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domenica 13 agosto 2023

La censura dei cartoni animati come forma di elementare sopravvivenza (Che strazio, questi finali. Ma dobbiamo proprio trasmetterli?)

Alcor-Rio-Koji, il ragazzo dai molti nomi
Qualche anno fa dedicai un post alla deplorevole vicenda delle censure che Mediaset applicò sistematicamente ai cartoni animati giapponesi negli anni 90, e in quel post proclamavo con gran convinzione che nella prima ondata che arrivò sui nostri schermi alla fine degli anni 70 non c'erano state censure, anche se a volte i dialoghi erano tradotti male.
Non è del tutto esatto - o per meglio dire ho scritto una grandissima stupidaggine. Ad assestarmi infine su questa elementare constatazione rimettendo alfine insieme le decine e decine di piccoli e insignificanti errorucci che mi ero via via resa conto che c'erano negli adattamenti (e che spesso e volentieri sono in realtà licenze e aggiustamenti di dimensioni piramidali) è stata la frequentazione del bel canale Il tempo dei cartoni, dedicato appunto all'animazione giapponese, dove l'autrice non manca mai di affrontare le... ehm... varianti che i suddetti han subito in Italia.
Insomma, di interventi ce ne sono stati parecchi fin dalle primissime serie arrivate alla fine degli anni Settanta e le cause sono state molto varie, ma non per questo meno deprecabili.
C'erano stati prima di tutto degli errori dovuti a ignoranza. Il caso più famoso è quello di Rio-Koji-Alcor. 
Come non è ancora molto noto al di fuori della larga cerchia degli appassionati, nell'universo di Go Nagai Mazinga Z, Goldrake e il Grande Mazinger sono tasselli di una sola, grande vicenda che è proseguita anche dopo con film, episodi vari e quant'altro. Di ciò i vari addetti ai lavori italiani non avevano idea quando comprarono i diritti delle serie, e così si ritrovarono con tre ragazzi davvero molto simili tra loro che in realtà erano sempre e soltanto Koji Kabuto. 
Partiamo dalla prima serie - che in realtà in Giappone non era affatto la prima, e venne da noi ripresa adattano l'adattamento francese, che già ci aveva messo del suo - ovvero Goldrake.
Il nostro Goldrake era stato chiamato Grendizer dai giapponesi (non so perché e nemmeno voglio saperlo). I francesi, dio solo sa perché, lo chiamarono Goldoràk, rigorosamente con l'accento sull'ultima sillaba. Da noi fu deciso di chiamarlo Goldrake, che era un nome che non gettò il minimo sospetto in alcuno spettatore: chiamare sia l'astronave che il megarobot di turno Drago d'oro sembrava perfettamente plausibile, e dava senz'altro l'idea di qualcosa di potente e destinato a trionfare sempre e comunque.
Nella serie del Drago d'Oro c'era anche, a fianco del principe di Fleed che aveva portato il drago in questione sulla Terra e lo usava per difenderci dai perfidi veghiani invasori, un bel ragazzo che i francesi avevano chiamato Alcòr e che noi italianizzammo in Alcor. Costui in realtà si chiamava Koji Kabuto e all'epoca era già famosissimo (in Giappone) per aver combattuto a bordo di Mazinga Z per difendere la Terra da Mikenes, altra popolazione venuta dallo spazio per conquistare la Terra; e vabbé, gli intrecci di Nagai erano un pochino monotoni ma non stiamo a guardare il capello.
Quando venne adattato Mazinga Z, che in Italia venne presentato come una serie del tutto indipendente, si decise - di nuovo dio solo sa perché - di cambiare il nome del pilota di Mazinga da Koji in Rio Kabuto. Nessuno, credo, si meravigliò molto della somiglianza con Alcor, anche perché in Italia stavano piovendo robot di vario tipo ma tutti della Toei Animation e tutti partoriti da Nagai, e i personaggi tendevano a somigliarsi parecchio tra loro, in particolare per delle pettinature piuttosto curiose dove i capelli stavano spesso orientati da una parte e puntavano verso l'alto sfidando la legge di gravità.
Toccò infine al Grande Mazinger, dove Koji fa una comparsata nelle ultime puntate e dove stranamente fu deciso di tenergli il nome originale. 
La notizia che si trattava di un unico protagonista (che non soffriva nemmeno di particolari crisi di identità) cominciò a trapelare diversi anni dopo, via via che le conoscenze su quel misterioso universo della cultura giapponese si andavano ampliando. 
Chi aveva importato quelle serie era rimasto affascinato da quei bei disegni colorati, dall'idea che le armi venissero evocate chiamandole a gran voce al momento di usarle (Lame rotanti!) e dai variegati mostri contro cui c'era da combattere. Nessuno, immagino, al momento si preoccupò dei finali. C'era un invasore dallo spazio da combattere, giusto? Dopo un tot di episodi spesso autoconclusivi gli invasori sarebbero stati sconfitti, giusto? E alla fine tutti sarebbero stati felici e contenti, come da prassi consolidata in questo tipo di storie di avventura. Dove poteva mai essere il problema?
Francamente non lo so, ma è un dato di fatto che l'animazione giapponese vanta ben pochi finali che abbiano un minimo di senso ai nostri occhi occidentali. Nel caso dei Mazinga per esempio i nemici vengono sconfitti, irrimediabilmente sconfitti. E basta, si abbassa il bandone e si va a casa - per le serie che si basano su invasioni aliene in effetti era il finale più consueto e di cosa fanno dopo i vari personaggi, nemici compresi,  nessuno ci informa; un gran riserbo cala inoltre sulle varie storie d'amore che erano state più che abbondantemente prima accennate e poi ben coltivate nel corso dei vari episodi. Niente, lo spettatore resta a bocca asciutta.
Nel caso di Goldrake la cosa fu piuttosto surreale: i veghiani sono sconfitti e nel frattempo ad Actarus è arrivata la notizia che il pianeta Fleed, di cui un tempo era principe e da cui era fortunosamente fuggito a bordo del Goldrake, la vita è di nuovo possibile. Così Actarus e la sorella Maria ritornano sul pianeta per ripopolarlo.
"E come lo ripopolano?" fu la domanda che ci facemmo tutti.
La risposta più immediata lasciava perplessi: sì, in teoria dandosi parecchio da fare... ma Actarus e Maria erano fratello e sorella, non era una soluzione un po' estrema e geneticamente discutibile?
Venne poi spiegato (molto, molto tempo dopo) che la real coppia di fratelli sarebbe stata raggiunta dai numerosi fleediani che erano riusciti a fuggire e si erano rifugiati su altri pianeti. La popolazione di Fleed si sarebbe dunque riformata, sulla base di un patrimonio genetico abbastanza vario; peccato che di tutta questa gente fuggita su altri pianeti nessuno avesse mai sentito parlare: Actarus era partito su Goldrake, che era tra l'altro anche una eccellente astronave ma gli altri come avevano viaggiato, in monopattino? Per quel che se ne era sempre saputo, Fleed era ormai un pianeta irrimediabilmente rovinato dalle radiazioni e tutti gli abitanti erano morti.
Ai nostri occhi c'era poi una questione ben più importante: i due fratelli si erano, per così dire, rifatti una vita sulla Terra. Sin dalle prime puntate Actarus aveva fatto coppia fissa con Venusia, mentre quando era arrivata sua sorella Maria, Alcor dai mille nomi aveva avviato con lei qualcosa di molto simile a una storia d'amore. Ma i due terrestri restarono sulla terra e non si accennò nemmen di lontano alla possibilità che potessero partire con i due principi di Fleed. L'addio tra i quattro è molto struggente, Alcor lancia un mazzo di rose rosse a Maria con una bella acrobazia aerea e... boh?
(d'altra parte in Mazinga Z Koji-Rio aveva avviato una storia con Sayaka, la qual storia era rimasta totalmente confinata in quella serie. Un po' più di considerazione era stata data alla coppia Tetsuya-Jun nel Grande Mazinger, e i due avevano perfino avuto l'occasione, in un film successivo, di mostrare allo spettatore i figli frutto della loro felice unione).
Già che ci sono, prima di continuare a parlare dei finali aggiungo che col tempo e la pazienza è risultato che praticamente tutte le serie arrivate in Italia nei primi anni vennero trasmesse incomplete: mancavano due, tre, cinque... addirittura più di quaranta episodi, nel caso di Mazinga Z, e il motivo spesso e volentieri non si capisce ma non è del tutto impossibile che c'entri la famosa delega in bianco citata da Valeri Manera molti anni dopo. Personalmente ricordo di aver beccato una puntata di Capitan Harlock a me del tutto sconosciuta sulla televisione francese. Il francese non lo conosco, ma non ebbi difficoltà a venire a capo del titolo Le complexe d'Oedipe e la vicenda si seguiva facilità: una mazoniana aveva assunto le sembianze e la voce della defunta madre di Tadashi, che aveva perciò grosse difficoltà ad affrontarla. Alla fine però riesce a spararle addosso e Harlock si congratula con lui per essere riuscito a superare il condizionamento. La TV francese, come ho detto, aveva trasmesso la puntata senza farsi particolari problemi, ma si sa che in Italia la mamma è sempre la mamma.
L'ignoranza degli spettatori salvò gli adattatori da reclami e lamentele, ma in tanti notammo che a volte in quelle storie c'erano misteriose incongruenze, e che i dialoghi qualche volta erano proprio strani - cose che succedono, quando traduci male.
Il caso di una serie che veniva trasmessa regolarmente dall'inizio alla fine era piuttosto raro e perfino la RAI si rifugiava dietro lo scudo di "Prima serie" "Seconda serie" "Terza serie ma se volete vedere il finale vi riguardate tutto dal primo episodio". Per giunta erano gli anni eroici delle telelibere, dette anche "emittenti locali". A Firenze avevamo la gloriosa Tele Libera Firenze che di tendenza trasmetteva una serie cinque giorni a settimana, a orario fisso, dal primo episodio all'ultimo e qualche replica nel fine settimana, ma appena si usciva da quel cerchio incantato ogni serie si incartava in strani loop dove solo un gruppo di puntate veniva trasmesso e poi ritrasmesso e poi ancora ritrasmesso e dopo qualche tempo (mesi, ma anche anni) ritrovavi la serie su una diversa emittente con un diverso gruppo di episodi. Facevo fatica a capirci qualcosa anch'io che ero ormai al triennio delle superiori, mi figuro i bambini. 
Tutto ciò non era comunque da imputarsi in alcun modo agli adattatori, ma solo alla disorganizzazione di queste emittenti ancora implumi che infatti vennero pian piano assorbite nei circuiti della Fininvest.

I finali si rivelarono comunque un punto assai critico: tanto per cominciare per molte serie il finale non veniva trasmesso e in qualche caso lo si conobbe solo quando arrivarono le edizioni integrali su DVD, molti anni dopo - e a quel punto si capì anche perché a suo tempo non erano stati trasmessi.

Prima di tutto: nella cultura occidentale romanzi, film e sceneggiati specificamente destinati a bambini o ad adolescenti finivano quasi sempre bene - le uniche eccezioni che mi vengono in mente sono Incompreso e I ragazzi della via Pàl. Il giovane spettatore arrivava dunque al finale convinto che tutto si sarebbe risolto a tarallucci e Coca Cola. Il giovane spettatore giapponese, evidentemente, dava il lieto fine molto meno per scontato e si adattava a qualsiasi soluzione gli avessero allestito gli sceneggiatori. 
Qualche volta, come ho detto, il finale era semplicemente il protagonista che diceva "Abbiamo sconfitto gli invasori!" oppure, nel caso delle cosiddette maghette "Oh, i miei poteri sono esauriti, devo tornare sul pianeta della magia", e questo era quanto. In questi casi a volte c'era una puntata finale versione gadget con un riassunto della vicenda. Non so che effetto avesse sui giovani spettatori  giapponesi, ma per lo spettatore occidentale risultava piuttosto frustrante perché non gli forniva alcun nuovo dettaglio.
Tutt'altro che raro era poi il caso del protagonista che dopo l'ultima vittoria... moriva. Così. La morte, vista in quei casi come la degna conclusione e apoteosi di tutta la vicenda lasciava spiazzati prima di tutto gli adattatori, e c'era allora il problema, piuttosto serio, di passare quel finale a una torma di bambini che da sempre era abituata al lieto fine. Il caso più famoso credo sia stato Rocky Joe, ma negli anime sportivi se ne contano diversi. A volte, come in Baldios, il finale era decisamente catastrofico e si prevedeva una pessima fine per la Terra anche dopo aver sconfitto gli alieni (che erano in realtà i nostri discendenti). Anche gli anime a sfondo storico, come Lady Oscar avevano una certa qual tendenza a chiudere la vicenda facendo crepare tutti i protagonisti - e nel caso appunto di Lady Oscar la cosa risultò particolarmente dolorosa perché proprio due puntate prima della fine tutto sembravano finalmente mettersi bene per la coppia di innamorati - e non a caso la prima volta che la serie fu trasmessa si fermarono proprio in quel punto. Quando arrivò la nuova serie, risultò composta di appunto due episodi due, uno che si chiudeva con la straziante morte di André e l'ultimo dove moriva anche Oscar - più l'avvertenza finale che sarebbero morti anche Luigi XVI e Maria Antonietta, ma  quello fu un trauma minore perché la maggior parte degli spettatori era preparata a ciò grazie ai manuali di storia letti alla scuola media.
Le varie serie di Gundam, a quanto ho capito, finivano di punto in bianco, senza darci notizie sui vari protagonisti che rimbalzavano da una serie all'altra infilando una serie di vicende una più lugubre dell'altra (comunque le serie di Gundam erano tutte estremamente lugubri dall'inizio alla fine, che avessero un finale tutt'altro che foriero di felicità per tutti ci stava e per lo spettatore era più facile adattarsi).
C'erano anche i cosiddetti finali aperti: la vicenda si ferma a un certo punto e cosa succede dopo non si sa. Qualche volta il finale vero e proprio è confezionato in appositi episodi destinati alla vendita (caso classico Lamù).
Per lo spettatore occidentale la cosa era piuttosto destabilizzante: segui un personaggio per svariate decine di episodi, dove il personaggio in questione affronta le più varie traversine uscendone sempre vittorioso... e poi la storia si chiude lasciandolo in mezzo al guado. Oppure lo vedi morire. Oppure gli innamorati, dopo essersi rincorsi per centonovantasette puntate, si ritrovano improvvisamente separati da qualche impedimento sorto due puntate prima. Perché sì, uno dei problemi più seri risultarono proprio i finali degli anime a derivazione shojo, quelli destinati a un pubblico in prevalenza femminile e incentrati su una storia d'amore... e che spesso sono senza lieto fine. Spesso, ma non sempre. Anche qui, gli spettatori italiani non erano per niente preparati. 
Anche qui c'era un equivoco di partenza dovuto alle nostre scarse conoscenze della produzione giapponese: le storie shojo non sono storie romantiche destinate a chiudersi con la felice unione delle coppie che han popolato la vicenda, bensì storie ad alto, altissimo contenuto emotivo, a volte davvero strazianti, e possono finire malissimo - come appunto nel caso di Lady Oscar - oppure così-così, con le coppie che non si formano oppure che si dividono giusto nel finale. Qualche volta, vivaddio, capitava anche che finissero bene.
Gli adattatori coniugarono dunque il verbo arrangiarsi, ritoccando i finali, seminando qua e là frasette speranzose sulla felice futura unione delle coppie, sorvolando garbatamente su chi moriva, magari con l'aiuto di qualche fermo immagine (come nel caso di Rocky Joe).
Ad uno di questi casi di finale, diciamo così, ritoccato per occidentalizzarlo dedicherò il mio prossimo post.

domenica 15 agosto 2021

La notte che Google perse i' capo*

Oscure minacce si addensano anche sulle conversazioni in apparenza più innocue
(Taci, il nemico ti ascolta!)
 
Alla fine di Maggio strane cose stavano succedendo nell'universo Google (un universo assai complesso e articolato, che comprende anche YouTube e, molto più modestamente, la piattaforma da cui sto scrivendo).
C'era uno YouTuber  di discreta rinomanza, per esempio, che si era visto improvvisamente cancellato un video su Dubai ove osava sostenere che la manodopera straniera importata in quel paese non era trattata in modo molto rispettoso. A seguito di tutto ciò lo YouTuber in questione aveva tosto pubblicato un altro video dove si lamentava moltissimo, sostenendo che lui su quel video ci aveva lavorato come un castoro e non gli sembrava davvero cosa mangiarglielo così, senza un motivo.
Poi il video ritornò.
Poi un altro YouTuber, anche più conosciuto del primo, si era visto sparire un video che parlava (mi pare) delle polemiche che imperversavano sul disegno di legge Zan contro l'omofobia. Glielo sbloccarono poche ore dopo e lui non commentò in alcun modo la cosa. La commentarono però, e parecchio, i suoi abituali follower che si erano ampiamente accorti che il video era stato rimosso. Questo secondo YouTuber aveva dedicato negli ultimi mesi diversi video alla questione delle censure su Facebook e su YouTube, spiegando qualmente di come i proprietari di questi colossi della rete stessero cercando un equilibrio tra la libertà di censura, le conseguenze politiche che certi contenuti pubblicati sui social potevano portare, le censure operate dalla Cina ma anche da altri paesi, il rischio di querele, il rischio di scontri con i poteri istituzionali (come si era già visto con Trump dopo le ultime elezioni presidenziali) - e insomma osservando che la questione era molto complicata e i colossi in questione stavano faticosamente cercando un punto di equilibrio che gli permettesse di continuare a gestire in pace i loro enormi social (e incassare i soldi che gli fruttavano) ma anche che questo punto di equilibrio era complicato da trovare per vari motivi, e non ultimo il fatto che la quantità di roba pubblicata su questi social è ormai enormissima e molto difficile da gestire e soprattutto da tenere sotto controllo.
E poi qualche tempo prima era stato chiuso un canale di quelli molto complottisti, se vogliamo anche tossico. Ma... era giusto chiuderlo, visto che tutti hanno diritto alla libertà d'espressione? E considerando che la Verità è una creatura piuttosto sfuggente e difficile da definire? Ed era apparso anche un video pubblicato da uno YouTober che vantava anche lui un suo seguito, anche se più contenuto di quello dei due YouTuber di cui ho scritto prima, e che sosteneva che la rimozione dall'alto delle fake news era sbagliata per principio; e io su questa posizione mi ero tutto sommato attestata anche se mi rendevo conto che il problema non era solo quello.
E su tutto ciò io meditavo e ponderavo con grande attenzione, cercando di capire tutti i lati della questione, che si rivelava invero assai spinosa e senza veri precedenti storici; ma ci riflettevo come si riflette sui Massimi Sistemi, perché mi ritenevo coinvolta solo in qualità di utente.

Ma ecco, una mattina di Maggio mi svegliai e come sempre accesi il computer e guardai la posta. E lì trovai 5 mail 5 di Google, che mi spiegava che aveva deciso di sbloccare cinque miei post perché, ripensandoci, lei Google si era accorta che     questi post non violavano gli standard di Google e non incitavano al terrorismo, alla pornografia, all'abuso di minori e simili.
Con gli occhi grandi come tazze da tè guardai e riguardai le mail domandandomi
1) perché ero ubriaca visto che da almeno tre giorni non toccavo una goccia di alcool
ma soprattutto
2) perché alla Google bevevano invece in modo così smodato prima di mettersi al lavoro.
E continuando a scorrere la posta trovai anche le lettere che mi avvisavano, la sera prima, mentre leggevo il mio bel romanzo vittoriano di turno e coccolavo i gatti prima di spengere la luce per dormire, che quei cinque post erano stati cancellati in quanto qualcuno li aveva segnalati e dopo averli esaminati Google aveva stabilito che sì, effettivamente violavano gli standard perché incitavano al terrorismo, erano altamente pornografici eccetera.
E a quel punto i miei occhi erano diventati grandi come ruote da mulino.
Per fortuna l'orologio incombeva, la scuola aspettava e dunque piantai tutto lì e corsi a fare il mio onesto lavoro, per riprendere la questione soltanto a pomeriggio ormai avviato.

Tornata a casa, riconsiderai la questione con perplessità sempre maggiore.
Prima di tutto: quali erano questi post che incitavano al terrorismo, all'odio eccetera?
La cinquina era composta da
- un post sulla festa del 25 Aprile e la curiosa reinterpretazione cui è stata sottoposta di recente
- una modesta recensione del bellissimo film Porco Rosso del grande Miyazaki, 
- un post sulla reinterpretazione del  fascismo  ai giorni nostri 
- uno sul razzismo (che si apre con la sovversiva immagine di una razza intesa come pesce, onde meglio incitare al terrorismo)
- e una piccola commemorazione dell'anniversario della chiusura delle scuole per pandemia dove avevo osato scrivere nel titolo la parola Covid, ormai diventata ben più popolare dell'inizialmente più usata Coronavirus. Gli auguravo un buon compleanno, nientemeno. Assai terroristico da parte mia, ne convengo. Ma perché non deve avere diritto a un compleanno pure lui, poverino? Mica l'ha scelto dal catalogo, di essere un virus ad alta mortalità. Magari avrebbe preferito essere uno di quei virus che aiutano la flora intestinale.

Prima di ripubblicarli, come la stessa Google mi aveva autorizzato a fare, rilessi i cinque post. Vabbé, non c'erano dentro contenuti che incitavano al terrorismo o all'odio e questo lo sapevo, ma nemmeno mi sembrava che potessero essere definiti violenti - in particolar modo quello della recensione del film. E poi via, il buon compleanno al virus con le bottiglie di champagne, davvero esisteva qualcuno disposto a prenderlo sul serio?

Va bene, l'algoritmo aveva cannato alla grande, esattamente come aveva fatto col video su Dubai e con quello sul disegno di legge Zan. Ma come c'era arrivato, l'algoritmo, al mio piccolo blog di nicchia? I due canali di YouTube censurati avevano centinaia di migliaia di iscritti. Il mio blog, in un anno, non fa nemmeno un centinaio di migliaia di accessi. Chi se lo fila, a parte qualche gentile e paziente lettore?
E, sul serio, era davvero possibile che qualcuno di questi lettori, un po' meno gentile degli altri, avesse deciso di segnalare alla Suprema Autorità di Google quei cinque post trovandoli insopportabili nel tono e nel contenuto? Anch'io ho lettori che arrivano qui per caso, dopo aver incrociato un rimando su Google alle prove Invalsi o alle recensioni di Harry Potter, ma son tutte persone molto paciose, mi sembra.
L'unica possibilità ragionevole mi sembra che laggiù, a casa Google, qualcuno abbia lanciato l'algoritmo all'impazzata nella blogsfera di Blogspot - che non è esattamente una piattaforma titanica per frequentazioni, va pur detto - ottenendone risultati piuttosto discutibili.

Tutta la vicenda ai miei occhi rimane un assoluto mistero. Che mi ha lasciato una certa inquietudine, però.
Spero che da allora abbiano un po' rivisto l'algoritmo, non mi sembra dei più affidabili. Per diminuire la diffusione del terrorismo nel mondo, cancellarmi i post temo che non serva a molto.
Dovrebbero cercare u  rimedio più efficace, secondo me.

* modo di dire tipicamente toscano per indicare qualcuno che perde il ben dell'intelletto e fa qualcosa di estremamente stupido

giovedì 21 agosto 2014

La censura per bambini come forma di rassicurazione rivolta agli adulti (storia di anime maltrattati)

Lamù, aliena della stella Uru: cornetti da demone, capelli verdi, bikini e stivaletti tigrati. 
(Voi in classe non volate in bikini e stivaletti tigrati?)

I cartoni animati giapponesi* arrivarono in Italia nel 1978 con Heidi senza suscitare polemica alcuna: una storia di bambini e per bambini, tratta da un romanzo svizzero, con un bel tratto rotondo rassicurante  ad opera del grandissimo Miyazaki.
Si dà il caso però che in Giappone i cartoni animati (e pure i fumetti) siano per tutte le età, rigorosamente divisi a seconda dell'utenza. Così in contemporanea arrivarono, sulla scorta di un adattamento francese, Goldrake e Capitan Harlock, che erano serie a base di battaglie spaziali con alieni assai aggressivi che volevano conquistare la Terra e destinati a un pubblico di adolescenti. Li trasmetteva la RAI, prima del telegiornale. 
Piacquero moltissimo, così anche le televisioni locali si diedero da fare e arrivarono Jeeg Robot, Lupin III e Candy Candy. Da allora e per diversi anni i cartoni animati piovvero, diluviarono e dilagarono ovunque.
Gli adattamenti erano fatti in modo un po' approssimativo perché non sempre venivano consultati gran copia di esperti di cultura nipponica. Di censure nemmeno l'ombra, ma qualche problemino con i dialoghi non sempre tradotti bene sì. Gli ideogrammi imperversavano (soprattutto al momento delle sigle),  e quando la storia era giapponese i protagonisti si chiamavano Hiroshi, Tadashi, Goemon, Fujiko, Miwa. 
Io bambini ne andavano matti, i ragazzi pure. Io me li guardavo dall'alba al tramonto e dal tramonto all'alba, con grande sconcerto dei miei genitori che non capivano proprio che diavolo ci trovassi. Ero fuori target di tre anni buoni, ma non ero l'unica della mia età cui piacevano - comunque i miei compagni di liceo sapevano sempre benissimo dio cosa stavo parlando, quando ne parlavo.

Verso la metà degli anni '80 la febbre mi era quasi del tutto passata: avevo altre cose da fare, passavo molto meno tempo in casa, i robot e le invasioni spaziali erano ormai in netto declino e poi c'era... non so... qualcosa. Insomma, i cartoni animati giapponesi mi piacevano molto meno, anche se ogni tanto su una televisione locale beccavo qualche puntata di Lamù** e qualcosina delle serie storiche. Ma si sa che tutte le mattane passano, prima o poi.

Cos'era successo davvero lo capii soltanto anni dopo: erano cambiati i criteri di adattamento. Stavano nascendo le reti Fininvest, e a dirigere il settore per ragazzi era arrivata Alessandra Valeri Manera - persona probabilmente rispettabile sul piano personale, ma figlia del suo tempo, nonché naturalmente tenuta a seguire le regole dell'azienda per cui lavorava.

Cambiarono i titoli, e improvvisamente fu tutto un fiorire di Kiss me, Licia, E' quasi magia Johnny, Evelyn e la magia di un sogno d'amore, laddove in originale i titoli erano decisamente meno zuccherini. Cambiarono le sigle, che in verità non erano mai state capolavori (nemmeno quelle originali giapponesi, in verità) ma che avevano conosciuto decisamente momenti migliori - chi si è trovato ad ascoltare a tradimento la sigla di Kiss me, Licia cantata da Cristina D'Avena e non è schiantato sul colpo per diabete fulminante sa cosa intendo. Cambiarono i nomi dei protagonisti (in E' quasi magia Johnny non solo Kyosuke diventò Johnny, ma Madoka e Hikaru diventarono Sabrina e Tinetta) e tutto cominciò ad appiattirsi assai: i dialoghi dei personaggi erano spesso molto insulsi ma i vari monologhi con cui i personaggi in questione analizzavano i propri sentimenti (con profondità di analisi degna di una pozzanghera di città) erano anche peggio e c'erano spesso lunghi, lunghissimi momenti in cui l'immagine era ferma. Ogni tanto facevo qualche tentativo se proprio non avevo altro da fare (per esempio se ero a casa con il raffreddore; 
con molte serie ricordo di aver fatto almeno un onorevole tentativo, ma di non aver mai retto una puntata dall'inizio alla fine. Semplicemente, mi annoiavo a morte).
Cambiarono i criteri di scelta dei titoli e molte opere assai rinomate nei circuiti degli appassionati non arrivarono affatto in televisione. In qualche caso addirittura Mediaset comprò i diritti di serie come Ranma, per poi lasciarle nel cassetto - col risultato che Ranma in versione animata è circolato pochissimo, solo molti anni dopo e in circuiti minori (ed era invero una serie impossibile da domare, perfino peggio di Lamù).

Nel contempo ci si accorse che i cartoni giapponesi erano violenti*** e con scene di sesso troppo esplicite****. Ma soprattutto ci si accorse che i cartoni animati giapponesi spesso erano ambientati in Giappone - che era un grosso limite, in verità.

Nel 1993 la rivista Mangazine, giunta ormai al numero 30, pubblicò un interessantissima intervista proprio ad Alessandra Valeri Manera. La lessi e la rilessi, domandandomi prima chi aveva bevuto e quanto, e poi se davvero i miei principi in merito a censure ed educazione dei fanciulli erano così fuori del mondo come sembrava (e sì, ormai lo erano).
Visto che in rete l'intervista purtroppo non c'è, o almeno io non sono stata buona a trovarla, ne citerò qualche passo per esteso.

"In Italia i cartoni animati hanno a disposizione una fascia oraria seguita soprattutto dai più piccini, perciò il nostro intento primario è quello di tranquillizzare i genitori sul fatto che ciò che i loro figli vedranno in TV rispetti certi canoni: il bambino deve essere tranquillo e sereno mentre guarda la televisione, non deve porsi domande strane sul significato di quanto ha visto e non deve essere turbato da situazioni imbarazzanti o violente. La sera è la famiglia a decidere cosa guardare in TV, ma il pomeriggio i bambini si trovano spesso soli a scegliere i loro programmi ed è necessario che noi programmatori siamo coscienti delle nostre responsabilità. E' un po' come se avessimo una delega precisa da parte degli adulti, che si fidano del nostro modo di lavorare e di ciò che proponiamo sulle nostre reti. Non possiamo accettare che un bambino si ritrovi turbato per ciò che vede nelle trasmissioni per ragazzi e quindi è ovvio che spesso dobbiamo esercitare delle scelte che possono risultare sgradite  ai cultori di cartoni giapponesi, che hanno un minimo di 16/18 anni. Vorrei che questi ultimi capissero che in Italia il cartone animato è considerato solo come un intrattenimento per bambini e che con queste premesse pensare ad un prodotto per un pubblico adulto è assolutamente prematuro, in quanto sono pochissimi coloro che lo seguono con attenzione. E' impensabile presentare un programma di animazione per adulti, perché in Italia non c'è la cultura per farlo e neppure l'interesse".

Quando i cartoni animati arrivarono trovarono senza problemi un pubblico decisamente vasto di bambini e ragazzi che, senza particolari crisi interiori, ingoiarono tutto e ne chiesero ancora. Quindici anni dopo non c'era la cultura né l'interesse per guardare quei cartoni animati se non tra i bambini più piccoli.
Se così era (può essere, si sono viste anche cose più strane) non bastava limitarsi a pescare nel vasto repertorio di cartoni animati prodotti per bambini? O forse c'era una fascia più vasta che voleva anche qualcosa di diverso?
Soprattutto: questa descrizione dei genitori che danno una specie di delega in bianco alla Fininvest purché il bambino stia buono e non si faccia domande strane, non suona inquietante? Perché lo spetattore non deve farsi domande, specie nell'età della crescita? 

"Le trasmissioni all'interno delle quali gli anime vengono mandati in onda sono destinate a un pubblico da 6 ai 14 anni, e tutte le nostre scelte, sia in termini di tipo d'acquisto da operare che per quanto può riguardare eventuali tagli o cambiamenti di nome, sono fatte in funzione di questo pubblico specifico. I nostri tagli e adattamenti non sono mai casuali, anche perché visionare una serie , invitare degli specialisti in psicoterapia infantile a esprimere i loro giudizi, reinventare i nomi dei personaggi ecc., richiede sforzi, anche e soprattutto di carattere economico, non indifferenti: ci costerebbe molto meno acquistare una serie, doppiarla e mandarla in onda così com'è. Noi però non possiamo dimenticare il ruolo che le famiglie ci delegano nell'educazione dei minori e perciò questi nostri sforzi, che ai cultori possono sembrare addirittura controproducenti, sono un servizio suppletivo rivolto al pubblico dei minori. In secondo luogo i cosiddetti 'tagli' sono molto meno consistenti di quanto certi fan affermino, e riguardano perlopiù scene che non compromettono il senso della serie: per esempio, se sostituiamo con un fotogramma fisso la scena in cui un personaggio legge una lettera scritta in giapponese, lo facciamo perché sarebbe insensato per la maggior parte del nostro pubblico trovarsi sul teleschermo un nugolo di ideogrammi indecifrabili."

I cambiamenti in realtà erano piuttosto invasivi, soprattutto per le storie ambientate in Giappone. I momenti con l'immagine ferma spesso sostituivano intere scene, i monologhi di analisi interiore erano completamente inventati, i dialoghi alterati e tutto veniva coperto con spessi strati di melassa o annegati in grandi vasche di acqua calda. Per quel che ho potuto verificare, il prodotto di base non ne usciva affatto migliorato.

"Ci sono anche rari casi di interi episodi eliminati, ma, ripeto, sono casi estremi o comunque ben motivati, per esempio, quando tutto l'episodio raffigura scene e situazioni legate a riti religiosi diversi dai nostri, che creerebbero unicamente ansia e confusione nei bambini, oppure incentrati su usi e costumi incomprensibili per i bambini italiani. "

Siamo nel 1993. I giovani spettatori sanno che esiste un arcipelago chiamato Giappone dove si scrive con gli ideogrammi. Perché la vista di un foglio pieno di ideogrammi dovrebbe sconvolgerli? Perché dovrebbero restare traumatizzati davanti a gente che mangia con le bacchette, che paga in yen e che ha nomi giapponesi?
Perché dovrebbe andare in confusione davanti a "riti religiosi diversi dai nostri"?
Ma, se proprio: perché allora non utilizzare la famosa delega in bianco dei genitori per allargargli un po' orizzonti e conoscenze? 

"Riguardo alla questione dei nomi cambiati, ribadisco che questo non è un problema delle sole serie giapponesi, ma anche di qualsiasi altro prodotto in cui i personaggi abbiano dei nomi difficili da pronunciare o da capire per i bambini: per esempio, Yu, la protagonista di Creamy, ha un nome semplice e l'abbiamo mantenuto inalterato, ma altri personaggi, anche in serie americane o francesi, hanno dei nomi tanto complicati che non abbiamo potuto far altro che cambiarli."

Certo, i nomi dei protagonisti di un cartone animato giapponese spesso sono giapponesi, ma non ne ricordo di talmente complicati da non venirne a capo. Se poi sostituisci Hikaru con Tinetta (nome un tantino strampalato, direi) hai davvero migliorato di molto la situazione? E perché Johnny dovrebbe risultare tanto più italiano di Kyosuke?
Soprattutto, se Kimagure Orange Road***** era così complicato e costoso da adattare, non si faceva prima a prendere qualcosa che già in partenza fosse più adatto a un pubblico italiano di bambini mentecatti invece di trasformare tutto, con gran spesa e fatica, in E' quasi magia Johnny?
Perché tutti, genitori e adattatori, sembravano trovare così normale dare prodotti pesantemente adulterati alle giovani generazioni?
O anche: perché improvvisamente Valeri Manera esponeva questi criteri di adattamento, insistendo tanto su fantomatiche deleghe in bianco rilasciate da genitori tanto assenti quanto maniacalmente ansiosi?

Per quest'ultima dopmanda, la risposta è nel calendario. Il numero 30 di Mangazine uscì del Dicembre 1993, quindi era stato preparato due/tre mesi prima. Il 26 Gennaio il proprietario di Mediaset fece la sua famosa discesa in campo in politica. L'elettorato a cui si rivolgeva era un elettorato conservatore ma un po' pigro, spaventato da tutto quello che usciva dalle sue piccole esperienze quotidiano, ansioso (e le sue ansie vennero amorevolmente curate fino a renderlo sempre più ansioso e a tratti isterico verso tutto cià che era "nuovo" e veniva "da fuori"). E un buon bambino, naturalmente, è un bambino che non si fa "strane domande" e che "non era mai confuso".
Per la costruzione di questo elettorato, il circuito Mediaset lavorava già da qualche tempo.

Alterare e annacquare qualche cartone animato di provenienza straniera potrà sembrare ai più un peccato minore e apportatore di minime conseguenze negative; tuttavia, come filologa e come insegnante (ma prima di tutto come essere umano e come potenziale spettatrice) io l'ho sempre trovato una colpa assai grave.
Mi rendo conto però (stante che alla Mediaset non importava granché dei cartoni animati giapponesi se non come mezzo per attirare spettatori) che nessuno avrebbe mai avviato l'opera di ripulitura se tale opera non fosse stata richiesta e gradita da genitori improvvisamente terrorizzati all'idea che i figli scoprissero che, là fuori, c'era il mondo.

Da allora sono passati vent'anni; il mondo è cambiato (non necessariamente in meglio) e la Grande Rete ha strappato molti giovani all'abbraccio televisivo. Ufficialmente siamo diventati una cultura multietnica, mangiamo più sushi e per le televisioni passano molti meno cartoni animati giapponesi. Nei negozi e in rete si trovano in vendita anime adattate con puntiglio maniacale, talvolta così maniacale da lasciare perplessi anche i fan più agguerriti.
Sul tasso di isterismo dei genitori non so pronunciarmi, ma mi sembra in lieve calo. 
La maggior parte di loro, al momento, si preoccupa soprattutto per la crisi economica.

*da chiamarsi "anime" con fare spocchioso, se sei nel girone degli appassionati.
**titolo originale Uruseiyatsura, ovvero (all'incirca) "Gente chiassosa dalla stella Uru", storia di una bellissima aliena che si innamora di un terrestre che proprio non ne vuol sapere - non una roba molto seria, insomma. Del resto l'autrice era Rumiko Takahashi.
***Il tasso di tolleranza per le situazioni violente nei prodotti destinati ai bambini subì un netto calo in quegli anni, insieme ad un proporzionale aumento del tasso di ipocrisia generale - ricordo che venne dibattuto se fosse lecito far vedere nei telegiornali i bombardamenti nella ex-Jugoslavia, a rischio di traumatizzare i fanciulli. Sarebbe stato interessante sentire, a tal proposito, l'opinione dei fanciulli ex-Jugoslavi cui ogni giorno cascavano le bombe in testa.
****Cioè, esplicite... c'erano delle scene d'amore e ogni tanto qualcuno faceva la doccia o restava in abiti succinti, e assai raramente questo qualcuno aveva ottant'anni. Tutto ciò c'era anche prima, solo che nessuno ci faceva gran caso, alla fine degli anni '70 (o, se pure ci faceva caso, veniva rapidamente messo a tacere).
*****Che si basava principalmente su un triangolo mai del tutto risolto nel corso della serie