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venerdì 28 luglio 2023

La divina commedia - Go Nagai


Verso Novembre, quando stavamo ancora vagando per la selva oscura con risultati tutt'altro che commendevoli, Odisseo arrivò una mattina recando seco un enorme tomo. Quando entrai in classe lo vidi in mezzo a un capannello che sfogliava il tomo con grande interesse.
"Prof, ho comprato la versione manga della Commedia" mi annunciò trionfante.
I miei occhi diventarono grandi come tazze da tè.
"Una versione manga della Commedia?" chiesi interdetta.  Ed ero interdetta, sia perché non avevo mai sentito nemmeno vagamente dire che esistesse una roba del genere, con tutte le pagine specializzate che seguivo, sia perché trovavo sbalorditivo che a un qualsivoglia mangaka fosse mai venuto in mente di disegnare la Commedia. D'accordo, Dante è abbastanza famoso anche all'estero, ma insomma era una roba davvero molto occidentale.
Quando poi Odisseo mi spiegò che l'autore era Go Nagai miei occhi diventarono grandi come ruote da mulino.
Nagai da noi è decisamente famoso: dai suoi manga sono state tirate fuori le grandi serie della prima invasione dei cartoni animati giapponesi, ovvero Mazinga, il Grande Mazinga, Jeeg e Goldrake. Ma pur essendo universalmente molto apprezzato (non da me: lo trovavo troppo scuro nel tratto, e infatti di lui non ho niente in casa. Ma credo che presto rimedierò appunto con la sua Divina Commedia) non ce lo vedevo a entusiasmarsi per...
Evidentemente sbagliavo.
Faticosamente presi l'enorme (e pesantissimo) tomo e lo sfogliai. 
"C'è dentro tutta la storia, dall'inizio alla fine" mi spiegò Odisseo.
Ma poi, continuavo a pensare dietro ai miei occhi grandi come ruote da mulino, com'era possibile che non ne avessi mai sentito parlare? C'è stato l'anno di Dante, ci hanno fatto verdi a righe rosa con Dante e ancora Dante e poi Dante, ma forse adesso dovremmo anche parlare un po' di Dante. Avevano ristampato Dante in tutti i modi, possibile che non mi fosse giunta nemmeno una vaga voce...
Evidentemente era possibile. 
Lo sfogliai distrattamente, mi informai sul prezzo (30 euro, praticamente un regalo) e stabilii che quella roba doveva arrivare al più presto nella biblioteca di scuola.
Senza il prezioso apporto di Odisseo avrei continuato a non sapere niente della versione della Commedia di Nagai, perché la pregiata libreria che organizza la Mostra del Libro non ci pensò nemmeno a portarlo. Glielo chiesi io. Con mio disappunto non se lo filò nessuno nei giorni della Mostra, ma lo misi comunque da parte tra gli omaggi e ancor prima di catalogarlo me lo portai a casa per leggerlo con cura. Quella che segue è la presentazione del pesantissimo libro. Un vero mattone, garantisco (ma ben rilegato). 

A un certo punto della sua vita Go Nagai incrociò la Divina Commedia illustrata da Gustave Doré. Come già tanti prima di lui ne rimase molto affascinato, e ne trasse spunto per un paio di opere: prima Mao Dante*, poi Devilman, entrambe degli inizi degli anni 70.
Ma venne il giorno, più di vent'anni dopo, in cui decise di disegnare proprio la Divina Commedia, quella dove un tal Dante si ritrovò vincitore di un viaggio premio nei i tre regni dell'aldilà. All'apparenza l'argomento era piuttosto estraneo alle storie dove grandi robot combattevano contro invasori dal passato e dal presente - ma chi ha frequentato anche solo la regina Himika e il suo successore, l'Imperatore delle Tenebre, sa che Nagai si è sempre occupato volentieri di demoni più o meno perversi e sempre da un punto di vista piuttosto partecipe. Ebbene sì, i demoni gli piacciono, e li disegna molto volentieri (in modo davvero efficace, tra l'altro).
La Commedia è un testo molto particolare e, verrebbe da pensare**, poco esportabile: una roba terribilmente cristiana, secondo una religione che si basa su un impianto completamente diverso dalle religioni orientali. Tuttavia Nagai decise di disegnarla e, senza una particolare preparazione teologica e con nozioni relativamente scarse sul medioevo italiano decise di raccontare quella storia, proprio quella.
Ne è venuto fuori un racconto che forse Dante avrebbe seguito con una certa sorpresa, ma nemmeno tanto. Strano ma vero, i concetti base ci sono. Quasi tutti. Magari un po' rielaborati, alla luce di una personalità davvero differente.
Sul piano grafico Dante (intendo proprio il personaggio di Dante) non è molto sorprendente: si sa che a un certo punto qualcuno fece un ritratto di Dante e a quel ritratto Dante si trovò inchiodato per l'eternità.
Questo a sinistra è il ritratto più famoso, di Botticelli (1495) e deriva in parte da un altro ritratto fatto per il Duomo di Firenze da Domenico di Michelino (1465):

 

Da sempre e per sempre Dante per noi è così: perennemente vestito di rosso, col cappuccio,  una ghirlanda di alloro in testa e l'aria fra l'irritato e lo scocciato. Che viene da domandarsi: ma sul serio andava in giro con una ghirlanda di alloro in testa? Davvero non gli capitava mai di portare vestiti di un altro colore? Non sorrideva mai? Proprio mai? E sempre il cappuccio, sempre, sempre, sempre?
D'altra parte dobbiamo pure ammettere che vedere raffigurato Dante con i capelli al vento e con un sorriso smagliante ci lascerebbe tutti un po' traumatizzati. E così Go Nagai - che del resto non è uso a raffigurare personaggi sorridenti, con l'aria allegra e vestiti pastello - ci offre un Dante perfettamente intonato alla nostra immaginazione. Lo fa più giovane, però, con lo sguardo molto intenso e, spesso, con l'espressione sconvolta (considerando quel che vede, ci può  stare). Del resto, anche Doré lo disegnava così, e dalle immagini di Doré Nagai prende diverse tavole. Belle scure, come piace a lui, con tonnellate di linee cinetiche e molte ombre. Insomma, col suo stile.
La prima cosa che mi ha colpito però è stato il panorama di Firenze, con una bella cupola di Brunelleschi ben stagliata sullo sfondo.
La cupola del Brunelleschi Dante non l'ha mai vista, perché è arrivata diverse generazioni dopo di lui. Probabilmente Nagai ha preso il panorama di Firenze dal secondo ritratto - che sta appunto dentro il Duomo, quello della cupola, e dunque è relativamente normale che uno dei più tipici simboli di Firenze venga citato, a costo di confondere un po' le date.
La cupola di Firenze con Dante che la guarda, lo confesso, mi ha divertito molto; che un giapponese non si sia preoccupato di documentarsi più di tanto in proposito mi sembra comunque più che scusabile.

La Divina Commedia di Nagai è un tomo enorme, spesso cinque centimetri e con diverse centinaia di pagine, 24x17 cm. Non un tascabile di quelli che puoi farti scivolare in borsetta per leggerlo in treno. Mi farebbe piacere anche dire quante sono le pagine, ma per saperlo dovrei contarle una per una: perché in tutto il libro e nemmeno nell'indice c'è un numero che sia uno***. Dallo spessore però garantisco che l'Inferno occupa più di due terzi, il Purgatorio prende a malapena un sesto e per il Paradiso restano gli spiccioli. Che Nagai traesse assai maggiore ispirazione dall'Inferno non mi sorprende, anzi avrei trovato strano il contrario. D'altra parte, per quanto Dante avesse costruito tre cantiche del tutto simmetriche e di lunghezza praticamente identica, nell'immaginario collettivo la Commedia è soprattutto l'Inferno: è più facile da seguire, ci sono un sacco di effetti speciali e il quadro è molto più animato. Io, che di natura non amo molto né le storie di avventura né le tinte fosche preferisco di gran lunga il Purgatorio e mi compiaccio molto delle cascate di luce che adornano il Paradiso, anche se non di rado mi accascio durante certe raffinate disquisizioni teologiche che riesco a seguire solo fino a un certo punto.
Ci sono poi delle differenze. Prima di tutto Beatrice - la più deliziosa e simpatica Beatrice che abbia mai visto. Nagai, dopo che Virgilio l'ha nominata spiegando perché è venuto ad aiutare Dante, parla di lei e spiega al lettore chi è - in pratica riassume la Vita Nova. Non solo, riesce anche a spiegare molto bene l'essenza della storia d'amore tra i due, che è decisamente particolare. Come ho detto, Beatrice è simpatica e gentile: quando ritrova Dante nel paradiso terrestre non gli fa una drammatica piazzata come avviene alla fine del Purgatorio, gli sorride. E sorride anche Dante. Ebbene sì, abbiamo anche delle immagini dove Dante sorride di gioia. Secondo me vale la pena di comprare il volume anche solo per quello.

Provo adesso a scendere più nel dettaglio.
Prima di tutto una nota di demerito: c'è sì un indice. Senza il numero delle pagine, e vabbé, tanto le pagine non sono comunque numerate - che non mi sembra poi questa bella cosa.
Ma non c'è un indice dei nomi. Come nel poema, Dante si ferma ogni tanto a parlare con qualche anima. Alcune sono famose di per sé, altre, come Pier delle Vigne, sono famose principalmente perché Dante ne ha parlato - anche se ne ha parlato perché ai suoi tempi erano molto famose. Perché il lettore non deve avere una lista dei nomi, e magari anche dei personaggi che ci sono e parlano ma il cui nome è stato tralasciato perché tanto ai giapponesi, o almeno a Nagai, non interessava dirlo? Alcune anime sono anonime ma un nome nel poema lo avevano. Altre hanno nome, cognome e magari l'autore ne racconta qualcosa, ma dove sono? E naturalmente non ci sono solo le anime, ci sono diavoli, spiriti malvagi e pure spiriti buoni, e ci sono i luoghi: Cocito, Stige, paradiso terrestre. Uno vede subito che non c'è Bertran de Born e non perde tempo a cercarlo. Manca un sacco di gente ed è normale, altrimenti il volume di pagine avrebbe dovuto averne tremila e forse Nagai starebbe ancora lì a disegnare per finirlo.
Non viene sforbiciata alcuna delle minuziose classificazioni in cui tanto Dante si diletta, e questo in parte spiega perché l'inferno, che è pieno di gironi, cerchi, sottogironi, bolge e non so che altro prende tanto più spazio. No, un momento: nel paradiso vengono indicati solo i cieli, con un vago accenno alla rosa mistica (che però non viene mai nominata), e della Madonna non si fa cenno. Nemmeno di Gesù, ora che ci penso. Il futuro esilio viene gratificato di un solo, piccolo accenno, laddove nel testo originale ogni cinquanta versi Dante trova qualcuno che glielo predice. La parte politica è completamente cassata, come buona parte delle, ehm, spiegazioni scientifiche. E anche le parti dove si parla della redenzione. E', come dire, un aspetto del tutto secondario della questione su cui Nagai non ha ritenuto indispensabile soffermarsi.
In realtà Virgilio dichiara di non sapere cosa succederà dopo il giudizio finale, quando le anime si ricongiungeranno ai loro corpi, ma ritiene probabile che riavere il corpo dovrebbe comunque costituire un miglioramento per loro. In sostanza, l'autore lascia capire (ma non dice esplicitamente) che le pene dell'inferno potrebbero non essere eterne, almeno non con quella intensità.
Virgilio, a proposito, sta nel purgatorio (ma non viene precisato in quale balza del monte) e non nel limbo, che pure esiste e viene rapidamente descritto.
Abbiamo anche una scena aggiunta di tutto punto: quando arrivano da Minosse c'è una donna, molto perbenino, che grida e strepita che c'è stato un errore e che lei non ha mai commesso alcun peccato. Lascio immaginare la reazione di Minosse e la fine che farà la poveretta, ma è una scena davvero efficace, e secondo me a Dante non sarebbe affatto dispiaciuta perché spiega molto bene perché si finisce all'inferno.
Non è l'unico cambiamento: per esempio nel girone dei golosi la pioggia dissolve i corpi e quindi la schifida poltiglia su cui Dante e Virgilio camminano è formata dai corpi dei dannati, che poi riprenderanno forma per continuare a patire - la cosa impressiona abbastanza Dante, e possiamo capirlo.
Ci sono Paolo e Francesca, naturalmente, e la storia è raccontata con molta cura, anche se è saltata la parte letteraria dove i due innamorati leggono. Molto estesa è anche la scena con Brunetto Latini.
Ulisse non parla, anche se Virgilio racconta nei dettagli la storia dell'inganno del cavallo. Il conte Ugolino invece racconta nel dettaglio tutta la sua storia e anche se non racconta esplicitamente di essersi mangiato i figli, si capisce comunque che c'è qualcosa di cui rifiuta di parlare - il tutto è davvero straziante e molto efficace.
Molto forte è anche la scena della città di Dite, avvincente come solo la miglior fantasy sa essere (e io l'ho vista sempre come una scena fantasy, in effetti).
Tra un girone e l'altro Dante e Virgilio parlano molto: del peccato, del peso del peccato, di ciò che porta l'uomo verso il peccato.
Nel purgatorio i due parlano ancora di più, soprattutto del libero arbitrio, del destino dell'uomo, del senso della vita e di tante altre cose molto interessanti, a volte in un modo che mi suona strano - certe discussioni mi suonano un po' diverse da come Dante le ha scritte, ma suonano molto interessanti. Non so se Dante avrebbe sottoscritto tutto, ma certo avrebbe ammesso che non si tratta di discussioni superficiali.
Dante si arrampica su per la montagna, con le sue sette P sulla fronte che via via scompaiono. C'è molta attenzione ai colori, e vengono spiegati con cura sia i colori dei tre gradini della scala che porta all'angelo che incide le P (che indicano la trasmigrazione alchemica dell'anima durante la confessione) sia quelli delle vesti delle fanciulle del paradiso terrestre, mantate nei tre colori di bianco, rosso e verde (che sono le tre virtù teologali, dove la carità, molto correttamente, è tradotta con "amore"). Piuttosto interessante dato che, a parte le due pagine introduttive, il manga è completamente in bianco e nero. Viene descritto molto bene anche il corteo che Dante incrocia e il suo significato.
Con grande dispiacere da parte mia Virgilio non incorona Dante in qualità di anima ormai padrona di sé stessa, ma il mancato addio (Virgilio sparisce senza dir niente) è molto commovente.
Il paradiso, temo, tranne per le parti con Beatrice, è più che altro un compitino ben fatto ma le tavole finali sono davvero belle e probabilmente sono la cosa più gioiosa che Nagai abbia mai disegnato nella sua lunga carriera.

* Mao Dante non è, come qualcuno potrebbe essere portato forse a pensare, la storia di un gatto di nome Dante, bensì una roba assolutamente demoniaca che racconta le vicende di un demone di nome Dante. Altro non so né bramo sapere.
** o almeno a me è sempre venuto da pensare
** a occhio dovrebbero essere tra le ottocento e le novecento

venerdì 3 aprile 2020

Asterix e i Britanni - René Goscinny e Albert Uderzo


Tutta la serie di Asterix è divertente: l'incantevole cocktail di galli irascibili, romani imbranati, pirati sfortunati, pesci in faccia (e non si tratta di raffinate metafore bensì di scintillanti, squamosissimi e robusti pesci pescati sulle scogliose coste della Bretagna), cinghiali arrosto e una infinità di riferimenti culturali è sempre in grado di fornire grandi quantità di risate al lettore di turno e un considerevole numero di capelli bianchi al traduttore che si è fatto incastrare, e la storia tessuta su questo sfondo è sempre ricca e ben concentrata.
Tuttavia, se ogni albo è magnifico, alcuni raggiungono vette insuperabili, e Asterix e i Britanni è una di queste vette, forse la più alta. In verità fra tutti i lettori che conosco è universalmente riconosciuto come il capolavoro.
Lo spunto è dei migliori: due francesi occupati a perculare per cinquanta tavole filate i loro tradizionali nemici, ovvero gli inglesi. Inglesi che per cinquanta tavole filate prendono il tè (anche se il tè ancora non esiste) e alle cinque di Venerdì staccano per il fine settimana lasciando gli offesissimi legionari a combattere da soli.
Ed è così che Cesare li sconfigge: attaccandoli ogni giorno alle cinque e nei giorni del week-end. I prodi Britanni sono così costretti a soccombere davanti a quelli che non sono per niente dei gentiluomini. Tutti? Tutti tranne un villaggio di eroici britanni che alla fine decide di chiedere aiuto al villaggio gallico in Armorica dove abita il germano cugino di uno di loro - che è naturalmente Asterix*: potrebbero essi galli dare un po' della loro magica bevanda? Sicuro, essi possono. E così Asterix e Obelix raggiungono le sponde inglesi dove sperimenteranno le gioie della cucina britannica (cervogia tiepida e cinghiale bollito con salsa alla menta) e i piaceri dello sport britannico, parteciperanno a una memorabile partita di rugby, visiteranno la Londinum Torre e saranno ben presto contagiati dal singolare modo britannico di costruire le frasi: "Del cielo numi, quale tremenda scocciatura è essa, nevvero?".
Essendo un buon racconto inglese tutti bevono come spugne, compreso Obelix che si ritrova completamente ubriaco - anche perché è a stomaco vuoto, avendo fatto del suo meglio per evitare di mangiare il cinghiale bollito con la salsa alla menta, povera bestia (dove la povera bestia, naturalmente, non è Obelix bensì lo sventurato cinghiale cotto in sì disdicevole maniera); ed essendo un buon racconto inglese alla fine tutto, ma proprio tutto, si risolve con una buona tazza di tè - che ancora non è stato scoperto in Europa, ma di cui casualmente Panoramix aveva dato qualche fronda ad Asterix prima che questi lasciasse il villaggio. Infine, essendo un buon racconto inglese abbondano prati e giardini all'inglese, nei villaggi come nelle città, e graziosi cottage nelle campagne.

Approfitto del Venerdì del Libro di Homemademamma per ricordare Albert Uderzo, che dal 1959 al 2011 ha disegnato le avventure dell'indomabile guerriero gallo (curando anche i testi dal 1980, dopo la morte di René Goscinny) e che ci ha lasciato il 26 Marzo di quest'anno. Non è stata una morte prematura, ormai aveva 92 anni, ma per noi appassionati di Asterix è stato comunque un dispiacere.

* è noto che tra bretoni e britanni i legami sono molto antichi e i collegamenti numerosi; ad esempio la moglie del venditore di pesce del villaggio si chiama Ielosubmarine - un nome che non afferisce certo alla tyradizione francese.

venerdì 20 febbraio 2015

Vi presento Miss D(ice) - Darinka


Il libro che presento questa settimana, scelto in onore della Festa del Gatto appena passata, è un fumetto a tavole autoconclusive ed è uscito nel 2011 per Tempesta editore. Un altro, ambientato nello stesso universo, dovrebbe uscire tra un paio di mesi. Nel frattempo Darinka pubblica ogni tanto qualche tavola su Facebook - ed è proprio lì che l'ho conosciuta, grazie a una condivisione:

Per chiunque abbia un gatto, la storia è ben nota - e chiunque abbia un gatto può apprezzare l'abilità del tratto e l'accuratezza dei particolari: un gatto non ti chiede mai di uscire, aspetta con aria tragica e silenzioso rimprovero oppure graffia la porta gridando "Liberté!" come nemmeno la Maschera di Ferro al sesto anno di reclusione; e dopo che sei prontamente accorsa/o per aprirgli le porte della libertà, ti guarda incerto, esita, annusa l'aria schifato, mette avanti la zampina, la tira indietro, la mette di nuovo avanti, sospira, ti guarda male e infine rientra in casa. La reazione di Miss D non è spazientita, solo rassegnata e un po' incuriosita, e tutta la tavola è improntata al più schietto realismo (incluso il pensiero del gatto).

Miss D. è un umana intorno ai 30 anni che vive con Monsieur LeChat, un gatto nero di origini franscesi un po' barricadero e dotato di uno humor assai felino. Il suo look risulta subito vagamente familiare, e infatti è ispirato a un famosissimo gatto nero:
(si ringrazia per la segnalazione)
 Entrambi hanno il loro giro di amici e conoscenti con cui commentare l'attualità - e siccome gli anni in cui le tavole furono disegnate sono il 2009-2011, attualità demenziale da commentare ce n'era davvero in abbondanza tra gli umani, e tuttora non ne siamo certo privi.
Ecco qui uno scambio di commenti dedicato alle sentinelle in piedi:
Miss D ha molti anni meno di me, ma le sue osservazioni disincantate mi ricordano molto le chiacchierate che faccio con le amiche - e monsieur LeChat è, oggettivamente, un gran personaggio.
Con questo post partecipo  al Venerdì del Libro di Homemademamma, e auguro felici letture e un felice fine settimana a tutti.

venerdì 23 gennaio 2015

Maus - Art Spiegelman


Il romanzo (a fumetti) che presento per questo Venerdì del Libro è un grande classico, praticamente un totem, carico di tutti i premi e le onoreficenze che un libro può raccogliere. Giustamente, perché è molto bello, oltre che molto angosciante.

E' una storia di topi, gatti, cani e altri animali. I gatti, ahimé, sono i nazisti - e non sono certo i gatti più simpatici della storia del fumetto; e immagino sia inutile spiegare chi sono i topi, visto che la parte centrale della storia si svolge negli anni 30 e 40.
Si tratta di un romanzo che è autobiografico, storico, di formazione, di contrasto generazionale e pure esistenziale, il tutto in meno di 300 tavole - un vero affare per chi lo compra, perché si porta a casa un libro dove c'è sempre qualcosa di nuovo da trovare per quante volte sia stato letto e riletto, e che può accompagnarti in tante diverse stagioni della vita. Ora che ci penso la parte autobiografica è addirittura doppia, perché riguarda la vita sia del padre che del figlio: il padre narra la sua vita fino alla fine della guerra, il figlio racconta il suo rapporto col padre - che segna con molta forza la sua vita.

Ed eccolo qui, il figlio, genialmente ritratto nella quarta di copertina:
tutto carino e azzimato, la lunga coda che schiocca elegantemente nell'aria, mentre ascolta con gli occhi sgranati e le orecchie bel dritte i racconti del padre. Un padre, Vladek, che sanguina storia, come ci ricorda il titolo della prima parte.

Si comincia in Polonia, quando il padre era il giovane e fascinoso rampollo di una ricca famiglia, rincorso e conteso da tutte le topoline del suo ricco ambiente, che facevano follie per lui. Arriva poi l'amore vero, quello di una vita: sarà Anja, topolina di famiglia ancor più ricca della sua ma con una certa tendenza alla depressione che certo non le sarà di aiuto negli anni a venire. Il loro matrimonio è felice, le casse di casa ben piene - grazie anche alle vaste proprietà della fortunata coppia, il loro amore profondo e sincero...
E arriva la guerra, che per la Polonia non andò affatto bene; e arrivano le persecuzioni dei nazisti occupanti, insieme a una paura onnipresente, a difficoltà di tutti i tipi, alle fughe continue e non sempre riuscite. Il ricco patrimonio se ne va giorno per giorno per sopravvivere, ma alla fine arriva anche la deportazione: il viaggio sui treni della morte, il freddo, la fame e la fatica ad Auschwitz, le umiliazioni, la perdita dell'identità, l'infinita angoscia:
Nonostante tutto i due ce la faranno e, dopo la fine della guerra, abbandoneranno l'ingrata Europa per emigrare negli Stati Uniti - dove il colto e raffinato Vladek non imparerà mai la lingua a perfezione, e infatti il suo racconto al figlio sarà in un inglese corretto ma "da straniero".

Ma non è una storia a lieto fine: non può esserci un vero lieto fine per chi ha passato un esperienza di quel tipo: i fantasmi degli anni neri della guerra e soprattutto dei campi di sterminio continuano a perseguitare non solo i pochi sopravvissuti, ma anche i loro figli: restano la diffidenza, gli incubi, la paura - ricordi e paura con cui si continua a fare i conti per tutta la vita, e che spesso dalla vita ti allontanano. Alla fine della narrazione Art-topo rimane con molti interrogativi e una maggior consapevolezza del carico che si è portato addosso tutta la vita e che i genitori gli hanno involontariamente trasmesso - qualcosa che nemmeno la sua compagna, la simpatica e comprensiva topolina Françoise, riesce a capire davvero, nonostante la forza del suo legame con Art.

Visto che è un fumetto, dovrei parlare dei disegni; peccato però che di disegno io non capisca nulla. Perciò mi limiterò a dire che trovo sbalorditiva la quantità di cose che Spiegelman riesca a raccontare attraverso l'uso del bianco, del nero e dell'infinità di sfumature di grigio che adopera; e che la sceneggiatura è superlativa:


Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, con la speranza di un mondo migliore per i nostri figli.

venerdì 8 febbraio 2013

Asterix e la zizzania - Uderzo e Goscinny


Pubblicato nel 1970, La zizanie è stata il primo albo di Asterix che ho letto e tutt'oggi resta forse il mio preferito - anche se selezionare un preferito tra gli albi di Asterix è quasi un assurdo, essendo tutti dei capolavori.
All'interno del canone asterixiano è una storia anomala: non ci sono viaggi all'estero e la storia si svolge quasi tutta all'interno del piccolo ma irriducibile villaggio gallico che ancora e sempre resiste all'invasore romano. Il tema principale è appunto la zizzania, intesa come discordia.
Uno dei consiglieri di Giulio Cesare gli presenta un piccolo e insignificante ometto, tal Tullius Detritus. Costui ha un talento prodigioso nel seminare appunto zizzania: l'orribile e verde livore della discordia appare già subito al suo arrivo, senza che egli faccia nulla se non esistere; e figurarsi se appena appena decide di pronunciare qualche parola, o addirittura di intervenire con qualche azione.
L'ingresso di Tullius Detritus alla presenza dei dignitari romani è una scena di quelle che non si dimenticano: già alla sua comparsa i fumetti dei presenti si colorano prima di un tenue verdolino, poi di un verde sempre più deciso. La rissa è già sul punto di scoppiare quando Tullius Detritus pronuncia alcune blande parolette conciliatorie che quasi causano un travaso di bile a Giulio Cesare in persona. Conquistato dal fulgore di tanto talento, il grande condottiero romano si allontana con il nuovo arrivato per illustrargli la sua missione, lasciando i suoi consiglieri nella sala ad azzuffarsi senza ritegno.
Dopo un breve viaggio su una nave romana dove tutti litigano, dal capitano ai rematori, Tullius Detritus sbarca vicino al villaggio e i suoi effetti non tardano a manifestarsi: in un profluvio di fumetti di un bel verde deciso, ben presto tutti nel villaggio litigano con tutti (ad eccezione del bardo) e un'infinità di perfide dicerie si spargono ovunque come gramigna.
Dopo gran copia di litigi, Asterix, Obelix e Panoramix trovano il modo di disinnescare il micidiale Detritus (ovviamente facendo litigare l'intero accampamento romano) e ben presto l'armonia ritorna nel villaggio - ma il lettore si è divertito davvero molto e ha ritrovato nella storia le stesse meccaniche che fanno litigare così facilmente i suoi colleghi, i suoi vicini, i suoi parenti... e lui.

Consigliatissimo dai dieci anni in su.

Con questo post partecipo ai Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a tutti un felice fine settimana e ottime letture.