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domenica 5 luglio 2026

Rigoletto, ovvero sui genitori troppo apprensivi

Questa mamma gatta è estremamente protettiva. Forse troppo? Non necessariamente.

Dopo il perfido lockdown le abitudini delle famiglie di St. Mary Mead si sono fatte molto più casalinghe: laddove era consueto fare periodiche spedizioni di shopping e spedire in terza media i pargoletti ai cinema nel centro storico di Firenze, grazie anche ad un eccellente collegamento ferroviario, ormai il raggio d'azione e la frequenza delle spedizioni si sono molto ridotte, e poi si sa che per le compere c'è Amazon - insomma l'esperienza del teatro, che già era decisamente sporadica, sembra quasi sparita dai radar, e anche se la scuola ogni anno produce un simpatico spettacolino in coda al laboratorio teatrale (quest'anno addirittura in un vero teatro di paese con un vero palcoscenico) non mi sembra esattamente lo stesso che sperimentare uno spettacolo teatrale con tutti i crismi vissuto nella comoda parte di spettatore.
Così, mossa da nobile spirito missionario e da una simpatica serie di offerte di matinée a prezzi stracciati, ho cominciato a portare le mie classi al teatro del Maggio Musicale Fiorentino, vuoi perché con gli spettacoli musicali mi oriento meglio, vuoi soprattutto perché per noi provinciali raggiungere i più moderni teatri di periferia, che pure offrivano opportunità molto allettanti, è assai complicato senza pullmini*, mentre il Teatro del Maggio si raggiunge in pochi minuti dalla stazione centrale di Firenze. 
Quest'anno ho potuto contare su uno Schiaccianoci per la Prima, ma per la Seconda mi sono trovata davanti a due possibilità in un certo senso  equivalenti, ovvero due spettacoli tratti dal Rigoletto e dal Ballo in maschera. E qui provo a spiegarmi, anche se ai miei occhi di melomane è un discorso talmente chiaro che spiegarlo mi sembra quasi offensivo - ma magari chi passa di qui non si è necessariamente consumato gli occhi a studiare i delicati collegamenti tra musica lirica dell'Ottocento e politica del tempo.
Sul piano musicale e narrativo le due opere sono abbastanza diverse, ma hanno in comune un tratto: entrambe finiscono col tentativo, perfettamente riuscito nel Ballo e miseramente fallito nel Rigoletto, di uccidere un re che nel frattempo era diventato qualcosa di molto diverso da un re, per effetto della censura austriaca -che, come tutte le censure di ogni tempo e luogo, non ha mai avuto alcuna remora a coprirsi di ridicolo.
Il soggetto di Rigoletto è tratto da un dramma di Hugo intitolato Il re si diverte**. Il re in questione è Francesco I di Francia, che nel dramma riesce a complicare non poco la vita del suo buffone di corte tanto che il poveretto, esasperato oltre ogni dire, arriverà al punto di cercare di ucciderlo riuscendo invece a fare ammazzare la sua figlia, che voleva proteggere. 
La censura trovò il dramma immorale e soprattutto deprecava  l'idea di uccidere un re, perché davvero non era il caso di mettere in testa al pubblico strane idee in un periodo in cui ogni due per tre scattava qualche insurrezione, senza contare che in tempi ancora recenti un re di Francia era stato appunto ucciso e...
Verdi si seccò abbastanza: non gli pareva che il soggetto fosse per niente immorale e gli sembrava che la storia funzionasse benissimo proprio come se l'era immaginata Hugo, ma finì per accettare di trasformare il re di Francia in un Duca di Mantova ed evitò con cura di indagare sul perché l'assassinio di un duca italiano fosse meno improponibile di quello di un re di Francia.
Qualche anno dopo si cimentò poi con un libretto tratto da un dramma di Scribe che raccontava una versione piuttosto romanzata dell'assassinio (storico, avvenuto appunto durante un ballo in maschera) di Gustavo III di Svezia. Anche stavolta l'assassinio durante il ballo diventò accettabile solo dopo che il re era stato trasformato... nel governatore di Boston, che a quanto pare poteva essere ucciso senza troppi problemi. Già che c'era la censura trovò anche da ridire su un paggetto en travesti*** e cercò di trasformarlo in un armigero con voce di basso (probabilmente anche all'epoca stavano già in fissa per la grave questione del gender) ma su questo Verdi tenne duro e, vivaddio, Oscar rimase un soprano leggero.
Entrambe le opere si prestavano dunque a un approfondimento sull'importanza politica della musica durante il Risorgimento****, con tanto di ascolto di Va' pensiero e riflessione sul fatto che i re non si potevano uccidere mentre i governatori e i duchi magari sì; tuttavia, considerati attentamente gli intrecci e la brochure introduttiva della compagnia che aveva organizzato lo spettacolo, trovai che nel caso di Rigoletto si puntava abbastanza sul tema della reclusione di Gilda e della protettività piuttosto esasperata di suo padre Rigoletto - un tema decisamente attuale in un'epoca in cui bambini e adolescenti sono stressati da un forte eccesso di sorveglianza che si ingegnano in ogni modo per aggirare, non di rado con considerevole successo*****.

Questi spettacoli richiedono spesso un lavoro preparatorio in classe. Nel caso del Rigoletto  però si trattava solo di raccontare la trama ai ragazzi e di fargli fare un po' di ascolti di brani celebri - in questo caso di quattro dei moltissimi brani celebri dell'opera. La selezione puntava più sul duca di Mantova che su Rigoletto, e la versione richiesta era una delle moltissime dove il duca era Pavarotti, ovvero probabilmente il miglior duca di Mantova di tutti i tempi, assolutamente mirabile per la disinvoltura con cui maneggia l'altissima tessitura di un personaggio che della disinvoltura fa il suo punto di forza: dopo le prime note di Questa o quella anche il più sprovveduto studentello delle medie è perfettamente in grado di inquadrare il duca - uomo di sentimento e uso a impegnarsi con grande leggerezza, molto fiducioso sia nell'inevitabile effetto del suo fascino che nella sua gran fortuna - entrambe caratteristiche che non mancheranno di assisterlo facendolo uscire del tutto illeso da una trama assai ricca di sventure per tutti gli altri protagonisti. 
Benissimo per gli ascolti, dunque... ma la trama?
Raccontare un'opera lirica è sempre piuttosto complicato, specie se l'opera è di Verdi. Raccontarla a un gruppo di fanciulletti quasi del tutto ignari delle perversioni degli intrecci ottocenteschi, peggio che mai. Dopo averci pensato su decido di fare come gli organizzatori dello spettacolo e di puntare sul Duca di Mantova, che è una sorta di motore immobile della vicenda circondato da un nugolo di vespe impazzite che ronzano senza sosta per tre atti.
Così ho trasformato l'opera in una costellazione che ho disegnato alla lavagna: al centro Lui, poi gli altri.
Prima caratteristica: tutte le protagoniste lo amano, perfino Maddalena che si suppone abbia sviluppato un certo pelo sullo stomaco a forza di attirare uomini a casa perché il fratello Sparafucile abbia modo di ammazzarli a suo agio: anche con lei bastano due paroline dolci e ben cantate e già prega il fratello perché questa volta ammazzi il committente, invece della vittima designata******.
E già mentre disegnavo alla lavagna la costellazione mi accorgo di una cosa che non avevo mai notato: il Duca viene perfettamente descritto già nei primi dieci minuti dell'opera. Inizia chiacchierando con un cortigiano di una bella ragazza che sta cercando di farsi (ed è Gilda, la figlia di Rigoletto), subito dopo va a corteggiare la contessa di Ceprano sotto lo sguardo piuttosto risentito del marito, spiega poi a piena voce che questa o quella per lui pari sono e definisce la costanza come un tiranna del cuore morbo crudele predicando invece le gioie del libero amore. Subito dopo veniamo a sapere che ha anche un'amante più o meno ufficiale lì a corte. 
Nel secondo atto apprendiamo che ci ha pure una una legittima consorte che, molto saggiamente, quando gli vuol parlare manda prima un paggio ad avvisarlo, e infine nel terzo atto scopriamo che nei pochi giorni coperti dalla vicenda ha anche messo gli occhi su Maddalena. A tutte (tranne che alla moglie, che del resto non compare mai in scena) canta bellissime canzoni d'amore appassionate e tutte abboccano come carpe - compresa Maddalena che, a giudicare da quel che sappiamo di lei, un po' di mondo l'ha pur visto.
In più, durante le due ore e qualcosa che dura l'opera, lo vediamo sempre maravigliosamente involto in pasticci sentimentali ma mai, nemmeno per un minuto, intento ad occuparsi di alcunché che riguardi la gestione del suo ducato*******.

Più variegati i sentimenti che nutrono i personaggi maschili nei suoi confronti:  Rigoletto in parte lo ammira, in parte lo invidia e un po' lo detesta (insomma in un certo senso lo ama anche lui), i cortigiani notte e giorno sembrano ossessionati dalle sue tresche e mai cessano di leccarlo e di raccontargli pettegolezzi e di reggergli il candeliere, poi c'è Sparafucile che, vivaddio, di lui se ne frega e vuole soltanto contentarlo... ma comunque accetta per una volta di deviare dalla (sua) retta via e di risparmiarlo, e infine il duca di Monterone, padre molto contrariato dell'amante ufficiale, che non lo ama affatto ma si rassegna al fatto che, alla faccia della maledizione che gli ha lanciato, il Duca sia destinato a vita lunga e felice. 
E il Duca, si ama? Parrebbe proprio di sì: sembra assai convinto di essere molto, molto ganzo e niente di quanto succede nell'opera gli fa cambiare minimamente idea. Nel suo caso, l'arco narrativo proprio non esiste, e alla fine dell'opera è esattamente come quando lo abbiamo incontrato all'inizio del primo atto: lo sentiamo cantare il ritornello de la donna è mobile mentre ritorna a palazzo, beatamente ignaro di essere scampato alla morte - e non resta che concludere che Monterone ha ragione e che il Duca ha una fortuna sfacciata. 
Gilda non si fa problemi e ama tutti: suo padre, il Duca... nemmeno porta rancore a Maddalena, anzi stabilisce che, se perfino Maddalena, che è una donnaccia, prega per la vita del Duca, tanto più lei, Gilda, è tenuta ad aiutarlo. E lo aiuta. Con risultati che magari possono non sembrare pienamente positivi allo spettatore, ma lei ragiona in modo diverso e alla fine riesce a rimanere fedele al suo sogno - e a realizzare il sogno di quasi qualunque personaggio di Verdi, ovvero morire.
La classe esamina il campo di forze alla lavagna e discute. Naturalmente ben presto viene fuori la Grande Domanda che prima di loro si sono fatti intere generazioni di melomani: ma non è che Rigoletto si è messo nei pasticci da solo? 
"Se invece di tenere Gilda reclusa l'avesse lasciata libera di fare una vita normale, probabilmente lei e il Duca non si sarebbero incontrati mai".
"Possibile" convengo io "Ma avrebbe comunque incontrato qualcuno che le sarebbe stato dietro, magari il garzone di un calzolaio o un apprendista o roba del genere".
"E allora? Chiunque sarebbe stato meglio del Duca. Magari col garzone del macellaio sarebbe stata benissimo e avrebbe avuto una vita felice".
L'obiezione è molto valida, ma non so come spiegargli che Rigoletto non voleva solo evitare che Gilda si innamorasse del Duca di Mantova, voleva evitare che si innamorasse di chiunque. Non doveva contaminarsi (ma Gilda non è comunque tipo da farsi contaminare, muore innocente così come innocente è nata e vissuta).
Son cose difficili da spiegare a dei ragazzi di dodici anni, che comunque anche così hanno colto il centro della questione: in quelle condizioni, Gilda diventata una preda predestinata del Duca, e Rigoletto cercando di evitarlo ha manovrato in modo da rendere un incontro col Duca quasi inevitabile. 
Così, dopo aver convenuto con tutti loro che cercare a tutti i costi di evitare qualcosa è un ottimo modo per sbatterci contro le corna, passo agli ascolti, non senza avergli ricordato che parlare con i genitori è sempre importante******** che è poi la chiave dell'interpretazione dello spettacolo che vedranno di lì a un paio di giorni.

* che da qualche anno chiedono cifre abominevoli, e anche il comune di St. Mary Mead si è fatto assai più tirchio
** il quale dramma in verità aveva avuto a sua volta notevoli guai, tanto che era stato direttamente vietato. Hugo non la prese benissimo, e ci scrisse su una dissertazione lunga e fitta di argomenti secondo me più che validi.
*** chiamansi così i ruoli di giovani maschi cantati da contralti o soprani - per esempio Cherubino nelle Nozze di Figaro.
**** ma del resto, quando mai la musica non ha avuto una forte rilevanza politica? Davvero non c'era motivo che proprio il Risorgimento italiano facesse eccezione.
***** e qui si potrebbe discutere a lungo sul diritto del prigioniero a tentare la fuga e sulla singolare incapacità degli adulti di organizzare una sorveglianza ragionevole ma non troppo appariscente, che del resto è un tema tuttora molto attuale.
****** proposta cui Sparafucile ribatte indignato "Che diavol dicesti? Un ladro son forse? Son forse un bandito?" e se è pur vero che Sparafucile non è un ladro, purtuttavia per un uomo che uccide su commissione "bandito" non è una definizione del tutto fuori luogo.
******* al contrario del governatore di Boston del Ballo in maschera che, per quanto indubbiamente innamorato, è sempre occupatissimo con questioni politiche e amministrative.
******** e per la verità Gilda ci prova in diverse occasioni, ma Rigoletto è il classico personaggio che, almeno con sua figlia, non risponde mai alle domande che la poverina gli fa.

mercoledì 14 febbraio 2018

Eterna malattia

Negli ultimi mesi, mentre navigavo tra un sintomo strascicato e l'altro, un giorno mangiando male, un giorno mal dormendo, un altro digerendo a stento e l'altro ancora sentendomi sfinita per l'immane sforzo richiestomi dal mangiare, dal dormire e dal digerire, il tutto unito all'immane fatica di recarmi a fare il mio onesto lavoro - unica cosa che riesce a tenere uniti i fili ancora sfilacciati della mia grama esistenza - mi tornava con insistenza alla mente una delle più orride canzoni mai sentite a Sanremo, ovvero "Eterna malattia", cantata (male) da tale Bertin Osborne, di cui mi guarderò bene dal postare il link - mi auguro anzi di essere l'unica sventurata che ancora se la ricorda, in virtù di una tenace memoria che non sempre è un vantaggio. Tale canzone sviluppava il tema assai consueto dell'amore come dolce malattia che fa male e che fa bene, con una singolare rozzezza sia nella musica che nelle parole.
Quanto alla mia personale eterna malattia, piuttosto scevra da complicazioni romantiche, mi rende ancora assai sensibile a qualsiasi malanno circoli per il mondo; ma va pur detto che quest'anno l'influenza è assai perversa e ha mietuto vittime nelle sue forme più strane anche tra persone che invero godono abitualmente di buona salute, e la forma con cui è approdata fino a me è una curiosa infiammazione che, partendo dalla gola, ha interessato il trigemino e pure un braccio che si è mirabilmente gonfiato costringendomi a mettermi per la terza volta quest'anno in malattia. Eccheppalle.
Tuttavia gli sfiammanti stanno sfiammando anche zone insospettabili, e improvvisamente mangiare è tornata una attività piuttosto piacevole. Così, tra una tachipirina e un deflogistico passo le giornate a dormire, e le nottate anche, facendo sogni decisamente strani ma non privi di una loro piacevolezza, e ho pure ripreso a leggere.
Siccome è San Valentino però ho pensato di mettere qui due delle mie canzoni d'amore preferite, dedicate alla grande potenza di questo nobile sentimento invece che al suo aspetto medico: la canzone di Fenton nel Falstaff


splendida e inarrivabile descrizione dell'amore tra ragazzi, e la grandiosa The Power of Love che su di me ha sempre un magico effetto rigenerante, come una doccia sotto una cascata (almeno immagino, perché io una doccia sotto una cascata purtroppo non ho mai avuto il piacere di farla).

Oltre che una malattia, l'amore è la più grande cura di ogni male secondo me, e davanti al suo potere i malanni scompaiono per lasciare il posto a un ben più grandioso ordine di idee e di sentimenti.
Con i migliori auguri a tutti quelli che passano da qua - e un pochino anche a me, che vorrei tanto diventare meno lamentosa.

sabato 7 marzo 2015

Cita-un-libro - #ioleggoperché - 4

La settimana volge al termine, dopo che molta acqua e neve è passata sotto i ponti e, qua in Toscana, molto vento è passato sui tetti e sopra e sotto agli alberi. Ma stasera è una serata tranquilla ed è venuto il momento di tirare le fila.
Alla terza sessione hanno partecipato 
(mi auguro con tutto il cuore di non aver saltato nessuno perché davvero non so come potrei scusarmi in quel caso - anche se naturalmente, dopo aver passato anni a leggere vite di eremiti e penitenti, qualche idea pensandoci bene riuscirei a farmela venire)
e lo so che si dice sempre così, ma davvero non è stato facile scegliere e per due giorni sono andata elaborando ben cinque diverse terzine variamente rimaneggiate a seconda del tema, della curiosità che mi ispiravano, della preferenza per gli autori citati, dell'originalità e dell'interesse per gli argomenti trattati.
Alla fine, per il terzo posto, è stata la curiosità che mi ha guidato verso la  citazione scelta da Bridigala: tanti elementi raccolti con cura in un unica frase e l'entrata in scena del primo cadavere scodellata in fondo, quasi per caso. E adesso si era impiccato. Perché, quando, dove, ha lasciato un biglietto? Fa venire voglia di sentire il seguito della storia - o almeno, a me l'ha fatta venire.
Il secondo posto lo assegno a Il gonnellino di Eta Beta per il fascino della scena, con quei bambini che si addormentano con gentilezza per non disturbare e gli ascoltatori che, in qualche caso, perfino capiscono chi sta parlando. Non solo la scena è descritta bene ma ha una sua bellezza, riposante ma piena di energia.
La prima posizione però l'ho scelta guidata dal mio cuore di dama hejan: la crudeltà di Aprile, un mese così luminoso e drammaticamente vivo contrapposta all'azione protettiva e riparatrice dell'inverno, con la sua neve così piena di gentile oblio, che copre e livella e smorza.
Ed è ad Aliceland che passo il testimone dopo aver ricordato il regolamento attualmente in vigore per la quarta sessione, che è preso dal blog della povna, ideatrice del gioco:

1. La domenica, tra le 0.00 e le 23.59 si va sul wall di #ioleggoperché, si sceglie un post-it di citazione e si pubblica sul proprio blog, inserendo nel post il link al portale di #ioleggoperché;
2. Si segnala la pubblicazione sul post del giudice;
3. Durante la settimana si partecipa, se si vuole, alla discussione che (auspicabilmente) da quelle citazioni sarà indotta;
4. Il sabato sera o la domenica successiva, a scelta, il giudice, insieme alla nuova citazione, pubblicherà la classifica delle prime tre citazioni, motivandole;
5. Il giudice stesso passerà dal blog della citazione vincitrice a lasciare il testimone; per far ricominciare il gioco;
6. Il nuovo giudice pubblicherà la sua citazione e il suo post, assegnando eventualmente un tema per le nuove citazioni settimanali;
7. I giocatori possono anche decidere di non seguire il tema: saranno ugualmente partecipanti a Cita-un-libro, ma non potranno concorrere alla vittoria della settimana.

Ed ecco la prima citazione della quarta sessione di Cita-un-libro (gioco collegato a Io leggo perché e alla suo social wall dove chiunque può mettere le sue citazioni preferite) ovvero la mia, svincolata per diritto di giudice dal tema che Aliceland sceglierà (o non sceglierà).
Questa settimana ho scelto un passo dal bellissimo libretto del Falstaff scritto da Arrigo Boito, che traduce fedelmente un passo de Le allegre comari di Windsor  di Shakespeare che a sua volta fa riferimento ad una delle Metamorfosi di Ovidio (ma il mito di Europa è citato anche da molti scrittori greci); insomma, una citazione al cubo che coinvolge Italia, Inghilterra, Impero Romano e Grecia (più Creta, che al tempo era uno stato a sé). Molto musicale, soprattutto.


Falstaff, vestito da Nero Cacciatore (una figura demoniaca legata ad una leggenda ripresa dalla tradizione celtica) aspetta Alice Ford nella notte, piuttosto spaventato. Lo conforta il ricordo di Giove che, pure lui, per conquistare l'amore di Europa si trasformò in toro e come Falstaff accettò di portare corna: dunque portare corna e travestirsi da (o trasformarsi in) bestia per sedurre una bella donna non è indecoroso nemmeno per un cavaliere inglese, se perfino il più grande degli dei l'ha fatto.
(Qui una bella versione cantata, dove Falstaff è il compianto Fischer-Dieskau).

domenica 31 agosto 2008

Una modesta proposta per un nuovo inno d'Italia



Corre voce che l'europarlamentare Borghezio abbia suggerito di cambiare l'inno d'Italia: a sentir lui la musica di Novaro ha un effetto deprimente e suggerisce perciò di rimpiazzarlo con Funiculì-Funiculà, canzone tanto bella quanto popolare composta nel 1880 da Peppino Turco e Luigi Penza in occasione del varo della prima funicolare vesuviana. 

Ora, io l'attuale Inno d'Italia lo rispetto, ma non mi ha mai entusiasmata più di tanto. Lo trovo un testo comodissimo per spiegare il Risorgimento e pure il Romanticismo ai ragazzi ma, ripeto, non mi emtusiasma.
Funiculì-Funicolà invece mi è sempre piaciuta moltissimo (soprattutto da quando un amico sotto esame di dottorato me ne improvvisò una traduzione in tedesco); quindi non sarei particolarmente contraria.
Però in questo momento il vero inno d'Italia, il pezzo più adatto a rappresentarla nella presente situazione mi sembra la fuga finale del Falstaff.
Musica di Verdi, testo di Boito, ovvero due glorie nazionali, derivazione del soggetto da Shakespeare, che cosi' diamo al tutto anche un tocco europeista. Certo, non e' un pezzo facilissimo da eseguire, ma con il tempo e la pazienza qualsiasi buon coro puo' venirne a capo.
Inoltre Verdi l'ha scritta da vecchio (decisamente vecchio, sopra gli 80, e anche Boito non era piu' un ragazzino); dunque e' adattissima a rappresentare  un paese in via di invecchiamento come il nostro.

Tutto nel mondo e' burla
L'uomo è nato burlone 
La fede in cor gli ciurla
Gli ciurla la ragione.
Tutti gabbati| Irride
L'un l'altro ogni mortal.
Ma ride bene chi ride 
La risata final.



con un particolare saluto al Consiglio dei Ministri in carica, che due giorni fa ci ha sostituito i giudizi con i voti... a due settimane dall'inizio dell'anno scolastico e con i registri già stampati.