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venerdì 30 settembre 2022

La domenica di Bouvines - Georges Duby

 
Il libro, pubblicato nel 1968 ma arrivato da noi un po' più tardi, è universalmente* considerato un imperdibile classico, di quelli che si dà per scontato che tutti abbiano letto almeno una volta e che ritornano spesso nella conversazione, ma in modo leggero, evitando con cura di citarne passi e dettagli.
Insomma, è una opinione universalmente accettata che chiunque si interessi di storia medievale abbia letto La domenica di Bouvines, e se non ne parla in pubblico è solo perché teme di dire cose ovvie, essendo questo testo assolutamente noto a tutti.
All'inizio dell'estate però ho improvvisamente deciso che la mia vita non era degna di essere vissuta se non avessi letto al più presto La domenica di Bouvines, e così me lo sono procurato in gran fretta e mi sono messa a leggerlo.
Arrivata a pagina 20 ho dovuto ammettere che probabilmente la mia vita poteva essere ricca e piena anche senza aver letto La domenica di Bouvines. Ormai però l'avevo cominciato e dai tempi della malattia ho sviluppato una strana incapacità di piantare un libro a mezzo solo perché mi annoia a morte; così ho continuato e arrivata a pagina 50 il tutto ha cominciato a decollare.

La battaglia di Bouvines, che si è svolta, come spiega il sottotitolo, il 27 luglio del 1214, non è molto conosciuta in Italia e i manuali di storia si limitano a qualche delicato accenno. Per la storia e soprattutto per la storiografia francese però è molto importante, un po' come da noi la battaglia di Legnano. I francesi la ritengono addirittura una battaglia fondante per il regno francese, e ha conosciuto momenti di grandissima fama. Si tratta insomma di una di quelle battaglie che diventano importanti quando le riguardi in prospettiva.
Bouvines era un villaggetto in territorio belga che si apre su una di quelle piane adattissime per una battaglia per qualche migliaio di partecipanti (i francesi erano 7000, gli avversari 9000, e nel medioevo erano due eserciti piuttosto importanti).
Il re di Francia si batteva contro una coalizione che comprendeva l'imperatore Ottone IV e il duca di Fiandra, entrambi scomunicati, e il mitico Giovanni Senza Terra detto il re più fasullo d'Inghilterra, di cui anche all'epoca tutti parlavano piuttosto male.
Il re Filippo Augusto di Francia invece non era affatto scomunicato, anzi appoggiava il papa Innocenzo III - un papa decisamente importante che tra le altre cose allevò Federico II e autorizzò la fondazione dell'ordine francescano.
I francesi vinsero alla grande e si ripresero una vasta serie di feudi che erano in mano inglese. La battaglia durò circa tre ore ma ebbe una serie di interessanti conseguenze.
L'anno dopo aver perso la battaglia di Bouvines  Ottone IV venne deposto dal papa, che guarda caso passò poi la corona imperiale a Federico II, suo figlioletto spirituale.
Re Giovanni d'Inghilterra invece l'anno seguente venne portato dai suoi baroni nel bel prato di Runnymede e convinto a firmare la Magna Charta, dove tra l'altro si impegnava a non avviare più guerre senza essersi ben consultato con i suoi feudatari, molti dei quali l'anno prima, a seguito della sconfitta di Bouvines**, si erano visti deprivati da un giorno all'altro dei loro legittimi feudi tornati ahimé in mano francese.
Il re di Francia Filippo II venne invece chiamato Augusto e diventò effettivamente il re di Francia e non più un re riconosciuto da tutti come re di Francia ma che di fatto poteva comandare solo nello spazio dei suoi vasti feudi e poco oltre***. Un aiutino, va detto, gliela diede anche la crociata contro gli albigesi, appoggiata da solito papa Innocenzo III e che gli permise di estendere il dominio anche sulla Francia meridionale.

Vinse Filippo II Augusto re di Francia perché era bravo, devoto e pio, mentre i suoi avversari erano scomunicati o comunque di pessima fama, e addirittura avevano violato la tregua di Dio attaccando battaglia di domenica, mentre re Filippo accettò la battaglia solo dopo essersi raccolto a lungo in preghiera.
Tutto questo però, e tutti i retroscena legati ai vari partecipanti della battaglia, tra cui svariati cavalieri che cambiavano alleanza con la stessa frequenza con cui noi comuni mortali cambiamo la biancheria, Duby lo racconta molto sommariamente e dopo un po' il povero lettore non francese si perde alla grande, anche se intuisce che la storia dovrebbe essere interessante. 
Ma allora perché nessuno gliela racconta?
Questo l'ho scoperto solo leggendo l'introduzione. Il libro era nato per una collana dedicata a un gruppo di giornate-chiave della storia francese, ma tutti i retroscena che avevano portato alla battaglia erano già stati raccontati molto bene (dice Duby) da un paio di colleghi qualche decennio prima. Così lui decise di raccontare altro; e siccome i due storici francesi che tanto bene hanno spiegato come si arrivò alla battaglia di Bouvines (e ai quali Duby fa doveroso rimando) non sono citati in appendice, e sospetto che non siano nemmeno stati tradotti in italiano, dopo aver letto il libro di Duby sulla battaglia di Bouvines continuo a sapere solo quel po' che si trova sulla pagina di Wikipedia****.
Il libro si compone dunque di un riassuntino introduttivo dove tutto è dato per scontato, la traduzione della cronaca più antica della battaglia e una serie di dissertazioni molto interessanti: sulle battaglie e il modo di combatterle dell'epoca, sui tornei, sulla questione dei prigionieri e dei riscatti, su come in battaglia morissero un po' di fanti e di sergenti a cavallo (questi ultimi erano, in pratica, cavalieri non nobili) e i cavalieri perlopiù ne uscissero intatti, o al massimo in po' malconci, ma se sconfitti venivano rilasciati solo tramite pagamento di un congruo riscatto; e di fatto fornisce un trattato sulla cavalleria tanto interessante quanto utile per chi studia il periodo.
La maggior parte di quelle cose le sapevo, ma solo confusamente, e non mi ero mai preoccupata di raccoglierle in un quadro complessivo.
Ero invece del tutto digiuna dell'interpretazione storica data nel corso dei secoli della battaglia di Bouvines***** - battaglia che i francesi imparano a conoscere sin dall'infanzia ma che ha goduto di fortune alterne: in certi periodi popolarissima, in altri quasi dimenticata e in altri ancora lodata in virtù dell'avversario sconfitto, a seconda dell'andamento dei rapporti con la Germania o con l'Inghilterra; tanto per fare un esempio, per diversi anni dopo la sonora sconfitta francese nella guerra franco-prussiana del 1870  si puntò molto l'attenzione sul fatto che a Bouvines era stato sconfitto l'imperatore germanico, mentre in altri periodi di ostilità con l'Inghilterra piaceva ricordare la sconfitta di re Giovanni sorvolando garbatamente sul fatto che anche altri, quel giorno erano stati sconfitti. Di fatto è un fenomeno interessante, che ricorre in tutte le storiografie nazionali ma che si finisce per ignorare proprio perché è stato instillato fin dai primi anni di scuola - ad esempio ancor oggi mi sorprende dover spiegare qualcosa di così sconosciuto come la battaglia di Legnano, mentre ricordo benissimo quanto bene conoscevo (o meglio, credevo di conoscere) l'argomento all'età dei miei alunni, dopo che mi avevano fatto imparare a memoria il Parlamento e il Giuramento di Pontida di Carducci in quarta elementare e fatto leggere non so quanti brani sull'argomento, trasformando una reazione dei comuni della val Padana in un episodio di presa di coscienza nazionale dove l'Italia cacciava lo straniero imperiale.

In conclusione: un ottimo libro per chi cerca un trattato serio su cos'era davvero una battaglia nel basso medioevo, al di là dell'immane quantità di scempiaggini che oggi circolano sull'argomento. Consigliatissimo anche agli amanti della storia della cultura francese attraverso i secoli. 
Con una piccola riserva sulla prosa: so che Duby è considerato un ottimo scrittore, ma io l'ho trovato un po' barocco.
Infine, e anche se si tratta del protagonista principale della storia: se cercate notizie dettagliate su Filippo II Augusto, bussate ad altre porte perché qui non trovate quasi niente.

* universalmente tra gli appassionati di medievistica, intendo. Insomma, un universo leggermente di nicchia.
** è strano come una vittoria, vista dalla parte dei perdenti, assomigli tanto a una sconfitta - funziona un po' come per le doscese che, viste dal basso, sono molto simili alle salite.
*** un fenomeno, questo, relativamente comune nel medioevo, dove potevi con relativa facilità dichiararti re o imperatore di questo o di quello e tutti ti riconoscevano il titolo senza farsi problemi, ma dove di fatto comandavi solo sui tuoi feudi privati e se provavi ad allargarti rischiavi parecchi guai.
**** che per giunta non è nemmeno una voce delle più complete.
***** cosa non sorprendente, considerando che a malapena sapevo che c'era stata una battaglia a Bouvines

giovedì 29 settembre 2022

La nuova, innovativissima didattica DADA - 8 - I viali che portano all'agorà

Bella, dolce... forse un po' troppo zuccherina?

Con un po' di difficoltà e qualche defaillance organizzativa la Nuova, Innovativissima Didattica DADA si è infine messa in moto ed è mia ferma intenzione descrivere in tutti i dettagli come la stiamo vivendo alla scuola media di St. Mary Mead. 
Questo primo post è dedicato all'allestimento esterno. No, non le aule, le attrezzature, la disposizione dei locali e la scansione dei tempi, ma proprio alla confezione esterna che un paio di colleghi hanno preparato, e che personalmente trovo leggermente stucca. 
Ammetto senz'altro di guardarla con occhi adulti; tuttavia ho ricordi abbastanza precisi di come vivevo certe cose da adolescente, e in particolare mi irritavo quando gli adulti davano l'impressione di considerarmi una specie di plastilina che bastava manipolare nel modo giusto per fare diventare come volevano loro ignorando totalmente la possibilità che il loro prezioso percorso non ci convincesse più di tanto e che quindi potessimo autonomamente decidere di sbattercene alla grande dei loro Preziosi Consigli, arrivando addirittura a dileggiarli alla grande. E no, non ero la sola a vedere le cose in siffatta maniera. Ricordo inoltre che la retorica ci metteva spesso in gran sospetto, anche quando magari era una retorica che di fondo aveva una sua validità.

In occasione della Grande Partenza l'ingresso della scuola è stato disseminato di cartelli illustrati con un forte tocco new age, ricchi di spiegazioni ma anche di mani intrecciate, abbracci solidali, arcobaleni colorati & simili. Non mi è chiaro se gli alunni li hanno guardati o addirittura letti - sospetto di no, e quanto a me sono riuscita a leggerli quanto bastava per tirare giù due appunti solo in previsione di questo post, perché già alle prime parole il caramello che mi si depositava addosso in spessi strati mi toglieva il respiro e la Murasaki dodicenne che non è mai morta rideva selvaggiamente.
Il primo cartello, in prossimità dell'entrata, spiega:
La scuola valorizzerà gli ambienti "speciali", spazi di relazione emotiva ed espressiva: l'agorà, le arti espressive, gli spazi inclusione, lo spazio dedicato alla musica: tutti ambienti di relazione collaborativa in cui docenti e alunni si sentiranno a proprio agio.
Empatia, inclusione, accoglienza, ascolto, collaborazione, rispetto: sono i valori su cui questa scuola sta puntando e su cui abbiamo costruito il nostro manifesto e il nostro programma decorativo.
La scuola ti parla
Esso si fonda sulle parole e sulla libertà di espressione.
Pareti parlanti, aule di arte espressiva, laboratori teatrali, spazi di lettura anche in outdoor, aule dell'identità personale e territoriale e l'agorà, da sempre spazio per eccellenza del confronto, del dibattito, luogo di democrazia e di libertà.

A questo punto mi sento in dovere di spiegare cosa è l'agorà, dopo aver ricordato che prende il nome dalla piazza centrale delle città dell'antica Grecia dove si riunivano i cittadini per fare politica: si tratta di una simpatica stanza riallestita per l'occasione con un bel parquet in legno e un paio di livelli di gradinata anche loro in legno più uno schermo di nuova generazione, arredata con alcuni simpatici puf colorati a forma di cilindro e parallelepipedo, come quelli della foto:
Un posto gradevole, in effetti.
La usiamo (con cautela, per il problema degli assembramenti) dall'anno scorso, per le sedute del Consiglio dei Ragazzi, il corso di teatro e a volte anche per singole classi che ci vanno a far lezione. 
L'unico problema è che fin dall'inizio si è instaurata la Sindrome del Salotto buono: i ragazzi possono sì sedersi sui puf, ma non non ci devono saltellare (sennò li rovinano), e devono stare seduti fermi sulla gradinata e muoversi con attenzione perché il pavimento si riga (di fatto sono già saltate un paio di listarelle - presumo perché attaccate male, dato che i lavori sono stati fatti abbastanza al risparmio - e abbiamo dovuto chiamare chi di dovere a risistemarle). 
Ora, i ragazzi hanno il gran problema, da sempre, di essere vivi e non imbalsamati, e se gli dai dei puf mi sembra ovvio che ci saltellino. Chiunque su un puf è tentato di saltellare, e di fatto sono stati fatti con questo preciso scopo. Se non vuoi che saltellino con i puf, gli dai delle sedie normali, dove saltellare è fuori questione, ma se gli dai dei puf a scopo ricreativo devi lasciare che si ricreino, e se poi, un giorno (non poi così prossimo, sospetto, perché non sono poi oggetti così fragili) i puf si rovineranno, ebbene, si ricompreranno; altrimenti vale appunto la regola del Salotto Buono, che sta lì per decorazione e nemmeno la famiglia ci si deve sedere se non quando ci sono gli ospiti - che personalmente non trovo un gran messaggio educativo, perché di fatto sta ad indicare che vuoi una stanza carina e decorata di puf per darti un tono da scuola alternativa ma l'importante è che i ragazzi non li usino che sennò li consumano.
L'agorà poi è carina ma piccola: una classe non troppo numerosa ci sta abbastanza comoda, ma non ci puoi fare nemmeno una riunione verticale del Dipartimento di Lettere senza mettere diversi insegnanti seduti per terra (per l'esame però è stata comodissima, perché è anche l'unica stanza della scuola con l'aria condizionata, e dunque quest'anno abbiamo fatto un esame e non una ordalia a trentacinque gradi).
Quanto agli spazi di lettura outdoor (ovvero all'aria aperta) al momento non esistono: un tempo il cortile aveva un tavolo con due panche, come quelle che si vedono nei giardini pubblici di ogni città, ma l'anno scorso una delle panche si è rotta e han tolto tutto, non senza prometterci uno splendido gazebo per fare lezione all'aperto di cui, a distanza di un anno, non vi è ancora la minima traccia: chi vuol leggere all'aperto può farlo in piedi, stile Sentinelle, oppure seduto sui gradini della scala di sicurezza; ma non mi è chiaro quando potrebbe farlo, visto che fuori ci andiamo solo in gruppo e di solito i ragazzi preferiscono stare insieme a chiacchierare, e soprattutto a giocare a palla.
E va bene, si sa che quando si presenta una iniziativa si cerca di ingrandirla un po' e di darle un tono solenne.

Altri cartelli sono dedicati alla topografia e toponomastica della nostra scuola, e mai avrei pensato che un edificio di sì modeste dimensioni ne avesse una così ricca e complessa.
Adesso ogni locale e svolta e corridoio adesso ha un nome. E che nome!
L'ingresso è l'area dell'identità, della condivisione e della libera espressione, nientemeno, e si chiama Piazzale dell'empatia.Vasto programma, invero, e non mi è chiaro cosa c'entra l'identità, di cui dubito si diventi più consapevoli soltanto entrando lì dentro.
Da lì puoi avviarti per il Viale del Sapere Scientifico, che è poi il corridoio dove ci sono le aule di Matematica, Scienze e Lingue (che in realtà sono materie letterarie non scientifiche, solo che al secondo piano Lettere aveva già preso tutto), ma anche l'Aula di Sostegno, un tempo chiamata Aula Relax perché ci potevano andare un po' tutti durante l'intervallo o se avevano finito in anticipo una verifica scritta, appunto a leggere o a giocare, ma che adesso è nota come Spazio della relatività e dell'inclusione; e passi per l'inclusione ma cosa diamine c'entri la relatività non sono riuscita a capirlo (e nemmeno l'ho chiesto, anche perché avevo paura che mi rispondessero); ma in fondo, nel Viale del Sapere Scientifico, un'aula dedicata alla relatività ha pure un suo perché.
Ci sono poi due aule prosaicamente chiamate tra noi Aule Jolly ma che ufficialmente sono chiamate lo Spazio Aperto e lo Spazio del Confronto: servono principalmente ad accogliere le classi dove c'è un alunno stampellato ma, in assenza di alunni infortunati, possono essere usate da Fisica e da Religione.
Sull'aula di Religione c'è una storia che a me è sembrata molto triste: infatti nel primo progetto Religione doveva condividere l'aula di Storia con noi di Lettere. Poi ci hanno spiegato che Religione non l'ha voluta, mentre Religione sostiene che non gliel'hanno voluta dare, e adesso è molto scontento di dover comprimere le classi in una simil-aula che, non essendo nata per fare l'aula, è molto più piccola delle altre aule. So (perché l'ho sentito con le mie sdegnate orecchie) che qualcuno ha detto "Ma è proprio necessario che Religione abbia un'aula? Dopotutto non è una vera materia, non ha nemmeno il voto sulla scheda". 
Non sono una gran sostenitrice dell'Insegnamento della Religione Cattolica, ma al momento la legge la prevede e sì, sembra proprio che sia considerata una materia. E comunque esiste e non capisco perché non debba avere una vera aula, sia pure in condivisione con noi di Lettere, visto che ad ogni modo esistono i ragazzi che la fanno.

Saliamo al primo piano, dove sbuchiamo dalla scala nel Piazzale dell'Identità, nel caso che gli alunni non si siano identificati a sufficienza all'entrata. Da lì si può svoltare verso il Largo della non meglio definita Sostenibilità Creativa (ove si trovano le porte da cui si entra nell'aula di Tecnologia e nel Laboratorio Informatico), oppure entrare nell'Aula Polivalente (che un tempo era l'Aula Magna) o infine incamminarsi nel corridoio denominato Corso delle humanae litterae, ovvero le aule di Lettere che per l'occasione sono indicate in latino, ovvero una lingua che alle medie non si fa.
Scendendo invece nel livello più basso troviamo il Crocevia delle Scienze, ovvero l'ingresso del laboratorio di Scienze, ma anche il Vicolo Linguistico-Artistico-Espressivo (aula e laboratorio di Arte, e più avanti la Strettoia del Fumetto e l'agorà).
La Strettoia del Fumetto merita qualche parola di spiegazione: davanti all'Agorà sono stati infatti piazzati un po' di sedili e uno scaffale con qualche fumetto pescato assai a caso. Il punto è che fa abbastanza scena vedere i fumetti a disposizione, ma se non decidi di portarci la classe non serva a niente, perché i ragazzi non sono liberi di girare a piacer loro se non durante l'intervallo, che essendo di dieci minuti non lascia poi questo gran tempo per la lettura; e non puoi nemmeno portarci una classe a leggere fumetti a piacer suo perché, anche sorvolando sul fatto che i fumetti sono stati scelti a casaccio e sono solo una piccola parte dei fumetti presenti in biblioteca, purtroppo se la chiamano Strettoia del Fumetto e non Piazza del Fumetto c'è il suo motivo, e nemmeno una delle nostre classi più piccole può stare lì con un qualche agio, qualora qualcuno decida di portarla a svagarsi leggendo un po' di fumetti, che di per sé non sarebbe nemmeno una idea malvagia. 
Ognuna di queste aule ha poi un nome, che mi assicurano essere stato scelto attraverso una scelta condivisa con i ragazzi. Solo che non sono riuscita a capire quando l'hanno fatta, questa scelta condivisa, perché non ricordo di essere stata minimamente coinvolta. Sta di fatto che i ragazzi hanno dimostrato una singolare originalità e dunque abbiamo un'aula dedicata a Dante, una a Boccaccio, una a Virgilio e via dicendo, culminando nell'aula polivalente che è stata dedicata a Morin - e non riesco proprio a capire come sia venuto in mente ai ragazzi di dargli questo nome, visto che mai e poi mai mi è capitato di sentirgli nominare costui. Un po' più credibile mi sembra l'aula dedicata a Margherita Hack, di cui i ragazzi hanno senz'altro sentito parlare visto che da noi è personaggio assai apprezzato.
So di essere ricolma di pregiudizi e di prevenzioni, ma ho come il sospetto che tutto ciò cali leggermente dall'alto, e ciò mi irrita.
I ragazzi, devo ammettere, sembrano però fregarsene alla grande e non ho rilevato alcuna traccia di scontento in loro per tutto ciò - semplicemente, lo sorvolano a volo d'uccello e non sembrano averlo nemmeno notato.
Ma magari fanno così soltanto quando sono con me.

martedì 27 settembre 2022

Il periglioso viaggio di noi Argonauti di St. Mary Mead

Questo bel quadro dedicato alla nave Argo è di Constantine Volanakis e risale alla fine del secolo scorso

Per molto tempo ho creduto che il nome Argo del nostro registro elettronico prendesse il nome dal gigante Argo Panoptes (ovvero Argo Tuttocchi) che in virtù appunto dei suoi instancabili occhi venne incaricato da Era di sorvegliare occhiutamente la povera Io. Un personaggio piuttosto inquietante, comunque:
Dopo l'avvio di quest'anno scolastico mi sono però convinta che il nome si riferisca alla nave Argo, la prima nave che mai prese il mare. La vera Argo viaggiò a lungo e condusse Giasone e i suoi compagni verso la conquista del vello d'oro e di Medea; la nostra invece, non essendo affatto stata costruita sotto guida degli dei, rischia di schiantarsi ad ogni scoglio.
Quest'anno, dopo molte insistenze da parte dei vicepresidi delle medie dell'Istituto Comprensivo di St. Mary Mead e Crifosso, il registro elettronico è stato miracolosamente avviato dal primo giorno, cosa finora mai avvenuta. MA
- sin dal terzo giorno abbiamo visto che era scomparsa tra le materie l'Educazione Civica, e tutti abbiamo grandemente imprecato alla nostra insopportabile Segreteria
- al quarto giorno abbiamo osservato, con vivace disappunto, che non era possibile inserire voti
- al quinto giorno infine abbiamo visto che non si riuscivano ad inserire le entrate in ritardo e le uscite anticipate degli alunni.
Ed era tutto un fiorire di imprecazioni verso la nostra ineffabile Segreteria mentre la VicePreside ci chiedeva di avere pazienza perché l'addetta al registro non andava stressata e avrebbero provveduto loro a portare il pacchetto di richieste tutto insieme perché appunto l'addetta non si stressasse troppo sentendo il coro delle nostre legittime lamentele. Nell'attesa fiorivano i commenti perché, insomma, un registro dove non potevi mettere voti né entrate in ritardo e uscite in anticipo sembrava utile quanto il tradizionale frigorifero al Polo Nord.
Che scandalo, la nostra Segreteria! Che abominio, la nostra Segreteria! Oh, quanto era sommamente incapace, la nostra Segreteria!
Fin quando, chiacchierando con una collega che lavora in altra città scoprii che anche loro avevano gli stessi nostri problemi, ed era assai probabile che il vulnus fosse proprio di Argo e non della nostra Segreteria, che di tutto può essere accusata ma non di cercare di mettere troppo spesso le mani nel registro.
Infatti la Segreteria era innocente come uno stormo di colombe e anzi ha prontamente chiamato Argo perché rimediasse ai suoi mali, e così adesso possiamo mettere i voti e perfino segnalare se qualche ragazzo esce alle 11.00 per farsi gli affari suoi.
La mattina dopo è infatti apparso il tanto temuto riquadro dove Argo annunciava migliorie. 
Per una volta però l'apparizione del riquadro non ci aveva inquietato: era chiaro che Argo aveva risolto i suoi problemi interiori e...
No, non proprio.
Argo ha effettivamente apportato migliorie. Di quelle che nessuno gli chiede. 
Lo abbiamo scoperto già stamani.
Avevo ben due giustificazioni da inserire. Ho preso i foglietti, pigiato il tasto della giustificazione, segnato la data dell'assenza da giustificare...
Ed ecco apparire un riquadro minaccioso:
Sarà giustificato 1 evento senza indicare una motivazione. Vuoi procedere? Sì No
Resto interdetta davanti al riquadro. Finora le giustificazioni non erano mai state classificate come eventi* e non si era mai insistito sulla mancanza di motivazioni. E poi, che motivazioni potevo fornire?
Dopo breve riflessione ho scritto nel riquadro è guarita e ho pigiato il tasto .
Di nuovo è apparso il minaccioso riquadro Sarà giustificato 1 evento con la seguente motivazione "E' guarita". Vuoi procedere?
Così ho scoperto che la motivazione non era indispensabile, e che in effetti ad Argo la motivazione non importava granché, era solo in modo per complicarci ulteriormente la vita.
Ho pigiato e mi sono fermamente ripromessa di non motivare mai più alcunché.
Ho poi detto ai ragazzi, che avevano seguito divertiti tutta la procedura Credo che sarebbe il caso di informarsi su cosa si fumano i tecnici di Argo. Per evitare di fumarla anche noi, intendo. Perché mi sembra roba molto tossica.
I ragazzi si sono detti d'accordo.
I colleghi, in Sala Insegnanti, hanno parimenti apprezzato il mio savio commento.

Spero che ci cambino registro al più presto perché sono davvero stufa.

* la demenziale definizione di evento si applicava soltanto a entrate e uscite fuori orario e a quando l'alunno era a casa in DaD, e già così ci sembrava piuttosto ridicola

giovedì 15 settembre 2022

La nuova, innovativissima didattica DADA - 7 - Imbranati si nasce, e io modestamente lo nacqui

Il governo ha rimosso ogni tipo di restrizioni, per la prima volta dopo due anni il primo incontro collegiale è stato un Collegio Docenti e non un malinconico incontro col Responsabile della Sicurezza che ci elencava le infinite cose che era vietatissimo fare, e insomma stamani la Didattica Data è effettivamente partita nella sua compiutezza. O quasi.
In effetti è vero che le classi si sono mosse verso l'aula dell'insegnante e non viceversa, ma lo hanno fatto cammellandosi gli zaini perché ancora i mitici armadietti non sono stati assegnati agli alunni con appositi comodati d'uso. 
Ma questi son dettagli, e stamani non era nemmeno un gran problema perché il primo giorno di scuola, notoriamente, si porta solo il diario, una penna, un quadernuccio e poco più.
Le due settimane che precedono l'inizio della scuola sono state dedicate al mitico Orario: ogni insegnante si è visto assegnare la sua aula. 
Più o meno.
Cioè: l'insegnante di Musica ha la sua aula di Musica, come l'insegnante di Spagnolo e le due insegnanti di Inglese, ma per Lettere la questione è più complicata perché abbiamo quattro aule per cinque insegnanti e mezzo (il mezzo è lo spezzone di Geografia).
Quindi è stato fatto un orario, poi si è cercato di incollarlo alle varie aule, perché chi faceva Italiano lo facesse in una delle due aule di Italiano, chi faceva Geografia la facesse per lo più nell'aula di Geografia eccetera.
La cosa non è semplice perché le ore sono spesso accoppiate e mescolano più materie.
In qualche modo comunque ne siamo venute a capo, con qualche compromesso.
Purtroppo devo essermi persa un passaggio e una qualche nuova versione dell'orario arrivata ieri - cioè, ho ricevuto il nuovo orario ma non ho pensato a controllare se era uguale all'ultima versione.
Così stamani sono arrivata a scuola un po' inquieta, perché avrei conosciuto in un giorno solo e alle prime due ore entrambe le mie nuove prime, ma molto tranquilla sugli spostamenti perché sapevo di avere quattro ore a fila nell'aula di storia, la numero sei.

Al termine delle quattro ore posso onestamente dire di non averne azzeccata una che fosse una.
Ho esordito dimenticando platealmente che che faceva la prima ora doveva andare a prendere la classe all'entrata. Avevo capito che lo faceva qualcun altro.
Mi era stato detto che lo faceva qualcun altro?
Ma no, assolutamente.
Comunque sono arrivata di corsa a prendere la mia prima Prima, che si guardava intorno con l'aria perplessa dei cuccioli appena abbandonati al casello dell'autostrada, e li ho fatti salire in una fila quasi ordinata per le scale. Perché sono una frana, ma il concetto che si deve salire in fila stando sulla destra mi è entrato in testa sin dall'anno scorso, almeno quello.
Dopo aver toppato ben due classi una collega, con l'aria di chi si domanda perché lo Stato non fornisce un docente di sostegno anche agli insegnanti imbranati, mi ha pazientemente trascinato fino alla mia prima aula (che non era affatto la numero sei, bensì la otto).
Entrata in classe sono riuscita, se non altro, a trovare la cattedra e pure il computer. 
Ho acceso il tutto, introdotto il registro elettronico, fatto il primo appello, spiegato che con me dovevano avere pazienza perché per ricordare i nomi sono un disastro di quelli che mai si sono visti prima, e in qualche modo ci siamo presentati.
All'ora seguente ho scoperto che dovevo cambiare aula e di nuovo una collega paziente eccetera eccetera. E così ho conosciuto la seconda Prima.
All'ora successiva, mentre per il corridoio imperversavano i tipici ululati di un normale intervallo in corridoio di quattro classi in contemporanea (quasi un trauma culturale: quattro classi che berciano in contemporanea, finalmente!) ho avuto una discussione con Spagnolo. La poverina cercava di capire dov'era la classe che doveva prendere, mentre io avevo capito che mi rampognava perché non le avevo portato la classe all'ora precedente e cercavo di spiegarle che non potevo perché dovevo andare dall'altra classe - ma alla fine ho capito cosa voleva da me e sono perfino riuscita a darle la risposta giusta; almeno, lo spero.
Alla terza ora avevo l'ex Prima Sfigata - naturalmente in una diversa aula. Qui però partivo avvantaggiata, perché se non sapevo l'aula almeno conoscevo gli alunni, e quindi mi è bastato cercarli.
E basta, le due ore seguenti sono state quasi riposanti.
Non so cosa combinerò domani e non voglio saperlo, ma una cosa devo dirla, a mia parzialissima discolpa: i corridoi e l'androne pullulavano di cartelli di accoglienza e segnalazioni varie, ma nessuno aveva pensato di stampare un orario col numero dell'aula per i docenti.
Immagino che alla fine imparerò, perché se non altro ho un fondo di memoria passiva che mi aiuta ad assimilare certi automatismi, nel giro di dieci-dodici settimane.

Infine, per completare l'album delle figurine, nel pomeriggio me ne stavo paciosa sul letto con le gatte a guardare un video molto interessante sull'avanzata ucraina, quando improvvisamente mi sono ricordata che già da mezz'ora avrei dovuto essere in videoconferenza per il Collegio Docenti. Mi sono fiondata su Google Meet, dove ho fatto un saluto in cui farfugliavo che quel giorno la rete a casa mia andava veramente malissimo, probabilmente per colpa del temporale (per fortuna il temporale c'era stato davvero).
E basta, dopotutto domani è un altro giorno.

venerdì 9 settembre 2022

La sfolgorante luce di due stelle rosse. Il caso dei quaderni di Viktor e Nadia - Davide Morosinotto

Per rispolverare la simpatia che ho sempre avuto per il nobile popolo russo e che la presente guerra ha molto appannato, durante l'estate ho deciso di dedicarmi alla lettura di questo romanzo dove quasi tutti i protagonisti sono russi e l'implacabile apparato poliziesco dell'URSS è perculato con un certo garbo.
Si tratta di un classico romanzo-con-cornice, di quel tipo che andava tanto di moda nell'Ottocento ma che funzionano molto bene anche adesso, se ben costruiti.
All'interno del quadro, i due protagonisti sono Viktor e Nadia, due gemelli che all'inizio della storia hanno tredici anni e che tengono un diario nel periodo che va tra il Giugno del 1941 e  il Novembre del 1942. I due ragazzi sono legati, oltre che dal normale affetto fraterno, anche da quella sorta di blanda telepatia che caratterizza i gemelli, ma che volendo togliere credito a qualsiasi idea sulla telepatia, si può definire con la frase "nessuno li conosce meglio di quanto si conoscano tra loro". L'autore espone entrambe le possibilità ma si guarda bene dal prendere posizione, e del resto il fenomeno è ben conosciuto anche se molto difficile da studiare.
I due ragazzi sono nati e cresciuti in regime comunista e ben imbevuti di propaganda comunista - che in effetti, com'è giusto, ai loro occhi non è tanto propaganda quanto una parte integrante della vita di tutti i giorni. Né loro né i genitori mostrano particolari cenni di dissenso, al di là di un qualche fondino di diffidenza verso le notizie emanate dal governo, al livello sotterraneo che coglie qualsiasi persona di medio buon senso in tempo di guerra.
I genitori sono persone di buona cultura e piuttosto benestanti, e lavorano al museo dell'Ermitage*. 
La storia comincia il 22 Giugno 1941 quando due importantissimi avvenimenti scuotono il pacifico e vivace tran tran della vita dei due gemelli: durante una visita all'Ermitage mettono le mani su alcuni quaderni finiti fin lì per errore e decidono di usarli per tenerci un diario; e, sempre nel corso della visita, sentono in diretta alla radio che il paese è entrato in guerra, causa invasione nazista.
La guerra influirà parecchio sulla vita quotidiana della famiglia: il padre è chiamato sotto le armi e i due gemelli vengono sfollati insieme a tutti gli altri bambini della città.
Qui però, per una serie di motivi che vengono chiariti nel corso del romanzo, l'implacabile organizzazione comunista perde parecchi colpi: prima di tutto i due vengono messi su due treni diversi, anche se diretti nello stesso luogo (mentre naturalmente le istruzioni dall'alto erano di non dividere i fratelli, ovunque andassero) e il viaggio di entrambi si rivela assai travagliato. I due cercano di riunirsi fin da subito ma la questione si rivela davvero complessa e in sostanza il romanzo contiene la storia dei loro due viaggi, che comprendono, tra le moltissime vicissitudini, una breve ma salata permanenza in un gulag, la difesa di una fortezza e nientemeno che un viaggio verso Leningrado percorrendo su un camion (!) le ghiacciatissime acque del lago Ladoga, a continuo rischio che la rottura del ghiaccio ingoi camion e passeggeri in quella che è la scena più emozionante del romanzo; il fatto che l'autore sia italiano e che il romanzo sia nato appunto per un pubblico italiano che in gran parte considera molto avventuroso anche solo guidare sul ghiaccio che si forma su una comoda strada asfaltata aggiunge un notevole carico di emozione, perché per noi è molto più facile immaginarci uno sbarco sulla Luna o una passeggiata nello spazio che una roba del genere, e a questo proposito aggiungo che ghiaccio, neve e freddo sono sì molto presenti nel romanzo, ma vissuti come elementi assai comuni della vita di tutti i giorni, com'è giusto che sia vista l'ambientazione.
In guerra (e i giornali di questi giorni ce lo ricordano in continuazione) succedono cose, diciamo così, piuttosto estreme e può capitare di ritrovarsi a dormire in situazioni disagevoli e a mangiare (o, più spesso, non mangiare affatto) anche alimenti che non compongono la nostra dieta abituale. Tutto ciò viene descritto attraverso gli occhi e la penna dei due narratori che, grazie all'incoscienza e allo spirito di adattamento tipiche di quell'età, digeriscono i vari contrattempi con notevole coraggio e determinazione. Le situazioni più difficili da affrontare per loro naturalmente  sono le morti, e anche il lettore, che pure grazie alla cornice sa che i due protagonisti arrivano vivi alla fine della storia, non può rilassarsi più di tanto perché protagonisti anche di un certo livello spariscono così, di punto in bianco, senza avvisare, proprio come succede in guerra:  prima c'erano, e all'improvviso non ci sono più, e non ci si può fare proprio niente.

Passiamo alla cornice: dopo la guerra, alla fine del 1946, il gruppo dei diari viene preso in consegna da un alto ufficiale Commissario del Popolo che (per motivi che in effetti non vengono molto chiariti) li passa al vaglio per decidere se i due protagonisti si sono o meno macchiati di reati perseguibili. Di reati ce ne sarebbero in verità davvero parecchi, ma l'abile burocrate trova un modo eccellente per non entrare nel merito della questione e per assolvere i due ragazzi con formula piena - non senza aver costellato i diari di acidissime annotazioni destinate probabilmente a un eventuale supervisore che entrasse in scena in momenti successivi. 
Tuttavia non c'è soltanto la cornice: a parte le annotazioni del burocrate e le occasionali postille dei due fratelli (tutte riportate in corsivo) abbiamo anche una serie di carte geografiche, schemi, disegni, ritagli di giornale, volantini e fotografie più o meno collegate alla vicenda e una serie di istantanee dell'ordinatissima scrivania del prudente e accorto funzionario militare.
Il romanzo si presenta con una bella veste grafica e una serie di accattivanti illustrazioni. Inoltre è scritto a due colori (Nadia in nero, Viktor in rosso) che anche se alza un po' il prezzo è sempre molto apprezzata da una certa categoria di lettori**. E' anche scritto molto bene e mantiene quel tipo di tensione che innesca il processo del dài, non è tardi, un altro capitolo posso leggerlo... ops, ma com'è che sono le due? E cinque minuti fa non ero a pagina 173? Beh, ormai che ci siamo tanto vale attaccare un altro capitolo.
E' stato pensato e costruito per Giovani Lettori, ma non dovrebbe costituire un dispiacere nemmeno per le categorie più stagionate. Io, di sicuro, l'ho gradito parecchio.
Consigliato soprattutto per gli amanti dei romanzi storici e dei libri ben infiocchettati. Segnalo anche la copertina, perché è davvero raro vederne una decente e questa si adatta perfino al contenuto del libro, che è quasi un prodigio. Anche la composizione grafica è interessante e richiama molto bene il periodo della vicenda.

* ovvero il palazzo reale della città di Pietroburgo, che dal 1924 al 1991 si è chiamata Leningrado e che fino al 1918 è stata la capitale della Russia. Si trova sulla foce della Neva sul mar Baltico e in prossimità del grande lago Ladoga.
** Io, tanto per fare un esempio.

lunedì 5 settembre 2022

Di scioperi nella scuola e fuori (post di purissimo colore locale)

 
Pubblicità à la Jackal. Quella del profumo Scioperò comincia a 2.54
Ho fatto molti scioperi ai tempi della riforma Moratti e dei tagli Gelmini. Non dico che siano serviti a molto ma li ho fatti e non li rimpiango. Tuttavia in seguito l'entusiasmo si è un po' smorzato perché i sindacati hanno cominciato a gestire questa nobile istituzione in modi piuttosto strani.
Noi insegnanti siamo rappresentati da molti sindacati, e da qualche anno ognuno di loro sembra convinto che sia suo specifico dovere fare il suo proprio sciopero, spesso evitando con cura che coincida con la data scelta dagli altri. Ne risulta una pletora di scioperi che non ha dell'umano - quasi ogni settimana ce n'è uno, e fatti così mi sembrano una grandissima perdita di tempo (e di soldi). Ne ho poi visti arrivare molti anche in circostanze improponibili - per esempio in piena crisi di governo, o a elezioni appena avvenute quando il governo era ancora in formazione. Chi se lo fila, uno sciopero del genere, quando nemmeno c'è un ministro da convincere?
Ne ho visti anche molti fatti su voci di corridoio, in merito a provvedimenti che ancora non avevano una forma precisa. Gli scioperi che ho fatto sono sempre stati su leggi presentate in Parlamento e di cui si conosceva il testo - e questo è il vero motivo per cui non ho fatto lo sciopero del 30 Maggio, anche se il fatto di avere già pagato il biglietto del treno ha pure avuto il suo peso.

Tuttavia tra tanti scioperi di motivazione esile, inopportuni, importuni e inutili, credo che nessuno nella mia più che ventennale carriera batta il record di quello che comincerà alle 23.59 dell’8 Settembre e terminerà dopo due giorni sempre alle 29.59, e che nelle circolari è stato chiamato "Sciopero 8-10 Settembre".
Il momento non sembra dei migliori, secondo i miei personali criteri: non soltanto il governo attualmente in carica per il disbrigo della normale amministrazione è dimissionario dal 21 Luglio, ma per un buon paio di mesi è tecnicamente impossibile averne uno nuovo.
Per carità, motivi per scioperare non ne mancano, stando che l'ultimo rinnovo del contratto degli insegnanti risale a tempi remoti e che le procedure per le nuove assunzioni nell'ultima proposta di legge sembrano ancor più pazze e farraginose del solito. Ma la Federazione Italiana Sindacati Intercategoriali che l'ha bandito (e di cui fino a qualche giorno fa ignoravo l'esistenza, da cittadina disinformata quale sono) non cura queste minuzie, come abbiamo scoperto. 
Infatti qualcuno ha chiesto "Sì, d'accordo, sciopero. Ma ci danno qualche motivazione, per fare sciopero?".
La richiesta non era irragionevole, e la Segreteria una volta tanto ha fatto il suo dovere e ci ha informato.
Nell'atto di proclamazione dello sciopero la Federazione eccetera (detta anche FISI) ha scritto che lo sciopero trova motivazione nella difesa dei valori costituzionali minacciati dai gravi eventi lesivi dell'incolumità e della sicurezza dei lavoratori.
Un tema molto valido, in effetti, rifletto mentre leggo. Governo in carica o meno varrebbe forse la pena di aderire: noi insegnanti di solito non abbiamo troppi problemi in merito, ma non per questo siamo tenuti a ignorare la questione e anche questa estate abbiamo avuto diversi incidenti, per avvelenamento, presse fuori controllo e altra roba, e più di un lavoratore ahimé ci ha lasciato le penne.
Ma non di questo si occupa la FISI.
Lo sciopero infatti riguarderà, nella loro totalità, i lavoratori soggetti ad obbligo di vaccino e di Certificazione verde semplice e rafforzata pubblici e privati della sanità".
E dunque mi si chiede di rinunciare alla retribuzione di due giorni di lavoro per salvare dall'obbligo vaccinale il personale sanitario.
Perché infatti bisogna chiaramente presupporre che la scelta del Governo di puntare esclusivamente sui vaccini è fallimentare. Permangono però, e sono sconosciuti al momento, i rischi a medio e lungo termine della pratica vaccinale sugli umani che è, e rimane pratica sperimentale, fino al 2023.
La punteggiatura, ammettiamolo, non è delle più chiare: la pratica vaccinale rimane sperimentale fino al 2023? Può darsi, ma ormai ci siamo. Oppure, come starebbe a indicare la virgola, la pratica vaccinale è fino al 2023? Ma anche così non cambia molto, il 2023 se lo chiami risponde.
E' verissimo che non è possibile ancora conoscere le conseguenze a lungo termine del vaccino, ma stante che la mia prima dose l'ho fatta un anno e mezzo fa e non sono stata fra i primi, sulle conseguenze a medio termine direi che comunque qualcosina si comincia a sapere. Fare uno sciopero per evitare a qualcuno la quarta o quinta dose mi sembra un po' inutile: secondo il mio brutale punto di vista, chi è sopravvissuto alle prime tre o quattro ha ragionevoli speranze di uscir vivo anche dalla quarta o quinta. Almeno, mi sembra. Quanto a parlare di scelta del governo di puntare esclusivamente sui vaccini, mi sembra un discorso piuttosto ingeneroso dopo due anni di mascherine e distanziamenti e divieti di assembramento e pure tre mesi tappati in casa. A occhio, mi sembra che le uniche cose su cui il governo non ha puntato sono i paletti di frassino, le pallottole d'argento e l'aglio, a tutto il resto è ricorso - e anche con una certa abbondanza.
In conclusione l'ineffabile FISI proclama che lo sciopero è politico, essenzialmente diretto a ottenere un intervento diretto di interesse dei lavoratori e, anziché essere contro il proprio datore di lavoro, esso è contro gli organi politici, il Governo.

Mettiamola così: al di là di ogni possibile considerazione sull'utilità dei vaccini da Covid, non credo di aver mai visto in tutta la mia vita lavorativa uno sciopero che ha minori speranze di condurre a un qualche risultato di questo.
E comunque durante l'estate mi sono fatta pure la quarta dose, senza nemmeno preoccuparmi di sapere se ero ormai esentata dall'obbligo vaccinale (in effetti a Luglio non lo ero ancora), sarebbe strano che proprio io insorgessi contro l’obbligo vaccinale, dopo essermici sottomessa con grande zelo.