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giovedì 24 gennaio 2019

Insegnanti New Age 2 - Per moderare un eccesso di aggressività


Feci tutta la Scuola di Specializzazione (detta SSIS) in uno stato di rabbia incandescente, soprattutto perché mi sentivo costantemente presa in giro. La cialtronesca boria con cui buona parte degli insegnanti ci trattava, convinta di poterci ammansire con lezioni di livello elementare,  la faciloneria con cui ignoravano l'esistenza stessa delle scuole medie, considerando che le scuole fossero composte esclusivamente di Istituti Superiori e soprattutto la becera arroganza tipica dei docenti universitari con cui si rivolgevano a noi, che in molti casi eravamo persone decisamente adulte costrette in loro balìa da un perverso meccanismo delle graduatorie (che, manco a dirlo, si ridimensionò di parecchio non appena ebbi conquistato l'agognato titolo di specializzata) contribuirono ad alimentare questo mio giusto sdegno fino a livelli pericolosi per la mia salute, provocandomi perfino una breve malattia infiammatoria che fu prontamente definita "sissite" dai miei cari, con tono che stava tra il divertito e il preoccupato.
Tra le varie materie quella che più mi irritava era Storia, dove francamente il livello medio si rivelò basso in modo patetico e l'arroganza dei docenti passò perfino il notevole margine consentito ad un docente universitario.
Fu così che mi ritrovai, una mattina in cui avevo preso permesso da scuola assaissimo a malincuore per fare l'esame di fine anno, a scoprire verso le dieci, dopo la solita ora canonica di attesa delle Loro Boriosissime Maestà, che avrei fatto il colloquio non prima delle quattro del pomeriggio. Ma dirlo prima no?
Tornai a casa in uno stato di irritata esasperazione che perfino io finii per trovare eccessiva e mi resi conto che, in quello stato  d'animo, rischiavo seriamente di saltare alla gola del mio esaminatore qualunque domanda mi avesse fatto, fosse pure il mio nome e cognome. Decisi perciò di fermarmi im erboristeria dove mi feci fare una boccetta di Fiori di Bach atta a riportarmi tra le persone civili: Cherry Plum contro le esplosioni di collera, Holly contro la rabbia eccetera.  Poi mi ci attaccai, prendendo le gocce ogni cinque minuti*.
Fiori da una parte, libro di testo dall'altra, avviai una seduta di rapido ripasso.
In teoria non c'è nessun motivo per cui i Fiori di Bach, che si basano sulle presunte vibrazioni energetiche dei fiori immersi nell'acqua, debbano funzionare; è un fatto però che su di me funzionano alla grande, e gradualmente le tenaglie della rabbia si allentarono, lasciandomi sempre più paciosa e concentrata.
Andai all'esame serena e di buon umore ma, ahimé, del tutto priva di quella carica magnetica che agli esami mi porta sempre a dare quel qualcosa in più e risposi alle domande in modo pacioso ma un po' approssimativo, toppando tra l'altro platealmente una domanda sulla Pacem in terris - che mi dispiacque molto perché è una delle poche encicliche che conosco che mi piacciano, e uscii dall'esame con voto piuttosto basso per i miei elevati standard sissini**, ovvero un modesto ventotto.

Fu così che imparai che un eccesso di aggressività può essere indubbiamente negativo, ad un esame, ma quel po' di giusta aggressività che ti spinge  a vendere cara la pelle è al contrario cosa buona e giusta, e non va mai dismessa.

*con i fiori la regola è prenderli quattro volte al giorno oppure ogni volta che ti capita di pensarci. Quel giorno ci pensai parecchio, devo dire.
**Sono stata una allieva piuttosto brava all'università, ma alla SISS ero una delle prime di tutto il corso regionale  - il tutto studiando poco ma grazie ad una buona preparazione di base che si era ben stratificata attraverso gli anni.

giovedì 30 agosto 2018

Carlo Goldoni - Il teatro comico

Goldoni mi è sempre piaciuto, così decisi di dedicargli uno dei "percorsi di lettura" (espressione del significato mai del tutto chiarito, ma insomma noi gli portavamo qualcosa di scritto su un autore e amen) per l'esame di italiano del secondo anno della SSIS.


CARLO GOLDONI
IL TEATRO COMICO
(commedia di tre atti in prosa scritta in Venezia nell’anno 1750;
prefazione pubblicata alla medesima nel primo tomo 
dell’edizione Paperini del 1753)

Siamo nel 1750 e Goldoni descrive la sua riforma come già avvenuta e trionfante in tutti  i teatri della penisola,  attraverso quella che, per usare le sue parole più che una Commedia, prefazione può dirsi alle mie commedie [...] né altra evvi diversità fra un proemio e questo componimento, se non che nel primo si annoierebbono forse i leggitori più facilmente, e nel secondo vado in parte schivando il tedio col movimento di qualche azione
A dire il vero il risultato non è un semplice  trattato messo in bocca a più personaggi per vivacizzarlo e la naturalezza con la quale i vari argomenti vengono sviluppati  in modo chiaro ed efficace nel corso della commedia è davvero notevole.
La trama è semplice: un gruppo di attori prova una commedia, che a sua volta si sviluppa in una vicenda “alta”, dai toni quasi drammatici per il gruppo dei protagonisti borghesi, e in una vicenda “bassa”, decisamente comica e ancora legata ai canoni della Commedia dell’Arte, riservata ai servitori.  

L’intreccio “alto” racconta di un Padre (l’intramontabile e onnipresente Pantalon de’ Bisognosi) che corteggia una fanciulla, Rosaura, ignorando che questa si è già promessa al figlio Florindo, il quale a sua volta è combattuto tra la gelosia e l’affetto per il padre. Quando finalmente la verità viene alla luce, il padre si mette da parte e acconsente alle nozze del figlio, ma il sacrificio non avviene senza dolore:
Sì, ben, son un galantomo, son un omo d’onor, voggio ben a sta putta, e voggio far un sforzo per demostrarghe l’amor che ghe porto. Florindo sposerà vostra fia, ma perché vostra fia l’ho vardada con qualche passion, e no me la posso desmentegar, no voggio metterme a rischio, avendola in casa, de viver continuamente a l’inferno. Florindo, fio mio, el Ciel te benediga. Sposa siora Rosaura, che la lo merita, e resta in casa con ela e co so sior pare, fina che vivo mi; e te passerò un onesto e comodo trattamento. Niora, za che no m’avè volesto ben a mi, voggiè ben a mio fio. Trattèlo con amor e con carità, e compatì le debolezze de un povero vecchio, orbà più dal vostro merito che dalle vostre bellezze. Dottor caro, vegnì da mi, che metteremo in carta ogni cossa. Se ve bisogna robba, bezzi, son qua. Spenderò, farò tutto, ma in sta casa no ghe vegno mai più. Oimè! gh’ho el cuor ingropà, me sento che no posso più.         (Atto III)

L’intreccio non è nuovo, e i nomi sono rimasti quelli tipici della commedia, ma i sentimenti sono cambiati: il padre benedice la coppia con affetto, provvede alle nozze con generosità, ma la sua sofferenza è autentica, come autentico è l’affetto per Rosaura; né l’uno né l’altro si dissolveranno in due battute com’era buona consuetudine nei finali di teatro comico, e anzi l’autore gli fa trovare una soluzione onorevole e verosimile per sbarcare in qualche modo la situazione: lasciare la casa agli sposi e andarsene. Benedizione sì, soldi sì, quanti ne servono - ma in casa con i due sposi novelli no e poi no, non sarebbe davvero cosa.

Nell’intreccio “basso” troviamo un tipico contrasto tra pretendenti, con i tradizionali nomi delle maschere: il brillante Arlecchino e l’affidabile e solido Brighella si disputano le nozze con la bella Colombina, cameriera di Rosaura (alla fine, sembra di capire, sarà Arlecchino ad avere la meglio, ma il finale resta aperto); l’indecisione di Colombina è autentica, ma già porre il problema come la scelta tra “un marito accorto o un marito ignorante” cambia notevolmente la temperatura emotiva - per non parlare degli argomenti:

COL: Bene, chi di voi mi persuaderà sarà mio marito.
BRIGH: Mi, come omo accorto, sfadigherò, suderò, perché in casa no se manca mai da magnar.
COL: Questo è un buon capitale.
ARL; Mi, como omo ignorante, che no sa far gnente, lasserò che i boni amici porta in casa da magnar e da bever.
COL: Anche così potrebbe andar bene. 
BRIGH: Mi, come omo accorto, che sa sostegnir el ponto d’onor, te farò respettar da tutti.
COL: Mi piace.
ARL: Mi, come omo ignorante e pacifico, farò che tutti te voia ben.
COL: Non mi dispiace.
BRIGH: Mi, come omo accorto, regolerò perfettamente la casa.
COL: Buono.
ARL: Mi, come omo ignorante, lasserò che ti la regoli ti.
COL: Meglio.
BRIGH: Se ti vorà divertirte, mi te condurrò da per tutto.
COL: Benissimo.
ARL: Mi, se ti vorrà andar a spasso, te lasserò andar sola dove ti vol.
COL: Ottimamente.
BRIGH: Mi, se vedrò che qualche zerbinotto vegna per insolentarte, lo scazzerò colle brutte.
COL: Bravo.
ARL: Mi, se vedrò qualchedun che te zira dintorno, darò logo alla fortuna.
COL: Bravissimo.
BRIGH: Mi, se troverò qualchedun in casa, el copperò.
ARL: E mi torrò el candelier, e ghe farò lume.  (Atto II)

La commedia provata quindi ha una doppia anima e guarda sia verso la  “nuova maniera”, sia verso la tradizione, e si presenta come una descrizione della vita di teatro nel momento del  passaggio tra la vecchia e la nuova maniera di intendere il teatro comico. 
Ogni personaggio ha dovuto o dovrà cambiare il suo modo di lavorare per adattarsi alla “maniera moderna” - e qualcuno, come il Poeta e la Cantatrice, rischia di rimanere stritolato nel passaggio. Qualcun altro, invece, si ritrova a svolgere un lavoro nuovo: il Suggeritore.

A questa maniera moderna gli attori della compagnia hanno imparato ad adattarsi, non senza fatica:
buttemo le burle da banda, e parlemo sul sodo. Le comedie de carattere le ha butà sottossora el nostro mistier. Un povero commediante, che ha fatto el so studio segondo l’arte, e che ha fatto l’uso de dir all’improvviso ben o mal quel che vien, trovandose in necessità de studiar e de dover dir el premedità, se el gh’ha reputazion, bisogna che el ghe pensa, bisogna che el se sfadiga a studiar, e che el trema sempre, ogni volta che se fa una nova commedia, dubitando o de no saverla quanto basta, o de no sostegnir el carattere come xè necessario   (Atto I)

ricorda Pantalone al capocomico, spiegandogli le cause della sua (comprensibile) paura.
Il  capocomico gli dà ragione: è vero, col nuovo teatro comico si fatica di più, ma si ottiene anche un successo maggiore. 
Xè vero; son contentissimo, ma tremo sempre gli risponde Pantalone. 

Più avanti Colombina, richiesta di un parere, se chi ha introdotto queste novità nel teatro abbia fatto bene o male, si disimpegna abilmente: 

è una quistione che non è per me. Ma però, vedendo che il mondo vi applaudisce, giudico che avrà fatto più bene che male. Vi dico ciò, non ostante che per noi ha fatto male, perché abbiamo da studiare  assai più, e per voi ha fatto bene, perché la cassetta vi  frutta meglio. (Atto I)

Il nuovo metodo ha anche dei lati positivi, a dire degli stessi attori: quando Brighella scopre che non deve più improvvisare di testa sua con “paragoni” e “allegorie” approva con un lapidario Manco fadiga, e più sanità.

In realtà lo stesso capocomico non è contrario all’improvvisazione, tecnica italiana per eccellenza, e ricorda che ci sono tuttavia de’ personaggi eccellenti che, ad onor dell’Italia e a gloria dell’arte nostra, portano in trionfo con merito e con applauso l’ammirabile prerogativa di parlare “a soggetto”, con non minore eleganza di quello che potesse fare un poeta scrivendo
All’obiezione del Secondo Amoroso, cioé che le maschere patiscono a dire il premeditato, il capocomico ricorda che se il testo è buono e adatto al personaggio,  qualsiasi maschera lo impara volentieri. E d’altra parte al momento le maschere sono ancora importanti e non vanno assolutamente tolte di scena: Guai a noi se facessimo una tal novità: non è ancor tempo di farla ammonisce.
(Eppure, si accorge il lettore, quel tempo non è poi così lontano).

Durante le prove arrivano un Poeta e una Cantatrice per  chiedere lavoro alla compagnia. L’uno e l’altra sono legati ai vecchi schemi del teatro comico e verranno respinti su tutta la linea, pur venendo alla fine assunti come attori.
I due, ridotti letteralmente alla fame, approdano alla compagnia come ultima risorsa. Le loro condizioni, svelate a poco a poco, si rifanno ad un’illustre tradizione comica teatrale di affamati e parassiti - tuttavia il loro problema ha una causa moderna.

Per primo il poeta Lelio (molto magro) si presenta alla compagnia per proporre i suoi lavori,  ma niente di quel che fa sembra andare  bene: dai titoli troppo complicati (Pantalone padre amoroso, con Arlecchino servo fedele, Brighella mezzano per interesse, Ottavio economo in villa e Rosaura delirante per amore), alle protagoniste che dovrebbero  uscir di casa e scendere in piazza, per  raccontare lì  i fatti loro, fino alle scene inverosimili, dove i servi bastonano i padroni. 
Alla fine, mentre il poeta declama un inverosimile dialogo in rima tra innamorati, la compagnia si dà alla fuga.
"Ma no sàla che dialoghi, uscite, soliloqui, rimproveri, concetti, disperazion, tirade, le son cosse che no se usan più? lo rimprovera Brighella prima di spiegargli che oggi si usano solo commedie de carattere, cosa che ha riportato finalmente il teatro comico alla sua antica funzione di correggere i vizi e metter in ridicolo i cattivi costumi. Prontamente allora Lelio offre una sua traduzione da un testo francese, che il capocomico respinge spiegando che
I Francesi nelle loro commedie non si può dire che non abbiano de’ bei caratteri, e ben sostenuti, che non maneggino bene le passioni, e che i loro concetti non siano arguti, spiritosi e brillanti, ma gl’uditori di quel  paese si contentano del poco. Un carattere solo basta per sostenere una commedia francese. Intorno ad una sola passione, ben maneggiata e condotta, raggirano una quantità di periodi, i quali colla forza dell’esprimere prendono aria di novità. I nostri Italiani vogliono molto più. Vogliono che il carattere principale sia forte, originale e conosciuto; che quasi tutte le persone, che formano gli episodi, sieno altrettanti caratteri; che l’intreccio sia mediocremente fecondo d’accidenti e di novità. Vogliono la morale, mescolata coi sali e colle facezie. Vogliono il fine inaspettato, ma bene originato dalla condotta della commedia. Vogliono tante infinite cose, che troppo lungo sarebbe il dirle (Atto II)

Dunque solo un italico testo può contentare questo pubblico esigente e raffinato, al quale i tanto rinomati autori francesi hanno ormai poco da dare (d’altronde un savio autore di teatro deve sempre aver cura di  blandire il suo pubblico...).
In seguito lo sventurato poeta scopre che è in declino anche la classica unità di scena (di cui peraltro, ricorda il capocomico, Aristotele ha parlato solo per la tragedia, visto che il trattato sulla commedia non ci è pervenuto), molto utile per gli antichi che avevano problemi con i cambi di scena, molto meno per l’epoca moderna, che i  cambi di scena li affronta senza problemi. Il concetto di unità di scena non viene in realtà respinto del tutto, solo si raccomanda di osservarlo solo quando l’azione della commedia non ne risulti forzata - che è quasi impossibile con le commedie “di intreccio”. 
(Più avanti lo sventurato Poeta apprenderà che anche i precetti oraziani son in declino, e del resto il capocomico è un po’ filologo).

Scoraggiato, il povero Poeta decide di provare il teatro come attore, anche perché comporre sembra diventata un’impresa impossibile: per quel che sento, sono tanti i precetti d’una commedia quante sono, per così dire, le parole che la compongono. L’audizione andrà piuttosto bene anche se, naturalmente, la scelta del testo da lui usato per la prova sarà assai criticata, approfittando dell’occasione anche per fare una tirata sui soliloqui, in base al sensato principio che non è verosimile che un uomo, che parla solo, faccia a se stesso l’istoria de’ suoi amori o de’ suoi accidenti.

Infine, prima di completare la prova, la  compagnia riceve  una nuova visita: la Virtuosa di Musica, che offre i suoi talenti (a tariffa tutt’altro che modica) per “cantare gli intermezzi”. L’iniziale imbarazzo dei comici, che non sanno come spiegarle che considerano gli intermezzi musicali nel teatro comico alla stregua di anticaglie, viene presto dissolto dalla superbia della Cantatrice (che, spiegherà la donna più avanti, è praticamente un obbligo professionale per un musico).
E’ passato il tempo, signora mia, che la musica si teneva sotto i piedi l’arte comica, proclamano fieramente i comici prima di rifiutare la scortese offerta. Sarà il poeta Lelio, per solidarietà di naufraghi, a portarla a pranzo con la compagnia  e a suggerirle di  darsi anche lei al teatro di prosa.
Mi lascerò persuadere a far la comica? si domanda la Cantatrice, per poi decidere: Mi regolerò secondo la tavola de’ commedianti. Già, per dirla, è tutto teatro, e di cattiva musica può essere ch’io diventi mediocre comica.

venerdì 26 giugno 2015

Diario di una Sissina - 2 - Come fu che affrontai il test di ammissione (unplugged)


(Seconda e ultima parte delle mie memorie da Sissina scritte 12 anni fa, in cui racconto di come fu che arrivai sesta o settima al test di ammissione su oltre quattrocento concorrenti, e giusto dopo che il viscidissimo somministratore del test ci aveva spiegato che i voti più alti li prendevano sempre i classicisti. Tiè)


Com'è noto, la SSIS è a numero chiuso. Questo vuol dire che ogni anno il Ministero dell'Istruzione decide quanti posti autorizzare per ogni classe di concorso per ogni regione, in base alle necessità del personale insegnante della regione in questione.
Tradotto in italiano: ogni anno le università pestano i piedi per avere un tot di mucche da mungere e ogni anno ne ottengono in quantità esorbitante e del tutto sproporzionata al più elementare buon senso. E infatti in Toscana, dove le abilitazioni per le materie letterarie sono in tal sovrannumero da garantire agevolmente rincalzi per i prossimi 15 anni come minimo, abbiamo l'assurda disponibilità di... 280 posti per la 43/50, 51 e 52. Roba da denuncia per atti osceni in luogo pubblico, se non fosse che qualsiasi esibizionista si sdegnerebbe del paragone e giustamente farebbe ricorso contro un paragone sì offensivo e lesivo della sua dignità (vincendolo di sicuro). 

Ad ogni modo, in quel luminoso mattino del 24 Settembre, al Palasport di Pisa siamo quattrocento e qualcosa, e qualcuno è pure spaventato e continua ansiosamente a ripassare libri e appunti.
Non io, che ho scorso le prove degli anni precedenti - una sfilarata di quiz a riposta chiusa improntati al più folle e specialistico nozionismo. Passare una prova del genere potrebbe forse essere iscritto a mio merito, ma non passarla non potrebbe in alcun modo essere titolo di biasimo: è noto che nelle estrazioni del Lotto può andarte bene o male, a seconda del caso. Diventa anche inutile prepararsi, al di là forse di qualche esercizio spirituale di concentrazione e della solita tavoletta di cioccolato che da sempre accompagna i miei esami, secondo una  tradizione familiare avviata da mia nonna.

L'organizzazione non è proprio entusiasmante, ma nemmeno malvagissima. Quello che invece è del tutto insopportabile è il viscidissimo commissario che ci fa il sermone introduttivo - uno di quegli esseri che riuscirebbero a pietrificare un basilisco con lo sguardo, per intendersi. Viscidamente, e con tono di gran superiorità, ci spiega il meccanismo: prima un test di 20 domande di area generale, poi uno di 30 per la 43/50, un altro per la 51 e un quarto per la 52. Non è un test fatto per selezionare chi già sa tutto, proclama, bensì per controllare quanto in realtà sappiamo - perché in effetti nei tre anni precedenti non si è mai dato il caso di qualcuno che abbia risposto esattamente a tutte le domande (e dopo averle viste, le domande, non ho nessuna difficolta' a credergli). Assai viscidamente ci esorta poi a non copiare - una raccomandazione magari obbligatoria ma, credetemi, ci sono tanti modi per farla, e il tono che ha usato lui sarebbe stato insopportabile anche rivolto a un congresso di copisti.

Conclusa la predica si degnano alfine di distribuire i moduli per la prova di indirizzo e ci fanno cominciare.
Risolvo facilmente i primi tre quiz su Dante, grazie all'esame di Filologia dantesca dove portavo la cantica del Purgatorio. Quanto a Farinata degli Uberti, è un brano che a scuola fanno quasi sempre e possiamo darla come domanda ragionevole.
Quasi sempre a scuola viene fatta anche la novella di Federigo degli Alberighi, per cui con un po' di ragionamento è facile decidere a quale giornata appartiene. Il finale della Mandragola è abbastanza conosciuto, anche da chi non l'ha mandata praticamente a memoria come me al liceo, quando il professor Blasio buonanima ci ha praticamente costretto a recitargliela a fine anno.
Si passa a Leopardi, Canto notturno del pastore errante, ovvero una delle mie poesie preferite - dove fraintendo la domanda e sbaglio platealmente la risposta: "covile o cuna" si riferisce a uomini e animali, certo; disgraziatamente, all'epoca una grande quantità di uomini nasceva in posti assai simili a covili, e probabilmente questo mi ha fatto confondere.
Sempre Leopardi: che cosa caratterizza la struttura metrica della canzone libera? Non ne ho la benché minima idea e mi rifiuto di tentare di rispondere, anche se la penalità per le risposte sbagliate e' solo O,30 punti.
Si passa a Pirandello, prima indicando quale opera di un gruppo citato non è teatrale (dopo un certo lavorio basato principalmente su brandelli di scampoli di vecchi ricordi televisivi, indico I vecchi e i giovani), poi scegliendo una risposta sul metateatro (e lì non ci sono problemi) e infine con la folle richiesta di indicare che cosa significa una determinata battura da Sei personaggi. Dopo averci pensato e ripensato scelgo una delle traduzioni, senza molta convinzione; ma in cuor mio disapprovo moltissimo, perché secondo me nessuno, nemmeno l'autore, è mai veramente sicuro del motivo per cui un dato personaggio dice o fa questo e quest'altro, men che meno con Pirandello.
Salto anche la domanda sul potere decisionale a Sparta, pur sentendomi molto in colpa perchè è la classica domanda che avrei dovuto sapere.
Mi si chiede poi "chi ha descritto la storia della lunga e pericolosa ritirata di un corpo di mercenari greci attraverso l'Asia Minore" e qui resto perplessa; non sulla risposta, che per chi ha fatto il liceo classico o letteratura greca è di una facilità disarmante (Senofonte, nell'Anabasi), ma proprio sulla domanda in sé, che per l'appunto, per chi non ha fatto il classico o letteratura greca è piuttosto difficile, non essendo né l'autore né l'opera particolarmente noti al di fuori del ristretto mondo che fa o corregge versioni. Eppure siamo nella "prova di indirizzo", non nei quiz per la 52.
Scazzo platealmente la domanda sull'Epiro, che colloco in Asia Minore con grande convinzione, ma stabilisco senza difficoltà che la cittadinanza romana per gli italici arriva dopo la guerra sociale.
Il tumulto dei Ciompi e le funzioni del podestà nei comuni non mi creano problemi, grazie alla Storia delle Istituzioni che ho studiato per il diploma di archivistica (diploma che non mi ha mai dato nemmeno un punto nelle graduatorie permanenti, ma che mi è stato utilissimo una volta salita in cattedra); sospetto però che per molti siano state domande piuttosto insidiose.
Invece per tutti noi è stato senz'altro facilissimo rispondere che il fiorino veniva coniato a Firenze, visto che siamo in Toscana e ogni gioielleria espone in vetrina orecchini, collane e bracciali composti con riproduzioni di tal nobile moneta.
Con mia grande indignazione sbaglio platealmente le due domande di storia medievale: prima trasformando le regalie assegnate a Federico I dalla Dieta di Roncaglia da pedaggi in tasse versate dai comuni al momento dell'incoronazione dell'imperatore (per scoprire l'errore non mi basta però controllare sul mio amatissimo e particolareggiatissmo manuale del Cracco, dove di regalie manco si parla, ma dovrò andarmi a spulciare una biografia specifica sul Barbarossa: infatti le regalie sono tornate di moda nei manuali solo negli ultimi anni); faccio arrivare i primi normanni in Italia al seguito di Carlo d'Angiò, ovvero dopo la loro istessa medesima dominazione, e non al servizio dei duchi longobardi. Fatto da me è un errore da frustarmi per una notte intera, ma per chi non ha una formazione medievistica mi sembra una domanda difficilotta.
La più dura a scorticare è la coda, si sa, e infatti la ventesima domanda presenta tratti di perfidia veramente notevoli.
"Qual è l'intruso?" si domanda. Dobbiamo scegliere tra agostiniani, gesuiti, somaschi, barnabiti e teatini.
A quanto scopro tutti indicano come un sol uomo i teatini "che non sono un ordine religioso". Per l'appunto io so benissimo che sono un ordine religioso (mi ha molto colpito, quando preparavo storia moderna, il fatto che i teatini nuovoraccoltini fossero nati praticamente insieme ai cappuccini), e quindi indico come intruso... i somaschi, che tutti tranne me sanno aver educato il giovane Manzoni.
E dunque qual è l'intruso? Immagino si tratti degli agostiniani, che sono un ordine religioso come tutti gli altri, ma molto precedente alla controriforma. Vista però la mia innegabile e annosa competenza in ordini monastici e religiosi, confraternite e penitenti vari, mi sento di affermare che una domanda su questi argomenti cui nemmeno io riesco a rispondere esattamente è una domanda assurda per definizione.

Dunque, nella parte "generale" c'erano i teatini, le regalie di Federico Barbarossa, l'Anabasi di Senofonte e l'improbabile significato di una battuta teatrale di Pirandello.
Le domande specifiche, nel loro genere, erano ancora più pazze. L'imopressione era che per ogni materia qualcuno si fosse scervellato per partorire i quiz più specifici e micragnosi che riusciva a trovare; per fortuna avevo la cioccolata, che si è rivelata di grande aiuto.

Avendo letto Cappa e spada da bambina so benissimo che la notte di San Bartolomeo non è una strage di cattolici belgi ad opera di truppe olandesi, ma quando si arriva ad una esatta definizione dei giannizzeri toppo platealmente, e dopo aver escluso che si trattasse di guerrieri giapponesi o di guardie del corpo dell'epoca Ming, escludo anche (sbagliando) che si tratti di cavalleggeri balcanici. Ammetto però di averla trovata una domanda un po' perfiduccia.
Grazie alla ricerca fatta in terza media sulla rivoluzione russa riesco a non confondere un kolchoz con un kibbutz, e a riconoscerla invece come una piccola azienda agraria privata dei tempi di Lenin. Intuisco anche che "la grande depressione" non è una nevrosi studiata da Freud, bensì la crisi del '29 (qualcuno però sostiene trattarsi invece della stagnazione economica europea della fine del XIX secolo); riconosco anche senza difficoltà che la Comune di Parigi non e' un avvenimento verificatosi nel 1861, mentre non provo nemmeno a indovinare l'autore della normativa su cui su basa la scuola pubblica nell'Italia liberale (per molti, scopro poi, era una domanda facilissima).
Nessun problema nemmeno per la data della conquista della Libia, basta ricordare che c'era già ai tempi del fascismo, ma non da molto. Ancor meno difficile indicare Kennedy come presidente USA ai tempi della crisi cubana, anche perchè la domanda era già stata fatta l'anno scorso e pure due anni prima e quindi se ancora non l'abbiamo imparato vuol dire che siamo proprio duri. L'anno del primo governo di centro-sinistra in Italia mi sembra già una domanda un po' spinosa per chi non era adulto in quegli anni, ma azzardo un 1962 che poi si rivelerà giusto. Azzecco l'autore de La crisi dell'aristocrazia in base ad un fine ragionamento del tipo "Marc Bloch no perché il suo libro più famoso è sulla società feudale, Lawrence Stone nemmeno perché è inglese e in Inghilterra l'aristocrazia non è mai andata granchè in crisi"; ed ecco che storia è finita e siamo a letteratura, dove si comincia con la scelta tra quattro diverse parafrasi di una canzone di Dante: parte così un giochino di raffronti incrociati che mi ricorda moltissimo il "Che cosa manca?" della Settimana Enigmistica. 
Seguono quattro schede critiche del Canzoniere di Petrarca, molto simili tra loro, tra cui dobbiamo scegliere quella giusta, sempre con un metodo di selezione da Settimana Enigmistica. Faccio un pallido tentativo, poi la pianto lì perche' del Canzoniere di Petrarca so veramente poco e proprio non saprei dire se contiene odicine anacreontiche o se il codice Vaticano Latino 3196 è un manoscritto importante per i petrarchisti. Immagino che il mio amico che ha fatto una tesi e un dottorato di ricerca su Petrarca, e pure pubblicato qualche edizione delle sue opere per la Lorenzo Valla, ne sarebbe venuto facilmente a capo; peccato averlo perso di vista ormai da anni.
Abbiamo poi una lunga citazione in versi di Leopardi, di cui dobbiamo dare il titolo (e sbagliando lo attribuisco a Sopra il monumento di Dante, invece che Alla Primavera. Comprensibile, visto che non ho mai letto né l'una né l'altra, né ho mai provato la sia pur minima tentazione a farlo).
Riconosco invece che Nevicata di Giosuè Carducci è scritta in distici elegiaci  e non in strofe alcaica o archilochea - ma non è stato un grosso sforzo, dal momento che il distico elegiaco è praticamente l'unico metro che ho imparato in cinque anni di liceo classico, e l'ho imparato proprio perché si riconosce bene.

Seguono alcuni gruppi di testi che dobbiamo attribuire alla giusta sequenza di autori. Sembra difficile, ma con l'aiuto di un po' di fortuna non lo è poi molto, perché se per avventura si riesce a riconoscere con sicurezza un testo/autore, basta indicare poi la sequenza che dà quel testo/autore al posto giusto. Per esempio, una volta stabilito che ragionevolmente Pietro Bembo era l'unico che poteva indicare come modelli di lingua italiana Boccaccio per la prosa e Petrarca per la poesia, e ben difficilmente avrebbe parlato di come usare i prosatori del '600 o usato espressioni come "strumento linguistico unificato", i brani di Ascoli, Giordano e Manzoni vanno a posto da soli. Oppure, una volta stabilito che "Quand'io di carne a spirto era salita / e bellezza e virtù cresciuta m'era" è chiaramente un passo di Dante, sia perché ha un suono molto dantesco, sia perché riconosci il brano, isolare Pasolini non è poi una grande impresa anche se di Pasolini hai letto a malapena i titoli delle opere.
Il giochino viene proposto anche con la prosa. Siccome il primo passo inizia con "Il tempo di cui parlo fu per noi tedeschi l'epoca del crollo dello Stato" e guarda caso uno degli autori è Thomas Mann con il Doctor Faustus, una totale e felice ignoranza nelle letture di Gadda, Calvino, Pavese e soprattutto Fenoglio non impedisce in alcun modo di maritare autore e brani.
Dicevo della mia completa ignoranza di Pavese. Non ho mai letto niente di niente di lui. Allora, come ho fatto a riconoscere La luna e i falò dal riassunto? Forse perché si parla di ritorno al paese e di Resistenza e riaffiorano vecchie larve di ombre di ricordi di chiacchiere di quarta mano, ascoltate distrattamente chissà quando e chissà dove.
Con la stessa trance ispirata, pur non avendo mai letto quasi niente di D'Annunzio, quando mi informano che "il protagonista non riesce a dimenticarla, tanto da invocarne il nome mentre fa l'amore con la nuova amante" segno con serena certezza Il piacere e passo oltre.
Insomma, ho riconosciuto d'istinto due trame di libri che non ho letto, che ho sempre scansato, per giunta scritti da autori che conosco pochissimo e ho sempre evitato con ogni cura in virtù di un antipatia fortissima quanto irragionevole. Ma queste due risposte esatte cosa dimostrano?
Francamente non saprei. Sono prontissima a dichiararmi molto, molto ignorante nella letteratura italiana moderna e contemporanea. Mai letta e mai studiata, a scuola non si faceva ai miei tempi, e certo dopo non ho mosso un dito per colmare tale lacuna. La zona tra Boito e Tomasi di Lampedusa per me è nera, vuota e del tutto priva di interesse.

Riesco poi a riconoscere che una poesia di Saba scritta tutta di seguito è in endecasillabi, sempre in virtù della stessa Ispirazione Celeste, e infine vengo a capo facilmente di una domanda particolarmente insidiosa su un espressione usata da Boccaccio nella novella di madonna Oretta - ma questo non è affatto strano, perché il Decameron l'ho letto almeno tre volte, sempre con grande entusiasmo.

Arriviamo alla geografia, dove la mia ignoranza è tanta e tale che dovrebbero farmi solo per quella una SSIS di quattro anni come minimo. Una almeno la azzecco, riconoscendo che il centro organizzatore di una regione si chiama capoluogo e non polo (almeno spero che sia la risposta giusta). Non riconosco invece quale regione si localizza a occidente di Napoli. Azzecco con un po' di ragionamento cos'è un conoide di deiezione, ma quando mi chiedono come scegliere l'area appetibile per un'industria sulla base della teoria della localizzazione industriale di Weber non provo nemmeno a rispondere: non ho la benché minima idea di chi sia Weber, e nemmeno sotto minaccia di morte saprei dire alcunché sulle sue teorie.
L'ultima domanda chiede di individuare il paese con il più elevato tasso di incremento demografico, e anche lì mi areno: chiaro che non è l'Italia, probabilmente nemmeno la Cina, dove le politiche di decremento sono state molto rigorose; probabilmente non è nemmeno la Russia, dove sono troppo confusi e sfigati per azzarsarsi a far molti figli. Quanto all'Afghanista e all'Albania... boh?
Piazzo comunque una qualche risposta, consegno e torno a casa chiacchierando piacevolmente con un po' di colleghi. E chiacchierando scopro, con un certo divertimento, che Il piacere di D'Annunzio lo hanno riconosciuto in pochi.

martedì 23 giugno 2015

Diario di una Sissina - 1 - Come fu che finalmente riuscii ad iscrivermi (unplugged)


In una sottocartellina abbandonata ho trovato tre piccoli file, unico residuo di quel che doveva essere un lungo e dettagliato diario in itinere della mia esperienza sissina. Non so perché non li ho mai postati, nemmeno sul forum per cui erano nati.
Visto che rappresentano comunque una veridica testimonianza, ho pensato di inserirli qua.
Sono stati scritti nel 2003, ovvero in un era preistorica sul piano informatico - tuttavia i programmi in cui è coinvolto il MIUR tendono a mantenere come tratto dominante una certa preistoricità, nell'interfaccia come nel funzionamento.
La SSIS di cui parlo è quella toscana, e faceva capo all'Università di Pisa.

Si potrebbe incautamente pensare che il primo passo per frequentare la Scuola di Specializzazione sia superare il test di ammissione.
Errore: il primo passo è riuscire a iscriversi al test di ammissione - una procedura assai più complessa di quanto si potrebbe forse pensare.

Ordunque, nel Luglio del 2003, entrata finalmente nell'ordine di idee di imbarcarmi in questa strana avventura, proprio da lì iniziai: ovvero cercando di capire come si faceva domanda per il test di ammissione di quell'accidente di SSIS.

Moduli? Scartoffie? Marche da bollo? 
Niente di tutto questo.
"Guarda in rete sul sito dell'Universita' di Pisa, quando uscirà il bando lo pubblicheranno lì" mi spiega un anima buona.
E quando esce 'sto cazzo di bando?
"Boh, piu' o meno in questo periodo".
Risulta infatti che ogni università fa uscire il suo bando quando piu' gli comoda, ma sempre in zona Agosto, che cosi' la gente e' in vacanza e puoi rompergli meglio le scatole. Il bando, a quel che ho capito esce solo sul sito web e puoi iscriverti soltanto in rete.
E se uno non ha il collegamento internet? 
Sì, lo so che oggi se non hai internet non sei nessuno, e un buon insegnante deve essere aggiornato. 

Si'?
Sicuri?
Proprio indispensabile?

Eppure, mi viene da pensare, anche se non sei in rete resti lo stesso un essere umano. La possibilità di iscriverti a un corso di specializzazione te la dovrebbero dare in base al curriculum di studi, non perché possiedi un modem o sai navigare.
Oppure, se decidono così, dovrebbero avere il coraggio di scrivere nero su bianco che in certi casi e per certe professioni navigare in rete è un requisito indispensabile. Per il momento invece non sta scritto da nessuna parte.
Io in rete ci navigo da diversi anni, e c'ero già prima di fare la mia prima supplenza, ma non l'avevo mai considerato un must, solo una cosa che mi divertiva.
D'altra parte navigo in rete, ma non possiedo televisione, né automobile, né telefono cellulare - e sono altre tre cose ritenute assolutamente indispensabili al giorno d'oggi. Se invece avessi un automobile, due cellulari e nessun collegamento in rete questo farebbe automaticamente di me un insegnante di serie B, per giunta impossibilitata a redimersi con una Miglior Formazione?
Non so, non mi sembra un gran criterio.

D'altra parte le SSIS sono organizzate dalle Università e si sa che alle Università piace mettere regole balorde, sbarramenti senza senso e comunque complicare la vita alla gente, sempre e comunque.
La domanda che si impone allora è:
stare due anni in mano a gente che ama complicare la vita al prossimo farà di noi degli insegnanti migliori? O non scatenerà piuttosto una sorta di Sindrome di Piton, trasformandoci in insegnanti crudeli e beffardi che cercano di rifarsi sugli sventurati allievi dei torti subiti in passato?
Lo scopriremo solo vivendo.

Comunque sono in rete, quindi ecco gia' persa la prima occasione di piantare una grana. Trovo il sito dell'Università di Pisa, che è pure organizzato benino, me lo segno tra i "preferiti" (all'anima del preferito!) ci piazzo insomma su un segnalibro e comincio a controllarlo un paio di volte a settimana. Alla fine il bando esce, e inizia l'avventura.

Prima di tutto mi iscrivo al sito dell'Universita' e mi danno una password (si sa che, qualsiasi cosa tu debba fare in rete ti fanno sempre iscrivere 700 volte con altrettante password, e guai a te se le dimentichi).
Con questa password posso accedere all'area risezrvata alle scuole di specializzazione, dottorati etc. e tentare di iscrivermi alla SSIS - una lunga e complessa iscrizione da fare collegata in rete, nel caso che le tasse della SSIS non fossero abbastanza care anche da sole. E del resto, cosa c'è di meglio nella vita che stare collegati per tutto il tempo necessario ad inserire un'infinità di dati personali, inclusi tutti i tuoi esami universitari con relative votazioni? E quelli li puoi soltanto copiare faticosamente dal certificato di laurea perche' oltre al voto devi mettere il nome esatto della materia, e si sa che a Firenze ci piacciono i nomi lunghi, tipo "Storia della letteratura latina medievale" (ne ho tre) e "Storiografia dell'Asia Anteriore antica" (quest'ultimo, vivaddio, mi manca).

Domanda: non potevano farci scaricare un modulo da riempire offline e inviare per posta elettronica una volta compilato? Vabbe' che probabilmente non sarei riuscita a scaricarlo perche' ho un MAC e la SSIS in Toscana parla una sola lingua: Word - mentre io da sempre sono convinta che  Word sia un frutto del demonio e mi guardo bene dal tenerlo ad ingombrare il mio santo e amatissimo computer.

Dunque, per fare la SSIS devi avere un computer, un collegamento internet e possedere Word. L'ultima condizione è data per scontata, perche' si sa che tutti hanno Word. Cosi' come tutti hanno un cellulare o un televisore.
(Poi ti vengono a stressare perche' "le giovani generazioni crescono schiave dei mass-media". Ma si guardassero per se', prima di criticare le giovani generazioni!)

Bollendo e traboccando come una caldaia di acido solforico compilo l'interminabile modulo, finche' arrivo alla schermata dove mi chiedono gli estremi del bollettino postale di 20 euro per la tassa di ammissione al test.
Siccome diffido delle iscrizioni in rete e preferisco di gran lunga le raccomandate con avviso di ricevimento, non ho nessunissima intenzione di pagare alcun bollettino prima di aver visto arrivare a buon fine quella palla di iscrizione. Cosi' provo a mettere la data del giorno seguente.
Non me la prende.
"Beh, certo, era chiedere un po' troppo" ammetto con me stessa. Provo con la data di quel giorno.
Non me la prende.
"Va bene, tanto vale raccontare una balla completa, anche se scoprono che la data è diversa immagino che gli basti avere i soldi" decido, e provo con la data del giorno prima, del mese prima e finanche del secolo prima.
Non la prende.
Salvo l'embrione di iscrizione, esco, e ci riprovo due giorni dopo con il computer di mio padre: nuovo di zecca, con un Windows di quelli più recenti e dove c'è perfino Word, che comunque al momento non mi serve. Rientro senza problemi nel modulo, ma continuo a non riuscire a inserire una qualsivoglia data per questo fantomatico bollettino.

Provo allora a chiamare la segreteria SSIS di Pisa nell'orario indicato sull'efficiente schermata del sito, ma e' sempre occupata (forse da decine di persone che hanno il mio stesso problema, chissà).
Alla fine, il penultimo giorno valido per l'iscrizione mando una e-mail dal tono piuttosto patetico in cui racconto la storia e mi metto il cuore in pace:  evidentemente, è scritto nelle stelle che non devo fare la SSIS, e chi sono io, umile mortale, per oppormi ai Celesti Decreti?

Succede invece il prodigio e la mia mail viene letta in tempo utile: due ore dopo l'addetto alla segreteria SSIS mi telefona. E' una persona gentile e disponibile, tanto che mi manca il cuore di esporgli compiutamente la mia opinione sul loro demenziale sistema di iscrizione - senza contare che lui, poveretto, fa l'impiegato e non il programmatore e quindi non ha colpa di questa storia.
Mi dice che non si spiega il problema, che nessuno l'ha avuto a parte me (dal che non resta che concludere che il format di iscrizione ha in antipatia solo i computer della mia famiglia), ma che comunque completerà la mia iscrizione sul momento, con le sue proprie manine, con i dati che gli detto per telefono.
(Evviva le nuove tecnologie, ma cos'hanno le raccomandate che non va?). 

Finita la telefonata vado alle poste a pagare il bollettino da venti euro. 
A quanto sembra, è scritto nelle stelle che questa avventura debba continuare.

lunedì 6 agosto 2012

Brevi ma soporiferi cenni di didattica modulare



Un insegnante intento a modulare la sua programmazione. O, a scelta, un quadro del 1621 di Hendrick Terbrugghen, intitolato "Il suonatore di flauto"

Anni fa Sary, dopo lunga pratica di insegnamento, entrò di ruolo. Un giorno, chiacchierando del più e del meno, mi raccontò della caccia che aveva dato a lungo a una collega per "farsi spiegare come si faceva un'unità didattica" perché  costei era tra le poche nella sua scuola al corrente di tale arte magica.
"Come sarebbe a dire?" strabiliai "E' una vita che insegni, la saprai ben fare da sola, un'unità didattica".
Mi spiegò che né lei né la maggioranza degli insegnanti facevano alcun uso delle unità didattiche, e che infatti anche quella le serviva solo per la relazione sull'anno di prova dove era appositamente richiesta.
Non capivo. "Ma, scusa, credevo che da tempo ormai usassero solo unità didattiche, a scuola" (all'epoca non insegnavo, e questo può spiegare questa mia candida ignoranza; anche se proprio con un'Unità Didattica sulla Lettera avevo preso l'abilitazione al concorso qualche anno prima).
"No, sono piuttosto scomode e non servono".
Presi atto della cosa. Anni dopo, quando mi ritrovai dietro una cattedra, mi resi poi conto che era vero: le famosissime (tanto famose che perfino io le avevo sentite nominare) Unità Didattiche erano più di impiccio che altro, e le lezioni andavano sempre per il loro verso a seconda del caso, e assai raramente si sarebbero potute inquadrare in quel grazioso giochetto geometrico noto come "unità didattica".

Quando arrivai alla SSIS scoprii che, mentre io perdevo il mio tempo a far fare in classe ore su ore di esercizi legati al corretto uso del che (pronome o congiunzione), dei pronomi personali, del congiuntivo e consimili scempiaggini, la didattica si era vieppiù evoluta, elaborando i moduli e le unità di apprendimento, e che se volevi essere un Bravo Insegnante dovevi usare quelli e soltanto quelli per la tua programmazione.
Sulle unità di apprendimento, per fortuna, nessuno insisté più di tanto, ma mi parve di capire che fossero il nuovo nome dei moduli. Ebbi comunque cura di non approfondire la questione facendo tesoro della mia felice ignoranza.
Per la didattica modulare invece non ci fu proprio verso: più e più volte ce ne parlarono, ripetendoci voluttuosamente in una specie di mantra "l'insegnante modula la sua programmazione". E io me lo vedevo, l'insegnante, in una bella radura erbosa o sulla riva di un laghetto, seduto su un sasso o su un vecchio ceppo col suo zufolo, che modulava la programmazione mentre gli animali selvatici uscivano dalla foresta e si radunavano intorno a lui/lei per ascoltarlo/la, come nel Flauto Magico.

Ma veniamo a spiegare all'incirca cos'è un modulo nella programmazione scolastica (e non nell'orario scolastico: perché lì sappiamo tutti che è un tempo-scuola per le elementari che piaceva a famiglie e alunni ma che la Gelmini ha smantellato per far piacere a Tremonti in nome della salute dei conti pubblici, che infatti com'è noto adesso vanno a meraviglia). 
In breve: un modulo in didattica non è un foglio da compilare per averne in cambio un documento, non è un elemento di architettura e non ha nemmeno qualcosa a che vedere col diametro delle colonne; è invece un'unità di programmazione, composto a sua volta da altre unità più piccole (esatto, proprio loro: le unità didattiche, che a  volte sono chiamante anche sotto-moduli).

Perché sono nati moduli e unità di apprendimento, dal momento che nessuno li usa? Di solito la risposta data è "perché sono più flessibili", che non si capisce bene cosa voglia dire in quanto qualsiasi programmazione è di per sé flessibile, altrimenti si chiamerebbe resoconto, e non programmazione, e qualsiasi insegnante, se proprio non è un idiota completo e totale, flette alla grande qualsiasi programmazione qualora il caso si presenti, cioè una media di circa sette volte al giorno compresi i giorni festivi e quelli liberi.
Al momento, comunque, i libri di testo sono strutturati vuoi a moduli, vuoi a unità di apprendimento, ed entrambe le denominazioni sostituiscono i vecchi capitoli, né più né meno, oppure sono sezioni di cui i capitoli sono le unità didattiche.

Insomma, blocchi di lezioni. Quante lezioni?
Ah, saperlo, saperlo. Ho letto schemi di moduli di tre ore (che nessuna classe per quanto capace e ben organizzata avrebbe saputo svolgere in meno di dieci) e ho sentito parlare di moduli che durano un trimestre o quadrimestre. Alla SSIS ci facevano fare moduli di una decina di ore, all'incirca. 
La realizzazione di ogni modulo avviene secondo una procedura ritenuta ormai indispensabile che si chiama algoritmo didattico la cui sequenza risulta in grandi linee: a) assicurazione dei prerequisiti (con pre-test/analisi della situazione/prove d’ingresso); b) realizzazione; c) verifica (post-test) il cui risultato determina la scelta didattica successiva, cioè o passare al successivo modulo, o integrare e correggere quello precedente con un’unità didattica di sostegno.*

Per preparare un modulo, dunque, devo prima di tutto predisporre una tabella di prerequisiti e obbiettivi formativi. Sorvoliamo pietosamente sul termine "pre-requisito", ormai diventato di moda nella programmazione ma in sé un tantino ridondante: requisiti sono le cose richieste, i prerequisiti le cose che richiedi prima dei requisiti... Immagino che il prerequisito per eccellenza sia essere vivo, altrimenti non puoi seguire moduli di alcun tipo (ma forse neanche quello: chi ci dice che uno zombie o un vampiro non possano usufruire con successo di un modulo, poniamo, sul verbo in latino o in tedesco? Ma anche: chi ci dice il contrario?).
La cosa però non è molto chiara anche chiamandoli semplicemente "requisiti". Per esempio: se faccio un modulo sulla scrittura creativa i ragazzi devono... sì, dovrebbero saper leggere e scrivere decentemente, chiedo scusa "padroneggiare le principali strutture della lingua italiana" e saper distinguere un brano di narrativa da una zuppa di farro. Ma può anche darsi che io il modulo di scrittura creativa glielo faccia appunto perché scrivono da cani e leggono la narrativa in modo troppo superficiale, e dunque l'unico vero requisito senza pre è che siano disponibili a darmi retta e a lavorare. Poi dovrei saggiare l'effettivo possesso di questi prerequisiti, con un test o qualcosa del genere - è una fase su cui di solito si sorvola, e i prerequisiti si danno per accertati. Del resto, sono i miei alunni, saprò bene se distinguono la narrativa dalla zuppa di farro, no?
Oppure: gli faccio un modulo sui pronomi, e già lì indicare i prerequisiti è più complicato: cosa devono sapere, per seguire un modulo sui pronomi? Non i pronomi, perché lo scopo del modulo è appunto insegnarglieli. Allora si ritorna al fatto che devono avere un po' di conoscenze di italiano parlato e scritto. Chessò, saper formare una frase di senso compiuto. Ma può essere che io mi imbarchi in un lungo lavoro sui pronomi proprio perché il senso delle loro frasi non si capisce bene.
Di sicuro, per vedere se han capito qualcosa, non aspetterò la fine del blocco delle lezioni sui pronomi: li sottoporrò a un fuoco di fila di esercizi e se vedo che certe cose ancora non sono chiare insisterò su ogni singolo tipo di pronome, aggiustando il tiro via via che le lezioni danno i loro frutti (e si spera che prima o poi li diano). Non posso fare una lezione sui pronomi personali, una sui pronomi relativi, una sui pronomi possessivi e interrogativi e poi distribuire il testo della verifica dei pronomi; devo controllare passo passo se hanno capito cos'è un pronome relativo, se hanno capito cos'è un pronome, se sanno distinguere un pronome da un aggettivo o da una congiunzione. La spiegazione va fatta, per onor di bandiera e perché a volte basta quella, ma non posso andare avanti con i pronomi per un mese e solo dopo verificare se tutte le mie brillanti spiegazioni sono servite a qualcosa - devo vederlo dopo dieci minuti e in caso ricominciare o stabilire che per quel giorno la vigna non dà uva, passare all'antologia e riprovarci due giorni dopo. Quindi anche il calcolo dei tempi va un po' a farsi friggere.
Di fatto, l'unico tipo di scuola in cui una programmazione a moduli non sembrerebbe fuori posto è... il seminario universitario, ovvero dove l'interazione degli studenti con l'insegnante è molto relativa e il motto è "Se ci siete, seguitemi; se non avete capito, arrangiatevi". Alla scuola dell'obbligo si va avanti a passettini, un giorno dopo l'altro, mettendo insieme tante briciole per fare un panino perché se provi a tirargli in bocca il panino intero gli alunni non riescono ad afferrarlo né tanto meno a mangiarlo, salvo rare eccezioni - e alla scuola dell'obbligo proprio non si può far lezione solo per le rare eccezioni e lasciare il resto della classe a sguazzare nel trogolo - e non mi sembra una grande idea nemmeno farlo nel triennio, anche se siamo tutti d'accordo che l'alunno a quel punto deve essere autonomo quanto basta per sbrogliarsela un po' da solo anche senza la balia che lo rincorre col cucchiaino di cibo omogeneizzato.

Dunque se nessuno usa in classe i moduli e le unità didattiche, se non molto occasionalmente, il motivo c'è: non funzionano, perché non tengono minimamente conto di come procede il lavoro in classe.

Altra postilla: alla SSIS il vero problema della stesura di una programmazione a moduli non era la programmazione in sé: programmare contenuti virtuali per una classe virtuale è operazione di una semplicità confortante. Il problema arrivava quando consegnavi i moduli ai docenti che te li correggevano, e dopo la correzione dovevi andare a cercare per tutto il corridoio le palle che ti erano cascate o asciugare il latte che ti era caduto ben sotto le ginocchia.
Il modulo era sempre troppo corto, tanto per cominciare (il loro sogno erano arcate di due-tre mesi su un argomentuccio secondario) e spesso i contenuti erano troppo superficiali (visto che ci ostinavamo a fare delle lezioni di scuola, e non dei corsi da dottorato di ricerca). Talvolta mancavano i sussidi didattici (cioè i vari gadget, tabelle etc. che usavi durante la lezione, e che spesso sono semplicemente quelli che hai sul libro). All'epoca i gadget non erano così semplici da reperire: computer e LIM spesso scarseggiavano, con le fotocopie le fotografie venivano (e vengono) male, e non tutti avevamo voglia di spendere soldi per pagare le fotocopie fatte con la fotocopiatrice laser (e va da sé che la SSIS, nonostante i soldi che prendeva, non ci metteva a disposizione nemmeno un ciclostile degli anni '60).
A monte di tutto restava la questione di base: che senso aveva sprecare tempo per costruire delle programmazioni virtuali per classi virtuali su blocchi di argomenti virtuali e disagevoli da gestire, quando ogni insegnante avrebbe avuto tanto da imparare sull'insegnamento reale in classi reali? 
Ecco, una domanda del genere potrebbe costituire un valido spunto per un modulo sulle perversioni umane, utilissimo nella medicina psichiatrica.

*La definizione è presa da http://www.edscuola.it/archivio/didattica/promod.html, che qui cita il Dizionario di scienze dell'educazione. ELLE editore. Algoritmi a parte, comunque, corrisponde a quanto dicevano alla SSIS