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giovedì 2 luglio 2015

Il mio esame di maturità (lungo, ma con ricetta)



L'esame di maturità si accompagna per me a molte piacevoli memorie, alcune dolci e altre salate, e rimane uno dei periodi che ricordo più volentieri.

E' un esame di maturità dei bei tempi andati, quando i grembiulini erano bianchi e la scuola era una roba seria, non come ora che è decaduta per colpa del 68 e dell'eccesso di riforme: si portavano ben due materie scelte da una rosa di ben quattro selezionata verso Aprile, una delle quali a scelta del candidato, l'altra pure ma la commissione poteva cambiarla a sorpresa (di fatto non la cambiava quasi mai) - non come ora che questi giovani debosciati le portano tutte;  inoltre c'erano ben due scritti: italiano più uno a sorpresa, che per lo scientifico era sempre matematica (ma va?) e per il classico era latino o greco, a regolare alternanza. 
Davano il voto in sessantesimi e la commissione era tutta esterna, tranne per un unico membro interno - una soluzione che aveva i suoi pro e i suoi contro. Si inziava il 3 Luglio con il tema (in quegli anni le lezioni terminavano a fine Maggio o primissimi di Giugno perché c'erano sempre elezioni o  referendum), poi il 4 c'era il secondo scritto e gli orali terminavano a fine Luglio. Questo per quanto riguarda le procedure ufficiali, ma in realtà l'esame di maturità, per noi come per tutti, iniziò il primo giorno di scuola, che mi sembra fosse il 18 Settembre, quando ogni singolo insegnante da noi incrociato ebbe cura di citare l'esame minimo dieci volte con fare casuale. 
Diventò subito un tormentone abituale "Quando sarete all'esame", "Se all'esame vi chiedessero... dovete dire che...", "Può essere che all'esame succeda questo e questo": niente di minaccioso in apparenza, solo un bonario stillicidio di istruzioni per l'uso il cui scopo, immagino, era evitarci il rischio di dimenticare, anche solo per un ora del giorno o della notte, che quell'anno, ebbene sì, c'era l'esame. E chi l'avrebbe mai detto? E invece sì, c'era proprio l'esame. Ma tu guarda gli strani casi della vita.

Che c'era l'esame lo sapevamo benissimo, ed eravamo anche disposti di buon grado a farci spaventare un po' ed entrare in una blanda ansia da prestazione. Al di là di questo però non tutti erano poi così terrorizzati - come sintetizzò un giorno una compagna "Perché dovremmo avere paura della maturità quando la facciamo da cinque anni portando tutte le materie?": le nostre interrogazioni di fine anno, invero, avevano arcate assai lunghe e si dava per scontato che l'interrogazione del giorno non dovesse vertere necessariamente sull'ultima lezione e nemmeno sull'ultimo mese - né trovavamo niente di irragionevole in questa pretesa anche se non tutti eravamo sempre all'altezza. Inoltre eravamo al liceo classico, dove la percentuale dei promossi sfiorava il 100%, ed eravamo una classe piuttosto buona, con tre scartine che arrancavano sull'orlo di una sufficienza un po' risicata (tutti figli di buona famiglia costretti a fare il liceo classico per contratto, il cui esempio mi convinse di quella che a tutt'oggi resta una delle mie incrollabili certezze: non c'è imbecille che non possa strappare una licenza classica, con un po' d'impegno) e per il resto medie piuttosto alte. Avevamo una concreta disponibilità a studiare, a volte anche solo per il piacere di farlo; nessuno di noi desiderava uscire dal liceo coperto di catrame, piume e disonore e dall'esame ci ripromettevamo buoni risultati. Davamo assolutamente per certi tre  sessanta e altamente probabile un quarto (almeno noi dello zoccolo medio; cosa ne pensassero realmente i tre Sessanta non lo possiamo sapere, naturalmente, ma ai nostri occhi per loro si sarebbe trattato di una mera formalità burocratica) e ci aspettavamo gran copia di voti intorno o un po' sopra al cinquanta.
Eravamo molto zelanti e prendevamo tonnellate di appunti ad ogni lezione, anche perché quasi nessuno degli insegnanti seguiva i libri di testo - gli sarà sembrato troppo banale farlo, chissà. Studiavamo con tanta buona volontà, sempre pronti a fare rimandi e collegamenti, avevamo una forbita conversazione traboccante di coltissimi riferimenti e quell'anno riuscivamo a trovare demenziali doppi e tripli sensi nelle frasi più piane e innocue, roba da fare invidia a una classe di tredicenni alla sesta ora; traducevamo in inglese, latino e talvolta anche in greco canzoni e canzoncine, filastrocche, canti goliardici e gridi di battaglia dai cartoni animati giapponesi, insomma eravamo la più istruita e scervellata scolaresca che mai sia stato dato vedere o sentire, e tutto ciò era molto divertente.

Anch'io, come tutti, ero ben decisa a non farmi sorprendere dall'esame e mi riproposi di prendere almeno sette in pagella al primo quadrimestre in tutte le cinque materie papabili per l'uscita (c'era un incertezza tra Matematica e Scienze): studiai con gran cura Geografia Astronomica, che mi piaceva moltissimo, ma l'insegnante decise che non era cosa per me e mi lasciò inchiodata al sei (e ben me ne incolse); feci sempre tutti gli esercizi di Matematica assegnati, pur dimenticando completamente di cosa trattavano già ad Aprile, dopo il sorteggio delle materie (caso rarissimo per me, che ho sempre ricordato quel che ho fatto a scuola); studiacchiai Storia con scarso entusiasmo: l'Ottocento proprio non mi piaceva e nutrivo una cordiale antipatia per il Novecento - quest'ultimo però era un problema relativo, perché in quegli anni si andava poco oltre la Repubblica di Weimar. 
Guardavo un sacco di cartoni animati giapponesi, anche: non solo Goldrake, Gaiking, il Grande Mazinger e Danguard, ma soprattutto Gundam: quell'anno infatti il maggiore Char entrò nella mia vita per mai più uscirne, e riempì a lungo i miei sogni di fanciulla e quelli della mia amica del cuore, nonché, temo, gli incubi di Sary, la mia fida compagna di banco, che me ne sentiva sempre parlare ma che dei cartoni animati con i robottoni se ne fregava completamente.
Avevamo anche una  colonna sonora, naturalmente: in quegli anni vivevamo tutti letteralmente attaccati alla radio. Tuttavia l'unica canzone che associo agli esami è la bellissima Vienna dei Pooh, che in quel periodo attraversavano una delle loro molte stagioni di grazia. 

Comunque ci furono molti Pooh (che a Sary piacevano moltissimo) ma anche un infinità di altre canzoni di tutti i tipi e generi, ed era anche l'anno della bellissima Another Brick In The Wall che proprio alla scuola era dedicata.
Infine sorteggiarono le quattro materie, e Fisica, Filosofia e Matematica uscirono dalle nostre vite per non più tornarvi (non vi erano mai entrate molto, per la verità). 
Si trattava di scegliere tra Italiano, Latino, Storia e Scienze. Gran parte della classe scelse l'accoppiata Italiano-Latino, poi ci mettemmo a coccodrillare perché eravamo in troppi ad averle scelte e ce le avrebbero sicuramente cambiate. La prof. Legree però ci rassicurò dicendo che per un liceo classico non era così strano, e probabilmente non ci avrebbero cambiato un bel nulla (come infatti fu). Sandro, da qualche mese ragazzo di Sary (con gli anni è poi salito di grado diventandone prima marito e infine padre dei suoi figli) e una delle Campigiane scelsero Scienze, e mal gliene incolse. Non riesco proprio a ricordare se qualcuno scelse Storia.

Come ho detto, c'era un solo membro interno, e in qualche modo lo sceglieva la classe. Non so in base a qual criterio scegliemmo la prof. Jazinga, che quell'anno ci faceva Latino e Greco - una brava e cara supplente annuale, combattiva all'incirca come un coniglio. Accettò un po' sorpresa, dicendo che sì, volentieri, ma per lei sarebbe stata la prima Maturità.
"Anche per noi" la rassicurammo. 
Va detto che nessuna delle altre opzioni sembrava proponibile: come tante classi prima e dopo di noi scegliemmo l'insegnante che ci stava più simpatico e sentivamo più vicino a noi e non quello più combattivo o potenzialmente più utile; se col senno di poi la prof. Legree probabilmente ci avrebbe mandato in ansia peggio di un banditore di sciagure, la prof. Permaflex avrebbe sortito invece una sua utilità. Ma vallo a sapere, e poi buona parte della classe le avrebbe dato volentieri fuoco a paglia molle - non io, che più civilmente mi sarei limitata a sbatterle la porta in faccia per non rivederla mai più, senza nemmeno scomodarmi a mandarla a Fanculo.

Come tutti i maturandi, anche noi cercavamo di capire in base ad astrusi calcoli delle probabilità quale sarebbe stato il tema di Italiano, ovvero di quale autore ci avrebbero chiesto di parlare: correva voce che avrebbe potuto essere Manzoni, che non usciva da qualche anno, ma mi sembra di ricordare che fossero molto gettonati anche Leopardi, Verga e Pascoli. Non ricordo che nessuno di noi si sia mai minimamente interessato al cosiddetto tema di attualità, detto anche Prima Traccia, e di sicuro non me ne interessai io: svolgere una traccia di attualità alla maturità sembrava richiedere immani quantità di acqua calda, tiepida e fresca e non prometteva alcun tipo di soddisfazione. Molto meglio un buon tema tecnico di letteratura, e a questo scopo mi esercitai coscienziosamente svolgendo solo temi di letteratura per tutto l'anno, con buoni risultati. Che fosse Manzoni, Verga, Pascoli o Porta ne sarei venuta a capo più che onorevolmente, aiutata anche da un parco letture che andava assai oltre i soliti brani standard inseriti nelle antologie. Manzoni, certo, sarebbe stato il massimo ma ero aperta a tutte le possibilità... diciamo a quasi tutte.

Finì la scuola e iniziò il Sistematico Ripasso... beh, almeno ci provammo. Ci eravamo divisi in gruppetti, e di pomeriggio e talvolta perfino di mattina questi gruppetti si ritrovavano per studiare, io e Sary e altre da una parte, Sandro e la sua Campigiana in sontuoso isolamento dall'altra, a casa di ognuno a rotazione. Talvolta Sandro, unico della classe a disporre di quella strana cosa chiamata macchina (una simpatica Panda) nelle sue trasferte a Campi Bisenzio accompagnava anche me e Sary dalle nostre Campigiane. Sospetto però che loro due studiassero un po' più seriamente di noi.

Che dire di quei pomeriggi di studio? Iniziarono con una certa serietà: due ore di studio, pausa merenda, altre due ore. La pausa merenda comunque sin dall'inizio si mostrà molto... come dire... nutrita: ognuna di noi ci teneva a non lasciare le altre affamate, e fin dall'inizio fu tutto un festival di torte, bignoline, pasticcini, tartine, focacce e schiacciate ripiene, pizzette e salatini. Madri e sorelle vennero arruolate senza alcun ritegno, i migliori pasticceri della zona scomodati senza esitazione e non di rado pure noi ci mettevamo al tavolo di preparazione, spalmando, farcendo e decorando senza risparmiare le nostre forze. Persino io, da sempre negata per i dolci, ideai un simpatico semifreddo di cui passerò a dare la ricetta. E' un dolce infallibile e non manca mai di suscitare consensi:


Triomphe des fraises à la Murasaki
(Trionfo di fragole alla Murasaki)

Ingredienti:
Un tot di fragole abbastanza mature
Un tot di ciliege ben dolci (se la stagione lo consente)
Un tot di banane abbastanza o molto mature
Mezzo litro circa di panna fresca da montare
Decorazioni, se si ha tempo e voglia
Una larga ciotola alta dai 10 cm in su.

Esecuzione:

Affettare le banane, snocciolare le eventuali ciliege tagliandole in due parti, lavare e pulire e tagliare a pezzi non troppo grossi le fragole. Mettere il tutto nella ciotola e mescolare con cura.
Montare la panna con un po' (un po', non troppo - ma nemmeno troppo poco, certo) di zucchero.
Mettere la panna sulla frutta: un bello strato alto che sigilli il tutto.
Si può decorare con: mezze fragole e mezze ciliege armoniosamente disposte, cialdoni o biscottini da panna, una coroncina di bignoline alla panna o alla crema chantilly, magari anche altro se l'ispirazione soccorre. Ma la decorazione non è indispensabile (comunque non ho mai sentito nessuno lamentarsi dell'aggiunta di cialdoni e bignoline - anche perché tutti erano troppo impegnati a mangiare per lamentarsi).

Mettere in frigo per almeno un ora.


Al momento di servire, attingere dalla ciotola col cucchiaio più grande di casa e servire in dosi enormi.


Tempo di preparazione: una mezzoretta scarsa.

Difficoltà: men che zero.

Giorno dopo giorno, i tempi della Merenda Ristoratrice Per Ritemprarci Dal Duro Studio si dilatarono sempre più, mentre lo studio si faceva sempre meno duro. Finì con interminabili mangiate mentre una di noi leggeva ad alta voce un po' di appunti.
La qualità della conversazione fu comunque sempre all'altezza delle vivande servite al buffet: brillante, gradevole, attraente, affascinante e assai conviviale. Ho un gustoso ricordo di quegli squisiti pomeriggi.

A sera, tornati a casa, dopo cena (naturalmente cenavamo: forse che aver spelluzzicato qualche piccolo spuntino avrebbe dovuto toglierci l'appetito? E quando mai?) ci rimettevamo sui libri. O almeno ci provavamo; ma, certo, se la micia più bella e cara del mondo si mette di traverso sul libro di latino, non è forse il caso di mettere da parte Lucrezio e coccolarla come si conviene?
In fondo sappiamo tutti che Lucrezio è eterno ma purtroppo i gatti no - e dunque era giusto cogliere l'attimo e coccolare Giselle finché c'era.

Tra una puntata di Gundam e l'altra (lo replicarono parecchio, quell'estate) giunse infine l'esame.

Come ci eravamo ripromesse da tempo, la sera prima della prima prova scritta io e la mia amica del cuore andammo al cinema, e fortuna voleva che avessimo a disposizione niente meno che Tutto quel che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere) di Woody Allen, che non avevamo visto quando era uscito nel 1972 per questioni anagrafiche. Fu davvero molto divertente e, dati i nostri interessi, apprezzammo in modo particolare l'ultimo episodio, ambientato nella sala centrale di una base fantascientifica impegnata in una complicatissima missione (in realtà il cervello durante un rapporto sessuale).

La mattina dopo, armata di cioccolata e fogli protocollo, mi accinsi a fare il tema. 

La prima tappa era, naturalmente, capire di cosa volevano si parlasse, e quell'anno non fu questione da poco:
Analizzate e discutete, alla luce dei vostri studi e delle vostre convinzioni, il seguente giudizio di Francesco de Sanctis: "Il Romanticismo, come il Classicismo, erano forme sotto alle quali si manifestava lo spirito moderno. Foscolo e Parini nel loro classicismo erano moderni, e moderni nel loro romanticismo erano Manzoni e Pellico".
In un sol colpo e in quattro righe, dunque, avevamo a disposizione Classicismo, Romanticismo, la "modernità" (che poteva essere la nostra modernità del 1980 oppure quella dei tempi di De Sanctis, qualsiasi cazzo di roba fosse la modernità) nonché Foscolo, Parini, Manzoni, Pellico e volendo pure de Sanctis. Non solo, ma dovevamo dare un parere su un parere di de Sanctis, ovvero riflettere su quanto scritto da qualcuno che di mestiere rifletteva sugli scrittori. Più che un tema di letteratura sembrava un gioco di specchi. Richiedeva una struttura complessa, argomentazioni ben articolate e un a accurata pianificazione degli incastri.
Affilai i coltelli e mi misi al lavoro. Tentai diversi inizi, tentai di saltare l'inizio e partire dal mezzo, tentai una scaletta e alla fine il tema si avviò. 
Intorno a me la classe lavorava e chiacchierava tranquillamente, come sempre durante i temi (oh, quanto mi aveva addolorato il pensiero che durante il tema non avrei potuto scambiare una parola con nessuno; e invece i sorveglianti si limitarono ad avvisarci che "verba volant, scripta manent", cioè che non ci facessimo trovare con i bigliettini in mano, e ogni tanto a incitarci a calare il volume del brusio, che invero a tratti era piuttosto alto). Io lavoravo come una locomotiva, probabilmente lanciando anche fumo, anche se non fischiavo mai.

Era una traccia molto adatta a me, che dopo un anno a base di critica letteraria ero ben lieta di spiegare come la critica letteraria per i lettori non è sempre molto interessante, perché i lettori tendono a vedere i testi un po' come gli pare, guidati dalle loro personali inclinazioni e dalla cultura del periodo, e di come tutte quelle divisioni in movimenti e correnti sì, via, insomma, chissenefrega, tanto son solo etichette che gli mettiamo, si sa che cambiano a seconda dell'etichettatore e del momento in cui si incollano.
La scelta degli autori, ammettiamolo, era un po' cattivella: di Pellico conoscevo solo un paio di paginette dalle sue prigioni, che mi ero comprata all'usato (perché tra l'altro non era e non è un libro che si trova a tutti gli usci, indipendentemente dal fatto di venire letto a scuola, e che io sappia al massimo si leggeva qualcosina alle elementari, ma al liceo non era  nemmeno preso in considerazione); mi era venuto il latte alle ginocchia e avevo riposto il libro in attesa di tempi migliori, e certo non vi avevo trovato alcunché di moderno né di romantico. 
Parini... beh, Parini era rimasto nella strozzatura tra seconda e terza, e ne avevamo fatto ben poco. Su Foscolo e Manzoni eravamo triplamente preparati: sia De Divinis che Blasio che Legree ce ne avevano parlato assai, ed eravamo perfino riusciti a sviluppare opinioni personali in  merito. 
Si aggiunga poi che sul Romanticismo italiano (come, del resto, su tutto) avevo mie personalissime opinioni, e l'unico scrittore romantico della letteratura italiana per me era ed è rimasto Foscolo, che viene universalmente messo tra i neoclassici. 
Infine, l'eventuale modernità di un autore ai miei occhi era data da due indicatori, ovvero l'attenzione verso il proletariato sfigato e verso la questione femminile; ma nessuno dei quattro signori tirati in causa da De Sanctis aveva alcunché da dire sulla questione femminile, che in Italia gli scrittori maschi manco sapevano cos'era (e di scrittrici ne avevamo ben poche, che peraltro a scuola non si facevano - anch'io avevo praticamente solo sentito nominare Serao e Aleramo, e lì si chiudeva la mia lista);  quanto al proletariato, l'unico che sembrava darsene un po' pensiero era Manzoni, che lo guardava con lo sguardo di "una cattolica società protettrice degli animali" secondo una citazione molto azzeccata ma non so quanto esatta che Legree ci aveva fatto da Gramsci.
Insomma, modernità de che?

Scrissi il tema, poi lo rifeci da capo a pié e infine lo copiai. Rilessi le mie quattro colonne ben dense con grande soddisfazione, e consegnai con la serena convinzione di aver fatto il miglior tema di cinque anni di liceo (ma chissà se poi era vero?).
Uscii ben pasciuta interiormente e assai compiaciuta. Mentre aspettavo il tram alla fermata con le amiche ebbi modo di adocchiare un simpatico completo lilla a maniche lunghe (era un estate invero assai clemente).
Nel pomeriggio esposi la questione a mia madre, che tirò fuori dalla borsa una bella banconota da 100.000 lire e me la consegnò. Così andai a fare spese con l'amica del cuore - che guardava con molta serenità allo scritto di matematica che doveva fare la mattina dopo. Comprai il completo lilla più una borsetta di camoscio di una sfumatura lilla più azzurrata di quella del completo, ci aggiunsi un bellissimo paio di sandali in camoscio blu e mi rimasero pure 4.000 lire di resto. Mia madre approvò tutto, ma predisse vita breve per la borsetta - che infatti qualche settimana dopo era già sporca. Provai a pulirla con la gommapane, come mi avevano consigliato, ma capii che gli accessori chiari in tinta erano per fasce di reddito più alte della nostra; quella borsa non vide due estati né mai più mi attentai in un acquisto destinato a vita così breve a meno che il prezzo non fosse molto, molto più basso. A occhio, direi che quelle 100.000 lire equivalevano a 300 euro attuali, anche se i prezzi dei vestiti sono molto cambiati da allora.

La versione di greco... mah, insomma, la feci, con un piccolo aiuto di amici e professori. Mi pare fosse Aristotele, un autore che ho sempre guardato dall'alto in basso e capito poco, in qualsiasi lingua fosse scritto (al contrario di Platone che, strano ma vero, riuscivo a tradurre correttamente, se pure in tempi assai lunghi, e mi è sempre piaciuto moltissimo).

Iniziò la correzione degli scritti e il membro interno, com'era consuetudine, prese un telefono e chiamò. Chi era stato chiamato chiamò a sua volta e il panico si diffuse a velocità di tifone. Alla commissione i temi non erano piaciuti, anzi gli avevano fatto proprio schifo. Non c'erano sufficienze, tranne un sei e mezzo. Ci volevano segare tutti. Ci avevano già non solo segato, ma pure crocifisso all'albo della scuola. Stavano arrivando i carnefici a casa nostra per procedere alla decapitazione. Non ci sarebbero stati prigionieri.

Dopo un bel giro di telefonate allarmate decisi di risalire alla fonte, perché qualcosa non mi convinceva: al mio tema per esempio non potevano aver messo l'insufficienza, e a quello dei quattro sessanta papabili nemmeno. E com'era andato greco?
Sfrondato delle più allarmistiche voci, il resoconto risultò meno tragico: la commissione non si spiegava perché quasi tutti ci fossimo incaponiti a fare il tema di letteratura né perché l'avessimo fatto così lungo (si favoleggiava addirittura di 17 colonne 17, e se è vero so anche chi è stato) né perché fossimo così fissati con Gramsci (se quest'ultima è vera, trovo che la commissione mancasse un tantinello di acume: uno o due alunni in una classe che citano Gramsci possono essere frutto del caso o di studi individuali, ma un intera classe che tira in ballo l'intellettuale organico... non sarà che gliene hanno parlato parecchio?) e comunque detti temi non erano piaciuti granché. Sembra che, in particolare, avessero trovato il mio piuttosto spregiudicato, ma che si fossero degnati di assegnargli un sette e mezzo. In tutta onestà mi aspettavo come minimo un otto abbondante, ma visto che parecchi temi erano rimasti sotto il sette mi guardai bene dal lamentarmi e chiamai invece la mia impagabile amica del cuore, che nel corso di una telefonata di un buon tre quarti d'ora riuscì a calmarmi e a ridimensionare la gran tragedia usando buon senso, discernimento e logica. Non ricordo i particolari, ma solo che chiamai assai scossa e riattaccai tranquilla e pacificata col  mondo. Però, sempre la mia amica del cuore, mi spiegò che il membro interno, più che riportare voci e considerazioni sparse, riferiva i voci degli scritti, e se il nostro non l'aveva fatto voleva dire che era parecchio inesperta del viver del mondo. Resta il fatto che il voto del mio tema alla maturità non l'ho saputo mai (nemmeno quello della versione di greco, in effetti, ma preferisco così).

Lentamente l'ondata di panico si ritirò e rimanemmo in attesa degli orali, tra un banchetto luculliano e l'altro. La nostra era l'ultima classe della scuola, e la mia lettera era una delle ultime. Insomma, avevo l'orale a fine Luglio. 
Non andai a sentire gli orali della mia amica del cuore perché me lo vietò fermamente, e nemmeno mi sembra che mi abbia mai raccontato qualcosa in proposito. Addirittura, neanche ricordo che voto prese.
Andai invece a sentire gli orali al mio liceo, un po' come tutti; ma sentivamo ben poco, perché tutti parlavano a voce assai bassa e la sala era grande. Ci sembravano interrogazioni diverse da quelle che facevamo di solito, ma non avremmo saputo dire esattamente in che modo fossero diverse. Il professore di scienze, che era anche il presidente di commissione, sembrava assai suonato e ancorato a cognizioni scientifiche dei tempi di Pio IX, la professoressa di lettere sembrava abbastanza tagliente nelle sue domande, ma non mi pareva chiedesse niente a cui non fossimo in grado di rispondere.

Il mio orale era a mezzogiorno, ma naturalmente la commissione era in ritardo. E quando mai la commissione di un esame non è in ritardo?
La mia amica del cuore venne a farmi assistenza morale, portando tra l'altro le sue belle sigarette Cocktail, comprate in Inghilterra
che erano anche abbastanza forti. Nell'attesa passeggiammo nel cortile interno lastricato,  sotto il sole - un attività che in qualsiasi altro Luglio sarebbe stata foriera come minimo di un coccolone, specie per chi aveva la pressione bassa come me, ma che quell'anno tutti praticarono con grande tranquillità e senza conseguirne alcun inconveniente - come ho già detto, era un estate invero assai gentile.
Ero molto elegante, col mio bel completo in tre pezzi rosa-viola, camicia a maniche lunghe color vinaccia, gonna portafoglio rosa-viola a due strati e gilet di maglina viola chiaro. Al collo portavo la collana di cristallo della nonna, alle orecchie gli orecchini Avon in similplatino e acquamarina sintetica - un accoppiata che illuminò il mio viso per molti anni, finché non persi uno degli orecchini e decisi che era veramente venuto il momento di bucarmi le orecchie. 
Avevo paura ma non troppo - la dose giusta per combattere, insomma.

Feci il colloquio. Trovai la commissaria di lettere molto più acida sull'italiano che sul latino. In effetti l'interrogazione di italiano non andò molto liscia, anche perché la professoressa mi interrompeva sempre e io non capivo cosa voleva esattamente da me perché, per quanto rispondessi, sembravo non darle mai quel che voleva - una sensazione cui non ero abituata. Il  mio tema sembrava esserle rimasto sul gozzo,  ma dava anche l'impressione di non sapere nemmeno lei come criticarlo (ma magari sbaglio).
Latino invece scivolò via senza problemi: senza dubbio quella sala aveva visto interrogazioni più memorabili, ma fu comunque una cosa abbastanza dignitosa, persino nelle domande di grammatica - dove scoprii di essere in grado di inventarmi (o ricostruire) sul momento il paradigma di un verbo.
Il pubblico di turno mi disse che era stato un buon orale, ma non so se e quanto fosse sincero. A me comunque non era sembrato granché, ma nemmeno malaccio. 

Molto peggio andò a Sandro e alla Campigiana, che sfiorarono il disastro a Scienze, perché il professore non era d'accordo con niente di quel che dicevano. Pure, col senno di poi, non abbiamo mai notato alcuna incongruenza o errore in quanto ci aveva insegnato la prof. Permaflex e a tutt'oggi quel disastro ce lo sappiamo spiegare solo col fatto che sì, il presidente di commissione era parecchio suonato. Sta di fatto che Sandro strappò a malapena un miserabile 36, dopo un quinquennio con la media del sette e senza mai essere stato minimamente rimandato in alcunché, e la Campigiana raccattò un poco meno miserabile 37, anche lei dopo un quinquennio più che onorevole.

Come previsto passammo tutti, scartine comprese, anche se su Sandro discussero parecchio. Io presi 43, con un lieve disappunto che svanì nel giro di mezz'ora senza lasciare tracce; Sary prese un rispettabile 48 che, tenendo conto dello strano trattamento che ci avevano fatto, era un voto abbastanza equo (anche se l'avrei data come minimo sul 50). Di 60 ne prendemmo uno solo, più un 58 e un 52, e gran parte di noi si trovò con voto tra il 40 e il 45, ovvero più basso del dovuto.

Seguì un estate lunga e bella, perché a quei tempi non c'erano test di ammissione all'università, l'anno accademico cominciava a Novembre e ancora in pieno Ottobre stavamo a fare raduni e grandi tavolate. 
Restammo in contatto per diversi anni, e i gruppi si sfaldarono solo nella seconda parte degli anni '80. Naturalmente il fatto che mezza classe approdasse a Lettere e Lingue ci facilitò nel proseguimento dei rapporti.
All'università, del voto che avevamo preso alla maturità non è mai importato niente di niente a nessuno e, con grande stupore generale, l'unico 60 faticò assai a prendere la laurea in medicina.

martedì 12 agosto 2014

Manuale del Perfetto Insegnante - Di come sia invero assai complesso valutare quali siano gli Insegnanti Più Meritevoli e ricompensarli per la loro meritevolezza


Le montagne erano ancora giovani sotto la luna e già si parlava delle pingui ricompense da assegnare agli Insegnanti Più Meritevoli. 
Da allora non sono stati fatti grandi progressi in proposito, e le promesse sono rimaste promesse. Ciò  non è da attribuirsi soltanto ai consueti motivi di cui va tenuto conto in cotal questioni - ovvero che promettere ricompense è senz'altro più facile ed economico che erogarle, oppure che talvolta una promessa, per quanto scarsamente credibile, aiuta almeno all'inizio a far digerire tagli e decurtazioni dei più vari tipi; perché per il caso degli  incentivi da attribuirsi ai docenti meritevoli sussistono anche altre difficoltà oggettive, che si possono in sintesi rubricare tutte sotto la voce "E come diamine si fa a riconoscere gli insegnanti effettivamente meritevoli?".

All'apparenza sembra un falso problema: perché a (quasi) tutti sembra facile riconoscere di primo acchito gli Insegnanti Meritevoli. Che problema c'è? Sono quelli bravi, giusto? Quelli che si sa che sono bravi. 

E tuttavia, al momento di individuare questi Insegnanti Meritevoli, si avverte la necessità di un parametro un tantino più trasparente del "si sa che sono bravi" - qualcosa, insomma, che sia possibile verificare con i cosiddetti criteri oggettivi, giusto per essere ragionevolmente sicuri che il docente X non sia classificato come Meritevole solo in quanto strettamente apparentato con l'onorevole Y. 

Iniziamo con la preparazione, che all'apparenza sembra relativamente facile da indagare. Dopotutto, si finisce in cattedra perché si è presa una laurea o apposito diploma in una determinata disciplina o in una determinata scuola e poi si è superato un concorso. 
E già lì cominciano i problemi, perché, se tutti i canali di abilitazione sono considerati concorsi, si sa che, almeno in Italia, ognuno può essere concorsato in almeno cinque modi diversi, a seconda della legge sull'arruolamento che vigeva al momento i cui il docente è diventato tale. Accanto al focolare, la sera, sbucciando castagne, si raccontano casi di gente finita a insegnare greco al liceo classico dopo avere fatto una tesi su Pippi Calzelunghe sgusciando abilmente tra le maglie della legislatura. Chissà se è vero, ma comunque si racconta; e una volta che lo Stato ti ha abilitato all'insegnamento perché così gli girava, non può venirti a dire sette anni dopo che il tuo corso di studi fa di te un docente Non Meritevole - senza contare che una tesi su Pippi Calzelunghe non impedisce di studiare il greco fino a saperlo in modo meraviglioso. 
Si può, certo, verificare l'eventuale curriculum fatto dopo il corso di studi di base. Se hai fatto un dottorato sull'accelerazione delle particelle si suppone che tu sia al corrente dei principali fatti della fisica, se hai al tuo attivo tre pubblicazioni sull'epigrafia latina si dà per scontato che tu abbia una certa dimestichezza con il latino eccetera. 

Tuttavia, il fatto che X sappia decifrare nel migliore dei modi le epigrafi romane non accerta in alcun modo che sappia insegnare il latino. Ma siccome l'Insegnante Meritevole prende uno stipendio per - appunto - insegnare sarebbe forse il caso di insistere su quel tasto, perché è cosa nota che sapere qualcosa e saperla insegnare sono due cose assai distinte. 

Certo, la preparazione si potrebbe verificare con gran cura prima  di mandare qualcuno in cattedra - davvero, sarebbe una buona idea. Si può anche continuare a verificare, a scadenze regolari, dopo che il docente X ha cominciato ad insegnare. Ma al momento nella scuola italiana non si fa, e dunque non è su questa base che si può attribuire la qualifica di Insegnante Meritevole - anche perché interessa che l'insegnante, meritevole o meno, abbia una preparazione adeguata a ciò che insegna, e a quel punto occorrerebbe stabilire se conoscere le iscrizioni latine ne fa un insegnante migliore o peggiore di chi delle epigrafi latine si è interessato con grande moderazione ma magari si è dedicato soprattutto a trovare tecniche e modi di insegnamento che rendessero digeribili ai suoi alunni le cinque declinazioni, le quattro coniugazioni,  la perifrastica attiva e passiva e tutti gli annessi e connessi del caso.

Quando si arriva agli altri criteri di valutazione, ci si ritrova in un pantano al cui confronto i  criteri di valutazione della preparazione curriculare sono un praticello verde di velluto dove ognuno riesce a muoversi con grande disinvoltura.

Che dire ad esempio della capacità di insegnare? O della scelta del programma (che va pure a cozzare contro l'irrinunciabile libertà di insegnamento, in base alla quale il docente (che è l'unico a conoscere la classe per quel che riguarda la sua materia) stabilisce programma e argomenti? O dei risultati delle classi che sono legati prima di tutto alla variabile dell'impegno che i singoli studenti sono disposti a dedicare allo studio ma anche a questioni non secondarie di apprendimenti precedenti e di livello sociale e culturale? E' noto che lo stesso insegnante può sortire risultati assai diversi a seconda della classe e della scuola, e definirlo Meritevole in base a una quota a percentuale (destinata a variare a seconda degli anni) non sembra un sistema eccezionalmente valido.

Tanto meno sembra valido, come criterio, la disponibilità a fare ore supplementari o ad impegnarsi in attività extracurricolari, essendo la prima talvolta legata a questioni assai strettamente economiche  e la seconda non necessariamente collegata alle capacità didattiche: perché un buon organizzatore non è necessariamente un docente più meritevole di chi non sa o non vuole trovare il tempo da dedicare ad attività che magari intralciano il lavoro in classe.

Infine, resta il grandissimo dilemma di chi sarebbe qualificato a separare gli Insegnanti Meritevoli dai Meno Meritevoli. Il Dirigente Scolastico, la cui stima verso un docente è spesso ancorata all'unico parametro della quantità di genitori che eventualmente il docente può irritare? I genitori, che solitamente di quanto avviene a scuola sanno solo quel che gli  viene raccontato dai figli? I colleghi, in palese conflitto di interessi? Gli alunni, che oltre a un conflitto di interessi ancor più vistoso sull'argomento sono spesso mossi, più o meno consapevolmente, da un insieme di sentimenti non sempre razionalissimi che per loro sono strettamente collegati alla questione "scuola"? Una rappresentanza scelta di tutte queste categorie*, magari integrata da un altrettanto scelta rappresentanza di coniugi, amanti occasionali, amici d'infanzia, parenti e negozianti del quartiere di residenza?

Laddove sembra questione molto complessa quella di una divisione tra Insegnanti Più Meritevoli e Meno Meritevoli, sembrerebbe invece relativamente facile individuare quei pochi insegnanti Apertamente Immeritevoli che si rendono colpevoli di comportamenti del tutto inadeguati, e che raramente subiscono sanzioni ma che vengono convinti (o che, più spesso, si cerca di convincere, non sempre con grandi risultati) a cambiare scuola**,  magari aiutandosi, invece che con Grandiose Promesse mai mantenute di Futuri Severissimi Regolamenti Sanzionatori, con l'impiego di un piccolo contingente di personale esterno alla scuola ma qualificato a eseguire periodiche ispezioni. Ciò senz'altro non basterebbe a garantire ad ogni scuola una fornitura completa di insegnanti adorni di ogni pregio, ma potrebbe sortire spesso l'avvio di circuiti virtuosi e sollevare molte scolaresche innocenti da situazioni invero assai disagevoli. 
Per quanto apparentemente semplice, tuttavia, questa banale soluzione non sembra essere mai stata presa in considerazione, almeno negli ultimi decenni***. 

*per quanto sembri davvero incredibile a dirlo, per qualche settimana qualche anno fa corse effettivamente la voce, mai davvero confermata, che la scelta sarebbe stata appunto compiuta da tutte queste componenti. Si narra (ma forse è solo una leggenda) che in quell'occasione perfino i sindacati rimasero senza parole. 
**e che non di rado vengono appunto rimpallati da una scuola all'altra fino al tempo della pensione, a scarsissimo vantaggio dell'utenza.
***si racconta (ma chissà se è vero) che un tempo costoro esistessero. Stando a questa leggenda, erano chiamati Ispettori. Non disponiamo però di prove concrete, nemmeno archeologiche.

martedì 1 aprile 2014

Cronache di scuola dei tempi lontani


Un post particolare per una giornata particolare

Il racconto che segue non è mio (il che è senz'altro un merito) bensì del Dante co-autore del mio blog preferito, ovvero Esserino & Balena (il che è vieppiù un merito). Viene da una specie di raccolta di racconti di scuola costruita tra blogger alla quale partecipai anch'io. Sia quella raccolta che il blog che ci ospitò su Splinder buonanima sono ormai spariti in fondo al mare virtuale, ma qualche giorno fa Dante ha ripescato il suo contributo, che è un bellissimo spaccato della scuola dei bei tempi andati - quella che, a sentire l'ex ministra dell'istruzione Gelmini, tutti noi dovremmo rimpiangere con le lacrime agli occhi.
Siccome anche quando lo lessi per la prima volta mi era piaciuto molto, ho deciso di conservarlo nel mio blog. Per ascoltarlo letto dall'autore basta andare qua.

Il sudicio
Dante Davini Diversi


Arrivò a Livorno ai primi del sessantasei. Orfano di pastori della Garfagnana era stato affidato a parenti che abitavano vicino a me sull'angolo tra viale Caprera e la Venezia. S'era in quinta elementare, io e Dino Ciampi insieme nell'ultimo banco. Tra i primi della classe quanto a profitto, sul filo del temuto sette in condotta per il comportamento. Giovanni, aggiuntosi con ritardo, nel mese di gennaio, ebbe l' onore di un banco isolato,sistemato, per l'occasione, dietro il nostro.  Il colorito della pelle, le mani unte, le ginocchia con la "roccia", gli valsero subito il soprannome di "sudicio". Aveva ripetuto la quarta tre volte dopo essere giunto alla terza regolarmente, attraverso la frequenza di una policlasse rurale  in cui trovavano posto bambini  dai 6 agli 8 anni mescolati insieme. Chissà quanto starà in quinta?- osservò Dino a voce tanto alta  da farsi sentire, ma il nuovo arrivato gli mostrò un pugno rozzo e spellato che non lasciava spazio ad interpretazioni diverse dalla minaccia. Ero grosso e alto quanto lui ma, quando lo affrontai, dopo l'ultima campanella, mi riempì la faccia di cazzotti. Con due anni e qualcosa in più di me  picchiava con destrezza e cattiveria. Salvai la faccia solo quando lo attaccai con forti pedate alle gambe. Dai calzoni corti sortivano due stecchi orrendi, uno particolarmente storto che doveva aver ricevuto la carezza della poliomielite. Cadde malamente e Dino che aveva buon cuore si mise in mezzo a far da paciere. Io sanguinavo dal naso e dai denti lui tornò a casa trascinando la gamba sinistra. Diventammo amici, Dino lo aiutava nei compiti, io gli regalai una borraccia  dei soldati americani e un coltellino colla lama rotta. Fumava le nazionali, bestemmiava, toccava il culo alle bimbe della sezione femminile e sputava in terra di continuo ma a noi voleva bene. A marzo fu sospeso. La maestra l'aveva mandato dietro la lavagna e lui, con una naturalezza incredibile prese il recipiente di coccio con l'acqua, che stava sopra la stufa di mattoni rossi, versò l'acqua sulla cassetta della legna e ci pisciò dentro. Cacino,il figliolo di Melesecche, l'ortolana fu la spia. Dino lo sfece di botte ma ormai era fatta. Un mese a casa. Lo passò tutto da noi e gli servì più che stare a scuola. A Maggio era alla sufficienza. Agli esami di fine Giugno passò ed ebbe la licenza elementare. Morì d' Agosto sbagliando il suo numero preferito, il salto tra due tetti. Forse lo tradì quella povera gamba falsa. Corremmo all'ospedale, nonostante il divieto dei genitori. C'era già   il paravento pronto. Si agitava e con le ultime forze smanettava strusciando le dita contro il palmo . I parenti,sporchi ne loro abiti da lavoro, scuotevano la testa. Ci avvicinammo, Dino bagnò il fazzoletto nella brocca dell'acqua sotto al comodino. Capii e feci lo stesso col mio. Gli sfregammo ben bene le dita e il palmo delle mani. Ci sorrise e chiuse gli occhi tranquillo. Prima dell'esame di quinta, scherzando sul suo vecchio soprannome, Dino gli aveva detto che se uno bussa alle porte del Paradiso con le mani sporche...lo rimandano indietro.

venerdì 16 gennaio 2009

Pannicelli e bavaglini, ovvero i piaceri delle Applicazioni Tecniche Femminili al tempo in cui la scuola era seria



Entrai alle medie abbastanza inconsapevole della mia Preziosa Identità Femminile - in effetti tendevo a considerarmi in primo luogo un essere umano provvisto di diritti, non una creatura il cui destino era determinato irrimediabilmente dagli ormoni.
Naturalmente avevo già visto che nascere donna presentava qualche svantaggio: molti uomini si sentivano in diritto di essere scortesi e maleducati nei tuoi confronti e non sempre le leggi ti tutelavano, ma avevo già risolto la questione in cuor mio decidendo di non sposarmi: il matrimonio per una donna mi appariva una notevole fregatura, ed ero convinta che se il mio compagno non avesse avuto diritti legali  su di me questo lo avrebbe costretto a rispettare la buona educazione, ci avrebbe aiutato a preservare il nostro amore e mi avrebbe permesso di tutelare meglio i nostri figli.
In famiglia non sapevano molto di queste mie idee, e forse ne avrebbero deprecate una parte (cosa di cui all'epoca ero beatamente inconsapevole) ma non avevano mai fatto niente per convincermi che, in quanto femmina, dovessi essere sottoposta a limitazioni particolari o curare la mia reputazione a discapito della mia formazione culturale.
Ad ogni modo entrare alle medie volle dire per me dismettere il candido grembiulino con cui tanto avevo combattuto... e indossare un lungo grembiule nero. Più comodo di quello bianco, certo, e le macchie non si vedevano. Potevo lasciarlo a scuola per tutta la settimana e portarlo a casa solo Sabato per farlo lavare. Però non capivo a cosa servisse - ormai i pennarelli colorati si usavano solo ad Artistica, mi macchiavo meno facilmente di prima, e soprattutto il grembiule nero era riservato alle femminucce. No, i maschetti non erano passati al bianco, in virtù di qualche legge del contrappasso. I maschietti non portavano più grembiule.
Un giorno uno dei miei compagni ne chiese il motivo. Non so perché, scelse di chiederlo a Matematica, ovvero Mrs. Piton Maior.
"Saresti proprio bellino col grembiule!" fu la risposta. Che non significava  niente, ma fu detta in tono abbastanza lapidario da far capire che non erano gradite insistenze sull'argomento. 

Il vero trauma però arrivò con Applicazioni Tecniche, dove la classe veniva divisa tra maschi e femmine, i maschi in laboratorio col professore (che sembrava pure molto simpatico). Faceva uno strano effetto.
Anche Educazione Fisica era divisa tra maschi e femmine, ma era una materia diversa dalle altre, con regole tutte sue. Applicazioni Tecniche invece si faceva in classe, sedute al banco, con i libri...
Già, i libri. La prima lezione di Applicazioni Tecniche consisté nella lettura di passi scelti da un libro portato dall'insegnante. Chiamava alla cattedra una di noi, che leggeva a tutta la classe. A me toccò un brano che spiegava come curare l'eritema da pannicelli. Lo lessi con apparente calma, ribollendo in cuor mio per lo sbalordimento e l'indignazione.
Pannicelli? E chi li usava più, i pannicelli? L'ippopotamo Pippo già da tempo infelicitava le mie scarse frequentazioni televisive e perfino io sapevo che ogni madre accorta usava i pannolini Lines per il sederino d'oro delle sue creature, aiutandosi eventualmente con la pasta di Fissan. Né capivo perché dovesse fregarmene qualcosa di come cambiare o curare i neonati (un lavoro verso il quale non sentivo alcunissima inclinazione).
Nessuna intorno a me faceva domande, non ne feci nemmeno io. Staccai l'audio e smisi di ascoltare le lezioni di Applicazioni Tecniche.
Per amore o per forza dovetti però riaccenderlo, l'audio, quando fu stabilito che il nostro lavoro quell'anno sarebbe consistito nel confezionare un bavaglino. Un bavaglino di impalpabile tela batista, bordato con un qualche tipo di smerlo e impreziosito da un mazzetto di campanule ricamate a punto erba - insomma, l'oggetto più inutile dopo una termocoperta all'equatore. Avrei potuto capire un bel bavaglino di spugna, di quelli robusti, da sbattere in lavatrice dopo essere stati sporcati nel modo allucinante in cui solo i bambini piccoli riescono a sporcare. Ma un bavaglino di batista...
Dovetti comunque farlo, guidata con grande pazienza dalla professoressa, che aveva per me gli stessi riguardi che si hanno oggi con gli alunni certificati - prima di tutto ridurre gli obbiettivi...
Sia io che mia madre che l'insegnante eravamo sinceramente convinti che per certe cose "io non fossi adatta"; sia io che mia madre - l'ho capito dopo - avevamo fermamente risoluto in cuor nostro all'atto della nascita che per certe cose non volevamo essere adatte (in realtà col tempo ho scoperto una certa propensione per il punto croce: non sono molto precisa ma compenso con la pazienza).
Combattei per mesi con quel malefico bavaglino senza vincere né pareggiare, e l'insegnante dovette rassegnarsi a fare lei le parti più difficili. Non ricordo cosa fu fatto in seconda e in terza, né perché scelsi Applicazioni Tecniche anche quando era diventata facoltativa (forse perché l'alternativa era suonare il flauto di plastica? Eppure Musica mi piaceva), ma continuai a godere di una parziale certificazione di cui approfittai senza ritegno.
Avevo già stabilito da un pezzo che quella non era scuola né una materia di cui tener conto.
Neanche le mie compagne erano entusiaste della professoressa o di quel che facevamo, ma si mostrarono molto più adattabili di me (del resto, ci voleva davvero poco). Io invece non riuscivo a spiegarmi come mai tutti trovassero tanto normale che i maschi si divertissero mentre noi stavamo a ricamare vicino alla finestra. Ci doveva essere però qualcun altro che non lo capiva, perché pochi anni dopo, sotto il malefico influsso del 68, al Ministero smisero di pagare due professori per il lavoro che poteva fare uno, riorganizzarono il programma della materia migliorandolo alquanto, le cambiarono nome in Educazione Tecnica e la resero unisex. 
Nel frattempo i grembiuli neri simil-burqa andavano scomparendo, il che ci avrebbe permesso vent'anni dopo di guardare dall'alto in basso le nostre sorelle musulmane come se le radici giudaico-cristiane ci avessero sempre lasciate libere da condizionamenti sull'abbigliamento.
Ma mi accorgo che sto divagando.
In conclusione, quando i mulini erano bianchi e la scuola era seria, le ragazze ricamavano bavaglini invece di fare disegno tecnico e tutti lo trovavano normalissimo. 

giovedì 18 dicembre 2008

Memorie di una bambina quasi perbene


Questo è il brano  (rigorosamente autobiografico) con cui ho partecipato al gigantesco Amarcord scolastico organizzato e ospitato da Flaviablog
Lei lo ha ornato con un pezzetto di alfabetiere all'incirca di quegli anni (ha una collezione di illustrazioni di vecchi libri di scuola che tutti lì le invidiamo profondamente). Io invece ho ripescato quello che già all'epoca era una delle mie letture preferite: i Peanuts, e in particolare il giovanissimo Linus quando si innamora perdutamente della sua prima insegnante, miss Othmar. Del resto anch'io ho molto amato la prima maestra, mentre la seconda mi dava l'orticaria. E in effetti uno dei Grandi Inconvenienti del Maestro Unico è proprio questo: come vivi la scuola, se il tuo Unico Punto di Riferimento ti fa venire il latte alle ginocchia?


La mia scuola elementare era enorme: un bell’edificio del ventennio costruito senza risparmio, con grandi finestre, grandi corridoi in  marmo lunghi più di novanta metri, grandi aule luminose e un grande giardino dove non abbiamo mai giocato perché “potevamo farci male”.
Era un bene che tutto fosse grande, perché erano grandi anche i numeri. Erano gli anni sessanta, in pieno boom demografico, e quando facevo la terza abbiamo passato i duemila iscritti, con sette sezioni maschili e sette femminili (siamo stati l’ultima scuola di Firenze a tenere separati maschi e femmine). Ogni classe passava i trenta alunni; nella mia eravamo trentatré bambine.
Anche i grembiulini erano divisi per sesso: angelicamente bianche noi, neri come corvi i maschi. A ricreazione i maestri ci mettevano in fila per due: lunghi cortei di angiolette bianche e di corvi neri scivolavano in corridoio senza accalcarsi. Era molto raro che due classi entrassero in contatto per qualche attività comune - in effetti era molto raro che facessimo qualsiasi cosa che non fosse stare in classe a fare lezione. 
Il nostro era un quartiere ricco, di professionisti e funzionari. Fiumi di madri ben impellicciate e ingioiellate venivano ogni giorno a prenderci all’uscita, causando immani ingorghi. Quelle poche che non avevano pellicce né gioielli né una villetta di lusso dove  riportare la prole al termine delle fatiche scolastiche immagino dovessero sentirsi un po’ a disagio. 
In classe mia c’era una bambina quasi povera (o forse povera per davvero, non lo so) con qualcosa di diverso dalle altre. Le più informate ne accennavano sussurrando ma, sospetto, senza avere le idee molto chiare in proposito. Ancor meno avevo le idee chiare io, ma vedevo bene che non era del nostro mondo e, come le altre, la tenevo anch’io un po’ a distanza, ma senza grande convinzione. Sparì dopo la seconda, non so se perché bocciata o trasferita o che altro.
Mia madre non aveva pellicce né gioielli, e in casa avevo assorbito la vaga convinzione che pelliccia e gioielli fossero un tantino out. Ai miei occhi lei era qualche gradino sopra le altre madri perché lavorava; guarda caso lavorava appunto nella mia scuola, dove insegnava alla Classe Differenziale, ovvero il piccolo ghetto in fondo al corridoio dove stavano i mongoloidi (era il nome ufficiale, all’epoca) che avevano orari sfalsati rispetto ai nostri per non turbare con la loro spiacevole vista la nostra infanzia normale.
Ero figlia di un’insegnante e la scuola per me era cosa nota, perciò non soffrii particolari traumi il primo giorno e non mi capacitavo che tante compagne si sciogliessero in lacrime come se le avessero portate al mattatoio. A parte la notevole seccatura di alzarmi presto la mattina la scuola anzi non mi dispiaceva, perché non avevo nessuna difficoltà a capire quel che mi spiegavano e neanche a metterlo in pratica: avevo una bella lettura espressiva, calcolavo in fretta e bene, mandavo a memoria senza sforzo lunghe poesie, scrivevo...
Ecco, scrivevo, o almeno ci provavo. L’ortografia non era un problema per me, ma la forma delle lettere sì: mi venivano proprio malandate. E i miei quaderni erano pasticciati. Tutte le mie compagne, senza eccezioni, erano infinitamente più ordinate e precise di me. 
Per esempio il grembiule. Entravamo in classe ogni giorno con il grembiulino immacolato, ma il grembiulino delle altre era immacolato anche all’uscita, e restava immacolato per tutta la settimana, mentre il mio, dopo una sola mattinata, era un campo di battaglia dove ogni pennarello che avevo sfiorato aveva lasciato tracce evidentissime, per tacere delle penne a sfera che in mano mia versavano regolarmente fiumi di inchiostro per ogni dove, neanche fossero state stilografiche. Ogni pomeriggio, per cinque anni, mia madre lavò un grembiule e ogni sera lo stirò per consegnarmelo immacolato la mattina seguente e ricominciare imperterrita la stessa trafila all’indomani senza lamentarsi (quasi) mai.
Anche i miei quaderni sembravano campi di battaglia. Quelli delle mie compagne erano squisitamente rileccati e ornati di splendide cornicine intorno agli esercizi (autentici capolavori in cui fiori, frutta, casette e raffinati motivi geometrici colorati con gusto incorniciavano  esercizi impeccabilmente ordinati), mentre i miei erano logori, macchiati e ornati al più di scialbe sfilate di quadratini o crocette - di più proprio non mi riusciva fare, e giuro che ci ho provato.  
La mia mortificazione era grande. Mi disapprovavo per il mio gran disordine, mi disapprovavo profondamente, ma non sapevo che farci. Vedevo però che miglioravo col tempo: passai un pomeriggio, agli inizi della seconda, cancellando quel che avevo scritto (a lapis) sui quaderni di prima e riscrivendolo nella mia assai più ordinata scrittura di un anno dopo; quando se ne accorse, mia madre quasi si strappò i capelli, anche se io non riuscivo a capire il motivo: non vedeva com’era tutto molto più leggibile? 
Solo col passare degli anni ho compreso il valore che un quaderno pasticciato (ma originale) può avere agli occhi di una madre.

All’università ritrovai la più ordinata delle mie compagne, quella i cui quaderni, ricchi di splendide cornicine, erano regolarmente mostrati a esempio a tutta la classe. Aveva una scrittura rozza ai limiti dell’incomprensibile. 
Dal canto mio, col tempo e la pazienza,  avevo sviluppato una grafia un po’ scialba ma molto facile da leggere.