una persona piuttosto scorretta) mi spiegò che le fragole avevano al loro interno il disegno di una specie di lisca bianca perché erano state incrociate con dei pesci, e glielo aveva detto il tecnico della Coop venuto a fare una lezione sull'alimentazione.
Non ho idea di cosa potesse avergli raccontato il tecnico della Coop, ma il fatto che ti raccontino una pura follia non ti obbliga a crederci, almeno non senza prima consultare appositi testi e aver trovato un qualche straccio di conferma.
Ci tengo a precisare che sono una persona disponibilissima a tutto: credo agli UFO, ai miracoli, ai sogni profetici, alle visioni mistiche, alla telepatia - ma prima di parlarne in classe e rifilare telepatia e telecinesi come cose attendibili ai miei sventurati allievi voglio come minimo una dichiarazione ufficiale dell'Organizzazione Mondiale per la Sanità o una direttiva speciica del MIUR. A casa mia credo a quel che mi pare, ma quel che dico a scuola deve essere condiviso anche da persone meno disponibili di me al sovrannaturale.
Tuttavia, un paio di anni fa ho scoperto che la collega di Tecnologia e il Tuttologo non sono gli unici, nel corpo docenti, disponibili a prendere per buone cose molto, molto strane.
(to be continued...)
lunedì 21 marzo 2016
Le nostre più profonde radici culturali, la lobby gay e la Festa del Papà
Anacleto Camminacielo rivendica qui il suo ruolo paterno nei confronti del figlio Luca, in una scena assai famosa
Da quando sono in rete, tutti gli anni (ma proprio tutti) verso Natale gira la notizia che qualche preside abbia impedito (non "sconsigliato", ma proprio impedito) i festeggiamenti di Natale nella sua scuola per evitare critiche da parte delle famiglie degli alunni musulmani; a seguito di ciò, tutti gli anni si scatena in rete un orgia di recriminazioni contro il buonismo che ci impone di castrare la nostra cultura per non rischiare di contrariare questi stranieri rompiballe che pretendono di insegnarci a campare e, signora mia, dove andremo a finire di questo passo?
Un tempo la notizia era sempre molto vaga: "in una scuola in Lombardia", "alla scuola di mio figlio" e consimili, senza mai un nome o un indicazione precisa del luogo. Chi, come me, andava a cercare la fonte trovava soltanto un trafiletto da testate tipo "L'eco della Padania" o "Il corriere del leghista" dove il resoconto era ancora più vago e dove né il preside né la scuola né la città o il paesello avevano alcuna possibilità di essere identificati. In sottofondo, branchi di placide bufale pascolavano serenamente.
Di recente (da quando la Lega ha cambiato segretario, direi) vengono invece fatti nomi e luoghi, e la notizia si basa spesso su qualcosa di concreto - che alla prova dei fatti risulta sovente assai travisato: ad esempio questo Natale la dirigenza della scuola colpevole del bieco prostramento culturale aveva in realtà respinto la richiesta di un gruppo di madri* di insegnare agli studenti Adeste Fideles durante l'intervallo della mensa; detta Dirigenza sosteneva infatti che la scuola non aveva programmato alcun tipo di esibizione musicale per Natale e in tutti i casi, se avesse voluto allestirne una, disponeva di insegnanti di musica, grazie.
In effetti, guardando la vicenda da un altra prospettiva, si poteva anche dire che la Dirigenza era intervenuta con adeguata fermezza per bloccare un importuna ingerenza da parte dei genitori e difendere il diritto dei docenti a programmare le attività come pareva loro opportuno e quello degli alunni di godersi il breve intervallo di mensa tutelando nel contempo la loro digestione.
In ogni caso non tutte le scuole allestiscono presepi o fanno cantare canzoni natalizie che inneggiano al bambinello, e non lo facevano nemmeno quando a scuola andavo io, tanti e tanti anni fa, ai tempi in cui i mulini e i grembiulini erano bianchi: di solito si ripiega su un alberello variamente decorato (magari con decori preparati dai ragazzi) o su uno spettacolo non di rado privo di riferimenti al Natale; e questo non tanto per paura del furore degli integralisti islamici ma in considerazione del fatto che a questo mondo non tutti sono cattolici praticanti, anche tra i cittadini italiani di purissimo sangue italico, e addirittura possono non esserlo anche gli insegnanti e la dirigenza (ebbene sì, in quest'epoca sciagurata può succedere perfino questo).
Ad ogni modo il calendario delle feste col passare degli anni è diventato implacabile: Halloween, Natale, Carnevale, Festa del Papà, Pasqua, Festa della Mamma scandiscono i mesi dell'anno scolastico e stare dietro a tutte può essere molto pesante anche per le materne, figurarsi per le elementari, che nelle intenzioni avrebbero anche delle materie da studiare, nonché frotte di genitori capacissimi di lamentarsi che "a scuola i miei figli non fanno mai lezione, solo lavoretti per le feste".
Quanto alle medie, di solito seguono un calendario festivo alleggerito che comprende solo Natale e la fine dell'anno scolastico, ma hanno un fitto carnet di feste a contenuto civile: giornate della memoria, del ricordo e della reminescenza, feste nazionali, del lavoro e della donna, giornate varie contro i maltrattamenti all'infanzia e il lavoro minorile, per la tutela dell'acqua potabile e contro l'omofobia e via commemorando, ammonendo e indignando, che se mai una classe decidesse, in un attimo di follia del Consiglio, di dare a tutte il giusto rilievo non gli rimarrebbe un ora da dedicare il programma (anche se forse, in quel modo, il programma si ritroverebbe già fatto da solo e potrebbe anzi rivelarsi un esperimento interessante - ma non tutti gli insegnanti sono disposti a fare la prova). Perciò i singoli docenti o i singoli Consigli scelgono alcune di queste feste e ricorrenze e giornate nazionali e internazionali e ci lavorano su, poco o tanto a seconda dei casi e delle circostanze.
Succede poi che in qualche caso queste feste e giornate varie si sovrappongono: ad esempio quest'anno la Festa del Papà (quest'ultima piuttosto recente e non troppo sentita, in effetti) viene quasi a sovrapporsi alla Pasqua, tanto che alcune parrocchie più previdenti hanno anticipato le doverose onoranze a san Giuseppe per non interferire con la Domenica delle Palme, come ho scoperto in modo del tutto casuale preparando questo post.
Ma giusto quest'anno lo sciocchezziario leghista aveva gran necessità di criticare, prima ancora che la perfidia musulmana, la perversione delle unioni gay. Ed ecco dunque spuntare come un fungo la notizia di un asilo di Milano dove la Festa del Papà è stata festeggiata un po' in minore non tanto per colpa degli intolleranti immigrati islamici, quanto... per non offendere i figli delle coppie gay che avrebbero criticato la festa del Papà e non di un generico Genitore.
Prontamente il segretario della Lega ci ha fatto un post su Facebook, che ha attirato gran massa di commenti e discussioni, non tutte redatte in modo da fare onore al senno di chi scriveva.
In molti han poi provato a difendere l'operato dell'asilo, taluni motivando la scelta della scuola con recenti lutti che avrebbero impedito ad alcuni bambini di festeggiare un papà di cui la ria sorte li aveva privati (e al pensiero di ciò, ogni insegnante ricorda la canzone di Tricarico, basata purtroppo su un episodio autentico della vita del cantautore, dove la docente non ha brillato né per tatto né per umana comprensione), altri con la vicinanza che quest'anno schiacciava la festa del Papà sulla Pasqua; dall'asilo milanese oggetto del gran contendere infine è arrivata notizia (pare, dicono, sembra) che detta scuola non cura troppo questo tipo di ricorrenze e da tempo è avviluppata in un grandioso progetto sull'integrazione e contro le discriminazioni, parendogli in tal modo di impiegare più proficuamente le ore di lezione piuttosto che con la confezione dei famigerati "lavoretti" per le feste - lavoretti di cui non ho mai saputo che alcuna famiglia abbia mai sentito la mancanza, e che assai raramente sortiscono risultati di pregio - e ognuna di queste possibilità mi sembra credibile, oltre che valida.
Ritengo invece abbastanza improbabile che gruppi di agguerrite genitrici di coppie omosessuali (perché, laddove la coppia fosse costituita da due uomini, certo non avrebbe motivo di insorgere contro una Festa del Papà che in alcun modo rischierebbe di mettere la loro prole a disagio a causa di carenza di padri da festeggiare) abbiano preteso di riformare il calendario, e questo perché i figli di coppie ufficialmente omosessuali in Italia sono ancora pochissimi e ai loro genitori pare gran cosa riuscire a campare senza prendersi troppi insulti e in generale mi risulta che tendano a starsene ancora piuttosto buoni.**
Un insegnante sensibile però può ben porsi la questione e pensare che, laddove c'è carenza di padri in una classe, per fuga dei medesimi o per loro dolorosissimo decesso prematuro, sarà forse cortese sorvolare garbatamente sulla questione onde non riaprire pericolose ferite nelle creature loro affidate: festeggiare con gran tripudio una figura genitoriale laddove alcuni bambini di questa figura genitoriale sono privi per i più vari motivi può certo essere inopportuno, quando non semplicemente idiota o perfino criminale.
Il problema però sta a monte: nonostante il (legittimo? Mah) desiderio di taluni politici di battere e ribattere certi temi fino allo sfinimento, la scuola italiana non è obbligata a festeggiare alcunché, nemmeno la Repubblica o l'Unità d'Italia o l'onnipresente Natale (che ormai dura circa tre mesi, e se fosse per me ne durerebbe tredici): la programmazione può includere alcune feste o ricorrenze o giornate internazionali a seconda delle circostanze e del libero genio dei docenti, che conoscono la classe con cui hanno a che fare e seguono una determinata programmazione. Un presepe sotto Natale può essere una lieta occasione per mettere in contatto con una tradizione assai italiana i piccoli stranieri, come può essere una bella idea allestire una festa straniera e mostrarla ai bambini italiani, ma altrettanto buona può essere l'idea di sorvolare con eleganza perché in classe i rapporti sono tesi sotto questo aspetto o anche perché si è impegnati a fare altre cose - sì, anche i pronomi personali o l'acquedotto nell'antica Roma - oppure ad allestire una Festa del Gatto in una classe particolarmente gattara. Feste e ricorrenze sono opportunità da cogliere, non tagliole o obblighi burocratici come gli scrutini di fine quadrimestre o i ricevimenti generali dei genitori. Chi vuole a tutti i costi festeggiare la Festa del Papà o la Giornata dell'Acqua Potabile può comunque farlo a casa sua, nei modi e nei tempi che preferisce, senza tirare per forza per la manica insegnanti e scolari. La Festa del Papà non è un obbligo scolastico, come non lo sono il presepe né la Dodicesima Notte, e non ha nessun senso né logica che un insegnante o un/a DS debbano addirittura giustificarsi perché nella loro scuola hanno festeggiato santa Lucia e non Martin Luther King, come se fossero obbligati a fare questo o quello.
Un tempo la notizia era sempre molto vaga: "in una scuola in Lombardia", "alla scuola di mio figlio" e consimili, senza mai un nome o un indicazione precisa del luogo. Chi, come me, andava a cercare la fonte trovava soltanto un trafiletto da testate tipo "L'eco della Padania" o "Il corriere del leghista" dove il resoconto era ancora più vago e dove né il preside né la scuola né la città o il paesello avevano alcuna possibilità di essere identificati. In sottofondo, branchi di placide bufale pascolavano serenamente.
Di recente (da quando la Lega ha cambiato segretario, direi) vengono invece fatti nomi e luoghi, e la notizia si basa spesso su qualcosa di concreto - che alla prova dei fatti risulta sovente assai travisato: ad esempio questo Natale la dirigenza della scuola colpevole del bieco prostramento culturale aveva in realtà respinto la richiesta di un gruppo di madri* di insegnare agli studenti Adeste Fideles durante l'intervallo della mensa; detta Dirigenza sosteneva infatti che la scuola non aveva programmato alcun tipo di esibizione musicale per Natale e in tutti i casi, se avesse voluto allestirne una, disponeva di insegnanti di musica, grazie.
In effetti, guardando la vicenda da un altra prospettiva, si poteva anche dire che la Dirigenza era intervenuta con adeguata fermezza per bloccare un importuna ingerenza da parte dei genitori e difendere il diritto dei docenti a programmare le attività come pareva loro opportuno e quello degli alunni di godersi il breve intervallo di mensa tutelando nel contempo la loro digestione.
In ogni caso non tutte le scuole allestiscono presepi o fanno cantare canzoni natalizie che inneggiano al bambinello, e non lo facevano nemmeno quando a scuola andavo io, tanti e tanti anni fa, ai tempi in cui i mulini e i grembiulini erano bianchi: di solito si ripiega su un alberello variamente decorato (magari con decori preparati dai ragazzi) o su uno spettacolo non di rado privo di riferimenti al Natale; e questo non tanto per paura del furore degli integralisti islamici ma in considerazione del fatto che a questo mondo non tutti sono cattolici praticanti, anche tra i cittadini italiani di purissimo sangue italico, e addirittura possono non esserlo anche gli insegnanti e la dirigenza (ebbene sì, in quest'epoca sciagurata può succedere perfino questo).
Ad ogni modo il calendario delle feste col passare degli anni è diventato implacabile: Halloween, Natale, Carnevale, Festa del Papà, Pasqua, Festa della Mamma scandiscono i mesi dell'anno scolastico e stare dietro a tutte può essere molto pesante anche per le materne, figurarsi per le elementari, che nelle intenzioni avrebbero anche delle materie da studiare, nonché frotte di genitori capacissimi di lamentarsi che "a scuola i miei figli non fanno mai lezione, solo lavoretti per le feste".
Quanto alle medie, di solito seguono un calendario festivo alleggerito che comprende solo Natale e la fine dell'anno scolastico, ma hanno un fitto carnet di feste a contenuto civile: giornate della memoria, del ricordo e della reminescenza, feste nazionali, del lavoro e della donna, giornate varie contro i maltrattamenti all'infanzia e il lavoro minorile, per la tutela dell'acqua potabile e contro l'omofobia e via commemorando, ammonendo e indignando, che se mai una classe decidesse, in un attimo di follia del Consiglio, di dare a tutte il giusto rilievo non gli rimarrebbe un ora da dedicare il programma (anche se forse, in quel modo, il programma si ritroverebbe già fatto da solo e potrebbe anzi rivelarsi un esperimento interessante - ma non tutti gli insegnanti sono disposti a fare la prova). Perciò i singoli docenti o i singoli Consigli scelgono alcune di queste feste e ricorrenze e giornate nazionali e internazionali e ci lavorano su, poco o tanto a seconda dei casi e delle circostanze.
Succede poi che in qualche caso queste feste e giornate varie si sovrappongono: ad esempio quest'anno la Festa del Papà (quest'ultima piuttosto recente e non troppo sentita, in effetti) viene quasi a sovrapporsi alla Pasqua, tanto che alcune parrocchie più previdenti hanno anticipato le doverose onoranze a san Giuseppe per non interferire con la Domenica delle Palme, come ho scoperto in modo del tutto casuale preparando questo post.
Ma giusto quest'anno lo sciocchezziario leghista aveva gran necessità di criticare, prima ancora che la perfidia musulmana, la perversione delle unioni gay. Ed ecco dunque spuntare come un fungo la notizia di un asilo di Milano dove la Festa del Papà è stata festeggiata un po' in minore non tanto per colpa degli intolleranti immigrati islamici, quanto... per non offendere i figli delle coppie gay che avrebbero criticato la festa del Papà e non di un generico Genitore.
Prontamente il segretario della Lega ci ha fatto un post su Facebook, che ha attirato gran massa di commenti e discussioni, non tutte redatte in modo da fare onore al senno di chi scriveva.
In molti han poi provato a difendere l'operato dell'asilo, taluni motivando la scelta della scuola con recenti lutti che avrebbero impedito ad alcuni bambini di festeggiare un papà di cui la ria sorte li aveva privati (e al pensiero di ciò, ogni insegnante ricorda la canzone di Tricarico, basata purtroppo su un episodio autentico della vita del cantautore, dove la docente non ha brillato né per tatto né per umana comprensione), altri con la vicinanza che quest'anno schiacciava la festa del Papà sulla Pasqua; dall'asilo milanese oggetto del gran contendere infine è arrivata notizia (pare, dicono, sembra) che detta scuola non cura troppo questo tipo di ricorrenze e da tempo è avviluppata in un grandioso progetto sull'integrazione e contro le discriminazioni, parendogli in tal modo di impiegare più proficuamente le ore di lezione piuttosto che con la confezione dei famigerati "lavoretti" per le feste - lavoretti di cui non ho mai saputo che alcuna famiglia abbia mai sentito la mancanza, e che assai raramente sortiscono risultati di pregio - e ognuna di queste possibilità mi sembra credibile, oltre che valida.
Ritengo invece abbastanza improbabile che gruppi di agguerrite genitrici di coppie omosessuali (perché, laddove la coppia fosse costituita da due uomini, certo non avrebbe motivo di insorgere contro una Festa del Papà che in alcun modo rischierebbe di mettere la loro prole a disagio a causa di carenza di padri da festeggiare) abbiano preteso di riformare il calendario, e questo perché i figli di coppie ufficialmente omosessuali in Italia sono ancora pochissimi e ai loro genitori pare gran cosa riuscire a campare senza prendersi troppi insulti e in generale mi risulta che tendano a starsene ancora piuttosto buoni.**
Un insegnante sensibile però può ben porsi la questione e pensare che, laddove c'è carenza di padri in una classe, per fuga dei medesimi o per loro dolorosissimo decesso prematuro, sarà forse cortese sorvolare garbatamente sulla questione onde non riaprire pericolose ferite nelle creature loro affidate: festeggiare con gran tripudio una figura genitoriale laddove alcuni bambini di questa figura genitoriale sono privi per i più vari motivi può certo essere inopportuno, quando non semplicemente idiota o perfino criminale.
Il problema però sta a monte: nonostante il (legittimo? Mah) desiderio di taluni politici di battere e ribattere certi temi fino allo sfinimento, la scuola italiana non è obbligata a festeggiare alcunché, nemmeno la Repubblica o l'Unità d'Italia o l'onnipresente Natale (che ormai dura circa tre mesi, e se fosse per me ne durerebbe tredici): la programmazione può includere alcune feste o ricorrenze o giornate internazionali a seconda delle circostanze e del libero genio dei docenti, che conoscono la classe con cui hanno a che fare e seguono una determinata programmazione. Un presepe sotto Natale può essere una lieta occasione per mettere in contatto con una tradizione assai italiana i piccoli stranieri, come può essere una bella idea allestire una festa straniera e mostrarla ai bambini italiani, ma altrettanto buona può essere l'idea di sorvolare con eleganza perché in classe i rapporti sono tesi sotto questo aspetto o anche perché si è impegnati a fare altre cose - sì, anche i pronomi personali o l'acquedotto nell'antica Roma - oppure ad allestire una Festa del Gatto in una classe particolarmente gattara. Feste e ricorrenze sono opportunità da cogliere, non tagliole o obblighi burocratici come gli scrutini di fine quadrimestre o i ricevimenti generali dei genitori. Chi vuole a tutti i costi festeggiare la Festa del Papà o la Giornata dell'Acqua Potabile può comunque farlo a casa sua, nei modi e nei tempi che preferisce, senza tirare per forza per la manica insegnanti e scolari. La Festa del Papà non è un obbligo scolastico, come non lo sono il presepe né la Dodicesima Notte, e non ha nessun senso né logica che un insegnante o un/a DS debbano addirittura giustificarsi perché nella loro scuola hanno festeggiato santa Lucia e non Martin Luther King, come se fossero obbligati a fare questo o quello.
*Secondo gli organi di informazione, i gruppi di genitori che si organizzano a scopo di tutela o di ingerenza verso i loro figli sono sempre e soltanto costituiti da madri, anzi da mamme; ma considerando l'accuratezza dei suddetti organi di informazione, la presenza in questi gruppi organizzati di padri non è affatto da escludere.
**Il giorno in cui i genitori omosessuali romperanno le scatole ai docenti quanto quelli etero, ebbene, quel giorno potremo se non altro rallegrarci perché vorrà dire che l'integrazione sarà completa - e da quel giorno noi docenti potremo mandarli a spagliare senza alcun riguardo e senza temere con ciò di peccare per discriminazione o omofobia. E può darsi che quel giorno non sia così lontano.
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venerdì 2 aprile 2010
Applicazioni della filologia nella didattica

Lo schema raffigura uno dei più tipici modelli di albero, o stemma codicum
(estratto di una verace lezione tenuta da me medesima tre settimane fa)
Qualche giorno fa il vostro compagno Sirius ha chiesto cos'era la filologia. Sul momento ho dato una risposta affrettata perché volevo continuare la lezione, ma oggi ho deciso di sviluppare meglio l'argomento.
"Filologia" viene dal greco e significa "amore e cura della parola". Riguarda lo studio dell'evoluzione delle parole, ma anche dei testi. Un'edizione filologica è un'edizione che cerca di avvicinarsi quanto più possibile all'originale scritto dall'autore.
Fino alla metà dell'Ottocento, quando si voleva fare l'edizione critica di un testo si trascriveva il manoscritto che si reputava più vicino all'originale, magari con qualche modifica in caso di errori evidenti. Poi arrivò il metodo lachmaniano, che è quello che usiamo ancora oggi: prima di tutto si fa un accurato esame di tutti i manoscritti, poi si schedano le differenze e dall'analisi di queste differenze si ricostruisce lo schema dei codici, o albero* - qui ne potete vedere qualche esempio.
(proiezione sulla LIM di vari esempio di alberi, più o meno complessi)
Ricostruire l'albero porta alla ricostruzione della storia di un testo. Ad esempio, se un brano manca in un gruppo di manoscritti possiamo immaginare che il manoscritto capostipite di quel gruppo lo abbia saltato e che tutti manoscritti copiati da lui non lo abbiano copiato per forze di cose. Stessa cosa se abbiamo un errore significativo, o un pezzo interpolato.
Come avrete notato, quando avete fatto i compiti di storia non mi sono preoccupata troppo se copiaste o no, ad esempio girando per la classe per controllare che non teneste il libro sotto il banco. Questo perché sapevo benissimo chi tra voi negli ultimi mesi aveva o non aveva studiato storia e, vista una generale mancanza di allenamento allo studio da parte del gruppo, che non si è limitato a non studiare la mia materia ma, con grande senso di equità, ha evitato di studiare un po' di tutto, ritenevo piuttosto improbabili rimonte dell'ultima ora grazie a qualche tirata sui libri. Sapete, le tirate funzionano se chi le fa sa studiare. Buona parte di voi al momento non sa studiare anche perché raramente ha provato a farlo. Questo, temo, è il problema principale di questa classe.
Sapevo però che buona parte di voi ha una grande fiducia negli espedienti e davo per scontato che ne avreste fatto grande uso; contavo però di riuscire a ricostruirli correggendo i compiti. Infatti, per funzionare, anche gli espedienti più efficaci richiedono un minimo di conoscenza di base. Vi ho quindi lasciati piuttosto liberi, riservandomi di intervenire solo per i casi più appariscenti. Ad esempio ho sequestrato uno schema dal primo banco della fila di destra, ma ci avete praticamente acceso le insegne luminose sopra, non era possibile non notarlo.
(Brusio di obiezione)
Nossignore, vi siete fatte notare! Io ho un animo del tutto alieno dal sospetto, ma vi eravate messe cheek to cheek e stavate chiaramente guardando qualcosa. Ovvio che se fosse stata una foto del vostro cantante preferito non l'avrei certo sequestrata! E avevate la barriera degli astucci davanti. Mettere la barriera degli astucci è come mettere un freccione con su scritto "qui c'è un foglio da cui copieremo". Quando si sta nel primo banco occorre una certa cautela per copiare dagli schemi fatti a casa. Già che siamo in argomento, prima di guardarlo con tanta attenzione, potevate aspettare almeno che avessi dettato le domande.
Nelle file di destra invece si sono comportati con maggiore discrezione, e sono anche riusciti a far viaggiare il loro schema su Elisabetta I fino alla coppia di banchi staccati vicino alla cattedra. Tra l'altro era uno schema fatto piuttosto bene, non so se l'avevate preso da qualche parte o adattato dal libro - però, ragazzi, quando si fa girare uno schema in classe non si può copiare parola per parola come avete fatto voi; eravate in cinque, e in cinque mi avete scritto le stesse identiche parole: non era possibile non riconoscerlo. E poi, scusate, le date del regno di Elisabetta almeno a qualcuno di voi poteva ben venire in mente di metterle tra parentesi!
Acquacheta, invece, per Elisabetta I ha fatto una buona sintesi dal libro. Non so se l'aveva preparata a casa o se ha copiato in classe dal libro, nell'ultimo banco qualche possibilità di manovra in questo senso c'è; ad ogni modo hai usato le parole del libro, precise e identiche. Un po' di lavoro di rielaborazione sarebbe stato gradito, visto che in italiano non te la cavi male.
(Acquacheta abbassa gli occhi, un po' confusa)
Sempre Acquacheta ha copiato la definizione di "indulgenza" dal dizionario. Si tratta di una procedura legittima, perché il dizionario è uno strumento che potrete sempre usare in tutti gli scritti, anche ai concorsi. Il punto è che io avevo chiesto in cosa consisteva la vendita delle indulgenze. La definizione che hai riportato, Acquacheta, è giusta ma è la definizione di "indulgenza". Considera però che una roba chiamata "vendita delle indulgenze" implica un qualche tipo di transazione commerciale, che invece non risulta dal concetto di "indulgenza" in sé.
Sempre sulla vendita delle indulgenze, un gruppo si è trasmesso fiduciosamente una definizione partorita da qualcuno di voi. Vi prego però di ricordare che copiare è inutile, se non si ha cura di copiare dalla persona giusta. L'autore di questa definizione, chiunque fosse, aveva le idee decisamente confuse: "La vendita delle indulgenze erano banditori o comunità religiose che andavano di paese in paese a chiedere soldi per la salvezza della loro anima". Qui, se non altro, il senso di una transazione commerciale c'è, ma, a parte l'italiano agghiacciante, si trascura il fatto che i banditori non chiedevano soldi per la salvezza dell'anima di loro stessi medesimi, bensì dell'anima di quelli che davano soldi. Per come la vedo io, non è una differenza di poco conto.
Inoltre dovete tener conto che, oltre a scegliere la persona giusta da cui copiare, occorre anche fare attenzione a quel che si copia e tener conto che in ogni modo ne deve risultare fuori un discorso sensato.
Ad esempio, prendete la domanda sullo scisma anglicano. Assenteista ha scritto "Lo scisma anglicano avvenne perché il re era molto avvantaggiato e inoltre aveva un basso numero di monasteri". La frase è stata ripresa pari pari da Salice Piangente, che di posto sta dietro a lui, e basta da sola a dimostrare che nessuno dei due ha la benché minima idea di cosa sia lo scisma anglicano. Questa per me non è una sorpresa, ma ero molto incuriosita perché non capivo da dove aveste potuto tirare fuori un discorso tanto strano.
(Assenteista esibisce il suo consueto sorriso tra il furbetto e il noncurante che rispecchia fedelmente il suo totale disinteresse alla questione. Salice Piangente è, ovviamente, sull'orlo delle lacrime)
L'ho capito soltanto quando alla fine ho corretto il gruppo dei compiti veri, quelli cioè fatti dalla ristretta cerchia che dall'inizio dell'anno ha studiato storia con continuità; tra di loro Silenzioso, che è di banco accanto ad Assenteista, ha scritto "Lo scisma anglicano avvenne perché il re d'Inghilterra Enrico VIII aveva molti vantaggi a staccarsi dalla chiesa di Roma", passando poi a impostarmi un discorso assai sensato sui beni monastici incamerati dallo stato e sui problemi legati al divorzio da Caterina d'Aragona. Qui, in effetti, caro Assenteista, sarebbe bastato rendere "aveva molti vantaggi" con "sarebbe stato molto avvantaggiato": perché i vantaggi il re sperava di goderli eseguendo lo scisma, non li aveva già prima di fare lo scisma. Ma si ritorna al discorso di prima: quando si copia in un compito in classe è necessario avere una minima conoscenza di ciò di cui si sta parlando.
Esorto quindi i due terzi della classe che hanno preso una valutazione non sufficiente a riflettere su questo nel vostro interesse.
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