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mercoledì 28 marzo 2012

Note di informatica scolastica

Il prof. Jorge a Moria, intento a fermare la connessione ASDL che minaccia di raggiungere i computer della scuola di St. Mary Mead

Esistono scuole con laboratori informatici scintillanti, doppia ADSL perforante, stampanti fotoniche, mouse senza cavi, programmi aggiornatissimi e senza virus, il tutto curato da abili professori che con magico tocco rimediano i rari inconvenienti che talvolta intervengono perfino lì - roba di un attimo, pochi abili gesti e la primavera brilla di nuovo dopo la breve pioggerella. 
Nessuno bestemmia, in quei laboratori, e molti lavorano. Producono slide, bigliettini, brochure, file multimediali con delicati effetti grafici e sonori, colorano e sfumano immagini, montano sofisticate presentazioni.

Poi ci sono scuole che hanno laboratori diversi. St. Mary Mead, per esempio: poche macchine grigie lasciate indietro da Annibale quando abbandonò in fretta l'Italia annegano in un groviglio di cavi e cavetti dove perfino Arianna si sarebbe persa e non parliamo di Teseo. Alcuni mouse sono senza palle, altri senza cavi, altri senza pile. Alcuni computer sono senza mouse, altri senza tastiera, molti senza stampanti. Alcune stampanti sono senza cartucce, altre senza cavi. Alcuni cavi sono senza computer. Molti computer sono senza internet. Non c'è un solo programma che abbia visto una licenza legale sia pure in fotografia. Ci sono almeno sette diverse versioni di Word e tre diverse versioni di Power Point. Alcuni antivirus sono stati portati da Carlomagno quando scese in Italia e sconfisse i Longobardi, e all'epoca erano aggiornatissimi. Polvere e ditate regnano sovrani, E alcune macchine hanno subito il devastante passaggio di Cristaccecami. Virus di ogni tipo prolificano festosi.

Nonostante le apparenze, non è un laboratorio abbandonato a sé stesso: c'è chi lo cura. Anche noi abbiamo il nostro professore dedito alla cura dell'apparato multimediale della scuola. E' il professor Jorge. Il suo sogno, da sempre, è complicare oltre ogni dire la vita di chiunque desideri in qualche modo accedere alle rutilanti prospettive didattiche offerte dall'informatica moderna - e tale sogno è da considerarsi tutt'altro che irrealizzato. Tutto deve passare attraverso di lui, sennò si offende. Più esattamente, tutto deve fermarsi davanti a lui, sennò si offende. Ha poche occasioni di offendersi, devo dire.
Non sappiamo se e quando si occupa delle macchine, ma di solito si nota subito il suo passaggio dall'apparire di nuove password finalizzate ad impedire l'entrata di chiunque in qualunque apparecchiatura o programma.
Se c'è un problema (e capita assai spesso che ce ne siano, il che non è sorprendente) promette che se ne occuperà. Non ora, che ha lezione. E dopo deve andare a casa, e domattina non può, ma comunque se ne occuperà. Prima o poi.
Sì, lo sa che nell'aula multimediale non arriva internet. Non sa perché. Se ne occuperà quando può. Sì, è vero che nella stampante dell'aula di informatica manca il toner, farà presto un fax per chiederlo in segreteria. Sì, aveva già sentito dire che i mouse erano senza pile. Avrebbe chiesto al più presto di provvedere. E passano le settimane.

Anni fa era costretto a fare qualcosa perché il programma della scuola prevedeva l'offerta formativa di due ore di informatica a settimana, ma con i tagli della Gelmini informatica non c'è più e il nostro laboratorio, che anche prima non era in gran salute, va spegnendosi in una lugubre agonia.
L'aula multimediale va parimenti spegnendosi: il proiettore è pallido e fioco, il computer oppresso sotto il peso delle più strane password, il suono arriva male perché una delle casse è dentro un armadio ed è impossibile spostarla perché il cavo è troppo corto, internet ogni tanto sparisce; lui scuote la testa e spiega che non ha idea del perché, fin quando qualcuno ricorda che basta cambiare la tastiera* costringendolo ad accettare a malincuore il triste evento del ritorno della rete.

Nel piccolo orticello della mia classe le cose vanno un po' meglio perché abbiamo la LIM dove un bel mattino è tornata la rete. La LIM che avevo a Hogsmeade era un po' più spartana di quella che uso adesso ma aveva una tastiera e un mouse senza cavi. Questa  invece è collegata a un computer dai molti cavi (che Cristaccecami si diverte a ingarbugliare e staccare) e la tastiera è malamente appoggiata su un tavolino da cui sembra impossibile muoverla perché i cavi sono incastrati. Usarla è un po' scomodo, ma lì dentro siamo cresciuti a una scuola che ci rende molto adattabili, quindi la usiamo lo stesso, con una certa frustrazione da parte del professor Jorge.

Una mattina il computer non si accende, e nemmeno la LIM. Chiamato prontamente in soccorso, il prof. Jorge racconta che era già successo l'anno prima "ma dopo qualche settimana il computer si era riacceso". Mi suggerisce dunque di fare così: aspettare. Magari riparte da solo.
Dopo essermi accertata che non sta scherzando (del resto, la parola "scherzare" non fa parte del suo vocabolario, e basta guardarlo in faccia per accertarsene) e che anzi è convinto di avermi dato un suggerimento assai sensato, suggerisco di prendere un computer ancora funzionante dal laboratorio.
Preso in contropiede mi spiega che non è così semplice, che le macchine in laboratorio sono poche e che è un lavoro complesso che va ben ponderato, anche perché le macchine in laboratorio sono poche.

A me, detto per inciso, del suo laboratorio non importa un accidente; tutto quello che voglio è che la mia LIM costosa, per quanto non più all'avanguardia, non vada sprecata, visto che sulla LIM faccio un sacco di cose, compreso il laboratorio di storia tutte le settimane. Così comincio a saltellargli intorno pregando, supplicando, strisciando, insistendo, tirandogli la manica...
...finché mi dice scocciato che se la metto su quel tono lui non fa proprio nulla e se ne va offeso.

Apro il mio cuore in Sala Professori, domandando tra l'altro perché costui si occupa di informatica se non ha nessuna voglia di occuparsi di informatica (domanda destinata a restare senza risposta, e non è che negli anni passati ci siano mancate le occasioni di porcela), poi mi attacco al telefono e chiamo l'ex Vice-Preside in cerca di conforto e aiuto materiale. Dalla cornetta esce una mano che mi fa pat-pat sulla spalla. Mi racconterà in seguito che nel disgraziato anno della sua VicePresidenza si procurò un gruppetto di macchine un po' usate ma in ottimo stato per il nostro laboratorio, che il professor Jorge lasciò vari mesi ad accumulare polvere in segreteria prima di rassegnarsi infine a montarle in laboratorio, e che quindi non aveva avuto alcuna difficoltà a comprendere la situazione.
Ad ogni modo il giorno dopo passa a prendere il computer rotto, lo ripara (era rotto l'alimentatore) e nel giro di tre giorni ho di nuovo un computer in grado di accendere la LIM.
Due giorni dopo il professor Jorge viene a offrirsi di sostituire il computer rotto con uno preso dal laboratorio. Lo ringrazio con un bel sorriso e dico che no, grazie, il problema è risolto.
Se ne va via un po' offeso.

Capisco di essermi fatta un nemico. Me ne sono fatti diversi, quest'anno.
Però ho un computer che si accende e si spenge, e una LIM che funziona. Molto meglio così che una LIM inutilizzabile e un collega non offeso nei miei confronti.
(E' proprio vero: con gli anni, a forza di fare questo mestiere, si diventa cinici)

*e cambiando la tastiera Internet ritorna. Non chiedetemi come sia possibile, non ne ho la minima idea. Ma la storia viene da una fonte non priva di attendibilità e rigorosamente astemia.

sabato 17 dicembre 2011

Manuale del Perfetto Insegnante - Come convivere con Facebook


Com'è noto, al giorno d'oggi la tecnologia si evolve a gran velocità e talvolta avviene perfino che gli insegnanti riescano a starle dietro: ormai da tempo infatti il docente capace di compilare un piccolo file di testo in Word, una tabellina in Excel e financo di gestirsi una o più caselle di posta elettronica hanno smesso di essere rarissime eccezioni. Anzi, taluni insegnanti, soprattutto se giovani, hanno perfino un profilo - altrimenti detto account - su Facebook.

Si è aperto quindi un ampio dibattito sulla Spinosa Questione Etica di come debbano tali insegnanti gestire tali profili nei rapporti con i propri alunni: è lecito accordare loro l'amicizia (ovvero l'accesso alla propria bacheca)? Se sì, con quali limitazioni?
Questa piccola guida, pur non pretendendo di risolvere tutti i dubbi, perché ogni caso fa scuola a sé, può costituire un utile vademecum per i casi più comuni, in ordine di complessità. Tale guida può essere naturalmente ampliata sulla base di suggerimenti ed esperienze personali che sono sempre i benvenuti.

CASO 1: l'insegnante non ha alcun profilo su Facebook, e di Facebook se ne frega alla grande. E' il caso più semplice da gestire e anche il più sicuro, perché non occorre fare niente. Facebook basterà a se stessa e gli allievi gestiranno come gli pare la loro vita virtuale. Non sorgeranno mai complicazioni a riguardo. Altamente consigliabile, e assai comodo.

CASO 2: l'insegnante ha uno o più profili su Facebook e non ha alcuna intenzione di ritrovarsi una manica di ragazzini tra i piedi. Anche in questo caso la soluzione è semplice: l'insegnante non fa niente e non dice niente sull'argomento in classe. Qualora qualche allievo impiccione chiedesse "Prof, l'ho vista su Facebook" l'insegnante deve limitarsi a negare con serenità aggiungendo eventualmente qualche frase neutrale del tipo "Sarà un omonimo". Vanno però osservate alcune semplici precauzioni.
Primo, se l'insegnante si chiama Crodegango Sorbelloni Viendalmonte o con altro nome piuttosto inconsueto è opportuno che scelga uno pseudonimo per il proprio profilo (non è difficile. Nel caso preso in esame Croddy Sorbelli va benissimo, ad esempio, ma si può optare per un nome decisamente di fantasia come Aram Benjo o Giovanna Fini. Quest'ultima possibilità naturalmente funziona solo se l'insegnante non si chiama davvero Giovanna Fini).
Secondo: occorre bloccare l'accesso ai dati a chiunque non sia amico, togliendo quindi l'accesso anche a quella vasta e infida categoria che va sotto il nome di "amici degli amici", che può includere alunni, genitori di alunni, colleghi, dirigenti scolastici e quant'altro.
Terzo: occorre porre una certa attenzione alla scelta della foto del profilo. Animali, piante e simboli vari costituiscono valide possibilità, ma anche una foto del soggetto in età infantile può sortire egregiamente lo scopo di conservare un certo anonimato.
Quarto: l'insegnante eviterà di stringere amicizia virtuale con insegnanti della stessa scuola, soprattutto se costoro interagiscono con gli alunni o gli ex alunni.
Una volta prese queste precauzioni il Caso 2 si assimila a tutti gli effetti al Caso 1.

CASO 3: l'insegnante, se richiesto, dichiara apertamente che è su Facebook e che non ha la benché minima intenzione di interagire con i suoi allievi. Tiene una bacheca bloccata a chiunque non è suo amico virtuale, evita foto particolarmente discinte nell'avatar per non dare il cattivo esempio e si fa serenamente i fatti suoi. Il suo caso dovrebbe essere assimilabile al CASO 2 e a quel punto sul suo account può fare quel che meglio crede, purché si attenga al rispetto del codice civile e penale. Un filo di rischio è comunque presente perché il mondo della rete è un vero colabrodo, che cola talvolta nei posti più impensati.

CASO 4: l'insegnante, sia o non sia su Facebook, apre un Gruppo con i suoi studenti dove vengono prodotti contenuti inerenti alla didattica. Qualora l'insegnante in questione stia su FB a questo solo scopo, può tranquillamente aprire un profilo vuoto. Aprire un profilo vuoto è una valida soluzione anche se l'insegnante è già da tempo su FB e lo usa per gestirsi un suo personale giro di scambio di coppie o simili, purché eviti di chiedere l'amicizia a sé stesso.

Caso 5: l'insegnante è su Facebook ed è convinto di avere una bacheca del tutto innocua o perfino vagamente pedagogica, dove i buoni sentimenti e le massime di filosofi orientali si sprecano e abbondano appelli per gattini abbandonati o consigli per la cura delle piante.
Fermo restando che può sempre regolarsi come prescritto per i casi 2 e 3 nei confronti dei suoi allievi (perché non è detto che chi ha una bacheca del tutto innocua e rispettabile abbia voglia di essere insegnante anche quando si occupa di gattini abbandonati o coltivazione delle piante) si aprono altre possibilità qualora l'insegnante in questione non sia avverso ad avere contatti telematici con i suoi amati alunni. Elenchiamo qui le scelte più comuni:
A) l'insegnante accetta solo l'amicizia di ex-alunni che non possono vedere la sua bacheca né gli amici. E' una soluzione tutto sommato abbastanza sicura (fermo restando che la rete è un colabrodo etc. etc.). Non è detto che entusiasmi l'ex allievo, ma questo è affare esclusivamente delle parti in causa.
B) l'insegnante accetta esclusivamente amicizie maggiorenni. La scelta è meno sicura di quel che può sembrare a prima vista perché non tutti gli studenti hanno una bacheca bloccata, anzi la maggior parte la tiene aperta anche agli amici degli amici... che possono essere i loro allievi del momento.
C) l'insegnante accetta esclusivamente gli allievi che gli stanno simpatici e rifiuta gli altri. Può presentare degli inconvenienti perché spesso gli allievi che gli stanno simpatici e quelli che gli stanno antipatici sono amici tra loro, e ci sta che dialoghino allegramente.
D) l'insegnante accetta indiscriminatamente qualsiasi alunno lo richieda di amicizia. A quel punto deve essere consapevole che tutto quel che scriverà potrà essere usato contro di lui.

Caso 6: l'insegnante è su Facebook, usa in piena libertà la sua bacheca e accetta l'amicizia di chiunque glielo chieda senza stare a sottilizzare. Non è detto che vada sempre a finire benissimo ma, in effetti, non è detto nemmeno il contrario. Quello che è praticamente certo, ad ogni modo, è che i fatti suoi diventeranno di pubblico dominio nella scuola. Il che non è un problema per quella rama di insegnanti che passa comunque buona parte del suo tempo in classe a istruire i ragazzi su tutti i dettagli della propria vita privata (quest'ultimo caso può in effetti presentarsi problematico per alcuni alunni, che con tutto il cuore accetterebbero una lezione su Leopardi o sul periodo ipotetico in greco pur di smettere di sentirsi sciorinare i problemi casalinghi del docente. Si tratta comunque di una questione che esula dall'argomento qui trattato).

Caso 7: l'insegnante è nato e cresciuto nel paese (o cittadina o quartiere) dove insegna. I genitori dei suoi allievi erano a scuola con lui, gli allievi passano a scampanellargli ad Halloween e regolarmente sono riforniti di dolcetti comprati all'uopo, sanno tutto di lui (o lei) e lui (o lei) sa tutto di loro, brache familiari incluse.
In quest'ultimo caso qualsiasi scelta compia riguardo a Facebook è del tutto ininfluente nel rapporto insegnante-alunno, e in nessun caso si rischia che l'alunno sia più informato di prima sulla vita personale dell'insegnante o finisca col prendersi con lui maggiore confidenza di quella che già abbia. Qualora però l'insegnante desiderasse mantenere un minimo di controllo sulla sua privacy, sarebbe opportuno per lui prendere in considerazione la possibilità di un pendolarismo leggero (cioè la scuola del paese più vicino).

domenica 25 ottobre 2009

Vale la pena










Mi han premiato. O meglio nominato. Insomma, quella roba lì della catena dei premi.
In verità a suo tempo avevo stabilito in cuor mio che in caso di premi avrei ringraziato con bel garbo e lasciato perdere la cosa (come poi ho fatto). Ma questo premio è carino, perché ha gli occhi azzurri e a me l'azzurro piace, e poi perché oggi è una giornata particolare; quindi oltre a ringraziare La Prof (no, non c'è il link. No, non è un errore, solo che di recente si è occultata e anzi se riemergesse alla luce IMHO farebbe cosa buona e giusta) e Cautelosa che me l'hanno assegnato e ad apprezzare particolarmente che tale premio venga da due dei miei blog preferiti ho deciso di passarlo a qualcuno - non tanti quanto potrei, giusto due gatti più una Refrattaria, ovvero Milady, che i premi non li prende e non li passa, rassicurandola che non è tenuta a fare niente né ad occuparsi minimamente della cosa perché il premio le è stato conferito sapendo perfettamente che lei non avrebbe allungato la catena, solo come esortazione in considerazione del periodo... diciamo particolare... che sta attraversando dal punto di vista professionale. Perché, come lei sa bene, nonostante tutto "ne vale la pena".
Inoltre potrei - anzi, posso senz'altro - aggiungere al gruppo anche la quinta insegnante di lettere delle medie, LaNoisette, che però era già stata premiata dalla Prof e quindi la cosa lascia un po' il tempo che trova.

Ma veniamo ai due gatti: quando aprii il presente blog stabilii che esso blog avrebbe trattato di scuola, solo di scuola, sempre e unicamente di scuola o di ciò che alla scuola poteva in qualche modo afferire, ad esempio la mia vita interiore.
Così anche i blog che segnalo nel Blogroll sono legati alla scuola media - mentre ce ne sono tanti altri altri che seguo, regolarmente o occasionalmente, ma che lì non risultano.

Poi c'è l'eccezione, ovvero il blog tra i blog, il mio blog preferito tra tutti i preferiti, il miglior blog che abbia mai trovato in rete.
Non si parla mai di scuola ma è un tale capolavoro letterario, linguistico, sociale, politico e soprattutto felino che trovare parole adeguate per lodarlo è praticamente impossibile. Il meraviglioso blog polifonico di Esserino e Balena e del variegato clan che ruota attorno a questi splendidi gattoni (compreso il terzo gatto, Ito, che però non scrive) è un ricco banchetto dove i piatti sono sempre diversi ma, ognuno nel suo specifico modo, sempre altamente gustosi e nutrienti e assai pregevolmente decorati.
Il particolarissimo gattese di Balena unito al più classico gattesco di Esserino sono mirabilmente integrati da voci umane di varia provenienza geografica - e le foto dei due autori principali conferiscono al tutto una fiera e impareggiabile bellezza e quel senso di felina felinità che impreziosisce tutto quel che tocca, vuoi con la zampa, vuoi con la coda.
Con i migliori auguri a entrambi, e pure al resto del clan.

mercoledì 16 settembre 2009

L'arte della copia (ovvero Come Si Fa Una Tesina)


Si chiamava Area Trasversale; è stata, almeno a Firenze, di gran lunga la parte più noiosa e inconcludente della SSIS ed era composta da venti lezioni che "attraversavano" (donde il nome) le materie delle singole abilitazioni. Tali lezioni erano divise equamente tra cinque materie: psicologia, didattica, pedagogia, legislazione e socio-antropologia. Al termine del primo anno andava presentata una tesina per ognuna delle materie, corredata di Unità Didattica.
Siccome molti degli allievi erano giovani e assai sprovveduti la domanda che quasi inevitabilmente veniva posta ai docenti era "Come dobbiamo fare le tesine?", e siccome un docente universitario non mancherà mai e poi mai di dare il suo parere su qualcosa ci vennero ammanite indicazioni in gran copia, spesso assai contrastanti tra loro, in particolare sugli standard bibliografici cui attenerci ma anche sulle unità didattiche, la scelta degli argomenti, lo specchio di stampa, il tipo di font. Molti di questi signori erano consulenti esterni, che passavano per la SSIS giusto il tempo necessario a fare la loro (spesso insulsa) lezione e compilare la scheda necessaria per il pagamento; della SSIS non sapevano niente e mai e poi mai avrebbero avuto a che fare con le nostre tesine, perciò i loro consigli ci erano utili quanto i frigoriferi lo sono per gli esquimesi. D'altro canto la sintetica brochure che ci avevano dato all'atto di iscrizione comprendeva poche ed essenziali istruzioni riguardanti appunto le tesine: lunghezza richiesta, standard bibliografici eccetera. A quelle indicazioni ci fu detto di attenerci, e chi lo fece non ebbe mai motivo di pentirsene (e d'altra parte, ora che ci penso, qualcuno dovrebbe scrivere prima o poi un trattatello sullo Studente Ansioso, quella terribile creatura che continua a chiedere a tutti cinquecento volte la stessa domanda sull'esame, la tesi, l'interrogazione, i voti, finché, soddisfatto di essere riuscito a collezionare non meno di dieci risposte contrastanti, va in giro a seminare stress tra i compagni cercando di insinuare in tutti loro i dubbi più assurdi).
Tutti gli insegnanti comunque furono concordi su un punto: non dovevamo copiare la tesina da Internet. Perché c'erano dei siti da cui si potevano copiare le tesine, ma loro li conoscevano e non si sarebbero fatti fregare, loro, perché loro non erano stupidi, loro, e quindi non gli potevamo rifilare una tesina copiata da Internet perché loro le riconoscevano subito, loro, e sapevano da dove si copiavano le tesine da Internet, loro.
Dopo la trentacinquesima tirata sull'argomento, naturalmente, anche i più integerrimi tra noi vennero infine colti da curiosità e intenso desiderio di copiare le tesine da Internet, o almeno di trovare questi fantomatici siti. In molti li trovarono e presero spunto, e qualcuno (arrossisco per lui/lei mentre scrivo) si fece perfino beccare perché l'aveva copiata pari pari; e mi auguro sinceramente che lo abbiano segato senza pietà perché di idioti in cattedra ne abbiamo anche troppi e andranno pur messi dei paletti, alla fine.
Io non feci niente di tutto questo: il mio computer arcaico e una connessione vecchio tipo rendevano abbastanza improbo il lavoro di ricerca. Questo comunque non mi impedì di pescare dalla rete ben due delle mie tesine senza che nessuno potesse trovarci da ridire.
La prima era sulla legislazione delle biblioteche scolastiche nelle scuole medie. Usai qualche stringa di ricerca del tipo "biblioteche scolastiche - legislazione". Poi andai a guardare i risultati. Anche considerando la connessione lenta, fu affare piuttosto rapido.
In un sito specializzato trovai una bella storia della legislazione sulle biblioteche scolastiche a partire dalla legge Casati; mi limitai a incollarla nel file, sforbiciarla un po' e a citarla in bibliografia. Sempre nello stesso sito trovai anche la relazione sui risultati di una ricerca sullo stato delle biblioteche scolastiche europee. Di nuovo tagliai, incollai, sistemai i paragrafi (e naturalmente deplorai la scarsità delle nostre biblioteche scolastiche in poche ma accorate righe che mi risultarono tutt'altro che difficili da scrivere).
Trovai anche un rapporto sulle biblioteche scolastiche dell'Associazione Nazionale Bibliotecari e un paio di leggi molto recenti. Dal catalogo delle biblioteche della provincia di Firenze raccattai un paio di titoli vagamente connessi alle biblioteche scolastiche di epoca non antidiluviana presenti nella biblioteca a pochi passi da casa mia, dai quali pescai un paio di frasi giusto per infilare qualcosa di vagamente libresco in bibliografia.
Riaggiustai il tutto, lo rilessi, compilai la bibliografia secondo le regole della brochure. Nessuno trovò niente da ridire. Naturalmente non sono sicura che qualcuno l'abbia letto, ma in tutti i casi si trattava di un buon lavoro perché le fonti erano di prima qualità.
L'altra tesina pescata dalla rete era sull'Orientamento alle scuole medie, tema assai caro ai nostri insegnanti anche se nessuno di loro si era mai degnato di dirci qualcosa di significativo in merito. Lì ricorsi ad una tecnica di copia più sofisticata.
Dalla rete pescai soltanto un po' di quegli sproloqui deliranti sull'orientamento che piacciono tanto ai nostri pedagogisti: che si tratta di un processo eterno di raffinamento interiore, che ci aiuta ad armonizzarci con noi stessi e col mondo, che un buon orientamento deve tenere conto di tutte le coordinate possibili comprese le correnti atmosferiche e gli influssi astrali dei transiti di Urano e Plutone e via e via. Non li presi da tesine sull'orientamento, bensì... dai POF di un paio di scuole superiori. Tagliai, incollai, aggiustai ma mi guardai bene dal citare le fonti, perché erano comunque le stesse vagaggini che ci avevano rifilato i docenti a lezione ed è noto che sulle piscine di acqua calda non c'è copyright - tra l'altro, una volta scremate le esagerazioni, l'enfasi e il gusto della parola rara, preziosa e prettamente alessandrina, non erano nemmeno discorsi privi di una certa validità: perché, sì, è senz'altro meglio se una persona fa un lavoro che le piace, non solo per lei ma per l'intera società, e certo riuscirà più facilmente a trovare la sua strada se è ben consapevevole di sé, fermo restando che non è possibile rifilare due anni di analisi freudiana a un ragazzo delle medie per scoprire se gli andrebbe meglio fare il Geometri o l'Alberghiero.
Seconda tappa: Feltrinelli, quella vicino alla stazione - una comoda libreria ben provvista di divanetti da consultazione e lettura e dove, nella sezione pedagogica, avevo visto una bella rastrelliera piena di libri recentissimi dei nostri amati insegnanti dell'Area Trasversale: ancora croccanti di rotatrice, a prezzi esorbitanti e non uno solo di essi era disponibile presso le biblioteche dell'Università, mentre tutti erano indicati nella bibliografia orientativa della brochure. Ne scorsi alcuni, scegliendoli secondo i due criteri basilari della posizione dell'autore nella gerarchia SSIS e della frequenza con cui avevano cercato di farcelo comprare, li sfogliai in cerca di qualche citazione pertinente, copiai citazione e numero di pagina. In seguito, dietro suggerimento di un compagno di corso, perfezionai la tecnica: se si voleva citare un libro di questi "obbligatori" bastava citare qualche concetto generico, indicare una pagina e aggiungere "e segg.". Questa tecnica è particolarmente utile quando non si vuole perdere tempo a cercare o ritrovare o trascrivere una citazione precisa ma si vuole comunque mettere un libro in bibliografia (tenendo però conto che era noto che chi leggeva le tesine andava talvolta a controllare le citazioni). In questo tipo di tecniche ero abbastanza alle prime armi perché, negli anni di università, l'ultimissimo dei miei problemi quando scrivevo su qualche argomento (e in particolare durante la tesi) era allungare il brodo o la bibliografia o infilare un alto numero di citazioni per fare scena. Va pur ricordato però che l'università me l'ero scelta, come l'indirizzo, il corso di laurea e perfino i vari argomenti di relazioni e tesi.
Una volta citati i Grandi Luminari della SSIS, e in particolar modo il terrificante libro di Dominici Manuale dell'orientamento e della didattica modulare (chi non l'ha mai sfogliato non ha idea di cos'è una scatola vuota e nemmeno di come si fa a scrivere in modo insieme complicato e trombonevole senza tuttavia dire nulla: ma non "nulla che valga la pena di essere scritto"; semplicemente "nulla", un vero caso di vuoto pneumatico), la tesina era praticamente fatta. Restavano solo da scrivere un paio di cartelle sull'orientamento che veniva fatto nel mondo normale. Alla biblioteca di Scienze della Formazione scovai un vero libro che parlava del vero orientamento e nel giro di una mezz'ora scrissi quel che bastava.
Una rilettura, un ritocco alle giunture qua e là ed ecco un'ottima tesina che non solo mi era costata poco tempo, ma per giunta era anche ruffiana quanto bastava, oltre che ben scritta (tranne nei punti dove ero stata costretta a citare Dominici e gli altri pedagogisti).
Ci si potrà domandare, a questo punto, se tali lavori hanno contribuito a fare di me una buona insegnante.
La risposta è "sì", perché mi hanno permesso di sviluppare competenze in un mondo a me piuttosto ignoto com'era quello della copia, ma soprattutto a farmi conoscere la piacevole sensazione che si prova quando si riesce a fregare un insegnante che si disprezza dal profondo del cuore per la sua inettitudine, incompetenza e rapacità.
A modo loro, sono lezioni utili anche queste.

domenica 30 agosto 2009

Consigli inutili su come gestire un blog


Nella scrittura ad uso personale, le regole esistono solo per dormirci su

Navigando per i vasti oceani della rete capitai un giorno nel bel mezzo di una scheda che tal Giovanna Cosenza (professore associato di semiotica presso l'Università di Bologna) aveva preparato per l'antologia per il biennio della scuola superiore I sentieri delle parole, di Roberdo Fedi e Marco Francini, prevista in uscita nel 2009 by Zanichelli.

La scheda mi sembrò la conuseta raccolta di banalità generaliste malamente semplificate che da sempre infestano certe sezioni delle antologie (come talune folli sezioni dedicate al cinema o al fumetto, o quelle sconclusionate serie di regole per la forma-diario e la forma-lettera), ma scorrendo i commenti  incrociai la mia amata Gamberetta, che sembrava per l'ccasione pensarla esattamente come me. Il tutto mi è sembrato molto interessante non solo per le teorie sulla scrittura in sé, ma anche e soprattutto per le teorie che trasparivano sui libri di scuola in generale.

E veniamo al merito.
In sintesi, la scheda spiega come si dovrebbe scrivere un blog: oggi viene spesso usato uno stile "oraleggiante" con interiezioni, esclamazioni, puntini di sospensione, parolacce, espressioni gergali e colloquiali che rendono il tutto "bamboleggiante" oppure "sciatto, pesante o volgare", altrimenti c'è lo stile "presuntuoso", con lunghi periodi involuti "parole dotte e ricercate, metafore ardite" e via dicendo.
Siccome un blog viene letto prevalentemente sul monitor, l'autrice consigliava la buona vecchia paratassi, con frasi brevi, parole semplici, prevalenza dell'indicativo e post brevi, magari intervallati da immagini e interlinea doppi.
Il resto della scheda era dedicata all'analisi di due siti letterari con in mezzo un breve excursus sulle fanfiction (piuttosto decoroso).

La prima domanda che mi è sorta spontanea è "ma questa roba, a che serve?". Cioè: esiste una sia pur remota possibilità che uno studente del biennio legga le prime tre cartelle, quelle dedicate genericamente alla "scrittura in rete" e ne tragga stimolo, interesse, informazioni utili?
Informazioni utili no, perché si tratta di sciocchezze malamente assemblate. Quanto allo stimolo e all'interesse...
Dunque, io sono un quindicenne. Se non ho il computer non lo uso, perciò sapere che esiste la scrittura in rete mi serve solo come informazione generica - e infatti nella scheda siamo proprio sul generico, ma generico davvero, del tipo "brevi cenni su dio e l'universo".
Se invece il computer lo adopero e ci navigo, so benissimo che c'è la scrittura in rete, perché la leggo abitualmente, e so anche che in rete ognuno scrive come cazzo gli pare, a seconda di un'infinità di motivazioni e in virtù del suo personale back-ground culturale, sociale, intimistico, tecnico-bocciofilo e via dicendo.

Qualora decidessi di avviare un blog, saprò già che un blog è prima di tutto un contenitore, e all'interno di quel contenitore mi regolerò come meglio credo - e dunque se ci infilerò  un'infinità di parolacce o di periodi complessi e lunghi come la fame sarà una scelta mia; e il "successo" o meno del mio blog sarà determinato, più che dalle parolacce in sé, dal modo in cui le gestisco, che a sua volta sarà finalizzato a quello di cui voglio parlare e da un'infinità di altri fattori.
Inoltre: se sono un quindicenne che vuole mettere su un blog, non sta scritto da nessuna parte che non possa avere una notevole competenza linguistica, che mi permetterà di gestire periodi involuti e parolacce (anche insieme, anche nella stessa frase) nel migliore dei modi.
Volendo, avrebbe forse potuto avere un minimo di senso presentare le varie tipologie di blog - o meglio alcune tra le più comuni tipologie. Ma è una cosa che funziona meglio in laboratorio (a questo proposito gli e-book potrebbero avere qualcosa da dire se fossero e-book e non libri scritti per essere stampati e poi passati in rete. Ma sto divagando).

La scheda come la leggiamo oggi ha subito qualche ritocco rispetto all'originale, ma molti di più avrebbe potuto subirne. Gamberetta, di cui nella versione originale l'autrice sostiene che "meriterebbe di lavorare - strapagata - nella miglior casa editrice del mondo" prova a mettere un po' di puntini sulle i. Cito alcuni passi del suo primo commento, precisando che qui e dopo corsivo e grassetto sono sempre solo e soltanto miei.


Blog non vuol dire: «sito (web) che tiene traccia (log)»(sic). Blog è la contrazione di Web log, ovvero «Diario(log) sul Web».
“Captain’s Log, star date…”
“Diario del Capitano, data stellare…”
È importante mantenere il termine “diario” perché in maniera chiara e specifica indica cosa sono attualmente i blog. Ovvero quei siti che pur strutturati in una certa maniera mantengono un tipo d’impronta personale, tipica del diario. Il sito dell’ANSA o della CNN può avere la forma e le funzionalità del blog, ma difficilmente lo si definirà tale, proprio perché manca quest’aspetto personale.

* Il blog non è un programma! Sarebbe come dire che un diario è una penna! Esistono programmi e servizi che aiutano a scrivere i post per un blog o a gestire il blog stesso, così come esistono le penne, le gomme e le cartolerie. Ma dire che il blog è un programma è insensato. Al massimo il blog è una “convenzione”: quando si ha di fronte un sito web con certe caratteristiche si può dire che su tal sito sia ospitato un blog. Così come se ho in mano un quaderno e vedo le varie date e i vari appunti posso dire che su quelle pagine c’è un diario.

(...)

Lo dico solo qui ma vale anche altrove: mancano i riferimenti. Tipo che nasce un blog al secondo nel 2006. Dove? Come? Quando? Fonte? Il fatto che il testo sia pensato per i licei e non per l’università non deve esimere dal fornire precisi riferimenti bibliografici e/o Internet. Vale anche per tutti i siti citati: vanno riportati anche gli indirizzi

La replica dell'autrice a modo suo è davvero illuminante:

Gamberetta, pur ringraziandoti per le precisazioni e per il tempo che chiaramente ci hai speso, preciso a mia volta che:
(1) Sono perfettamente consapevole di tutti i tuoi accaniti distinguo, delle relative fonti e di cosa puoi avere in testa quando specifichi una cosa piuttosto che l’altra. Però li trovo inutili e superflui, alcuni in assoluto, altri relativamente al contesto cui è destinata la scheda, anche considerando i limiti in cui sarà inserita.
(2) Ti ricordo che la semplificazione rende necessarie, a volte, alcune approssimazioni e omissioni. Il che non è un delitto.
(3) I criteri di rilevanza e le scelte di contenuto di questa scheda sono miei e del mio editore, punto.
(4) Non so quanti fra i destinatari della scheda (ragazzi fra i 14 e 15 anni) sarebbero invogliati a leggere o scrivere fan fiction se le cose fossero loro presentate con un atteggiamento come il tuo.

(5) Il mio editor leggerà questa discussione e ne trarrà, se lo desidera, opportune conseguenze per gli opportuni cambiamenti. "


"La semplificazione rende necessarie, a volte, alcune semplificazioni e omissioni. Il che non è un delitto".

D'accordo, nella vita si va avanti a semplificazioni e omissioni, altrimenti non riusciremmo a combinare quasi nulla. Ma scrivere che un rospo è un uccello, o che un blog è un programma, più che semplificazioni sembrano balle pure e semplici, esattamente come quando assicuro che la panna non l'ho mangiata io.
Sempre in tema alimentare: che tipo di cibo intellettuale dobbiamo servire alle giovani generazioni? Cibo di buona qualità, magari semplice, cibo manipolato, cibo lavorato in condizioni di scarsa igiene e che non ha subito controlli sanitari? E' lecito passargli gli scarti di produzione soltanto perché il loro apparato digerente è più fresco ed energico del nostro, oppure confidando che il piatto non gli risulti appetibile e che quindi aspettino, per mangiare, di tornare a casa dove sanno di trovare le tagliatelle fatte a mano dal prozio Crodegango?

La replica di Gamberetta è piuttosto indignata:



D’accordo, però, io e i miei amici quando scriviamo e revisioniamo gli articoli per i Gamberi ci sbattiamo sul serio perché ogni cosa sia precisa e corretta. E proprio pensando che forse verranno letti da chi sa poco o niente dell’argomento e dunque ha bisogno d’informazioni più veritiere possibile.
Dunque, chiedo umilmente che ogni riferimento a me e al sito dei Gamberi siano tolti dal testo. Non ci teniamo a comparire in mezzo a una marea di vaccate (scusa, scusa, “necessarie semplificazioni”).

P.S. Un ragazzo di 15 anni ti ride in faccia quando gli vieni a raccontare che “il sito che tiene traccia è un programma”.


Chi non sa ha bisogno di informazioni più precise di chi sa, soprattutto se vogliamo che si fidi di una fonte di informazioni. Senza contare che esiste una razza assai infida di lettori, ovvero Quelli Che Sanno. Sotto questo aspetto, i ragazzi sono terribilmente inaffidabili, com'è noto a chiunque si attenti ad insegnare: anche gli alunni più sprovveduti e incolti sono drammaticamente capaci di segnalarti impietosamente la pur minima imprecisione, sub specie maximae innocentiae, perfino su argomenti all'apparenza del tutto estranei ai loro interessi - e figurarsi se l'argomento è la Grande Rete. 
Ma, al di là del considerevole rischio di essere smascherati ed esposti nudi o cosparsi di piume e catrame davanti alla scolaresca tutta se si dicono vaccate, ci sarebbe anche, ahimé, una questione etica: è legittimo sparare vaccate su chi non sa, confidando nella sua ignoranza? E' giusto prendere uno stipendio a fine mese, o incassare diritti d'autore da un libro, per contare balle?


Forse per questo la risposta dell'autrice della scheda stavolta è inviperita, con una certa venatura sdrucciolosa (e intervallate da due smiley che ci stanno come il cavolo a merenda: ellamiseria, quando si litiga si litiga, le faccine sorridenti stridono)

Cara Gamberetta, mi dispiace molto registrare tutta questa aggressività da parte tua.
Sinceramente faccio fatica a capirne i motivi: non ho mai detto che le tue osservazioni e integrazioni fossero sbagliate, solo superflue per il contesto cui è destinata la mia scheda.
Ma soprattutto faccio molta fatica a capire perché mi stai mancando di rispetto, visto che ho dimostrato almeno in un paio di occasioni di avere molto rispetto per il tuo lavoro. (...)

PS: ho preso in serissima considerazione tutte le tue osservazioni, e in particolare quella sul weblog. Ma ho deciso di evitare il riferimento al diario, optando per una più generica “traccia” (a cui potrei eventualmente decidere, dopo queste riflessioni, di aggiungere “cronologica”), proprio perché volevo dissociare il concetto di blog dalla banale diaristica a cui spesso viene associato. Nelle scheda volevo restituire ai ragazzi gli aspetti positivi, costruttivi e creativi della narrativa in rete, pur mettendoli in guardia da certe facilonerie.


Si sa, la faciloneria è una brutta bestia. E' opportuno mettere gli altri in guardia contro di essa, guai se per caso dovessero ritrovarsi, gli altri, a peccare in tal senso! Perché se lo facciamo noi, sono "necessarie approssimazioni e omissioni", se le fanno gli altri è un problema di faciloneria.
Ad un animo polemico come il mio verrebbe magari da domandarsi anche perché è così importante "dissociare il concetto di blog dalla banale diaristica cui viene spesso associato" (associato da chi? E cosa c'è di "banale" nella diaristica di per sé?) e se è davvero necessario restituire ai ragazzi gli aspetti costruttivi della scrittura in rete (da dove risulterebbe che gli sono stati rubati, e dunque che è opportuno restituirglieli?).
E forse si potrebbe anche parlare dell'aggressività dell'implacabile - per quanto, è risaputo che chi ci critica insistendo su argomenti pertinenti è sempre mosso da indicibile aggressività nei nostri confronti, e noi, che siamo di natura tanto sensibili e ben educati, non possiamo che dispiacerci per lui nel vederlo preda di tanta aggressività, poverino.

Comprensibilmente non placata da questa replica, Gamberetta risponde:

Allora: il blog è un diario sul web. Questo è quello che è, che è diverso da quello che tu vorresti che fosse. 

dimostrando con ciò una deplorevole tendenza ad inchiodarsi sui principi cardine di una discussione: sarà anche che la diaristica è banale, sarà che il buon pastore scolastico ha il precipuo dovere di distogliere i ragazzi dalle sirene allettatrici della banale diaristica, ma insomma un blog è un diario in rete e così va definito.
E aggressivamente conclude:

Così stanno le cose. Io lo so. Un quindicenne sveglio lo sa. Tu no. Però tu scrivi testi scolastici, e questo, sì, mi fa incazzare.

In effetti gli estremi per incazzarmi ce li trovo anch'io, più ancora ce li ritrova la scolara che sono stata, e che dietro il suo banchino si leggeva magna cum irritatione le immani quantità di cretinate che gli autori di libri (carissimi) di testo scolastici scrivevano su generi e forme letterarie e mode giovanilistiche di cui non sapevano e non capivano assolutamente nulla.

E infatti a giusta conclusione, nella discussione interviene tale  Anghelos con una dissertazione sul tema blog/diario dove inserisce una frase a modo suo illuminante:

Insomma, qui non è solo questione del limite di spazio: è anche che stiamo parlando di un argomento che nei libri di testo delle scuole non sono stati mai trattati, che io sappia. Questa scheda (non saggio) è destinata ad un libro del biennio, inserire tutti gli aspetti delle narrazioni in rete in un solo testo, destinato a lettori che di sicuro in maggioranza non ne sanno niente, serve solo a confondere.

Insomma, già ne parliamo e questo è un merito, non vorrete mica che stiamo a spaccare il capello in quattro e le palle in sedici a questi poveri ragazzetti ignoranti?

E di nuovo questa strana idea che i ragazzi non sappiano cosa c'è in rete se non andiamo noi adulti a raccontarglielo nell'antologia del biennio. Certo, esistono ragazzi che della Grande Ragnatela sanno poco; ma siam proprio così sicuri che siano "in maggioranza"? E destinati a restarci, in maggioranza? Qualche dubbio sorge spontaneo.



Ad ogni modo l'editor di Zanichelli deve essersi messo una mano sulla coscienza perché diverse delle obiezioni di Gamberetta sono state accolte; tra l'altro nella scheda attuale la definizione di blog è abbastanza equilibrata e, anche se non si parla apertamente di diari, si evita il discorso delle "tracce" né si prova a spacciare un blog per un programma.
Le istruzioni su come scrivere un blog restano, comunque. Si vede che erano ritenute proprio indispensabili.