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venerdì 28 luglio 2023

La divina commedia - Go Nagai


Verso Novembre, quando stavamo ancora vagando per la selva oscura con risultati tutt'altro che commendevoli, Odisseo arrivò una mattina recando seco un enorme tomo. Quando entrai in classe lo vidi in mezzo a un capannello che sfogliava il tomo con grande interesse.
"Prof, ho comprato la versione manga della Commedia" mi annunciò trionfante.
I miei occhi diventarono grandi come tazze da tè.
"Una versione manga della Commedia?" chiesi interdetta.  Ed ero interdetta, sia perché non avevo mai sentito nemmeno vagamente dire che esistesse una roba del genere, con tutte le pagine specializzate che seguivo, sia perché trovavo sbalorditivo che a un qualsivoglia mangaka fosse mai venuto in mente di disegnare la Commedia. D'accordo, Dante è abbastanza famoso anche all'estero, ma insomma era una roba davvero molto occidentale.
Quando poi Odisseo mi spiegò che l'autore era Go Nagai miei occhi diventarono grandi come ruote da mulino.
Nagai da noi è decisamente famoso: dai suoi manga sono state tirate fuori le grandi serie della prima invasione dei cartoni animati giapponesi, ovvero Mazinga, il Grande Mazinga, Jeeg e Goldrake. Ma pur essendo universalmente molto apprezzato (non da me: lo trovavo troppo scuro nel tratto, e infatti di lui non ho niente in casa. Ma credo che presto rimedierò appunto con la sua Divina Commedia) non ce lo vedevo a entusiasmarsi per...
Evidentemente sbagliavo.
Faticosamente presi l'enorme (e pesantissimo) tomo e lo sfogliai. 
"C'è dentro tutta la storia, dall'inizio alla fine" mi spiegò Odisseo.
Ma poi, continuavo a pensare dietro ai miei occhi grandi come ruote da mulino, com'era possibile che non ne avessi mai sentito parlare? C'è stato l'anno di Dante, ci hanno fatto verdi a righe rosa con Dante e ancora Dante e poi Dante, ma forse adesso dovremmo anche parlare un po' di Dante. Avevano ristampato Dante in tutti i modi, possibile che non mi fosse giunta nemmeno una vaga voce...
Evidentemente era possibile. 
Lo sfogliai distrattamente, mi informai sul prezzo (30 euro, praticamente un regalo) e stabilii che quella roba doveva arrivare al più presto nella biblioteca di scuola.
Senza il prezioso apporto di Odisseo avrei continuato a non sapere niente della versione della Commedia di Nagai, perché la pregiata libreria che organizza la Mostra del Libro non ci pensò nemmeno a portarlo. Glielo chiesi io. Con mio disappunto non se lo filò nessuno nei giorni della Mostra, ma lo misi comunque da parte tra gli omaggi e ancor prima di catalogarlo me lo portai a casa per leggerlo con cura. Quella che segue è la presentazione del pesantissimo libro. Un vero mattone, garantisco (ma ben rilegato). 

A un certo punto della sua vita Go Nagai incrociò la Divina Commedia illustrata da Gustave Doré. Come già tanti prima di lui ne rimase molto affascinato, e ne trasse spunto per un paio di opere: prima Mao Dante*, poi Devilman, entrambe degli inizi degli anni 70.
Ma venne il giorno, più di vent'anni dopo, in cui decise di disegnare proprio la Divina Commedia, quella dove un tal Dante si ritrovò vincitore di un viaggio premio nei i tre regni dell'aldilà. All'apparenza l'argomento era piuttosto estraneo alle storie dove grandi robot combattevano contro invasori dal passato e dal presente - ma chi ha frequentato anche solo la regina Himika e il suo successore, l'Imperatore delle Tenebre, sa che Nagai si è sempre occupato volentieri di demoni più o meno perversi e sempre da un punto di vista piuttosto partecipe. Ebbene sì, i demoni gli piacciono, e li disegna molto volentieri (in modo davvero efficace, tra l'altro).
La Commedia è un testo molto particolare e, verrebbe da pensare**, poco esportabile: una roba terribilmente cristiana, secondo una religione che si basa su un impianto completamente diverso dalle religioni orientali. Tuttavia Nagai decise di disegnarla e, senza una particolare preparazione teologica e con nozioni relativamente scarse sul medioevo italiano decise di raccontare quella storia, proprio quella.
Ne è venuto fuori un racconto che forse Dante avrebbe seguito con una certa sorpresa, ma nemmeno tanto. Strano ma vero, i concetti base ci sono. Quasi tutti. Magari un po' rielaborati, alla luce di una personalità davvero differente.
Sul piano grafico Dante (intendo proprio il personaggio di Dante) non è molto sorprendente: si sa che a un certo punto qualcuno fece un ritratto di Dante e a quel ritratto Dante si trovò inchiodato per l'eternità.
Questo a sinistra è il ritratto più famoso, di Botticelli (1495) e deriva in parte da un altro ritratto fatto per il Duomo di Firenze da Domenico di Michelino (1465):

 

Da sempre e per sempre Dante per noi è così: perennemente vestito di rosso, col cappuccio,  una ghirlanda di alloro in testa e l'aria fra l'irritato e lo scocciato. Che viene da domandarsi: ma sul serio andava in giro con una ghirlanda di alloro in testa? Davvero non gli capitava mai di portare vestiti di un altro colore? Non sorrideva mai? Proprio mai? E sempre il cappuccio, sempre, sempre, sempre?
D'altra parte dobbiamo pure ammettere che vedere raffigurato Dante con i capelli al vento e con un sorriso smagliante ci lascerebbe tutti un po' traumatizzati. E così Go Nagai - che del resto non è uso a raffigurare personaggi sorridenti, con l'aria allegra e vestiti pastello - ci offre un Dante perfettamente intonato alla nostra immaginazione. Lo fa più giovane, però, con lo sguardo molto intenso e, spesso, con l'espressione sconvolta (considerando quel che vede, ci può  stare). Del resto, anche Doré lo disegnava così, e dalle immagini di Doré Nagai prende diverse tavole. Belle scure, come piace a lui, con tonnellate di linee cinetiche e molte ombre. Insomma, col suo stile.
La prima cosa che mi ha colpito però è stato il panorama di Firenze, con una bella cupola di Brunelleschi ben stagliata sullo sfondo.
La cupola del Brunelleschi Dante non l'ha mai vista, perché è arrivata diverse generazioni dopo di lui. Probabilmente Nagai ha preso il panorama di Firenze dal secondo ritratto - che sta appunto dentro il Duomo, quello della cupola, e dunque è relativamente normale che uno dei più tipici simboli di Firenze venga citato, a costo di confondere un po' le date.
La cupola di Firenze con Dante che la guarda, lo confesso, mi ha divertito molto; che un giapponese non si sia preoccupato di documentarsi più di tanto in proposito mi sembra comunque più che scusabile.

La Divina Commedia di Nagai è un tomo enorme, spesso cinque centimetri e con diverse centinaia di pagine, 24x17 cm. Non un tascabile di quelli che puoi farti scivolare in borsetta per leggerlo in treno. Mi farebbe piacere anche dire quante sono le pagine, ma per saperlo dovrei contarle una per una: perché in tutto il libro e nemmeno nell'indice c'è un numero che sia uno***. Dallo spessore però garantisco che l'Inferno occupa più di due terzi, il Purgatorio prende a malapena un sesto e per il Paradiso restano gli spiccioli. Che Nagai traesse assai maggiore ispirazione dall'Inferno non mi sorprende, anzi avrei trovato strano il contrario. D'altra parte, per quanto Dante avesse costruito tre cantiche del tutto simmetriche e di lunghezza praticamente identica, nell'immaginario collettivo la Commedia è soprattutto l'Inferno: è più facile da seguire, ci sono un sacco di effetti speciali e il quadro è molto più animato. Io, che di natura non amo molto né le storie di avventura né le tinte fosche preferisco di gran lunga il Purgatorio e mi compiaccio molto delle cascate di luce che adornano il Paradiso, anche se non di rado mi accascio durante certe raffinate disquisizioni teologiche che riesco a seguire solo fino a un certo punto.
Ci sono poi delle differenze. Prima di tutto Beatrice - la più deliziosa e simpatica Beatrice che abbia mai visto. Nagai, dopo che Virgilio l'ha nominata spiegando perché è venuto ad aiutare Dante, parla di lei e spiega al lettore chi è - in pratica riassume la Vita Nova. Non solo, riesce anche a spiegare molto bene l'essenza della storia d'amore tra i due, che è decisamente particolare. Come ho detto, Beatrice è simpatica e gentile: quando ritrova Dante nel paradiso terrestre non gli fa una drammatica piazzata come avviene alla fine del Purgatorio, gli sorride. E sorride anche Dante. Ebbene sì, abbiamo anche delle immagini dove Dante sorride di gioia. Secondo me vale la pena di comprare il volume anche solo per quello.

Provo adesso a scendere più nel dettaglio.
Prima di tutto una nota di demerito: c'è sì un indice. Senza il numero delle pagine, e vabbé, tanto le pagine non sono comunque numerate - che non mi sembra poi questa bella cosa.
Ma non c'è un indice dei nomi. Come nel poema, Dante si ferma ogni tanto a parlare con qualche anima. Alcune sono famose di per sé, altre, come Pier delle Vigne, sono famose principalmente perché Dante ne ha parlato - anche se ne ha parlato perché ai suoi tempi erano molto famose. Perché il lettore non deve avere una lista dei nomi, e magari anche dei personaggi che ci sono e parlano ma il cui nome è stato tralasciato perché tanto ai giapponesi, o almeno a Nagai, non interessava dirlo? Alcune anime sono anonime ma un nome nel poema lo avevano. Altre hanno nome, cognome e magari l'autore ne racconta qualcosa, ma dove sono? E naturalmente non ci sono solo le anime, ci sono diavoli, spiriti malvagi e pure spiriti buoni, e ci sono i luoghi: Cocito, Stige, paradiso terrestre. Uno vede subito che non c'è Bertran de Born e non perde tempo a cercarlo. Manca un sacco di gente ed è normale, altrimenti il volume di pagine avrebbe dovuto averne tremila e forse Nagai starebbe ancora lì a disegnare per finirlo.
Non viene sforbiciata alcuna delle minuziose classificazioni in cui tanto Dante si diletta, e questo in parte spiega perché l'inferno, che è pieno di gironi, cerchi, sottogironi, bolge e non so che altro prende tanto più spazio. No, un momento: nel paradiso vengono indicati solo i cieli, con un vago accenno alla rosa mistica (che però non viene mai nominata), e della Madonna non si fa cenno. Nemmeno di Gesù, ora che ci penso. Il futuro esilio viene gratificato di un solo, piccolo accenno, laddove nel testo originale ogni cinquanta versi Dante trova qualcuno che glielo predice. La parte politica è completamente cassata, come buona parte delle, ehm, spiegazioni scientifiche. E anche le parti dove si parla della redenzione. E', come dire, un aspetto del tutto secondario della questione su cui Nagai non ha ritenuto indispensabile soffermarsi.
In realtà Virgilio dichiara di non sapere cosa succederà dopo il giudizio finale, quando le anime si ricongiungeranno ai loro corpi, ma ritiene probabile che riavere il corpo dovrebbe comunque costituire un miglioramento per loro. In sostanza, l'autore lascia capire (ma non dice esplicitamente) che le pene dell'inferno potrebbero non essere eterne, almeno non con quella intensità.
Virgilio, a proposito, sta nel purgatorio (ma non viene precisato in quale balza del monte) e non nel limbo, che pure esiste e viene rapidamente descritto.
Abbiamo anche una scena aggiunta di tutto punto: quando arrivano da Minosse c'è una donna, molto perbenino, che grida e strepita che c'è stato un errore e che lei non ha mai commesso alcun peccato. Lascio immaginare la reazione di Minosse e la fine che farà la poveretta, ma è una scena davvero efficace, e secondo me a Dante non sarebbe affatto dispiaciuta perché spiega molto bene perché si finisce all'inferno.
Non è l'unico cambiamento: per esempio nel girone dei golosi la pioggia dissolve i corpi e quindi la schifida poltiglia su cui Dante e Virgilio camminano è formata dai corpi dei dannati, che poi riprenderanno forma per continuare a patire - la cosa impressiona abbastanza Dante, e possiamo capirlo.
Ci sono Paolo e Francesca, naturalmente, e la storia è raccontata con molta cura, anche se è saltata la parte letteraria dove i due innamorati leggono. Molto estesa è anche la scena con Brunetto Latini.
Ulisse non parla, anche se Virgilio racconta nei dettagli la storia dell'inganno del cavallo. Il conte Ugolino invece racconta nel dettaglio tutta la sua storia e anche se non racconta esplicitamente di essersi mangiato i figli, si capisce comunque che c'è qualcosa di cui rifiuta di parlare - il tutto è davvero straziante e molto efficace.
Molto forte è anche la scena della città di Dite, avvincente come solo la miglior fantasy sa essere (e io l'ho vista sempre come una scena fantasy, in effetti).
Tra un girone e l'altro Dante e Virgilio parlano molto: del peccato, del peso del peccato, di ciò che porta l'uomo verso il peccato.
Nel purgatorio i due parlano ancora di più, soprattutto del libero arbitrio, del destino dell'uomo, del senso della vita e di tante altre cose molto interessanti, a volte in un modo che mi suona strano - certe discussioni mi suonano un po' diverse da come Dante le ha scritte, ma suonano molto interessanti. Non so se Dante avrebbe sottoscritto tutto, ma certo avrebbe ammesso che non si tratta di discussioni superficiali.
Dante si arrampica su per la montagna, con le sue sette P sulla fronte che via via scompaiono. C'è molta attenzione ai colori, e vengono spiegati con cura sia i colori dei tre gradini della scala che porta all'angelo che incide le P (che indicano la trasmigrazione alchemica dell'anima durante la confessione) sia quelli delle vesti delle fanciulle del paradiso terrestre, mantate nei tre colori di bianco, rosso e verde (che sono le tre virtù teologali, dove la carità, molto correttamente, è tradotta con "amore"). Piuttosto interessante dato che, a parte le due pagine introduttive, il manga è completamente in bianco e nero. Viene descritto molto bene anche il corteo che Dante incrocia e il suo significato.
Con grande dispiacere da parte mia Virgilio non incorona Dante in qualità di anima ormai padrona di sé stessa, ma il mancato addio (Virgilio sparisce senza dir niente) è molto commovente.
Il paradiso, temo, tranne per le parti con Beatrice, è più che altro un compitino ben fatto ma le tavole finali sono davvero belle e probabilmente sono la cosa più gioiosa che Nagai abbia mai disegnato nella sua lunga carriera.

* Mao Dante non è, come qualcuno potrebbe essere portato forse a pensare, la storia di un gatto di nome Dante, bensì una roba assolutamente demoniaca che racconta le vicende di un demone di nome Dante. Altro non so né bramo sapere.
** o almeno a me è sempre venuto da pensare
** a occhio dovrebbero essere tra le ottocento e le novecento

venerdì 31 marzo 2023

Postille dantesche

Ebbene sì, esiste anche un manga per la Divina Commedia.
L'ha disegnato nientemeno che Go Nagai, e ha il pazzo titolo  di  Mao Dante.

Da quando insegno mi sono abituata a considerare Dante come una marchetta inevitabile. Non so come funzioni altrove, ma in provincia di Firenze gli alunni scalpitano per avere Dante praticamente dal primo giorno della Seconda, e guai a non darglielo subito.
Dopo un po' di solito l'entusiasmo cala, almeno con me: l'inizio piace sempre molto, tutti si entusiasmano alla porta dell'Inferno, tutte le seconde scrivono sulla porta della classe un bel cartello con il celebre Lasciate ogni speranza o voi c'entrate (ogni scuola media ne ha qualcuno).
Passati Paolo e Francesca però l'entusiasmo cala, specie se in cattedra c'è un impiastro che porta brani aggiuntivi che non hanno traduzione e che apprezza soprattutto la parte teologica. Si sopporta Ulisse, e poi in qualche modo lascio sempre perdere. Onestamente, si tratta di un testo difficile per dei ragazzi di tredici anni.
Quest'anno però ho tenuto duro e ho torturato i ragazzi senza ritegno perché la Seconda Sfigata è (ma forse potrei dire era) una classe del tutto sprovvista di flessibilità linguistica, e anche piagnere al posto del più moderno piangere bastava a mandarli in crisi. Io invece volevo che si abituassero a capire che le parole si scrivono in più di un modo, che la lingua cambia e che le radici linguistiche portano frutti anche molto variabili - insomma ho usato Dante come una specie di manuale per la lingua italiana (è possibile, considerando le sue inclinazioni, che la cosa non gli sarebbe nemmeno dispiaciuta). E dunque liste di parole sconosciute, un po' di etimologia e anche la scoperta di parecchie parole che nel dialetto fiorentino sono rimaste tali e quali - e anche gli immigrati dei paesi più lontani alla seconda generazione han cadenza e lessico molto fiorentini).
Ci hanno sputato sangue ma i risultati si sono visti e più di uno, dopo qualche difficoltà iniziale, adesso naviga con una certa facilità in quelle insolite acque - ma d'altra parte anche i bravi han diritto a qualche soddisfazione a scuola, mi sembra.
E siccome quando si insegna si finisce sempre per imparare qualcosa, anche in campi dove ci si ritiene abbastanza ferrati, mi sono ritrovata a guardare la Commedia con occhi diversi - perché dopotutto per me era sempre stata un poema teologico che parlava dell'evoluzione dell'anima e di teologia cattolica, e il fatto che Dante ogni due per tre  si mettesse a chiacchierare con qualcuno mi era sempre parso più che altro un espediente per alleggerire la trattazione, magari mettendola ogni tanto in bocca a qualcun altro.
Però una mattina Orlando, dopo che avevo finito di risentire la storia di Pier delle Vigne, ha alzato la mano e ha fatto una piccola, innocua domanda:
Qual era lo scopo di tutto questo per Dante?
Lo scopo di tutto questo per me era sempre stato "descrivere l'aldilà", e ho cominciato ad abbozzare una risposta in questo senso. Ma mi sono accorta che la domanda andava in una direzione diversa: perché Dante aveva raccontato tutte quelle storie, di Tizio, di Caio e anche di Sempronio? Insomma, di tutti quei contemporanei? Perché ci spiegava che Pier delle Vigne era stato calunniato e ci raccontava le vicende del conte Ugolino, dando per scontato che la sua era la versione giusta (e come poteva non esserlo, se ce la faceva raccontare direttamente dalla defunta voce dei protagonisti?).
Nuova risposta mia personale: perché Dante voleva riscrivere la storia: questo era andato in quel modo, quell'altro aveva torto eccetera. Per ognuna di quelle anime, al centro di vicende che noi decifriamo solo con l'aiuto di ampli commentari i cui autori han dovuto lavorare come certosini, non sempre con risultati troppo sicuri, intrecciando fonti e postille, ma che all'epoca erano storie assai famose, Dante offre nuove possibilità e versioni alternative, ricostruendo qualcosa di diverso e di nuovo per il lettore, e levandosi qua e la soddisfazione di mandare all'inferno papi ancora in vita e posizionando in paradiso teologi condannati dalla Chiesa per eresia; non si limita a organizzare con gran disinvoltura l'aldilà in un raffinato sistema di gironi e cerchie collegandoli ai vari peccati e ai vari pianeti - sistema che ebbe un gran successo e che viene considerato a tutt'oggi la vera mappa dei tre regni post mortem, che fino a quel momento erano una roba piuttosto vaga (in particolar modo per il Purgatorio, che Dante ha strutturato di tutto punto sulla base di qualche possibilità piuttosto vaga) - ma ha anche fatto le pulizie di primavera per un sacco di vicende avvenute nel nostro mondo, intervenendo e normando con forza anche le vicende dell'aldiquà: questo è andato così, quello invece è andato colà, insomma un lavoro a tutto tondo. Adesso vi rifaccio il mondo per diritto e per rovescio, e ve lo rifaccio per bene, tutto tirato a lucido, consequenziale e a modo mio.
In effetti, per quel che ricordo, durante il viaggio l'unico peccato che lo aveva seriamente preoccupato per la salvezza della sua anima era la superbia - sapeva lui perché. 
Va detto comunque che questo suo tentativo di riordino ha riscosso un grande successo: di tutta quella gente con cui Dante parla nel suo viaggio ormai la versione dominante è la sua e solo qualche storico particolarmente piantagrane può azzardare, ad uso di pochi specialisti, qualche dubbio basato su grande spulciamento di polverosissime carte: per tutti i lettori della Commedia la versione di Dante è l'unica che vale la pena di prendere in considerazione - anche perché è raccontata talmente bene...
Per l'appunto io sono una storica, e per giunta molto appassionata di gialli. Così, mentre spiegavo pazientemente parola per parola le tragiche vicende del conte Ugolino per la prima volta, probabilmente ancora sotto l'influsso della malefica domanda del perfido Orlando*, mi sono posta un paio di domande, e le ho poste anche ai ragazzi:
- la storia dei figli che chiedono al conte Ugolino di mangiarli per nutrirsi, se l'è cavata dalla testa o ha qualche fonte?
(risposta: è tutta farina del sacco di Dante: in quel momento erano già murati nella torre, e certo nessuno passava da lì ogni giorno per chiedere se c'erano novità).
- il padre aveva effettivamente mangiato i figli?
Nella mia mente il celebre verso poscia più che 'l dolor poté 'l digiuno stava a indicare che il pover'uomo era infine morto di fame e non di crepacuore, e non mi ero mai capacitata che qualcuno avesse potuto tirar fuori da quelle parole la certificazione di un banchetto a base proteica.
Tuttavia mentre rileggevo il tutto per la prima volta un sospetto si era insinuato nel mio cuore: poteva essere possibile che quando i cadaveri furono ritrovati portassero i segni dei morsi del padre?
Al che era seguito un successivo dubbio: poteva essere che qualcuno avesse deciso di screditare vieppiù Ugolino raccontando che i cadaveri dei figli recassero il segno eccetera eccetera?
Ad ogni modo i ragazzi hanno facilmente individuato che la conversazione tra i figli e il conte era frutto della mente del padre, mentre per la seconda domanda han dato una pluralità di risposte sintetizzabili in 
- No, un genitore non potrebbe mai fare una cosa del genere
e
-Sì, un genitore completamente impazzito avrebbe potuto fare anche quello.
Entrambe valide, certamente. A me però interessava che si preoccupassero delle fonti e tanto li ho tormentati che alla fine, guidati passo per passo, han finito per convenire con le mie due ipotesi e anzi, per motivi più che comprensibili, tendevano ad appoggiare la possibilità di una fake legata alla volontà di screditare ulteriormente il traditore.

* che non è affatto perfido: si tratta, per quanto ne so, di un ragazzo molto solare ma anche molto riflessivo ma soprattutto di carattere assai gentile.

domenica 16 marzo 2014

Noi leggiavamo un giorno per diletto

Paolo e Francesca di Edward Charles Hallé (1846-1914)

Al contrario di Manzoni che non sempre suscita grandissimi entusiasmi al suo apparire alle medie né nei giovinetti né negli adulti, Dante è atteso con grande entusiasmo, almeno nella provincia di Firenze, a dispetto del fatto di essere molto più difficile.
Nei primi tempi della mia insegnantesca carriera, dopo accorta ponderazione, stabilii anzi che era troppo difficile e non aveva senso farlo in seconda media, e decisi dunque di non farlo. Tuttavia non sono mai riuscita non dico a mettere in pratica tale proposito, ma nemmeno ad annunciarlo: le seconde infatti non aspettano Dante in modo passivo, ma addirittura scalpitano per leggerlo e in nessun modo vogliono restare indietro rispetto alle altre seconde della scuola.
"Prof, quando cominciamo Dante?".
"Prof, nelle altre seconde sono già arrivati al Purgatorio!".
"Prof, perché non abbiamo ancora cominciato Dante?".
Insomma leggere Dante comporta un certo prestigio sociale, e lo vivono come un loro diritto.
Dunque, come tutti i miei colleghi di Lettere delle medie in seconda faccio Dante. E provaci, a non farlo.
Al contrario di molti, però, non pretendo che se lo studino a memoria.
A domanda (che arriva sempre) rispondo che chi vuole è liberissimo di impararsi a memoria anche tutta la Commedia al completo, se così gli aggrada, e che sono disponibile a risentire su richiesta qualsiasi brano di Dante decidano di impararsi e anche a mettere un bel voto a premio dell'impegno di chi lo impara bene, ma che nessuno è minimamente obbligato a impararsi a memoria un bel nulla
Le reazioni davanti a questa mia presa di posizione  oscillano tra un certo sollievo e una certa delusione - e c'è sempre qualcuno che mi porta qualche pezzo a memoria (la porta dell'Inferno, di solito) e  incassa il suo bel voto. In alcuni casi, anzi, si tratta dell'unico momento di interesse dimostrato da costui/costei verso le italiche lettere, e allora grandissimo onore a Dante per i suoi poteri taumaturgici e rallegriamoci di poter mettere dei bei voti anche a chi di solito naviga su una sufficienza stirata. 

E poi ci sono Paolo e Francesca. 
Sono assolutamente contraria a fare il brano su Paolo e Francesca alle medie: lo trovo troppo complesso, soprattutto per quell'enorme sostrato letterario che si porta dietro. Il prof. Blasio, in una delle sue rare lezioni, ci aveva spiegato in modo dettagliato e assai convincente come per Dante quell'episodio rappresentasse un passato letterario da lui superato ma che aveva appassionatamente amato e di come quindi quell'incontro lo commuovesse in modo particolare, e aveva fissato in modo indimenticabile nella mia mente i motivi per cui Paolo e Francesca erano all'Inferno e lì destinati a restare e di come per loro quel passato letterario si fosse trasformato in una tragedia senza ritorno. 
Tutto ciò fu bello e giusto da parte sua e gliene sono grata - ma non è un tipo di insegnamento che si possa trasmettere ai giovinetti implumi di seconda media, del tutto digiuni di ogni strumento critico per seguire un discorso del genere, e anche, vista la loro tenera età, della possibilità direi fisica di seguire un ragionamento di tal fatta: per loro l'episodio di Paolo e Francesca è una bella storia d'amore, e la tragedia si limita al fatto che sono morti per quell'amore; e non si può pretendere che la vedano in altro modo o che si soffermino troppo sul fatto che quei due sono all'inferno e nell'inferno resteranno, e non per un disguido casuale o per colpa dei pregiudizi dell'epoca; anche perché nel frattempo c'è stato il romanticismo, che ha sdoganato l'episodio con un'interpretazione abbastanza diversa da quella che Dante aveva previsto, e dopo ancora ci sono state tutte le stratificazioni successive, compresi i Baci Perugina e Venditti, e una parte di quelle stratificazioni sono arrivate fino a loro per osmosi: quando arrivano a Paolo e Francesca sanno già in parte quel che vogliono sentire.
E detto questo, l'antologia che da cinque anni mi perseguita contiene l'episodio di Paolo e Francesca, e dunque mi tocca farlo (e provaci, anche soltanto ad accennare di sfuggita che non vuoi farlo!).

E allora lo faccio, e mentre lo faccio ho l'impressione di camminare sui vetri.
D'accordo, il sostrato letterario. Ma mica si potrà deludere una classe solo per un miserabile puntiglio letterario, no?
E poi chi sono io, per impedire che i miei alunni interpretino come gli pare quel brano, o un qualsiasi altro brano? Proprio io che sostengo che, una volta scritta, l'opera appartiene al lettore che ne farà l'uso che più troverà opportuno? Forse che i desideri di un'intera classe di giovinetti ansiosi dovranno piegarsi al mio vissuto di studente? Forse che anch'io non tentai di resistere all'interpretazione che il prof. Blasio ci scodellò, con grande dovizia di argomenti, per poi chinare il capo e rassegnarmi perché gli argomenti erano validi? Ma io avevo sedici anni e  adeguate conoscenze per rendermi conto che il prof. Blasio aveva ragione, loro no. E poi non sono al liceo, sono alle medie.

Tutto questo e molto altro mi frulla in testa mentre, in un silenzio irreale che e profondo che c'è solo quando in classe si legge Paolo e Francesca, tento con tutte le mie forze di recuperare quello stadio di innocenza e di Baci Perugina da cui il prof. Blasio mi strappò, e che in seguito è stato ulteriormente devastato  dalle tonnellate di testi medievali sui più svariati argomenti che mi hanno fornito  ulteriori strumenti e conoscenze. 
E quel silenzio non è l'usuale silenzio interessato, punteggiato spesso da domande e richieste di chiarimenti, che accompagna tante altre letture, compresi gli altri brani di Dante: è il silenzio inquietante di una spugna che beve e di una classe in preda alle prime tempeste d'amore (a metà anno tutte le seconde sono così) che trova, in quei versi d'amore di una forza tutta particolare, un faro che sembra guidare a un punto d'attracco.

Quest'anno comunque mi sono presa una piccola soddisfazione: prima del brano su Paolo e Francesca gli ho fatto leggere la fonte, ovvero il (lungo) passo del romanzo della Tavola Rotonda (versione Lancelot-Graal) in cui Galeotto fa la sua mediazione e Lancillotto e Ginevra scoprono quant'è bella la compagnia a quattro - così non ho perso tempo a spiegare chi era Galeotto.
E dopo la lettura Wasp ha chiesto: "Ma se loro si sono baciati per la prima volta leggendo la storia di Lancillotto e Ginevra, non è possibile che ci sia stata qualche coppia che si è baciata per la prima volta leggendo la storia di Paolo e Francesca che si baciavano?".
Considerando l'infinita serie di studenti delle superiori che studiano quel brano, e che spesso questi studenti studiano a coppie sì, direi che è senz'altro possibile.
In effetti sarebbe strano se non fosse mai successo.