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martedì 30 giugno 2026

Lucchetti dotati di un forte senso di autonomia

"Locket" in inglese, sta sia per "medaglione" che per "lucchetto".
Questo creò qualche problema ai tempi delle traduzioni di quinto e sesto volume
della saga di Harry Potter, anche se lo Slytherin's locket di Salazar
(poi arrivato fino a Regulus Black e infine a Harry)
è sempre stato solo e soltanto un medaglione.

La didattica DADA, che alla scuola di St. Mary Mead applichiamo in una versione particolarmente diluita, consiste in pratica nel permettere alle classi di spostarsi tra le varie aule in autonomia e nell'assegnargli un totem chiamato armadietto che a conti fatti si è rivelato di assai modesta funzionalità.

Ogni armadietto è munito di un lucchetto e di una chiave. Col tempo si è scoperto che, per una specifica perversione del modello degli armadietti scelti dal nostro Comune, non tutti i lucchetti andavano bene;  più avanti è risultato che trovare un lucchetto adeguato per quei cazzo di armadietti era impresa al limite dell'impossibile: perché alcuni lucchetti erano troppo grandi e altri troppo piccoli (alla fine una collega ha postato una foto con tanto di dimensioni adatte) e soprattutto perché al mondo esistono tantissimi tipi di lucchetti, ma solo un piccolo gruppo di essi riesce a svolgere per i nostri ineffabili armadietti la funzione per cui di solito si compra un lucchetto, ovvero chiudere qualcosa.
Infatti i lucchetti troppo grandi non permettono la chiusura dell'armadietto e quelli troppo piccoli lo lasciano in pratica aperto, e il problema si estende anche a una parte di quelli di media taglia; e se quando l'armadietto non si chiude perché il lucchetto è troppo grande se non altro ti rendi conto del problema, con quelli troppo piccoli ti sembra di aver chiuso a perfezione lo sportello, solo che chiunque passi di lì può aprirlo semplicemente girando la maniglietta.
Non abbiamo dato pubblicità alla cosa, ma la notizia si è comunque diffusa come fuoco nell'erba secca e un forse nemmeno troppo esiguo gruppo di alunni ha deciso di essere molto interessato al contenuto degli armadietti altrui non chiusi e quindi ben presto sono state segnalate sparizioni di soldi e oggetti vari - astucci, in particolare.
Alla media di St. Mary Mead*  l'astuccio altrui è una preda ritenuta assai ghiotta, non tanto per onesto desiderio di impossessarsi di ciò che contiene, quanto per il sottile e perverso piacere di spostarlo, riporlo in armadietti diversi da quelli del legittimo proprietario, nasconderlo, giocarci ad Astuccio Rilanciato o a AstuccioBall, piazzarlo in luoghi del tutto inopportuni eccetera; e davvero non mi spiego cosa ci sia di divertente a fare ciò mentre al contrario comprendo senza difficoltà l'estremo disappunto dei legittimi proprietari dell'astuccio che si vedono obbligati ad organizzare battute di caccia, questue e a frugare nei cestini della carta straccia e dei rifiuti indifferenziati alla ricerca del perduto bene.
Talvolta poi la perversione si spinge al punto di far sparire o spostare in altri armadietti anche quaderni e libri, mettendo in difficoltà anche i più integerrimi alunni che si ritrovavano improvvisamente privi dei compiti da mostrare all'insegnante. Anzi, proprio gli alunni notoriamente integerrimi erano le prede più succose e ambite, in un clima che definire morboso sarebbe termine davvero troppo leggero.
Dunque la scuola sembrava invasa da una orda di ragazzini sadici il cui scopo primario era quello di mettere in difficoltà o a disagio i compagni. Il fenomeno non è del tutto insolito (beh, alla media di St. Mary Mead un po' insolito era, per la verità) ma si è rivelato assai difficile da gestire. 
Se in tanti avevamo forti sospetti su chi fossero i pervertiti autori di cotali deplorevoli gesti, costoro mostravano una notevole capacità di sgusciare via senza farsi notare e solo occasionalmente qualche alunno riusciva se non altro a intravederli nella Zona Armadietti e qualche insegnante notava che taluno di questi sospetti stava più spesso al piano degli armadietti oggetto dei malestri di quanto comportasse il suo orario, che non di rado li avrebbe voluti a un piano diverso o in una diversa zona della scuola.
Che si fa in questi casi? Non esiste un Manuale Applicativo Per Quando la Nuova, Innovatissima Didattica Dada Crea Guai, così ci siamo arrangiati con circolari, avvisi vari, una sorveglianza più capillare (con la collaborazione dei custodi) e una certa pressione sui Presunti Colpevoli, con una generosa distribuzione di note a pioggia con i più vari pretesti. Gli episodi si sono ridotti ma non scomparsi, se non verso la fine dell'anno - probabilmente perché a causa delle infinite uscite didattiche, laboratori speciali, camminate ecologiche, gare sportive e via dicendo che investono come gramigna le ultime settimane di scuola, la presenza di tutte le classi all'interno dell'edificio era diventata assai rara, e soprattutto perché molte famiglie hanno chiesto e ottenuto che i ragazzi oggetto di tante attenzioni smettessero di usare gli armadietti e si cammellassero gli zaini su e giù per la scuola; che, ammettiamolo, oltre ad una discreta scocciatura per alunni e insegnanti che si ritrovavano la classe infestata dagli zaini esattamente come nella più tradizionale delle didattiche, mandava a ramengo quel po' di DADA che effettivamente veniva fatta.
In tutto ciò, in quel di Febbraio, si è verificato un nuovo e vieppiù misteroso fenomeno detto "del lucchetto vagante".
Detto fenomeno consisteva nella sparizione (più probabilmente sottrazione) del lucchetto che alla fine della mattinata era spesso lasciato aperto. Tali lucchetti spesso sparivano per un giorno o due per poi ricomparire a qualche altro armadietto, dopo aver svolto coscienziosamente la loro funzione di creare disturbo e disagio al legittimo proprietario, talvolta non ricomparivano affatto e abbiamo perfino avuto il caso di un lucchetto che è ricomparso, chiuso, in una classe. La mia, guarda caso. Attaccato alla griglia sotto il piano del banco ove l'alunno ripone solitamente quaderni e libri che non usa sul momento.
E' comparso una mattina, né alcuno è stato in grado di identificarlo come suo. 
La notizia del Lucchetto Misterioso ha fatto il giro della scuola e ogni tanto arrivava qualche alunno che chiedeva di vederlo, ma dopo averlo esaminato con cura inevitabilmente andava via scuotendo la testa e dichiarando che no, non era il suo. 
E non è mai stato possibile attribuirgli un proprietario - che pure un tempo deve ben aver avuto, perché i lucchetti non sono usi abbandonare di loro iniziativa i negozi di ferramenta e bricolage per scegliersi una nuova dimora, autochiudendosi dopo averne trovata una di suo gusto e facendo scomparire la chiave in qualche dimensione parallela.
Di solito, almeno, non funziona così.
Di solito. Ma vai a sapere?

e magari anche in molte altre scuole medie, solo che io da vent'anni quasi ininterrotti sono lì e quella sola ormai conosco



domenica 28 dicembre 2025

Di sfide di lettura e altre sciocchezze


Ogni tanto, spelluzzicando blog e vlog di lettura vari, incrociavo quelle strane cose che vanno sotto il nome di Reading Challenge. Si tratta, in sintesi, di una lista di libri con determinate caratteristiche da leggere in un dato periodo di tempo e sono cose che si fanno in pubblico, annunciando che si vuol partecipare, magari indicando come, e a fine periodo raccontando com'è andata. Molto spesso il tempo che ci si dà è un anno, o comunque io mi sono interessata soprattutto a quelle.
C'è la Sfida dello scaffale strabordante, con cui ci si propone di alleggerire la pila di libri che ancora non si è letta ma che si è stati molto solleciti a comprare - e che regolarmente va buca perché durante l'anno si affacciano decine di interessanti suggerimenti di lettura che finiscono per lasciare la pila ben poco diminuita se non aumentata, e questo rientra nella natura delle cose e i vari vlogger la vivono con divertita autoironia, di solito raccontando che l'anno prima era stata un vero disastro ma che quest'anno è andata pure peggio, poi ci sono sfide con tappe mensili di verifica oppure con temi da accettare o rifiutare, insomma possono essere anche robe piuttosto complicate.
Ci sono poi quelle semplici, con una ventina di volumi, e quelle belle lunghe. Ho trovato una sfida per lettori pigri, dove basta leggere un libro al mese e le indicazioni su come sceglierlo erano piuttosto lasche, e sfide dettagliatissime: un libro pubblicato nel 1934, uno ambientato a Roccacannuccia di Sotto, uno che deve avere in copertina dei fiori di pesco, un romanzo storico di un autore nero e via dettagliando.
Lo scopo ufficiale sarebbe di spingere il lettore a cercare di uscire dalla comfort zone ed evitare di fossilizzarsi sempre sugli stessi generi, autori e periodi.
Con lo spirito di contraddizione che da sempre mi contraddistingue, il primo anno mi cimentai in assoluta discrezione e senza farne parola ad anima viva in una sfida da 25 libri dove aggiunsi la perversa clausola di leggere solo e soltanto libri che avrei comunque letto, in quanto mi ritengo assai varia nelle mie letture - il che in parte è perfino vero. Completai brillantemente il tutto in pochi mesi.
L'anno successivo, visto che la cosa aveva esercitato su di me una sua perversa fascinazione, e avendo trovato due liste che mi ispiravano abbastanza, completai abbastanza facilmente i 45 libri richiesti. Una delle liste era pure in inglese, così, tanto per tirarmela un poco - sempre in privato, si capisce. nemmeno i miei più intimi amici hanno mai sentito da me una parola al riguardo.
L'anno scorso, mossa da ulteriore perversione, decisi di strafare: due liste in italiano di 20 e 25 libri, una lista per lettori pigri di 12 titoli e una in inglese di 50 titoli. Dato che il troppo, quando è troppo, finisce per troppeggiare, ho completato solo quella di 12 libri per lettori pigri, e le altre hanno ancora una ventina di voci da spuntare. Non c'è problema perché tanto non devo rendere conto a nessuno (anche quest'anno tutto si è svolto in grandissima discrezione) e le completerò con comodo nei primi mesi dell'anno prossimo. Tuttavia la cosa non è stata senza conseguenze.
Prima di tutto: ho letto molto più del solito - non perché sentissi un particolare affanno a finire presto, quanto perché ho finito per riprendere le vecchie abitudini di quando dedicavo alla lettura gran parte del mio tempo libero e ho scoperto che, con il progredire dell'esercizio, riuscivo molto più facilmente a concentrarmi nella lettura - cosa che mi ha fatto molto piacere perché ne sentivo la mancanza. Il blog ne ha risentito, probabilmente, perché mi concentravo molto più facilmente per leggere di quanto facessi al momento di scrivere; ma se mi concentro con più difficoltà sulla scrittura probabilmente dipende dal fatto che non sono al momento in buoni rapporti con quel che scrivo mentre sono molto più ricettiva verso quel che scrivono gli altri - immagino siano fasi della vita legate a complesse questioni energetiche che non ho ben chiarito nella mia interiorità e che sono legate al rapporto con la realtà che mi circonda - che detto così suona molto misterioso ma se riuscissi ad esprimerlo meglio lo esprimerei senza farne inutili misteri.
Punto secondo, sono infine uscita dalla mia pur vasta comfort zone di lettrice - perché nel momento in cui mi chiedono un romanzo ambientato in montagna o un libro sulla follia (due libri sulla follia, in due diverse liste) o un libro dove l'invecchiamento viene visto come positivo o un libro scritto a quattro mani, insomma, se non ce l'hai sottomano non ce l'hai e ti tocca metterti a cercarlo, e quando in tre liste diverse ti chiedono un autore sudamericano e di norma scansi con una certa convinzione gli autori sudamericani, l'unica cosa che resta da fare è andare a cercare se c'è qualche testo sudamericano che ti ispiri almeno vagamente.
Fruga che ti frugo mi sono ritrovata a leggere un bel po' di cose che lasciata a me stessa avrei evitato. Questo ha fatto sì che colmassi una certa serie di lacune e rispolverassi cose che in un tempo lontano avevo pensato che sì, forse, chissà, magari un piccolo tentativo, prima o poi... a partire dalle voci che mi chiedevano di leggere un libro che stesse a prender polvere da anni nella libreria di casa, magari perché me lo avevano regalato.
E questo mi ha portato a una considerazione finale piuttosto interessante: uscire dalla propria comfort zone di lettura non sempre è una grande idea, specie se quella comfort zone è stata elaborata in molti anni.
In sintesi: la mia comfort zone è varia ma canonica: romanzi inglesi e talvolta americani (soprattutto fantascienza) un po' di giapponesi, qualche francese e qualche classico ottocentesco anche di altre lingue. Greci e un po' di latini. Libri medievali e libri  sul medioevo. Qualcosina di storia anche di altri periodi. Libri giapponesi. Fumetti soprattutto giapponesi. Qualcosina di indiano, ma solo moderno e quasi sempre salta fuori che è stato scritto in inglese. Pochissimi italiani, non di rado scuotendo la testa prima durante e dopo. Quando esco dalla comfort zone sbuffo e scalpito.
Per l'anno prossimo comunque sono messa abbastanza bene: ci sono le rimanenze delle elefantiache challenge di quest'anno, la sfida dello scaffale strabordante che comprende cose decisamente sostanziose, diversi classici soprattutto russi che aspettano e un po' di riletture.
Mi conforterò con ogni cura e gli esperimenti per un po' aspetteranno.
Ad ogni modo sono stata anche in libreria per un attento sopralluogo sulle novità e ho preso due paginate di appunti, aspettando con pazienza che le biblioteche comunali facciano il loro dovere.
Tanto per non perdere l'abitudine potrei anche farmi una lista...

giovedì 1 agosto 2024

La Prima Stressante

Questo coniglio e questa tigre sono molto cortesi.
Ecco, nella Prima Stressante le cose non vanno esattamente così.

Che dire della Prima Stressante, che a Giugno è diventata una Seconda e a cui insegno (senza grossi risultati, al momento) Storia e Geografia?
Sulla carta è una buona classe. Anzi, come continuo a ripetere ai Consigli, secondo me sarebbe addirittura una classe potenzialmente ottima
Siccome in quel Consiglio sono la Decana e alzo di parecchio l'età media lì dentro le mie giovani colleghe non osano contraddirmi più di tanto. Tuttavia di questa presunta ottimità si fatica assai a vedere traccia.
Certo, anche lì ci sono alcuni elementi deboli, ma hanno tanta buona volontà. A me poi non sembrano nemmeno tanto deboli. E poi sono tre su diciotto.
Ad ogni modo, fare lezione con loro è molto, molto complicato.
Il punto è che costoro passano il loro tempo non già a seguire le nostre belle lezioni, e nemmeno a farsi delle gran teglie di cavoli loro, bensì a rimbeccarsi, criticarsi e correggersi a vicenda.
Facciamo un esempio.
L'insegnante fa una domanda, poniamo "Di che colore era il cavallo bianco di Carlo Magno?".
Teodorico, cui è stata fatta la domanda, risponde "Bianco".
E subito interviene Alboino "No, è verde!".
"Ma che sciocchezze dici" interviene Rosmunda "Quando mai si è visto un cavallo verde?".
"Sul libro c'è scritto che in cavallo di Carlo Magno era verde" ribatte Alboino.
"No" interviene l'insegnante "Sul libro si dice che i cavalli dell'esercit..."
"Ma certo che è verde, solo un idiota potrebbe dire il contrario!"  interviene Teodosio.
"I cavalli nell'esercito carolingio..." prova a insistere l'insegnante, che sui carolingi ha fatto degli studi specifici ed è perciò convinta, a torto o a ragione, di essere una vera autorità in materia.
"Ma perché devi sempre intervenire? La domanda era stata fatta a me!".
"Sì, ma se dici certe sciocchezze...".
A questo punto l'insegnante ruggisce, sovrastando tutti con la sua voce forte e chiara, e avvia una bella tirata dove specifica che 
1) il libro dichiara che il cavallo bianco di Carlo Magno era bianco mentre i cavalli delle truppe carolinge erano verdi 
2) Che la domanda è stata fatta a Teodorico e quindi solo lui deve rispondere 
3) Che quand'anche Teodorico avesse sbagliato la risposta, è l'insegnante che deve correggere e soprattutto 
4) che l'insegnante percepisce regolare stipendio dallo stato italiano tutti i mesi, più una tredicesima a Dicembre, grazie alle tasse che le loro famiglie pagano regolarmente  e
5) tra le mansioni che deve svolgere per guadagnarsi lo stipendio di cui sopra, più la tredicesima di Dicembre, c'è quella di correggere chi sbaglia e 
6) per venire lì dentro a insegnare l'insegnante ha preso una laurea quadriennale e fatto due anni di scuola di specializzazione e anche un concorso, e quindi ha una certa competenza nelle materie che insegna e perciò
7) non va per niente bene che loro impediscano all'insegnante in questione di fare il suo lavoro, guadagnandosi così onestamente lo stipendio di cui sopra.
A questo punto la classe si calma? 
Nossignore: la classe non solo non si calma affatto chiudendosi in un silenzio contrito&rispettoso, bensì si mette a discutere su chi per primo ha interrotto / disturbato / ostacolato la lezione. 
E di nuovo l'insegnante ruggisce ma alla fine dell'ora la classe continua ad avere le idee piuttosto confuse sulla situazione cromatica dei cavalli dell'esercito di Carlo Magno e l'insegnante non è riuscita a spiegare come era organizzato l'impero carolingio, che era l'argomento che si era proposta di trattare quel giorno.

Facciamo un secondo esempio. 
L'insegnante chiede "Avete avuto problemi con gli esercizi sulle frazioni?".
Teodorico alza la mano e riferisce che non è riuscito a fare il quarto e il quinto esercizio.
L'insegnante apre bocca per chiedere ulteriori dettagli sugli ostacoli incontrati da Teodorico ma nel frattempo Niceforo Foca ha già detto "Ma come non ti sono riusciti? Erano facili". Teodorico prova a farfugliare qualcosa ma poi si chiude in un silenzio mortificato.
L'insegnante si domanda preoccupata se qualcuno lì dentro oserà di nuovo dichiarare che non è riuscito a fare qualcosa nella speranza di avere lumi e sospetta che no. 

Terzo esempio: l'insegnante ha preparato la piantina con i posti assegnati alla classe per quel mese. Tutti si affollano intorno alla piantina sulla cattedra, commentano variamente e poi qualcuno comincia ad avviarsi verso il posto assegnato. Interviene Ermengarda, rimprovera tutti e spiega dove dovrebbero invece andare, mettendosi a dirigere il traffico nemmeno si fosse nell'A1 all'uscita di Firenze Sud. Poi interviene  Rosmunda, spiega che così non va bene e si mette anche lei a dirigere il traffico. Piccolo ma non trascurabile dettaglio, nessuna delle due indirizza i compagni nella zona giusta della classe.  
Collocare 18 alunni in una classe di media grandezza si rivela così una impresa singolarmente complicata.

Spero di aver reso l'idea.

Con tre rilassanti eccezioni*, ognuno di quei ragazzi è convinto di essere l'unico là dentro che capisce qualcosa, e non cessa mai di esortare i compagni a fare o dire quel che lui/lei ritiene opportuno, avendo sempre cura di spiegare agli altri che non capiscono niente. I compagni, comprensibilmente, non gradiscono quel tipo di trattamento, e tuttavia non esitano a infliggerlo a loro volta agli altri.
Abbiamo variamente rampognato i ragazzi, esortandoli a un maggior rispetto dei compagni. Abbiamo anche consegnato loro un piccolo decalogo su come comportarsi in classe che recava, come prima regola "Un po' di gentilezza non ha mai ucciso nessuno". I ragazzi hanno commentato, si sono divertiti e, in obbedienza alle istruzioni ricevute, hanno incollato il foglio all'inizio del quaderno. E poi hanno continuato a fare esattamente come prima.
Ci siamo preoccupati di spiegare ai rappresentanti di classe che questo tipo di comportamento ostacola assai il normale svolgimento delle lezioni - ottenendo come unico risultato quello di sentirli lamentarsi assai dei genitori che rappresentavano. E' stata nel suo genere una scena interessante e  ci ha permesso, se non  altro, di capire che il comportamento dei ragazzi ha radici profonde e difficili da sradicare, e che i suddetti ragazzi non si sono fatti da soli.
Abbiamo anche osservato una certa tendenza da parte degli alunni a dettarci la scaletta di cosa dobbiamo fare durante la lezione. Più di uno si è lamentato "Ma io voglio fare questo, non quest'altro".
Li abbiamo presi con le buone. Li abbiamo allisciati. Li abbiamo garbatamente presi in giro (io, in particolare). Li abbiamo aspramente rimproverati. Niente di tutto ciò ci ha aiutato a cavare un singolo ragno dal singolo buco; la pioggia di valutazioni negative per la condotta che abbiamo generosamente distribuito al primo quadrimestre non ha portato a miglioramenti degni di nota.
E a fine anno eravamo pesantemente in ritardo con la programmazione. Tutti.

La mia personalissima teoria è che dietro questo perverso modo di interagire ci sia soprattutto molta ansia legata a una forte carenza di autostima. All'apparenza tutti sono convinti di essere gli unici, là dentro, che capiscono qualcosa e che tutto andrà male se gli altri non gli danno retta, e quindi in apparenza si tratta di una forte forma di presunzione. Io però ci vedo soprattutto una irragionevole ansia.
Ho provato a esporre questa mia teoria anche ai rappresentanti di classe, ma  mi han guardato come si guarda lo scemo del villaggio - perché, ripeto, il problema ha radici profonde, e non va nemmeno trascurata la possibilità che io sia, effettivamente, la scema del villaggio - in effetti è un ruolo che mi sono ritrovata a recitare spesso, nella vita.
Ad ogni modo, quando ho proposto per l'anno prossimo il classico "intervento esterno" nella classe*** tutti hanno convenuto che sì, era una cosa da farsi al più presto.

A parziale soccorso, a fine anno c'è stato il solito corso di teatro - che, volendo, è anche quello in un certo senso, un intervento sulla classe.
L'operatrice ha sputato una discreta quantità di sangue all'inizio ma, vivaddio, arrivati al momento dello spettacolo la magica alchimia del teatro ha finalmente prodotto qualche effetto, e il giorno della rappresentazione, con nostro grandissimo sollievo, li abbiamo visti per la prima volta lavorare insieme invece di limitarsi a ostacolarsi a vicenda.
Ci auguriamo tutti che l'estate porti consiglio perché la Seconda è già una classe difficile di per sé, e nei ritagli di tempo ci sarebbero anche un po' di cosiddetti contenuti da insegnargli.

* che non coincidono con i tre elementi fragili.
** chiamasi "intervento esterno sulla classe" l'entrata in scena di una qualche cooperativa specializzata in interventi educativi che aiutino i ragazzi a sviluppare un po' di introspezione - poniamo, un percorso sulla scrittura autobiografica o sul passaggio nell'adolescenza. Se fatti bene portano ottimi risultati. Naturalmente il vero problema è riuscire a catturare la classe, ma per un gruppo di operatori esterni è relativamente più semplice che per gli insegnanti curricolari.

domenica 28 luglio 2024

Una campagna elettorale ricca di imprevisti (ma con meno gatti del dovuto).

Il signore qui raffigurato è candidato alla vicepresidenza USA.
Per una serie di motivi che vado a spiegare, i gatti non lo apprezzano.

Quest'anno, a Novembre, si vota per la presidenza degli Stati Uniti d'America.
Si tratta di una elezione molto importante ma anche lunga: la campagna elettorale dura un anno e prevede un rituale molto complicato che in tanti seguono con grandissimo interesse sin dai suoi primi passi.
Quest'anno, per la verità, si presentava come una roba piuttosto deprimente e che non scaldava molto i cuori. Entrambi i candidati sono personaggi abbastanza noti perché hanno già ricoperto il ruolo di Presidente, e nessuno dei due è particolarmente giovane. Uno di loro poi è un personaggio piuttosto stravagante e umorale e si era particolarmente distinto il 6 Gennaio del 2021 appoggiando un tentativo di colpo di stato a suo favore, mentre l'altro era ritenuto da molti un po' soporifero.
Per quanto soporifero però aveva numerosi sostenitori che ritenevano avesse fatto bene la sua parte negli ultimi quattro anni. Tuttavia qualche settimana fa, nel corso del primo confronto in televisione, ha dato l'impressione che l'età stesse presentando un conto piuttosto salato.
Abbiamo così assistito all'insolita circostanza di un partito che discuteva apertamente se il suo candidato doveva o no fare il cosiddetto "passo indietro", rinunciando alla candidatura - che in effetti non era ancora stata ufficializzata.
Nel bel mezzo della discussione, resa più complicata dal fatto che cambiare un candidato uscito vincitore alle primarie non era facile come cambiarsi la cravatta per sceglierne una più intonata alla camicia e da una certa difficoltà a trovare un degno sostituto visto che le primarie in questione erano state ben poco combattute**, durante un comizio un ragazzo ha sparato addosso al candidato più umorale, riuscendo quasi a centrarlo ma, a conti fatti, limitandosi a graffiarlo a un orecchio, con grandissimo spargimento di sangue ma infliggendo pochissimo danno fisico al suo bersaglio umano. Il candidato non si è fatto prendere dal panico e ha brillantemente reagito, tra le acclamazioni dei suoi sostenitori. 
In tanti stabilirono che di conseguenza avrebbe vinto le elezioni - era ormai scritto nelle stelle - mentre altri discutevano se tutto quanto era o non era stato un abile complotto per attirare su di sé l'attenzione. Volendo si può pensare di tutto naturalmente, ma, come dire, visti certi precedenti di cui purtroppo gli USA sono pieni, e considerate le circostanze, la cosa davvero non appare molto credibile.
Per motivi che sfuggono alla mia debole mente, già dal primo giorno dopo l'attentato il partito del candidato umorale ricevette enormi donazioni a finanziamento della campagna elettorale, mentre l'altro candidato vide altrettanto improvvisamente ridurre il fiume delle donazioni per la sua campagna, che da fiume diventò un rigagnolo di scarsa entità. E tutto ciò fu motivo per ampie riflessioni da parte di tutti.
Pochi giorni dopo l'attentato il partito del candidato più umorale fece la sua brava convention e lo nominò ufficialmente candidato alla presidenza. In quell'occasione costui scelse anche il suo vicepresidente: un ragazzo piuttosto giovane, con un passato politicamente piuttosto variegato che dopo aver avversato con gran convinzione il candidato umorale, da un giorno all'altro era diventato un suo accanito sostenitore.
Pochi giorni dopo l'altro candidato, quello a cui nessuno ha sparato, non trovò di meglio da fare che prendersi il Covid, che ormai è anche una cosa abbastanza fuori moda.
Ad ogni modo il Grande Vecchio approfittò della malattia per riflettere sulla situazione, si consultò, meditò e poi pubblicò una lettera su un social*** spiegando che si ritirava dalla competizione e proponeva di candidare invece la sua vicepresidente.
Costei era per molti una perfetta sconosciuta che in questi quattro anni non ha avuto molte occasione per mettersi in mostra. Infatti l'incarico di vicepresidente negli USA è una specie di incarico-caucciù dove a volte fai la calza per quattro anni mentre in altri casi lavori parecchio. Dipende dalle circostanze e dalle scelte del presidente - di fatto l'unico vicepresidente di cui ricordo il nome è Bush padre, che per otto anni fece da vicepresidente a Reagan e che veniva nominato molto spesso nei notiziari perché era andato di qua e di là e aveva fatto e aveva detto. In realtà ci dicono che anche il candidato che si è da poco ritirato, e che aveva fatto da vicepresidente a Obama, era stato scelto perché era un abile politico di lungo corso e avrebbe potuto consigliare Obama su come gestire il Congresso, che conosceva meglio delle sue tasche; sta di fatto che lavorò molto ma all'estero non era particolarmente noto, o per meglio dire in tanti abbiamo saputo della sua esistenza in vita solo quando decise di candidarsi alla presidenza, cinque anni fa.
Comunque sia la vicepresidente in questione (la prima, nella storia degli USA) rientra a pieno titolo nella categoria dei vicepresidenti che han passato il tempo a fare la calza, ma tutti, appena sentirono il suo nome, che fino al giorno prima era oggetto di scarsissimo entusiasmo, scoprirono di amarla follemente e le donazioni ricominciarono ad arrivare: un fiume di soldi ma formato da tantissime piccole donazioni (pochi dollari, per intendersi) e ognuna di quelle donazioni corrispondeva evidentemente a una ferma intenzione di voto. 
Qualcuno allora cominciò a considerare che il candidato vecchio e intontito aveva fatto una scelta piuttosto interessante perché costei presentava un profilo completamente diverso: il vecchio candidato è anziano, maschio, bianco e moderato oltre che politico di lungo corso, mentre la nuova candidata ha vent'anni meno, è femmina e niente affatto bianca pur non essendo nemmeno nera: si tratta infatti di un interessante incrocio pluricontinentale di madre indiana e di padre giamaicano, con una carriera che si è svolta soprattutto nella magistratura e non è nemmeno troppo moderata. Insomma, una novità vera, non semplicemente un nome diverso.
Col fatto di avere solo sessant'anni, ancora da compiere, inoltre la signora in questione ha istantaneamente invecchiato l'altro candidato, quello umorale, che a conti fatti ha solo tre anni e mezzo meno del candidato vecchio, e non è che li porti poi tanto tanto bene.
Com'era prevedibile i sondaggisti, al grido di "Piatto ricco, mi ci ficco", han cominciato a sfornare sondaggi come se piovesse e ogni mattina possiamo leggere di un sondaggio che dà regolarmente una distanza da uno a tre punti di un candidato sull'altra (o di una candidata sull'altro, a scelta); il che lascia il tempo che trova perché tre punti rientrano nella percentuale di errore di qualsiasi sondaggio - fermo restando che sui sondaggi per le elezioni dei presidenti USA mi sono fatta una ben precisa idea ai tempi in cui la favoritissima Hillary Clinton perse contro il candidato umorale.
Il candidato umorale comunque è rimasto assai spiazzato e al momento, a parte coprire di insulti la concorrente non ha saputo dire granché. In compenso il suo vice... ecco, il suo vice ha tirato fuori, o meglio rispolverato una vecchia definizione che aveva usato quattro anni fa, quando la signora in questione era candidata come vicepresidente. Spiegò che si trattava di "una gattara infelice e senza figli", sostenendo poi che siccome era infelice voleva rendere infelici anche gli altri.
Non sono riuscita a capire se ha di nuovo detto quell'infelice frase o se i giornalisti sono andati a ripescarla. Sta di fatto che la frase è lì, e ha fatto il giro del mondo, scatenando le ire di molte donne e, sospetto, anche di molti gatti. Personalmente trovo che sia stato un grosso errore di strategia, perché mettersi contro il Cat Power non è sciocchezza da poco di questi tempi. Non dico che basti a bucare irrimediabilmente una campagna elettorale, ma in cuor mio lo sospetto.
La Grande Ragnatela infatti  si è già mossa e su Facebook abbiamo un gruppo dedicato appunto alle gattare che sostengono Harries:_
E anche i gatti sono scesi in campo, grazie a Allan Janus:
Una cosa però mi ha colpita: Internet non presenta alcuna prova che la signora in questione sia particolarmente gattara: non ho trovato foto in cui si abbia vicino un gatto né notizie che rivelino che a casa sua tenga almeno un soriano.
Vedremo.

Nel frattempo, se volete fare una donazione, di qualsiasi tipo, abbiamo anche  l'indirizzo del candidato alla vicepresidenza e quindi potete spedirla senza problemi.

* dove "umorale" è da intendersi come eufemismo per "isterico, irritante, suonato e ipercomplottista". No, non una di queste cose a scelta: tutte quante insieme. 
** in quei giorni si è parlato molto di Michelle LaVaughn Robinson Obama, che a quanto ho capito sarebbe stata molto apprezzata. L'unica che non ha detto mezza parola sull'argomento è in realtà proprio la signora in questione, che non ha mai dimostrato la benché minima inclinazione a imbarcarsi in cotale impresa. Suppongo che due campagne elettorali da First Lady le siano bastate e avanzate.
*** ebbene sì, ormai questo tipo di dichiarazioni si fanno sui social. Resta da capire a cosa serve mantenere un ufficio stampa.

sabato 20 luglio 2024

Gli strangolatori di Saint Mary Mead

Per la mia generazione, la parola "strangolatori" evoca i leggendari thugs, protagonisti in tanti libri di Salgari (questo libro, nello specifico, è di Salgari figlio, ovvero Omar)
All'inizio dell'anno scolastica la Terza Sfigata non sembrava messa niente bene. Avevo lasciato tutti in grande spolvero, convinta che l'estate avrebbe portato consiglio e li avrebbe trasformati in una brillante Terza Rampante. La sontuosa accoglienza che mi avevano riservato vedendomi faceva ben sperare in tal senso ma... Insomma,  il concetto che, per quanto potessimo essere legati da profonda simpatia e affetto, c'era però anche un po' di programmazione da svolgere non sembrava molto evidente ai loro occhi. 
Non era solo un problema mio perché anche gli altri colleghi del Consiglio di Classe raccattavano il giusto. Inoltre negli intervalli avvertivo qualcosa di strano e che andava al di là dell'assurda confusione che qualche decina di fanciulli in fiore compressa in un corridoio riesce a produrre.
Passa così qualche settimana finché una mattina, mentre tutti intervallavano festosi e io sorvegliavo coscienziosamente - ma, per quanto coscienziosa, solo in un posto per volta potevo stare - mi ritrovai sotto gli occhi, in una specie di passaggio interno dietro le scale, uno spettacolo assai insolito che comprendeva un panino spiaccicato a terra in un gran rutilare di prosciutto e salsina, e dietro Akela, parimenti spiaccicato e pure sanguinante.
Accorremmo in molti assai preoccupati (cercando di scansare i resti del panino che si era spalmato su una superficie invero assai vasta) e i compagni vicino ci raccontarono una strana storia secondo la quale Akela era scivolato, il panino gli era perciò sfuggito di mano, lui ci era inciampato cascando in avanti e così aveva picchiato il naso, che come spesso avviene in questi casi sanguinava copiosamente. 
Sono cose che succedono, e tutti i compagni che si erano premurosamente affollati intorno a lui mi confermavano il racconto a una voce; tuttavia la mia grande esperienza di cadute a inciampi mi lasciava un po' dubbiosa sulla sequenza, e soprattutto un qualcosa di indefinito in tutto l'insieme mi dava l'impressione che mi stessero raccontando una gran quantità di balle.
Comunque sia Akela venne soccorso, la famiglia avvisata, il sangue fermato e, finito l'intervallo, la lezione della Terza Sfigata riprese, seppure in un contesto un po' effervescente.
Nel secondo intervallo però due ragazzi al piano di sotto furono sorpresi in atteggiamento strano. Stavolta però si erano vistosamente contraddetti e nel pomeriggio la prof. Chantelle ci scrisse i risultati delle sue investigazioni.

Scoprimmo così che durante l'estate i ragazzi delle seconde e delle terze avevano imparato il Gioco degli Strangolatori, cui si erano assai appassionati tanto da praticarlo in ogni possibile momento, ad esempio negli intervalli a scuola.
Cotal gioco, che vanta una lunga e illustre tradizione,  consiste nel prendere da dietro il compagno alla gola, bloccargli il respiro e strangolarlo, per fermarsi un attimo prima che il ragazzo perda conoscenza. Pare che quell'attimo prima fosse fonte di gran piacere e perciò tale gioco non rientrava in alcuna categoria di bullismo ma anzi era inteso come un favore che si riceveva, e che andava poi contraccambiato (e son quei casi in cui l'insegnante si domanda cosa c'è di male nel rubarsi piuttosto un po' di merendine, praticando così del sano bullismo con venature di teppismo). 
La cosa non mi giungeva nuova: come raccontai alle colleghe che stavano  incolpando i social, lo avevo già incontrato tanti anni fa durante una supplenza a Erewhon, quando ancora i social non c'erano, e ci ero di nuovo incappata a Hogsmeade. Addirittura, a Hogsmeade, quando comunicammo con grandi ululati ai genitori di questa perversa abitudine, un padre disse assai sereno "Oh, è una cosa che ritorna ogni qualche anno, l'abbiamo fatto anche noi" lasciandoci tutti assai interdetti. Va dato comunque atto ai genitori di St. Mary Mead che cascarono tutti dall'albero con grandi STUMP e invece di rievocare piacevoli ricordi di fanciullezza si mostrarono invero molto ma molto preoccupati.
Dunque Akela non era inciampato in nessun panino: semplicemente l'amico di turno doveva aver calcolato male i tempi e così Akela aveva avuto un breve svenimento, nel corso del quale era cascato in avanti facendosi sfuggire di mano il panino che aveva pestato, cosa che a quel punto sembrava decisamente il minore di tutti i nostri problemi.
Il giorno dopo perciò tutti gli insegnanti di St. Mary Mead deprecarono, ammonirono, rampognarono e addirittura la prof. Spini fece un bel giro delle seconde e delle terze raccontando una storia (che mi auguro caldamente fosse frutto della sua fantasia, ma mi sono ben guardata dall'indagare) su un ragazzo di un qualche paesello dei dintorni che non si era limitato a svenire ma era direttamente morto per arresto cardiaco - e sospetto che quel breve quanto accorato raccontino abbia fruttato da solo più di tutte le nostre rampogne.
E' stata poi eseguita una accurata mappatura per individuare chi aveva partecipato a quel nuovo gioco, unita a una corposa indagine che ci ha permesso di stabilire che nessuno era stato forzato a partecipare, che era stata una cosa assolutamente volontaria e che insomma i giocatori non erano cattivi, solo grulli.
Poi la palla è stata passata al Preside, che ha fatto doverosa circolare e comunicazione alle famiglie - che se non altro ci han dato un po' di soddisfazione prendendo la cosa assai sul serio. E gli intervalli per qualche settimana si sono trasformati in una sorta di Caccia allo Strangolatore dove tutti gli insegnanti vagavano per i corridoi sorvegliando arcigni qualsiasi capannello formato da più di un ragazzo*; infine, dopo qualche settimana, la tempesta è rientrata lasciando, sì come sogliono fare le tempeste, un'aria molto più respirabile.
E gli intervalli si sono fatti molto più vivibili.

* ebbene sì, si trattava di un passatempo rigorosamente maschile. Sorprendente, vero?

Per concludere, ecco la mia canzone preferita degli Stranglers, corredata da un gran bel video

sabato 14 ottobre 2023

Sulla grande importanza di leggere (o almeno ascoltare) le istruzioni per l'uso

Uno scolaro della prof. Murasaki esprime senza infingimenti la sua personale opinione sull'importanza da attribuire alle istruzioni che gli/le vengono impartite.
Con l'andare degli anni le mie verifiche di storia sono diventate sempre più lasche. Taluni preparano complessi compiti a crocette con edizioni speciali per i DSA e i DVA*, altri fanno compiti con domande graduate per difficoltà, ma io ho sviluppato uno stile molto particolare, dettato anche dal desiderio di risparmiare carta: infilo una serie di domande (di solito da 10 a 20), alcune dettagliate, altre generiche, spesso chiedo opinioni su questo e su quello, e infilo sempre un gruppetto molto facile alla portata dei DVA, che comunque fanno il compito assistiti, o meglio sostenuti dall'insegnante di ciò incaricato.
Le istruzioni sono semplici: rispondete alle domande che volete, nell'ordine che volete, potete rispondere anche a più domande insieme in una unica risposta. Non do nemmeno i tempi: chi finisce consegna, e quando l'ultimo ha consegnato il tempo scade, salvo che suoni la campana dell'uscita o dell'intervallo e allora ritiro tutto. Per i DSA e i più inquieti aggiungo la possibilità di uscire a farsi un paio di vasche in corridoio prima di rientrare, rileggere e consegnare. Se qualcuno vuol mangiare lo può fare al banco o uscendo in corridoio. Chi vuole andare in bagno ci va quando gli pare. Chi ha dei dubbi si alza e viene alla cattedra a chiedere, e se qualcuno si trova meglio a scrivere su carta a quadretti, bene, scriverà su carta a quadretti.
Questa volta ho anche abolito i numeri delle domande, perché l'ultima volta che ho corretto un compito di storia mi sono accorta che non le controllavo mai: la risposta mi richiamava automaticamente alla domanda - e a ben guardare, se uno si mette pazientemente a inanellare le possibili cause della prima guerra mondiale è possibile, pensa un po', che la domanda sia qualcosa del tipo "Perché è scoppiata la prima guerra mondiale?", mentre se mi racconta delle 95 tesi di Wittenberg è probabile che la domanda riguardasse la nascita della riforma protestante o Lutero.
Di fatto non mi interessa molto che conoscano la piccola risposta a una piccola domanda (qualche volta faccio anche consultare il libro, o ne tengo uno aperto sulla cattedra) ma che mi impostino un racconto - e a volte perfino una mappa concettuale - decente con cause, effetti e cose del genere.
Questo tipo di compiti permette a chi ha studiato con cura di farsi valere, ma consente anche a chi non si è consumato gli occhi sul libro di utilizzare quello che comunque sa, oltre a lasciare regolarmente in mutande chi non ha letto né ascoltato alcunché.
Il voto è una generica media tra le conoscenze dimostrate e come han saputo infilarle in un discorso di senso compiuto, e valgono anche gli errori di ortografia e i nomi scritti a cazzo di cane, anche perché all'occorrenza e su richiesta quelli più complicati li scrivo alla lavagna o a chi viene a chiederli - e mi permette anche di non annoiarmi soverchiamente mentre correggo.
Stavolta il compito presentava anche una richiesta un po' diversa dal solito: le dieci principali date per Napoleone, disposte in ordine cronologico.
Non c'erano arrivati del tutto impreparati: per quel giorno avevo ordinato che si preparassero una cronologia di Napoleone con tutte le date indicate nel libro, che potevano consultare durante il compito. Non era una domanda facile: gli anni mi hanno dimostrato che, anche se per me ripassare storia voleva dire principalmente mettere in fila un po' di date importanti, che poi a metterci il tessuto connettivo ci pensavo sul momento e mi riusciva facile, non tutti ragionano come me - e d'altra parte, nonostante di fondo disapprovi il nozionismo, secondo me la conseguenza degli avvenimenti un certo peso a Storia ce l'ha, per stranio che possa sembrare.
Non era il loro primo incontro con la cronologia, ma ben tre di loro mi hanno chiesto se andava bene scrivere le date e gli avvenimenti tutti di fila.
"NO! Ogni riga una data. Non abbiate paura di sprecare carta, l'Amazzonia non si estinguerà solo perché andate a capo per ogni data!" ho risposto invariabilmente.

Quest'anno la Terza Sfigata si è arricchita di un nuovo elemento: Morgana, una fanciulla piuttosto introversa e con qualche problema con i congiuntivi, ma che sembra comunque un buon elemento e ha la penna facile e una prosa piuttosto scorrevole. In effetti, sto ancora cercando di capire che pesce è.
Sta di fatto che, quando ha consegnato un fluviale compito, mi ha mostrato una lunga cronologia dove non è andata a capo.
"Questo sta a significare che non solo non hai ascoltato le istruzioni che ho dato all'inizio, ma nemmeno la risposta che ho dato ai tuoi compagni, che me l'hanno chiesto ben tre volte" ho commentato di malumore.
Lo ha ammesso, un po' contrita (ma non quanto avrebbe dovuto, a mio avviso).
E' seguita perciò una tirata sull'importanza di stare ad ascoltare le istruzioni, quando vengono date.
"Dovete ascoltare le istruzioni, sempre! Io non voglio nemmeno immaginare cosa combinerete alle lezioni di scuola guida, o quando dovrete fare un intervento chirurgico. E se fate i terroristi, se non ascoltate le istruzioni del fabbricante di esplosivi non solo non riuscirete mai a far saltare il ponte, ma salterete in aria molto prima voi!!!".
Il problema di far saltare correttamente un ponte ritorna spesso nelle mie esortazioni, non so perché. In effetti a St. Mary Mead abbiamo un ponte, anche piuttosto bello, e in effetti è stato fatto saltare durante la seconda guerra mondiale (ma i tedeschi, quando si occuparono della cosa, non pasticciarono affatto con le istruzioni, come è ben testimoniato dalle foto dell'epoca). Non ho mai avuto alcun desiderio di farlo saltare né mi risulta che alcuno ci abbia mai provato, dopo che è stato ricostruito a guerra finita. E tuttavia più volte ho rimproverato i miei alunni perché non avrebbero mai saputo come farlo saltare se non imparavano ad ascoltare le istruzioni che gli venivano date. Vai a capire perché ci insisto tanto.

In questi anni c'è un gran rifrullo di discussioni sul Grave Problema che i giovani d'oggi hanno con la comprensione del testo, e circolano gran copia di complesse istruzioni su come i ragazzi vadano guidati passo passo nella complessa arte di capire un testo. Di solito le ignoro (applicando a tal scopo la stessa identica tecnica di molti alunni: annoiata già alla terza riga, lascio perdere il tutto).
La mia personale teoria è che, laddove non sussistano gravi problemi legati a ritardo mentale o simili, la vera difficoltà per ottenere delle risposte valide alle domande di comprensione del testo è convincerli a sopportare la noia delle domande e leggerle con attenzione, invece di scavalcarle. Ognuno di loro nella vita di tutti i giorni affronta questioni molto più complicate del rispondere a un po' di domande di comprensione di un testo, e mi rendo conto che spesso sono domande noiose e di cui sfugge il senso (a prima vista: se guardi bene un certo senso di solito ce l'hanno ed è appunto di controllare se l'alunn* è in grado di estrarre le informazioni da un testo, importanti o meno che siano tali informazioni. E' importante che sappiano farlo, all'occorrenza? Oso dire di sì, e non solo per prendere un buon voto alla prova Invalsi).
Naturalmente capisco il loro punto di vista; e del resto, quanti adulti leggono con cura tutte le istruzioni prima di accendere un elettrodomestico nuovo? Non proprio tutti tutti tutti, per quel che mi risulta.
Tuttavia, per quanto infiliamo la spina e partiamo sia di solito il mio motto, quando mi mandano un questionario da compilare leggo le domande con molta attenzione appunto per evitare di rispondere cose che non c'entrano niente con la domanda, e se chiedo una informazione di solito sto anche ad ascoltare la risposta. Mi rendo conto che ai loro occhi ascoltare quel che si dice a scuola non è importante, di solito. Ma secondo me devono entrare nell'ordine di idee che anche a scuola le istruzioni vadano ascoltate, per quanto noiose possano sembrare.

* che sono poi gli alunni con l'insegnante di Sostegno

domenica 16 luglio 2023

Haeretica - Il gender non esiste! (soprattutto in letteratura)

L'immagine è presa da un autentico esercizio in rete. Da notare che tutte le risposte sono giuste, mentre il testo contiene un errore: il romanzo giallo non CI incentra, bensì SI incentra.

Una delle moltissime cose che mi perplimono nelle antologie per le medie sono le sezioni dedicate ai cosiddetti generi letterari.
I motivi sono molti, e alcuni mi sembrano piuttosto oggettivi. Ma il primo è del tutto individuale e pure (per me) un po' esistenziale: ai generi credo poco, alla letteratura specifica divisa in generi ancor meno e di fatto nella suddivisione in generi non vedo alcuna utilità, salvo forse per le librerie che in questo modo hanno possibilità di raggruppare prodotti simili a vantaggio del cliente che così può indirizzarsi verso lo scaffale di questo o quel genere - come in effetti faccio anch'io.
Del resto, quando vado a farmi un giro in libreria, non posso sperare che in mio onore disfino tutto per raggrupparlo secondo il criterio... boh, non ho un criterio specifico. Forse per secoli? Forse per paesi? La mia libreria è divisa appunto per paesi, con gli autori in ordine cronologico, e per argomenti. Piccolo particolare: la libreria dei miei genitori era organizzata così, e un po' per genetica e un po' per abitudine mi è sempre sembrato il modo migliore. Tra l'altro anche la classificazione Dewey delle biblioteche funziona grosso modo così (anche se all'interno delle sezioni si va in ordine alfabetico per autori e non in ordine cronologico).

In che senso non vedo l'utilità della divisione in generi? Nel senso che per me i libri si dividono in due grandi categorie: quelli che mi piacciono e quelli che non mi piacciono. Se mi piacciono, possono essere del genere che gli pare, se non mi piacciono idem. I generi narrativi non mi interessano, per me è comunque letteratura e la qualità la stabilisce il mio gusto individuale.
Di fatto, un'opera di narrativa, indipendentemente dal fatto che mi piaccia o meno, non appartiene mai a un solo genere. Harry Potter è senz'altro fantasy ma è anche un romanzo (diviso in sette volumi) di formazione, ha una forte componente politica, è nato come lettura per ragazzi, è un romanzo di scuola (più esattamente di college), è un romanzo di avventura e infine rientra nella categoria "sogno dell'Inghilterra": in pratica un romanzo vittoriano ambientato nei tempi moderni. Di fatto, buona parte della letteratura fantasy si può tranquillamente incasellare anche nelle categorie "avventura" e "formazione". Twilight , che abbonda di vampiri e lupi mannari, è stato (misteriosamente, ai miei occhi) classificato pure quello come fantasy ma sarebbe letteratura horror ed è soprattutto, oltre che una storia di formazione, una storia d'amore - in effetti il suo vero posto sarebbe forse nel cosiddetto genere "rosa".
I romanzi rosa sono una delle spine nel mio fianco: ebbene sì, sono romanzi d'amore, non necessariamente a lieto fine. Un sacco di classici rientrano nella categoria delle storie d'amore e hanno anzi stabilito i canoni di gran parte delle storie d'amore che ancora oggi leggiamo; e d'altra parte, oltre che romanzi di formazione e qualche volta di avventura, sono non di rado anche romanzi storici, o di scuola e qualche volta anche gialli.
Di fatto, l'unico genere letterario che solo raramente include romanzi storici credo sia la fantascienza - che di solito è ambientata nel futuro; ce n'è comunque parecchia ambientata nel presente o in un futuro molto vicino, e naturalmente abbiamo fantascienza gialla, fantascienza rosa e un sacco di fantascienza di formazione.
I generi, tutti i generi, sono nati a tavolino dopo che un certo numero di romanzi e racconti prodotti nello stesso periodo han mostrato di avere caratteristiche comuni. A un certo punto cominciarono ad andare di moda i romanzi storici - una gran bella invenzione, secondo me - che di solito erano romanzi di avventura e di amore (a secondo dei canoni dell'epoca in cui venivano scritti) ambientati in epoche diverse per dargli un tocco più esotico oppure per raccontare il presente dello scrittore senza compromettersi troppo - come per esempio succede ne I promessi sposi oppure ne Il nome della rosa.
E, guarda un po' i casi della vita, una volta che gli stati moderni ebbero preso forma e fu inventata la polizia, il processo con le testimonianze e tutto il resto, qualcuno cominciò a scrivere storie legate a delitti di cui si doveva scoprire il colpevole. Siccome gli inglesi sotto questo aspetto erano arrivati molto prima di altri paesi non ebbero difficoltà a scrivere gran copia di gialli ambientati nelle più varie epoche, soprattutto dal tempo dell'istituzione degli sceriffi in poi. Una volta che hai in mano il procedimento, naturalmente, puoi ambientare gialli in qualsiasi tempo della storia: basta rinunciare alla polizia e assegnare tecniche diverse all'investigatore di turno.
Ancor più insidiosa è la cosiddetta divisione in generi legata alla forma: il romanzo in versi, il romanzo epistolare, il romanzo a dialogo, il romanzo autobiografico... sono forme con cui puoi raccontare storie di ogni tipo. Perfino il fumetto, che all'apparenza si distingue dalla normale narrativa per un dato formale piuttosto forte, ovvero la narrazione anche per immagini, serve per raccontare storie di tutti i "generi".

Nelle antologie per la scuola media quando si arriva alle sezioni dedicate ai "generi" il problema è esattamente lo stesso di tutta la parte che l'antologia dedica alla storia della letteratura, ovvero una superficialità che sconfina spesso nel più assoluto ridicolo. Molto più sensato sarebbe scegliersi dei temi o degli argomenti e infilarci dentro un po' di testi senza preoccuparsi del genere. Tuttavia l'imperativo categorico di far studiare "i generi" (di cui in verità le indicazioni ministeriali non si occupano né tanto né poco e che dunque è uno di quei fardelli che la scuola si trascina dietro senza un perché) è sentito con tanta forza dagli insegnanti di Lettere che non ho mai osato esternare cotali mie ereticissime idee in presenza dei colleghi e mi limito a non adottare l'antologia se non in prima quando, non sapendo ancora di che morte si va a morire, un volume che racchiude un po' di testi brevi di vario tipo può fare parecchio comodo, soprattutto nei primi mesi.
Veniamo ordunque a raccontare cosa si intende nelle antologie delle medie per "generi".
Il romanzo rosa di solito non c'è, ed è un vero peccato perché l'argomento interesserebbe parecchio l'utenza.
Il fantasy da qualche tempo viene fatto in prima, visto che ben si attacca alle favole - e io le favole le faccio sempre, in quantità industriale, perché mi piacciono e ne conosco tante.
In seconda c'è il giallo e l'horror. In terza si fa la fantascienza, credo perché viene considerata più difficile - il che non sempre è vero; infine spesso c'è una sezione sul romanzo storico in letteratura, che serve di solito da introduzione per i Promessi Sposi.
Per ogni genere vengono indicate delle caratteristiche che mi fanno regolarmente venire l'orticaria - una particolarissima forma di orticaria psicologica di cui soffro con grande facilità ma che fortunatamente su di me non ha ripercussioni fisiche, visto che finora non ho mai sofferto né di orticaria né di allergie alimentari di alcun genere.
Partiamo dalla figurina con cui apro il post: l'alunno deve scegliere fra tre diverse possibilità la caratteristica base di un romanzo giallo. Piccolo e insignificante particolare: tutte le tre risposte sono giuste: un romanzo giallo si incentra sulla soluzione di un enigma o di un mistero, ma anche sulla scoperta di un crimine e a volte sulla ricerca di un serial killer. Certo, se si parla di un giallo della scuola "classica", ovvero scritto tra la fine del XIX secolo e i primi trent'anni del XX, si tratta soprattutto di risolvere un mistero, e spesso infatti nei titoli dei gialli compare la parola mistery o mistero. Abbondano comunque i serial killer (basti pensare all'immane quantità di apocrifi di Sherlock Holmes dedicati alla caccia a Jack lo Squartatore) e, soprattutto nei cold case, si tratta di scoprire che una misteriosa fuga con l'amante o suicidi conclamati o morti all'apparenza naturali sono stati in realtà omicidi di cui è opportuno scoprire l'autore.
I romanzi o racconti di fantascienza non hanno necessariamente a che fare con le astronavi e sono spesso trattati di sociologia o di antropologia più o meno ben camuffati, qualche volta includono un mistero da risolvere, spesso contengono almeno una storia d'amore e non di rado sono ambientati in scuole o accademie militari e non di rado sono romanzi di formazione - spesso comunque si basano soprattutto sull'incontro con il diverso ed evidenziano i pregiudizi della nostra epoca. Altrettanto spesso sono storie che descrivono uno scenario alternativo che viene sviluppato anche solo per curiosità.
Piccolo particolare: i testi scelti sono tutti degli anni 50 o 60 del secolo scorso e che io sappia non si parla nemmeno della saga di Guerre stellari. D'accordo, La sentinella è un bellissimo racconto, di quelli che lasciano il segno, Asimov è davvero bravo, ma è possibile che dopo di lui non sia più stato scritto niente di interessante? Mi permetto di dissentire, pur non essendo certo una grande esperta del ramo.
Quando si arriva alle caratteristiche del fantasy non si tratta più di una semplice orticaria, mi ritrovo regolarmente con una colossale orchite - fenomeno assai insolito in una dama che non ha mai avuto problemi di gender e che non solo dunque non dispone di testicoli, ma nemmeno ha mai desiderato averne, e se ne sta contenta col le sue brave ovaie, tra l'altro ormai andate in pensione dopo lunga vita lavorativa.
Il fantasy, non fanno che ripeterci le antologie, parla parla de la lotta del bene contro il male, dove naturalmente deve vincere il bene, per il quale il protagonista combatte senza tregua. Il tutto ignorando che il tema portante della saga di Harry Potter (oltre all'estrema importanza del libero arbitrio) è che il confine tra bene e male è difficilissimo da distinguere e che è estremamente facile, perseguendo con troppo zelo il male, ritrovarsi schierati in pieno dalla sua parte e per di più con l'assurda pretesa di farlo per difendere il bene, e che in Tolkien, anche nei film, la regola base è che nessuno parte cattivo, anche se a volte si cade (con possibilità di rialzarsi) e nessuno è buono per contratto ma solo per scelta, minuto dopo minuto, e soprattutto buttando allegramente nel cesso la grande abbondanza di letteratura fantasy che tratta spesso di tutt'altro: l'importanza di opporsi all'autorità e superare la tradizione, il problema di svegliare forze troppo forti per potere essere controllate, il rapporto con la natura, l'emancipazione femminile... anche nel fantasy c'è molta antropologia e molta sociologia, e negli ultimi decenni anche una sempre più forte tendenza a mescolarsi con la fantascienza.
Ah, e poi tra queste caratteristiche del menga c'è anche, sempre, l'ambientazione medievale citando tra gli elementi medievali i draghi e la magia (che non  mi risulta fossero più diffusi nel medioevo di quanto lo sono ora, e che si trovano in abbondanza anche nella letteratura classica - intendo quella greca e latina). Capisco che Il trono di spade abbia lasciato le sue belle tracce, ma allora perché non lo citano mai? E perché non spendere nemmeno mezza parola sulla urban fantasy, che è quella che più facilmente leggono i ragazzi?
Dopo queste descrizioni da Bignami dei poveri, regolarmente le antologie suggeriscono ai malcapitati insegnanti di Lettere (che raramente si intendono di letteratura di genere, limitandosi per lo più a leggere, giustamente, quel che gli pare a seconda dei gusti) e agli ancor più malcapitati alunni di scrivere un racconto di questo o quel genere, sorvolando allegramente sul fatto che scrivere un racconto, di qualsivoglia genere, forma e qualità è una roba piuttosto complessa che richiede comunque un po' di addestramento.
Vabbé, lasciando perdere il ciarpame delle caratteristiche di questo o quel genere, mettere i ragazzi a scrivere un racconto in effetti non morde, e può risultare molto catartico o comunque interessante. Dargli qualche paletto, tipo un inizio o uno scenario, o anche l'obbligo di scrivere solo parole di una determinata lettera dell'alfabeto è in realtà una forma di facilitazione perché li aiuta a scartare un po' di possibilità. E naturalmente nessuno obbliga né può obbligare alcun insegnante a mettere in pratica consigli assurdi, né gli impedisce in alcun modo di eliminare le parti più improbabili di questi suggerimenti per confezionare un compito su misura per la singola classe. In effetti non so bene nemmeno io perché mi sto lamentando - a parte forse il problema dello spreco di carta che moli libri di testo costituiscono (ma non c'è alcun obbligo di adottarli, in effetti).

sabato 8 luglio 2023

Classici Book Tag

La marcia imperiale da Star Wars è senz'altro un classico.
Eseguita dalla Wiener Philarmoniker lo è ancor di più
Girando in rete mi sono imbattuta nel Classical Book Tag, ovvero una serie di domande sul rapporto con i classici che per un certo periodo hanno imperversato su YouTube tra i vlog dei lettori.
Senza un vero perché ho deciso di farlo anch'io, ed ecco le mie risposte.
A proposito: non mi sembra sia stata data una specifica definizione di quel che si intende per libri classici - una buona idea, a mio avviso, perché così ognuno ha interpretato questa parola a modo suo, e così farò anch'io.
Chiamo "classici" tutti i libri scritto e/o pubblicati fino a 50 anni fa e che abbiano avuto una certa risonanza. Insomma i libri vecchi e che, in un qualche tempo o per qualche motivo sono stati famosi o oggetto di studio accurato, non necessariamente per chissà quale grandioso merito letterario.
E' una definizione come tante, dubito che ci siano molte persone disposte ad approvarla ma la approvo io, e questo mi basta.
Detto questo, credo che i classici che andrò a citare siano considerati classici un po' da tutti. Harry Potter dunque non è (ancora) un classico - anche se non dubito che lo diventerà visto che si è lasciato dietro una bella e consistente scia e che l'eco della sua fama, a più di 25 anni dalla sua prima pubblicazione, non accenna a spengersi.
Non tutti i classici sono sempre stati universalmente definiti classici: Shakespeare per esempio, Inghilterra a parte dove è sempre stato tenuto in grandissima considerazione, ha conosciuto una lunga eclissi ed è tornato di gran moda in Europa solo con il romanticismo. Omero ed Euripide invece sono sempre stati ritenuti classici molto blasonati, ma nel medioevo erano conosciuti solo di nome là dove il greco non era  conosciuto, per non parlare del povero Menandro che è stato recuperato solo di recente dopo una buona quindicina di secoli di oblio.

1. Un classico celebre che a te non è piaciuto 
Ce ne sono a vagoni!
Il primo che mi è venuto in mente è I miserabili di Victor Hugo. L'ho letto tutto, e in qualche punto devo perfino ammettere che mi è piaciuto - le prime trenta pagine che dedicava a un argomento, intendo. Poi cominciavo a sbuffare invocando a gran voce che per pietà ci desse un taglio e passasse a qualcos'altro, anche perché quando addenta un concetto costui lo ripete non so quante volte e sempre con parole diverse. 
Ho sbuffato molto, quando lo leggevo. Sembravo una locomotiva di quelle dell'Ottocento.
Decisamente non il mio genere.
Poi c'è Il giovane Holden, che è tanto apprezzato ma che ho letto sprofondando ad ogni pagina in un sempre più vasto oceano di indifferenza, e sempre annoiandomi a morte.
C'è poi una gran quantità di classici che non ho letto perché non mi piacevano - cioè ho stabilito per partito preso che non mi interessavano. Chissà se a torto o a ragione?
Le ultime lettere di Jacopo Ortis, anche. Foscolo mi piace molto quando scrive in versi, ma l'Ortis proprio non lo reggo.
Non sopporto nemmeno Cuore, ma soprattutto perché lo trovo una lettura tossica per i ragazzi. Letto da un lettore adulto, non è né meglio né peggio di tanta roba che circolava all'epoca.

2. Di quale epoca storica ti piace leggere?
Non amo molto il periodo classico, ovvero l'antichità greca e romana, a volte nemmeno quando è raccontata dagli scrittori del periodo. Dall'alto medioevo all'Ottocento mi piace tutto. Il Novecento come sfondo non mi interessa: troppe guerre, troppe dittature, troppi morti. In effetti, ora che ci ripenso, anche la letteratura del Novecento non mi piace granché a parte qualche eccezione, tranne per quel che riguarda la letteratura fantastica.
Ho una certa predilezione per le storie del Sei-Settecento - probabilmente per l'imprinting che mi hanno dato Angelica e I tre moschettieri che sono i primi romanzi storici che ho letto.

3. La tua fiaba/favola preferita 
Difficile scegliere: le fiabe mi sono sempre piaciute moltissimo e ne ho lette a tonnellate. Diciamo che se la giocano L'acqua della vita e Pelle d'asino, con una certa preferenza per la prima: la parte dove la principessa prepara la strada lastricata d'oro per il cavaliere che deve tornare, dicendo di portare al suo cospetto solo colui che cavalcherà diritto al centro della strada riconoscendo che è stata fatta per lui mi piace troppo. 
Anche La piccola guardiana d'oche, che mi sembra una storia deliziosamente assurda, soprattutto la parte con le tre gocce di sangue parlanti. C'è senz'altro qualcosa che non capisco, lì dentro, ma non so cos'è.

4. Un classico che ti dispiace di non avere ancora letto 
Il Lancelot-Graal ovvero il ciclo della Tavola Rotonda. Per fortuna Einaudi ha pubblicato già tre dei quattro volumi, e quando arriverà anche il quarto potrò tuffarmici dentro. Ho già letto la versione degli Oscar, ma temo che fosse solo una selezione.

5. I 5 classici che vorresti leggere al più presto 
Odissea, Eneide, Orlando innamorato, La regina delle fate, I demoni.
L'Odissea forse la leggerò questa estate. La regina delle fate, se non si decidono a ristamparla, la vedo difficile per adesso. Tra l'altro non è facile trovarla nemmeno in biblioteca.
Sempre in tema di desiderata, mi struggo da tempo immemorabile per leggere qualche chanson de geste. In Italia è stata tradotta solo la Chanson de Roland, anche in versioni col testo a fronte. E basta, nient'altro. Invece il famoso ciclo carolingio era appunto un ciclo, lo scrissero per non meno di tre secoli e a me piacerebbe tanto leggerlo, non dico tutto ma almeno qualcosina. A quanto pare però questo mio interesse non è, come dire, granché condiviso...

6. Una serie o un romanzo preferito basato su un classico 
Per cominciare Storie della storia del mondo, primo ed indimenticabile incontro con la mitologia greca e soprattutto con l'Iliade.
Poi l'Orlando furioso di Ronconi e il Marco Visconti , che è stato completamente riadattato e rimpolpato ed è venuto fuori una roba completamente diversa dal romanzo - guadagnandoci molto, in effetti. Ecco, il Marco Visconti quando lo lessi beccando per puro caso una vecchia edizione di fine Ottocento mi lasciò molto delusa - possiamo senz'altro definirlo un classico dimenticato, e sinceramente penso che ci siano i suoi bravi motivi se gli è andata così.
Non so se nelle intenzioni la domanda voleva includere le opere liriche, però io ce le metto lo stesso: la tetralogia di Wagner sull'Anello del Nibelungo, dove il libretto ricuce con pazienza e attenzione una serie di miti germanici, interpretati pure quelli in chiave romantica - una specie di Storie della storia del mondo in versione germanica - con l'unico inconveniente che dopo aver letto Storie della storia del mondo credo che nessuno sia mai rimasto deluso leggendo l'Iliade, mentre io quando leggo le saghe norrene trovo spoesso che mi manca... non so... qualcosa. Forse la  musica?
Poi c'è lo Shakespeare rifatto da Verdi, tutte e tre le opere: Macbeth, Otello e soprattutto Falstaff. Sono venuti tutti e tre molto bene e c'è dentro tutto quel che ci doveva essere, mi sembra, e nel Falstaff c'è perfino qualcosa di più. Tra l'altro i libretti di Otello e Falstaff sono stati scritti da Boito, e quindi sono anche loro classici a pieno titolo.

7. Adattamento cinematografico/televisivo preferito 
Ragione e sentimento di Ang Lee. In effetti lo trovo meglio del romanzo di Jane Austen. Sceneggiatura di Emma Thompson, immagino sia per quello.
E il castello errante di Howl, si capisce - il classico esempio di un film che non ci si stanca mai di vedere.
In generale tutti i film da Shakespeare mi piacciono molto, e ne ho parecchi - una piccola collezione che vorrei allargare.

8. Peggior adattamento cinematografico/televisivo basato su un classico 
Quasi sempre anche negli adattamenti più infelici ci sono spunti molto interessanti.
Come eccezione a questa regola metterei il Gesù e il Romeo e Giulietta di Zeffirelli, che mi han fatto venire l'orticaria, senza se e senza ma (a sorpresa invece l'Amleto di Zeffirelli mi piacque molto).

9. Edizioni di classici preferite che vorresti collezionare 
Ho sempre amato molto le edizioni di Adelphi, che tra l'altro in libreria stanno benissimo.
Ho apprezzato molto anche i Classici di Garzanti: avevano il formato e la carta giusta e non erano pesanti. Uso l'imperfetto perché negli ultimi anni sono un po' cambiati e adesso tendo a evitarli. Non mi dispiacciono i moderni Universale Feltrinelli, anche, che hanno un formato comodo e la carta del giusto spessore.
Non mi piacciono i Meridiani (carta troppo sottile, formato troppi piccolo), non mi piacciono i Millenni (troppo grandi e pesanti, carta troppo spessa), non mi piace  la vecchia BUR che aveva il difetto di sbriciolarsi dopo qualche decennio, non mi piace quella più moderna che secondo me ha un formato troppo grande, non mi piacciono gli Oscar perché disapprovo il formato e lo stesso vale per i tascabili Einaudi,  e non mi piace questo e non mi piace quello. Mi piace il formato delle edizioni grandi della Newton&Compton ma è scritto a caratteri un po' troppo piccoli e quando arrivi alle note della Commedia ti devi veramente mettere gli occhi in mano. E mi piacciono le edizioni rilegate del Club degli Editori, anche se non sono veramente una collana - ma c'è comunque un rapporto tra carta e scrittura piuttosto dignitoso: se leggono bene, ma non ti ci vuole un leggìo per reggere il peso della cultura.
Con i libri sono una vera palla, ammettiamolo. Finisce che prendo quel che c'è e pazienza. Tra l'altro cerco sempre le edizioni economiche per risparmiare spazio.

10. Un classico sottovalutato che consiglieresti
Se è un classico di solito non è sottovalutato - magari passato di moda, o con un pubblico ridotto, ma non sottovalutato. In Italia è stato per lungo tempo ignorato Trollope, ma adesso Sellerio sta rimediando.
Gli innamorati di Sylvia, forse, e i racconti di fantasmi di LaFanu, che in Italia nessuno ha ancora degnato di una edizione completa - ma in Inghilterra sono molto apprezzati.