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domenica 18 aprile 2021

Ogni giorno la vita ti sorprende (50 sfumature di arancio)


Per tutto Marzo abbiamo seguito la preoccupante evoluzione dei numeri del Covid in Toscana.
"Secondo me la prossima settimana ci chiudono" era il normale saluto la mattina, al posto dell'ormai desueto "Buongiorno".
E a dirlo non era (solo) la prof. Casini, celebre per le sue lugubri profezie, ma anche persone di tendenza assai ottimista. Perché, per quanto si possa essere ottimisti, via, facciamoci due conti...
Ogni Venerdì seguivamo con ansia le notizie. E ogni Venerdì ci scoprivamo graziati.
"Ancora arancioni" per noi delle medie vuol dire "ancora in presenza, Prime, Seconde e Terze".
"Crifosso è in zona rossa!" annunciava la prof. Casini con visibile soddisfazione (poi si scopriva che tanto zona rossa non era).
"Stanno per mettere zona rossa anche Hobbiton!" e lì ci cominciavamo sul serio a preoccupare, perché il comune di St. Mary Mead appunto con Hobbiton confina.
Ma ogni settimana finiva bene: perfino quando cominciarono a mettere province rosse anche in Toscana, sul nostro vessillo l'arancia splendeva gloriosa.
Lode a te, Arancia, portatrice di vitamina C e di buon succo rinfrescante!
Infine venne l'ultima settimana prima di Pasqua. Ormai era fatta!
Nessuno ci avrebbe chiuso, ovviamente. Chi mai sarebbe stato così sfigato da ritrovarsi a fare la Didattica a Distanza per tre pulciosissimi giorni, giusto prima delle vacanze di Pasqua?
Noi.
A sorpresa, Venerdì 26 Marzo scoprimmo di essere entrati in Zona Rossa. Tutti, anche le prime. Anche le elementari. 
TUTTI!
Ma scoprimmo anche un altro dettaglio, che fino a quel momento ci eravamo sforzati di rimuovere: i cosiddetti "alunni fragili" avevano diritto a frequentare, se le famiglie lo chiedevano. Noi coordinatori dovevamo individuarli.
Un rapido consulto mi permise di stabilire che l'Alunno Certificato non voleva venire, e che dei due alunni a vario titolo fragili, uno avrebbe preferito la morte civile al ritrovarsi da solo in classe e l'altra era di famiglia paurosa che la metteva spesso in quarantena cautelativa.
Con ciò la questione mi sembrava risolta.
Riaggiustai un po' la programmazione e mi feci i miei tre pulciosissimi giorni di Didattica a Distanza, tra un moccolo e l'altro.
E poi iniziarono le vacanze.
Ma i numeri della Toscana, con mia grande delusione, continuavano ad essere bruttarelli.
E poi, il Venerdì Santo giustamente detto anche Venerdì di Passione, arrivò la convocazione per una riunione che doveva decidere sulle modalità della Didattica Mista, ovvero...
"Io vengo, ma in classe mia non c'è nessuno che vuol venire in presenza".
"Oh no, in classe tua ce n'è un sacco" mi assicurò la VicePreside.
Mi collegai smoccolando vieppiù.
Scoprii così che durante le vacanze la scuola non aveva dormito, al contrario di me, ma anzi aveva deciso di prender pesci, optando per organizzare una "didattica in presenza a piccoli gruppi, a contorno degli alunni fragili, ché così si sentivano meno soli". Si poteva fare, dice. Così era stato chiesto a tutti gli alunni "ordinari" se erano disposti a venire a in presenza a far compagnia ai loro compagni fragili e, guarda un po', ad essere disponibili erano in parecchi.
Boh, perché no? Un po' in presenza e un po' in assenza. 
Evvabbé, facciamo anche questa.
Ma quando mi collegai scoprii che il vero motivo della riunione era decidere le modalità di invito degli alunni.
Che andavano invitati uno per uno in gran segreto per non far capire quali erano gli alunni fragili e...
Spensi la telecamera e il microfono e spiegai a gran voce alle gatte di casa che in tutto il mondo una scuola di rompicazzi come la nostra non s'era ancora vista. Che senso aveva invitare qualcuno in segreto ad entrare pubblicamente alla luce del sole in una scuola dove si sarebbe incontrato con alcuni dei suoi compagni? E dopo aver preso un pubblico pullmino gestito dal Comune, per di più.
"No, è perché alcuni genitori si sono lamentati, anzi dice che alcuni genitori si sono lamentati che così si fanno i gruppi-ghetto e..."
I genitori son bestie strane, e si sa. Potevamo ignorarle, potevamo dirgli apertamente che non scocciassero, grazie, che ne avevamo già fin sopra i capelli anche così, e volendo potevamo pure provare a blandirli con dolci parolette fino a convincerli della saviezza del nostro agire.  Ma in tutti i casi non c'era nessuna speranza né possibilità che i partecipanti a una pubblica lezione potessero restare segreti, almeno tra di loro.
Ad ogni modo venne stabilito un protocollo piuttosto astruso in cui i ragazzi andavano invitati uno per uno e gli andavano detti in gran segreto i giorni in cui avrebbero partecipato - perché, per evitare assembramenti, giustamente c'erano i Giorni delle Seconde e i Giorni delle Terze e molte classi avevano due gruppi che si sarebbero alternati. Le Prime no, le Prime tornavano tutte in presenza, come le elementari.
Tutto ciò mi inquietava assai perché, nonostante goda (del tutto immeritatamente) la fama di persona precisa, in casi del genere riesco solitamente a fare dei pasticci incredibili ed ero dunque  sicura che avrei invitato i gruppi sbagliati per il giorno sbagliato o li avrei mescolati, o entrambe le cose - perché c'erano un calendario segreto con i gruppi, e una lista dei gruppi, altrettanto segreta, ma mi sembrava impossibile per me riuscire a tenerli separati e ordinati  nel modo giusto.

Ad ogni modo il giorno dopo arrivò la circolare, che si limitava a dire che "i coordinatori dovevano avvisare gli alunni" senza specificare niente di assurdo; e così rimediai il tutto mettendo sulla Classroom un bellissimo comunicato pubblico con gli elenchi dei nomi dei due gruppi e le date. Controllai ben tre volte per essere sicura di avere messo tutto giusto, ma essendo una cosa piuttosto semplice non avevo sbagliato nulla, e pubblicai serenamente.
Risultò che la Segreteria aveva mandato la Circolare sbagliata (ma è possibile pure che un occasionale attacco di buon senso avesse alfine soccorso tutti quanti) - ma, sbagliata o no che fosse, la Circolare era il Documento Ufficiale da applicare e io l'avevo applicata.
Ci fu poi una seconda riunione per il Martedì dopo Pasqua, e partecipai anche a quella. Si trattava in quel caso di stabilire le compresenze per tenere a bada i piccoli gruppi mentre l'insegnante faceva lezione (e per certe classi non si trattava affatto di una precauzione inutile, ma dubitavo assai che la Terza Brillante avrebbe dato dei problemi di gestione).
Lavorai con cura per preparare le lezioni - un po' di spiegazione e qualche video accattivante sulla piattaforma, così lo guardavamo noi e lo guardavano a casa.
Sbarcai a scuola Giovedì per scoprire che non c'era il collegamento in rete. Ondata di panico, ma poi il collegamento arrivò e mi feci due ore proprio carine con la Terza Brillante che, essendo scesa dal cielo a miracol mostrare, funziona benissimo sia in presenza che a distanza che in didattica mista. 
Molto meno bene andò invece il giorno dopo con la Seconda: non tanto perché il gruppetto in presenza fosse invero un po' effervescente, ma soprattutto perché il computer quella mattina aveva deciso di aggiornarsi e non ne voleva sapere di fare altro, e allora era stato sostituito con un altro computer, che però si limitava ad accendersi e non dava alcun altro segno di vita. Dopo lunghe ricerche il collega della compresenza riuscì finalmente a mettere le mani su un computer che faceva regolarmente il suo lavoro e i ragazzi, sia a casa che a scuola, chiacchierarono variamente leggendomi i loro bei lavori sul Muro di Berlino e si presero un bel po' di voti alti. Una lezione simpatica, nel complesso, peccato che fosse durata mezz'ora a malapena*.
Il giorno dopo la Seconda era tutta a casa, ma la lezione durò ancora meno: il collegamento infatti funzionava più che bene ma il computer all'inizio non aveva audio e quando provai il vecchio rimedio della nonna "esci e poi rientra" scoprii che stavolta loro mi sentivano, ma io non sentivo loro. Fu così che improvvisai una lezioncina sul Patto di Varsavia dove, quando avevano qualcosa da chiedere, alzavano la mano e poi scrivevano la domanda nella chat
Un modo davvero entusiasmante di fare lezione, non c'è che dire**.

Venerdì rientrai a casa per scoprire che, contro ogni previsione, la Toscana era ritornata di un bel colore arancio. Oh gioia, gaudio e tripudio! Champagne per tutti!
...e poi Sabato mattina scoprii come tutti i mei sventurati colleghi che la Toscana era sì in zona arancione, ma la provincia di Firenze era rimasta rossa.
O tenebra e disperazione!
La settimana successiva comunque fu più leggera, confortata com'era da un piacevole profumo d'arancia. E invero Venerdì sera l'arancione è arrivato, con nostro gran conforto.
(Quanto al Computer  Autoaggiornante, dopo essersi aggiornato per un giorno intero e per una notte, ha infine ripreso a funzionare normalmente).

*,  **(Nel caso che qualcuno si stia domandando che senso ha preoccuparsi tanto della segretezza degli inviti dei gruppi invece di assicurarsi che ci fosse un adeguato numero di computer funzionanti per fare la Didattica a Distanza, e pure quella Mista, non so cosa rispondergli: all'inizio dell'anno il parco computer era piuttosto vasto, ma durante questi mesi alcuni hanno perso colpi e la Responsabile Digitale era sempre impegnata con qualche indispensabilissima circolare della Preside per poter prestare molta attenzione a queste cose)

venerdì 19 marzo 2021

Il nuovo supplente dice le parolacce!

Ho trovato quest'immagine cercando "scandalized cat"

E dunque il Supplente di Matematica per la Collega Incinta è stato trovato in fretta. Un ragazzino (che in realtà ha più di trent'anni) con un aria da uccellino di nidio che mai se n'è visto di uguale, biondo e roseo, tutto perbenino e ben vestito, che ha continuato a dare del lei ai colleghi più anziani finché qualcuno non si è deciso a spiegargli che noi davamo del tu a lui non perché era un giovinetto, ma perché tra insegnanti ci si dà sempre del tu, indipendentemente dall'età, dalla posizione in graduatoria e dagli anni di servizio accumulati.
Oltre che giovane e un po' inesperto costui è anche capitato in una scuola dove la squadra di Matematica lavora in perfetta sintonia e secondo criteri abbastanza insoliti ma didatticamente assai moderni e laboratoriali, senza libro di Scienze e con tutta una serie di modalità un po' diverse dal solito. 
Inoltre c'era il problema dei BES, dei PDP, dei DSA e tutta la giungla delle sigle - per cui ogni classe richiede una serie di aggiustamenti e di gradazioni per gli scritti e per gli orali. La Decana di Sostegno lo aveva appiccicato al muro non appena arrivato per fargli una specie di lavaggio del cervello, ma a quanto pare non è bastato e sono sorte grandissime lamentazioni da parte dei Genitori della Terza Invasata - tutta gente, va detto, abituata a lamentarsi sempre e comunque di tutto e di tutti.
E allora ci sono stati gran colloqui di spiegazione e orientamento da parte di tutte le docenti di Matematica e anche della futura madre, da casa sua, ma ancora sembra che il meccanismo sia alquanto da perfezionare.
E poi ci sono le classi: se la Terza Brillante si è stretta nelle spalle dicendo "Altro giro, altra corsa" e ha continuato a lavorare come faceva prima e come, nel complesso, ha sempre fatto, e si è ben guardata dal mostrarsi indisciplinata (smettendo pure, per l'occasione, di smontare banchi), la Terza Invasata naturalmente si è mostrata ingestibile, rumorosa e indisciplinata come ha sempre fatto con tutti gli insegnanti tranne, guarda caso, con la titolare di Matematica e futura madre che ha sempre avuto un magico tocco che le permette di gestire con garbo, dolcezza e decorosi risultati tutte le classi; quanto alla Prima attualmente allo Sbando, naturalmente si è mostrata assai sbandata e sbadata, facendo assai confusione in quel suo tipico modo che porta inevitabilmente all'esasperazione chiunque abbia la (s)ventura di insegnare in quella classe.
"Non è colpa del fatto che sei giovane e non sai tenerli" abbiamo provato a consolarlo "In quelle due classi abbiamo tutti parecchi problemi". 
E' stato comunque deciso di dargli un po' di compresenze, cosa che quest'anno è possibile grazie al misterioso ma finalmente presente Personale Covid che, non avendo niente di specifico da fare, fa un po' di tutto a seconda dei casi - e meno male che son tutte persone pazienti & accomodanti.
E tra di noi abbiamo un pochino mormorato, ma con tanta tanta cautela e a mezza voce. Perché, infine, non è che sei nuovo al mestiere automaticamente non sai gestire una classe, e d'altra parte se avesse piantato di tirare bidoni ai vari appuntamenti telefonici che le decane si preoccupavano di fissargli per spiegargli la rava e la fava dei singoli casi, delle famiglie e dei livelli di apprendimento, magari le cose sarebbero potute anche andare un pochino meglio.

Ma poi i ragazzi han cominciato a mormorare, anzi a protestare a gran voce, perché dice le parolacce in classe. E li insulta.
"Le solite esagerazioni" ha provato a suggerire qualcuno; e invero sia la Terza Invasata che la Prima allo Sbando hanno una notevole tendenza a far di un sassolino una montagna da Karakoram. Così Inglese ha provato ad indagare cautamente con la Terza Brillante - che ha ammesso che in effetti il linguaggio usato da Colui è un po' grezzo, anche se pare che, almeno loro, non siano stati insultati.
Ma, come dire, non insultare la Terza Brillante non è esattamente un gran titolo di merito, nemmeno considerando che talvolta smontano i banchi. Davvero.
Sembra comunque che Colui si rompa spesso il cazzo, che non abbia fatto mistero che le due classi incriminate gli rompono i coglioni e, sempre in tema di organi riproduttivi maschili, più di una volta i fanciulli appunto coglioni siano stati definiti.
Tanto per fare qualche esempio. Insomma non si tratta di qualche singola rondine isolata che non fa primavera ma di uno stormo assai consistente e foriero della bella stagione (nonché di un mucchio di grane).
Nemmeno il tempo di riflettere se era il caso di affrontare con lui la questione o di domandarsi come gli venisse in mente di usare cotal linguaggio in classe, che sono arrivate le lamentele dei genitori, e uno dei genitori in questione era genitore di una creatura assolutamente attendibile e tutt'altro che incline a trasformare sassolini in poderosi picchi scoscesi.
Così la prof. Therral, coordinatrice sia degli Invasati che degli Sbandati, si è ritrovata il non invidiabile compito di spiegare a Colui che da un insegnante ci si aspetta un linguaggio almeno vagamente decoroso. E ci auguriamo che questo basti a fermare la valanga delle comprensibili rimostranze dei familiari - anche se non è affatto detto, perché il paese è piccolo e la gente chiacchiera assai.
Tuttavia due domande destinate a restare senza risposta ci frullano in testa, anzi tre.
La prima, naturalmente, è come accidenti venga anche solo in mente ad un adulto nato alla fine degli anni 80 e provvisto di un livello di istruzione medio-alto di rivolgersi a dei giovinetti affidati alle sue cure con un linguaggio men che decoroso.
La seconda è come mai cotal adulto mai e poi mai abbia usato una di codeste parole in nostra presenza - e sì non tutte noi usiamo un linguaggio eccezionalmente castigato, specie quest'anno in cui ci ritroviamo ad essere alquanto acidetti, in ispecie quando citiamo circolari, leggi, delibere e consimili. 
In effetti, quando parla con noi costui sembra appena uscito da un raduno della parrocchia (o meglio dall'immagine che si tende ad avere di un raduno della parrocchia anche quando non se ne frequentano affatto).
La terza è come mai Costui non se la sente di fare alle Terze qualche lezione sull'apparato riproduttivo, la contraccezione e le malattie sessualmente trasmissibili perché teme che i ragazzi non prenderebbero sul serio tali argomenti e avrebbero un atteggiamento immaturo (cosa che in verità di solito non succede, ma quand'anche, son ragazzi e la cosa sarebbe pur sempre scusabile visto che si tratta di argomenti un po' particolari). Insomma, dopo aver parlato in lungo e in largo del suo cazzo e di come facilmente esso si rompe, trova sconveniente parlare del cazzo in generale, nella sua specificità anatomica. 
E insegna Scienze (e pure Educazione Civica, almeno in teoria).

Invero, il cuore umano è davvero un groviglio assai misterioso.


giovedì 24 novembre 2016

Esperimenti per l'educazione all'affettività - 1


Ufficialmente i draghi si accoppiano in volo, ma vai poi a sapere se lo fanno anche altrove


Al primo stormir di Settembre mi sono fatta con qualche collega un corsetto di formazione con le Life Skills (sì, sempre loro) sull’educazione sessuale.

In sintesi, consigliavano un approccio olistico, che partisse già da elementari e materne (ma senza alcun corso di masturbazione dal vivo, per quel che mi è stato dato di capire), non limitandosi solo ai dati più tecnici ma lavorando sulla persona nel suo complesso,  il tutto al nobile scopo di permettere ai fanciulletti un atteggiamento il più possibile sereno e positivo verso sé stessi e poi verso gli altri.
Tutto ciò è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di vibrazioni positive (oooohm), ma io sono un insegnante di Lettere, e dunque sulla parte più tecnica non potrei comunque fare granché. Però….

Fu così che, ricolma e traboccante di ardimentoso zelo, decisi di fare con la mia amata seconda un bel percorso sul Gran Passaggio dell’adolescenza, l’amore, la questione femminile e gli stereotipi di genere (grano, uova, lardo e cinghiale, tutto cotto insieme per far prima, secondo la ricetta del cuoco militare di Asterix Legionario), il tutto sotto specie di purissima innocenza e senza dichiarazione di intenti; e a tal scopo vado tuttora elaborando una bella lista di libri e film,di cui per ora solo Quando c’era Marnie è passato sotto i loro occhi. Del resto, questa classe nello specifico sembra ancora abbastanza assopita sotto questo aspetto. Sembra.
Tuttavia è noto che anche la più  tradizionale e consueta delle programmazioni può portare a sviluppi inaspettati.

Per esempio grammatica. Analisi logica.


perché vedete, c’è il predicato verbale e quello nominale. Il predicato nominale è quella cosa che tutti capiscono al volo ma che altrettanto al volo dimenticano, e così arriviamo alla classica scena dove “Il gatto è bello” viene analizzata come “Il gatto: soggetto; è: predicato 

verbale; bello: complemento oggetto”. Allora l’insegnante urla e strepita e alla fine per un attimo la classe si ricorda che c’è il predicato nominale. Ma due giorni dopo, quando si tratta di fare l’analisi de “La moto di Giampioppo è veloce” siamo di nuovo punto e a capo”.
La classe riflette meditabonda, poi qualcuno chiede “Ma perché il verbo essere sul libro si chiama copula?”.
Perché è la cerniera tra il soggetto e il modo in cui il soggetto viene descritto. “Copula” sarebbe proprio l’unione, nel senso di accoppiamento, e infatti l’altro significato che ha è proprio quello di unione tra maschio e femmina. Anche se io, per la verità, non so immaginarmi un soggetto e un predicato nominale che si accoppiano”.
Di nuovo la classe medita; poi Biancaneve alza la mano “Prof, posso fare una domanda che non c’entra nulla?”.
E’ l’Attimo del Terrore, quando l’insegnante non può prevedere cosa uscirà da quelle bocche. Niente che abbia a che vedere con i predicati, di sicuro. Ma ormai l’ora sta per finire...
Sentiamo” concedo benigna.
“Mi sono sempre chiesta come fanno le balene. Per fare i figli, intendo”.
Oh?
Fanno esattamente come noi: sono mammiferi”.
“Come noi?”.
A parte il piccolo dettaglio che lo fanno in acqua: c’è il baleno, poi c’è la balena, si uniscono e nasce il balenino”. (Mi sento molto sentinella in piedi che spiega che per  un bambino ci vuole il papà e ci vuole la mamma e tutto il resto è contronatura).
Siamo alla fine della quinta ora, ovvero quando ci si mette a ridere con niente e non si riesce più a smettere. La descrizione della vita familiare di Baleno e Balena dà alla classe il colpo di grazia e il resto della conversazione si svolge a voce alta, per farsi sentire al di sopra delle risate convulse che travolgono tutti.
“E le meduse?” domanda Aurora.
Panico. Vecchi frammenti opalescenti di ricordi delle scuole medie, quando stavo anch’io nei banchi.
Ah, le meduse è una roba complicata. Non mi sembra che si accoppi, e dopo diventa un altra cosa...” (a casa scoprirò che “l’altra cosa” è un polipo, anzi molti polipi che a loro volta 

diventano poi meduse).

“Come sarebbe che non si accoppia?”.
Vedete, ragazzi, il mondo è vario, e i modi di riproduzione anche. Noi mammiferi facciamo sesso, poi ci sono le specie che fanno sesso virtuale e quelle che si riproducono da sole, in autonomia”.
“Da sole? Com’è possibile?”
“E’ vero” conferma Dirk Lloyd “Gli organismi monocellulari”.
 “Esatto. C’è l’ameba, tutta tranquilla, che mangia e cresce, e poi a un certo punto si scinde e abbiamo due amebe”.
“E quelli del sesso virtuale?”.
I fiori, per esempio. Le api portano il polline da un fiore all’altro, ma i due fiori non si sono mai conosciuti né parlati, però due fiori che sono stati virtualmente insieme fanno un frutto”.
“E’ per questo che si parla di frutto dell’amore?” si informa Virgilio.
Potrebbe essere” ammetto "E poi i pesci. Certi pesci non si accoppiano, la femmina depone le uova e se ne va per i fatti suoi, poi arriva il maschio e le feconda e se ne va pure lui, Tempo dopo le uova si schiudono e nascono i pesciolini, ma i due pesci genitori non si sono mai visti né frequentati”.
“Quindi ci sono dei pesci che non sanno chi è il loro padre?”
Per la verità ci sono anche un sacco di pesci che non sanno nemmeno chi è la loro madre, e questo è già più insolito”.
“E i serpenti?”
No, le serpentesse depongono le uova già fecondate...” altro momento di panico. Alcune serpene fanno le uova, altri i serpenti... o sono io che ricordo male?
Qualcuno fa le uova, comunque. Nella storia di Rikki-Tikki-Tawi ci sono le uova di Nagaica, e questo è tutto quel che so sull’argomento.
“Ma come fanno i serpenti ad accoppiarsi? Sono lunghi...”
Non ho la minima idea di come facciano i serpenti ad accoppiarsi! Chiedete a Scienze, io faccio Lettere!”.
La classe è ormai completamente andata. Qualcuno prova a mimare due serpenti che si distendono uno sull’altro, qualche altro scuote la testa, ma tutti ridono a più non posso, me 

compresa.
Alzo ancora di più la voce, dopo aver guardato l’orologio “La lezione di biologia è finita. Tirate fuori i diari che vi do gli esercizi!”.
Ecco, appunto: un approccio olistico, dolce e subliminale, soffermandoci sui sentimenti, sull’importanza dell’autostima...
Ho come l’impressione di non essere partita col piede giusto.

martedì 25 ottobre 2016

Cuori spezzati (post didattico-letterario)

Questo bel quadro di Botticelli è ispirato alla novella di Boccaccio su Nastagio degli Onesti, che seppe utilizzare una caccia infernale per convincere  una nobile fanciulla ad amarlo

Ci tengo a precisare che questo non è un post dedicato alle traversine sentimentali dei miei amati alunni (di cui al momento non so nulla) bensì agli imprevisti che talvolta sovvengono a causa di una programmazione didattica non adeguatamente curata.

Ordunque in seconda media è tradizione dedicarsi ad alcuni particolari argomenti: fantasmi e horror, avventura, storie di amicizia eccetera.
Ho così esordito con un bel racconto di fantasmi: Cuori strappati, di M.R. James, che si trova spesso anche nelle antologie. La storia, come indica il titolo, parla appunto dei cuori che sono stati strappati a due ragazzini da un pazzo che cercava di guadagnarsi con ciò l'immortalità, mentre un terzo ragazzino si salva soprattutto grazie all'intervento dei fantasmi dei primi due. 
La lettura scorre bene ma, dopo la fine, i ragazzi si lanciano in una serie di commenti piuttosto rabbrividiti.
"Io stanotte non dormo!"
"Io non dormirò per una settimana!"
"Io vado a dormire nel letto dei miei!"
"Mah, a me ha fatto proprio paura".
"...non vi è piaciuto?" chiedo perplessa. Di solito le classi intascano le più orripilanti storie di horror e fantasmi senza batter ciglio.
"Sì che ci è piaciuto" assicurano tutti "Ce ne fa leggere un altro?".
"Vedremo" dico cautamente.
Il giorno dopo, a fianco di alcuni che assicurano di aver goduto di un sonno tranquillo e sereno, altri descrivono una notte inquieta e costellata da sogni di vasche vuote e strani esseri unghiuti e graffianti.
D'accordo, il pubblico ha sempre ragione; però, se la classe è così impressionabile, conviene lasciar perdere il filone horror e dedicarsi ad altro, almeno per il momento.
Perché non cominciare Boccaccio? Una bella storia d'amore va sempre bene.

Da sempre, la prima storia di Boccaccio che faccio leggere è quella di Guiglielmo di Rossiglione che dà da mangiare alla moglie il cuore del di lei amante, Guiglielmo di Guardastagno: è breve, concisa e introduce una bella serie di temi legati a un medioevo che nei libri scolastici compare piuttosto raramente, almeno alle medie. Il brusco finale a sorpresa li lascia sempre piuttosto interdetti e, regolarmente, affiora la domanda "Ma non poteva semplicemente lasciare sua moglie?".
Stavolta però il primo commento è stato "Un altro cuore strappato, e pure fatto a pezzi e cucinato? Ma GULP!".
Solo in quel momento mi sono resa conto che sì, in effetti i due racconti avevano almeno un tema in comune, se pure in contesti assai diversi.

"D'accordo, con i cuori, cucinati o strappati che siano, abbiamo decisamente già dato" mi dico. A quel punto di solito faccio leggere la novella dei tre anelli, ma per vari motivi la vorrei fare più avanti.
"Voglio una storia d'amore a lieto fine" decido. Scorro l'indice del Decameron e infine scelgo la novella di Nastagio degli Onesti e della caccia infernale. Magari potremmo anche leggere il passo di Dante da cui prende spunto, più avanti (ma anche no).
Comunque non rileggo la novella. Dopotutto, la conosco già, giusto?

Prima di iniziare la lettura decido che è tempo di cambiare il desktop della LIM, profittando del fatto che da ben 36 ore godiamo di una efficace connessione a Internet. Basta col Trionfo della Morte, messo ai tempi della Peste del Trecento, è il momento di un bel quadro rinascimentale.
"Vedete? Qui ci sono tante belle signore e tanti bei signori che siedono in pineta per un ricco banchetto. Questo è un liuto, perché durante i ricchi banchetti c'erano i musicisti, queste sono navi che lasciano il porto e vanno a commerciare, questo è lo stemma dei Medici, ammirate la bellezza dei vestiti..." e bla e bla.
Il quadro viene doverosamente apprezzato.

E si passa alla lettura. Arrivati alla caccia infernale si discute su come mai nel quadro ci siano un cane bianco e uno nero oltre a un cavallo bianco, mentre nella novella cani e cavalli sono tutti rigorosamente neri.
"Uno dei cani è bianco perché viene da dio mentre l'altro è nero perché viene dal diavolo?" suggerisce qualcuno.
"No, non credo. In effetti sono entrambi al servizio del diavolo per ordine di dio. Non saprei dire perché hanno colori diversi". 
"Secondo me è un fatto di colori. Un cavallo nero in quel punto del quadro avrebbe appesantito il dipinto".
Ho un sospetto del genere anch'io, ma data la mia totale ignoranza in materia di pittura mi guardo bene dall'esprimere un parere in merito.
La caccia va avanti, e finalmente il cavaliere raggiunge la povera fanciulla, la apre... e tira fuori il cuore con quel che vi sta intorno per darlo in pasto ai feroci mastini.
"Un altro cuore strappato!"
"Quest'anno è una costante"
"Cuori strappati, fatti a pezzetti, sbranati, cucinati... ne abbiamo viste di tutte!".
"Ehm... confesso che mi ero completamente dimenticata di questo particolare" ammetto assai contrita.
"E ci sono anche i fantasmi!"
"Sì, decisamente ci sono anche i fantasmi".
"Anche i cani sono fantasmi?"
"Credo di no. Secondo la cultura del medioevo gli animali non hanno un anima e dunque..."
La classe insorge "Come sarebbe che non hanno un anima?!?"
"Ho detto 'secondo la cultura del medioevo'. Credo che i cani siano spiriti infernali, come il cavallo. Poi, per conto mio, sono convintissima che gli animali abbiano un anima..."
"Certo che sì!"
"...ma per la teologia cattolica dell'epoca non era così. Sapete, può capitare che ci siano delle differenze culturali...".

La classe bofonchia.

Ma credo sia arrivato il momento di proporre una storia rigorosamente senza cuori strappati e senza fantasmi, di Boccaccio o di chiunque altro.


mercoledì 5 dicembre 2012

Un viaggio inaspettato

Guardando i trailer, quest'estate, mi balenò alla mente la possibilità che i tre film* tratti da Lo Hobbit di Tolkien a regia di Peter Jackson avrebbero potuto rivelarsi forse anche migliori del libro. Di sicuro, come nei film del Signore degli anelli, i paesaggi, gli effetti speciali, gli scenari, i costumi e molti attori avrebbero recitato benissimo; inoltre Gollum era già una splendida certezza, i nani sembravano meglio di Gimli nel Signore egli Anelli e forse i film avrebbero avuto anche una colonna sonora: perché la canzone che i nani cantano a casa di Bilbo è eccellente a dir poco.
Sapevo che quest'anno avrei avuto una prima. In prima ci sono sempre molte lunghe ore di lettura ad alta voce da passare insieme, perché in parecchi leggono in modo zoppicante e senza tenere in alcun conto la punteggiatura. Poi il programma prevede fiabe, favole, miti, insomma  letteratura fantastica... tutta roba che, secondo Tolkien, nasce dallo stesso calderone... e c'erano un sacco di agganci con l'epica medievale... potevo fargli leggere qualcosa dall'Edda e pure dal Beowulf... (perché io conosco sia Beowulf che l'Edda, e dunque so che proprio dall'Edda sono stati presi i nomi dei nani, alla faccia dei compilatori di antologie che sembrano conoscere solo la morte di Rolando e, in alternativa, la morte di Sigfrido).

Così ho adottato Lo hobbit come libro di narrativa, anche se ormai, dopo i tagli dell'orario della Maristella, il libro di narrativa è quasi scomparso di circolazione. Ma la classe ha una buona preparazione (anche se non fa molto caso alla punteggiatura quando legge), non dobbiamo fare particolari corse col programma, e soprattutto è una classe che adora riunirsi intorno al caminetto ad ascoltare una storia.
Visto che siamo in tempo di crisi ho spiegato sia a loro che ai genitori che potevano comprare il libro o prenderlo dalla rete delle biblioteche pubbliche, che disponeva di Hobbit bastevoli ad un reggimento. Tutti però hanno scelto di comprarlo, e qui sono cominciate le sorprese.
"Scegliete l'edizione che preferite, Bompiani o Adelphi, hanno lo stesso prezzo: undici euro. E' la stessa traduzione, con varianti minime" li ho esortati. Durante l'estate avevo fatto un paziente confronto tra la mia vecchia edizione Adelphi e la più recente Bompiani.
Ma il mondo dell'editoria ha sempre più sorprese in serbo di quante non conosca la nostra filosofia, e arrivati al dunque ho scoperto che esistono non meno di quattro versioni della stessa traduzione di base, ricche di varianti minimali che farebbero la gioia di qualsiasi filologo a caccia di varianti adiafore  (ma non una di queste varianti si è degnata di restituire agli Uomini Neri l'originale status di troll. E se effettivamente, nel 1973, alla prima edizione del libro in Italia la parola troll era ignota ai più, ormai è  ampiamente sdoganata e ogni ragazzino ricorda perfettamente che quello che Hermione trova in bagno nel primo film è, appunto, uno schifidissimo troll). 


La maggior parte dei ragazzi ha la penultima edizione Adelphi, con il re delle aquile in copertina (disegnato dallo stesso Tolkien), ma qualcuno ha trovato fresca fresca la nuovissima edizione con la copertina tratta dal film... e che costava un euro in più. Ripensandoci, avrei potuto prevedere una cosa del genere e farglielo comprare prima, ma è un po' tardi per i rimpianti - e comunque quelli con la nuovissima edizione ne sembrano molto soddisfatti, anche perché è  una bella copertina. Addirittura c'è stato un cortese libraio che ha fornito la mia alunna della nuovissima edizione dandole pure quella vecchia in omaggio.
Tutt'altro caso quello di chi, irretito da un ben più infido libraio, si è visto rifilare un Hobbit annotato: molto più costoso, stampato su pesantissima carta patinata, scritto più piccolo e corredato da annotazioni che farebbero forse la gioia di un linguista particolarmente minuzioso, ma che perfino io (che di Tolkien studierei anche gli scontrini della spesa) ho trovato discretamente fini a sé stesse. Al momento dell'acquisto, costui ha detto mendacemente al mio sprovveduto alunnio "Prendilo, se non va bene te lo cambio", ma poi si è guardato bene dal cambiarlo. "Deve cambiartelo per forza, se hai tenuto lo scontrino" l'ho confortato io. "Non ci ha fatto scontrino" è stata la risposta del ragazzo. Vabbé, senz'altro è un motivo di vanto per qualsiasi commerciante fregare un ragazzo di undici anni, e complimenti all'autore di sì nobile gesto.
Qualcuno ha anche l'edizione Bompiani con illustrazioni, che ha pure una bella copertina con tanto di drago in gran spolvero, disegnato da tale Alan Lee.

Infine ci sono io, con la prima edizione Adelphi, quella grande con la Conversazione con Smaug su fondo azzurro.

La lettura procede spedita, tra varianti adiafore, rimembranze dei film del Signore degli Anelli e domande di tutti i tipi (di cui so quasi sempre la risposta: con Tolkien non è facile trovarmi impreparata). Giusto oggi abbiamo incontrato Gollum e il suo tessoro.
Come compito di Natale avranno quello di andare al cinema a vedere il primo dei tre film. Inizialmente pensavo di fargli fare una scheda o qualcosa del genere, ma ci sto ripensando: una chiacchierata sulle differenze dell'adattamento potrebbe funzionare altrettanto bene e forse anche meglio e non c'è motivo di rovinargli la festa, visto che al momento se lo leggono così volentieri...
A dirla tutta, non c'è nemmeno motivo di aspettare Natale per vedere il film, visto che il primo esce il 13 Dicembre.

*Sissignori, tre film tratti da un singolo romanzo di circa 350 pagine. Sono previsti cospicui allargamenti della trama (abbastanza filologici: per esempio Legolas non appare nel romanzo ma alla fine è il figlio del re degli Elfi di Bosco Atro, e niente impedisce di affidargli una parte e sfruttare meglio la permanenza alla corte degli elfi) e, si suppone, un altrettanto cospicuo allungamento del brodo.

lunedì 6 agosto 2012

Brevi ma soporiferi cenni di didattica modulare



Un insegnante intento a modulare la sua programmazione. O, a scelta, un quadro del 1621 di Hendrick Terbrugghen, intitolato "Il suonatore di flauto"

Anni fa Sary, dopo lunga pratica di insegnamento, entrò di ruolo. Un giorno, chiacchierando del più e del meno, mi raccontò della caccia che aveva dato a lungo a una collega per "farsi spiegare come si faceva un'unità didattica" perché  costei era tra le poche nella sua scuola al corrente di tale arte magica.
"Come sarebbe a dire?" strabiliai "E' una vita che insegni, la saprai ben fare da sola, un'unità didattica".
Mi spiegò che né lei né la maggioranza degli insegnanti facevano alcun uso delle unità didattiche, e che infatti anche quella le serviva solo per la relazione sull'anno di prova dove era appositamente richiesta.
Non capivo. "Ma, scusa, credevo che da tempo ormai usassero solo unità didattiche, a scuola" (all'epoca non insegnavo, e questo può spiegare questa mia candida ignoranza; anche se proprio con un'Unità Didattica sulla Lettera avevo preso l'abilitazione al concorso qualche anno prima).
"No, sono piuttosto scomode e non servono".
Presi atto della cosa. Anni dopo, quando mi ritrovai dietro una cattedra, mi resi poi conto che era vero: le famosissime (tanto famose che perfino io le avevo sentite nominare) Unità Didattiche erano più di impiccio che altro, e le lezioni andavano sempre per il loro verso a seconda del caso, e assai raramente si sarebbero potute inquadrare in quel grazioso giochetto geometrico noto come "unità didattica".

Quando arrivai alla SSIS scoprii che, mentre io perdevo il mio tempo a far fare in classe ore su ore di esercizi legati al corretto uso del che (pronome o congiunzione), dei pronomi personali, del congiuntivo e consimili scempiaggini, la didattica si era vieppiù evoluta, elaborando i moduli e le unità di apprendimento, e che se volevi essere un Bravo Insegnante dovevi usare quelli e soltanto quelli per la tua programmazione.
Sulle unità di apprendimento, per fortuna, nessuno insisté più di tanto, ma mi parve di capire che fossero il nuovo nome dei moduli. Ebbi comunque cura di non approfondire la questione facendo tesoro della mia felice ignoranza.
Per la didattica modulare invece non ci fu proprio verso: più e più volte ce ne parlarono, ripetendoci voluttuosamente in una specie di mantra "l'insegnante modula la sua programmazione". E io me lo vedevo, l'insegnante, in una bella radura erbosa o sulla riva di un laghetto, seduto su un sasso o su un vecchio ceppo col suo zufolo, che modulava la programmazione mentre gli animali selvatici uscivano dalla foresta e si radunavano intorno a lui/lei per ascoltarlo/la, come nel Flauto Magico.

Ma veniamo a spiegare all'incirca cos'è un modulo nella programmazione scolastica (e non nell'orario scolastico: perché lì sappiamo tutti che è un tempo-scuola per le elementari che piaceva a famiglie e alunni ma che la Gelmini ha smantellato per far piacere a Tremonti in nome della salute dei conti pubblici, che infatti com'è noto adesso vanno a meraviglia). 
In breve: un modulo in didattica non è un foglio da compilare per averne in cambio un documento, non è un elemento di architettura e non ha nemmeno qualcosa a che vedere col diametro delle colonne; è invece un'unità di programmazione, composto a sua volta da altre unità più piccole (esatto, proprio loro: le unità didattiche, che a  volte sono chiamante anche sotto-moduli).

Perché sono nati moduli e unità di apprendimento, dal momento che nessuno li usa? Di solito la risposta data è "perché sono più flessibili", che non si capisce bene cosa voglia dire in quanto qualsiasi programmazione è di per sé flessibile, altrimenti si chiamerebbe resoconto, e non programmazione, e qualsiasi insegnante, se proprio non è un idiota completo e totale, flette alla grande qualsiasi programmazione qualora il caso si presenti, cioè una media di circa sette volte al giorno compresi i giorni festivi e quelli liberi.
Al momento, comunque, i libri di testo sono strutturati vuoi a moduli, vuoi a unità di apprendimento, ed entrambe le denominazioni sostituiscono i vecchi capitoli, né più né meno, oppure sono sezioni di cui i capitoli sono le unità didattiche.

Insomma, blocchi di lezioni. Quante lezioni?
Ah, saperlo, saperlo. Ho letto schemi di moduli di tre ore (che nessuna classe per quanto capace e ben organizzata avrebbe saputo svolgere in meno di dieci) e ho sentito parlare di moduli che durano un trimestre o quadrimestre. Alla SSIS ci facevano fare moduli di una decina di ore, all'incirca. 
La realizzazione di ogni modulo avviene secondo una procedura ritenuta ormai indispensabile che si chiama algoritmo didattico la cui sequenza risulta in grandi linee: a) assicurazione dei prerequisiti (con pre-test/analisi della situazione/prove d’ingresso); b) realizzazione; c) verifica (post-test) il cui risultato determina la scelta didattica successiva, cioè o passare al successivo modulo, o integrare e correggere quello precedente con un’unità didattica di sostegno.*

Per preparare un modulo, dunque, devo prima di tutto predisporre una tabella di prerequisiti e obbiettivi formativi. Sorvoliamo pietosamente sul termine "pre-requisito", ormai diventato di moda nella programmazione ma in sé un tantino ridondante: requisiti sono le cose richieste, i prerequisiti le cose che richiedi prima dei requisiti... Immagino che il prerequisito per eccellenza sia essere vivo, altrimenti non puoi seguire moduli di alcun tipo (ma forse neanche quello: chi ci dice che uno zombie o un vampiro non possano usufruire con successo di un modulo, poniamo, sul verbo in latino o in tedesco? Ma anche: chi ci dice il contrario?).
La cosa però non è molto chiara anche chiamandoli semplicemente "requisiti". Per esempio: se faccio un modulo sulla scrittura creativa i ragazzi devono... sì, dovrebbero saper leggere e scrivere decentemente, chiedo scusa "padroneggiare le principali strutture della lingua italiana" e saper distinguere un brano di narrativa da una zuppa di farro. Ma può anche darsi che io il modulo di scrittura creativa glielo faccia appunto perché scrivono da cani e leggono la narrativa in modo troppo superficiale, e dunque l'unico vero requisito senza pre è che siano disponibili a darmi retta e a lavorare. Poi dovrei saggiare l'effettivo possesso di questi prerequisiti, con un test o qualcosa del genere - è una fase su cui di solito si sorvola, e i prerequisiti si danno per accertati. Del resto, sono i miei alunni, saprò bene se distinguono la narrativa dalla zuppa di farro, no?
Oppure: gli faccio un modulo sui pronomi, e già lì indicare i prerequisiti è più complicato: cosa devono sapere, per seguire un modulo sui pronomi? Non i pronomi, perché lo scopo del modulo è appunto insegnarglieli. Allora si ritorna al fatto che devono avere un po' di conoscenze di italiano parlato e scritto. Chessò, saper formare una frase di senso compiuto. Ma può essere che io mi imbarchi in un lungo lavoro sui pronomi proprio perché il senso delle loro frasi non si capisce bene.
Di sicuro, per vedere se han capito qualcosa, non aspetterò la fine del blocco delle lezioni sui pronomi: li sottoporrò a un fuoco di fila di esercizi e se vedo che certe cose ancora non sono chiare insisterò su ogni singolo tipo di pronome, aggiustando il tiro via via che le lezioni danno i loro frutti (e si spera che prima o poi li diano). Non posso fare una lezione sui pronomi personali, una sui pronomi relativi, una sui pronomi possessivi e interrogativi e poi distribuire il testo della verifica dei pronomi; devo controllare passo passo se hanno capito cos'è un pronome relativo, se hanno capito cos'è un pronome, se sanno distinguere un pronome da un aggettivo o da una congiunzione. La spiegazione va fatta, per onor di bandiera e perché a volte basta quella, ma non posso andare avanti con i pronomi per un mese e solo dopo verificare se tutte le mie brillanti spiegazioni sono servite a qualcosa - devo vederlo dopo dieci minuti e in caso ricominciare o stabilire che per quel giorno la vigna non dà uva, passare all'antologia e riprovarci due giorni dopo. Quindi anche il calcolo dei tempi va un po' a farsi friggere.
Di fatto, l'unico tipo di scuola in cui una programmazione a moduli non sembrerebbe fuori posto è... il seminario universitario, ovvero dove l'interazione degli studenti con l'insegnante è molto relativa e il motto è "Se ci siete, seguitemi; se non avete capito, arrangiatevi". Alla scuola dell'obbligo si va avanti a passettini, un giorno dopo l'altro, mettendo insieme tante briciole per fare un panino perché se provi a tirargli in bocca il panino intero gli alunni non riescono ad afferrarlo né tanto meno a mangiarlo, salvo rare eccezioni - e alla scuola dell'obbligo proprio non si può far lezione solo per le rare eccezioni e lasciare il resto della classe a sguazzare nel trogolo - e non mi sembra una grande idea nemmeno farlo nel triennio, anche se siamo tutti d'accordo che l'alunno a quel punto deve essere autonomo quanto basta per sbrogliarsela un po' da solo anche senza la balia che lo rincorre col cucchiaino di cibo omogeneizzato.

Dunque se nessuno usa in classe i moduli e le unità didattiche, se non molto occasionalmente, il motivo c'è: non funzionano, perché non tengono minimamente conto di come procede il lavoro in classe.

Altra postilla: alla SSIS il vero problema della stesura di una programmazione a moduli non era la programmazione in sé: programmare contenuti virtuali per una classe virtuale è operazione di una semplicità confortante. Il problema arrivava quando consegnavi i moduli ai docenti che te li correggevano, e dopo la correzione dovevi andare a cercare per tutto il corridoio le palle che ti erano cascate o asciugare il latte che ti era caduto ben sotto le ginocchia.
Il modulo era sempre troppo corto, tanto per cominciare (il loro sogno erano arcate di due-tre mesi su un argomentuccio secondario) e spesso i contenuti erano troppo superficiali (visto che ci ostinavamo a fare delle lezioni di scuola, e non dei corsi da dottorato di ricerca). Talvolta mancavano i sussidi didattici (cioè i vari gadget, tabelle etc. che usavi durante la lezione, e che spesso sono semplicemente quelli che hai sul libro). All'epoca i gadget non erano così semplici da reperire: computer e LIM spesso scarseggiavano, con le fotocopie le fotografie venivano (e vengono) male, e non tutti avevamo voglia di spendere soldi per pagare le fotocopie fatte con la fotocopiatrice laser (e va da sé che la SSIS, nonostante i soldi che prendeva, non ci metteva a disposizione nemmeno un ciclostile degli anni '60).
A monte di tutto restava la questione di base: che senso aveva sprecare tempo per costruire delle programmazioni virtuali per classi virtuali su blocchi di argomenti virtuali e disagevoli da gestire, quando ogni insegnante avrebbe avuto tanto da imparare sull'insegnamento reale in classi reali? 
Ecco, una domanda del genere potrebbe costituire un valido spunto per un modulo sulle perversioni umane, utilissimo nella medicina psichiatrica.

*La definizione è presa da http://www.edscuola.it/archivio/didattica/promod.html, che qui cita il Dizionario di scienze dell'educazione. ELLE editore. Algoritmi a parte, comunque, corrisponde a quanto dicevano alla SSIS

lunedì 17 agosto 2009

Noi fummo da sempre calpesti, divisi / perché non siam popolo, perché siam divisi


In occasione delle consuete uscite pre-Pontida sul tema dell'unità d'Italia e del suo inno ho rispolverato una delle molte unità didattiche con cui ho sbarcato la SSIS.
Per ognuna delle cinque tesine dell'Area Trasversale infatti ci veniva chiesto di allegare un'unità didattica - che, grosso modo, corrisponde al contenuto di una lezione o di più lezioni strettamente collegate tra loro.
Al contrario di altre unità didattiche che ho presentato questa è vera, nel senso che io l'Inno d'Italia lo spiego proprio così - anche se non ho mai esteso il lavoro nel senso qui progettato, soprattutto perché non mi sono mai trovata alle mani un insegnante di musica con cui avevo voglia di lavorare quando spiegavo l'Inno d'Italia (altre volte ho avuto a disposizione colleghi con cui avrei collaborato volentierissimo, ma sempre quando non avevo alcuna collaborazione da proporre. Capita).
Questo lavoro ha contribuito a farmi prendere 30 (o era 29?) nell'area trasversale. Questo non indica necessariamente che sia un lavoro valido, o che alla SSIS lo abbiano considerato valido, perché in effetti non ho alcuna certezza che l'abbiano letto o anche soltanto scorso; d''altra parte la cosa su cui trovavano più facilmente da ridire, nell'Area Trasversale, era la bibliografia (non i criteri della bibliografia, ma il modo in cui era redatta. Noi di Lettere chiaramente abbiamo spopolato, ricorrendo all'accorto espediente di seguire le istruzioni propinateci), e sulla redazione della mia bibliografia non c'era niente da ridire.
Per lo schema dell'Unità Didattica invece mi sono attenuta a quello che ci aveva dato l'insegnante del laboratorio di italiano. Visto che nessuno me l'ha mai criticato, immagino vada bene.
L'utilità di preparare queste Unità Virtuali per Classi Immaginarie mi è sempre sfuggita. In effetti mi sembra che progettare una lezione e farla siano due cose ben diverse, ma tant'è.
Questa, comunque, l'ho fatta una mezza dozzina di volte, seguendo questo schema, ed ha sempre funzionato - nel senso che la classe mi stava a sentire almeno quel tanto che bastava per scodellare delle verifiche di livello più che dignitoso.

ARGOMENTO: Inno nazionale d’Italia ufficiale e inno ufficioso.

CLASSE: II media, livello medio.

MOMENTO: Verso la fine di Aprile (seguendo gli attuali programmi)
La lezione dovrebbe svolgersi pochi giorni dopo aver terminato la parte di programma di storia che parla dei moti del 48-49, verifica inclusa, e prima di iniziare la parte sul “decennio di preparazione” di Cavour.

MATERIA: Storia, Letteratura italiana, Educazione civica

FINALITÀ’: ampliare le conoscenze sul Risorgimento italiano
capire perché il testo è stato scelto come inno nazionale
addomesticarsi con l’arte di analizzare un testo in base all’inquadramento storico

PREREQUISITI:
Sapere che c’era un movimento irredentista che voleva l’unità d’Italia.
Conoscere la prima parte del Risorgimento, fino ai moti del 48 compresi

TEMPO: 1 ora, più mezz’ora della lezione successiva per la verifica.
1 ora in compresenza o in aggancio a Educazione Musicale.

PARTE PRIMA - L’INNO UFFICIALE
Testo: Fratelli d’Italia di Goffredo Mameli

I - Dove siamo.

Rapido riepilogo della situazione storica dopo i moti del 48 da parte degli allievi: è sufficiente che abbiano ben presente che l’Europa era stata attraversata da una vampata rivoluzionaria, che ad un certo momento era sembrato che i rivoluzionari potessero farcela, ma che poi tutto era finito in niente. Un accenno alla Repubblica romana, e alle speranze che aveva suscitato.

II - E questo cos’è?

Spiegare agli alunni che la poesia che hanno in mano è l’attuale inno nazionale.
Molti saranno sorpresi perché hanno sentito spesso la prima strofa, ma ignoravano che ce ne fossero altre. Spiegare che la versione completa viene eseguita molto raramente.
(Se chiedono il perché, ammettere di non saperlo)

III - L’autore e il contesto culturale.

E’ nato nel 1827 e ha scritto la poesia nel 1847, appena laureato.
Partecipò ai moti del 48 e fu tra i difensori della Repubblica romana. Morì nel 1849, per una ferita.
Il fatto che sia morto nei moti irredentisti, e così giovane, sta ad indicare che, anche se magari non è stato il più grande poeta della nostra letteratura, la sua buona fede è fuori discussione. La poesia, dunque, è sincera. Se magari oggi può sembrare retorica è perché nel frattempo il gusto è cambiato: nessuno oggi si sognerebbe di scrivere una canzone così. All’epoca invece era perfettamente normale.

IV - Di che parla il testo

E’ la parte centrale della lezione.
Oltre alla spiegazione letterale del testo occorre fornire una spiegazione per le parole più insolite (“calpesti” per “calpestati”, “squilla” per “campana, “natio” per “dove si è nati” eccetera. Sono tutte cose che serviranno per l’anno successivo, quando verranno letti Manzoni e Leopardi e gli altri autori dell’ottocento, e intanto imparano a familiarizzarsi con questo tipo di lessico).
Gli avvenimenti storici citati nella poesia vanno richiamati uno per uno, e riassunti nei tratti essenziali (tra l’altro alcuni per gli alunni saranno completamente nuovi).
“Scipio” è Scipione l’Africano, che sconfisse Annibale che, ad un certo punto, sembrava dovesse invadere Roma. Questo spiega anche l’accenno alla Vittoria schiava di Roma: ai tempi dell’antica Roma l’Italia era unita, e anche molto potente. Dopo ha dormito un sonno millenario ma adesso “s’è desta”.
La battaglia di Legnano è possibile che non richieda grosse spiegazioni, soprattutto se l’anno prima è stata fissata con “Il parlamento” di Carducci: è il momento in cui l’imperatore straniero (e tedesco, guarda un po’), che si era messo in testa di fare il prepotente in Italia (distruggendo tra l’altro Milano) viene sconfitto e ricacciato oltre i confini. Siamo nel XII secolo, nella gloriosa Italia dei Comuni, che andava molto di moda nel Risorgimento.
Ferruccio molto probabilmente giungerà nuovo alla classe. Basta accennare che difese con grande coraggio Firenze durante un assedio dei francesi, in un periodo (intorno al 1500) in cui i francesi andavano e venivano in Italia come se fosse casa loro.
“Balilla” invece è termine piuttosto noto, e i ragazzi hanno sentito nominare sia i Giovani Balilla del fascismo che la macchina Balilla, uscita in quegli anni.
Spiegare che, anche se adesso è diventata praticamente una parolaccia, e suscita solo associazioni sgradevoli, nel 1847 quel nome era invece collegata ad un episodio glorioso e assai patriottico: Balilla è, in genovese, diminutivo di Battista, e il piccolo Balilla era un ragazzino genovese che nel 1746 lanciò un sasso contro un ufficiale austriaco innescando così una sollevazione della città. Dopo cinque giorni di combattimenti gli austriaci levarono le tende.
I “Vespri” sono i Vespri siciliani: altra sommossa popolare, che nel 1282 scacciò gli Angioini (francesi) dalla Sicilia.
(Di passaggio, è opportuno accennare che, guarda caso, un tale Verdi scrisse due opere dedicate per l’appunto ai Vespri Siciliani e alla Battaglia di Legnano. Basta un accenno, perché l’argomento sarà ripreso nella seconda lezione).
Quanto al “sangue polacco” non dovrebbe dare particolari problemi perché è roba recente: al Congresso di Vienna, Russia e impero asburgico si erano spartiti il regno di Polonia, che era così diventato un paese che aveva lo stesso identico problema dell’Italia, e per giunta a causa dello stesso nemico: l’Austria.

V - Il senso generale

Riepilogando: abbiamo un episodio di storia romana, cinque ricordi di cinque gloriose occasioni in cui l’italico coraggio ha sconfitto o comunque duramente provato gli incauti invasori stranieri, e un accenno a un popolo che ha un problema abbastanza simile a quello italiano, cioè essere stato spartito come una torta da potenze straniere, oltre a un accenno all’Austria vista come un’aquila spennacchiata.
Gli episodi in cui l’italico coraggio ha sconfitto gli invasori sono geograficamente collocati in tutta la penisola (Milano, Genova, Firenze, Palermo), e si lascia chiaramente capire che sono tutte punte di iceberg: ogni italiano, in qualsiasi momento, potrebbe fare altrettanto.
La poesia si apre con un’invocazione ai fratelli d’Italia (divisi, dunque, per colpa dello straniero, ma uniti nel cuore), poi c’è una spiegazione storica all’attuale debolezza d’Italia, dovuta proprio alla sua frantumazione, e un invito a unirsi.
Vale la pena, se la classe è in condizione di sopportarlo, di soffermarsi sui versi “l’unione e l’amore / rivelano ai popoli le vie del Signore”: grazie a un fenomeno di generale affratellamento delle italiche genti, sarà chiaro che l’unione dell’Italia fa parte del disegno divino. Da sempre i popoli insorti invocano Dio dalla loro parte, ma qui il Signore è chiamato in causa in modo molto gentile.
Questo spiega anche perché, nonostante i numerosi riferimenti guerreschi, la poesia ha potuto essere adottata come inno nazionale da una nazione che, nella sua costituzione, dichiara di ripudiare la guerra.

VI - Verifica
(in classe)

Gli studenti devono rispondere per iscritto a tre domande:
1) In che contesto storico scrive l’autore
1) A chi si rivolge, e cosa propone
2) Perché l’autore insiste tanto sul passato glorioso dell’Italia.

PARTE II - L’inno ufficioso
Testi:
- Va’ pensiero, dal Nabucco; musica di Giuseppe Verdi, testo di Temistocle
Solera (1842)
- Dell’aura tua profetica, dalla Norma; musica di Vincenzo Bellini, testo di
Felice Romani (1831)

L’introduzione storica si fa abbastanza facilmente perché ogni manuale di storia ha un box o una scheda dedicata all’importanza, anche politica, della musica lirica nell’Ottocento - e in queste schede viene sempre raccontata la nascita di “Va pensiero”, dell’entusiasmo che suscitò fin dalla sua prima esecuzione e di come un coro di ebrei esiliati che deprecavano la loro triste sorte si trasformasse in un inno rivoluzionario, con grande scorno della censura austriaca.
Occorre anche ricordare come il coro sia sempre rimasto popolarissimo (è uno dei pochi brani di musica classica che praticamente ogni italiano conosce) e come a tratti sia stato proposto di farne l’inno d’Italia.
(Un confronto tra i testi di “Va’ pensiero” e “Fratelli d’Italia” spiega abbastanza facilmente perché il secondo ha prevalso: “Va’ pensiero” è un lamento, senza altro progetto che quello di imparare a sopportare con pazienza le avversità, il secondo contiene un progetto molto chiaro e la volontà di rimettere a posto quel che funziona male. Anche se musicalmente il divario qualitativo è enorme, la scelta di un inno nazionale è prima di tutto un fatto politico).

Gli insegnanti possono fornire qualche ampliamento, per esempio spiegando che l’opera era sì popolare, ma nelle città, visto che in assenza di radio e televisione i contadini erano decisamente tagliati fuori da questo tipo di intrattenimenti (non era invece questione di reddito perché i posti popolari erano a prezzi realmente popolari).
Si deve poi aggiungere che “Va pensiero” non fu un caso isolato, e che molte opere di quel periodo, non solo di Verdi, contengono cori e arie a sfondo risorgimentale, e che anzi i soggetti spesso erano strutturati (e i libretti scritti) in modo da consentire quel tipo di operazione, con grande abbondanza di perfidi tiranni e invasori stranieri contro cui covava la rivolta. Il tema era molto sentito dagli intellettuali dell’epoca: non solo dai musicisti, ma anche dai librettisti (e dagli impresari, non fosse che per il successo di pubblico che riscuoteva).

Il coro dalla Norma è stato scelto perché, oltre ad essere molto gradevole all’ascolto, è di segno opposto a “Va’ pensiero”: non c’è niente di elegiaco o di introspettivo, solo una tribù infuriata e decisa a cacciare via gli invasori in malo modo. Volendo, può essere sostituito dal secondo coro della Norma “Guerra! Guerra!”, che è più breve e ha un ritmo più veloce ma espone esattamente gli stessi concetti - o da un’altra quarantina di cori analoghi (anche se non tutti altrettanto suggestivi).

Anche qui è necessario fare un po’ di lavoro sui testi, sbrogliando le frasi più complicate per permettere agli allievi di seguire il senso.

Una volta concluso l’ascolto, e la seconda lezione, il Risorgimento viene abbandonato a sé stesso e ritorna un argomento di esclusiva pertinenza di Storia.
In compenso le connessioni tra musica e politica e soprattutto l’uso della musica come veicolo di trasmissione per temi profondamente sentiti dalla collettività possono continuare ad essere studiate per mesi e anni di fila: il materiale non manca certo.

Parte Terza - Musica e politica

La palla passa all’insegnante di Educazione Musicale (che può poi rilanciarla in seguito ai colleghi del Consiglio di Classe): a parte la musica lirica della prima metà dell’Ottocento, esistono altri casi in cui la musica cantata è stata concepita o interpretata in chiave politica?

Ovviamente di casi ne esistono un’infinità, partendo dal blues e dalle canzoni di protesta dei lavoratori fino ad arrivare a musiche incise due giorni fa, e ogni ragazzo ne conosce almeno qualcuno.
Il lavoro può ramificarsi in infiniti modi: si può ad esempio esaminare qualche tema dei più ricorrenti per Educazione Civica o per Storia, lavorare sulle poetiche di certi testi in italiano o nelle lingue straniere studiate da quella classe, o su colonne sonore di film musicali o su video che sono diventati particolarmente famosi (a quel punto si può anche agganciare Educazione Tecnica). Anche gli incastri con Geografia sono numerosi, e spaziano dai moti rivoluzionari in Sud America sino alle questioni energetiche e ambientali.

Tanto per fare un minimo esempio, se vogliamo insistere sul filone degli inni nazionali:
l’inno inglese “God Save the Queen” ha avuto almeno due rifacimenti nell’ambito della musica rock.
- La prima è la versione dei Queen, che sul doppio significato in inglese del loro nome hanno giocato spesso. Una tipica chiusa dei loro concerti era l’inno suonato dalle tastiere mentre il cantante si esibiva sul palco in manto bordato di ermellino, con corona e scettro. Le parole erano cantate dal pubblico.
- Nel 1976 i Sex Pistols lanciarono una versione molto personale di “God Save the Queen”. Il testo, cantato con un’intonazione molto approssimativa e con grande sfoggio di chitarre in distorsione, era estremamente acido verso il sogno imperiale britannico. La canzone, che ebbe un enorme successo e scandalizzò mezzo pianeta, chiuse la stagione del progressive rock inglese e aprì quella del punk rock, facendo spargere fiumi di inchiostro ai sociologi, oltre che ai critici musicali.